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venerdì 1 marzo 2019

Essere degni di un simbolo? Per la legge non conta, ecco perché

Hanno avuto un certo spazio sui quotidiani di oggi le dichiarazioni che Alberto Airola, senatore del MoVimento 5 Stelle e già parlamentare nella precedente legislatura, ha rilasciato ad Antonio Atte di Adnkronos a proposito della vicenda Tav. Un'infrastruttura necessaria per la Lega che governa con il M5S, ma che "non s'ha da fare", secondo il parlamentare piemontese (da sempre contrario all'opera): "il Tav è una cosa che abbiamo sempre osteggiato: non si fa e basta, spazi di manovra non ce ne sono". 
Airola sa bene che Salvini e i leghisti puntano molto sulla realizzazione dell'alta velocità Torino-Lione, ma è convinto che il MoVimento non debba cedere rispetto alle sue posizioni e, se dovesse farlo aprendo una trattativa, "si schianterebbe definitivamente. Non sarebbe più 5 Stelle, perderebbe la fiducia del popolo, la sua identità" e lui ne trarrebbe le sue conseguenze: "In quel caso - ha dichiarato - me ne vado dal Movimento. E sono convinto che me ne vado col simbolo. Sarò più meritevole di loro di portare il simbolo del M5S se si apre una trattativa"
Quasi certamente le parole del parlamentare stellato sono da leggere come una provocazione, un ammonimento gridato perché chi ha orecchie per intendere intenda (e possibilmente in fretta). Al di là dei titoli sui giornali, però, qualcuno potrebbe chiedersi: e se Airola avesse ragione? Davvero si può lasciare un gruppo politico portando con sé il simbolo, ritenendo di essere più meritevoli, più degni di usarlo? Sul piano giuridico la risposta è ovvia, forse fin troppo, ma è probabile che sul piano politico questa sia considerata inaccettabile da più parti.
Per il diritto, infatti, chi se ne va non ha alcun diritto sul patrimonio comune dell'associazione che lascia, men che meno sul simbolo che - di norma - fa parte di quello stesso patrimonio (sia pure immateriale). Quello che vale per il recesso di un singolo socio si applica anche in caso di recesso collettivo, cioè di scissione: dal punto di vista giuridico non cambia nulla se ad andarsene - da un partito, da un circolo o da una bocciofila, che per la legge sono esattamente la stessa cosa, cioè un'associazione non riconosciuta - è una sola persona o un gruppo più o meno nutrito, semplicemente nome, simbolo e patrimonio restano a chi rimane all'interno dell'associazione. E questo succede anche se l'associazione cambia idea, al limite anche con una virata di 180 gradi rispetto a una linea consolidata: si può contestare dall'interno il modo in cui cambia idea, se le procedure adottate per prendere certe decisioni non rispettano lo statuto, ma se non si condividono le scelte e si vuole uscire, occorre lasciare tutto e prepararsi anche a non adottare nomi o simboli troppo simili a quelli che si sono condivisi fino a quel momento.
Per molti, però, questo orizzonte può apparire del tutto indigeribile: possibile che chi non vuole cambiare idea, per mantenerla, sia costretto a lasciare il simbolo in cui crede? E' giusto che possa continuare tranquillamente a usare le insegne di un partito anche chi al gruppo ha fatto cambiare notevolmente direzione e, sulla carta, quel simbolo non se lo merita o non sembra degno di usarlo? Questi sono discorsi comprensibili: si avverte qualcosa di "ingiusto" nella possibilità che chi decide di cambiare linea al partito possa conservare il simbolo (magari all'interno di un nuovo logo) e impedirne l'uso a chi vuole mantenersi in continuità ideologica con la linea precedente. Quando nel 1991 il Partito comunista italiano scelse di trasformarsi in Partito democratico della sinistra, gli scissionisti che sarebbero diventati Rifondazione comunista agirono contro gli ex compagni di partito e rivendicarono per la propria nuova associazione politica l'uso esclusivo del nome e del simbolo del Pci, lamentando che "l'associazione originaria non solo ha ripudiato la sua precedente identità politica, ma ha associato questo ripudio alla dismissione volontaria e irreversibile del suo patrimonio simbolico" (o così, almeno, volevano far credere i non-ancora-rifondatori-comunisti).
Praticamente la stessa cosa sarebbe accaduta nel 1995 nell'area politica opposta, quando il Movimento sociale italiano - Destra nazionale decise di chiamarsi Alleanza nazionale e gli irriducibili guidati da Pino Rauti costituirono una nuova associazione, rivendicando il diritto di chiamarla Msi e di contrassegnarla con la stessa antica fiamma tricolore (tentando anche di presentarla alle elezioni): lì in effetti si contestava che tra Msi e An vi fosse continuità giuridica (che invece c'era), per cui a maggior ragione il partito guidato da Gianfranco Fini non avrebbe avuto alcun diritto di utilizzare nomi e simboli che, peraltro, non sarebbe stato degno di usare, visto che i fini politici perseguiti da An erano del tutto diversi da quelli del Msi-Dn. "A Fiuggi è nato un altro soggetto politico, diverso - disse con fermezza Rauti in una conferenza stampa che Radio Radicale consente di ascoltare -. Se è vero che i soggetti politici sono contrassegnati, distinti dal programma, le tesi presentate al congresso e lo statuto [...] qualificano Alleanza nazionale come una formazione di stampo liberaldemocratico, liberalcapitalistico [...], una formazione di destra conservatrice, non solo diversa dal Msi precedente, ma sotto molti aspetti agli antipodi del Msi per punti di riferimento politici, programmatici ed economico sociali".
Il fatto è che i concetti di "merito" e "dignità" evocati prima - anche, con parole simili, dal senatore Airola - sono molto sentiti, perché caricano la discussione di un giudizio morale e politico allo stesso tempo e richiedono per forza un confronto tra le vecchie e le nuove idee. Proprio questo, però, costituisce il loro limite e li trasforma in problemi. L'ordinanza con cui il tribunale di Roma respinse il ricorso del Pci - futura Rifondazione comunista - contro il Pds parlava chiaro: "ogni giudizio di carattere ideologico sulla discontinuità o continuità dell'esperienza politica comunista in relazione alle due associazioni tra cui è causa - in quanto implicante giudizi politici, al giudice non consentiti - non sembra possa essere dato dal magistrato". 
Lo stesso disse il medesimo tribunale nell'ordinanza più articolata tra quelle dedicate alla vicenda Msi-An: "mentre non è possibile in alcun modo formulare giudizi di carattere ideologico 'sulla discontinuità o continuità' della politica delle due associazioni, deve affermarsi che ciò che rileva ai fini della presente decisione è unicamente l’esistenza di un deliberato del congresso tendente a consentire ad Alleanza nazionale l’utilizzazione del simbolo della fiamma tricolore su base trapezoidale contenente la sigla Msi, essendo evidente che, allo stato, il diritto della resistente a fregiarsi di detti elementi distintivi si ricollega al volere degli stessi rappresentanti del Msi-Dn, unico ente che almeno fino al congresso di Fiuggi poteva legittimamente disporre degli stessi". Ed era vero che quella vicenda era un po' più complessa rispetto a quella del Pci-Pds, visto che un'associazione chiamata Alleanza nazionale esisteva già dal 1994 e che a Fiuggi si era marcata una discontinuità non solo ideologica rispetto alla storia del Msi; nonostante questo, queste osservazioni potevano "formare oggetto di apprezzamenti e valutazioni in sede politica ed offrire lo spunto per giudizi sugli uomini che siffatti comportamenti hanno posto in essere", ma non potevano certo permettere di dire che il Msi fondato da Rauti era lo stesso soggetto giuridico andato a congresso a Fiuggi, l'unica cosa che contava davvero.
Insomma, non poteva e non può essere il giudice a dire chi è più comunista, più missino e - volendo - più cinquestelle: ci si deve accontentare di dire che chi resta, alle condizioni di chi da statuto decide all'interno di un'associazione, ha titolo per usare nome e simbolo del gruppo; chi se ne va, magari perché la maggioranza degli associati ha cambiato idea, non può rivendicare nulla. Magari saranno gli elettori a dare ragione a chi ha sbattuto la porta, non votando più chi ha mutato linea politica: per farlo, però, hanno bisogno di non mettere più la croce sul simbolo un tempo votato e quindi quell'emblema deve restare a chi è rimasto. Diversamente, la sanzione degli elettori non funziona più.

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