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venerdì 27 marzo 2020

Liberalsocialisti per l'Italia, tre garofani per la casa socialista

Si è già visto che la diaspora nell'area socialista è stata vissuta - e in buona parte è così tuttora - in modo molto doloroso e lacerante: forte almeno quanto il desiderio di ricomporre le fratture è la convinzione che non sia indifferente il modo in cui le si vorrebbero ricomporre e lo schieramento politico in cui la ricomposizione potrebbe avere luogo. Anche per questo motivo, nel corso degli anni si sono succeduti vari tentativi di rimettere insieme alcune o molte tessere del mosaico socialista, con risultati più o meno ampi e di varia durata. Al di là dell'aggregazione di varie sigle, peraltro, in cima alle preoccupazioni di molti di questi progetti politici c'è stata e c'è l'identità socialista, l'idea cioè che dalle parole e dalle azioni di aderenti e dirigenti emergesse con assoluta nettezza il percorso ideale e politico del socialismo italiano, che aveva portato dalle origini fino all'esperienza di Bettino Craxi. Esperienza dalla quale, per questi gruppi, non si può in alcun modo prescindere. 
In questo solco, dal 2017, si muovono anche i Liberalsocialisti per l'Italia, progetto politico che si propone di "ricominciare da dove Craxi è stato costretto a fermarsi". Lo guida da allora Antonino Distefano, ragusano, classe '45, un impegno di oltre vent'anni nella Uil (nel sindacato dei chimici), inizialmente socialdemocratico poi - dopo la breve stagione del Psi-Psdi unificato - a lungo iscritto socialista (molto attivo nella provincia di Varese). Dopo lo scioglimento del Psi si era allontanato dalla politica, salvo partecipare al Nuovo Psi di Gianni De Michelis. Dopo una lunga pausa rispetto all'impegno politico diretto, da tre anni ha scelto di riprenderlo con questo suo nuovo progetto.
"I Liberalsocialisti per l'Italia - spiega - nascono da un desiderio espresso da Bettino Craxi in esilio. Quando prese atto che il suo partito era ormai frammentato e ridotto a macerie, in uno dei suoi fax da Hammamet espresse l'auspicio che in Italia grazie a compagni generosi si desse vita a un movimento di ispirazione socialista democratico, autonomo, riformista e liberale. La nostra idea nasce, prende corpo da lì. Noi vogliamo salvaguardare e difendere i valori e l'identità socialista, sapendo che la nostra stella polare è il socialismo di Turati. Nenni, Saragat e Craxi. Noi di fatto ricominciamo da dove Craxi è stato costretto a fermarsi; lo facciamo senza senza subire richiami nostalgici, ma nella convinzione dell'attualità del socialismo e della visione di società che Bettino Craxi già vent'anni fa aveva avuto".
Il fax cui si riferisce Distefano, probabilmente, è quello datato 1° ottobre 1996 (leggibile nel sito dell'Opera omnia messo a disposizione dalla Fondazione Bettino Craxi), quando l'ex presidente del Consiglio - in prossimità del primo congresso del Partito socialista di Intini e De Michelis - pur negando che potesse improvvisarsi la ricostruzione di un partito socialista, si rendeva conto di come "una vasta area di ispirazione e di orientamento socialista, democratica, liberale" sentisse con forza "la necessità di una nuova espressione e di una rappresentanza politica significativa", da costruire dal basso, grazie a persone che potessero formare "un movimento federato, libero da vincoli di subalternanza", in grado di superare le molte difficoltà davanti a sé "con un grande lavoro ed un grande coraggio".
L'idea, anche per il progetto di cui si parla ora, è di ricomporre la diaspora ("possiamo e dobbiamo farlo"), ma avendo le idee chiare sui modelli da non seguire e su chi non volere come compagno di viaggio. "I Liberalsocialisti per l'Italia - continua Distefano - nulla hanno a che spartire con quella classe dirigente socialista che ha concorso con la nuova generazione comunista e la componente della magistratura golpista al massacro socialista ed alla distruzione di uno dei grandi edifici della democrazia italiana. Ora da quelle macerie potrà rinascere il socialismo democratico, autonomo, riformista e liberale: niente a che vedere con Renzi, Zingaretti, nemmeno con il duo Nencini-Maraio. Spetta al popolo dei Liberalsocialisti per l'Italia, forti della coerenza nei valori del socialismo di Saragat e Craxi porsi alla testa di questa opera di ricostruzione. Ci rivolgiamo pertanto alle donne ed agli uomini che condividono questo presupposto, per trasformare il sogno in realtà".
Dopo i primi passi del 2017 si è definita la struttura essenziale del progetto politico, coordinato a livello nazionale da Distefano e attualmente attivo su 14 regioni. Il riferimento alla figura e al periodo di Craxi emerge anche dalla scelta di inserire la parola "Liberalsocialisti" in una doppia corona rossa - secondo l'intuizione grafica di Filippo Panseca - e di richiamare il garofano come elemento dominante. Qui, peraltro, i fiori - posti su un fondo grigio sfumato - sono addirittura tre: la scelta non è casuale, né dettata semplicemente dalla necessità di differenziarsi da altri emblemi esistenti (i garofani usati, peraltro, sono tutti diversi tra loro e non somigliano a quelli già usati in passato). "I garofani sono tre per richiamare l'ispirazione a Filippo Turati, ai fratelli Rosselli e a Bettino Craxi" chiarisce Distefano, mentre la fascetta tricolore richiama l'Italia (e non a caso proprio lì si posa la dicitura "per l'Italia) come anche la cultura liberale che si combina con quella socialista. 
"Una volta messo in liquidazione il Psi, la sua politica, il suo simbolo, qualcuno doveva ricomporre la diaspora - conclude il coordinatore nazionale -. Noi vogliamo edificare la casa dei socialisti, creando contemporaneamente una nuova generazione di socialisti. Vogliamo creare un partito in cui possano trovare legittimazione tutte le correnti di pensiero, tenute insieme dalla democrazia e dalla dialettica interna, in cui si formano maggioranze e minoranze. Vogliamo un partito che dia voce ai socialisti senza voce, a coloro che hanno dato tutto senza chiedere nulla in cambio. Non dovranno esserci padroni e azionisti delle tessere; servirà un partito su base regionale perché sia saldamente ancorato al territorio, un partito che ritorna tra la gente interpretandone ansie e bisogni, Soprattutto vogliamo un partito che parli socialista al paese, riappropriandosi di parole e idee che sono state cancellate". 

giovedì 26 marzo 2020

Socialisti, "Due simboli a disposizione per liste autonome e identitarie"

Il primo simbolo depositato
Sono passati vent'anni dalla morte di Bettino Craxi e oltre un quarto di secolo dalla fine dell'unità dei socialisti in Italia sotto le insegne della medesima forza politica. Il congresso che il 12 novembre 1994 deliberò lo scioglimento del Partito socialista italiano mise solo ufficialmente la parola "fine" a una storia che da almeno diciotto mesi aveva conosciuto un progressivo sfaldamento, con varie fuoriuscite tra il 1993 e il 1994; in seguito, la tendenza alla frammentazione avrebbe fatto premio su vari tentativi di riunificazione, in genere non molto fortunati sul piano elettorale. 
I risultati non sono stati buoni, specie a livello nazionale, neanche quando sono state presentate liste o candidature del Partito socialista (2008) o che comprendevano il simbolo del Psi (2018): anche per questo, è capitato più di frequente che il Psi - soggetto che fin dal nome si richiama direttamente alla storia che si era interrotta nel 1994 - partecipasse ad altre liste, inserendo propri candidati al loro interno, convinto che corse solitarie sarebbero state deleterie. Qualcuno, però, preferisce altre strade: un mese fa (esattamente il 23 febbraio) a San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna, si sono ritrovate - anche per ricordare gli anniversari della nascita di Craxi e della morte di Sandro Pertini, entrambi datati 24 febbraio - è stata fondata la Federazione italiana socialisti autonomisti, un gruppo che non mette da parte l'idea di poter presentare liste socialiste autonome, per marcare la persistenza di quelle idee. 
Non si tratta di un partito, ma in effetti un simbolo a disposizione c'è, anzi: ce ne sono due. Cosa sia stato deciso in quell'occasione e di quali simboli si stia parlando ce lo facciamo spiegare da Giuliano Giuseppe Romani, sindaco di Pavullo nel Frignano (Mo) dal 1988 al 1993 (prima ancora presidente della locale comunità montana) e anche in seguito consigliere comunale nello stesso comune e assistente di parlamentari socialisti: nel 2001 aderì al Nuovo Psi e all'inizio di novembre del 2005 ne era diventato segretario regionale, pochi giorni dopo il "congresso - non congresso" della Fiera di Roma, che il segretario uscente Gianni De Michelis - tra gazzarre di fischietti, insulti vari, sputi e poltrone saltate - aveva chiuso anzitempo ritenendolo invalido, mentre i suoi avversari lo avevano dichiarato decaduto e avevano eletto al suo posto Bobo Craxi (la lite finì in carta bollata e tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006 vide succedersi due decisioni opposte del tribunale di Roma).  
"Quando era nato il Nuovo Psi - ricorda Romani - si era percorsa una strada identitaria, dichiaratamente socialista, a partire dal recupero del garofano, una scelta diversa da quella fatta dallo Sdi, collocato chiaramente nel centrosinistra." In effetti nel 2001 il Nuovo Psi aveva chiesto "asilo politico" al centrodestra, ma nel 2004 aveva scelto di presentarsi alle europee, costruendo la lista "Socialisti uniti per l'Europa" che aveva messo insieme più componenti e aveva eletto due eurodeputati. La crisi scoppiata alla fine del 2005 terminò con la conferma giudiziale di De Michelis alla segreteria; Romani mantenne il suo incarico di segretario regionale, ma poi nella primavera del 2007 arrivò un'altra frattura nel Nuovo Psi. In quell'occasione De Michelis, e con lui l'allora deputato reggiano Mauro Del Bue, erano interessati a cogliere l'appello lanciato da Boselli per una Costituente socialista; Stefano Caldoro, Lucio Barani e altri, invece, non volevano assolutamente lasciare Silvio Berlusconi e la Casa delle libertà.
Anche in quel caso volarono gli stracci (assieme a spintoni, botte e microfoni) e si arrivarono a celebrare due congressi uno dopo l'altro, ma per lo meno si evitò la trafila del tribunale: con una scrittura privata le due parti si accordarono per dirimere la "insanabile divergenza" creatasi sul piano politico. In base a quell'atto, il nome "Nuovo Psi" sarebbe rimasto a Caldoro e Barani, la dicitura "Partito socialista" fu assegnata al gruppo di Gianni De Michelis e Mauro Del Bue e ciascun gruppo avrebbe dovuto rinunciare alla parte di denominazione assegnata all'altro. Quanto al simbolo, entrambi i nuovi partiti avrebbero potuto impiegare l'immagine di un garofano rosso, a patto che fosse diverso da quello fino ad allora usato dal Nuovo Psi (vale a dire quello disegnato da Ettore Vitale per il congresso di Torino del 1978) e ovviamente da quello adottato dalla controparte: Caldoro, confermato per primo dal "suo" congresso a giugno, scelse di adottare per il Nuovo Psi il garofano "pennellato" utilizzato alle elezioni del 2006 nella lista presentata con la Democrazia cristiana per le autonomie (si era preferito coniare un'immagine nuova perché il contenzioso tra De Michelis e Craxi avrebbe potuto avere altri strascichi ed era meglio evitare sorprese). A quel punto, dovendo scegliere un'altra versione del garofano per il proprio emblema, all'inizio di luglio del 2007 il congresso del Partito socialista - che al congresso elesse Del Bue segretario e De Michelis presidente - nel simbolo piazzò l'altro garofano disegnato da Ettore Vitale, quello più regolare che nel 1979 era diventato simbolo ufficiale del Psi (assieme alle miniature di falce, martello, libro e sole che non figuravano invece nel nuovo emblema); la doppia corona, infine, era tornata a essere tutta rossa, senza alcun tocco di verde (che del resto, in base all'accordo con la controparte, non si poteva usare).
Con quel simbolo, il Ps di Del Bue e De Michelis si preparava a un percorso comune con lo Sdi e altre forze politiche verso la nascita di un nuovo soggetto politico socialista, unitario e identitario; qualcuno, tuttavia, ritenne opportuno mettere al sicuro quanto era stato ottenuto da eventuali nuove tempeste. "Io allora facevo parte della segreteria nazionale - ricorda Giuliano Romani - e avevo la delega ai 'problemi istituzionali'; in quelle settimane c'era un certo sfilacciamento e, dopo un ragionamento comune, decidemmo di tutelare il simbolo del Ps, per proteggere la titolarità che avevamo ottenuto con l'accordo di qualche mese prima. Il fatto è che in Italia non si ha mai la certezza del diritto, per cui ci rivolgemmo a un notaio di Bologna: andammo dal dottor Federico Stame, molto apprezzato in città e vicino a Romano Prodi, certi che lui ci avrebbe consigliato per il meglio. Alla fine depositammo il simbolo presso di lui e ottenemmo rassicurazioni sul fatto che, anche se in seguito non avessimo presentato liste contrassegnate da quell'emblema, nessuno avrebbe potuto contestare i nostri diritti su quel segno."
Non si è trattato, dunque, del deposito del simbolo come richiesta di marchio, come oggi in molti sono abituati a fare. In teoria, però, i simboli dei partiti non dovrebbero avere una logica commerciale (e il Viminale, quando è stato interpellato, ha sempre dato parere negativo alla registrazione come marchio dei simboli di partito con un look elettorale, almeno quando non erano ancora noti per il loro uso): "In effetti lo stesso notaio ci sconsigliò di intraprendere quella strada - spiega Romani - e noi gli demmo ascolto".
Il secondo simbolo depositato
Come si tutelò dunque il Ps? Romani esibisce un atto notarile, datato 27 marzo 2008, in base al quale lui stesso ha depositato presso il notaio il simbolo del Ps di De Michelis e Del Bue. Contestualmente è stata depositata anche una seconda grafica, variante del simbolo del Nuovo Psi in uso dal 2001: il garofano è quello disegnato da Ettore Vitale per il congresso del 1978 a Torino, inserito nella corona verde a sua volta circondata da una circonferenza rossa, ma se la corona continua a riportare in alto la dicitura "Partito socialista", in basso al posto di "Nuovo Psi" è stato inserito il riferimento all'Emilia-Romagna. 
Entrambi i simboli, debitamente descritti, per il notaio risultano "depositati ai miei rogiti", senza dunque che nessuno possa mettere in dubbio che da quella data sono stati rivendicati da Romani. "Il depositante sono io - spiega - ma ho depositato il simbolo a nome dell'intera federazione regionale del partito; così si può spiegare anche la decisione di depositare contestualmente il simbolo con il riferimento all'Emilia-Romagna".
Quando Romani parla del "partito", si riferisce al Partito socialista di De Michelis e Del Bue. Questo soggetto giuridicamente esisterebbe ancora, pur avendo avuto una visibilità politica limitata: essenzialmente al tempo necessario per convergere nel progetto di "Costituente socialista", lanciato alla metà di aprile di quel 2007 ma che il 5 e il 6 ottobre 2007 ebbe uno slancio più deciso alla manifestazione "Le primarie delle idee" a Roma. In quell'occasione ci fu la convergenza ufficiale del gruppo di De Michelis e Del Bue, assieme ad altre figure; erano già arrivati Gavino Angius, Valdo Spini, Rino Formica, Lanfranco Turci, Saverio Zavettieri e altri. 
Guardando alle date, non sembra un caso che il 4 ottobre 2007 il consiglio nazionale del Ps (già Nuovo Psi) che faceva capo a De Michelis e Del Bue si fosse riunito, deliberando di modificare lo statuto nelle parti relative al nome (cancellando l'espressione "Nuovo Psi") e al simbolo (inserendo la descrizione del nuovo emblema). Il 20 ottobre si riunì poi il consiglio regionale del Partito socialista dell'Emilia-Romagna: lì si decise di conferire al segretario regionale del Ps il mandato a modificare lo statuto regionale, ma soprattutto "a depositare o/e registrare il simbolo regionale e il relativo statuto a termini di legge": il verbale, firmato dal presidente dell'organo Luciano Zacchini e dal segretario verbalizzante Ugo Lenzi, consentì poi il deposito presso il notaio alcuni mesi dopo.
C'era ovviamente un disegno politico in quell'operazione. Il consiglio emiliano del Ps aveva ribadito la necessità di riunire in una nuova formazione "tutte le forze che si richiamano all'identità liberal socialista e socialdemocratica riassunte nella tradizione del Partito socialista europeo" (e intanto si apriva il tesseramento per il nuovo anno, prevedendo la possibilità di "convertire" la tessera in quella per il soggetto uscente dalla Costituente socialista); allo stesso tempo, però, rivendicava per il partito nascente (il Ps che all'inizio sarebbe stato guidato da Enrico Boselli) "il carattere di una forte AUTONOMIA POLITICA - scritto proprio in maiuscolo, ndb - come necessaria ed ineluttabile conseguenza della propria identità". 
Con quello spirito, in effetti, il Ps di Del Bue e De Michelis avrebbe partecipato alle elezioni amministrative per un paio d'anni in qualche comune ("Capitava - ricorda Romani - che le sottocommissioni elettorali circondariali ci chiedessero di dimostrare che eravamo titolari del simbolo: mostravamo copia dell'atto notarile del marzo 2008 e non c'era alcun problema"). Intanto, però, tra il 4 e il 6 luglio del 2008 si era celebrato a Montecatini Terme il primo congresso del Partito socialista che aveva eletto Riccardo Nencini alla segreteria: molti esponenti del Ps già guidato da De Michelis e Del Bue (ma non tutti) avevano scelto di partecipare a quel nuovo inizio, soprassedendo sul fatto che nel simbolo - peraltro quadrato - non ci fosse alcuna traccia di garofani (c'era solo la rosa del socialismo europeo) e si fosse evitato accuratamente di usare il nome intero "Partito socialista italiano" (Angius e altri ex Ds non lo volevano proprio: dopo che abbandonarono il partito, fu ripristinata la denominazione completa). "Io allora partecipai al congresso sostenendo la candidatura alla segreteria di Pia Locatelli - continua Romani - entrai nell'assemblea nazionale, ma mi dimisi il 30 ottobre 2010, in polemica con la guida nazionale del partito; affettivamente, però, ho continuato a rinnovare la tessera del Psi e ancora oggi sono un iscritto. Resto con le mie idee, tutti sanno come la penso, ma ogni anno rinnovo la mia tessera online il 14 agosto, giorno in cui nel 1892 si aprì a Genova il congresso che fondò il Partito socialista."
Proprio perché mantiene le sue idee, Romani ha promosso l'incontro del 23 febbraio a San Lazzaro di Savena: lì, lanciando la Federazione italiana socialisti autonomisti, si è convenuto sulla necessità di "riunire i socialisti ovunque dispersi, qualunque sia stato, in questi anni, il loro voto, per costituire il Partito Socialista autonomo e identitario, alternativo alla destra e distinto e distante da questa sinistra". I risultati delle liste socialiste, a livello nazionale e talvolta locale, finora sono stati scarsi, ma secondo i presenti a San Lazzaro l'unica strada seria da percorrere è quella dell'autonomia e dell'identità socialista, facendo appello "alle idee forti, ai programmi chiari, ed ai valori del socialismo per tornare sulla scena politica" e restituendo ai socialisti "dispersi e demoralizzati" una casa comune. Si dovrebbe lasciare alle spalle, dunque, la politica dei patti federativi con altri soggetti politici, con relativa ospitalità nelle loro liste sperando di eleggere qualcuno: "continuare la strada delle alleanze con altri soggetti politici, come fatto negli ultimi vent'anni, continuerebbe a mantenere il consenso elettorale dei socialisti a livello di prefisso telefonico".
La costituzione della Federazione italiana socialisti autonomisti dovrebbe rispondere proprio a questo scopo: non è - come si diceva - un partito, difatti non si chiede a nessuno di abbandonare i soggetti politici in cui eventualmente ora milita o cui si sente vicino. Si tratta piuttosto di unire in una federazione il maggior numero di persone singolarmente interessate e di associazioni, circoli, club, leghe e sezioni socialiste, nonché gruppi social. E se l'idea è di favorire in ogni modo proprio la nascita di liste con una chiara identità socialista, slegate dai partiti attualmente in attività, Romani ha scelto di mettere a disposizione delle varie realtà interessate proprio i due simboli depositati nel 2008 presso il notaio (con la possibilità di personalizzare il simbolo regionale con il nome di un altra regione o del comune chiamato al voto), purché si vogliano realmente costruire liste chiaramente socialiste e autonome.
Il percorso ovviamente è solo iniziato, ci saranno in futuro altre occasioni per incontrarsi e decidere più nel dettaglio come muoversi; l'assai probabile rinvio, a causa della pandemia del coronavirus, delle elezioni comunali e regionali previste per maggio potrebbe dare più tempo per costruire qualcosa soprattutto a livello locale.

mercoledì 25 marzo 2020

Racconti d'autore: Sogno (elettorale) di una notte di quarantena (di Stefano Mentana)

Oggi niente notizie o episodi passati da riportare alla luce. In questi giorni di quarantena da Covid-19 l'attività dei partiti è congelata; le news politiche lasciano spazio all'informazione sulla pandemia e sull'emergenza umana prima che pubblica ed economica. Giusto così. Eppure perfino l'inconscio dei drogati di politica non smette di lavorare per i suoi titolari: nel modo suo proprio, il sogno, rende noto il disagio per la mancanza di materiale su cui esercitarsi. Quello che segue è il racconto di quanto è capitato in questi giorni a Stefano Mentana, tra i fondatori di The Post Internazionale e storico follower di questo sito. Lo ringraziamo per aver messo quella notte per iscritto e averla offerta a tutti noi. Buona lettura!

Roma, marzo 2020. Quarantena. La maggior parte delle attività è sospesa per arginare la diffusione del famigerato coronavirus; le stesse istituzioni hanno rivisto completamente il loro modo di lavorare e persino le elezioni, baluardo della vita democratica, sono sospese sine die per contenere l'emergenza coronavirus. Sarà la strana situazione, sarà l'astinenza da Politica o, molto banalmente, l'essere un malato di Politica che mi ha portato a imbattermi in un sogno altamente simbolico, ove con simbolico non intendo che abbia chissà che significato recondito, ma che ha i simboli, o meglio i contrassegni elettorali, come assoluti protagonisti.
Fu così che nel cuore della notte mi ritrovai in un ufficio per il deposito dei contrassegni elettorali, in vista di una non meglio identificata tornata elettorale. Nell'ufficio - che, più che i grigi corridoi di marmo e cemento del Viminale, ricordava una severa aula magna universitaria prestata alla nobile mansione di far funzionare la democrazia - a prepararsi al deposito del simbolo c'erano i Verdi, che per l'occasione avevano - ah, l'imprevedibilità dei sogni! - il contrassegno con l'arcobaleno della pace utilizzato per le Europee del 2004. Ma, colpo di scena onirico, per una non meglio identificata legge quel simbolo non poteva essere depositato, almeno non in quel modo e non quel giorno.
Per fortuna, un aiuto inatteso arrivava ben presto per l'oscuro leader ambientalista - e chissà chi era, quella volta - da parte di uno che di simboli se ne intendeva parecchio. Ecco che, dalla fila di leader e funzionari, arrivava niente meno che Renzo Rabellino, venuto lì per depositare non uno dei suoi contrassegni già visti, ma un altro emblema altrettanto enigmatico, "Alleanza Repubblicana-Verdi": sfondo celeste, tranne che per una lunetta verde nella parte superiore con tanto di riferimento ambientalista; sotto al resto del nome, scritto in verde, c'era uno scudo dello stesso colore, con al centro un leone rampante. Purtroppo, al di là dei riferimenti repubblicani e ambientalisti e all'illustre presentatore della lista, il sogno non forniva ulteriori chiarimenti su questa formazione politica.
I sogni, come sappiamo, sono una realtà parallela: succedono cose impossibili in natura e distanti dalla realtà, e le leggi in materia elettorale nei sogni sono quindi molto diverse da quelle del mondo reale. In questo caso, una misteriosa legge onirica permetteva a Rabellino di formulare una generosa proposta: i Verdi avrebbero potuto presentare i propri candidati con il simbolo "Alleanza Repubblicana-Verdi", mentre lui in cambio avrebbe avuto il simbolo del Sole che ride per contrassegnare le sue candidature, riuscendo in qualche modo a sanare i vizi del deposito che non era riuscito ai Verdi. Una sorta di scambio simboli, dunque, che - sempre per i misteri della legge onirica - avrebbe consentito di risolvere il problema dei Verdi e presentare regolarmente la propria lista addirittura il giorno stesso.
La proposta di Rabellino veniva dunque accettata dal misterioso leader verde, senza nemmeno consultare gli altri dirigenti o i propri militanti: il partito si apprestava così a una campagna sotto le inedite insegne di "Alleanza Repubblicana-Verdi", lasciando il celebre sole che ride a un gigante del mondo dei contrassegni elettorali come Renzo Rabellino. 
Tutto è bene quel che finisce bene, ma nel frattempo era finito anche il sogno: resta l'amaro in bocca per non aver saputo l'esito elettorale di quei due simboli.

N.B. Il sogno non era così nitido da mostrare come fosse davvero quel leone rampante. Ma al malato di politica piace pensare che fosse qualcosa di particolare, magari come il leone reale di Scozia, ma con la testa girata e riprodotto "a specchio": i romantici possono vedere lo sguardo verso il passato senza deporre la grinta, i pratici concluderanno che l'immagine è stata ribaltata per evitare grane nell'accettazione del simbolo. Un professionista come Rabellino, in fondo, ci avrebbe pensato di certo...

lunedì 23 marzo 2020

Popolari democratici, 25 anni di storia dal cosentino

Ogni tanto per le esperienze è tempo di bilanci, anche solo per mettere in fila i dati e quello che si è fatto. Venticinque anni di vita di un gruppo politico locale, per esempio, possono essere un traguardo importante, che merita di essere ricordato in varie forme, magari anche attraverso un e-book. Proprio quello che è avvenuto per i Popolari democratici, lista civica nata nel 1995 a San Marco Argentano (comune di circa 10mila abitanti in provincia di Cosenza) e che, da allora, non ha mai saltato un appuntamento elettorale, vincendoli peraltro quasi tutti.
A ripercorrere in breve quella storia politico-amministrativa è Antonio Modaffari, classe 1985, che conosce bene quella realtà. "Era il 1995 - scrive nella sua introduzione - e a San Marco Argentano, città normanna e terra di Santi, nasceva un gruppo civico che si preparava alla sfida delle elezioni comunali del mese di aprile: il gruppo civico dei Popolari democratici. Fu un trionfo che diventerà, dati alla mano, una costante nei successivi 25 anni della storia del nostro paese con un’unica eccezione. È innegabile l’impatto avuto da questo schieramento civico che, al di là delle simpatie e delle antipatie, ha segnato in modo profondo gli eventi del nostro borgo".
Modaffari nel suo e-book colloca la nascita dei Popolari democratici a San Marco Argentano nel contesto di una "Seconda Repubblica" nata da poco, in un'Italia squassata da Tangentopoli che nel 1994 aveva dato la maggioranza a Silvio Berlusconi e al suo centrodestra, mentre due anni dopo gli avrebbe preferito Romano Prodi. I partiti tradizionali si erano fatti spazzare via, "tutto diventa liquido in modo improvviso", mentre a livello locale già dal 1993 ha iniziato a prendere corpo l'idea del civismo slegato dai partiti o che, per lo meno, li lasciava alle spalle, "con la nascita di aggregazioni che puntano ad amministrare le piccole realtà locali".
In questo contesto è sorto anche il gruppo dei Popolari Democratici, che raccoglieva soprattutto persone che erano state legate alla Democrazia cristiana e al Partito socialista italiano: "Popolari", dunque, si ispirava alla tradizione democristiana e all'esperienza di Sturzo (che il Ppi aveva da poco ripreso nel nome), ma anche al fatto che si mettevano insieme le forze di due dei partiti più diffusi anche solo qualche anno prima; "democratici", in più, era un aggettivo in cui tutti i partecipanti a quella nuova avventura si riconoscevano. 
Per partecipare alle elezioni del 1995, le prime amministrative a elezione diretta del sindaco a San Marco Argentano, fu scelto anche il simbolo, lo stesso che campeggia sulla copertina dell'e-book di Modaffari: al nome scritto in azzurro (che richiamava anche il colore di fondo dello stemma, anche se questo è più scuro) si aggiungeva la sagoma in verde di un gruppo di persone, quasi a rimarcare il carattere popolare del progetto civico. 
Nel simbolo, però, c'era e c'è tuttora una croce azzurra inserita in una circonferenza rossa. La cosa può colpire, visto che la legge elettorale non consente - oggi come nel 1995 - l'impiego di immagini o soggetti religiosi. Modaffari sostiene che, oltre che richiamare il passato democristiano di vari componenti della lista, il segno avrebbe richiamato la storia dell'abbazia di Santa Maria della Matina, antico monastero prima benedettino - fondato da Roberto il Guiscardo - e poi cistercense, pienamente conservato fino ai primi anni dell'Ottocento, ma di cui ormai resta poco (l'ex sala capitolare e parte della chiesa). Quella croce - probabilmente quella donata allo stesso Roberto il Guiscardo - è considerata tra i simboli di San Marco: forse anche per questo è riuscita a passare indenne l'esame delle sottocommissioni elettorali circondariali nel corso degli anni, venendo interpretata come segno civile e storico, piuttosto che religioso.
Il simbolo, in ogni caso, al suo debutto nel 1995 sbancò: l'ex sindaco Giulio Serra, che da quell'emblema si fece rappresentare, ottenne addirittura il 64,74%, percentuale sostanzialmente confermata nel 1999 (il mandato in quell'occasione era durato 4 anni). Nel 2004 sotto le stesse insegne divenne sindaco Giuseppe Mollo: ottenne poco più del 50%, ma bastò e avanzò. L'unica sconfitta, peraltro assai di misura, arrivò nel 2009: la lista civica locale Unione e cambiamento ottenne il 50,34% dei voti, i Popolari democratici il 49,66%, con una distanza di 45 voti in tutto. Quella volta la lista dovette andare all'opposizione, ma si preparò a tornare in pista: Virginia Mariotti fu eletta sindaca per i Popolari democratici con il 57,43% dei voti (quell'anno le liste furono tre, ma il MoVimento 5 Stelle con il suo 6% restò fuori dal consiglio) e nel 2019 ha ottenuto la riconferma addirittura con il 90,31% dei consensi.
Per Modaffari si è di fronte a un gruppo forte e solido, "che ha avuto e ha la capacità di durare nel tempo e di resistere ai mutamenti che si sono susseguiti in questi 25 anni". Al punto tale da essere in zona uno dei pochissimi simboli locali in grado di durare così tanto tempo, anche dopo l'unica sconfitta. Per l'autore dell'e-book questo successo è legato al radicamento del gruppo sul territorio e alla presenza costante dei suoi membri, nonché a una certa lungimiranza nel determinare le politiche locali e alla propria solidità (al punto che, con il tempo, il simbolo è stato vissuto come una sorta di "marchio del territorio").
Modaffari - che nel suo testo si concentra anche sul ruolo delle donne all'interno del gruppo: l'attuale sindaca, Virginia Mariotti, ma anche le numerose candidate ed elette di questo quarto di secolo di azione amministrativa - s'interroga anche sul possibile futuro di quell'esperienza, che dovrebbe guardare all'Europa ("Ha senso parlarne anche per un gruppo civico, facendo un salto di qualità pensando di operare per una città europea"), mantenere attenzione per il territorio e per i problemi dei cittadini, ma anche cercare di evolvere, magari dandosi un'organizzazione stabile e uno statuto, per coinvolgere più persone in modo strutturato. Trasformando in una sorta di partito locale un'esperienza lunga un quarto di secolo o, se si preferisce, una "piccola storia italiana".

mercoledì 18 marzo 2020

1989, il Piemont cercò da solo l'Europa (ma non finì sulle schede)

Il 1988, lo si è visto, era stato un anno importante per Roberto Gremmo. Solo un anno prima, nel 1987, era finito in seria difficoltà dopo che, sulle schede delle elezioni politiche, erano comparsi due simboli con in evidenza il nome "Piemont" (il suo e quello guidato da Gipo Farassino): l'insuccesso annunciato aveva rischiato seriamente di mandare in fumo oltre un decennio di lotte piemontesiste. Eppure, si diceva, nel 1988 Gremmo era riuscito nell'impresa - tanto audace e temeraria quanto riuscita - di essere eletto consigliere regionale in Valle d'Aosta con la lista Union Autonomiste - Pensionati: questo aveva permesso a lui e al suo progetto politico-territoriale di recuperare un po' di fiato.
Dal sito Trucioli.it
Qualche energia, per esempio, poteva essere spesa per allargare il campo d'azione al di là del Piemonte e della Valle d'Aosta (oltre che della Lombardia, in cui si muoveva da tempo Umberto Bossi). C'era in particolare l'idea di approdare nella vicina - ma nemmeno troppo - Liguria, essendo l'unica regione del Nord-Ovest non ancora coperta; iniziare un radicamento, tra l'altro, avrebbe potuto essere un buon viatico per le successive elezioni europee. Gremmo colse l'occasione del turno autunnale di elezioni amministrative del 1988, che si tenevano anche - in anticipo di qualche mese sulla scadenza naturale - ad Albenga, comune del savonese di oltre 20mila abitanti: si rivolse ad Aldo Coppola, già candidato alle europee del 1984 nella lista comune della Liga Veneta, e insieme concordarono la presentazione di una lista denominata Lega Ligure, con il profilo della regione e il disegno di un'ancora nel simbolo. Coppola, che aveva 54 anni ed era già pensionato, figurava anche come presidente proprio della Lega Ligure, il segretario era Pierluigi Beltrami; in lista c'erano varie persone piemontesi o genovesi (nessuno di Albenga, ma le forze disponibili erano quelle). 
Da La Stampa, 13 novembre 1988
Che quel voto potesse essere una vetrina, però, doveva essere venuto in mente a molti: le liste quella volta erano ben undici. Accanto a simboli nazionali (Dc, Pci, Psi, Dp, Msi, Pli, Pri, Psdi, Verdi) e alla lista propiziata da Gremmo, infatti, c'era anche la formazione Alleanza popolare - Pensionati, un nome che in sé dice poco. Nulla c'entrava il simbolo omonimo con cui si era presentato nel 1987 al Senato il valdostano Movimento autonomista dei democratici progressisti legato al senatore Cesare Amato Dujany (lo stesso che nel 1988 aveva esentato dalla raccolta firme alle amministrative il Piemont autonomista di Farassino). Qui i pensionati erano quelli del Partito nazionale pensionati (con l'albero stilizzato), mentre una non meglio precisata Alleanza popolare schierava nella propria pulce il torchio disegnato da Giuseppe Russo per la testata dell'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini. Il riferimento, in realtà, non era tanto al "qualunquismo", quanto piuttosto all'oppressione fiscale. Se la capolista, Francesca Ricciardi, era la sola candidata di Albenga, in lista c'era anche il genovese Bruno Ravera, che in Liguria aveva animato il Movimento di liberazione fiscale.
Dalle urne uscirono 66 voti per la Lega Ligure (0,4%) e 34 voti per i Pensionati - Alleanza popolare: un risultato prevedibile vista la scarsità di candidati locali. Di fatto, però, poche settimane dopo venne fondata con tanto di atto notarile l'Uniun Ligure: a costituirla fu lo stesso Ravera, che in un volume del 1990 (La Lega Nord e le altre Leghe tricolori) avrebbe detto di essersi fatto forte di un accordo stretto con Franco Rocchetta, della Liga Veneta. Evidentemente l'appuntamento delle europee - che si sarebbero tenute dal 18 al 19 giugno 1989 - faceva gola a più di qualcuno e c'era chi si stava già preparando un disegno più ampio, che doveva necessariamente operare su larga scala: la partecipazione di Bossi a un evento organizzato a Genova proprio da Ravera alcune settimane dopo il voto di Albenga lo testimoniava (e Ravera, il 4 dicembre 1989, fu tra i fondatori della Lega Nord).
Le acque nel settore dell'autonomismo, peraltro, erano già agitate da tempo. Già alla fine di luglio del 1988, a un incontro milanese - decisamente tumultuoso, come racconta Gremmo nel suo libro Contro Roma - tra gruppi dirigenti di Lega Lombarda, Liga Veneta e Union Piemonteisa, Umberto Bossi aveva preteso che gli statuti della Liga ma soprattutto dell'Union fossero modificati e "resi compatibili" con quello della Lega Lombarda: questo avrebbe voluto dire, in particolare, che le redini delle decisioni non avrebbero dovuto più essere nelle sole mai di Gremmo e della moglie Anna Sartoris, in qualità di fondatori. Tornava, in qualche modo, la polemica sui documenti fondativi dell'Union Piemonteisa, già alla base dello scontro che aveva portato nel 1987 alla nascita di Piemont Autonomista. 
A quel punto Gremmo - che in quell'incontro a Milano si era sentito diffamato e attaccato sul piano personale - fu convinto che la "sua" Union avrebbe dovuto correre da sola, cercando di raccogliere le firme necessarie per correre nel Nord-Ovest e tentare l'avventura elettorale. Alternative non ce n'erano: non era certo praticabile la strada di una qualche alleanza con l'Union valdotaine, che non aveva ancora digerito la lista Union Autonomiste di Gremmo e i voti che era riuscita a distrarre su di sé. D'altra parte, i risultati degli anni precedenti avevano dimostrato che, grazie al lavoro fatto sino a quel momento, i voti sarebbero potuti arrivare e, aumentando gli sforzi, avrebbero potuto essere anche di più.
Dopo una riunione nella sala consiliare di Rivoli convocata dallo stesso Gremmo con il gruppo di persone più vicino a lui, la scelta venne confermata; alcuni però - come i militanti storici Antonio Bodrero "Barba Toni" e Angelo Colli - non condivisero l'idea della corsa autonoma - romantica ma poco produttiva - e preferirono seguire Farassino (e il suo Piemont autonomista, che proprio in quell'occasione sfoggiò un simbolo rinnovato, con la "bistecca" piemontese ridisegnata, la comparsa di una stella alpina e il nome reso ancora più visibile), che invece continuava a portare avanti l'idea di un progetto politico-elettorale insieme alla Lega Lombarda e a Umberto Bossi.
Di cosa si trattava? Naufragata una prima idea di mettere insieme tutte le forze autonomiste d'Italia (un disegno impraticabile, visto il panorama molto disomogeneo), Bossi propose la creazione di una lista unitaria ma più limitata, denominata Alleanza Nord: al centro ci sarebbe stato sempre Alberto da Giussano (ancora con il piede destro posato sul sasso), ma stavolta il profilo intorno sarebbe stato quello dell'Italia settentrionale; la presenza del guerriero e del nome della Lega Lombarda avrebbero evitato con certezza alla lista di raccogliere le firme. Al di sotto dell'immagine, ci sarebbe stato spazio per le miniature dei simboli della Lega Lombarda, della Liga Veneta, di Piemont Autonomista, della neonata Uniun Ligure, ma anche per altre forze che fossero nate nel frattempo, giusto per dare l'idea che la mobilitazione riguardava tutto il Nord. Era il caso della Lega Emiliano-Romagnola (peraltro guidata da un cremonese, Giorgio Conca) e della Alleanza Toscana.
Racconta Gremmo in Contro Roma che, nelle settimane che precedettero il deposito dei contrassegni, Bossi propose ad Andrea Fogliato dell'Union Piemonteisa un ingresso di quello stesso partito nel cartello, aggiungendo anche la sua "pulce" alle altre. "Mi sembrava già una vittoria politica essere riusciti con la nostra intransigente fermezza a obbligare Bossi e i suoi ad aprire una trattativa. Roberto Vaglio, invece, non ebbe dubbi: 'Se dovessimo accettare di finire a essere un puntino in quel simbolo saremmo dei cadaveri politici'. Parve una frase nobile e giusta". Così l'offerta fu declinata e la raccolta firme autonoma proseguiva abbastanza bene, pur tra mille difficoltà. 
Intanto, però, c'era da depositare il contrassegno per le elezioni: lo si poteva presentare al Viminale tra le 8 del 30 aprile e le 16 del 1° maggio. Gremmo si era preparato per tempo, concependo con sua moglie un simbolo studiato nei dettagli. La parola più in vista, sotto al lambello e dentro la bandiera piemontese, era "Piemont" e non c'era da stupirsi, trattandosi di una creatura di Gremmo. Nella parte inferiore del cerchio, poi, c'era la parola "autonomista": poteva essere riferito alle battaglie di Gremmo, ma anche alla lista con cui era stato eletto in Valle d'Aosta (del resto era stata aggiunta, in piccolo, la parola "Union"). In alto, in più, c'era il riferimento alla Lombardia nella parte superiore: per come era congegnata la grafica, si sarebbe potuto leggere "Lombardia autonomista", facendo passare chiaramente il messaggio. Si trattava insomma di un simbolo votabile in tre regioni su quattro, tra le quali erano comprese le due più importanti: se si fosse presentata la lista, i voti sarebbero arrivati.
Gremmo arrivò a Roma - con un'auto a noleggio, perché i treni erano in sciopero - la sera del 29 maggio, trovando davanti al Viminale una ventina di attivisti della Lega, venuti a "scortare" Bossi, Farassino e il loro simbolo, già in fila per conquistare la prima posizione al mattino dopo.  CI fu persino il tempo - lo racconta sempre Gremmo in Contro Roma - di un invito a cena formulato a Bossi e consumato in un vicino ristorante cinese: non fu un pasto particolarmente cordiale e rese ancor più chiaro che non ci sarebbe stato alcun accordo tra i due. Andarono entrambi in albergo (i militanti leghisti invece erano rimasti davanti ai cancelli del ministero), per poi prepararsi al giorno dopo: Bossi tra i primissimi, Gremmo con più calma. 
Quando il simbolo dell'Union piemonteisa - era comunque questo il nome dato alla forza politica - finì nelle bacheche di legno del Viminale, Gremmo lo guardò soddisfatto, ma si avvicinarono anche Ettore Beggiato e Francesco Speroni. Il primo osservò con attenzione il contrassegno e se ne uscì - come ricorda Gremmo - con questa frase: "Piemont... Lombardia... autonomista... ma xe el nome del vostro giornale, Lombardia Autonomista!", quello di cui Gremmo era stato in due periodi diversi direttore responsabile. Speroni, sempre secondo Gremmo, sbiancò.
Il simbolo, dunque, aveva dimostrato sul campo di poter riscuotere attenzione: qualcuno lo avrebbe votato con convinzione, qualcun altro per suggestione, ma alla fine quei voti sarebbero stati impossibili da distinguere. Perché però poche o tante persone potessero mettere la croce su quell'emblema, era necessario raccogliere le firme. Ancora una volta, dunque, la strada di Gremmo (e, più in generale, quella degli autonomisti) si trovava davanti l'ostacolo delle sottoscrizioni da raccogliere: trattandosi di elezioni europee, il compito era particolarmente difficile. Già, perché la disciplina delle elezioni europee prevedeva, allora come oggi, che le liste non rappresentate al Parlamento italiano o europeo dovessero raccogliere 30mila firme in ogni circoscrizionein più c'era l'obbligo di coprire tutto il territorio della circoscrizione, facendo in modo che in ogni regione fossero raccolte almeno 3mila sottoscrizioni. Questo valeva anche per la Valle d'Aosta, da sempre piazza difficilissima, per chiunque. 

Gremmo aveva però pensato a tutto. In Liguria aver creato nel 1988 la Lega Ligure era stata un'utile intuizione, che in quel momento permetteva un buon dispiego di forze per trovare i sottoscrittori. Il Piemonte, ovviamente, non era un problema. In Lombardia la lista avrebbe potuto contare sull'ex leghista Augusto Arizzi e, un po' a sorpresa, anche su Pierangelo Brivio, cognato di Bossi e tra i fondatori della Lega Lombarda, ma che era stato espulso tempo prima dal Carroccio).
Già, ma la Valle d'Aosta? Ci voleva un'idea vincente e, a un certo punto, Gremmo sentì di averla. Come consigliere regionale, egli si fece promotore di una proposta di legge regionale popolare per rendere gratuita per i cittadini valdostani la fruizione delle autostrade sul territorio regionale; alla raccolta di firme per quel progetto di legge avrebbe legato quella per la lista. L'intuizione di Gremmo colse nel segno: le firme avevano iniziato ad arrivare, ci voleva solo pazienza e costanza per cercare di arrivare alle 3mila necessarie. Nel frattempo c'era molto lavoro da fare per ottenere i certificati di iscrizione alle liste elettorali in lungo e in largo dai comuni delle regioni coinvolte.
Alla fine i documenti furono preparati, messi in 19 scatoloni e custoditi a Carignano da Andrea Fogliato. Dopo vari conteggi, per Gremmo le firme in tutto erano 32238: occorreva solo mettersi in viaggio e portarle all'ufficio elettorale alla Corte d'appello di Milano. La consegna avvenne il 10 maggio 1989: l'obiettivo che per molti, Bossi compreso, era impossibile da raggiungere era lì a portata di mano. Era fatta. O meglio, sembrava fatta. Perché due giorni dopo la consegna Anna Sartoris, moglie di Gremmo, ricevette una telefonata dalla Corte d'appello che la avvisava che la lista era stata respinta, proprio perché mancava un pugno di firme della Valle d'Aosta rispetto alle 3mila richieste. Sembrava incredibile e, infatti, Gremmo e i suoi non volevano crederci. Sartoris, che figurava come presentatrice della lista, fece opposizione, rivolgendosi all'Ufficio elettorale centrale per il Parlamento europeo. 
La Stampa,18 maggio 1989
Fu necessaria una trasferta romana, per difendere quelle richieste in Corte di cassazione. Visto che il problema era di numeri, si dovette per forza ricontare e il presidente dell'ufficio dispose il riconteggio. "Risultò che le firme valdostane erano sì 3181 - racconta Gremmo nel suo libro - ma mancanti di 253 certificati." Nessuno sa che fine abbiano fatto quelle carte; giusto Anna Sartoris ricordò che i certificati relativi alla Valle d'Aosta "erano stati spostati a Carignano in uno scatolone differente".
Giusto per non farsi mancare nulla, si scatenarono due diversi focolai di polemiche. Uno ebbe risvolti di natura penale, visto che erano partite varie denunce che accusarono Gremmo di avere presentato firme false; l'altro fu solo di natura politica, ma non fu meno grave, visto che lo stesso Gremmo fu accusato di aver "venduto" la lista all'Alleanza Nord, in nome di imprecisati vantaggi personali.
Non potendo partecipare direttamente a quelle elezioni, Gremmo si limitò a invitare dalle colonne del suo periodico ad annullare la scheda a quelle europee. Alla fine le urne consegnarono 542201 schede votate a favore dell'Alleanza Nord nella circoscrizione Nord-Ovest, sufficienti a eleggere i due europarlamentari conquistati in quell'occasione (il Nord-Est non contribuì in modo decisivo). In Piemonte, però, Alberto da Giussano sfiorò 55mila voti, quando nel 1987 la somma dei due "Piemont" aveva superato 133mila consensi: l'Alleanza Nord - che recava comunque nel simbolo in grande evidenza la dicitura "Lega Lombarda" - non riuscì a raccogliere gran parte del consenso che era stato dei piemontesisti. Ci fosse stata nel Nord-Ovest anche la lista di Gremmo, il risultato sarebbe stato diverso (anche se nessuno può dire in che misura): se l'Union Piemonteisa fosse riuscita a ottenere il tanto agognato europarlamentare, il seguito della carriera di Gremmo sarebbe stato ben altro. Invece, dopo la bocciatura della lista e l'affermazione, pur se a ranghi ridotti, di Alberto da Giussano, i progetti autonomisti di Gremmo accusarono un colpo durissimo, ancora doloroso da raccontare, che allontanò molte persone. Si sarebbe rialzato, un'altra volta, ma ci sarebbero voluto alcuni mesi e un altro progetto, destinato a far parlare molto di sé. Al punto che è il caso di dirne più avanti.

lunedì 16 marzo 2020

Linea condivisa, un percorso politico (e grafico) per la Liguria

Non è ancora ufficiale, ma da giorni ormai si parla di un probabile rinvio all'autunno delle elezioni regionali che erano prevista domenica 17 maggio in varie regioni, compresa la Liguria. Si allontana dunque il momento, per esempio, per sapere se finirà sulle schede il simbolo di Linea condivisa, gruppo presente in consiglio dal 1° ottobre 2019, nuova denominazione della compagine costituitasi nel 2015 come Rete a Sinistra (come la lista più rilevante delle due che sostenevano la candidatura a presidente di Luca Pastorino), aggiungendo alla sua etichetta il nome LiberaMente Liguria.
Quando il gruppo adottò la sua nuova denominazione, i suoi membri Gianni Pastorino Francesco Battistini spiegarono gli obiettivi del loro progetto. L'idea di fondo era lavorare per proporre un'alternativa al modello incarnato dal presidente uscente (e ricandidato) Giovanni Toti, attraverso un confronto pubblico con forze politiche partitiche, civiche e sociali. Uno spirito civico, dunque, d'impronta nettamente progressista, forse in modo fin troppo sbrigativo etichettato come "'cerniera' tra Pd e M5S". Posto che Pastorino e Battistini tenevano a rimarcare la natura politica (e non elettorale, o principalmente elettorale) del loro progetto, esso intendeva "coinvolgere le persone e l'esperienze civiche in un progetto più ampio fuori dai perimetri di Pd e M5S", andando oltre "lo schematismo dei partiti" proprio grazie al coinvolgimento delle "esperienze civiche presenti in Liguria, forze che rappresentano una valida forma di critica al sistema attuale, in cui i partiti del centrosinistra non riescono ad assolvere completamente alla rappresentanza e alla capacità di aggregazione".
Il progetto era stato lanciato quando non era ancora affatto certo che Pd e MoVimento 5 Stelle sostenessero lo stesso candidato alla presidenza della regione: sì, erano al governo insieme e stavano sostenendo insieme Vincenzo Bianconi nel tentativo di non lasciare l'Umbria al centrodestra a trazione leghista, ma lì sarebbe finita male e i cammini sul territorio si sarebbero presto separati. Col tempo, invece, le posizioni si sono riavvicinate, anche se ora il rinvio delle elezioni lascia ancora tempo perché la partita si riapra.
Se però il gruppo era stato presentato a ottobre, va detto che il simbolo di Linea condivisa era già stato depositato perché fosse registrato come marchio il 7 marzo 2019 proprio da Gianni Pastorino. La grafica, però, era già nota da un mese: attraverso Facebook, infatti, si riesce a risalire all'evento del 7 febbraio "Liguria da condividere", presso il teatro Gustavo Modena di Genova. E qualche manciata di ore prima era apparsa già l'ossatura del simbolo, con il fondo rosso e alcuni elementi che si diranno tra poco. All'evento genovese era presente Carolina Gaggioli, che aveva elaborato l'emblema, ma aveva spiegato anche il nome scelto. 
"Siamo partiti - ha spiegato mentre su uno schermo scorrevano alcune immagini - dai temi principali affrontati nel percorso. Siamo in Liguria, parliamo di una regione e della conoscenza del territorio, ma non abbiamo voluto delimitarne i confini fisici: la regione viene infatti rappresentata come una linea fluida, in movimento, che evoca in parte la conformazione del territorio regionale, ma soprattutto rappresenta un'idea di crescita e cambiamento". Questa linea è la doppia onda blu che si vede sulla destra del simbolo, che finisce per richiamare anche il mare, elemento centrale dell'ambiente e dell'economia regionale. "Si parla inoltre di cittadini, di individui legati tra loro da un obiettivo comune e corale": i cittadini sono rappresentati dai due punti di toni diversi di azzurro, posti sopra i segni del territorio, dunque i due fregi di fatto si fondono, per rappresentare graficamente il concetto di unione, ma anche di dialogo (rappresentato pure dalle "virgolette" che si vedono a sinistra) e volontà di essere protagonisti di un cambiamento. "Linea è la metafora della Liguria, ma anche del percorso, di un viaggio. Un viaggio che si fa insieme, è condiviso: ecco dunque Linea condivisa". 
La descrizione depositata con la domanda di marchio è assai meno poetica: "Il logo si presenta con un tondo di fondo rosso, con due linee di colore azzurro chiaro e azzurro scuro che richiamano la conformazione della Liguria. Sulla destra, con i medesimi colori, troviamo due pallini. più spostato a sinistra la scritta "linea condivisa" di colore bianco. Infine, a sinistra due virgolette di colore azzurro chiaro e azzurro scuro". Il simbolo in ogni caso c'è: magari non finirà sulle schede, ma è stato preparato ed è frutto di un certo studio, che meritava di essere raccontato.

sabato 14 marzo 2020

Il "Galluccio" per la Costituente, tra scudi, falci e martelli

Tornare finalmente a votare tutti insieme, per decidere il futuro. Era questo il messaggio per il quale, il 2 e il 3 giugno 1946, quasi 25 milioni di italiani - poco più dell'89% degli aventi diritto - si misero in fila davanti ai seggi in tutta l'Italia per scegliere tra monarchia e repubblica e indicare i membri dell'Assemblea costituente. Quest'ultimo voto passava per forza attraverso i simboli delle liste: lo scudo crociato ottenne oltre 8,1 milioni di voti; falce e martello ne presero oltre 9, divisi tra le schede votate per il Psiup (oltre 4,7 milioni) e quelle assegnate al Pci (oltre 4,3 milioni). 
Accanto a quegli emblemi così noti e ad altri conosciuti in tutta l'Italia ne comparvero molti, alcuni dei quali noti solo in piccole parti d'Italia. Apparvero sulle schede e, prima ancora, sui manifesti affissi un po' dappertutto, persino vicino all'entrata dei seggi, tanta era la foga di partecipare (e allora si era ritenuto opportuno non imbrigliarla in regole): li vedevano elettori, elettrici, le poche persone che non avrebbero votato e anche chi non aveva ancora l'età per dire la sua. Li vide anche un bambino, che ancora non sapeva che da grande avrebbe dedicato gran parte della sua vita alla bandiera rossa con falce, martello e stella d'Italia. A chi gli chiedeva chi avrebbe voluto votare, lui rispondeva convinto: "Per il galluccio!". Già, perché sulle schede, quella volta, finì anche un "galluccio" (iallucc, in quel dialetto), ma lo videro solo gli elettori delle province di Bari e di Foggia. Chi rappresentava quell'immagine? E come mai apparve solo lì? 


Calcoli e regole

La risposta alla seconda domanda, in effetti, va cercata nelle norme dettate per l'elezione dell'Assemblea costituente, cioè il decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74. Per quell'elezione si cercò di agevolare la più ampia partecipazione. Dal lato attivo si fece leva sul senso del dovere di ciascuna persona: "L'esercizio del voto - si legge all'art. 1, comma 3 - è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese in un momento decisivo della vita nazionale"; venne prevista l'affissione per un mese nell'albo pretorio comunale dell'elenco di chi si era astenuto "senza giustificato motivo" e l'inserimento per cinque anni della dicitura "non ha votato" nei certificati di buona condotta. Dal lato passivo, non solo per eleggere padri e madri costituenti si scelse un sistema proporzionale, così da fotografare il più possibile le scelte degli elettori: si cercò anche di distribuire i seggi soprattutto sul territorio
I collegi del 1946 sulla Gazzetta Ufficiale
Contavano innanzitutto i voti ottenuti dalle liste in ciascuno dei collegi, disegnati in modo che - Valle d'Aosta a parte, in cui da sempre si elegge un solo rappresentante - si potessero eleggere almeno 7 deputati: anche nei collegi minori c'era spazio per rappresentare le minoranze rilevanti. Per la distribuzione si utilizzò il metodo del quoziente: prima si ricavava - si vedrà come - il quoziente, cioè il numero di voti necessari per ottenere un seggio nel singolo collegio, poi si divideva il numero di voti ottenuti da ciascuna lista per quel quoziente, ottenendo così - come risultato intero - il numero di seggi da assegnare direttamente alla singola lista in quel collegio. 
Con quelle operazioni matematiche, però, è difficile riuscire ad assegnare tutti i seggi di ciascun collegio: spesso avanzano dei seggi, mentre è normale che per ogni lista avanzino dei "resti", cioè dei voti che non hanno prodotto alcun seggio (corrispondenti, appunto, al resto dell'ultima divisione a risultato intero), così la legge scelse due soluzioni. Innanzitutto, per ridurre il numero di seggi non assegnati collegio per collegio, si adottarono due diverse formule proporzionali, legate al modo di calcolare il quoziente: nei collegi in cui si distribuivano fino a 20 seggi, si applicò la formula Hagenbach-Bischoff, in base alla quale il quoziente si calcola dividendo il totale dei voti espressi in quel collegio per il numero dei seggi da distribuire lì aumentato di uno; nei collegi in cui si assegnavano più di venti seggi, si adottò invece la formula Imperiali, che prevede il meccanismo già visto, ma il totale dei voti ottenuti dalle liste nel collegio dev'essere diviso per il numero dei seggi da distribuire aumentato di due. Quasi certamente alcuni seggi, nei vari collegi, sarebbero comunque rimasti non assegnati: questi sarebbero stati redistribuiti in un collegio unico nazionale, sommando per ciascuna lista i "resti" ottenuti collegio per collegio. Avrebbero potuto presentare liste nel collegio unico nazionale le forze politiche che fossero riuscite a presentarsi almeno in dodici collegi plurinominali su 31 (ma in realtà su 30, perché nel collegio Trieste - Venezia Giulia - Zara, in quanto zona di frontiera non sotto il controllo italiano, non furono nemmeno convocati i comizi elettorali, come accadde pure nella provincia di Bolzano).

Regole e simboli

Carta della Costituente e i simboli nazionali
Le regole utilizzate per determinare i collegi e trasformare i voti in seggi hanno sempre anche delle ricadute sui simboli utilizzati: in quel caso fu particolarmente vero, infatti era stato previsto un doppio livello di deposito dei contrassegni elettorali. Il primo, centralizzato presso il ministero dell'interno, riguardava gli emblemi destinati al collegio unico nazionale, oltre che ai collegi territoriali: il deposito poteva avvenire "non oltre il sessantaduesimo giorno anteriore a quello della votazione" e, in caso di contrassegni identici o facilmente confondibili con altri, il Viminale avrebbe invitato i depositanti a sostituirli entro 48 ore (per quelle prime elezioni si accettarono anche somiglianze non troppo marcate, per limitare al minimo le esclusioni; non c'erano poi altre regole, per esempio il divieto di simboli religiosi). Le candidature locali, però, allora come oggi si presentavano nei singoli collegi plurinominali territoriali, precisamente "alla cancelleria della Corte di appello o del Tribunale [...] non più tardi delle ore 16 del quarantacinquesimo giorno anteriore a quello della votazione". 
Insieme ai documenti richiesti per la lista, comprese le firme degli elettori sostenitori (da 500 a 1000 per collegio), bisognava anche dare un simbolo alla lista e le alternative erano due: indicare uno dei simboli già depositati presso il Ministero dell'interno, dichiarando così contemporaneamente a quale forza politica sarebbero finiti i "resti" da rimettere in gioco nel collegio unico nazionale, oppure presentare in loco "un modello di contrassegno, anche figurato", dunque nuovo rispetto a quelli già ricevuti dal Viminale (e che ovviamente non avrebbe dovuto essere facilmente confondibile con quelli). In quell'occasione (ma la cosa si sarebbe ripetuta anche per le elezioni politiche del 1948 e del 1953) fu dunque possibile utilizzare un simbolo anche in un solo collegio. Così, per vedere l'effetto che faceva o avendo quasi la certezza che una forza politica radicata in quel luogo, pur presentandosi solo lì, avrebbe conquistato un eletto. 


Alleanza repubblicana italiana: un gruppo, due simboli

Il territorio del collegio di Bari-Foggia
In effetti la presenza del "galluccio" sulle schede per la Costituente del collegio di Bari-Foggia si può spiegare proprio così; per avere un quadro più completo, tuttavia, occorre allargare un po' lo sguardo anche fuori dai confini della Puglia. Consultando il sito dell'Archivio storico delle elezioni del Ministero dell'interno, si può scoprire oggi che la lista era denominata Alleanza repubblicana italiana e allora in quel collegio ottenne oltre 29mila voti (10mila in più rispetto al Partito repubblicano italiano), pari al 3,64%; a dispetto del buon risultato, però, non ottenne nessuno dei 18 seggi assegnati a quel collegio plurinominale (ne ottenne uno l'Unione democratica nazionale - cartello costituito da Partito liberale italiano, Partito democratico del lavoro, Unione nazionale per la ricostruzione e Alleanza democratica della libertà - sfiorando i 60mila voti).
Spulciando poco lontano, peraltro, si scopre che una lista denominata "Alleanza repubblicana italiana" era presente anche nel vicino collegio della BasilicataChe si tratti dello stesso gruppo politico lo dimostra il fatto che i nomi di alcuni candidati erano presenti in entrambe le liste: era il caso di Guido Dorso (ben piazzato in Puglia pur essendo avellinese), Manlio Rossi Doria e soprattutto Michele Cifarelli. La lista, però, in Lucania si contraddistinse con una foglia d'edera bianca su fondo scuro, che richiamava maggiormente le idee repubblicane (ma il fondo scuro bastava a non confondere il contrassegno con quello del Pri, ugualmente presente in quel collegio e più votato. 7644 voti contro 5340).
Perché lo stesso gruppo politico ebbe due simboli diversi? La scelta si potrebbe spiegare immaginando che luoghi diversi avessero tradizioni diverse e, dunque, i presentatori avessero tentato di cavalcarle entrambe, presentando due simboli diversi pur sapendo che si sarebbe dovuto rinunciare al recupero dei "resti" a livello nazionale. Probabilmente alla base dell'Alleanza repubblicana italiana ci fu la scissione consumatasi nel Partito d'azione all'inizio di febbraio del 1946. Ciò che era rimasto del partito "ufficiale" aveva mantenuto il simbolo tradizionale della spada di fiamma - quella del movimento e delle brigate partigiane Giustizia e Libertà. 
La componente liberaldemocratica, in cui stavano tanto Ferruccio Parri, quanto alcuni dei futuri repubblicani più illustri (Ugo La Malfa e Bruno Visentini), nonché Altiero Spinelli, era fuoriuscita: alla Costituente quegli ex azionisti corsero come Concentrazione democratica repubblicana. Così andò un po' dappertutto, ma in Puglia e in Basilicata Michele Cifarelli - come si ricorda nel profilo biografico contenuto nella sua raccolta di diari Libertà vo cercando... (Rubbettino, 2004, a cura di Giancarlo Tartaglia) riuscì comunque a costituire liste unitarie dell'Alleanza repubblicana italiana. In Basilicata si occhieggiò forse alla maggior vicinanza ai repubblicani adottando l'edera; a Bari e Foggia si adottò invece il "galluccio", che sempre il libro curato da Tartaglia ricorda essere stato "l'antico simbolo della tradizione democratico-giacobina della Puglia". Non a caso, se si guarda al vicino collegio di Lecce - Taranto - Brindisi, si nota che sulle schede finì solo il simbolo del Partito d'azione, non presente nei due collegi visti prima. 
Il sospetto che quelle liste unitarie, ma isolate non siano state del tutto opportune è piuttosto fondato: nessuna di queste ottenne eletti, il Partito d'azione ne ottenne solo sette, sempre meglio dei due ottenuti dalla Concentrazione democratica repubblicana. Quelle due formazioni, in ogni caso, durarono poco: già a settembre del 1946 la Concentrazione confluì nel Pri, mentre il Partito d'azione il 20 ottobre 1947 cessò di operare e i suoi iscritti entrarono nel Partito socialista italiano, che nel frattempo (dopo la nota scissione di Palazzo Barberini di alcuni mesi prima) aveva consegnato alla storia il nome del Psiup. Quel "galluccio" non apparve più sulle schede (non venne depositato tra i contrassegni per le prime elezioni politiche, quelle del 1948, per lo meno al Viminale), ma aveva fatto in tempo a radicarsi nella memoria di molti. Perfino quella di chi lo aveva visto avendo davvero pochi anni alle spalle.. 

Grazie di cuore a Bruno Magno per avermi dato lo spunto personale per ricostruire la vicenda (e a Michele Galante, che a lui aveva fornito i primi elementi per orientarsi). 
Le immagini dei simboli depositati e utilizzati a livello locale sono tratte dal libro I nostri primi 50 anni curato da Maria Virginia Rizzo (Editrice CEL, 1996), reperibile ormai solo nelle librerie antiquarie, sui mercatini o nei siti di vendita di libri usati. Si segnala per correttezza che il libro ha "normalizzato" i contrassegni di quell'anno, inserendoli in un cerchio, per renderli omogenei a quelli adottati in seguito; in realtà però in quell'occasione sulle schede i contrassegni finirono quasi sempre privi di circonferenza (anche perché all'epoca si tendeva a utilizzare un disegno ben identificabile, non a riempire uno spazio con una grafica (peraltro in bianco e nero).