Appare sempre più lontana - e non solo temporalmente - l'epoca in cui "gli indirizzi della politica", ancora più che i suoi palazzi, parlavano. Parlava soprattutto Piazza del Gesù, in particolare l'imponente edificio collocato al numero 46, cioè Palazzo Cenci Bolognetti, che dal 1944 al 1994 ha ospitato la dirigenza della Democrazia cristiana: il palazzo non era di proprietà del partito (nel primo periodo era appartenuto a donna Beatrice Fiorenza dei principi di Vicovaro; dal 1955 fa parte del patrimonio della Fondazione Cenci Bolognetti - Istituto Pasteur, dell'Università di Roma "La Sapienza"), ma lo ha rappresentato a livello nazionale più di ogni altra sede "ufficiale" (come Palazzo Sturzo, affacciato sulla piazza omonima all'Eur, sede degli uffici della Direzione nazionale) o "semiufficiale" (come il Centro Studi Alcide De Gasperi in via della Camilluccia).
Come spesso capita, gli anni più interessanti sono quelli della decadenza, del disfacimento: in questo caso non dell'edificio, bensì del partito che vi si identificava: in tal senso interessa soprattutto il periodo tra il 1993 e il 1995, cioè dall'anno in cui - dopo l'esito schiacciante e anti-status quo dei referendum di aprile, specie di quello sulla legge elettorale del Senato - nella Dc maturò l'esigenza di voltare pagina anche attraverso il ritorno al nome storico "Partito popolare italiano", fino all'anno in cui - dopo la sonora batosta elettorale del 1994 mentre la maggior parte della politica si era avviata con fatica verso il bipolarismo - gli ex democristiani rimasti idealmente a palazzo Cenci Bolognetti prima vissero un'incredibile e inaudita lotta fratricida e poi iniziarono un'eretica e forzata convivenza nello stesso edificio, dividendosi segni distintivi e testate del maggior partito italiano. Proprio a quel periodo è dedicato La caduta, libro pubblicato da poche settimane dall'editore vicentino Ronzani e centrato sulle "cronache della diaspora democristiana": l'autore è Andrea Vezzaro, classe 1987, docente di materie letterarie in una scuola secondaria di secondo grado, per dieci anni consigliere comunale a Villaverla, membro del direttivo dell'Istituto storico della resistenza e dell'età contemporanea della provincia di Vicenza.
Prima di analizzare il periodo più rilevante e considerato nel dettaglio, il libro offre correttamente un'introduzione valida come premessa, collocando il sorgere della "questione democristiana" già con le sconfitte referendarie del 1974 e del 1981 (in materia di divorzio e di aborto), con il trauma del sacrificio di Aldo Moro collocato praticamente a metà tra quei due eventi; nel frattempo, il rapporto via via meno stretto tra Chiesa e Dc e la crisi che si era fatta sempre più consistente nelle istituzioni e in generale nei partiti avevano finito per indebolire la Democrazia cristiana, al pari della fine della guerra fredda (e dell'affievolirsi del timore del "pericolo comunista") e del crescere del consenso per i movimenti autonomisti soprattutto in Lombardia e Veneto. A dispetto degli 11,6 milioni di voti ottenuti (comunque due in meno rispetto al 1987) e del 30% sfiorato alle elezioni politiche del 1992, il tempo della Caduta per il partito "architrave" di quasi cinquant'anni di politica italiana era sempre più vicino: si avvicinò ulteriormente grazie al referendum elettorale celebrato nel 1991 (che assestò un primo colpo mortale al sistema elettorale che aveva caratterizzato l'esperienza repubblicana fino a quel momento e ai partiti come la Dc che in quella cornice si erano consolidati) e all'esplosione delle inchieste sulla corruzione e sul finanziamento illecito alla politica (con numerosi esponenti democristiani coinvolti a vario titolo). Se la prima scissione di rilievo - ma non certo la prima in ambito democristiano: il libro ricorda, per esempio, la breve esperienza del Movimento politico dei lavoratori - era arrivata già all'inizio del 1991 con la nascita della Rete - Movimento per la democrazia promossa dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando, lotte intestine al partito furono causa del "pasticcio Quirinale" del 1992 e riuscirono solo in parte i tentativi di autoriformare la Dc, dalla conferenza di Assago di fine 1991 al progetto avviato dal neosegretario Mino Martinazzoli l'anno successivo.
L'analisi del periodo su cui il libro si concentra prende le forme, come il sottotitolo suggerisce, della cronaca passo a passo (fluida ma dettagliata) sostenuta dalla lettura di molte fonti, soprattutto i quotidiani dell'epoca: quelli nazionali, ovviamente, ma anche e soprattutto Il Popolo, come organo ufficiale della Democrazia cristiana, imprescindibile per chi cerca di ricostruire le tappe degli ultimi anni di quella Dc e dei primi mesi del nuovo corso; non mancano, incidentalmente, varie citazioni estratte direttamente da eventi politici registrati da Radio Radicale e disponibili attraverso il suo ricchissimo e preziosissimo archivio online. Il racconto del 1993 parte necessariamente dalla marcia di avvicinamento ai referendum di aprile voluti soprattutto dal gruppo legato a Mariotto Segni (ancora democristiano quando li aveva proposti, ma già attivo da mesi coi suoi Popolari per la riforma e uscito dalla Dc a marzo) e dall'area radicale, in particolare a quello volto a modificare in senso maggioritario la legge elettorale del Senato, e il tentativo difficile di Martinazzoli - pur se benedetto dal cancelliere tedesco Helmut Kohl - di rinnovare politicamente e moralmente il partito. La vittoria schiacciante dei "sì" (cui la Dc aveva concorso) e le successive dimissioni del governo di Giuliano Amato accelerarono i tempi della transizione: il partito avrebbe sostenuto il primo esecutivo a guida tecnica, presieduto da Carlo Azeglio Ciampi (incappando peraltro nel voto contrario all'autorizzazione a procedere per Bettino Craxi), ma la crisi si approfondì dopo l'esclusione della Dc - in tarda primavera - dai primi ballottaggi delle elezioni amministrative celebrate con la scelta diretta del sindaco, una formula che privilegiava le coalizioni e che il partito guidato da Martinazzoli sembrava poco propenso ad accogliere. Così, mentre era iniziata la caccia alla Balena Bianca (o, meglio, ai suoi voti) che le altre forze politiche avrebbero voluto arpionare, si apriva definitivamente la strada all'assemblea programmatica Costituente del 23-26 luglio (anch'essa ascoltabile attraverso Radio Radicale; parte degli interventi più significativi è stata inserita nella seconda puntata del podcast Scudo (in)crociato), un passaggio che avrebbe dovuto produrre "una grande riconciliazione con la società" (parole di Martinazzoli), ma che fece emergere tutte le resistenze di chi, dall'interno, si opponeva a scelte che non fossero una chiara alternativa alle sinistre. Da quei quattro giorni al Palacongressi di Roma - analizzati con buon dettaglio da Vezzaro - uscì la scelta di rinnovare il partito anche grazie al ritorno al nome di Sturzo (scelta formalizzata all'inizio dell'anno successivo), ma anche lo sprint finale verso l'approvazione della nuova legge elettorale politica: il libro ne ripercorre la genesi dal punto di vista della Dc, che accettò - e in qualche modo guidò il percorso "obbligato" verso il sistema misto, grazie al relatore Sergio Mattarella - il sistema misto, ma non il doppio turno nei collegio uninominali ("dicemmo di no - spiegò poi Martinazzoli, in un'intervista ripresa nel volume - non in base a una valutazione razionale, quanto a una istintiva legittima difesa. Infatti, in quei mesi si succedevano in tante città italiane le elezioni amministrative con la nuova legge [...]. Naturalmente c’era il doppio turno, con la possibilità di allearsi, ma siccome noi eravamo ritenuti gli appestati e i lebbrosi, nessuno voleva allearsi con noi"). Il 1993 si avviava così alla conclusione, tra addii (i Cristiano sociali di Ermanno Corrieri, Pierre Carniti e - allora - Dario Franceschini, nonché la preparata scissione dei centristi del futuro Ccd, concretizzata a gennaio), riavvicinamenti pre-elettorali (il gruppo di Segni, in vista del polo alternativo alle sinistre e a ciò che sarebbe nato nel campo conservatore), nuove sconfitte (con la Dc ancora fuori da molti ballottaggi e senza l'elezione di alcun sindaco alle amministrative d'autunno) e l'incalzare del nuovo, soprattutto delle nuove, necessarie scelte di campo. Che il tempo della Caduta fosse ormai arrivato lo mostrava anche uno degli ultimi fotogrammi del 1993: quello dell'interrogatorio di Arnaldo Forlani, segretario precedente della DC, da parte di Antonio Di Pietro al processo Enimont, avvenuto il 17 dicembre 1993 a Milano e rimbalzato un numero infinito di volte in televisione. Dodici giorni dopo, invece, sarebbe fallito un incontro tra Martinazzoli e Silvio Berlusconi, ormai ben convinto a mettere insieme un'alternativa all'ampia coalizione guidata dal Pds, ma non in grado di convincere l'ultimo segretario democristiano (in procinto di tornare popolare) a costruire la compagine con il pallottoliere.
Se il 1993 si era concluso con una sostanziale sconfitta elettorale, un interrogatorio senza sconti e il gran rifiuto (senza viltade, ma ragionato) a Berlusconi, il 1994 si aprì con il lancio del Patto per l'Italia, con Segni e Martinazzoli come principali figure promotrici della coalizione di centro, alternativa ai nascenti Progressisti e al gruppo includente la Lega, e con una scissione annunciata, quella guidata da Pierferdinando Casini e Clemente Mastella, che il giorno stesso del caro del ritorno al Ppi fecero muovere i primi passi al Centro cristiano democratico, gonfiandone la vela disegnata da Giugiaro. Pochi giorni dopo Berlusconi annunciò ufficialmente la sua discesa in campo, saltò una pur debole alleanza siglata tra Segni, Rocco Buttiglione e Roberto Maroni (merito di Vezzaro ricordare questo passaggio spesso dimenticato, peraltro mai digerito da ampi settori del Ppi) e ne venne siglata un'altra, tra Forza Italia, Lega Nord (al Sud sostituita da Alleanza nazionale), Unione di centro (nome allora adottato dai liberali conservatori di Raffaele Costa) e dal Ccd, con Casini che non perse l'occasione di bollare l'operazione di Segni, "l'uomo che ha fatto e ha contribuito con i referendum a immetterci in un nuovo sistema istituzionale", come una sorta di "furberia" di chi cerca di stare "in una posizione da ago della bilancia", cioè "l'esatto contrario di quello a cui i referendum hanno obbligato il paese". Il libro ricorda anche le "primarie" last minute organizzate poco prima della scadenza dei termini per depositare le candidature nell'intera Irpinia, che non riuscirono tuttavia a salvare la candidatura di Ciriaco De Mita con il Patto per l'Italia (destino condiviso dalla maggior parte dei parlamentari storici democristiani).
Schiacciato, anzi, "stritolato" tra il centrodestra dei Poli a geometria variabile e la sinistra dei Progressisti (soprattutto nella rappresentazione data dai media), il Patto per l'Italia andò malissimo nei collegi uninominali - ne vinse solo quattro alla Camera e tre al Senato, tutti in Campania e Sardegna - e il Ppi, col suo 11%, fece meglio del Patto Segni ma vide assottigliarsi di molto la sua squadra di eletti. E se giustamente Vezzaro dedica - come pure nelle pagine precedenti - una certa attenzione al suo Veneto, non può non colpire questa citazione di Gerardo Bianco, ripresa nel libro: "Nei contatti con ambienti popolari, contadini in particolare, ho incontrato uomini e donne costernati dall’assenza nei manifesti e nelle schede del simbolo della Democrazia cristiana, di cui avevano lucida memoria di partito che si era impegnato con successo per la loro elevazione sociale. Ricordo ancora con commozione lo sconcerto di un contadino analfabeta del mio paese che uscì dalla cabina elettorale senza aver votato perché non aveva trovato lo scudo crociato. Un sentimento e una consapevolezza che invece, per diverse ragioni, erano venuti meno in tanti appartenenti al ceto medio" (e pensare che lo scudo c'era, almeno alla Camera sulla scheda del proporzionale, sia pure con un altro nome...). Il risultato pesante e di certo insoddisfacente del Ppi (specie se messo a confronto con gli esiti precedenti, sotto il profilo organizzativo), con le dimissioni via fax di Martinazzoli e la reggenza affidata a Rosa Iervolino, ebbe inevitabilmente effetti sul seguito, in particolare sul comportamento di alcuni parlamentari eletti col Patto per l'Italia (che alla Camera sostennero la nascita del governo Berlusconi o, uscendo dall'aula al Senato, ne consentirono il sorgere), sull'ulteriore calo alle europee e soprattutto sull'esito del primo congresso del Partito popolare italiano: il libro di Vezzaro ripercorre con puntualità le tappe di quell'assise celebrata all'Hotel Ergife di Roma, riassumendo gli interventi principali e dando conto della vittoria di Rocco Buttiglione (e del suo progetto "non tanto [di] scegliere una collocazione politica, quanto [di] parlare con la destra e la sinistra cercando di influenzarne il processo di trasformazione") su Nicola Mancino, celebrata con tifo da stadio dai sostenitori del filosofo. In quella fase Buttiglione agiva ancora animato dall'idea che i Popolari dovessero "parlare a sinistra, dialogare a destra con la consapevolezza di poter essere determinanti visti i venti di crisi interni al Polo a causa degli atteggiamenti ostili della Lega", incontrando Berlusconi e Bossi come D'Alema: particolare attenzione viene data al convegno organizzato all'inizio dell'autunno del 1994 dal periodico rotondesco e ex antiDeMitiano "Proposta '80", per il valore che avrebbe assunto guardato col senno del poi. Che il seguito della storia avrebbe riservato pagine tanto concitate quanto impagabili, però, fu dimostrato - oltre che dai fatti che condussero alla fine del governo Berlusconi mentre l'anno stava per chiudersi - dall'episodio del "fuori onda" di Buttiglione con il forzista Antonio Tajani in occasione del primo turno delle amministrative d'autunno (più fortunate per il Ppi, spesso alleato con la sinistra), ultimo fotogramma post-democristiano indelebile di quel 1994 (insieme a quello - ma emerse più tardi - dell'incontro tra Bossi, Buttiglione e D'Alema - a base di sardine, pan carrè, lattine e mozioni di sfiducia da preparare).
Inevitabilmente, però, l'attenzione maggiore corre al capitolo successivo, dedicato al 1995: l'anno dell'esplosione del Ppi in vista delle prime elezioni regionali con coalizioni a confronto e l'indicazione quasi diretta del presidente della giunta (una riforma sostenuta anche dal Ppi, soprattutto grazie all'apporto di Leopoldo Elia). Se l'anno era iniziato con i Popolari compatti nel sostegno al governo tecnico di Lamberto Dini, la trasformazione del Movimento sociale italiano in Alleanza nazionale (segno, secondo Buttiglione, della nascita di una destra democratica con cui sarebbe stato possibile dialogare) aveva innovato almeno in parte il panorama politico; mentre a Sanremo vinceva Come saprei cantata da Giorgia e l'esecutivo tentava di salvare i conti con ben due manovre correttive, le prime elezioni suppletive dell'anno e soprattutto la sparizione del sistema proporzionale dalle regionali imponevano una scelta sulle alleanze, possibilmente omogenea.
Vezzaro nel libro dà conto di ogni passo della "tempesta perfetta", consumatasi soprattutto a marzo ma durata mesi. Prima l'accordo per le regionali stretto da Buttiglione con tutto il centrodestra (8 marzo), nonostante la direzione nazionale pochi giorni prima avesse escluso alleanze con An; poi il consiglio nazionale convocato d'urgenza all'Ergife (11 marzo), in cui la linea di Buttiglione - anche grazie al sostegno determinante di Emilio Colombo, Giuseppe Gargani e Franco Marini - fu sconfitta in un voto di fiducia 102 voti a 99; la scelta di Buttiglione di non dimettersi (15 marzo) a seguito della decisione dei probiviri (il giorno prima, contestata dalla nuova maggioranza) di annullare il deliberato del consiglio; un nuovo consiglio nazionale (16 marzo) in cui gli avversari di Buttiglione di eleggere come nuovo segretario Gerardo Bianco, ma si ritrovarono espulsi da Buttiglione il giorno dopo. L'ordinanza del giudice Luigi Macioce del tribunale civile di Roma, pronunciata il 23 marzo a seguito del ricorso del presidente del consiglio nazionale Giovanni Bianchi, avrebbe dovuto fare chiarezza, ma finì per certificare la situazione paradossale di un segretario che rimaneva tale anche se regolarmente sfiduciato (e, non essendo obbligato a dimettersi, manteneva i suoi poteri, anche di delega del simbolo, a nulla valendo l'elezione di Bianco), ma non avrebbe potuto attuare la sua linea politica. Dopo la decisione del tribunale il conflitto divampò di nuovo: Buttiglione convocò la direzione generale senza coloro che gli avevano votato contro, il consiglio il 25 marzo si riunì di nuovo per rieleggere Bianco, che il 3 aprile fu oggetto di un esposto penale da parte di Buttiglione.
Nel frattempo, la parte fedele a Buttiglione aveva presentato le candidature alle regionali nelle liste con Forza Italia usando il nome "il Polo popolare", mentre quella che si riconosceva in Bianco formò liste proprie quasi sempre nell'ambito del centrosinistra, utilizzando lo scudo senza croce inserito in un gonfalone (il libro, in proposito, cita l'intervista a Giuliano Bianucci in cui si racconta la genesi del simbolo). Colpisce leggere le parole pronunciate subito dopo l'ordinanza Macioce dallo storico Gabriele De Rosa - già parlamentare, tra i promotori della scolta del 1994 - per il quale "questo conflitto intorno al simbolo è anacronistico. […] Certo, sarebbe stato meglio che rimanesse al partito di Bianco. […] Mai io avrei trascinato questa questione davanti al giudice. […] Anche i simboli hanno una nascita, un declino e una fine. […] Invece si è caricata la questione del simbolo di valenze eccessive, è stato un aggrapparsi alla memoria più che alla capacità di presa sull'elettorato. Io dico che per i giovani non sarà questione di vita o di morte: un partito, del resto, deve vivere sui programmi e sugli ideali". Fu sicuramente, e a lungo, questione di carte bollate la vicenda della titolarità del partito e della sua amministrazione: una prima ordinanza il 3 giugno diede formalmente confermò Buttiglione segretario (senza rimuovere la sfiducia), la seconda - emessa il 24 luglio e avente Macioce come giudice relatore - si inventò la formula della cogestione obbligatoria del patrimonio da parte dei due tesorieri, immaginando che quella situazione imposta durasse poco (sarebbe durata 7 anni). Questa seconda ordinanza nel libro non c'è, ma ovviamente c'è traccia dell'accordo stipulato il 24 giugno in un hotel nei pressi di Cannes tra Buttiglione e Bianco, per concludere in qualche modo lo scontro tra le due anime, prefigurando la celebrazione di un doppio congresso, l'assegnazione del nome del Ppi alla parte legata a Bianco e lo scudo crociato a quella riferita a Buttiglione. Col senno di poi, non possono lasciare indifferenti le parole di Bianco - peraltro pronunciate in occasione della presentazione, tra l'altro, del libro Per un pugno di simboli - su quelle settimane così concitate e dilanianti: "Io mi sono trovato, nel 1995, sotto le pressioni della Curia romana, degli ambienti più elevati del mondo cattolico, e sotto la pressione dello stesso Kohl perché si chiudesse una vicenda giudiziaria molto infelice che era stata aperta da una impensabile e incomprensibile sentenza di un magistrato romano che aveva deciso che il segretario politico, in minoranza, continuava a essere il titolare del simbolo. Ecco, forse avrei resistito di più e non avrei accettato quell’incontro di Cannes che ha portato poi alla conclusione di questa vicenda triste. […] Vedendo questo simbolo sento il dramma di quello che è accaduto: è un simbolo che è stato profanato, nelle liti giudiziarie, è stato manomesso ed è andato, peraltro, in una direzione esattamente opposta rispetto a quella della storia e l’intuizione politica dei cattolici democratici".
Il libro La caduta si conclude analizzando il tempo successivo degli "(ex) democratici cristiani senza la Dc", con il seguito della storia del Ppi, guidato da Bianco, Marini e Pierluigi Castagnetti (passando per la stagione del centrosinistra fino alla nuova vittoria berlusconiana del 2001, preceduta dalla scissione di Democrazia europea) fino all'accantonamento in favore della Margherita, la nascita del Cdu buttiglioniano (e il suo percorso a ostacoli con il Ccd), la meteora dell'Udr cossighiana (che spaccò Ccd e Cdu) e il proliferare di nuove sigle, per poi tentare una ricomposizione dopo le elezioni del 2001, con la "fusione a freddo" dell'Udc. Il volume non manca di considerare anche i destini di Rinnovamento italiano, dei Democratici legati a Prodi e di varie altre formazioni (inclusi gli ex Dc in Forza Italia, partito che aderì al Ppe nel 1999).
Andrea Vezzaro nel suo volume non tenta di offrire - o peggio imporre - un'analisi ex post complessiva: si impegna soprattutto a ricordare e ben contestualizzare le puntate precedenti, nella consapevolezza che chi non c'era potrebbe non conoscerne qualcuna e chi c'era potrebbe averne dimenticate o "perse" altre. Senza tutti (o quasi) quei passaggi, può risultare oggettivamente difficile capire come si sia arrivati alla diaspora/frammentazione dei democratici cristiani, così come forse non si spiegherebbe perché di quando in quando qualcuno senta il bisogno di dare credito a chi - in anni ben successivi al 1995 - rivendica una continuità anche giuridica con la Democrazia cristiana che ha operato fino all'inizio del 1994 (a prescindere dalla fondatezza dei vari tentativi di riattivazione del partito) e ripropone il messaggio "Torna la Dc, torna anche tu". In questo senso, ora che Palazzo Cenci Bolognetti non ha ormai nessuna presenza democristiana, il lavoro di riproposizione delle cronache della dissoluzione democristiana è senz'altro meritorio.
Non meno interessante - e solo apparentemente minore - sarebbe poi scoprire come la periferia, cioè le articolazioni locali della Democrazia cristiana (e le loro evoluzioni), ha vissuto quel periodo di profonda trasformazione. Una storia che va senz'altro ricostruita sul territorio, ma letteralmente, percorrendo le strade del Paese per raggiungere le sedi archivistiche di volta in volta ritenute d'interesse. Racconta infatti nella prefazione al libro di Vezzaro Flavia Piccoli Nardelli (figlia di Flaminio, deputata Pd per due legislature, dal 2013 al 2022) che l'Istituto Luigi Sturzo - di cui è stata per oltre vent'anni segretaria generale - aveva recuperato circa metà dei settanta archivi provinciali della Dc esistenti agli inizi degli '90, ma "per decisione di un comitato scientifico costituito ad hoc, questi archivi non vennero depositati a Roma, a Palazzo Baldassini, nella sede dell’Istituto [...], come accadde per tutto il materiale relativo agli organi centrali del partito. Dichiarati proprietà dell’Istituto, furono affidati con convenzioni di deposito di volta in volta agli Archivi di Stato, agli archivi diocesani o ad archivi di fondazioni che garantissero massima sicurezza nella gestione". Quel progetto, denominato "Gli archivi in rete", secondo Piccoli Nardelli ha garantito "un buon rapporto con il territorio che era rappresentato da uno storico locale scelto di volta in volta, ma anche facilità di consultazione e rapido riordino con la garanzia di una fruizione allargata". Scrivere la storia della "caduta diffusa" della Democrazia cristiana e delle vicende accadute in seguito, dunque, richiederà un certo sforzo e buona volontà (a macinare i chilometri necessari, oltre che a consultare gli inventari già presenti e disponibili), ma sarà di sicura soddisfazione, utile a completare il racconto agile e interessante offerto da Andrea Vezzaro ai suoi futuri lettori.

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