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lunedì 13 luglio 2015

La vera storia della rosa nel pugno, secondo Maurizio Turco

Per i più attenti alle notizie degli ultimi giorni, parlare di Partito radicale significa parlare dell'avviso di licenziamento recapitato agli ultimi otto dipendenti dell'associazione, che sopravvive in una delle poche sedi - via di Torre Argentina, 76, terzo piano - che hanno attraversato tutta la Seconda Repubblica senza essere sloggiate. Per l'ennesima volta, dunque, i radicali devono ricorrere pesantemente all'autofinanziamento; a differenza del passato, tuttavia, pare che non tutti i militanti - che hanno tenuto in piedi il partito con le loro tessere molto più "care" rispetto a quelle di altre formazioni - siano disposti a mettere mano al portafoglio, per lo meno non senza condizioni.  
Maurizio Turco
Basta vedere come il segretario dei Radicali Roma, Alessandro Capriccioli, ha pubblicamente risposto alla lettera dolorosa che il tesoriere del Partito radicale, Maurizio Turco, ha inviato agli iscritti al partito. Tra gli interrogativi che secondo Capriccioli devono trovare una risposta, il primo è: "chi è attualmente il proprietario, in senso giuridico, del simbolo della rosa nel pugno?" La risposta ho provato a farmela dare direttamente da Turco, che ho intervistato oggi per Termometro Politico, concentrandomi soprattutto sulle difficoltà che il partito di cui è tesoriere sta affrontando ("Abbiamo 500mila euro di debiti, essenzialmente contratti con persone, abbiamo bisogno di rientrare - soprattutto grazie all'autofinanziamento - per riprendere l'attività politica, convocare un congresso e portare avanti il nostro progetto sulla transizione democratica").

Vari militanti radicali vogliono sapere chi sia titolare di quel segno e in Rete le notizie non sono molto chiare: di chi è dunque la rosa nel pugno?
Nel congresso di Chianciano del 2011 si è detto che il simbolo è stato ceduto dal Partito radicale alla Lista Marco Panella: la cessione è dello stesso anno, l’ultima volta che il simbolo è stato concesso e usato è stato in occasione delle elezioni regionali in Basilicata, a novembre del 2013. Consideri anche che noi abbiamo sempre avuto il senso della “biodegradabilità” dei simboli: …noi, tra l’altro, abbiamo acquistato il simbolo del sole che ride, lo abbiamo donato agli Amici della Terra, lo abbiamo riacquistato da loro per poi donarlo alle Liste verdi che noi stessi avevamo costituito; il giorno dopo le elezioni regionali del 1985, noi radicali ci dimettemmo dalle associazioni delle Liste verdi per consentire loro di stare nelle istituzioni.

Ah, dunque non lo avete acquistato da Riccardo Schicchi, che mi risultava essere stato il primo a utilizzare in Italia il sole sorridente degli antinuclearisti danesi…
No no, i diritti dai danesi li abbiamo comprati noi, poi è andata come le ho detto.

Tornando alla rosa nel pugno, se non sbaglio la lista Pannella che ora ne è titolare ha un numero molto limitato di componenti…
Guardi, la questione è semplice: se lei va a vedere i partiti registrati secondo le nuove regole di “democrazia interna” previste dal decreto-legge 149 di cui ho parlato prima, in tutti i partiti è previsto che si debba presentare una richiesta di adesione e la stessa cosa accade con la nostra lista. [...] Attualmente siamo rimasti in cinque: Marco Pannella che è il presidente, io, Rita Bernardini, Aurelio Candido e Laura Arconti, militante “storicissima”, che ora ha 92 anni.

Prima della cessione alla Lista Pannella, invece, qual è stata la storia giuridica della rosa nel pugno? Immagino lei sappia che gira voce che lo stesso Pannella avrebbe “sfilato” il simbolo ai socialisti, trattando nottetempo con François Mitterand…
Beh, avendolo comprato prima di loro lo ha sfilato, sì… La questione è questa: c’è un contratto di cessione dei diritti su quel simbolo in Italia a favore del Partito radicale con l’autore del simbolo, che già l’aveva venduto a Mitterand; il creatore l’aveva registrato solo come marchio, non come segno politico, i socialisti evidentemente l’hanno comprato. Il Partito radicale l’ha a sua volta comprato e l’ha mantenuto fino al 2011.

In effetti mi risulta che nel 1981 il tribunale di Roma abbia inibito ai radicali l’uso della rose au poing su ricorso dell’autore del disegno, Marc Bonnet: probabilmente ci si era accordati con Mitterand, ma non ancora con il creatore.
Esatto, evidentemente da una parte c’era l’accordo politico per l’uso del simbolo, mancava però quello con il suo autore, che si è fatto avanti per dire: «Scusate, ma quello è mio».

Ha idea di quanto sia costato?
La cifra esatta non la ricordo, qualcosa come 50 o 60 milioni di lire.

Nella stessa chiacchierata, Turco ha ricordato anche la genesi dell'attuale simbolo del Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito, adottato nel 1988: l'espressione "Partito radicale" in decine di lingue diverse, disposta in modo da tracciare - all'interno di un ottagono - il ritratto di Gandhi. "Ricordo che chiedemmo di realizzare l'emblema ad Aurelio Candido, che ha sempre fatto i nostri manifesti in quegli anni (prima avevamo Piergiorgio Maoloni, poi passato al manifesto): lui fece vari disegni con il volto di Gandhi chiaramente visibile. Bruno Zevi, che era nel Partito radicale, era contrario a mettere l’immagine di una persona in un simbolo, come se fosse una deificazione: parlò lui con un architetto, Paolo Budassi, e fu questo a disegnare il simbolo su nostra commissione". La storia non è movimentata come quella che si attribuisce da anni alla rosa nel pugno, ma risulta comunque interessante e il simbolo è in grado di comunicare, a differenza dei molti marchi che affollano la vita politica di oggi... eppure, questo emblema, sulle schede non ci è mai finito e, per statuto, non può finirci.  

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