Eccoci ancora qua, puntuali come sempre - anzi, come lo scorso anno, già prima del voto, per offire qualche riflessione sui dati già disponibili - per disquisire delle liste "esterne" presentate nei comuni con meno di mille abitanti. Come qualunque persona che legga questo blog ben sa, in questi enti locali la legge non richiede firme per presentare candidature: questa normativa ha, da sempre, favorito la presenza di liste formate da persone che nulla hanno a che fare con il paesello chiamato ad eleggere sindaco e consiglio comunale.
Per i rarissimi soggetti che non conoscessero il tema e le norme in gioco, riproponiamo il quadro riassuntivo elaborato un anno fa su questo blog da chi scrive ora:
Tuttavia da qualche anno è emerso all’attenzione generale un fenomeno legato a questo tipo di elezioni, quello delle cosiddette "liste per le licenze": si tratta di liste di candidati formate in tutto o in parte da persone appartenenti alle forze dell'ordine. Ovviamente - meglio precisarlo subito - costoro hanno pieno diritto di candidarsi nelle occasioni ritenute più opportune, ma di fronte a fenomeni oggettivamente anomali, come la presenza costante in vari microcomuni di un numero rilevante di liste del tutto estranee ai territori in cui concorrono - come del resto i risultati agevolmente dimostrano - non si può trascurare un elemento rilevante come l'art. 81, comma 3 della legge n. 121/1981 (Nuovo ordinamento dell'Amministrazione della pubblica sicurezza). L'articolo, infatti dispone che "Gli appartenenti alle forze di polizia candidati ad elezioni politiche o amministrative sono posti in aspettativa speciale con assegni dal momento della accettazione della candidatura per la durata della campagna elettorale e possono svolgere attività politica e di propaganda, al di fuori dell'ambito dei rispettivi uffici e in abito civile". Questa disposizione, in concreto, si traduce in 30 giorni di licenza retribuita: formalmente la disposizione non include le elezioni europee (e, probabilmente, le regionali, che non rientrano strettamente nelle elezioni amministrative), ma la licenza scatta comunque in un numero amplissimo di casi, come se si potesse godere dello stesso beneficio candidandosi per il Senato Galattico o per il consiglio comunale di Piovarolo, comune che - lo si sa anche senza essere Antonio La Quaglia - ha pochi abitanti, ma è dotato di stazione ferroviaria.
Nell'ultima decina di anni - e negli ultimi cinque o sei ancora di più - periodicamente il fenomeno desta l'attenzione dei media (locali e non) e scatena ondate d'indignazione e sdegno, soprattutto quando si verificano episodi che non possono passare inosservati. Il più incredibile, al punto da balzare alla cronaca nazionale, è capitato l'anno scorso a Bisegna, ridente paesino in provincia dell’Aquila di circa 210 abitanti ma con 352 elettori (probabilmente a causa di un gran numero di iscritti all'Aire, l'anagrafe degli italiani residenti all'estero): proprio lì si presentarono 25-diconsi-venticinque liste. Chiunque può consultare l'esito di quelle elezioni sul sito dell'Archivio storico delle elezioni, messo a disposizione dal Ministero dell'interno sulla piattaforma Eligendo (un sito fondamentale per i #drogatidipolitica e - bisogna dirlo - fatto veramente bene), ma qui basta dire che le due liste chiaramente locali ottennero 83 voti ciascuna e si dovette andare al ballottaggio (finito con una differenza di ben 9 voti tra le due formazioni); le altre 23 si dimostrarono pienamente esterne al paese, al punto da raccogliere tutte insieme 1-dicasi-un voto, finito - chissa come, chissà perché - a una lista in particolare (che, a dire il vero, aveva un simbolo anche graficamente decente), mentre le altre 22 rimasero a secco. Occorre riconoscere subito che non tutte quelle formazioni elettorali potevano sbrigativamente essere etichettate come "liste per le licenze", visto che alcune erano presentate da movimenti politici come Fiamma Tricolore, Italexit, Democrazia cristiana o Destra sociale; una parte rilevante delle candidature, tuttavia, sembrava nata ad hoc per ottenere qualcosa di diverso rispetto alla possibile vittoria delle elezioni o l'ingresso in consiglio comunale (incluso, evidentemente, il beneficio del mese di "aspettativa speciale con assegni").
Le citate ondate di indignazione, peraltro, sembrano aver riguardato soprattutto persone che subiscono il cosiddetto "effetto pesce rosso", in base alla convinzione per cui la capacità di concentrazione dell'animaletto è di meno di dieci secondi, al punto che dopo aver attraversato la vasca se ne sarebbe già dimenticato (non è dato sapere se sia veramente così, ma l'immagine era troppo efficace per non utilizzarla in questo caso). Non è affatto una novità: nel 2020 - quando il fenomeno era già ben noto, tanto che questo sito se ne occupava in modo seriale dal 2016 - fece scalpore il caso di Carbone (Pz), comune di circa 500 abitanti ma con oltre mille elettori (sempre, si suppone, per effetto degli iscritti Aire) in cui l'unica lista realmente locale presentata venne esclusa e rimasero solo due liste del tutto esterne al paese, Onesti e Liberi e L'Altra Italia. Vinse la prima lista 78 voti a 14, ma trascorse poche ore dalla proclamazione degli eletti il neo Sindaco rassegnò le dimissioni: la cronaca ci racconta che era un messinese appartenente alle forze dell'ordine. Anche in quell'occasione - con l'inevitabile commissariamento del comune, che tornò regolarmente al voto un anno più tardi - si registrò indignazione generale, stemperata poi dall'insorgere dell'"effetto pesce rosso". In quel caso, a dire il vero, la concentrazione durò un po' di più - forse il periodo in cui si è maggiormente parlato del fenomeno a livello nazionale - grazie ai numerosi servizi dell'inchiesta condotta da Pinuccio all'interno di Striscia la Notizia, facendo emergere vari altri casi eclatanti, incluso quello di Posina, microcomune in provincia di Vicenza, in cui sempre nel 2020 la lista L'Altra Italia aveva ottenuto un seggio ma nessuno dei candidati - tutti o quasi residenti in Puglia, non proprio dietro l’angolo - accettò la carica, di fatto impedendo che il consiglio comunale si insediasse nella sua completezza.
Per i rarissimi soggetti che non conoscessero il tema e le norme in gioco, riproponiamo il quadro riassuntivo elaborato un anno fa su questo blog da chi scrive ora:
Prima che venisse approvata la legge n. 81/1993, nei comuni con meno di 2000 abitanti occorreva raccogliere 10 firme; fin dal primo testo esaminato dall'aula di Montecitorio nella XI legislatura, però, si era già rinunciato a richiedere le sottoscrizioni "sotto i mille" (art. 3, comma 2 della legge n. 81/1993), partendo dalla proposta di legge presentata dalla Dc (primo firmatario Adriano Ciaffi, allora presidente della commissione Affari costituzionali) e non si registrarono quasi proposte alternative sul punto (mentre si polemizzò, e molto, sull'innalzamento delle firme richieste nei comuni più grandi). Si evitò di chiedere le firme nei microcomuni perché lì, dove "tutti si conoscono" (Diego Novelli, La Rete), sarebbe stato inutile chiederle, ma anche perché in quella dimensione sostenere chi si candidava contro il sindaco uscente avrebbe potuto esporre i firmatari - comunque noti sia al personale politico sia agli impiegati comunali, chiamati spesso ad autenticare le sottoscrizioni - ai giudizi delle persone o a potenziali ritorsioni (magari camuffate con "difficoltà burocratiche"). Ciò ha reso sicuramente più facile agli autoctoni presentare liste, ma ha aperto la porta anche a chi voleva partecipare alla competizione da esterno, per tentare di far radicare una forza politica in territori in cui non era presente o per altri scopi meno nobili.Chi erano e chi sono i promotori di queste liste "esterne"? Spesso esponenti di piccoli movimenti politici a carattere nazionale o regionale, non di rado in cerca di radicamento; a volte è capitato che anche partiti rappresentati in Parlamento abbiano presentato liste in questi comuni. Questi fenomeni sono stati analizzati, tra l'altro, soprattutto in un libro sempre a doppia firma Bosso-Maestri, M'imbuco a Sambuco!, uscito nel 2019 e dedicato a un quarto di secolo di elezioni "sotto i mille" limitatamente al Piemonte, regione che per una serie di motivi è particolarmente ricca di episodi da raccontare. A proposito, avete letto il libro? No??? Malissimo!!! Dalla regia si consiglia di provvedere subito, visto che è ancora disponibile (anche in formato Pdf).
Tuttavia da qualche anno è emerso all’attenzione generale un fenomeno legato a questo tipo di elezioni, quello delle cosiddette "liste per le licenze": si tratta di liste di candidati formate in tutto o in parte da persone appartenenti alle forze dell'ordine. Ovviamente - meglio precisarlo subito - costoro hanno pieno diritto di candidarsi nelle occasioni ritenute più opportune, ma di fronte a fenomeni oggettivamente anomali, come la presenza costante in vari microcomuni di un numero rilevante di liste del tutto estranee ai territori in cui concorrono - come del resto i risultati agevolmente dimostrano - non si può trascurare un elemento rilevante come l'art. 81, comma 3 della legge n. 121/1981 (Nuovo ordinamento dell'Amministrazione della pubblica sicurezza). L'articolo, infatti dispone che "Gli appartenenti alle forze di polizia candidati ad elezioni politiche o amministrative sono posti in aspettativa speciale con assegni dal momento della accettazione della candidatura per la durata della campagna elettorale e possono svolgere attività politica e di propaganda, al di fuori dell'ambito dei rispettivi uffici e in abito civile". Questa disposizione, in concreto, si traduce in 30 giorni di licenza retribuita: formalmente la disposizione non include le elezioni europee (e, probabilmente, le regionali, che non rientrano strettamente nelle elezioni amministrative), ma la licenza scatta comunque in un numero amplissimo di casi, come se si potesse godere dello stesso beneficio candidandosi per il Senato Galattico o per il consiglio comunale di Piovarolo, comune che - lo si sa anche senza essere Antonio La Quaglia - ha pochi abitanti, ma è dotato di stazione ferroviaria.
Nell'ultima decina di anni - e negli ultimi cinque o sei ancora di più - periodicamente il fenomeno desta l'attenzione dei media (locali e non) e scatena ondate d'indignazione e sdegno, soprattutto quando si verificano episodi che non possono passare inosservati. Il più incredibile, al punto da balzare alla cronaca nazionale, è capitato l'anno scorso a Bisegna, ridente paesino in provincia dell’Aquila di circa 210 abitanti ma con 352 elettori (probabilmente a causa di un gran numero di iscritti all'Aire, l'anagrafe degli italiani residenti all'estero): proprio lì si presentarono 25-diconsi-venticinque liste. Chiunque può consultare l'esito di quelle elezioni sul sito dell'Archivio storico delle elezioni, messo a disposizione dal Ministero dell'interno sulla piattaforma Eligendo (un sito fondamentale per i #drogatidipolitica e - bisogna dirlo - fatto veramente bene), ma qui basta dire che le due liste chiaramente locali ottennero 83 voti ciascuna e si dovette andare al ballottaggio (finito con una differenza di ben 9 voti tra le due formazioni); le altre 23 si dimostrarono pienamente esterne al paese, al punto da raccogliere tutte insieme 1-dicasi-un voto, finito - chissa come, chissà perché - a una lista in particolare (che, a dire il vero, aveva un simbolo anche graficamente decente), mentre le altre 22 rimasero a secco. Occorre riconoscere subito che non tutte quelle formazioni elettorali potevano sbrigativamente essere etichettate come "liste per le licenze", visto che alcune erano presentate da movimenti politici come Fiamma Tricolore, Italexit, Democrazia cristiana o Destra sociale; una parte rilevante delle candidature, tuttavia, sembrava nata ad hoc per ottenere qualcosa di diverso rispetto alla possibile vittoria delle elezioni o l'ingresso in consiglio comunale (incluso, evidentemente, il beneficio del mese di "aspettativa speciale con assegni").
Le citate ondate di indignazione, peraltro, sembrano aver riguardato soprattutto persone che subiscono il cosiddetto "effetto pesce rosso", in base alla convinzione per cui la capacità di concentrazione dell'animaletto è di meno di dieci secondi, al punto che dopo aver attraversato la vasca se ne sarebbe già dimenticato (non è dato sapere se sia veramente così, ma l'immagine era troppo efficace per non utilizzarla in questo caso). Non è affatto una novità: nel 2020 - quando il fenomeno era già ben noto, tanto che questo sito se ne occupava in modo seriale dal 2016 - fece scalpore il caso di Carbone (Pz), comune di circa 500 abitanti ma con oltre mille elettori (sempre, si suppone, per effetto degli iscritti Aire) in cui l'unica lista realmente locale presentata venne esclusa e rimasero solo due liste del tutto esterne al paese, Onesti e Liberi e L'Altra Italia. Vinse la prima lista 78 voti a 14, ma trascorse poche ore dalla proclamazione degli eletti il neo Sindaco rassegnò le dimissioni: la cronaca ci racconta che era un messinese appartenente alle forze dell'ordine. Anche in quell'occasione - con l'inevitabile commissariamento del comune, che tornò regolarmente al voto un anno più tardi - si registrò indignazione generale, stemperata poi dall'insorgere dell'"effetto pesce rosso". In quel caso, a dire il vero, la concentrazione durò un po' di più - forse il periodo in cui si è maggiormente parlato del fenomeno a livello nazionale - grazie ai numerosi servizi dell'inchiesta condotta da Pinuccio all'interno di Striscia la Notizia, facendo emergere vari altri casi eclatanti, incluso quello di Posina, microcomune in provincia di Vicenza, in cui sempre nel 2020 la lista L'Altra Italia aveva ottenuto un seggio ma nessuno dei candidati - tutti o quasi residenti in Puglia, non proprio dietro l’angolo - accettò la carica, di fatto impedendo che il consiglio comunale si insediasse nella sua completezza.
Proprio il clamore suscitato dai fatti di Carbone e dall'inchiesta di Pinuccio diede l'impulso per iniziare la discussione al Senato su una proposta di legge presentata nel 2019 dal leghista Luigi Augussori, volta - oltre che ad abbassare il quorum nei comuni fino a 15mila abitanti in cui sia presentata un sola lista - a reintrodurre l'onere di raccogliere un numero molto ridotto di sottoscrizioni anche nei comuni sotto i mille abitanti: tra 15 e 30 firme nei comuni con almeno 751 abitanti, tra 10 e 20 firme nei comuni con oltre 500 abitanti, tra 5 e 10 firme nei comuni fino a 500 abitanti. Un adempimento simile verrebbe sbrigato da persone locali in un'ora o - nei comuni con l'onere maggiore - in un pomeriggio, anche solo facendo sottoscrivere la lista ai familiari dei candidati residenti in paese; potrebbero fare facilmente fronte all'impegno anche piccoli movimenti politici o civici che avessero almeno un referente
in loco, mentre tutte le altre liste, per essere regolarmente presenti alla competizione, dovrebbero prendersi la briga di recarsi sul posto (o di mandare qualcuno), di convincere le persone a firmare (sperando che accettino e, soprattutto, che siano residenti lì, cosa non proprio scontata) e di cercare una persona abilitata ad autenticare le sottoscrizioni in quel luogo. La proposta di Augussori fu approvata dal Senato nella scorsa legislatura (con un sostegno pressoché unanime, anche per l'interessamento del presidente della commissione Affari costituzionali, Dario Parrini), ma alla Camera l'iter non si completò. Nella legislatura attuale il medesimo testo è stato ripresentato da Daisy Pirovano, senatrice leghista che nel 2021 era stata la relatrice; il Senato ha approvato il testo il 1° marzo 2023, la commissione Affari costituzionali della Camera ha fatto altrettanto il 28 febbraio 2024, ma da allora il progetto di legge giace a Montecitorio e non risultano seri tentativi di portarla in tempi rapidi all'esame dell'assemblea. Nel frattempo a Posina a fine maggio si vota di nuovo, sempre senza firme, ma stavolta pare che le uniche due liste in campo siano legate al territorio.
A proposito, come mai un comune che aveva votato nel 2020 rinnova i suoi organi nel 2026? Questo sito lo ha già ricordato, ma non è inutile ribadire che, se nel 2020 si era votato eccezionalmente a settembre per evitare il periodo di picco della pandemia Covid-19, la circolare n. 83/2024 del Ministero dell'interno -
Dipartimento per gli affari interni e territoriali (Direzione centrale
per i servizi elettorali) ha rilevato che i "decreti
elezioni" del 2020 e del 2021 non avevano dettato norme speciali circa il successivo rinnovo delle amministrazioni chiamate al voto posticipato in quegli anni: dovevano dunque applicarsi - nelle regioni a statuto ordinario - le regole normali previste dalla legge n. 182/1991, fissando il voto per il turno ordinario successivo alla scadenza del quinquennio, dunque dal 15 aprile al 15 giugno 2026 per i comuni rinnovati nel 2020, mentre i comuni rinnovati nel 2021 vedranno riaprirsi i seggi tra metà aprile e metà giugno del 2027.
Quest'allungamento delle consiliature iniziate nel 2020, tra l'altro, è il motivo per cui - come si ricorderà - lo scorso anno in primavera si è votato in pochi comuni (quelli in cui il sindaco eletto per ultimo era stato sfiduciato, si era dimesso oppure, purtroppo, era deceduto): proprio la disponibilità di pochi comuni "sotto i mille" nel 2025 aveva fatto lievitare il numero di liste esterne, come si poteva agevolmente vedere nella tabella preparata un anno fa:
Come si vede solo i comuni della Calabria erano parsi sembra immune al fenomeno. E se va detto che San Nicolò di Comelico, ai confini con l'Austria, non è facile da raggiungere, San Giacomo Vercellese è a pochi chilometri da Vercelli e pochissimi dal casello autostradale, anche se non è inutile rilevare che almeno un paio di presentatori - uno degli autori dell'articolo lo ha notato personalmente - sono arrivati con la stessa auto. Ovviamente alle anomalie nel numero delle liste non concorrono le formazioni locali, quasi sempre due.
* * *
Ma torniamo al presente. Come si è detto, il 24 e 25 maggio saranno chiamati al voto 900 comuni (come comunicato dal Ministero dell'interno), tra questi non saranno pochi quelli sotto i mille abitanti. Sarebbe facile pensare che, dopo tutte le polemiche degli anni scorsi, il fenomeno delle "liste per le licenze" quest'anno sia destinato a scomparire o, perlomeno, a essere molto ridimensionato: la realtà, però, è ben diversa.
A un primo esame, infatti, sembrano emergere almeno 110-120 liste "esterne" presentate nei vari comuni. Come riconoscerle? Non è difficile in fondo: escluse le formazioni evidentemente riconducibili a movimenti politici esistenti e più o meno strutturati, molte liste sono facilmente identificabili per la pochezza grafica dei simboli proposti o per il ripetersi dei nomi (delle liste o - a volte - dei candidati); in alcuni casi sembrano agganciarsi a movimenti politici realmente esistenti.
Il primo caso a fare scalpore sui media locali è stato quello di Monteleone di Puglia, nel foggiano: al di là delle due liste locali, si è sollevato un polverone per la presenza di altre sette liste. In effetti sull'albo pretorio comunale i programmi pubblicati sono solo cinque (e non è dato sapere che fine abbiano fatto gli altri quattro), tuttavia nella delibera che delimita e assegna gli spazi per la propaganda risultano effettivamente 9 liste e nelle premesse si dà conto della loro ammissione. Non c'è ancora il manifesto delle candidature, ma è già possibile individuare come locale la lista La Primavera di Monteleone (del sindaco uscente Giovanni Campese), così come sembra basata sul territorio la Lista civica Il Tiglio, che candida a sindaco Sebastiano Maraschiello. Le altre? Progresso, Uniti si vince, Fiamma Tricolore, Alleanza per l'Italia - Partito liberale italiano - Sovranisti per l'Italia e per la libertà, Si - Impegno civico, Sanniti e Diamo l'esempio. Nomi delle liste almeno in parte già visti in passato, per chi ha buona memoria.
Il primo caso a fare scalpore sui media locali è stato quello di Monteleone di Puglia, nel foggiano: al di là delle due liste locali, si è sollevato un polverone per la presenza di altre sette liste. In effetti sull'albo pretorio comunale i programmi pubblicati sono solo cinque (e non è dato sapere che fine abbiano fatto gli altri quattro), tuttavia nella delibera che delimita e assegna gli spazi per la propaganda risultano effettivamente 9 liste e nelle premesse si dà conto della loro ammissione. Non c'è ancora il manifesto delle candidature, ma è già possibile individuare come locale la lista La Primavera di Monteleone (del sindaco uscente Giovanni Campese), così come sembra basata sul territorio la Lista civica Il Tiglio, che candida a sindaco Sebastiano Maraschiello. Le altre? Progresso, Uniti si vince, Fiamma Tricolore, Alleanza per l'Italia - Partito liberale italiano - Sovranisti per l'Italia e per la libertà, Si - Impegno civico, Sanniti e Diamo l'esempio. Nomi delle liste almeno in parte già visti in passato, per chi ha buona memoria.
Si diceva dei media online: uno titola Forestieri all’arrembaggio di Monteleone di Puglia: giungla di liste fantasma per l’aspettativa retribuita (in un primo tempo il titolo era Elezioni comunali Monteleone di Puglia 2026: 9 candidati sindaci in un borgo di 900 anime, corsa all'aspettativa retribuita) e, senza voler ovviamente offendere nessuno, il vero motivo per stupirsi è che qualcuno si stupisca ancora di questo fenomeno. Un'altra testata - televisiva - recita nel suo servizio: "Nove liste per 748 votanti. Due con candidati locali, che [...] si contenderanno sindaco e consiglieri, le altre composte da forestieri, che mai metteranno piede a Monteleone di Puglia. Nel borgo dei Monti Dauni, i cittadini sono a dir poco arrabbiati. Nei paesi con meno di mille abitanti, non è necessario sottoscrivere le candidature: quindi, a Monteleone c'è stata la corsa a presentarsi, soprattutto tra le forze dell’ordine e le forze armate". Le cose staranno sicuramente come dice il servizio, ma si consenta di dubitare che a qualche cittadino importi realmente del numero di liste sulla scheda o, per lo meno, che possa essere arrabbiato (ma forse piuttosto indignato o irritato) per la questione delle liste - certo non sottovalutata su questo sito - più che per altri temi.
Dalla Puglia alle Marche, sul Resto del Carlino è comparso questo articolo: Candidature e carcere sguarnito. Lista di poliziotti penitenziari, Manzi: "Il ministero indaghi". La deputata del Pd Irene Manzi, in particolare, denuncia il caso di una lista presentata a Muccia, comune del maceratese (Insieme per il futuro, a quanto si può intuire), "formata esclusivamente da poliziotti penitenziari [...]. Dieci persone di fuori - si legge nell'articolo - non nate o residenti nel paese, di cui nove uomini che lavorano al carcere di Fermo e la donna della polizia penitenziaria di Ascoli". "Tutti hanno pienamente diritto di candidarsi - ha dichiarato Manzi - anche chi non è residente ovviamente. Ma [...] è una questione di opportunità. Più volte ho denunciato il problema della polizia penitenziaria sotto organico, con la difficoltà di coprire i turni e svolgere le varie incombenze senza un numero congruo di unità. [...] In ballo c’è la correttezza verso i colleghi. In termini di diritto non è contestabile, ma il governo dovrebbe verificare che il ricorso a tale strumento non incida negativamente sull’organizzazione e sulla sicurezza degli istituti penitenziari. È anche una questione di prossimità e di cura del paese in cui ci si candida: presentarsi alle amministrative è una cosa seria, sia in un piccolo che un grande Comune. Ed è importante avere comunque un legame con quella comunità". Il sentire di Manzi è condivisibile; a Muccia, peraltro, le liste saranno in tutto tre e di esterne ce n'è una sola, viene quindi la tentazione da chiedersi quanto la reazione sarebbe stata più marcata se nel suo territorio fosse ricaduto anche il comune molisano di Conca Casale (Is), che a fronte di 175 abitanti vedrà concorrere ben 9 liste, 7 delle quali esterne.
Dalla Puglia alle Marche, sul Resto del Carlino è comparso questo articolo: Candidature e carcere sguarnito. Lista di poliziotti penitenziari, Manzi: "Il ministero indaghi". La deputata del Pd Irene Manzi, in particolare, denuncia il caso di una lista presentata a Muccia, comune del maceratese (Insieme per il futuro, a quanto si può intuire), "formata esclusivamente da poliziotti penitenziari [...]. Dieci persone di fuori - si legge nell'articolo - non nate o residenti nel paese, di cui nove uomini che lavorano al carcere di Fermo e la donna della polizia penitenziaria di Ascoli". "Tutti hanno pienamente diritto di candidarsi - ha dichiarato Manzi - anche chi non è residente ovviamente. Ma [...] è una questione di opportunità. Più volte ho denunciato il problema della polizia penitenziaria sotto organico, con la difficoltà di coprire i turni e svolgere le varie incombenze senza un numero congruo di unità. [...] In ballo c’è la correttezza verso i colleghi. In termini di diritto non è contestabile, ma il governo dovrebbe verificare che il ricorso a tale strumento non incida negativamente sull’organizzazione e sulla sicurezza degli istituti penitenziari. È anche una questione di prossimità e di cura del paese in cui ci si candida: presentarsi alle amministrative è una cosa seria, sia in un piccolo che un grande Comune. Ed è importante avere comunque un legame con quella comunità". Il sentire di Manzi è condivisibile; a Muccia, peraltro, le liste saranno in tutto tre e di esterne ce n'è una sola, viene quindi la tentazione da chiedersi quanto la reazione sarebbe stata più marcata se nel suo territorio fosse ricaduto anche il comune molisano di Conca Casale (Is), che a fronte di 175 abitanti vedrà concorrere ben 9 liste, 7 delle quali esterne.
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Già, le liste esterne. Ma quali sono quelle più frequenti? Proviamo a vederlo, considerando però tutte le formazioni che non sembrano del tutto autoctone, a prescindere dalla loro natura e dai loro scopi.
In pole position c'è Progetto popolare, un movimento politico che appare in continità con quello che anni fa si chiamava Movimento sociale italico (sic!) e che ha base a Colleferro in provincia di Roma: presente da anni nelle competizioni elettorali locali, nel 2026 presenta una ventina di liste (una, peraltro, risulta essere stata bocciata). Il simbolo si trova in Piemonte (ad Ailoche e Tavigliano, nel biellese, e a Lamporo nel vercellese), in Basilicata (Craco, nel materano) come in altre regioni nel mezzo. Non sta certo a chi scrive dire se quelle presentate - tutte, alcune o nesssuna - siano "liste per le licenze"; indubbiamente però è singolare che una forza politica che appare così diffusa sul territorio e con centinaia di aderenti disposti a candidarsi (nel 2024 le liste presentate furono almeno 26 e anche negli anni precedenti se ne sono viste parecchie) compaia solo in queste particolari elezioni, che non richiedono la raccolta di sottoscrizioni.
Al secondo posto troviamo Italia dei Diritti, che sul proprio sito indica: "L'Italia dei Diritti è un movimento nazionale che nasce nel novembre del 2006 e che si occupa delle problematiche legate alla tutela e alla difesa dei diritti dei cittadini. Fondato da Antonello De Pierro, noto giornalista romano e direttore di Italymedia, portale di informazione libera, da sempre legato ai problemi sociali e alla denuncia dei diritti negati ai più deboli, l'Italia dei Diritti vanta una comprovata attività in campo sociale
attraverso la messa in pratica di una serie di battaglie finalizzate
alla segnalazione di soprusi e abusi per portare a conoscenza e
sensibilizzare l’opinione pubblica su tematiche, a volte, ignorate". Il movimento ha presentato un decina di liste in comuni con meno di mille abitanti - in particolare nel Lazio, in Campania e in Basilicata - e non è nuovo a queste operazioni; a onor del vero abbiamo notizia di almeno due liste in comuni in cui invece raccogliere le sottoscrizioni è necessario, cioè Vicovaro (Rm), con circa 3500 abitanti, e Polla (Sa), con 5000 abitanti.
Quanto alla presenza in altri piccoli centri della provincia di Salerno è scoppiata tuttavia una polemica, legata a un articolo di CronacheSalerno.it che accusava Italia dei Diritti di presentare "liste per le licenze":
L’Italia, cosa nota, è quel Paese dove il paradosso è di casa. [...] oggi il paradosso consiste in una legge che dovrebbe alleggerire la burocrazia nei piccoli centri ma che invece permette di aggirare la norma e trarre vantaggi. Il caso specifico riguarda “Italia dei Diritti”, una lista civica per le amministrative che sta spopolando in tutta Italia e nel Cilento, terra fertile come detto sopra, non poteva fare eccezione. Si tratta di liste composte unicamente da rappresentanti delle forze dell’ordine che, per effetto della propria candidatura, possono godere di trenta giorni di aspettativa retribuita, il periodo necessario per potersi dedicare alla campagna elettorale: poco conta se effettivamente si è presenti in loco. Quattro le liste presentate nel Cilento, tutte con lo stesso simbolo e le stesse diciture. [...] Come è possibile, però, che emeriti sconosciuti si possano candidare in comuni che forse non saprebbero nemmeno indicare su una carta geografica? Presto detto. Al di sotto dei mille abitanti, ed è il caso di Laurito, Lustra e Pertosa, non c’è bisogno di sottoscrizione della lista elettorale da parte degli abitanti. Basta una Pec, quindi nemmeno lo sforzo di recarsi al comune, e il gioco è fatto: i dieci candidati al consiglio più il sindaco sono pronti ad affrontare la sfida elettorale e, di conseguenza, il periodo di aspettativa retribuita, ovviamente a spese degli italiani. Discorso diverso, in parte, per Polla. Il comune del Vallo di Diano supera i 5 mila abitanti e lì la sottoscrizione c’è stata. Non è escluso, però, che gli undici in campo siano della zona, così come non può dirsi che non lo siano. Insomma, il fenomeno c'è ed è in crescita. I candidati non fanno nulla di male, anzi rispettano la legge e godono dei diritti previsti per loro. Lo stesso fenomeno si è registrato lo scorso anno a Castelnuovo di Conza, Ispani e Sant’Angelo a Fasanella. In questo caso, tre consiglieri sono stati eletti e sono anche attivi in consiglio comunale. Parrebbe [...] che i tre pretendano anche il rimborso spese per la loro partecipazione all'assise, andando a pesare, e non poco, sul bilancio di un piccolo centro che non dispone certo di casse floride [...].
Occorre dire, per correttezza, che Italia dei Diritti ha prontamente smentito, con un articolo pubblicato - tra l'altro - su Politicamentecorretto.com e che riporta una dichiarazione di Carlo Spinelli, responsabile nazionale per la politica interna del movimento:
"Sinceramente ci siamo stufati di doverci sempre difendere dagli attacchi di chi continua a screditarci etichettandoci come lista farlocca. Tra l'altro [...] questi attacchi arrivano anche da persone che sinceramente [...] non hanno neanche cognizione di ciò che affermano e disconoscono anche le norme che chiamano in causa. [...] Innanzi tutto riteniamo offensivo essere considerati uno pseudo partito, il movimento Italia dei Diritti [...] è un movimento politico che da anni è impegnato nel portare avanti una politica etico legalitaria fondata sul principio del rispetto della legalità nelle istituzioni, sulla tutela dei diritti che spesso vengono violati soprattutto nei soggetti più fragili, sul rispetto delle quote rosa che all’interno di alcuni enti non solo non vengono rispettate ma neanche sanzionate, e sul costante monitoraggio del territorio per segnalare e denunciare le problematiche che potrebbero mettere a rischio l’incolumità dei cittadini. [...] probabilmente chi scrive sciocchezze su di noi [...] probabilmente non ha coscienza di come si presentano le liste nei vari comuni visto che, sempre secondo chi scrive sciocchezze, basterebbe inviare una PEC e il gioco è fatto. Ma non risponde al vero nemmeno dire che il fenomeno delle liste civetta è in continua espansione visto che in questa tornata elettorale le liste farlocche sono assenti o poco presenti soprattutto nel Cilento dove a Laurito c’è una sola lista con un unico candidato sindaco, e a Pertosa e Lustra sono presenti tre liste, tra cui la nostra, composte comunque da persone del luogo o comuni limitrofi. A Polla inoltre, oltre ad aver raccolto le sottoscrizioni necessarie per presentare la lista, il nostro candidato sindaco è espressione del territorio così come gran parte dei candidati consiglieri. Sfido quindi chiunque a trovare nelle nostre liste che abbiamo presentato nel Cilento, la massiccia presenza di poliziotti, carabinieri o militari in genere che si sono candidati per godere della cosiddetta aspettativa retribuita. Paradossalmente la presenza delle liste farlocche danneggia anche il nostro movimento proprio perché viene accomunato a questo fenomeno che, come già detto, in questa tornata elettorale sembrerebbe di molto ridimensionato. [...]".
Posto che oggettivamente le liste vanno presentate di persona e non è possibile farlo via Pec, tra qualche giorno si vedrà l'esito della partecipazione a questo turno elettorale. In ogni caso, il movimento potrebbe avere eletti a Cerosimo, nel potentino, visto che lì è presente una sola lista locale: quando saranno noti i nomi dei vari candidati in tutta Italia, si potrà fare qualche considerazione in più.
Sul podio si piazza il Movimento sociale Fiamma Tricolore: sono almeno nove le liste presentate, da Sestriere (To) a Monteleone di Puglia. In questo caso il partito, nato nel 1995 ad opera di chi non condivise la trasformazione del Movimento sociale Italiano in Alleanza Nazionale, fondato da Pino Rauti e oggi guidato da Daniele Cerbella, segretario nazionale, non può essere etichettato come contenitore di liste licenze: assente da alcuni anni da competizioni elettorali importanti, il Ms-Ft vanta però partecipazioni ad elezioni nazionali e regionali e di comuni capoluogo e, in passato, ha eletto parlamentari europei e nazionali. Potrebbe ottenere seggi in un paio di comuni toscani nei quali, oltre ad una sola lista locale, sono presenti solo altre liste esterne.
A seguire troviamo Alleanza per l'Italia (nulla a che vedere con il partito fondato parecchi anni fa da Francesco Rutelli), un cartello elettorale formato con i simboli "a bicicletta", come si diceva una volta, dal Partito liberale italiano guidato da Stefano De Luca e Grazio Trufolo e da Sovranisti per l'Italia e le Libertà, questi ultimi eredi del movimento L’Altra Italia, in passato oggetto di attenzione da parte di Striscia la Notizia per il "caso Posina" - citato in precedenza - e per la genuinità di alcune candidature. Il cartello è presente in Piemonte, Lombardia, Umbria, Marche e Puglia; in provincia di Lecco potrebbe ottenere seggi in due comuni per la presenza di una sola lista locale. A Sueglio, peraltro, ha dovuto modificare il simbolo, togliendo il logo del Pli perché la sottocommissione elettorale circondariale ha valutato che la lista dovesse depositare anche la delega per l'uso di un simbolo di un partito nazionale con un passato parlamentare. In base alle informazioni attualmente disponibili, non ci sono motivi per ritenere che si tratti di "liste per le licenze".
C'è poi Destra sociale, il movimento nato nel 2014 su iniziativa di Luca Romagnoli (parlamentare europeo dal 2004 al 2009 per la Fiamma tricolore e per anni suo segretario, in seguito alla sfiducia da parte del Comitato uscì dal partito e con altri fondò Destra sociale, che poi si è avvicinata a Fratelli d’Italia); dopo il disimpegno dalla politica di Romagnoli la guida del movimento è passata a Sergio Arduini di Frosinone. Le liste presentate sono cinque, tre in Lazio e due in Abruzzo; una sesta lista, a Roiate (Rm) é stata cassata tout court per confondibilità del simbolo (una fiamma stilizzata) senza che sia stata data - a quanto si sa, e se fosse vero la decisione sarebbe davvero discutibile - la possibilità di sostituirlo. In altri due comuni - Marano Equo e Camerata Nuova - invece, la sostituzione è stata richiesta e ammessa, come da legge; l'emblema è stato ammesso senza problemi a Cappadocia, Rocca di Botte e Belmonte Castello. Insomma tre decisioni diverse da parte delle diverse commissioni elettorali: anche per questo, Arduini avrebbe meditato di cambiare definitivamente emblema, adottando un tricolore di spighe al posto delle tre fiamme.
In provincia di Pavia troviamo tre liste del Patto per il Nord, un movimento autonomista nato a fine 2025, contenitore guidato dall'ex parlamentare leghista Paolo Grimoldi, in cui è confluito anche il movimento Grande Nord. Patto per il Nord ha come simbolo Pinamonte da Vimercate, altro strenuo oppositore dell’Impero ed eroe della Lega Lombarda. L’autonomismo e il federalismo tornano orgogliosamente al centro del villaggio, in controtendenza rispetto alla svolta nazionalista e sovranista che Matteo Salvini ha imposto alla Lega. Il simbolo - come questo sito ha già rilevato - è presente anche all’interno della lista De Marchi a Mantova e corre in solitaria a Lecco: salvo errori, è l’unica tra le liste elencate in questo articolo a correre anche per elezioni di capoluoghi di provincia. Quasi certamente, tra l'altro, Patto per il Nord otterrà seggi a Silvano Pietra, comune nel quale è presente una sola altra lista.
Sul podio si piazza il Movimento sociale Fiamma Tricolore: sono almeno nove le liste presentate, da Sestriere (To) a Monteleone di Puglia. In questo caso il partito, nato nel 1995 ad opera di chi non condivise la trasformazione del Movimento sociale Italiano in Alleanza Nazionale, fondato da Pino Rauti e oggi guidato da Daniele Cerbella, segretario nazionale, non può essere etichettato come contenitore di liste licenze: assente da alcuni anni da competizioni elettorali importanti, il Ms-Ft vanta però partecipazioni ad elezioni nazionali e regionali e di comuni capoluogo e, in passato, ha eletto parlamentari europei e nazionali. Potrebbe ottenere seggi in un paio di comuni toscani nei quali, oltre ad una sola lista locale, sono presenti solo altre liste esterne.
A seguire troviamo Alleanza per l'Italia (nulla a che vedere con il partito fondato parecchi anni fa da Francesco Rutelli), un cartello elettorale formato con i simboli "a bicicletta", come si diceva una volta, dal Partito liberale italiano guidato da Stefano De Luca e Grazio Trufolo e da Sovranisti per l'Italia e le Libertà, questi ultimi eredi del movimento L’Altra Italia, in passato oggetto di attenzione da parte di Striscia la Notizia per il "caso Posina" - citato in precedenza - e per la genuinità di alcune candidature. Il cartello è presente in Piemonte, Lombardia, Umbria, Marche e Puglia; in provincia di Lecco potrebbe ottenere seggi in due comuni per la presenza di una sola lista locale. A Sueglio, peraltro, ha dovuto modificare il simbolo, togliendo il logo del Pli perché la sottocommissione elettorale circondariale ha valutato che la lista dovesse depositare anche la delega per l'uso di un simbolo di un partito nazionale con un passato parlamentare. In base alle informazioni attualmente disponibili, non ci sono motivi per ritenere che si tratti di "liste per le licenze".
C'è poi Destra sociale, il movimento nato nel 2014 su iniziativa di Luca Romagnoli (parlamentare europeo dal 2004 al 2009 per la Fiamma tricolore e per anni suo segretario, in seguito alla sfiducia da parte del Comitato uscì dal partito e con altri fondò Destra sociale, che poi si è avvicinata a Fratelli d’Italia); dopo il disimpegno dalla politica di Romagnoli la guida del movimento è passata a Sergio Arduini di Frosinone. Le liste presentate sono cinque, tre in Lazio e due in Abruzzo; una sesta lista, a Roiate (Rm) é stata cassata tout court per confondibilità del simbolo (una fiamma stilizzata) senza che sia stata data - a quanto si sa, e se fosse vero la decisione sarebbe davvero discutibile - la possibilità di sostituirlo. In altri due comuni - Marano Equo e Camerata Nuova - invece, la sostituzione è stata richiesta e ammessa, come da legge; l'emblema è stato ammesso senza problemi a Cappadocia, Rocca di Botte e Belmonte Castello. Insomma tre decisioni diverse da parte delle diverse commissioni elettorali: anche per questo, Arduini avrebbe meditato di cambiare definitivamente emblema, adottando un tricolore di spighe al posto delle tre fiamme.
In provincia di Pavia troviamo tre liste del Patto per il Nord, un movimento autonomista nato a fine 2025, contenitore guidato dall'ex parlamentare leghista Paolo Grimoldi, in cui è confluito anche il movimento Grande Nord. Patto per il Nord ha come simbolo Pinamonte da Vimercate, altro strenuo oppositore dell’Impero ed eroe della Lega Lombarda. L’autonomismo e il federalismo tornano orgogliosamente al centro del villaggio, in controtendenza rispetto alla svolta nazionalista e sovranista che Matteo Salvini ha imposto alla Lega. Il simbolo - come questo sito ha già rilevato - è presente anche all’interno della lista De Marchi a Mantova e corre in solitaria a Lecco: salvo errori, è l’unica tra le liste elencate in questo articolo a correre anche per elezioni di capoluoghi di provincia. Quasi certamente, tra l'altro, Patto per il Nord otterrà seggi a Silvano Pietra, comune nel quale è presente una sola altra lista.
Sempre nel Nord, in Piemonte troviamo due liste dei Solidali, un movimento che punta a mettere insieme varie formazioni civiche di varie sensibilità, unite dalle battaglie per i diritti. Il primo consiglio in cui il simbolo apparirà sarà quello di Gravere (To), grazie a Michele Pastore e a Davide Betti Balducci, eletti nel 2021 con la lista Progetto Paese. Il contrassegno è presente a Benevello e Treiso dove dovrà, secondo logica, sfidare Alleanza per l’Italia per i seggi di minoranza.
A Osasio (To) invece si presenta ancora la lista Progetto Paese (sia pure con una grafica rinnovata), probabilmente perché nel 2020 erano stati eletti con questo simbolo 3 consiglieri di minoranza con il 10,4%, battendo Forza nuova 51 voti a 17 (e il terzo seggio venne ottenuto perché secondo il metodo d’Hondt, a parità di quoziente, l'eletto scatta per la lista con il risultato elettorale maggiore).
A Osasio (To) invece si presenta ancora la lista Progetto Paese (sia pure con una grafica rinnovata), probabilmente perché nel 2020 erano stati eletti con questo simbolo 3 consiglieri di minoranza con il 10,4%, battendo Forza nuova 51 voti a 17 (e il terzo seggio venne ottenuto perché secondo il metodo d’Hondt, a parità di quoziente, l'eletto scatta per la lista con il risultato elettorale maggiore).
In questo comune di 936 abitanti, tra l'altro, si presentano ben quattro liste: oltre a quella civica locale e a Progetto Paese troviamo una lista della Democrazia cristiana (verssimilmente quella guidata transitoriamente da Gianpiero Samorì e rappresentata in Piemonte soprattutto da Mauro Carmagnola) e quella di Civici per il tuo territorio, di chiara espressione autonomista (peraltro il candidato sindaco è Marco Di Silvestro, candidato sindaco nel 2022 a Frabosa Soprana per Impegno per Frabosa e l'anno prima a Massello per Piemont, nome comunque noto a chi segue le vicende elettorali del Piemonte e soprattutto le altre partecipazioni elettorali in area "No Euro"; non è meno rilevante che la stessa dicitura, senza drapò piemontese, si avvisti nel simbolo della Lega nei comuni di Venaria Reale e di Moncalieri). Chi entrerà in minoranza a Osasio? Nell'attesa della risposta, si nota che la lista Civici per il tuo territorio si presenta anche a Isolabella, sempre nel torinese.
* * *
Indubbiamente il Piemonte e la vicina provincia di Pavia offrono sempre spunti interessanti: in queste aree, da sempre, sono presenti liste di piccoli movimenti, spesso a carattere locale. Non si può dire altrettanto del resto d’Italia: al netto di alcune presenze di formazioni nazionali o locali, la maggior parte delle altre liste "esterne" possono essere, senza troppi dubbi, inquadrabili come "liste per le licenze". Al netto di due liste di Forza nuova - una in Liguria e una in Abruzzo - e di qualche altro piccolo movimento come Alleanza sociale italiana (in Calabria, lo abbiamo già incontrato altre volte) o Umbria Autonomia, le altre liste sono, con ogni probabilità, presentate per consentire ai candidati di ottenere licenze elettorali.
Nella maggior parte dei casi - lo si è già detto - usano nomi molto generici e simboli dalla grafica elementare, non di rado costituita da un cerchio bianco con circonferenza e scritte di colore nero; qualche volta lo sfondo é colorato - giallo o arancione - e a volte il simbolo è leggermente più elaborato, ma senza troppo sforzo e comunque spesso risulta già visto in passato in altri comuni. Gli emblemi di alcune liste - come +Verde Cuore Ambientalista, presente in due comuni del Lazio e in due dell'Abruzzo - sembrano fare eccezione, ma anche in quei casi si tratta di emblemi già visti in queste competizioni e hanno già dato prova del loro non-radicamento nei territori.
Anche il simbolo della Lista civica Insieme è già apparso nel 2025 in alcuni dei pochi comuni sotto i mille chiamati al voto in quell'anno (San Giacomo Vercellese, Malvicino, Calvignano, Bisegna, Senerchia, Castelnuovo di Conza, Ispani, Sant’Angelo a Fasanella) e la grafica non differisce molto, nella composizione grafica, da quello di Progetto Popolare, stessa logica; una banda tricolore su sfondo azzurro o blu e scritta sopra di essa. Nel 2026, invece, risulta presente in nove comuni, dal Piemonte al Molise. La logica di una lista civica è - o almeno è normale pensare che lo sia - presentarsi e agire come… una lista civica, cioè essere presente con quel simbolo in un solo comune; per quanto ormai le denominazioni anche delle "vere" civiche - specie nei comuni fino a 15mila abitanti, che non consentono la presenza di più liste a sostegno di un candidato - si somiglino spesso (con un ampio uso di "uniti", "insieme (per", "impegno", "cambiare", "bene comune"), restano ben diversi e identificabili i contesti e, generalmente, i rispettivi simboli, non di rado molto più elaborati e con la presenza di immagini o stilizzazioni che si riferiscono al comune. In questo caso, invece, l'uso di un emblema sempre uguale suggerisce una diversa idea di progetto nazionale e di fini da raggiungere: si lascia a chi legge l'esercizio di immaginazione.
Anche il simbolo della Lista civica Insieme è già apparso nel 2025 in alcuni dei pochi comuni sotto i mille chiamati al voto in quell'anno (San Giacomo Vercellese, Malvicino, Calvignano, Bisegna, Senerchia, Castelnuovo di Conza, Ispani, Sant’Angelo a Fasanella) e la grafica non differisce molto, nella composizione grafica, da quello di Progetto Popolare, stessa logica; una banda tricolore su sfondo azzurro o blu e scritta sopra di essa. Nel 2026, invece, risulta presente in nove comuni, dal Piemonte al Molise. La logica di una lista civica è - o almeno è normale pensare che lo sia - presentarsi e agire come… una lista civica, cioè essere presente con quel simbolo in un solo comune; per quanto ormai le denominazioni anche delle "vere" civiche - specie nei comuni fino a 15mila abitanti, che non consentono la presenza di più liste a sostegno di un candidato - si somiglino spesso (con un ampio uso di "uniti", "insieme (per", "impegno", "cambiare", "bene comune"), restano ben diversi e identificabili i contesti e, generalmente, i rispettivi simboli, non di rado molto più elaborati e con la presenza di immagini o stilizzazioni che si riferiscono al comune. In questo caso, invece, l'uso di un emblema sempre uguale suggerisce una diversa idea di progetto nazionale e di fini da raggiungere: si lascia a chi legge l'esercizio di immaginazione.
Non abbiamo, invece, molte notizie sul Movimento Democrazia Sociale presente in due comuni del Lazio e in uno in Molise: una ricerca sul web è stata infruttuosa ed è strano per un movimento politico che già abbiamo visto presente in queste competizioni. Da notizie di cronaca passate si apprende che tra i candidati erano stati schierati esponenti delle forze dell'ordine, ma si riconosce che il simbolo presenta comunque, perlomeno, una grafica interessante e più elaborata di altre.
Di seguito, una selezione - di certo incompleta - di altri nomi di liste presentate: Noi Oltre, Una nuova prospettiva (usati almeno due volte), Alternativa civica, La nuova scelta, La nuova svolta, Insieme ancora, Insieme per... il Futuro, Insieme si può, Italia, La novità, La scelta giusta, Liberi di scegliere, Lista Alfa, Orizzonte 2031, Partecipa il Paese, Pro Peace, Progetto Futuro, Progetto Italia, Progresso, Rinnoviamo insieme, Sanniti, Svolta Comune, Uniti per cambiare, Uniti si può, Uniti per crescere, Voliamo Insieme…. Facile notare il ripetersi di parole come "Nuovo", "Scelta", "Insieme" (soprattutto), nessun riferimento ideologico o territoriale.
Di seguito, una selezione - di certo incompleta - di altri nomi di liste presentate: Noi Oltre, Una nuova prospettiva (usati almeno due volte), Alternativa civica, La nuova scelta, La nuova svolta, Insieme ancora, Insieme per... il Futuro, Insieme si può, Italia, La novità, La scelta giusta, Liberi di scegliere, Lista Alfa, Orizzonte 2031, Partecipa il Paese, Pro Peace, Progetto Futuro, Progetto Italia, Progresso, Rinnoviamo insieme, Sanniti, Svolta Comune, Uniti per cambiare, Uniti si può, Uniti per crescere, Voliamo Insieme…. Facile notare il ripetersi di parole come "Nuovo", "Scelta", "Insieme" (soprattutto), nessun riferimento ideologico o territoriale.
Nell'attesa che escano i manifesti con i nomi dei candidati e che le urne diano i loro responsi (che potrebbero confermare supposizioni o convinzioni, ma anche riservare sorprese: siamo qui apposta per raccontarle), ci si permette di riportare di seguito l'articolo scritto alla fine di aprile sul sito www.poliziapenitenziaria.it da Giovanni Battista de Blasis, segretario generale aggiunto del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe). A dispetto della lunghezza, merita di essere letto tutto e con molta, molta attenzione.
Muccia ha poco più di ottocento abitanti. Un piccolo Comune dei Monti Sibillini, con una comunità vera, problemi veri e una campagna elettorale che dovrebbe riguardare chi quel territorio lo vive. Alle ultime elezioni comunali si è presentata una lista chiamata «Insieme per il futuro». Dieci candidati, nessuno nato o residente nel paese. Nove sono poliziotti penitenziari e lavorano al carcere di Fermo, la decima nel carcere di Ascoli Piceno. È l’ultimo episodio di una storia che si ripresenta a ogni tornata elettorale con liste composte da appartenenti alle forze dell’ordine candidati in Comuni lontani, spesso senza alcun legame con il territorio, con il solo effetto concreto di fruire dei trenta giorni di aspettativa retribuita previsti dalla legge.
La notizia, riportata dal Resto del Carlino, edizione di Macerata, ha provocato reazioni dei residenti. Giulia Menciotti, candidata sindaco, ha riconosciuto la legittimità formale della lista, ma ha accennato ai risvolti … «provocherà un aggravio di lavoro e servizi al personale di polizia penitenziaria, che subirà questa scelta politica dovendo rimpiazzare i poliziotti» assenti. Stefano Antonelli, altro candidato, è stato ancora più netto: «È una vergogna. Bisognerebbe avere un po' di amor proprio e coscienza. In ballo ci sono soldi pubblici, senza considerare che la Polizia Penitenziaria è già sottorganico».
Due candidati esterni al Corpo hanno detto quello che noi dovremmo avere il coraggio di dire senza giri di parole. La legge può anche aprire una porta. Ma non tutto ciò che passa da quella porta è giusto e giustificabile.
Liquidare Muccia come un episodio locale ed isolato sarebbe comodo. Troppo comodo. Il problema è più largo e si ripete da anni, da nord a sud, soprattutto nei piccoli Comuni dove bastano poche firme e pochi voti per mettere in piedi una lista.
Il caso più clamoroso resta quello di Bisegna, in provincia dell’Aquila. Un Comune di appena 212 residenti si trovò davanti 25 liste, 21 delle quali composte interamente da poliziotti penitenziari. Ventuno liste per duecento abitanti. In Abruzzo, nelle ultime tornate amministrative, il fenomeno delle cosiddette liste fantasma ha coinvolto più volte appartenenti alle forze dell’ordine, Polizia Penitenziaria compresa. Per le sole candidature abruzzesi è stato stimato un costo di circa 170.000 euro a carico dell’erario. I risultati elettorali? Irrilevanti. L’effetto pratico, invece, è molto più rilevante: aspettativa retribuita, assenze dal servizio, colleghi chiamati a coprire i buchi.
Dunque, la norma riconosce a poliziotti e militari il diritto a trenta giorni di aspettativa retribuita in caso di candidatura alle elezioni amministrative. Il principio è corretto perché chi lavora per lo Stato non deve essere penalizzato se decide di partecipare alla vita democratica. Questo diritto va difeso. Nessuno vuole impedire a un poliziotto penitenziario, a un carabiniere, a un finanziere o a qualunque dipendente pubblico di candidarsi davvero. Ci mancherebbe.Il punto è un altro. Candidarsi per amministrare una comunità è una cosa. Candidarsi in serie, in comuni sconosciuti, senza radicamento e senza progetto, per ottenere trenta giorni di assenza dal servizio pagati, è una cosa completamente diversa. Qui la legge nasce per garantire la democrazia, ma viene piegata alla furbizia. Nasce per tutelare la partecipazione politica, ma finisce per coprire un’assenza dal servizio. Nasce per proteggere un diritto, ma ne scarica il prezzo sui colleghi.
L'ex parlamentare Gianni Melilla, che su questo tema presentò una proposta di legge rimasta senza seguito, definì questa pratica «un comportamento scorretto permesso da una legislazione che non ha alcuna giustificazione». Aggiunse di non aver mai compreso «il motivo di questa complicità politica con una norma assurda». Parole dure, ma difficili da smentire.
Il problema è stato denunciato. È arrivato in Parlamento. È stato discusso. Poi, come spesso accade in Italia, è stato lasciato lì, nel cassetto. Intanto le elezioni tornano. Le liste ricompaiono. Gli agenti si candidano. E nelle sezioni qualcuno deve coprire i turni lasciati scoperti.
Ogni agente che va in aspettativa elettorale lascia un posto di servizio scoperto. Sulla carta può sembrare poco. Ma nelle sezioni detentive non lo è. Chi conosce il carcere sa cosa significa iniziare un turno con un uomo in meno. Significa più cancelli da aprire, più controlli da fare da soli in corridoi dove normalmente si cammina in due e quella differenza, in certi momenti, non è una questione di fatica ma di sicurezza. Più chiamate. Più rischi sulle spalle degli stessi colleghi. Senza che nessuno te lo riconosca.
Non è teoria. È servizio vero. È il collega che salta il riposo e quello che prolunga il turno. È quello che si ritrova da solo dove prima si lavorava in due. È quello che deve tenere insieme sicurezza, sorveglianza, mediazione, emergenze e responsabilità personali.La Polizia Penitenziaria soffre già di organici ridotti all’osso. Lo diciamo ogni giorno. Lo scriviamo nei comunicati. Lo portiamo ai tavoli tecnici. Lo denunciamo al DAP e al Ministero. Mancano uomini, mancano dotazioni, mancano strumenti, mancano risposte. Abbiamo chiesto di riempire gli organici per anni. Giusto farlo, e continueremo. Ma come ci presentiamo al tavolo quando, nel frattempo, siamo anche noi a scoprire i turni? Non è una domanda retorica. È una domanda che qualche collega dovrebbe farsi sul serio. Ogni posto lasciato vuoto diventa un problema per chi resta. E nelle carceri italiane, oggi, un problema in più può diventare un evento critico gestito peggio.
La Polizia Penitenziaria non è un impiego qualsiasi. Non timbriamo un cartellino per poi sederci dietro una scrivania. Lavoriamo dentro istituti sovraffollati, tra tensioni quotidiane, aggressioni, autolesionismo, suicidi, disagio psichiatrico e continue emergenze operative. Il Corpo vive nei turni. Nelle sezioni. Nei piantonamenti. Nelle traduzioni. Nei rientri saltati. Nelle ferie negate. Negli straordinari che si accumulano e spesso non bastano mai a raccontare il peso reale del servizio.
Per questo l’uso strumentale dell’aspettativa elettorale non può essere liquidato con la solita frase che "è tutto legale". Troppo facile. Anche certe furbizie sono legali finché il legislatore non decide di chiudere il buco. Il punto non è negare un diritto. Il punto è non trasformare un diritto in una scorciatoia. La candidatura vera merita rispetto. La candidatura costruita solo per prendere trenta giorni pagati merita invece di essere bollata come abuso del buon senso.Chi si candida in un Comune che non conosce, con un programma che non ha costruito e per una comunità che non frequenta, non sta rendendo un servizio alla democrazia. Sta usando una norma per uno scopo diverso da quello per cui è stata pensata. Lo Stato ci rimette i soldi. I colleghi in carcere ci rimettono il riposo e qualche volta la salute. La Polizia Penitenziaria ci rimette la faccia, ogni volta che una storia del genere finisce sui giornali.
Il problema va affrontato su due fronti. Da una parte serve una riforma normativa. Dall’altra serve una presa di coscienza interna. Senza entrambe, continueremo a commentare gli stessi casi a ogni elezione amministrativa.
Sul piano legislativo, bisogna introdurre requisiti minimi di radicamento territoriale per accedere all’aspettativa retribuita. Non per limitare la partecipazione democratica, ma per separare chi si candida davvero da chi usa la candidatura come un modulo da compilare.
Prima di tutto chiediamo ai poliziotti penitenziari uno scatto di dignità. Poi chiediamo al Parlamento di rimettere mano a questa norma: residenza, radicamento territoriale, partecipazione reale alla campagna elettorale … tutte cose che non sono difficili da scrivere in una legge, se si vuole. E sarebbe il caso di quantificare, istituto per istituto, quante aspettative elettorali vengono concesse e quale impatto hanno sugli organici.
Sul piano interno, però, nessuna legge potrà sostituire il senso di responsabilità. Appartenere alla Polizia Penitenziaria significa anche sapere che ogni assenza pesa sugli altri. Pesa sul collega. Pesa sul turno. Pesa sulla sicurezza operativa. La legge fa quello che la legge fa. Il resto lo deve fare chi indossa la divisa. Le carceri sono piene. Gli organici sono insufficienti. I colleghi reggono i turni con quello che c'è. In un quadro del genere, ogni posto lasciato vuoto per una candidatura-civetta non è irrilevante. È una scelta che qualcun altro paga. E di solito quel qualcuno non ha nemmeno voce per lamentarsi, perché è chiuso in sezione a fare il turno degli altri.


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