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giovedì 22 settembre 2016

Psi, atti del congresso sospesi: una lotta sui delegati che sa di già visto

I congressi dei partiti nascono per essere snodi importanti, in cui ci si confronta, anche in modo aspro, per poi alla fine prendere una decisione; dovrebbe essere così anche in casa socialista, ma da vent'anni o poco più quegli appuntamenti sembrano maledetti, per il loro esito o per i loro strascichi giudiziari. Il 12 novembre del 1994 fu un congresso a decretare lo scioglimento del Psi (quello che fu di Bettino Craxi e in quel momento era guidato da Ottaviano Del Turco); proprio oggi, le agenzie hanno dato la notizia di un'ordinanza del tribunale civile di Roma che ha sospeso in via cautelare gli atti dell'ultimo congresso nazionale del Partito socialista italiano (quello rifondato nel 2007), celebrato a Salerno dal 15 al 17 aprile scorso. Tra gli effetti segnalati da quelle prime notizie, rientra anche la sospensione della conferma a segretario di Riccardo Nencini (attualmente anche viceministro alle infrastrutture del governo in carica). 
La decisione del giudice della sezione terza Stefano Cardinali - che ha già incrociato sulla sua strada alcune dispute interne ai partiti, visto che nel 2014 si è pronunciato su uno degli innumerevoli tentativi di rimettere in pista la Democrazia cristiana - nasce dal ricorso presentato da alcuni iscritti al Psi, ossia Angelo Sollazzo, Pieraldo Ciucchi, Roberto Biscardini, Aldo Potenza e Gerardo Labellarte: tutti loro fanno riferimento ad Area Socialista, il gruppo politico il cui esponente più noto è Bobo Craxi e che si è costituito a metà aprile, giusto prima del congresso "incriminato", al quale l'area stessa non ha partecipato. 
Già cinque mesi fa, nel presentare la sua componente, Craxi aveva annunciato che il gruppo non avrebbe partecipato al congresso di Salerno. Alla base della scelta c'erano innanzitutto ragioni politiche, come il profondo disaccordo di quegli iscritti rispetto a posizioni del partito "diametralmente opposte": per loro il Psi non si poteva "ridurre ad essere una dependance del partito e del governo di Renzi", accusavano Nencini di aver ridotto il partito a una "condizione di subalternità [...] in ragione di uno strapuntino governativo" (valeva, tra l'altro, anche per le posizioni sulla riforma costituzionale che in seguito sarebbero maturate, con il Psi convintamente favorevole e il gruppo di Bobo Craxi contrario) e aver messo a rischio la conservazione di una forma organizzata e dell'identità socialista ("uomini e donne socialiste ormai da troppo tempo non ritrovano sulla scheda elettorale il simbolo che fa riferimento alla tradizione centenaria del Psi").  
La scelta di non prendere parte all'assise, tuttavia, era anche motivata da questioni giuridiche, che hanno portato Sollazzo, Ciucchi, Biscardini, Potenza e Labellarte a impugnare la convocazione del congresso al quale comunque non avrebbero partecipato ritenendolo illegittimo. Le loro lamentele sono riportate in un post scritto su Facebook dall'account "Primula rossa", a quanto pare molto informato: vi si legge che "i membri di Area Socialista avevano lamentato la partecipazione al Congresso di un numero di delegati che non trovava riscontro nel numero degli effettivi tesserati, con conseguente alterazione degli equilibri previsti per la determinazione delle materie da sottoporre alle decisioni congressuali e per l’adozione delle relative delibere". 
In concreto, non ci sarebbe corrispondenza tra gli incassi legati alle quote di iscrizione al partito e gli effettivi iscritti: i ricorrenti sospettavano che qualcuno avesse gonfiato il numero degli iscritti per aumentare il numero dei delegati al congresso. Lo statuto del Psi, in particolare, prevede che sia eletto un delegato ogni trenta tesserati e che ci si possa iscrivere solo dietro pagamento della quota annuale stabilita dalla direzione nazionale: in base ai documenti che il tribunale ha chiesto alla segreteria del partito di esibire (elenchi degli iscritti e ricevute di pagamento), il costo medio di ciascuna tessera non corrisponderebbe alla somma minima prevista per l’iscrizione (i pagamenti relativi al 2014 e al 2015 equivarrebbero a 6mila iscritti, mentre ne sono stati dichiarati 22mila) così come mancherebbe la prova dell’ammontare delle quote eventualmente ricevute e trattenute dai livelli periferici o da associazioni convenzionate).
Il tribunale di Roma, dunque, ha ritenuto non dimostrata l'esistenza di un numero di tesserati tale da giustificare i delegati congressuali: già solo per questo, l'assise non si sarebbe svolta in modo conforme allo statuto. Su questa base, per il giudice Cardinali tutti gli atti del congresso, compresa la conferma di Nencini alla segreteria, danneggerebbe i legittimi interessi dei ricorrenti e degli associati, che vedrebbero lesa la libertà di associazione ex art. 18 della Costituzione. Ciò, come si diceva, ha portato alla sospensione cautelare di tutte le delibere congressuali, in attesa del giudizio sul merito (se ne parlerà tra un mese), anche se nel frattempo la continuità del soggetto sarebbe garantita dalla prorogatio degli organi precedenti (per cui Nencini rimarrebbe alla guida del partito, sia pure come segretario uscente "in proroga").
La segreteria nazionale del Psi - quella uscita dal congresso - non ha preso bene la decisione: quasi sicuramente farà reclamo contro l'ordinanza, ma intanto ha affidato a un comunicato duro la propria posizione. "L'abbiamo già detto: la politica non si fa nei tribunali, si fa nel partito. E non si strumentalizza il ricorso alla magistratura per rovesciare i congressi ai quali deliberatamente non si partecipa. Ci difenderemo in tribunale e in ogni altra sede per far valere le ragioni di tutti coloro che, come noi, credono negli ideali del socialismo italiano".
Una frase della nota, peraltro, merita di essere evidenziata: nell'attaccare l'atteggiamento dei ricorrenti non partecipanti al congresso, la segreteria ricorda che "il Nuovo PSI, qualche anno fa, è stato ferito a morte da questa sindrome. A nessun costo consentiremo che la nostra comunità cessi di vivere". La frase, in effetti, coglie nel segno: nessuno meglio di Bobo Craxi sa che nell'ottobre 2005 si celebrò alla fiera di Roma un congresso del Nuovo Psi - guidato da Gianni De Michelis - che somigliò piuttosto a una rissa. Anche allora, al di là delle posizioni politiche (di nuovo) diametralmente opposte, a dare fuoco alle polveri fu il disaccordo sulla conta dei delegati, al punto che De Michelis (che voleva restare nel centrodestra) chiuse baracca ritenendosi ancora segretario, mentre i cinquecento rimasti elessero Craxi jr (interessato a rompere con Berlusconi) alla segreteria. A complicare la storia del "congresso non congresso" ci si misero anche i giudici: a fine anno un'ordinanza ritenne regolare l'elezione di Craxi, in gennaio in sede di reclamo De Michelis fu restaurato alla guida del partito. Nel 2007 non si perse il vizio, visto che i delegati furono occasione di lite al nuovo congresso (e all'hotel Palatino di Roma volò anche qualche microfono), ma se non altro le due fazioni di De Michelis (che mirava alla costituente socialista) e di Caldoro (ben saldo nei rapporti con Berlusconi) si accordarono tra loro, dividendosi nome e simbolo, un po' come negli accordi di Cannes del 1995 tra fratelli-coltelli del Ppi.
La vicenda, certamente, non finisce qui: i giudici dovranno pronunciarsi almeno un'altra volta e nessuna delle due parti è intenzionata a cedere. Messo da parte il garofano, il destino della rosa socialista non sembra essere più tranquillo.

1 commento:


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