martedì 5 novembre 2013

Se Tassone vuole risvegliare il Cdu

A volte ritornano. Qui non si parla tanto dei politici (che, in realtà, ritornano quasi sempre), ma dei partiti. Operano per poco o molto tempo, poi confluiscono in nuovi soggetti e nessuno ne sa più nulla. Sembrano morti, invece sono solo messi “in ghiaccio”, pronti per essere scongelati se serve. Il caso più noto è quello di Forza Italia, ora forse si parla di Alleanza nazionale, ma l’11 maggio a Roma hanno iniziato a svegliarsi dal letargo anche i Cristiani democratici uniti, su impulso di uno dei loro dirigenti, Mario Tassone. E il Cdu vuole riprendere il cammino.
Il partito che fu creato da Rocco Buttiglione dopo la crisi all’interno del Partito popolare italiano nel 1995 avrà dunque una nuova vita? Ce lo facciamo spiegare direttamente da Tassone: a sentire lui, la sua battaglia è di ideali, che ora nell’Udc rischiano di perdersi (anche se ciò gli è costato, a quanto si apprende in rete, una richiesta di espulsione dal partito, che lui ha subito contestato). Una battaglia che però potrebbe portare con sé lo scudo crociato, anche se “il simbolo è importante, ma non indispensabile”.

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Tassone, ormai ha deciso di rispolverare il Cdu: come le è venuto in mente?

Mi è venuto in mente subito dopo che l’Udc ha scelto praticamente di “diluirsi” in Scelta civica, facendo di Monti il riferimento principale del nuovo centro. Pensavo che, cosi facendo, si sarebbe dispersa un’esperienza rappresentata dall’Udc, che si era costituita nel 2002 anche grazie all’apporto del Cdu, che aveva conferito tra l’altro il simbolo.

A studiare i partiti italiani si impara una cosa: scioglierne uno è quasi impossibile, perché ci sono sempre debiti da pagare, crediti da riscuotere, cause ancora in piedi…

Beh, noi nel 2002 dicemmo chiaramente che, anche con la costituzione dell’Udc, il Cdu sarebbe rimasto come associazione. Ora stiamo facendo vivere proprio quella, attraverso un confronto politico e culturale.

sabato 14 settembre 2013

L'Italia dei valori, si cambia nella continuità

L'aveva promesso e, alla fine, l'ha fatto sul serio. Ora il nome di Antonio Di Pietro non è più sul simbolo dell'Italia dei Valori. Lui resta presidente onorario, ma ha in qualche modo liberato un posto. 
Non si è limitato a mettersi in posizione defilata, come alle regionali del 2005, quando il nome c'era ma più in basso (pur mantenendo lo stesso font corposo che lo rendeva piuttosto visibile). Questa volta il cognome non c'è proprio e nessun patronimico lo sostituisce: "Per noi questo è un vantaggio - ha spiegato il fondatore del partito - perché si deve proseguire nel cammino di spersonalizzazione della politica. La nuova Idv deve avere la forza, il coraggio e l’umiltà di non essere più un partito personale. Ora bisogna essere squadra". In primo piano, dunque, c'è solo il nome della forza politica, con un carattere bastone molto pulito, con grande evidenza per le parole Italia e Valori, rigorosamente in maiuscolo grassetto.
"Un cambiamento grafico nella continuità per un partito che cambia logo e segretario senza però discostarsi troppo dal passato": così definisce il nuovo segno gratico Niccolò Bertorelle, studente di Comunicazione Politica e Sociale all'Università Cattolica di Milano (e collaboratore del blog Pane & Politica). Nell'emblema, presentato stamattina alla festa dell'Idv a San Sepolcro da Di Pietro e dal segretario nazionale Ignazio Messina, c'è ancora il gabbiano dei colori dell'arcobaleno, anche se è in posizione più defilata, in alto a destra (lasciando ai maligni tutte le interpretazioni del caso). Sotto all'elemento testuale, poi, spunta per la prima volta un accenno di tricolore, una striscetta leggera e sfumata, quasi una sottolineatura del nome che il contrassegno contiene. "Non è un caso che abbiamo voluto inserirlo nel simbolo - ha spiegato Ignazio Messina -. Per noi è un riferimento alla Costituzione, quella Costituzione che abbiamo sempre strenuamente difeso e che altri vogliono invece stravolgere".
Il tutto è su un fondo azzurrino, leggermente sfumato in modo radiale, con la parte più chiara al centro: a guardarlo meglio, peraltro, si scopre che è un cielo, con nuvole quasi impercettibili. Eppure, la prima resa grafica del nuovo simbolo introduce qualcosa di nuovo, una sorta di effetto tridimensionale quasi inedito per un contrassegno politico: lo sfondo colorato, come nota anche Bertorelle, è infatti inserito in una coroncina bianca, con il contorno interno marcato di azzurro scuro, come se l'emblema avesse una sorta di cornice, sulla quale peraltro il tricolore e il gabbiano in parte finiscono. Una sorta di idea tridimensionale e parzialmente dinamica, assente dagli altri segni di identificazione delle forze politiche attualmente presenti in Parlamento.
Come è noto, l'Idv questa volta non ha eletti, visto che era parte di Rivoluzione civile che non ha superato gli sbarramenti previsti dalla legge elettorale. Inizia dunque da San Sepolcro un percorso di nuovo radicamento e partecipazione che, per l'Idv, non sarà facile. E' significativo che, in qualche modo, questo inizio sia marcato dal cambio di emblema: non è un taglio netto con la storia di prima, è solo un modo per girare pagina nello stesso libro. Sperando che il nuovo capitolo dia più soddisfazione di quello precedente.

giovedì 25 luglio 2013

Gli impazienti di Forza Italia 2.0



Sarà così il nuovo simbolo
di Forza Italia 2.0?
«Forza, alziamoci / il futuro è aperto, entriamoci / e le tue mani unite alle mie / energie per sentirci più grandi». Evidentemente qualcuno moriva dalla voglia di ricantare quei versi anche solo in pubblico, senza farlo in segreto con modi un po’ carbonari: si può spiegare solo così la scelta di alcuni consiglieri comunali che in varie città (a partire da Trieste) hanno scelto di staccarsi dal gruppo del Pdl, ancora esistente, per fondare quello di Forza Italia.
Ci stanno provando, per dire, anche nel consiglio regionale del Friuli, ma manca ancora un componente (ne occorrono tre) e gli altri del Pdl finora non l’hanno presa proprio benissimo («Ci eravamo detti di attendere l’evoluzione del quadro nazionale. Ora una scelta così non è utile» lamenta il capogruppo Pdl in regione). A loro, probabilmente, sono bastate le parole di Silvio Berlusconi scritte su Facebook il 23 luglio («Abbiamo deciso di tornare a Forza Italia … spero che con il lancio nel mese di settembre possano aggiungersi a noi tanti italiani») per “aprire il futuro”. E loro ci sono entrati subito, senza aspettare. Anche alla Camera del resto (lo racconta il Giornale, senz’altro ben informato) è rispuntata una targa con l’indicazione di Forza Italia, sebbene non corrisponda ad alcun gruppo o anche solo a una componente del gruppo misto.
Il bozzetto di Cesare Priori
(www.campagneberlusconi.it)
Certamente, questa voglia di ricantare «eForzaItaaaliaaaaa» c’è da tempo, da quando Berlusconi si è convinto che il Pdl, come nome e come simbolo, non scaldava i cuori: si spiegano così agevolmente tante dichiarazioni rilasciate nel giro dell’ultimo anno (o anche più indietro), fino all’ultima di Angelino Alfano, di poco precedente a quella del fondatore del primo partito-azienda italiano. Meglio, dunque, ritornare alla bandierina degli inizi, il primo tricolore italiano in orizzontale, increspato dal vento in modo graficamente irrealistico (ma non ditelo al creatore, Cesare Priori), che nel giro di due mesi scarsi nel 1994 era riuscito nell’impresa di conquistarsi milioni di voti.
Ma ora che si torna idealmente indietro di quasi vent’anni, come sarà il simbolo di questa “Forza Italia 2.0”? Resterà lo stesso del passato, magari con l’indicazione «Berlusconi presidente» come era stato proposto sistematicamente dal 2006 in avanti? Verrà “rinfrescato” graficamente, giusto per non sembrare un pezzo di modernariato rimesso in circolo giusto dopo una spolveratina? Oppure si sceglierà la versione orizzontale, senza bandiera, che non è quasi mai stata usata dall’entourage berlusconiano (forse perché nel 1996 aveva portato poca fortuna)? Aspettiamo settembre per saperlo, Cassazione permettendo.

sabato 13 luglio 2013

Le "Idee popolari" (e quadricolori) di Ciocchetti



Il simbolo di Idee popolari
(frame tratto dal Tg2)
Non fai in tempo a pensare a che farà l’Udc, invitata più o meno direttamente a non abbandonare la casa (nuova, ma finora piuttosto scomoda, da donatori di sangue) di Scelta civica, che subito arriva un verdetto impietoso. «L’Udc è morto, l’esperienza politica che ci ha tenuto insieme non esiste più». A emettere la sentenza definitiva, senza possibilità di appello, è Luciano Ciocchetti, già vicepresidente della regione Lazio: proprio questa mattina, a due passi dal Santuario del Divino Amore, nel bel mezzo della riunione della sua associazione «I Moderati per la Terza Fase» ha provveduto all’ostensione dell’ennesimo nuovo simbolo di partito, la sua ultima creatura, denominata «Idee popolari».
Ciocchetti, che nel 2008 era stato candidato al Campidoglio proprio dal partito di Casini, ora non ci va per il sottile: «L’Udc ha una dirigenza senza alcuna linea politica, vive alla giornata. Il Centro è stato sconfitto dagli errori della dirigenza nazionale e dagli stessi leader legati a interessi troppo personali»; Casini e Cesa, secondo l’ex vicepresidente della Pisana, «non sono più credibili, sono diventati rigoristi, giustizialisti, hanno cambiato la natura del partito dimenticando la storia della Democrazia cristiana».
Per Ciocchetti, la soluzione è creare «un contenitore, un traghetto per una classe dirigente tradita dai dirigenti nazionali dell'Udc, per dare speranza, fiducia, futuro»: tutto questo per «ricostruire in Italia – come appunta l’Adnkronos – il campo dei popolari come in Europa, alternativa ai socialisti e ai socialdemocratici». Non fosse abbastanza chiaro, per il suo leader il nuovo partito, che parte dal Lazio e spera di estendersi a tutta l’Italia, «non potrà che stare nel perimetro del centrodestra». Anche per questo, forse, per il suo simbolo Ciocchetti si distacca decisamente dal cliché democristiano, rinunciando allo scudo crociato (anche per evitare grane legali con l’Udc) e all’azzurrino, sposando in pieno la logica cromatica dei partiti catch-all che adottano il tricolore e il blu/azzurro in logica nazionale, ricalcando quasi per intero la tavolozza cromatica sfoderata pochi mesi fa dal Mir di Samorì (che sembra resistere giusto perchè annovera un sottosegretario).
Così, i colori della bandiera tingono tre filetti morbidi, posti a metà del cerchio (che, a dire il vero, danno un po’ l’idea di una “scia” di dentifricio), su un fondo blu, che però nella parte inferiore è “mosso” da vari raggi più chiari (un po’ come aveva fatto Publio Fiori ai tempi di Rinascita popolare – Rifondazione Dc). In alto e in basso è riportato il nome del partito (che potrebbe non piacere a Italia popolare di Alberto Monticone, anche per l’ancoraggio al centrodestra), mentre nel mezzo – sempre in bianco – c’è un segno, quasi che fosse tracciato a mano, magari con più tratti di pennarello. Come idea, sembra l’ibrido di una croce (in stile democristiano), un «più» (decisamente inconsueto per un emblema politico, al punto che pare di leggere "Idee più popolari" ... de che?) e un segno di espressione del voto, sia pure orientato in modo diverso dal solito. In fondo, proprio Ciocchetti alle ultime elezioni comunali nella Capitale era candidato con la lista «Cittadini X Roma», che al suo interno aveva appunto un segno di croce manoscritta molto in evidenza. Forse, dunque, il nuovo leader ha scelto di richiamare quel precedente che non era passato inosservato: non è detto che basti, però, perché i cittadini ci mettano (di nuovo) una croce sopra.

Addio "Monti", per una Scelta civica



L’aveva detto alcuni mesi fa, ora l’ha tradotto in pratica: Mario Monti ha alleggerito del suo cognome il simbolo di Scelta civica per l’Italia, che con la prima assemblea pubblica di questa mattina avvia definitivamente il suo percorso di trasformazione in partito. L’elemento tricolore, creato dall’agenzia di comunicazione Proforma a dicembre, è rimasto, così come l’impianto dell’emblema, con la stessa circonferenza color carta da zucchero, il fondo bianco, il font utilizzato per i testi e la dicitura grigia «Scelta civica» nella parte superiore dell’emblema.
A cambiare, e in modo significativo, è invece la parte bassa del contrassegno. La dicitura «Con Monti», come da programma, è stata eliminata, ma non si è trattato di un’asportazione chirurgica, destinata a lasciare immutato il resto dell’emblema (magari con qualche piccolo spostamento, per non sbilanciare l’immagine). L’espressione «Per l’Italia», infatti, non solo è rimasta nel simbolo, ma ha visto crescere a dismisura le parole «L’Italia»: scritte in maiuscolo come tutti gli elementi testuali del contrassegno, hanno però assunto la stessa importanza visiva che aveva inizialmente il nome del senatore a vita e capo della coalizione. Non aveva fatto in tempo a farlo Berlusconi, sostituendo al nome del Pdl l’unica parola «Italia»; lo aveva fatto pochi mesi fa Pier Ferdinando Casini con la sua Udc, togliendo il proprio nome dal segmento circolare rosso per inserirvi la scritta «Italia» (almeno fino alle elezioni politiche, quando aveva fatto inserire di nuovo il suo patronimico, quando Calderisi dal Pdl aveva paventato grane per chi avesse usato “in società” il nome di Monti su più emblemi). 
Si può interpretare in più modi questo passaggio: dalla semplice “spersonalizzazione” del partito (che non sembra convincere troppo vari analisti), al tentativo di rimettere in gioco Monti per ruoli diversi da quelli del capo politico (non a caso, in questi giorni qualcuno all’interno della Bocconi non aveva visto con estremo favore l’idea di un ritorno del senatore a vita alla guida dell’università, qualora avesse mantenuto la guida del suo futuro partito). Aver scelto uno stratagemma grafico simile a quello dell’Udc, poi, oltre a proiettare in qualche modo il costituendo partito verso un traguardo ambizioso (quasi a voler dire che le altre forze politiche si curano meno del Paese), sembra voler lanciare un messaggio a Cesa e compagni, perché non abbandonino il percorso politico iniziato a dicembre. A Monti, alla fine dei conti, è convenuto molto, all’Udc molto meno.

domenica 30 giugno 2013

Fratelli (coltelli) d'Italia: venti giorni come otto anni?

Il ritorno a «Forza Italia» preannunciato in questi giorni da Silvio Berlusconi ha di nuovo messo di cattivo umore i tifosi della Nazione (o, più modestamente, della Nazionale) che vorrebbero poter parteggiare per il loro paese e per le sue squadre senza essere targati politicamente. Ora, in verità, si rischia anche con l’inno nazionale, soprattutto perché a contendersi il suo primo verso, «Fratelli d’Italia», sono due formazioni politiche diverse: una è “famosa”, ma è nata poco prima di avere depositato il suo simbolo; l’altra, pur avendo una storia molto più lunga, è meno nota, non ha potuto partecipare alle ultime elezioni politiche, in compenso le sono stati notificati pacchi di verbali per affissioni abusive effettuate dai “Fratelli” famosi.

A fare la fila al Viminale per consegnare i simboli per partecipare alle elezioni, nei giorni che hanno preceduto l’11 gennaio, c’erano sì i rappresentanti di «Fratelli d’Italia – Centrodestra nazionale», il partito che ufficialmente era nato solo il 21 dicembre 2012 (a conti fatti, venti giorni prima) ad opera di Guido Crosetto, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. In coda, però, c’erano anche altri Fratelli d’Italia, per l’esattezza «Movimento politico Fratelli d’Italia», costituito invece il 21 ottobre del 2004 a Marsala e rappresentato dal segretario Salvatore Rubbino. Il simbolo attuale del movimento, la sagoma di un cavaliere su destriero su fondo blu ed elemento tricolore in basso, sulle schede per eleggere Camera e Senato non è mai arrivato: lo hanno bocciato prima il Ministero dell’interno, poi l’Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione. Di tutte le esclusioni operate in quei giorni, quella del Mpfi ha ricevuto meno attenzione da parte dei media (rispetto ai casi dei “cloni” di Grillo, Ingroia e Monti, per dire), eppure è il caso più insidioso, per come certe regole sono state interpretate da chi era chiamato a decidere; dovesse capitare di nuovo, sarebbe addirittura pericoloso.
Cos’era accaduto, dunque, al Viminale? Nelle bacheche si potevano vedere due contrassegni: al numero 10, i Fratelli di Crosetto, con tanto di nodo tricolore tra la parte superiore azzurra (col nome del partito) e quella inferiore bianca; al numero 47, i Fratelli di Rubbino, con l’emblema ricordato. Per il Ministero dell’interno, c’era il rischio di confondere i due emblemi a causa del colore dello sfondo (anche se il blu di Rubbino era molto più scuro dell’azzurro di Crosetto), ma soprattutto per una questione di «identità letterale»: entrambi presentavano la dicitura «Fratelli d’Italia» nel contrassegno, cosa del resto abbastanza ovvia, avendo in comune quella parte del nome.
Una volta individuata la confondibilità, i funzionari del Ministero ritengono di risolverla invitando Rubbino a sostituire il suo emblema, dando preferenza al contrassegno di Crosetto e Meloni, sia perché era stato depositato per primo (al numero 10, contro il numero 47 degli altri Fratelli), sia perché è stato considerato «espressione di una forza politica rappresentata in Parlamento», vale a dire dal gruppo parlamentare formatosi al Senato il 20 dicembre; sempre il Viminale ha precisato che tanto la costituzione di Fd’i di Crosetto quanto l’adozione del suo simbolo «sono stati ampiamente pubblicizzati e diffusi da organi d’informazione e di stampa nazionali nelle ultime settimane». Un ragionamento simile è stato fatto dall’Ufficio elettorale presso la Cassazione, che ha continuato a riconoscere tutela al gruppo della Meloni perché «rappresentato nel disciolto Parlamento»; i magistrati però hanno anche precisato che non rilevano a favore del Mpfi il deposito del simbolo presso l’Ufficio italiano brevetti e marchi e, soprattutto, l’uso del contrassegno «in competizioni elettorali locali e circoscritte». Morale, Rubbino e i suoi Fratelli (d’Italia) sono fuori dal gioco, ritentino la prossima volta.

Tutto bene? Nemmeno un po’, a ben guardare. Perché in questo modo, in pratica, si finisce per negare una storia lunga anni, dando tra l’altro una “pesante” legittimazione a chi, a ben guardare, non sembra proprio aver agito per meritarla. Sul piano storico, Il Movimento politico Fratelli d’Italia ha partecipato a varie tornate elettorali in Sicilia, dove appunto è nato, sempre su posizioni di centrodestra: prima nel 2007 a Marsala (lì si è formato già da quell’anno un gruppo consiliare e lo stesso Salvatore Rubbino è diventato assessore), nel 2008 a Trapani (anche alle provinciali, con tanto di eletto) e nel 2012 di nuovo alle elezioni comunali di Marsala e Trapani. 

Se nei primi casi era stato utilizzato il simbolo previsto dallo statuto (con anche la scritta «Ettore Fieramosca» e una grafica più risalente), a quelle del 2012 è stato presentato un contrassegno con la denominazione molto più in evidenza, su fondo bianco. Soprattutto, però, Fratelli d’Italia – Rubbino ha preso parte alle ultime elezioni regionali, datate 28 ottobre 2012, dunque inequivocabilmente prima della costituzione del partito di Crosetto e della Meloni: l’emblema con cui il Mpfi è stato rappresentato sulla scheda elettorale è proprio lo stesso (fondo blu) che il Viminale ha respinto a gennaio.
Ora, se qualcuno potrebbe considerare una “competizione locale e circoscritta” quella che si svolge in un comune (sia pure grande, come Marsala o Trapani), certamente non può ricevere lo stesso trattamento la partecipazione alle elezioni regionali siciliane, anche in considerazione della pubblicità che quella consultazione ha avuto a livello nazionale (giornali, tv, rete…). Il deposito degli emblemi, tra l’altro, è stato fatto presso l’assessorato competente anche a beneficio dell’ufficio elettorale centrale presso la Corte d’appello di Palermo, chiamata a fare le veci delle sezioni regionali della Cassazione (mai costituite) e il simbolo del Mpfi, come gli altri, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale siciliana: per lo speciale livello di autonomia concesso alla Sicilia, se non si vuole riconoscere a questi atti un valore quasi pari a quelli compiuti a livello nazionale, è certamente impossibile fare il paragone con il rinnovo di un consiglio comunale qualunque.

Il Movimento politico Fratelli d’Italia, insomma, ha fatto esattamente quello che la legge e le stesse «Istruzioni per la presentazione e l’ammissione delle candidature» redatte dal Ministero dell’interno richiedono, per cui «I partiti che notoriamente fanno uso di un determinato simbolo sono tenuti a presentare le loro liste con un contrassegno che riproduca quel simbolo»: il gruppo ha sempre utilizzato l’espressione «Fratelli d’Italia» nel simbolo, dunque l’avevano inserita anche a gennaio, accanto alla sagoma del cavaliere. «Fratelli d’Italia» di Meloni, Crosetto e La Russa, invece, non vantava alcun uso tradizionale, né avrebbe potuto farlo, visto che il gruppo era nato venti giorni prima. Le istruzioni ministeriali sono precise nell’affermare che ai partiti che non abbiano un simbolo tradizionale «è fatto assoluto divieto di presentare contrassegni identici o confondibili con quelli […] che riproducono simboli, elementi e diciture» tradizionalmente usati da altri partiti (chi non ci crede, si legga uno dopo l’altro i commi 3 e 4 dell’articolo 14 del d.lgs. 361/1957). A stretta logica, Meloni & co. non avrebbero proprio potuto usare l’espressione (ben identificabile) «Fratelli d’Italia»; né potevano dire di non sapere dell’esistenza di Rubbino e soci, visto che erano stati puntualmente diffidati, perché non usassero quel nome (non a caso, nei documenti presentati in Cassazione dal gruppo neocostituito non c'era nulla che fosse davvero a loro favore, anzi, c'erano persino documenti che davano ragione agli esclusi).
Crea ancora più problemi, però, l’altra osservazione del Ministero, quella sulla tutela privilegiata al simbolo di Crosetto per la rappresentanza parlamentare e la “notorietà”. Sul primo punto, è per lo meno curioso che si possa considerare rappresentata in Parlamento la “forza politica” Fratelli d’Italia – Centrodestra nazionale, il cui il gruppo di senatori era stato costituito solo il 20 dicembre (ma la dicitura «Fratelli d’Italia» è stata inserita addirittura il giorno successivo): non solo il simbolo non ha partecipato alla consultazione politica del 2008, non venendo sottoposto al controllo del Viminale e al giudizio degli elettori, ma addirittura per il gruppo di Meloni e Crosetto questo era il primo uso in assoluto, senza che dunque si potesse far valere alcun test elettorale di altra natura (elezioni europee o regionali). Nonostante la loro esigua vita di venti giorni, ai Fratelli d’Italia nati per secondi è stata accordata una tutela pari a quella su cui avrebbero potuto contare Pdl e Pd, se ne avessero avuto bisogno.
Forse anche per questo, il Ministero dell’interno aveva sentito il bisogno di “rafforzare” la sua decisione sottolineando l’ampia pubblicità data alla nascita del soggetto politico e al suo emblema. La stessa affermazione, del resto, ha “salvato” gli emblemi legati a Mario Monti e quello di Rivoluzione Civile, che certamente non potevano vantare alcuna rappresentanza parlamentare in senso stretto. In quei casi, tuttavia, la posizione del Viminale era del tutto ragionevole, visto che i simboli “cloni” erano stati fatti con l’evidente scopo di ostacolare la partecipazione di determinati soggetti politici (oltre che di mettere in luce varie falle della normativa elettorale); nel caso di Fratelli d’Italia, invece, il riferimento alla pubblicità e, indirettamente, alla notorietà del segno spiega sì la decisione, ma apre una falla potenzialmente letale. Se un soggetto politico del tutto nuovo può prevalere su un partito (di molto) preesistente, con varie esperienze elettorali sia pure di livello regionale, non tanto perché il suo simbolo è stato depositato prima – Meloni & co. avrebbero dovuto comunque astenersi dall’usare nomi altrui consolidati – ma grazie al battage pubblicitario che ha messo in campo, si rischia di far passare il messaggio che chi dispone di mezzi ingenti e può permettersi una promozione adeguata può tranquillamente far pesare un uso di una manciata di giorni più di un uso continuo e documentato lungo anni, mentre chi non è in grado di pagarsi la pubblicità comunque soccombe. 
Un messaggio chiaramente inaccettabile e, come si diceva, pericoloso. Senza contare che, sull’effettiva notorietà dei Fratelli di Crosetto, si potrebbe avere da ridire: per le amministrative di maggio, qualche prefettura ha invitato a riunioni preparatorie i rappresentanti delle forze politiche in corsa alle elezioni, includendo nell’indirizzario tanto Fd'I quanto il Mpfi, anche se magari uno dei due non si presentava affatto. È andata decisamente peggio quando alla segreteria del movimento di Rubbino si son visti recapitare la notifica di circa 400 verbali di affissione elettorale abusiva relative alle elezioni politiche nella maggiore città del Nord: i manifesti, manco a dirlo, erano di Meloni & Co., ma avvisi e verbali, chissà perché, sono finiti a Marsala. 
 

Un’applicazione rigorosa delle regole, dunque, avrebbe dovuto portare all’esclusione temporanea dei Fratelli di Crosetto (fino a che non avessero trasformato l’emblema), senza alcuna tutela privilegiata per la presenza in Parlamento. Certo, è facile immaginare cosa sarebbe successo politicamente se, dopo la campagna pubblicitaria, Meloni e gli altri avessero dovuto presentarsi con un altro emblema; eventualità, del resto, tutt’altro che assurda, visto che graficamente i richiami al contrassegno di Alleanza nazionale erano davvero troppi (il blu per più di metà del segno e la corda tricolore usata nelle campagne degli ex An nel Pdl) e già questo poteva bastare per non ammettere l’emblema, anche se nessuno della Fondazione An pare abbia protestato.
Anche concedendo al Viminale il beneficio di aver voluto tutelare l’affidamento degli elettori che avevano già conosciuto l’emblema attraverso i media (scelta comunque comprensibile), è davvero inaccettabile che sia stato chiesto al movimento di Rubbino di sostituire il simbolo intervenendo (anche) sul nome. Al più sarebbe bastato chiedere di modificare il colore di fondo, tornando al bianco, ma rinunciare al nome sempre utilizzato in tutta l’attività politica sembra una richiesta del tutto priva di senso. 
Per questo giro ormai (purtroppo) i giochi sono fatti e conclusi, ma alle prossime elezioni sarà cosa ottima e giustissima che le decisioni abbiano un segno diverso: nessuno, men che meno nel terzo millennio, può essere più “uguale” di altri.

venerdì 3 maggio 2013

Ambienta-Liste e lune che sorridono

Dopo lo scherzetto delle elezioni del 2004, con la lista Verdi-Verdi e Verdi federalisti, gli ambientalisti che non si riconoscono nelle posizioni “sinistre” della Federazione dei Verdi non sono certo sazi: nel 2005 ci sono le elezioni regionali e quella è un’ottima vetrina per avere visibilità e, magari, ottenere un posto da consigliere che non guasta. 
In Piemonte Maurizio Lupi ci riprova con i Verdi-Verdi, recuperando l’orsetto che ride dei tempi migliori (messo in pausa l’anno prima), ma cambiando in seconda battuta il resto dell’emblema: via il colore verde e la scritta Verdi-Verdi, che al Sole che ride non piacevano per niente (specie dopo la sentenza del Consiglio di Stato dell’anno prima) e si sperimenta una nuova dicitura, «l’Ambienta-Lista», un giochetto di parole che può tornare buono in futuro. Sotto all’orso, l’indicazione gigantesca del cognome di Enzo Ghigo, candidato del centrodestra alla presidenza della regione: c’è chi è pronto a scommettere che all’inizio il nome non ci fosse o fosse molto più piccolo, e sia stato ingrandito ad arte su consiglio dello stesso Ghigo dopo aver scoperto che la Lista consumatori, in quel momento gestita dal gruppo di Renzo Rabellino, aveva il simbolo occupato per metà proprio dal cognome di Ghigo. Il quale doveva aver pensato di vendicarsi di quel tiro mancino “simbolico” di Michele Giovine (in quel momento impegnato per la Lista consumatori e che in seguito avrebbe passato qualche guaio a causa di firme false) suggerendo a Lupi lo stesso stratagemma grafico, forse nella segreta speranza che nessuno dei due gruppi ottenesse alcun eletto, mentre dalle urne ne ricevono uno a testa. E pensare che qualcun altro era pronto a giurare che Lupi stesse tentando un accordo proprio coi “nemici” Verdi-Rossi, ovviamente in cambio di una candidatura blindata che non è mai arrivata.  
In Lazio, invece, è di nuovo in pista Roberto De Santis, il vero ideologo degli ambientalisti non di sinistra: anche lui tenta di fare la sua lista in appoggio al centrodestra, dunque a sostegno della candidatura di Storace. Il simbolo scelto, a suo modo, è devastante, a partire dal nome scelto per la formazione, «Ecologisti verdi»: una sinfonia di verde in varie tonalità colora il contorno del cerchio e buona parte del fondo, quella che sta sotto a un arcobaleno di cinque colori. In alto, in un irrealistico cielo bianco, da dietro l’arcobaleno occhieggia una luna arancione, disposta a mo’ di sorriso (così anche gli alfieri del sole ridente sono serviti) e, su tutto, è sovrapposta la denominazione del partito, con la parola «Verdi» in assoluta evidenza (ma vah!) e tinta in un vezzoso verdino chiaro.  
Per l’ufficio centrale circoscrizionale, però, mancano dei certificati elettorali e le firme depositate non sono più sufficienti, dunque la lista per il momento resta fuori: per la Federazione dei Verdi è ugualmente allarme rosso, perché l’ufficio avrebbe concesso una proroga di due giorni per integrare la documentazione e potenzialmente gli Ecologisti Verdi non sono ancora fuori gioco. Per questo, il Sole che ride fa immediatamente ricorso al Tar e convoca conferenze a destra e a manca, denunciando a sua volta irregolarità nella raccolta delle firme (sempre loro, ieri, oggi e domani). «Firme doppie o triple, stessa identità ma grafie diverse, elenchi in cui i firmatari seguono un preciso e inverosimile ordine alfabetico e che compaiono più volte nello stesso fascicolo»: c’è tutto questo nella denuncia presentata da Angelo Bonelli, in quel momento capogruppo verde alla Pisana. Qualcosa in effetti ci doveva essere (ma quanti possono dire di essere davvero mondi, in tema di sottoscrizioni?): prima il Tar, poi il Consiglio di Stato escludono la lista dalla competizione e la luna che sorride non vedrà mai le schede.  
Non è la fine della storia, naturalmente: anzi, la parola «Ecologisti» sfoderata nel 2005 finisce per legarsi a doppio filo a De Santis, ma per raccontarla ci sono le prossime puntate.