lunedì 14 giugno 2021

Scudo (in)crociato, ecco perché tutti i tentativi di rifare la Dc falliscono

Non serviva conferma, ma una lunga, continua sequenza di episodi rafforza una convinzione: la diaspora della Democrazia cristiana appare infinita e irrimediabile. Lo sa chiunque abbia la ventura di leggere le comunicazioni periodiche di coloro che credono di proseguire legittimamente - ciascuno secondo il suo percorso - la vita giuridica del partito nato nel 1942 e sparito dalla politica italiana nel 1994, o anche solo parte della "garbata" corrispondenza via e-mail o sui social network tra soci e simpatizzanti dell'uno o dell'altro tentativo di rimettere in campo la Dc e il simbolo dello scudo crociato. Davanti agli scritti di chi prende la situazione (e si prende) dannatamente sul serio, spesso con
 toni accesi, a volte provocatori o insultanti, non si può non sgranare gli occhi anche dopo anni di studio..
I numerosi tentativi di riportare in attività la Democrazia cristiana hanno finora richiesto venticinque anni di tempo, sforzi organizzativi non irrilevanti (meno intensi nella seconda metà degli anni '90, con impegno crescente negli "anni zero", fino alle energie profuse dopo la famigerata sentenza del 2010 della Corte di cassazione a sezioni unite) e - aspetto venale, ma non trascurabile - un fiume di denaro speso in pubblicazioni, annunci, convocazioni, manifesti e una marea di spese legali. Sforzi da ammirare in astratto: c'è chi ha creduto o crede davvero di riottenere il partito che per anni ha governato (bene o male) l'Italia. Il risultato finale, però, è di tante campagne tentate o annunciate, varie manciate di liste presentate (con travaglio e simboli mutevoli), poche persone elette (e nessuna in posti di rilievo), a fronte di una mole imprecisata di soldi spesa in questo quarto di secolo dalle persone coinvolte, senza che alcun tentativo abbia dato buoni frutti e sia stato condotto senza contestazioni
Più di un "democristiano non pentito", nei momenti di sconforto in cui si guarda indietro, ammette che il raccolto finora è stato proprio magro; molti però, anche quando dicono "questo è l'ultimo tentativo, se fallisce mi arrendo", non riescono a perdersi d'animo, sostenuti pure dal dogma dell'eternità dei democristiani, del resto varie storie personali sono pronte a suffragarlo. C'è poi chi parla con convinzione di complotti per non far tornare la Dc (dei "poteri forti" o, forse, di coloro che avrebbero gestito il patrimonio e non vorrebbero che quelle vicende fossero messe in discussione); i più pessimisti, invece, imputano difficoltà e fallimenti all'avverarsi della "maledizione di Aldo Moro", pensando alla frase che il presidente della Dc avrebbe scritto in una sua missiva dal suo "carcere" ("Il mio sangue ricadrà su di loro").
La questione, ovviamente, va posta in altro modo e occorre un'analisi obiettiva. I tanti, forse troppi documenti letti nel corso degli anni - ammesso che per i #drogatidipolitica valga il concetto di "troppo" - hanno portato a una conclusione tanto netta, quanto sgradevole per chi si è impegnato finora per il "risveglio" della Dc: nessun tentativo fatto per far tornare la Dc poteva funzionare e nessuno potrà funzionare, salvo due ipotesi improbabili. Ciò non dipende da complotti (ininfluenti, anche se ci fossero) o dalla scarsa volontà politica di riportare in vita la Dc (in parte è vero, ma solo in parte), bensì dal diritto. Tra poco si chiarirà perché nessuna strada seguita finora poteva/può essere fruttuosa, avendo però chiaro che i primi nemici del ritorno della Dc sono alcuni tra gli stessi "democristiani non pentiti".
Tutte le strade seguite hanno difetti, più o meno grandi, comunque sufficienti per essere sbarrate con facilità (si vedrà come). Nessun tentativo sarebbe fallito però se tutti fossero stati concordi nei passaggi da compiere, senza portare contestazioni in tribunaleLa prima via fruttuosa verso la Dc - per assurdo che appaia - sarebbe (stata) quella della concordia: lasciando da parte i difetti dei vari percorsi scelti, pur senza poterli cancellare, il cammino poteva e potrebbe continuare. Vari "democristiani non pentiti", in realtà, lo sanno bene: spesso in molti hanno fatto discorsi simili a "abbiamo fatto sicuramente degli errori, tra noi diciamolo pure, ma se davvero volete che la Dc torni, per favore, non contestateci: fateci riattivare la Dc e poi staremo tutti di nuovo in pace nel partito".
Quella pace, tuttavia, manca ogni volta: qualche contestazione, spesso in carta bollata, è arrivata sempre, da chi portava avanti alcuni tentativi contro chi aveva seguito altre vie, oppure da persone di seconda o terza fila che presentavano ricorsi. Già, perché se c'è chi crede che alcune azioni legali o tentativi diversi dal proprio siano (stati) sostenuti da ex-democristiani che hanno interesse a mandare tutto all'aria, una cosa è chiara: uno dei problemi dei "democristiani non pentiti" è che alcuni di loro hanno idee ben diverse su come riattivare il partito e sono fermamente convinti che il loro percorso sia giusto e che gli altri, essendo scorretti o comunque inefficaci, portino solo disturbo o confusione. 
Qui si è già ripercorsa - in tre puntate (1994-2002, 1996-2010, dopo il 2010) - la storia di ciò che è avvenuto dal 1994 in poi: a questa si può fare riferimento, per non perdersi in una vicenda a dir poco intricata. Di seguito dà conto dei difetti delle singole iniziative più recenti, abbinandole - inevitabilmente, per capirci qualcosa - ai nomi più noti di chi le porta avanti:
  • La Dc di Renato Grassi e Alberto Alessi (già di Gianni Fontana): si tratta del partito che opera sulla base, oltre che della sentenza di Cassazione del 2010 - nella convinzione che questa abbia sostenuto che la Dc non è mai stata sciolta e il suo destino è nelle mani degli ultimi iscritti di allora - del procedimento iniziato con la richiesta al tribunale di Roma di disporre la convocazione dell'assemblea dei soci, sulla base della richiesta del 10% degli iscritti risultanti dall'elenco consegnato allo stesso tribunale, come previsto dall'art. 20 del codice civile.
    Il giudice del tribunale di Roma Guido Romano, a dicembre del 2016, ha effettivamente disposto tale convocazione per il 26 febbraio 2017, peraltro senza riconoscere con questo la legittimità della richiesta: in effetti avrebbe potuto non fare nemmeno quello, visto che l'elenco in questione era quello seguito alla ripresa delle attività nel 2012, con un "consiglio nazionale" che lo stesso giudice Romano nel 2014 aveva dichiarato nullo. L'assemblea del 2017 si è effettivamente svolta (con l'elezione di Gianni Fontana alla presidenza), come pure il XIX congresso il 14 ottobre 2018 (con l'elezione di Renato Grassi alla segreteria), atti che - come sottolineano con veemenza alcune persone che partecipano a questo tentativo - non sono stati dichiarati nulli o annullati da alcun giudice. Il che per ora è vero, ma non è assolutamente vero che quegli atti non siano stati contestati: risultano ancora pendenti, infatti, i giudizi relativi all'assemblea del 2017 e al congresso del 2018 (anche se questo si avvia verso la chiusura, forse con la cessazione della materia del contendere), presentati da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni per contestare la correttezza delle convocazioni e dello svolgimento delle riunioni. Senza contare, nel frattempo, che altre persone hanno scelto vie diverse per contestare la validità del congresso del 2018.
  • La Dc di Nino Luciani: si tratta del percorso portato avanti dal bolognese Nino Luciani, che nel 2016 era stato incaricato di convocare l'assemblea del 26 febbraio 2017 (e ne aveva presieduto le prime fasi, fino a quando era stato sostituito). Dopo che però nel 2018 sono state mosse dure critiche alla conduzione del congresso, mettendone in dubbio la validità (con tanto di provvedimenti disciplinari in risposta), Luciani nell'estate 2019 ha esibito una lettera di Fontana (che dopo il congresso era diventato presidente del consiglio nazionale, ma nel frattempo si era dimesso dalla carica) che, in qualità di presidente dell'assemblea dei soci eletto nel 2017, lo delegava a riconvocare quegli stessi soci, volendo così proseguire sui binari tracciati dal codice civile. In questo modo, i soci convocati per il 12 ottobre 2019 avrebbero deciso di revocare gli atti congressuali dell'anno precedente ritenendoli viziati, con l'idea di ripetere il congresso in seguito. Quel percorso, decisamente complicato dall'insorgere della pandemia, si sarebbe concluso online il 24 ottobre 2020, con la ricelebrazione via Skype del XIX congresso e l'elezione di Nino Luciani a segretario politico.
    Quel percorso è stato contestato da alcuni soggetti legati alla Dc-Grassi, anche se in tribunale la tesi non ha avuto fortuna. Il problema alla base, però, è che quando Gianni Fontana avrebbe incaricato Luciani di convocare l'assemblea dei soci in base al percorso iniziato nel 2016, quel percorso si era in realtà già chiuso ed esaurito con la celebrazione del congresso del 2018 (anche se era proprio l'esito di quel congresso che si voleva rimuovere), dunque bisognava seguire lo statuto del partito e non la via codicistica (e Fontana non aveva più il potere di proseguire quel cammino). In più, è evidente che se il tribunale di Roma dovesse dichiarare nulla l'assemblea del 2017, temporalmente e logicamente antecedente rispetto all'iter visto sin qui, anche l'elezione di Luciani verrebbe meno.   
  • La Dc di Emilio Cugliari: problemi quasi identici affliggono il tentativo guidato ora da Emilio Cugliari. Questo condivide gran parte del percorso con quello, appena visto, legato a Nino Luciani, ma se ne distanzia nettamente a partire dal 2 luglio 2020, quando a un'assemblea convocata a Roma da Luciani questo sarebbe stato sfiduciato e sostituito - come presidente facente funzione - proprio da Cugliari, il quale sarebbe tuttora al vertice del partito, nell'attesa di celebrare di nuovo il XIX congresso (essendo stato revocato il precedente).
    Chiaramente, se Cugliari è ben deciso a far partecipare la Dc alle prossime elezioni amministrative, Luciani (che si ritiene segretario per il percorso ricordato) non riconosce per nulla la correttezza del percorso rivendicato da Cugliari. Al di là di queste contestazioni, i difetti esaminati prima per la Dc-Luciani valgono anche per la Dc-Cugliari.
  • La Dc di Raffaele Cerenza e Franco De Simoni: se Luciani il 12 ottobre 2019 aveva convocato l'assemblea dei soci per far revocare il congresso del 2018, lo stesso giorno (già prima) Raffaele Cerenza e Franco De Simoni avevano convocato - con tanto di avviso sulla Gazzetta Ufficiale - un'assemblea costituente della Democrazia cristiana, ritenendo che la famigerata sentenza della Cassazione del 2010 legittimasse l'assemblea degli ultimi iscritti a rappresentare il partito (essendo frattanto decaduti tutti gli organi) e anche ad autoconvocarsi. Dopo quell'assemblea, il percorso sarebbe proseguito fino alla celebrazione - stavolta in presenza, a Roma - del XIX congresso il 12 settembre 2020, che avrebbe eletto segretario politico e segretario amministrativo rispettivamente Franco De Simoni e Raffaele Cerenza (vicepresidente e presidente dell'associazione iscritti alla Dc del 1993, che già dal 1999 aveva cercato la via migliore per riportare in attività il partito (credendo che potesse rappresentarlo Alessandro Duce, ultimo segretario amministrativo, primo tesoriere del Ppi e ancora con voce in capitolo sul patrimonio ex Dc).
    In questo caso, è in qualche modo discutibile che, se si considerano decadute le cariche del partito del 1994 per il decorso del tempo, si ritenga invece ancora valida l'iscrizione alla Dc, che in base allo statuto è annuale e richiede il pagamento di una quota (che certamente nessuno ha potuto chiedere in questi anni, ma è comunque necessaria). In più, come si vedrà poi, è soprattutto discutibile l'idea che esista ancora - e che sia stata la Corte di cassazione a svelarlo - una Dc "dormiente", autonoma da ogni altro soggetto e che attende solo di essere "svegliata".
  • La Dc di Angelo Sandri: si tratta probabilmente del tentativo più longevo ancora in atto di rimessa in moto della Dc. Questo, in particolare, trae le sue origini dall'attività con cui nel 2001 Alessandro Duce aveva cercato di riattivare il partito: lui si era fermato dopo le prime decisioni sfavorevoli dei giudici, il friulano Angelo Sandri e altri avevano continuato, portando avanti il partito (di cui nel 2002 Sandri divenne segretario) e contribuendo in modo determinante ad avviare il cammino processuale che nel 2010 avrebbe portato alla famigerata sentenza di Cassazione. Persa la segreteria in favore di Giuseppe Pizza nel 2003, nel 2004 Sandri sarebbe tornato alla guida della Dc (dopo la sfiducia allo stesso Pizza), rimanendone segretario in tutti i congressi successivi (in particolare a quello di Perugia del 2013, il primo celebrato dopo la Cassazione del 2010, con inviti a tutti coloro che, a detta del segretario, avrebbero avuto diritto di partecipare in base a quella sentenza) e presentando in vari comuni liste con il simbolo dello scudo crociato (sia pure spesso con risultati assai ridotti).
    Qui i problemi vengono soprattutto dai difetti emersi nel 2001-2002 (se il tentativo di Duce era stato riconosciuto privo di fondamento e bloccato, iniziative gemmate da questo avrebbero dovuto avere lo stesso destino), ma anche da quelli del 2013 (non bastava certo invitare al nuovo congresso "ricostituente" tutti coloro che sembravano averne diritto per "sanare" i difetti preesistenti). Benché questa Dc sia riuscita a esistere molto più di altre (per le tante elezioni, anche in piccoli comuni, cui ha partecipato), i problemi restavano e restano.
Come si è visto, tutti questi tentativi avevano e hanno difetti; lo stesso potrebbe dirsi di altri percorsi che nel corso del tempo si sono incontrati. Alla radice di tutto, in ogni caso, c'è un ulteriore problema, creato - ancora una volta - dagli stessi "democristiani non pentiti", non tanto alcuni ma praticamente tutti: forse scoraggiati dalla montagna di carte che dovrebbero avere letto per riuscire a districarsi nel ginepraio dello scudo crociato, si limitano a citare in modo quasi fideistico alcuni documenti "fondamentali" del percorso compiuto finora, in particolare alcune sentenze, senza però averli letti a dovere in ogni loro parte.
Questo è accaduto e continua ad accadere soprattutto con la sentenza n. 25999/2010 delle sezioni unite civili della Corte di cassazione, sulla quale generalmente si basa l'idea che la Dc non sia mai morta, ma possa essere riattivata e rappresentata solo dai suoi iscritti dell'ultimo tesseramento (del 1993 o, secondo altri, del 1992). Prima delusione: la sentenza della Cassazione non dice affatto questo. Quel documento, per nulla entusiasmante, non tratta quasi nessuna questione sul piano del merito, ma si limita a spiegare perché quasi tutti i ricorsi - della Dc-Pizza, del Cdu, della Dc-Sandri e dell'Udc - contro la precedente sentenza della Corte d'appello di Roma (la n. 1305/2009) sono inammissibili e perché l'unico ammissibile - quello del Partito popolare italiano - è infondato e quindi va respinto. Era stata la citata sentenza di secondo grado, del 2009, a decidere che il cambio di nome della Democrazia cristiana in Partito popolare italiano, effettuato nel gennaio 1994, in mancanza di un congresso (unico organo del partito a potersi esprimere sul cambio di nome, in quanto parte dello statuto) era stato deliberato da organi incompetenti, dunque era viziato al punto da essere inesistente. Ha per caso detto la Corte d'appello di Roma che la Dc, mai sciolta, era sopravvissuta ma era rimasta "dormiente" dal 1994 e che il suo destino era nelle mani dei suoi iscritti? Assolutamente no, né avrebbe potuto dirlo.
La spiegazione del perché non avrebbe potuto dirlo è legata alla seconda, cocente delusione per chi ha riposto e continua a riporre speranze nella famosa e famigerata sentenza della Cassazione del 2010. Quasi tutti coloro che parlano di quella decisione, infatti, sembrano inspiegabilmente avere saltato le ultime tre pagine delle sedici totali (non le hanno lette? Non le hanno capite?): sono quelle riferite al ricorso del Ppi. Questo partito - tuttora rappresentato dall'ultimo tesoriere Pierluigi Gilli e dall'ultimo direttore generale Nicodemo Oliverio - aveva impugnato la sentenza d'appello del 2009, grado al quale aveva chiesto di intervenire (visto che si discuteva appunto del cambio di nome da Dc a Ppi), ma l'intervento era stato dichiarato inammissibile: secondo gli avvocati, la sentenza era stata sbagliata perché aveva di fatto dichiarato nullo (anzi inesistente) un suo atto senza che il Ppi - ex Dc avesse potuto difendersi nel processo. Sul punto la Cassazione è chiarissima: è vero che la Corte d'appello di Roma ha detto che il cambio di nome da Dc a Ppi del 1994 era viziato, ma si è espressa sul punto solo per decidere una controversia tra altri soggetti (in questo caso, la Dc-Pizza e il Cdu), senza per questo avere "demolito" quegli atti, che rimangono tuttora validi. Solo in questo senso, dunque, era accettabile che il Ppi non partecipasse al processo (per cui il suo ricorso è stato respinto dalla Cassazione).
Se le cose stanno così, la conclusione che se ne può trarre è una soltanto: non solo nessuno ha sciolto la Dc (perché l'idea, giuridicamente, era solo di cambiarle il nome), non solo la Dc esiste ancora, ma questa coincide perfettamente con il Ppi, dal quale nel corso del tempo si sono staccate varie parti (nel 1994 il Ccd e i Cristiano sociali, nel 1995 il Cdu e in seguito altri pezzi), ma ha mantenuto la stessa identità giuridica. La Cassazione, in effetti, confermando la sentenza della Corte d'appello del 2009, ha anche confermato il passaggio sui vizi nel cambio di nome, ma è stata chiara nel precisare che le delibere con cui il nome della Dc è stato cambiato in Ppi non sono state dichiarate nulle e valgono ancora: non c'è stato quindi alcun "distacco" del Ppi dalla Dc per il cambio di nome fatto male: il soggetto è lo stesso, solo che è ancora la Dc anche se ritiene di chiamarsi correttamente Ppi.
Certo, l'aver detto che quegli atti erano così viziati da essere inesistenti è pesante e qualcuno potrebbe avere voglia di chiedere al Tribunale di Roma di trarre le conseguenze delle affermazioni della Corte d'appello, dichiarando nullo il cambio di nome. Potrebbe anche riuscirci (all'esito di un processo nel quale, ovviamente, il Ppi avrebbe tutto il diritto di difendere le proprie ragioni); anche in quel caso, però, l'unica conseguenza che si otterrebbe sarebbe che il Partito popolare italiano riprende il vecchio nome di Democrazia cristiana, rimanendo però rappresentato dalle stesse persone che lo rappresentano ora (cioè dagli ultimi dirigenti del Ppi, il cui segretario politico era Pierluigi Castagnetti).
Tutto questo comporta che solo il Ppi potrebbe rifare la Dc - con nome e simbolo storici - in piena legittimità (e anche, va detto, in sfregio all'intenzione di "girare pagina" manifestata nel 1994). Chiunque, tuttavia, può facilmente capire che si tratta di un'eventualità davvero improbabile: quel nome era stato lasciato da parte per non usarlo più e tanto gli accordi di Cannes del 1995, tanto un'ulteriore transazione del 1999 tra i rappresentanti di Ppi e Cdu avevano precisato che nessuno avrebbe più dovuto usarlo. 
Se si esclude che proprio il Ppi voglia riprendere ad agire, con nome e simbolo della Dc (quando preferirebbe che questi fossero "consegnati" all'Istituto Sturzo perché lì riposino per sempre, cosa che i "democristiani non pentiti" vogliono invece evitare), si deve dire che resta solo un'altra via praticabile: quella, già citata, per cui tutti i soggetti interessati si accordino - senza eccezioni, senza contestazioni - per riattivare la Dc in un solo modo, cui partecipi chiunque sia interessato. Ovviamente, anche qui è fondamentale che il Ppi non si opponga, altrimenti non si può fare assolutamente nulla: se l'Udc scegliesse di cambiare il proprio nome in Democrazia cristiana, abbinandola allo scudo crociato che usa dal 2002, il Ppi avrebbe pieno titolo per mettersi di traverso e i giudici gli darebbero ragione.
Al di fuori di queste vie (l'iniziativa del Ppi e la strada della concordia senza contestazioni), non c'è altro modo di tornare correttamente alla Dc e tutti i tentativi sono destinati a fallire. Chi ne vuole portare avanti la storia e i valori può ovviamente farlo, ma con un altro nome e un altro simbolo: prima lo si capisce, meglio è.

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