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venerdì 31 luglio 2015

Simboli fantastici (7): Paperino e il trionfo dell'Amaca selvaggia

Difficile, dannatamente difficile trovare qualche abitante del Bel Paese - tra i milioni che, almeno una volta nella vita, hanno tenuto in mano un fumetto o visto un cortometraggio coi personaggi storici della Disney - disposto a dichiarare che, in fondo, ha sempre preferito il celebre topo disegnato a Paperino. Troppo simile all'italiano medio, il papero vestito alla marinara, perché tra i due non scatti una tacita complicità, un ovvio idem sentire: stesse imperfezioni, stesso rapporto conflittuale con il lavoro (di questi tempi poi...), stessa sfortuna cronica, stesse sfuriate viscerali (specie coi parenti), stessa tenacia nell'affrontare i problemi, a costo di sbagliare in pieno tempi e modi.
Non stupisce, quindi, che proprio gli italiani, nel 2001, abbiano indicato Donald Duck sindaco di Paperopoli, nelle prime elezioni indette nientemeno che da Topolino. Non nel senso del personaggio, ovviamente, ma del giornale. Già, perché il settimanale a fumetti per antonomasia, diretto allora da Claretta Muci, mise in piedi una vera chiamata alle urne per tutti i suoi lettori, trasformandoli in elettori. Il progetto divenne realtà negli stessi giorni in cui gli italiani maggiorenni erano attesi ai seggi per il rinnovo del Parlamento, una volta tanto alla sua scadenza naturale. Il 13 maggio c'erano le elezioni politiche? E allora il mercoledì precedente nelle edicole e nelle case degli abbonati doveva arrivare un numero speciale, in cui tentare di spiegare ai piccoli quello che avrebbero fatto i grandi pochi giorni dopo. 
Pensato, elaborato e disegnato: tra l'8 e il 9 maggio tantissimi bambini italiani ebbero tra le mani il numero 2372 di Topolino, che sulla copertina - ideata da Alessio Coppola - aveva l'ennesima burla di Paperino piccolo a Nonna Papera, nel giorno della festa della Mamma (che cadeva proprio il 13 maggio), ma anche l'evidente indicazione "Paperopoli Day - Vota anche tu!", segno che dentro ci sarebbe stato qualcosa di particolare. A pagina 96, infatti, iniziava un piccolo "speciale elezioni", a cura dell'intera redazione. 
Non si avventurava, per fortuna, nella declinazione del quadro politico o nella spiegazione del sistema elettorale allora vigente ("è molto complicato - si leggeva - tant'è vero che si vota compilando tre diverse schede"), ma dopo una sommaria illustrazione delle operazioni di voto, decantava "le cose belle delle elezioni", dalla parte dei bambini ovviamente: si saltavano le lezioni, si entrava a scuola non da alunni ma "da veri ospiti" e si poteva fare "una passeggiata con mamma e papà fino al seggio". Non potevano certo immaginare, gli autori di quelle pagine, che per una serie di coincidenze rara a verificarsi (alta affluenza, taglio delle sezioni, sovrapposizione di elezioni politiche e amministrative in alcuni comuni) in certi luoghi si sarebbe dovuto fare più di un'ora di fila per votare, anche ben oltre le 22: altro che passeggiata coi genitori...

mercoledì 29 luglio 2015

Quali simboli sono già pronti per l'Italicum?

In effetti ci vorrebbe la sfera di cristallo, o forse nemmeno quella basterebbe. Sapere esattamente quando sarà applicata per la prima volta la nuova legge elettorale, probabilmente, a tutt'oggi è impossibile, sebbene la versione ufficiale renziana fissi come data indefettibile il 2018, mentre altri sperano di anticipare la naturale scadenza parlamentare di uno o due anni, anche se magari non sono attrezzatissimi per far fronte alle esigenze poste dall'Italicum
Già, perché le preoccupazioni che i singoli attori politici dovranno affrontare saranno ben distinte: le forze politiche che aspirano essenzialmente a entrare in Parlamento vorranno fare di tutto per superare la soglia del 3%; quelle che vorrebbero governare il paese, sanno già da ora che conterà arrivare primi, possibilmente superando già al primo turno il 40% dei voti validi. In entrambi i casi, comunque, a quel risultato bisognerà arrivarci "ufficialmente" da soli: non essendo possibili né coalizioni, né apparentamenti manifesti (ovviamente in sede di ballottaggio), sarà il singolo simbolo a dover ottenere almeno il 3% dei voti, a dover puntare ad arrivare almeno secondo per giocarsela al ballottaggio e, vivaddio, a prendere anche solo un voto in più dell'ultimo concorrente rimasto.
Di certo, per alcune formazioni non sarà scontato nemmeno superare la soglia del 3%: alle scorse europee il nucleo della futura Area Popolare (col simbolo composito di Ncd e Udc) aveva superato di poco il 4%, Fratelli d'Italia non ce l'aveva fatta per poco (e aveva la "pulce" di An), non si sa che faranno Sel, l'Altra Europa, Fare! con Tosi, l'evoluzione di Scelta civica, Centro democratico; sarà interessante poi vedere quanto consenso raccoglieranno i Conservatori e riformisti (anche se Fitto certamente spera di volare ben più in alto del 3%) e cosa si muoverà a sinistra (leggi: a sinistra di Possibile).
Tutti gli occhi, tuttavia, saranno naturalmente per le posizioni di vertice, con una sfida che quasi certamente sarà a tre. Perché il premio lo prenderà un solo concorrente, al ballottaggio accederanno i primi due, ma è praticamente ovvio che a contendersi la vittoria e il premio di maggioranza saranno il Partito democratico, il MoVimento 5 Stelle e una lista rappresentativa del centrodestra. Quale, ovviamente, non è ancora dato sapere: a dispetto delle professioni di correre "soli", piuttosto che "male accompagnati", tanto Forza Italia quanto la Lega Nord sanno che contribuire a un'unica lista è la sola soluzione che dia a entrambe una possibilità concreta di arrivare al ballottaggio e, magari, vincere. Scartando così l'eventualità di schierare gli emblemi in modo autonomo, resta ancora da capire chi altro potrebbe far parte della stessa "maxi-lista" di centrodestra (i fittiani? Area popolare? I verdiniani, se nel frattempo avranno fondato un partito?) e, soprattutto, con quale simbolo complessivo si potrebbe correre. Salvini aveva già detto di non voler rinunciare a un riferimento grafico alla Lega, così come è ben difficile che vi rinunci Forza Italia, ma certamente nel cerchio di tre centimetri di diametro concesso per le schede non si può far entrare qualsiasi cosa. 
Il concetto è ben chiaro, tra l'altro, anche a Danilo Toninelli, probabilmente il parlamentare del MoVimento 5 Stelle più attento alle questioni di natura elettorale: nell'intervista rilasciata oggi al sottoscritto per Termometro Politico, ha spiegato molto bene come potrebbero andare le cose alla prima applicazione del Mattarellum:
Premetto che speriamo vivamente che, con il referendum confermativo sulla riforma costituzionale in programma l'anno prossimo, i cittadini dicano "no" e facciano contemporaneamente venire meno le condizioni per l'Italicum. Se non dovesse andare così e l'Italicum dovesse rimanere, sarebbe falso dire che quel sistema non ci dà una chance di vittoria, ma sarebbe altrettanto falso dire che ci avvantaggia. Si tratta di un sistema che vuole o vorrebbe imporre il bipartitismo; in un contesto come questo, Salvini che fa tanto il "duro e forte" finirà per entrare in un unico listone con le altre forze di centrodestra, come del resto ha già fatto in alcune regioni. Quel listone in parlamento si scioglierà come neve al sole, ma certamente l'Italicum costringerà il centrodestra a correre con un'unica lista, una situazione che per noi è difficile, ma questo è ciò che possiamo prevedere.
Se dunque l'orizzonte simbolico del centrodestra è ancora da definire e ciò potrebbe essere un ostacolo per quello schieramento ("Questo svantaggia coloro che hanno un senso di appartenenza forte - ha riconosciuto Toninelli - e farebbero ben fatica a mettere una croce su un simbolo diverso da quello votato per tanti anni"), il Pd ha certamente meno difficoltà: l'emblema è rodato e nessuno parla di modifiche di qualche tipo. Certo è che la grafica elettorale potrebbe essere utilizzata per segnalare qualcos'altro, come ad esempio l'affiliazione europea o l'esistenza di qualche patto federativo con altre forze (del resto, la sigla "PSE" delle scorse europee non dava conto solo dell'appartenenza ai socialisti europei, ma anche dell'accordo stretto con il Psi). 
Nemmeno questa eventualità, invece, si potrà immaginare con il MoVimento 5 Stelle. Già da ora, infatti, è possibile escludere ogni tipo di patto con altre forze politiche, così come ogni forma di sostegno che possa avere anche un riscontro grafico. L'emblema così è stato formato nel 2009 e così, senza alcun dubbio, resterà in futuro. L'unico simbolo pronto a tutti gli effetti per l'Italicum, dunque, è quello di Beppe Grillo e del suo M5S: per gli altri c'è ancora tempo, ma non si sa quanto.

lunedì 27 luglio 2015

Italia, basta Lavori in corso: l'Altra Europa entra in Senato

A non seguire costantemente la politica, che non è fatta solo di partitoni egemonici, si rischia di perdersi particolari tutto meno che di dettaglio. Nel gruppo misto del Senato, infatti, le varie componenti vanno e vengono, meritando sempre attenzione. Sel continua a fare la parte del leone (tutte le cariche del gruppo sono sue), ma intorno ce ne sono diverse: l'ultima arrivata è Fare!, legata a Flavio Tosi (al suo interno, naturalmente, c'è la compagna del sindaco di Verona, Patrizia Bisinella), ma c'è anche Liguria civica (aderisce solo Maurizio Rossi, varrà la pena riparlarne) e Movimento X, che raccoglie una parte dei fuoriusciti dal gruppo del MoVimento 5 Stelle. 
Se però alcuni senatori provenienti dal M5S continuano a non fare parte di alcuna componente specifica, da pochi giorni - dieci, per l'esattezza - non esiste più l'altro raggruppamento che aveva raccolto un certo numero di ex sostenitori di Beppe Grillo, Italia Lavori in Corso, prima abbreviato in ILC e nato attorno alla figura di Francesco Campanella. Al suo posto, Campanella e il collega Fabrizio Bocchino hanno costituito la nuova componente L'Altra Europa con Tsipras. Salvo errore, è la prima volta che un soggetto politico nato per le elezioni europee, a oltre un anno di distanza dal voto, trova una pur minima rappresentanza in Parlamento (non accadde, per dire, con il "Partito della bellezza/ragione" nel 2004, né successe con i rassemblement di sinistra Lista anticapitalista e Sinistra e libertà, mai presenti con eletti alle Camere, anche "transfughi", nella XVI legislatura (solo in quella successiva Sel è riuscita a entrare nelle aule parlamentari); certamente, è la prima volta che il nome di un politico straniero fa parte del nome di un partito rappresentato nel Parlamento italiano.
Già da alcuni mesi, in compenso, Campanella e Bocchino erano stati inseriti nel Comitato nazionale della lista Tsipras, che avevano dichiarato di voler sostenere. La trasformazione del nome della componente, dunque, altro non era che la definitiva testimonianza dell'adesione al progetto avviato con le europee del 2014. Per Bocchino "è in atto un processo che Tsipras ha il merito di aver aperto contro le politiche di austerità. La partita non è chiusa e lui non è finito politicamente”, poiché i media darebbero a proposito di Syriza "un'immagine falsa quasi di scissione, mentre c’è un confronto interno e la maggioranza del partito tiene".
Posizione ancora più netta quella di Campanella: "Tsipras si batte per una ridiscussione dei trattati e ora si trova a fare delle scelte difficili; Tsipras ha mostrato la differenza fra il politico che lavora per il proprio Paese e chi lo fa per il proprio particolare interesse", senza nascondere critiche nei confronti di Grillo e dei suoi sostenitori, che avrebbero criticato il leader di Syriza "con l’ingenerosità tipica di chi guarda lo spettacolo dalla poltrona". Con gli ex compagni di MoVimento, Campanella e Bocchino condividono essenzialmente l'opposizione a Renzi e all'Europa "dell’austerità e della recessione” (parole di Eleonora Forenza, capodelegazione della lista Tsipras a Strasburgo). Probabilmente il simbolo rosso a scritte bianche di Tsipras non correrà così com'è alle prossime elezioni, ma intanto è riuscito a conquistarsi due seggi anche in Italia.

domenica 26 luglio 2015

La rivoluzione di Amore e Libertà

E se, alla fine, la soluzione fosse un simbolo senza partito? Nel senso che il simbolo c'è, ma al posto del partito si schiera un "pensatoio pubblico", un progetto culturale che fa politica, con il fine ultimo di tendere a una Civiltà dell'Amore (con tutte le maiuscole al loro posto). Questo curioso - e coraggioso, perché quasi inedito - esperimento è nato nel maggio 2013, non poteva che chiamarsi Amore e libertà e si deve a Luca Bagatin, classe '79, scrittore e collaboratore di varie testate. Nel suo sito lui si definisce "utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano"; ha militato in varie formazioni politiche, pensando sempre e solo con la sua testa, senza seguire alcuna disciplina di partito ("Ho sempre avuto di fronte e per scelta personale, invece, poche ma chiare idee: libertà individuale spasmodica, laicità, onestà intellettuale e morale, arte e bellezza"), arrivando a lasciare del tutto le logiche partitiche quando si è reso conto che soddisfare in pieno i suoi princìpi era impossibile. 
Anche per questo, Bagatin mette in chiaro un punto fin dall'inizio, nel suo "Manifesto d'intenti", per non lasciare spazio a dubbi: "Amore e Libertà non è un partito, ma un'associazione, un progetto culturale e politico alternativo ai partiti. Un pensatoio politico, storico, sentimentale, erotico, spirituale. Un'alternativa alla politica dell'ultimo Ventennio ed alla partitocrazia antirepubblicana dell'ultimo secolo. [...] Crediamo nelle idee, non nelle ideologie. Crediamo nelle persone che pensano con il cuore, anticamera dell'Amore".
Ora il Manifesto e l'intero sviluppo del "credo" politico di quel "pensatoio" è condensato e raccolto in Amore e Libertà. Manifesto per la Civiltà dell'Amore, ebook che Bagatin ha prodotto e distribuito in proprio per diffondere le sue idee. Nel volume, che si avvale della prefazione di Antonio Tiberio di Dobrynia - per lui Luca è un "eretico [...], perché libero di scegliere: vincolato solo al suo pensiero e ad una via che non conosce bivi incerti, perché pur dentro sentieri battuti è capace di aprirsi ovvie, semplici, ma per ciò stesso incomprese ai molti" - si sviluppa la riflessione programmatica di Amore e Libertà, che si articola in vari punti (dalla trasparenza delle istituzioni agli stipendi per le cariche in linea con quelli percepiti in precedenza, dalla meritocrazia alla lotta a ogni forma di discriminazione - massonofobia inclusa - passando per il pieno riconoscimento di ogni tipo di coppia, la legalizzazione dell'eutanasia/suicidio assistito, della produzione della cannabis e della prostituzione autogestita, fino all'istituzione dei "parchi dell'amore", alla "socializzazione" delle imprese pubbliche o partecipate e all'abolizione del diritto d'autore).
Il fatto che Amore e Libertà non sia un partito non significa che non punti sul confronto pubblico e sulla partecipazione popolare, ovviamente sui generis: "Amore e Libertà - si legge nel libro - crede nella possibilità che le singole intelligenze possano parlarsi, confrontarsi, approfondire, autogestirsi, attraverso il buonsenso tipico delle Agorà dell'Antica Grecia. In questo senso Amore e Libertà trova interessante il sistema elettivo tipico di quel periodo, ovvero la nascita di assemblee popolari estratte a sorte, fra tutti i cittadini compresi fra i 18 ed i 65 anni, oppure, proprio come avveniva nell'Antica Grecia, fra i maggiori di 30 anni. Amore e Libertà si pone, come obiettivo di massima, la fondazione di un'Internazionale dell'Amore, che vada a recuperare gli ideali della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864 promossa allora da mazziniani, garibaldini, anarchici e socialisti e vada a sanarne le divisioni storico-politiche".
Difficile pensare che, in quella Boulé ateniese riveduta e corretta o nell'auspicata Internazionale dell'Amore, ci possa essere spazio per schede elettorali di qualche tipo, ma Amore e Libertà il suo simbolo ce l'ha comunque, disegnato da Martin Rua: il contorno è marcato da ventisei cuori bianchi e all'interno, su fondo rosso, c’è il ritratto di Anita Garibaldi: "Lei è un’eroina dimenticata, morta a soli 28 anni per la Repubblica, quella vera, quella Romana, fondata sul Popolo Sovrano, l’opposto di quella imposta dai partiti – aveva spiegato Bagatin nel mio libro Per un pugno di simboli –. Fu moglie del primo socialista e repubblicano senza tessere o ideologie di partito e come lui lottò sempre per la libertà e l’emancipazione umana e spirituale degli individui. Infine, la vicenda storico-affettiva di Anita e Giuseppe Garibaldi è un esempio di ricerca incessante di Amore e Libertà, senza condizionamenti, pur tra peripezie e sofferenze".
L'ebook di Luca, peraltro, dà debitamente conto di altre figure comprese nel pantheon di Amore e Libertà, decisamente affollato, variegato e inconsueto: si va da Simon Bolivar a Evita Peron, dal vate D'Annunzio al "Cavallo Pazzo" Mario Appignani, ma ci sono anche esempi più recenti come “Pepe” Mujica, Evo Morale e Hugo Chavez, senza dimenticare Riccardo Schicchi e le sue creature più note, Moana Pozzi (massima incarnazione del Partito dell'Amore, modellato da Mauro Biuzzi) e - prima ancora - Ilona Staller (Cicciolina), già deputata radicale che Bagatin avrebbe voluto candidare a sindaca di Roma nel 2013, per "erotizzare" una "scl-erotizzata" area laico-liberale (mentre fu solo messa in lista dal Pli).
Nessuna possibilità, insomma, di vedere il "pensatoio pubblico" concepito da Bagatin come concorrente a qualche elezione, ma il libro permette a tutti di conoscerlo meglio e, magari, di trarne qualche ispirazione. Non sarebbe così male adottare un "pensatoio", ai tempi in cui il problema più grave sembra condensato nel titolo di un meraviglioso tour-album di Giorgio Gaber: "E pensare che c'era il pensiero".

sabato 25 luglio 2015

Fare contro Fare! Ovvero, Boldrin non è Tosi


In effetti ci si poteva scommettere sopra, non era nemmeno così difficile pensare che qualcuno l'avrebbe presa male. Questo qualcuno, al momento, si chiama Michele Boldrin e a tutt'oggi è leader di Fare per Fermare il declino, subentrato due anni fa a Oscar Giannino dopo l'incidente relativo ai suoi titoli di studio, alla vigilia delle elezioni politiche.
A provocare irritazione, come era prevedibile, è il nuovo partito di Flavio Tosi che, nel simbolo, porta in grande evidenza la parola "FARE!": il colore è diverso e in più c'è il punto esclamativo, ma per qualcuno la confondibilità resta dietro l'angolo e, a quanto pare, lo pensa anche Boldrin. Non ha fatto nulla per nascondere il suo pensiero, visto che su Twitter e su Facebook nel pomeriggio successivo alla presentazione del simbolo se n'è uscito con questo lancio: 
La cosa, ovviamente, non è piaciuta anche ad altri sostenitori di FiD, che su Facebook hanno subito chiesto se il comportamento di Tosi e del suo staff non fosse leggibile come una sorta di "plagio", in grado di irritare anche chi, come Boldrin, è noto per essere "completamente (e giustamente) contrario alla difesa della proprietà industriale" (lo si legge chiaramente nel commento di tale Luigi Desiderato). Qualcuno ha fatto notare che "fare è un verbo di uso comune e non un brand", per cui non si potrebbe proteggere nulla; in serata in ogni caso, è arrivata la risposta dello stesso Boldrin - di cui Formiche ha dato notizia ieri - e merita di essere riportata per intero: 
1) Sulla PI, David ed io, non a caso, distinguiamo copyright e brevetti dai marchi, riconoscendo ai marchi una funzione sociale utile e scarsissimi costi di monopolio. La funzione sociale utile e' quella della riconoscibilità: una volta che un nome/marchio si e' costruito una reputazione, buona o cattiva che sia, usare quel nome marchio crea grave confusione nel mercato perché ci si appropria della reputazione costruita da altri. Quindi, per quanto ci riguarda, il marchio esclusivo e' legittimo e proprietario. Ovvio che, in base a questo, quella di Tosi&Co, sia pura e semplice appropriazione indebita.2) Nel caso specifico non conosco i dettagli della giurisprudenza italiana abbastanza per dire se si configura violazione della PI copyrighted (han cambiato grafica, aggiunto il "!", tolto "Fermare il Declino" e cambiato colori e simbolo). Ora sento degli avvocati italiani e poi vediamo.3) Sul piano politico, ed elettorale, essendo Fare - per Fermare il Declino il simbolo d'un partito, c'e' chiaramente una violazione che, a mio avviso, va impedita. Come per l'uso della freccia da parte dei Popolari di Mauro (che mi sembrano spariti comunque, quindi abbiam lasciato stare). Gli amici del CGT se ne stanno occupando (per la parte 3)). Vedremo come sia più appropriato agire. La valutazione politica, in ogni caso, e' ovvia e plateale: han cominciato con una cialtronata.
La questione merita di essere analizzata. Non intervengo in pieno sulla "funzione sociale" del marchio, che per Boldrin è la riconoscibilità: mi limito soltanto a dire che, in realtà, il marchio (mark) ha soprattutto una funzione "distintiva", serve cioè a differenziare un prodotto o un servizio dagli altri (il fatto che sia riconoscibile ne è quasi una conseguenza). La riconoscibilità in senso stretto, legata proprio alla reputazione acquisita (e al "mondo" che una rappresentazione grafica riassume in sé), è piuttosto legata al concetto di "marca", che in inglese è ben reso dal sostantivo brand: per approfondire l'argomento, consiglio a tutti la lettura del Manuale della marca, della ricercatrice della Sapienza Laura Minestroni (logo Fausto Lupetti Editore).
Certamente, come avevo già anticipato ieri, l'accostamento tra il "Fare!" di Tosi e il "Fare" di Boldrin risulta fin troppo facile; e se avevo scritto che, da un certo punto di vista, il tentativo mostrava un certo coraggio (perché utilizzava un nome legato a risultati elettorali non proprio splendidi), qualche dubbio in più sul piano della correttezza giuridica sorge anche a me. Posto che quello di Fare per Fermare il declino è a tutti gli effetti un marchio registrato - anche se, come si vede nella figura a fianco, non è la versione definitiva usata come contrassegno elettorale, visto che freccia e scritte occupano uno spazio minore del cerchio - la tentazione di agire in tribunale per contraffazione è legittima.
Perché è vero, "Fare" è un verbo di uso comune, che rientra nei discorsi quotidiani di tutti noi; è vero pure che, come notato da Boldrin, Tosi e i suoi "han cambiato grafica, aggiunto il '!', tolto 'Fermare il Declino' e cambiato colori e simbolo". E' altrettanto vero, però, che la parola "Fare" è in posizione di chiara "evidenza prospettica" e si pone come elemento caratterizzante di entrambi gli emblemi, assieme agli inserti grafici di ciascuno (la freccia per Boldrin, il faro acceso per Tosi). In più, è altrettanto innegabile che il gruppo di Giannino prima e di Boldrin poi sia stato il primo a utilizzare la parola "fare" come nome del partito - al punto che nelle elezioni del 2013 "Fare" era usato proprio come forma abbreviata dell'intera denominazione - per cui ci potrebbero essere spazi per riconoscere al segno distintivo di FiD i caratteri del marchio forte, che merita protezione anche quando la somiglianza con altri segni non sia troppo marcata.
Certamente, però, le differenze simboliche vanno considerate. Nessuno può dire che la parola "Fare", d'ora in poi, debba essere esclusa da ogni contrassegno politico resta sempre un termine comune), ma è giusto chiedersi cosa accade quando essa, come qui, risulti elemento caratterizzante di entrambi i segni. E' vero che le modifiche testuali, grafiche e cromatiche introdotte da Tosi non sono poche e per qualcuno potrebbero bastare a scongiurare la confondibilità tra emblemi: il tribunale di Roma nel 1979 non aveva forse salvato il garofano appena adottato dal Psi, dicendo che la diversa foggia del fiore e la presenza di elementi grafico-testuali diversi evitavano la confusione con il garofano varato quattro anni prima dall'Unione rifondazione socialista democratica? E, più di recente, l'Ufficio elettorale della Cassazione non si era accontentato di far modificare il colore di fondo e delle scritte al logo dei Comunisti italiani, perché non lo si scambiasse con quello di Rifondazione comunista?
Tutto vero, come è vero però che la bandiera con falce e martello e il garofano erano pur sempre segni legati a una tradizione politica, per cui si finisce per ammettere la loro presenza su più segni, purché gli elementi differenzianti siano presenti in numero sufficiente. E' impossibile, invece, dire lo stesso di "Fare", per cui al giudice toccherebbe decidere se le modifiche fatte da Tosi bastano a evitare confusioni o "appropriazioni indebite", oppure se il rischio di confusione ci sia ugualmente. Il problema, verrebbe da dire, non si sarebbe posto se Tosi avesse utilizzato un'espressione come "Il partito del Fare", riducendo inevitabilmente lo spazio occupato dalla parola "incriminata". La situazione però è diversa e quindi ora si dovrà aspettare di capire cosa deciderà il Comitato di gestione transitoria di FiD, se lasciar perdere come con la freccia dei Popolari per l'Italia di Mauro (anche se lì gli spazi per un'azione sarebbero stati ben pochi. E perché, allora, non agire anche contro Tremonti e la sua lista 3L?) o se far partire una causa, dall'esito non scontato.

venerdì 24 luglio 2015

Il nome di Verdini, che non c'è ancora (ma pare già sentito)

Il partito ancora non c'è, ma ha già un account su Facebook. O, almeno, così può sembrare. Da alcuni giorni si parla del gruppo parlamentare che dovrebbe nascere al Senato nel segno di Denis Verdini, pescando soprattutto da Forza Italia e Grandi autonomie e libertà. C'è chi si spinge a individuare i futuri membri - Il Fatto quotidiano, ad esempio, dà quasi per certi come aderenti Lucio Barani, che certo non smetterà il garofano, Eva Longo, Giuseppe Compagnone, Riccardo Mazzoni, Ciro Falanga e Vincenzo D’Anna - ma, nell'attesa dell'annuncio ufficiale (previsto per l'inizio della prossima settimana), colpisce già il possibile nome del gruppo senatoriale, Alleanza Liberale Popolare e Autonomie (almeno stando al Fatto, perché all'AdnKronos D'Anna ha parlato di "Azione liberal popolare e Autonomie")
Precisiamo subito, gruppi parlamentari e partiti sono realtà diverse: i regolamenti di Camera e Senato richiedono un numero minimo di aderenti perché si formi un gruppo autonomo (rispettivamente 20 e 10). Se una formazione non arriva a quella quota e ha schierato i suoi candidati nelle liste di un altro partito - per "diritto di tribuna" - può restare in quel gruppo (lo fecero i radicali eletti col Pd nella XVI legislatura). Se il drappello degli eletti ha un minimo di consistenza (3 unità alla Camera, al Senato ne basta una), si può formare una componente del gruppo misto; vari accordi, infine, possono consentire di formare un gruppo che raccolga varie sigle, pure piuttosto variegate. Nella legislatura passata è stato così per Iniziativa responsabile (poi Popolo e territorio) alla Camera e per l'omologo Coesione nazionale al Senato); si è tentati di dire lo stesso ora per Gal, che unisce più partiti (ad oggi Grande Sud, Movimento per le Autonomie, Nuovo PSI, Popolari per l'Italia, Italia dei Valori, Vittime della Giustizia e del Fisco, Federazione dei Verdi, come si legge nella denominazione ufficiale del gruppo), anche se non tutti i componenti si possono inquadrare in questi soggetti politici. Formare un gruppo, dunque, non è per forza l'anticamera di un partito, con tanto di simbolo da elaborare. 
Già il nome pare frutto di un parto: era circolata l'etichetta "Azione liberale", ma secondo Libero "All'atto di registrare il loro movimento politico, Verdini e i suoi hanno scoperto che era già stato registrato da un'altra associazione politica". In effetti come marchio quell'espressione non risulta, ma a spulciare qua e là in Rete e su Facebook spunta qualche pagina chiamata così e magari lo stesso è accaduto consultando qualche registro di associazioni. Si sarebbe allora lasciato il concetto di "azione" ripiegando su quello di "alleanza" (anche se per l'AdnKronos, come si è visto, è rimasto il primo termine), fino a ottenere il nome ricordato: nome lungo e poco appetibile, come "niente di entusiasmante" (sempre per Libero) sarebbe la sigla del nuovo gruppo, Apla. Che poi, a ben guardare, la denominazione sembra soprattutto poco originale, sa di "già sentito": dentro c'è qualcosa di Gal, di Alleanza popolare (il vecchio cartello Mastella-Martinazzoli) e anche di un nome che si è tentato invano di depositare come marchio anni fa, "Autonomia liberale partito d'azione liberalsocialista".
Su Facebook, però, qualcuno ha già cercato di muoversi. Perché un profilo da alcuni giorni si chiama Alleanza popolare liberale autonomie, qualcosa che si avvicina molto al nome circolato nelle ultime ore. Davvero difficile, però, pensare che sia stato creato apposta: se si guarda l'indirizzo web, l'account sembra chiamarsi in realtà "Martinoant", esiste - a guardare dal profilo - già da alcuni anni e conta oltre 3700 amici. Qualcosa che somigliava a un simbolo, tra l'altro, nel profilo c'è, ma nessuna forza politica potrebbe mai utilizzarlo seriamente. Tanto vale aspettare, a questo punto, e se son partiti, prima o poi simboleranno. C'è da starne certi

martedì 21 luglio 2015

Fare con Tosi, ossia come sfidare il passato

Il faro grigio scuro, con il suo fascio di luce giallo, alla fine è rimasto; il contesto invece è almeno parzialmente cambiato. Di certo, il risultato delle elezioni in Veneto non sembra avere scoraggiato Flavio Tosi, sindaco di Verona e già soggetto di punta della Lega Nord, prima dei suoi screzi con il segretario del Carroccio Matteo Salvini, che hanno portato all'espulsione dalla Lega e alla candidatura alla guida della regione. Alla fine è arrivato quarto, a un'incollatura di voti dal candidato del MoVimento 5 Stelle Jacopo Berti (che ha ottenuto 262.749 preferenze, a fronte delle sue 262.569); a Tosi, però, interessa soprattutto rimarcare l'11,9% dei consensi ottenuti, più del 10,7% relativo alla coalizione di liste a sostegno, compagine formata pur sempre in extremis, negli ultimi giorni disponibili per la campagna elettorale.
Certamente quell'esperimento poteva andare meglio, qualche voto in più poteva essere raccolto, ma Tosi probabilmente ha voluto conservare la parte positiva. Il simbolo che era andato meglio, in fondo, era proprio quello con la luce del faro, cioè la "sua" lista Tosi, sperimentata a Verona e riadattata in chiave regionale. Quel 5,7% non era poi così male, per un emblema nato in una città e che si era tentato di esportare in tutta la regione, sapendo di doversi misurare innanzitutto con il partito di provenienza di Tosi, quella Lega che puntava senza troppa difficoltà alla riconferma del presidente uscente, Luca Zaia. Si poteva partire da quei numeri per costruire qualcosa di più grande; certo, la strada non appariva tutta in discesa, c'era pur sempre da allargare un progetto all'intero territorio nazionale, senza poter contare su un minimo di seguito certo, ma i "fari" avevano cominciato a spuntare qua e là lungo lo stivale, quindi valeva la pena tentare. 
C'era però un'altra pista da considerare. Dopo la lista Tosi e quella di Area popolare, la formazione più votata era stata un'altra lista legata al candidato presidente, ma contenente un messaggio chiaro: "il Veneto del fare". Quel verbo, usato all'occorrenza come sostantivo, per il sindaco di Verona doveva essere un elemento chiave della sua stessa campagna elettorale: nel sito www.tosipresidente.it, fino a qualche giorno fa, campeggiava il motto "Siamo abituati a fare". Perché non ripartire anche da lì, allora, magari unendo i due messaggi che, da soli, si erano conquistati oltre il 7% dei voti in Veneto? Bastava mettersi al tavolo e pensare a una soluzione...
Alla fine, la soluzione è arrivata, almeno per ora. Stavolta il faro torna per intero, con la sua luce, su un fondo bianco; il nome di Flavio Tosi non è sparito, ma è relegato in fondo, in un segmento leggermente curvo e giallo come la luce. L'elemento più evidente, però, è senz'altro la parola "FARE!", gialla e bordata di nero, con il claim già visto che nei manifesti si trasforma appena, "siamo pronti a fare" (perché ora non basta l'abitudine, adesso occorrono rapidità e preparazione). E qui, ci si perdoni, ma è fin troppo facile tornare con il ricordo al progetto lanciato temporibus illis da Oscar Giannino, la "piccola pattuglia di rompicoglioni di professione" che avrebbe dovuto pungolare qualunque governo sull'economia, ma è "naufragata su se stessa" dopo la tempesta sui titoli di studio di Giannino e, anche sotto la guida di Michele Boldrin, non si è mai davvero ripresa.
Di fronte a quell'esito elettorale davvero poco felice, due erano le alternative: lasciar stare del tutto quel verbo all'infinito, per non evocare neanche lontanamente echi di sconfitta, oppure rischiare e sperare di dare nuovo significato a quelle quattro lettere. Tosi e i suoi, a loro modo, hanno scelto la seconda opzione: hanno tolto la freccia (ma la luce del faro punta sempre a destra), hanno aggiunto il punto esclamativo e hanno ridimensionato notevolmente il rosso, riducendolo a un archetto che sulla parte sinistra di Fare! con Tosi ha il suo contraltare verde. Un accenno di tricolore che nella Lega, da cui Tosi proviene, non si era mai visto né forse concepito. Anche i dettagli, in un simbolo, contano maledettamente.

lunedì 20 luglio 2015

Quei simboli depositati in casa Udc e mai usati

Ogni ambito, in fondo, ha il suo mistero. A sentire Panfilo Maria Lippi, il telegiornalista strampalato interpretato a suo tempo da Daniele Luttazzi a Mai dire Gol, il grande mistero del giornalismo è che ogni giorno nel mondo "accadano tante notizie da riempire giusto giusto un giornale". In politica, volendo, i misteri sono vari, ma uno qui è particolarmente interessante: quello dei simboli che qualcuno fa di tutto per registrare come marchi, senza però che vengano mai utilizzati davvero
Capita molto più spesso del previsto e del prevedibile; a volte quegli emblemi non li conosce nessuno, mentre altre volte qualcuno ne scopre l'esistenza. Tre anni fa, a metà luglio, il sito Il Portaborse aveva dato una notizia: "Casini ha un nuovo simbolo: Più Italia". Qualcuno era stato bravo e aveva scartabellato nel database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi: quel qualcuno aveva scoperto che a nome del deputato veneto dell'Udc Antonio De Poli erano stati depositati, tra il 5 e il 19 giugno, ben quattro segni distintivi molto simili, che potevano obiettivamente far pensare a un nuovo emblema da abbinare a un nuovo progetto politico.
Uno dei primi a essere depositati era così descritto: "un cerchio di colore bianco contenente al centro la scritta PIU' in colore blu (pantone 293 c) sotto la quale vi è la scritta Italia in colore rosso (pantone 185 c). Lungo parte della circonferenza sul lato a destra è presente il disegno di un nastro tricolore, verde chiaro (pantone 347 c), verde scuro (pantone 349 c), bianco e rosso (pantone 185 c), ripiegato a formare l'accento della U". Era proposta anche la combinazione testuale inversa, con "Italia" in alto e "Più" in basso, sempre con la parte verde e ripiegata del nastrino a fare da accento alla "u"; le varianti depositate il 19 giugno, invece, sostituivano il riferimento all'Italia con la parola "Veneto", segno che probabilmente si era pensato anche a una declinazione regionale del progetto politico (e la regione, guarda caso, era proprio quella di De Poli).
Sta di fatto che, dal 2012 in poi, quegli emblemi sulla scena politica non sono mai arrivati, né come sono stati depositati, né come variazioni di quei temi. Altra nota interessante, le domande di registrazione dei quattro segni sono state tutte respinte (e lo stesso è accaduto, tra l'altro, anche al simbolo dell'Udc): non è dato sapere perché, ma è possibile che c'entri qualcosa la prassi - ormai in vigore da anni - da parte del Viminale di dare parere negativo alla registrazione come marchi dei segni utilizzati in ambito politico qualora abbiano forma circolare (soprattutto per evitare che, nei periodi di campagna elettorale, qualcuno cerchi di eludere le norme e i divieti sulla propaganda, pretendendo di far circolare un simbolo di partito nella sua veste di marchio). 
Se questo fosse vero, avrebbe un senso il fatto che, a novembre dello stesso anno, dopo aver depositato il nome Lista per l'Italia - settimane prima che Monti varasse la sua lista Con Monti per l'Italia - De Poli abbia presentato due emblemi ritagliati a quadrato, con la dicitura Lista per l*Italia (sì, proprio con una stella al posto dell'apostrofo). In tutti e due c'era un arcobaleno tricolore su fondo almeno parzialmente azzurro-blu; in una delle due varianti, però, era ben in vista lo scudo crociato e sullo sfondo azzurro si leggevano a malapena le vele del Ccd e di Democrazia europea. Quella grafica, evidentemente, poteva andare bene per un repackaging politico dell'Udc, mentre quella senza segni particolari poteva anche essere il simbolo di un contenitore più ampio. Quella volta la registrazione andò a buon fine (a settembre del 2013); i due emblemi, in compenso, erano semplicemente frutto del "ritaglio" dagli originali rotondi, depositati invece con successo presso l'Ufficio armonizzazione del mercato interno, ad Alicante.
Ed è sempre all'Ufficio europeo, senza nemmeno passare per le istituzioni italiane, che lo stesso Antonio De Poli - ancora lui - risulta aver depositato il 4 marzo 2015 un contrassegno con la dicitura Area popolare, forse nel tentativo di "prenotare" la denominazione, anche se poi l'emblema ufficiale è sembrato essere un altro, senza cartina dell'Italia e con la struttura tradizionale della "bicicletta" (in questo caso, con la "pulce" del simbolo del Nuovo centrodestra). Perché allora depositare questa domanda di marchio, se poi di fatto non è stata utilizzata nemmeno quest'immagine? Questo è davvero un mistero, un po' come quelli visti all'inizio: ci sarà bisogno di Panfilo Maria Lippi per risolverlo?

domenica 19 luglio 2015

Simbolo, debiti e problemi del Partito radicale: le risposte di Maurizio Turco

La Lista Pannella del 1992
Ogni tanto, anche in politica, a domande dirette seguono risposte dirette. Nei giorni scorsi, alla lettera con cui il tesoriere del Partito radicale Maurizio Turco aveva comunicato le pesanti difficoltà economiche del gruppo (annunziando il preavviso di licenziamento agli ultimi dipendenti del Prntt) erano seguite almeno due missive di risposta: una del segretario dei Radicali Roma, Alessandro Capriccioli, un'altra di Marcello Pitta, dell'Associazione Enzo Tortora Radicali Milano. nelle due lettere c'erano domande precise, specie sulla situazione economica e politica del partito (che non svolge il congresso da anni) e sulle proprietà della galassia radicale, a partire dal simbolo della rosa nel pugno e dall'archivio.
Le prime risposte sono arrivate lunedì, nell'intervista che Turco mi ha rilasciato per Termometro Politico; venerdì, comunque, lui ha risposto alle due lettere. Nel replicare a Capriccioli, Turco ha confermato che "sia il simbolo della rosa nel pugno che l’archivio sono di proprietà della Lista Pannella". In particolare, "il simbolo è stato ceduto e ne è stata fatta comunicazione al Congresso di Chianciano del 17/20 febbraio 2011; l’archivio da quando la Lista Pannella ha cominciato a pagare i costi per raccogliere ed organizzare il materiale, compreso quello dei deputati europei della V legislatura, ceduto con atto notarile".
La stessa lettera a Capriccioli, tra l'altro, contiene importanti ricostruzioni - operate da Cecilia Angioletti e Paolo Chiarelli - sulla proprietà della Spa Torre Argentina Società di Servizi (a sua volta proprietaria delle "sedi radicali" di via di Torre Argentina, 76 a Roma) e di Radio Radicale, che ha una storia piuttosto complessa ma meritevole di attenzione.  
Nella risposta a Pitta, invece, Turco ha dato innanzitutto conto della mancata convocazione del 31° congresso: l'assise doveva tenersi entro il 2013, ma il segretario del Partito, Demba Traoré, non lo ha mai convocato e non ha nemmeno spiegato la sua scelta con una lettera agli iscritti: da mesi, dunque, il Senato del partito - composto dai segretari e dai tesorieri delle otto associazioni costituenti - è incaricato di ripristinare la legalità statutaria, ma l'organo ha scelto di prendere tempo, perché "se avesse convocato il Congresso nel dicembre 2013 non avrebbe potuto fare altro che o prendere atto della situazione economico finanziaria e chiudere la baracca; oppure darsi un tempo dato per pagare i debiti e raccogliere denaro per le ulteriori iniziative, tenendo presente il contesto di silenzio, la mancanza di denaro e l’impossibilità di avere ulteriore credito per fare una qualsiasi iniziativa di autofinanziamento rivolta all'esterno".
Secondariamente, secondo Turco ci sarebbero due fattori alla base della situazione difficile del partito: da una parte, "le lotte radicali contro il regime" avrebbero portato a una "censura che è ulteriormente degenerata in 'sbianchettamento' (come nelle foto ritoccate dallo stalinismo), per esempio"; dall'altra parte, "dall'agosto del 2005, quando all'unanimità fui incaricato dal Senato del Partito  a subentrare al Tesoriere dimissionario, c’erano in cassa oltre 1,5 milioni di euro di debiti e sin da allora fino al congresso del 2011, quando dovetti autocandidarmi, e fino ad oggi (...) il Partito radicale (…) si è assunto la responsabilità di privilegiare la possibilità che i soggetti costituenti avessero un luogo e degli strumenti per poter operare".

sabato 18 luglio 2015

Fondazione An, sul simbolo si decide in ottobre

Ammettiamolo, senza problemi: mentre molti di noi eravamo intenti a guardare Fitto e il suo leone, o a pensare all'eventuale e ancora nebuloso "progetto pazzo" di Berlusconi, è un po' passata sotto silenzio una notizia di tutto rispetto, anche - ma ovviamente non solo - per la sua portata "simbolica". Il consiglio di amministrazione della Fondazione Alleanza Nazionale, infatti, in data 30 giugno ha deciso all'unanimità che il 3 ottobre a Roma si terrà l’Assemblea dei partecipanti di diritto e degli aderenti. 
Il "menù" che emerge dall'ordine del giorno è molto ricco: a parte l'illustrazione del piano delle attività e la valutazione dei risultati raggiunti, infatti, al secondo punto si legge proprio "utilizzo del simbolo"; non è poi da sottovalutare il terzo punto, quello relativo alle mozioni, visto che proprio da un documento simile (a firma Meloni - La Russa - Alemanno) nel 2013 fu decisa la concessione del simbolo di An al soggetto evoluzione di Fratelli d'Italia per l'anno 2014 (con tanto di proroga successiva alle tornate della scorsa primavera).
In quell'occasione potranno votare solo i partecipanti di diritto e gli aderenti che abbiano pagato tutte le quote di adesione dal 2012 al 2015 (25 euro per il 2012 e il 2013, 50 euro per gli ultimi due anni). Se due anni fa l'assemblea finì sotto i riflettori per gli scontri legati proprio al simbolo (con tanto di seguito in tribunale), questa volta i media seguiranno con ancora maggiore interesse: da tempo c'è chi chiede di trasformare la fondazione in qualcosa di diverso, che non si limiti a conservare il patrimonio (materiale e ideale) del Msi, di An e della destra, ma - dopo la fine politica (ma non giuridica) del Pdl, che An aveva contribuito a far nascere - intervenga direttamente nell'arena politica e, magari, cerchi di riaggregare tutti gli elettori di destra che ora, al di là proprio di coloro che aderiscono a Fratelli d'Italia, sono sparsi qua e là, senza avere una casa politica ritenuta comune.
Per qualcuno sarebbe sufficiente dare sostegno a un partito che già c'è (magari proprio Fdi) o che potrebbe nascere per altre vie; per altri dovrebbe essere proprio la fondazione a "patrocinare" la creazione di una formazione che tenga insieme più o meno tutti i pezzi e, magari, rimetta in pista il simbolo tradizionale di An. Decidere quale strada intraprendere, ovviamente, non è una scelta da fare a cuor leggero, anche perché comporta "investimenti" diversi, anche sul piano economico: i meno convinti dall'operazione repêchage, in effetti, non gradiscono affatto l'idea che per cercare di ricostruire An o qualcosa che le assomigli, si utilizzino le risorse della fondazione, ossia i soldi e i beni che furono di An e prima del Msi, frutto dell'impegno, delle donazioni e dei lasciti di iscritti e simpatizzanti (e, in parte, del finanziamento ai partiti).
E se mercoledì - sempre a Roma - sarà presentata una mozione, sostenuta da ForumDestra, con cui si chiede l’impegno della fondazione An a far rivivere i principi di Alleanza Nazionale e della destra in una ricostruzione dell'intero schieramento di centrodestra (le prime firme sono quelle di Sabina Bonelli, Michele Facci, Fausto Orsomarso, Andrea Santoro, Gianluca Vignale e Alessandro Urzì, ma solo la prima è stata candidata in Fdi, gli altri sono stati eletti soprattutto con Forza Italia e Ncd), Andrea Delmastro - che fa parte dell'esecutivo nazionale di Fratelli d'Italia - condensa la situazione in una domanda secca: "mi chiedo se l’unica eredità che si vuole raccogliere di Alleanza Nazionale sia il tesoretto e non il lascito culturale, valoriale, politico e programmatico".
Per Delmastro "la diaspora della Destra è terminata allorquando è nato Fratelli di Italia, un movimento che rappresenta il naturale approdo, la ritrovata terra natia per chiunque sia di Destra in Italia"; il partito, anzi, avrebbe già raccolto "l’eredità non solo di Alleanza Nazionale, ma più complessivamente della Destra Italiana [...] con indomito spirito di avventura e di libertà, senza calcoli di interesse e senza tatticismi". Temendo un possibile disegno di "ritorno ad Itaca" della fondazione, proposto da soggetti che militano sotto altre insegne (pensa soprattutto a Ncd) e potrebbero essere più interessati a banchettare che a essere padri nobili, Delmastro chiede che la fondazione "non diventi l’occasione per la guerra giudiziale per il bottino ereditario fra parenti che incontri solo dopo il funerale  e davanti al notaio all’atto di apertura dell’eredità". E, al di fuori di Fratelli d'Italia, sono schierati da sempre contro all'uso "politico" dei beni della Fondazione gli ex An schierati in Forza Italia, a partire da Maurizio Gasparri.
Bisognerà dunque aspettare i prossimi giorni per capire qualcosa di più e sicuramente in ottobre gli occhi di molti saranno puntati sull'assemblea della Fondazione An: fino ad allora, sarà pienamente lecito chiedersi - volendo riutilizzare indebitamente i versi mogol-battistiani - se, al di là del simbolo di Fratelli d'Italia, "la fiamma è spenta o accesa".

venerdì 17 luglio 2015

L'Altra Italia che Silvio non ha in testa

Un simbolo molto improbabile...
Sarà stato un caso, senza dubbio. O un'occasione creata giusto per permettere ai maligni e ai mentitori di professione di esercitarsi nei loro sport preferiti. 
Perché davvero, solo un cattivo cattivista può pensare che tenere "Futuro Comune", la prima conferenza degli amministratori di Forza Italia (organizzata da Marcello Fiori, a capo dei club Forza Silvio) esattamente nello stesso giorno (e, per giunta, nella stessa sala) in cui, a distanza di poche ore, Raffaele Fitto ha presentato alla stampa il simbolo del suo nuovo progetto politico sia una mossa depistatoria, ad obscurandum. E solo un malpensante malvissuto poteva pensare che ci fosse un'occasione meno adatta della convention forzista per smentire certe voci che volevano Forza Italia in via di rottamazione (stavolta definitiva), a beneficio di una nuova formazione politica rigorosamente di non professionisti.
Già, perché proprio la mattina di ieri si era aperta con un gran coup de théâtre di Repubblica, a firma Francesco Bei (poteva essere un ottimo "retroscena", ma mancava la testatina conseguente), in cui si dava quasi per certo il varo di un nuovo soggetto politico berlusconiano, dal nome "L'Altra Italia" ("così, con due maiuscoli", precisava Bei). La ricostruzione del pezzo tratteggia un Berlusconi preoccupato da sondaggi in cui la fiducia nei partiti in campo sarebbe crollata ai minimi storici (e, fin qui, di inventato ci sarebbe ben poco) e seriamente intenzionato a creare un contenitore politico completamente nuovo, senza alcuno spazio per figure già note, con un occhio strizzato agli under-40 della società civile e l'altro rivolto a homini novi potenzialmente "pesanti", come Diego Della Valle.
Come si diceva, peraltro, l'ex Cavaliere si è premurato di smentire questa voce, bollandola senza troppi complimenti come "menzogna": "solo un folle potrebbe pensare di rottamare Fi e chi combatte al suo fianco", per cui Forza Italia "non andrà al macero, resta", con tanto di garanzia di ripresentazione e rielezione per chi oggi siede in parlamento (il che non sarebbe comunque un impegno facile, specie in caso di Senato non più elettivo). A dire il vero, in molti hanno parlato di smentita solo parziale, perché nelle parole di Berlusconi emerge l'idea di "un progetto pazzo", cui sarebbe al lavoro in questi giorni: a sentire lui, peraltro, si tratterebbe di rivoltare Forza Italia come un calzino, trasformandola in "una grande casa aperta della speranza, un movimento aperto a tutti, dove i protagonisti devono venire dalla vita vera, senza politici di professione".
Qualcosa di nuovo, dunque, il demiurgo di Mediaset allo studio ce l'avrebbe, ma una delle poche certezze - pur concedendo la massima buona fede a Francesco Bei e alle sue fonti - è che quell'aliquid novi non potrebbe chiamarsi "L'Altra Italia". Perché, se solo gli uomini di comunicazione consultati da Berlusconi avessero davvero pensato qualcosa di simile, si sarebbero attirati le ironie al vetriolo dei nemici di sempre, i tanto odiati "comunisti" (mai scomparsi dal bestiario dell'ex Cav). Avrebbero buon gioco nel demolire una creatura il cui nome ricorderebbe soprattutto il tentativo di ricompattare la sinistra italiana nel nome di Alexis Tsipras. Dopo che nel 2014 la lista L'Altra Europa era riuscita ad acchiappare un paio di seggi al Parlamento europeo, in varie regioni e in diversi comuni si è tentato di ripetere il miracolo: ecco allora spuntare un po' dappertutto (e con alterni successi) simboli "altri", la cui grafica era più o meno debitrice di quella sperimentata nel cammino verso Strasburgo, per cui si è visto di tutto, da "L'Altra Emilia Romagna" a "L'Altra Sinistra per Somma".
Una delle poche combinazioni non sperimentate, paradossalmente, è proprio "L'Altra Italia"; il rischio di ricordare in qualche modo i seguaci italiani di Tsipras dovrebbe però bastare da solo, secondo la modesta idea di chi scrive ora, a far capire che Berlusconi stia lavorando a progetti diversi da questo. Altrimenti i cattivisti di professione potrebbero scegliere di riderci sopra, producendo in quattro e quattr'otto un simbolo taroccato alla bisogna, con tanto di font Brandon schierato a suo tempo dalla lista Tsipras: a cambiare latitudine politica, provvederebbero il rassicurante fondo blu già usato dal Popolo della libertà e un accenno di tricolore, mai assente dai simboli berlusconiani. Lo saprebbero perfettamente, che quell'emblema non avrebbe nessuna possibilità di finire sullo schede, ma intanto si sarebbero fatti due risate. Sempre nell'attesa, beninteso, di capire cosa il SIlvio da Arcore abbia davvero in testa.

giovedì 16 luglio 2015

Il leone conservatore e riformista di Fitto

Alla fine il leone è apparso, per tutti. Raffaele Fitto ha presentato oggi nell'aula dei gruppi di Montecitorio il simbolo della sua creatura politica, Conservatori e riformisti, mettendo in scena il tradizionale rito del cavalletto da scoprire con Geoffrey Van Orden il vice presidente del gruppo Conservatori e riformisti al Parlamento europeo. 
Il leone c'è ed è blu, come aveva correttamente anticipato Affaritaliani.it, così come erano giuste altre anticipazioni che volevano un tricolore nell'emblema. Blu è anche la scritta del nome, proposta con una font leggera che dimostra anche una certa eleganza, mentre è bianco tutto il resto, segno che il nuovo soggetto politico non si è fatto cogliere dall'inizio da quel horror vacui che sembra affliggere molte delle formazioni nate negli ultimi anni.
Ovviamente - come del resto è giusto - ai giornali interessa soprattutto capire chi sta (e resterà) con Fitto e quali siano i programmi della formazione per il futuro. Qualche indicazione l'ha data lo stesso leader, un tempo berlusconiano di ferro: "Noi non siamo né con Le Pen, né con la Merkel", la collocazione è senza dubbi nel centrodestra, in alternativa a Renzi, senza voler "mettere in campo un sottobosco di intese o accordi poco chiari". A Berlusconi Fitto continua a volere bene, non prova rancore, ma c'era e resta la convinzione che "il modello attuale di centrodestra non ha prospettiva, il modello di successo proposto 20 anni fa non ha più futuro". 
In effetti, la stessa scelta del leone spazza via buona parte della strategia comunicativa vista nel centrodestra berlusconiano visto fin qui. L'ex Cavaliere,infatti, nei suoi simboli non aveva mai voluto fiori, animali o altri segni che dovessero essere interpretati, ma solo segni di immediata comprensione. La fiera schierata da Fitto, invece, richiede pur sempre un briciolo di astrazione in più. A questo proposito, se anche i dettagli contano, si può notare che il leone scelto non è accovacciato come quello del gruppo europeo ECR, simile a quello che troneggia maestoso e protettivo all'esterno di tante nostre chiese. La belva dei fittiani è "in piedi", sulle quattro zampe, ferma o forse colta in un movimento lento: a dare giusto un tocco di "istantanea" e di potenziale guizzo è la coda, fermata mentre si svolge a S. Si tratta, a ben guardare, di una bestia presente, ben visibile, fiera del suo esserci e pronta a intraprendere il cammino necessario (che, manco a dirlo, guarda a destra, come nell'omologo europeo)
Era diverso, tanto per dire, uno degli ultimi leoni visti nella politica italiana, quello dell'Usei, ove la sigla sta per Unione sudamericana emigrati italiani. Lì la belva era chiaramente colta in una posizione di attacco, con le fauci tra il famelico e il ruggente e le zampe pronte a scattare (e la stessa "coda a S" comunicava sensazioni ben diverse). Qui però la sensazione da trasmettere è ben diversa: al gruppo di Fitto, infatti, serve soprattutto certificare la sua esistenza in vita (anche se intanto servirebbe qualche unità in più alla Camera per costituire un gruppo autonomo), mostrare la fierezza della propria scelta e un atteggiamento di chi è pronto a mettersi in gioco. Nel leone ritto c'è più o meno tutto questo; l'accostamento del tricolore al blu mette in campo tutte e quattro le tinte nazionali, nell'ormai consolidata tecnica di presentazione dei partiti catch-all. Cosa importante, rispetto alla precedente esperienza del Nuovo centrodestra, il simbolo è nato subito tondo e non ci sarà alcun bisogno di adeguarlo in futuro. Ci sono ancora varie cose da sistemare (a partire dalla determinazione del modello organizzativo: "Verrà definito nei prossimi mesi - ha detto Fitto - dopo aver ascoltato tutti, con un meccanismo di legittimazione e del consenso che parte dal basso", abbandonando "l'idea dei nominati"), ma questo emblema sarebbe già pronto per correre alle elezioni. Con quali risultati? Un po' presto per dirlo, no?

mercoledì 15 luglio 2015

"Noi siamo NOI", e gli altri?

Di quando in quando si fanno scoperte interessanti, che ovviamente il più delle volte sono del tutto casuali. Può succedere, dunque, che nel cercare nuove notizie "simboliche" di cui dare conto ci si imbatta in una nota, diffusa dall'agenzia Agenpress e relativa ad Angelo Pisani, fondatore e presidente di NOI Consumatori-Movimento anti Equitalia, al tempo in cui si era saputo che Diego Della Valle aveva chiesto di registrare come marchio il contrassegno con la dicitura "NOI Italiani". 
Manco a dirlo, Pisani faceva fuoco e fiamme: "molti presunti vip non trovano di meglio, per affermare la propria identità politica, che copiare apertamente un logo già da anni registrato dall'associazione NOI Consumatori". Aveva dunque diffidato Della Valle e altrettanto aveva fatto mesi prima con Matteo Salvini, dopo la presentazione di Noi con Salvini (cosa che, come si sa, non era piaciuta nemmeno ad Annagrazia Calabria). Pisani si premurava di ricordare che "la legge proibisce, specialmente in occasione di competizioni elettorali, l’uso di simboli e denominazioni che sono già in uso ad altre forze in virtù di regolare e pregresso deposito". 
La cosa incredibile è, oltre che a un ripasso delle norme ("prima di avventurarsi in battaglie legali che li vedranno sicuramente perdenti"), Pisani abbia invitato Salvini e Della Valle "almeno a leggere i libri sull’argomento di un esperto come Gabriele Maestri", rimandando a I simboli della discordia; al sottoscritto, invece, ricordava che "ben prima dello scontro “titanico” fra mister Todd’s e il segretario leghista, fin dal 2005 il simbolo NOI Consumatori era stato registrato dall'associazione che presiedo, che ha sedi in tutta Italia e che quasi certamente sarà in campo durante le imminenti Amministrative di maggio".
Ora, ringrazio Pisani per questa citazione del tutto inattesa, ma a questo punto scatta inevitabile la domanda: dove sarebbe stato registrato il simbolo? Come marchio no di certo, visto che interrogando la banca dati del MISE esce solo una domanda relativa al marchio "Noi Consumatori", a nome di tale Alfredo Giacometti, partenopeo come Pisani (un nome che potrebbe essere vicino allo stesso Pisani, visto che effettivamente si legge nel sito www.noiconsumatori.it); la grafica però è molto diversa da quella vista in seguito e, soprattutto, la domanda risulta respinta. 
A nome diretto di Angelo Pisani, invece, risultano tre richieste di registrazione, per tre loghi analoghi (tutti a tema "puzzle"), con le diverse scritte "Movimento anti Equitalia", "Liberi da Equitalia" e "No Equitalia". Le domande sono tutte dell'inizio del 2013 (quando Pisani aveva fatto depositare al Viminale il simbolo della sua formazione, alleata con il Pdl), ma risultano tutte e tre respinte. 
Magari il simbolo è stato registrato altrove, nell'atto costitutivo o presso l'agenzia delle entrate o in altre maniere che ora mi sfuggono. In ogni caso, le norme che Pisani invita a riguardare sono importanti, ma anche la pratica non è da meno. E allora basta scorrere il citato database dei marchi per scoprire che "Noi" riempie quasi 200 pagine, tra marchi registrati e respinti. Ma, si dirà, le norme elettorali sono un'altra cosa. E' vero, seguono vie diverse rispetto ai marchi, ma come scrissi tempo fa (per dire la Calabria forzista aveva ben poco da pretendere, quanto a primogenitura del "Noi" rispetto a Salvini), la parola "Noi" è comunissima, praticamente impossibile da sostituire con altre di eguale valore: il concetto di comunità, di pluralità non è brevettabile e nessun giudice sarebbe disposto a dire il contrario. Il Consiglio di Stato ha parlato più che chiaro dicendo che il termine "Lega" non è né può essere esclusiva di qualcuno; per il "noi" vale esattamente la stessa cosa. Basta che ci siano altri elementi per distinguere a sufficienza i due simboli e il gioco è fatto.
Pisani dunque si metta il cuore in pace: sul "Noi" dovrà lasciar correre. E magari, se vorrà presentarsi alle elezioni col suo simbolo, metterà in conto di dover togliere ogni riferimento (verbale e grafico, anche se i triangolini del marchio sono disposti nel simbolo in modo volutamente diverso) a Equitalia, visto che già nel 2013 il suo contrassegno era stato "purgato" dal Viminale, per uso indebito di marchio registrato e (probabilmente) per quello che era stato ritenuto un invito all'obiezione fiscale. Ma per questo, certamente, non avrà bisogno di un esperto: basterà l'esperienza.

martedì 14 luglio 2015

In memoria di Willer Bordon: come nacque l'Asinello

Il momento è di quelli tristi e, con naturalezza, un po' inquieti. Ho appreso da poco della morte di Willer Bordon, persona che per vari anni ha frequentato la politica italiana, con le sue sei legislature trascorse in Parlamento (quattro alla Camera, due al Senato). La sensazione che ho raccontato si spiega se solo si considera che, per quanto ne so, l'ultimo evento pubblico - anche se non affollatissimo - cui l'ex parlamentare ha partecipato è stata la presentazione del mio libro Per un pugno di simboli al circolo Pd di Trastevere, il 4 giugno scorso.
Era stato l'amico, collega di Termometro Politico e consigliere del I Municipio di Roma Livio Ricciardelli a organizzare l'evento, pensandolo fin dall'inizio come un momento irrinunciabile per i "drogati di politica", categoria alla quale entrambi ci fregiamo di appartenere. A introdurre e moderare la presentazione avrebbe pensato lui stesso (anche dopo la rinuncia a partecipare di Marco Esposito), ma era bene trovare almeno un politico con cui dialogare. Abbiamo scartato fin dall'inizio i "big" del momento, cercando di valorizzare piuttosto il gran numero di sigle e simboli di cui il libro era ed è colmo. 
Dopo aver pensato a figure che avrebbero potuto raccontare nicchie politiche sconosciute ai più (uno su tutti, Mauro Guerra, attualmente deputato Pd ma nel 1995 membro attivo degli scissionisti di Rifondazione comunista che costituirono il Movimento dei comunisti unitari e consentirono al governo Dini di sopravvivere meglio, per un po'), Livio si convinse della bontà assoluta di un nome balenatogli all'improvviso: quello di Bordon, appunto. In effetti la scelta era perfetta: da una parte, nella sua esperienza politica aveva conosciuto vari simboli da vicino e alcuni aveva anche contribuito a vararli (da Alleanza democratica a Unione democratica, passando per l'asinello dei Democratici); dall'altra, aveva da alcuni anni abbandonato la politica (facendo l'imprenditore e, di recente, restituendo ai romani il teatro Quirinetta), dunque nessuno poteva tacciarlo di raccontare storie "interessate"; sul fatto che fossero interessanti, noi non avevamo dubbi.
Bordon dunque fu chiamato, lui accettò di buon grado di venire e intervenne: dimostrò la sua serietà e gentilezza, senza nascondere la sua ironia. Raccontò a modo suo il cambiamento della grafica (e della politica) tra la Prima e la Seconda Repubblica, cercando di far emergere tutto ciò che dietro e intorno aveva cambiato volto. Ancora più interessante, per la citata categoria delle politics victims, il suo racconto "da testimone privilegiato" della nascita di un simbolo che ebbe vita breve, ma una storia molto particolare, ossia l'asinello dei Democratici, nati per affiancare Romano Prodi e poi identificatisi soprattutto in Arturo Parisi (in parte la vicenda era già stata narrata su questo blog, attraverso le elaborazioni grafiche dell'autore dell'emblema, Francesco Cardinali). Vale la pena ripercorrere il racconto che fece Bordon, ricco di aneddoti poco noti, ascoltando la sua viva voce di quel giorno: uno modo per dirgli grazie, una volta di più, di quel pomeriggio poco affollato, ma dai contenuti di valore.