lunedì 30 novembre 2015

A Torino si sogna con la Mole nel cuore. Anzi, sul cuore

Sembrava qualche mese fa che si dovesse tornare a votare per l'ennesima volta per il consiglio regionale piemontese, dopo che la magistratura penale aveva messo in luce irregolarità tutt'altro che marginali nella raccolta delle firme a sostegno di alcune liste della coalizione di centrosinistra guidata da Sergio Chiamparino; per il Tar, in compenso, quelle storture non erano sufficienti a mettere in discussione il risultato finale delle elezioni e si poteva evitare il ritorno alle urne. Torino, invece, a votare ci andrà comunque, visto che tra pochi mesi scadrà il mandato quinquennale di Piero Fassino come sindaco. E anche se di mesi alla nuova consultazione amministrativa ne mancano ancora diversi, qualcuno ha iniziato a muoversi per tempo e spunta già qualche simbolo.
Uno di questi, in verità, circola già almeno dalla scorsa primavera: si tratta della grafica di Un sogno per Torino, gruppo che - assicurava quasi due mesi fa Lo spiffero, sito tendenzialmente ben informato su certe dinamiche della politica torinese e piemontese - costituiva di fatto la "trasmutazione in elenco di papabili consiglieri dell’attuale associazione – un po’ brain storming, un po’ comitato elettorale – dell’avvocato forzista Luca Olivetti". Si sarebbe di fronte, in altre parole, al primo nucleo di una futura lista civica collocata nel centrodestra: una tendenza al civismo e alla fuga dai simboli dei partiti, peraltro, che sembrerebbe contagiare tutti gli schieramenti maggiori (e che a destra potrebbe vedere il ritorno dell'ex mancato sindaco Roberto Rosso). 
Tornando a Olivetti, sempre secondo Lo Spiffero, "lui lavora, a stretto contatto, con il coordinatore azzurro Gilberto Pichetto, tesse contatti con l’entourage dell’ex Cavaliere, ma nel frattempo si dedica alla lista con la Mole nel cuore". Più esattamente, però, si dovrebbe dire sul cuore. Il cuore stilizzato bianco, che risalta "in negativo" su uno sfondo blu scuro, si pone infatti al di sotto della sagoma della Mole Antonelliana, raffigurata di scorcio e tinta dello stesso blu del cerchio con cui si fonde (tutt'al più il cuore potrebbe essere una "finestra" nel cerchio che lascia intravedere il monumento). Unico altro elemento cromatico è il giallo del nome, con cui si ricostruisce la coppia di colori dello stemma cittadino: il carattere è molto sottile e, tutto sommato, quasi leggero in un simbolo molto scuro e "corposo", nonostante l'effetto "cavità" dato dal cuore. Non sarebbe certo il primo uso di un cuore in una formazione civica, anche se di solito l'effetto grafico è almeno in parte discutibile; qui, in ogni caso, un minimo di studio c'è e il risultato non è sgradevole. Certo, non basta questo a finire sulla scheda e a ottenere il voto degli elettori; per quello, però, c'è tempo.

venerdì 27 novembre 2015

La pioggia di stelle che colpì Pesaro

Inutile negarlo: il "caos simbolico" che ha preceduto le elezioni politiche del 2013 e che ha fatto notizia soprattutto per i cloni del MoVimento 5 Stelle ha lasciato il segno. Da una parte, in varie occasioni alle amministrative sono spuntati emblemi che in qualche maniera potevano rimandare al M5S; dall'altra, ogni volta attivisti e candidati del MoVimento si sono ampiamente lamentati, protestando con veemenza contro i simboli considerati "di disturbo". 
Qualcosa di simile era successo a Pesaro lo scorso anno, in occasione delle elezioni amministrative. A complicare la situazione, stando a quanto riportato dai quotidiani nella primavera del 2014, c'era un grave dissidio all'interno dei sostenitori del M5S, foriero di scissioni successive. 
A chiedere la certificazione dello staff di Beppe Grillo, all'inizio, erano state ben due liste, quella legata a Fabrizio Pazzaglia (vicino all'unico consigliere uscente stellato, Mirko Ballerini) e l'altra allo psicologo Igor Jason Fradelloni. Il clima era teso dall'inizio e lo divenne anche di più dopo la certificazione data al gruppo di Pazzaglia. Fradelloni aveva lanciato una campagna di "impeachment" nei confronti di Grillo, lamentando un "delirante sopruso politico subito dai cittadini pesaresi", poi aveva lanciato alle amministrative la lista che non aveva ottenuto il simbolo ufficiale del M5S: Cittadini Pesaro (in origine Cittadini 5 stelle). L'emblema non lasciava dubbi sulla provenienza, con la sua circonferenza rossa e le stelle gialle a semicerchio (nove, ma nella stessa foggia del M5S). Non è dato sapere se e come la lista certificata si sia lamentata del fregio in questione, mentre sempre i giornali parlarono di rissa tra Pazzaglia e Fradelloni in un'assemblea di istituto, con il dirigente trasformatosi in improvvisato paciere. 
Ci furono eccome le lamentele del M5S, invece, quando da Cittadini 5 Stelle si distaccò un ulteriore gruppo, guidato da Cristiano Sambuchi e denominato Pesaro in Movimento. I colori qui erano obiettivamente diversi, soprattutto grazie al fondo blu e al segmentino tricolore in basso a destra: l'aria che si respirava faceva molto centrodestra, cosa non del tutto fuori luogo, dal momento che la lista sarebbe stata parte di quella coalizione. Il problema, casomai, era dato dalle stelle che, pur in dimensioni diverse, erano proprio cinque: l'unione con la parola Movimento per i rappresentanti "ufficiali" del M5S doveva essere parsa insopportabile e il consigliere uscente Ballerini aveva minacciato di agire contro l'ammissione di quell'emblema. 
Fu lo stesso Sambuchi a rispondere a mezzo stampa alle critiche. Rivendicò la distanza grafica e cromatica rispetto al simbolo legato a Grillo, citò un parere legale a sé favorevole sull'ammissibilità del simbolo, poi analizzò i singoli elementi: "esistono in Italia altri partiti che utilizzano la parola 'Movimento', ci vengono in mente il Movimento Sociale Italiano, il Movimento per le autonomie, il Movimento Associativo Italiani all’Estero. Dover anche dare una risposta sull'utilizzo delle stelle ci fa sorridere, qui infatti i partiti che hanno nel loro logo le stelle in Italia non si contano". Stelle che peraltro si ispiravano alla bandiera europea pur avendo "grandezze diverse, questo perché le stelle rappresentano le 5 province marchigiane e vorremmo che Pesaro arrivasse ad essere la stella più grande". Le lamentele di Ballerini, per Sambuchi, servivano essenzialmente a influenzare la commissione elettorale, per indurla a bocciare il segno.
Si fosse stati alle elezioni politiche - bisogna ammetterlo - probabilmente il Viminale avrebbe chiesto di sostituire entrambi gli emblemi, essendo stati in passato sanzionati simboli similpentastellati per molto meno. Quella volta invece, nella tradizione più "lassista" delle elezioni locali, i due simboli furono ammessi e finirono sulle schede. Gli elettori, in ogni caso, non si confusero: se la lista ufficiale strappò il 16,23%, la corsa solitaria di Fradelloni ottenne solo lo 0,59% e il suo simbolo lo 0,57%. Piuttosto poco, ma sempre di più del risultato di Pesaro in Movimento, nella coalizione che candidava a sindaco Roberta Crescentini): Sambuchi non andò oltre i 284 voti, pari allo 0,54%. Matteo Ricci, per il centrosinistra, vinse a mani basse, ma i veri drogati di politica preferirono decisamente interessarsi alla "disfida a 5 stelle". Su chi uscì vincitore e chi vinto, sembrano esserci pochi dubbi...

mercoledì 25 novembre 2015

L'IDeA di Quagliariello, alternativa al centrosinistra

"... e poi, e poi / che idea... Ma quale idea?". Non avrebbe dubbi Gaetano Quagliariello a rispondere alla domanda contenuta nel classico di Pino D'Angiò: quale idea? La "mia" idea, anzi, IDeA. Ove la parola diventa l'acronimo di Identità e Azione. Il sito - www.movimentoidea.it - è già nato, anche se di pagine da riempire ce ne sono ancora varie; la "squadra" per dare corpo alla nuova IDeA invece c'è già. 
Tra i fondatori, accanto a Quagliariello, altri esponenti già appartenenti al Nuovo centrodestra da tempo a disagio (anche per questioni etico-politiche), su tutti Carlo Giovanardi ed Eugenia Roccella; accanto a loro, Andrea Augello, Luigi Compagna (già liberale, poi Pdl-Gal, prima dell'approdo in Ncd), Guglielmo Vaccaro (eletto col Pd, ma passato al gruppo misto e sostenitore di Caldoro contro De Luca in Campania), Vincenzo Piso e persino Renata Bueno, eletta alla Camera all'estero in rappresentanza dell'Unione sudamericana emigrati italiani e in seguito ritenuta vicina a Matteo Renzi. Con Quagliariello ci sono anche vari ex dirigenti Ncd, soprattutto della Puglia (a cominciare da Domi Lanzillotta) e alcuni consiglieri regionali.
La spiegazione del nome, in fondo, sul sito c'è già: nella trasformazione del mondo e dell'Italia politica "persino le idee, le identità sembrano essersi smarrite, o appaiono inservibili e invecchiate", mentre per Quagliariello e colleghi le idee "nascono non solo dalla mente ma dal cuore. E perché senza di esse fare politica non vale la pena: si riduce a gestione asfittica del potere". Trasformazioni e sconvolgimenti, in ogni caso, "hanno terremotato il sistema politico. E il vecchio centrodestra, che era stato il baricentro di una lunga stagione imperniata sul conflitto tra berlusconismo e antiberlusconismo, ne ha pagato il prezzo più alto": lo stesso Nuovo centrodestra, pur avendo evitato al paese derive greche, sembra potersi ritenere "conclusa", come si legge anche sull'Occidentale). E' duramente realista Quagliariello nel riconoscere che "a disgregarci siamo stati tutti bravissimi", mentre ora bisogna riuscire ad aggregare, mettendo in campo "idee nuove per riscoprire identità antiche": "serve un’Identità - si legge sempre nel sito - che si traduca in Azione. Serve un’Idea".
Ma, appunto, quale idea? E, prima ancora, cos'è IDeA? Tiene a precisare Quagliariello che IDeA non è "l'ennesimo partitino", che peraltro non serve: si tratta piuttosto di un movimento, perché ciò che è vincente e realmente utile è "mettersi in Movimento" (nessun riferimento, ovviamente, al M5S), con la consapevolezza che "tutto ciò che fin qui ha resistito nel campo alternativo alla sinistra non può essere guardato con atteggiamenti di immotivata superiorità, ma sapendo anche che non è sufficiente". Morale, niente liste di proscrizione per i partiti, ma nessuno può dettare legge nella (ri)costruzione del centrodestra, che dovrà finanziarsi "con la partecipazione e con l'iniziativa" e potrebbe unire "storie e mondi diversi" anche consentendo la doppia appartenenza (motivo di più, probabilmente, per non qualificare IDeA come un partito).   
Il marchio abbreviato
dell'editore De Agostini
(proprietà De Agostini Spa)
Ciò si dovrebbe tradurre in un emblema che, su fondo bianco-grigio sfumato "a spilletta", inserisce l'acronimo e la denominazione del movimento per esteso. Il nome di certo è piuttosto nuovo (in politica l'aveva usato il Movimento idea sociale di Rauti), come anche il riferimento all'identità (l'azione si è già vista, più a destra che a sinistra). Non si è di fronte a un simbolo vero e proprio: non ci sono elementi grafici degni di nota, tutto si regge sul lettering in carattere bastone. Unica particolarità, la "e" minuscola, riportata nella sigla e nel nome completo ad altezza delle maiuscole. Anche quell'idea, però, non è affatto nuova, anzi ricorda qualcosa di già visto: la "e" minuscola tra la "D" e la "A" maiuscole, infatti, è da anni il marchio abbreviato della De Agostini editore. Ovviamente non si pone alcun problema legale sui segni distintivi (IDeA è diverso da DeA, nel significato, nei colori e in parte nella grafica), ma colpisce che Quagliariello abbia lasciato un partito - il Nuovo centrodestra - il cui primo logo, quello rettangolare, richiamava piuttosto l'emblema di uno studio professionale o di un farmaco, per costituire un movimento che involontariamente richiama il marchio di un editore.
Tondo com'è, il simbolo potrebbe anche essere presentato alle elezioni, ma è tutt'altro che scontato: se il prossimo parlamento - almeno per quanto riguarda la Camera - quasi certamente sarà eletto con l'Italicum, le corse "solitarie" saranno scoraggiate, a vantaggio delle federazioni di vari soggetti politici. Difficile quindi che IDeA finisca sulle schede: può essere che ci finiscano i suoi aderenti, magari sotto altre insegne politiche. 

lunedì 23 novembre 2015

Il nuovo corso grafico del Partito del sud

C'è chi, quando muta insegne, investe poco o pochissimo tempo per spiegare cosa, come e perché è cambiato: se chi se ne accorge ha buoni occhi e buona intuizione, meglio così; se l'attenzione scarseggia, pazienza. Così non può dirsi per il Partito del Sud, soggetto politico meridionalista e progressista fondato nel 2007, presente in alcune circoscrizioni alle elezioni politiche del 2008 e del 2013, nonché a vari turni elettorali amministrativi (soprattutto al voto per rinnovare l'amministrazione comunale di Napoli nel 2011, anno in cui arrivò l'alleanza con Luigi De Magistris). dalla sua fondazione, nel 2007, è sempre presente ogni anno con proprie liste ad elezioni amministrative da sud a nord della penisola. Fra queste sicuramente degne di nota cui quelle di Napoli del 2011 a sostegno di Luigi de Magistris.
Al suo quinto congresso nazionale (svoltosi a Napoli il 24 ottobre), il Partito del Sud ha scelto una piccola svolta, almeno sul piano grafico: sono state sottoposte ai voti degli iscritti varie proposte grafiche, in ossequio a una mozione ispirata alle idee di vari soci, in buona parte di provenienza campana. Si riteneva, infatti, che l'emblema tradizionale - quello con il giglio giallo e l'immagine della Trinacria sopra non fosse più "al passo coi tempi", prevalendo "eccessivamente i riferimenti storici e poco il percorso politico seguito". Nessuno voleva certamente rinnegare appartenenze storiche, così come battaglie per la memoria e la verità storica, ma si è cercato solo "un riequilibrio grafico dove il riferimento storico resta comunque presente, ma non unico e prevalente come in precedenza".
E' stato l'ideatore del nuovo simbolo, l'architetto Bruno Pappalardo, a descrivere e narrare la sua creatura grafica: "una piastra circolare di colore rosso con simboli gialli e iscrizioni bianche. Al di sotto della denominazione del PARTITO grossa e centrale, la precisa collocazione delle idee e della nuova visione evolutiva di una realtà democratica al SUD di stampo progressista, ecco perché l’inclusione dell'etichetta 'MERIDIONALISTI PROGRESSISTI' che germina convinta nel terreno fertile delle idee di Gramsci, Dorso e Salvemini e di tanti padri generosi del meridionalismo storico". Lo stesso presidente nazionale del partito, Natale Cuccurese, ha voluto vedere nel fregio "un meridionalismo contro ogni forma di esterofobia, di discriminazione, coabitante con la legalità e i diritti, oggi sottratti primariamente ai deboli. [...] Esso è anche plurale ed è, quindi, accanto a tutti coloro che lottano per la crescita morale e culturale, produttiva e solidale, equa, sicura e gravida di idee per la salvaguardia dell’ambiente. E' contro l’arroganza annidata sia nelle istituzioni che in spietate cosche che destituiscono democrazia e civiltà; è quello che lotterà per il Sud, [...] massacrato da una infida forma di colonialismo, generatosi da una torta storia e da un unitarismo strumentale la cui collera, se resta, andrà superata. Sarà, dunque, pronta a ripartire e costruire un nuovo terreno di fiscalità prolifica macroregionale." 
L'emblema viene poi definito in modo più approfondito: "Il ROSSO acceso del campo circolare ricorda il colore del sangue versato per le libertà dai partigiani che in ogni epoca pagarono con la vita la loro passione per la propria terra. E ancora il sangue degli operai nelle fabbriche, dei braccianti nei campi e di tutti i caduti al servizio dello Stato e della Giustizia nella lotta contro le mafie e la criminalità. Su quel colore Rosso, in alto, nel simbolo, troviamo raffigurato l’INFINITO, di colore GIALLO rappresentato dal numero “otto” rovesciato da cui sembrano partire e allargarsi nuovi orizzonti. Inserito in basso inserito nella scritta SUD, troviamo il simbolo giallo del giglio, segno e ricordo di un racconto storico offeso, attraverso il quale si chiede il ripristino di una verità storica, quella del sud, fin qui rimossa e umiliata".
Guarda dunque avanti, il Partito del sud, rielaborando un passato storico nella nuova veste grafica: nel futuro, del resto, saranno gli elettori a decretarne, eventualmente, il successo del restyling

sabato 21 novembre 2015

Simboli fantastici (11): Tirare la cinghia? Scelta vincente, su Topolino

Scorrendo le massime di Anacarsi, uno dei sette savi della Grecia, si trova questo principio: "Gioca, così da poter essere serio". A Topolino quel motto dovevano averlo capito da sempre: sulle sue pagine ci si è sempre divertiti, ma nelle storie e nelle rubriche si è cercato spesso di far passare messaggi importanti, facendoli filtrare tra disegni, vignette e nuvolette. La stessa dinamica, in fondo, era alla base del Paperopoli Day, le elezioni organizzate dal settimanale nel 2001: l'esperienza era nata per gioco, ma la si era fatta seriamente ed era stata un vero successo. Se quella volta era andata bene, perché allora non riprovare, al nuovo appuntamento elettorale?
Nel 2006, alla vigilia del ritorno alle urne - alla scadenza regolare della legislatura - al timone di Topolino c'era ancora Claretta Muci, che del voto di cinque anni prima era stata la principale artefice: dare un seguito al Paperopoli Day, dunque, fu la cosa più naturale del mondo. Le cose, tuttavia, erano un po' cambiate rispetto alla "prima puntata": alla fine del 2005, infatti, il Parlamento aveva modificato la legge elettorale, sostituendo i collegi uninominali - con cui si attribuivano tre quarti dei seggi - con quelli plurinominali a liste bloccate, per cui non aveva più senso mettere in competizione dodici personaggi tra loro, ciascuno con il suo simbolo. Meglio immaginare una sfida fra tre liste e, visto che occorre riempirle, stavolta aprire le candidature a tutti i personaggi amati dai lettori di Topolino, non solo a quelli di Paperopoli come era successo la prima volta.
Nel giro di qualche settimana, il quadro elettorale fu completo e - grazie ai disegni del maestro Giorgio Cavazzano e alle grafiche di Davide Zannetti - vi rientrarono praticamente tutti i beniamini di casa Disney, per lo meno quelli minimamente noti. L'unico a essere risparmiato dalla contesa fu proprio Topolino, che nel numero 2627 (in edicola il 29 marzo 2006) fu chiamato a presentare i candidati alle imminenti elezioni, in gran spolvero e dietro a una scrivania: un ruolo da Presidente della Repubblica disneyana, come notò qualcuno nei vari forum sparsi in Rete. Perché il topo più famoso del mondo non fu messo in lista? In mancanza di altre notizie, venne facile pensare che alla base della scelta ci fossero motivi di opportunità: se da sempre i personaggi più amati sono i paperi, che sarebbe successo se Topolino, magari capolista, avesse perso le elezioni? Meglio metterlo in un ruolo super partes, come presentatore-arbitro, e non rischiare.
Le liste, a riguardarle oggi, erano qualcosa di impagabile, tutte ovviamente provviste di programma per punti (non dovevano forse i partiti depositare il loro programma al Viminale, assieme al simbolo?). Si prenda ad esempio la lista 1, denominata Vinciamo noi. Il fatto che l'operazione sia datata 2005 impedisce di trovare anche solo mezzo riferimento a Beppe Grillo, allora ancora lontano dalla politica. Fu facile però per i lettori bollare la lista come conservatrice e di "centrodestra", a giudicare dai candidati: i due ricconi Rockerduck - capolista - e Paperone e il fortunello Gastone (il primo punto del programma, "Basta tasse per i poveri ricchi e per i poveri fortunati che già subiscono l’invidia di tutti!", era di certo farina del loro sacco), che bastavano a spiegare perché nel simbolo ci fossero soldi e un quadrifoglio, ma anche il contadino collerico Dinamite Bla e il poliziotto poco simpatico e poco sveglio Rock Sassi ("Ordine, disciplina e silenzio. In poche parole: che gli scocciatori se ne stiano a casa loro!"). Quote rosa a parte, ben rappresentate da Paperina e Clarabella, si segnalava la presenza di un "impresentabile" come Nonno Bassotto, che riprendeva il simbolo con cui si era candidato assieme alla famiglia nel 2001, "Facciamola franca" (con tanto di alternativa in caso di esito infausto: "prigioni a 5 stelle", anche qui nessuno poteva immaginare futuri orizzonti pentastellati...): tentare di spiegare come conciliare la presenza del Bassotto con quella dei riccastri e del poliziotto sarebbe stato compito dei retroscenisti, immaginando alla base chissà quali ricatti. 
Scheda di Topolino 2006, se l'avesse fatta il Viminale...
Di tutt'altra pasta era la lista 2, battezzata Tiriamo la cinghia. Una cinghia che, a dispetto del messaggio di austerità, molti candidati avevano in odio, a partire dal capolista, nientemeno che Ciccio: lui perseguiva un distinguo tutto suo sul "falso in bilancia" ("Sì alle bilance pesapaperi truccate al ribasso. No alle bilance “pesacibo” truccate al rialzo, contro i consumatori"). Lo stesso poteva dirsi per l'altro candidato eccellente, Paperino: solo lui poteva avere concepito un programma come "stop ai debiti, mutui al MENO 7%, più ferie e meno lavoro. Inventeremo un sistema per farci pagare!", anche se il problema di farsi corrispondere il giusto compenso era anche di Archimede e di Battista, l'inventore e il maggiordomo accomunati dalla scarsa capacità di farsi pagare da zio Paperone. Completavano la lista il volto rassicurante della legge, ossia il commissario Basettoni ("Città sempre in festa, ma in tutta sicurezza"), la richiesta di "più poltrone ai nonni, aumentando le quote grigie" di Nonna Papera (un'altra che, coi suoi manicaretti, rendeva difficile tirare la cinghia) e l'appello a dare "spazio anche a chi viene dallo spazio", ovviamente riferito a Eta Beta, "extra" di turno. Il ruolo di Orazio in tutto ciò sembrava limitato alla cassetta degli attrezzi presente nel simbolo (accanto al panino di Ciccio e all'amaca di Paperino), per il resto rimaneva francamente misterioso.
Mai misterioso, comunque, quanto il criterio che teneva insieme i candidati della lista 3, C'è posto per tutti: lo stesso Topolino aveva parlato di soggetti "incredibilmente indisciplinati". Poteva essere, quella in esame, la "lista delle libertà" (senza alcun riferimento berlusconiano, mancando ancora quasi due anni alla nascita del Pdl), ma anche del disordine: a rappresentarlo al meglio non poteva essere che Pippo, cui si attaglia perfettamente il primo punto del programma, "libertà di esprimersi con sincerità, vivere disordinatamente, fantasticare, fare qualunque cosa a qualunque ora. In sintesi: liberi di essere liberi", associandovi anche Brigitta (quanto al fantasticare) e Paperoga (per il disordine cosmico che regna nella sua testa e sulla sua chioma). E se nel simbolo, a fianco dell'inconfondibile cappello a forma di epifisi di osso, campeggiava la bacchetta magica di Amelia (che rivendicava la "libertà di incantesimi autogestiti"), non poteva sfuggire a nessuno la compresenza contraddittoria del poliziotto Manetta e della coppia pasticcio-criminale di Gambadilegno e Trudy, pronti a rivendicare con forza la "libertà assoluta", tanto nella legalità quanto nell'illegalità. A chiudere la lista più sgangherata di tutte, Filo Sganga, attento a promettere e chiedere "libertà di mettersi in affari con chiunque, perché… gli affari sono affari!", anche e soprattutto quando vanno storti.
La direttrice Muci, c'è da giurarci, avrebbe potuto votare tranquillamente C'è posto per tutti, vista la presenza del suo amato Paperoga, ma probabilmente non sarà stata contenta di vedere arrivare ultima quella lista, con 693 voti (il 15%), poco meno dei 719 (il 15,6%) ottenuto dalla banda conservatrice di Vinciamo Noi. A trionfare a mani basse, con 3189 preferenze (sfiorando il 70%), fu invece il gruppo di Tiriamo la cinghia, incoronando di nuovo Paperino, assieme ai suoi compagni di avventura elettorale. A dimostrazione, una volta di più, che contro il papero più sfortunato e simpatico di casa Disney non c'è partita. Anche perché, in fondo, Paperino siamo proprio noi... 

Terza puntata - torna alla prima e alla seconda puntata - continua con la quarta puntata

venerdì 20 novembre 2015

Socialisti & Democratici, la rosa di Di Lello nel Pd

I più attenti se n'erano accorti nei giorni scorsi: la pattuglia parlamentare del Partito socialista italiano ha perso un pezzo, nella persona di Marco Di Lello, deputato che ha aderito al Partito democratico. Ora si scopre che non lo ha fatto da solo, ma assieme all'associazione che è a lui riferibile, Socialisti & Democratici. Proprio Di Lello aveva spiegato come il Pd si configuri come "l'approdo naturale della cultura socialista e che si propone di essere luogo di elaborazione di idee e di dibattito politico": per questo, il parlamentare aveva invitato l'intero Psi a seguirlo nel suo "trasloco" al Nazareno, assicurando che vari iscritti e militanti sarebbero stati pronti a percorrere la stessa strada.
Se il nome scelto per l'associazione rimanda soprattutto al gruppo S&D costituito in seno al Parlamento europeo (per intero: Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici), la grafica utilizzata è decisamente dipendente da quella adottata in casa Dem, con il lettering verde e rosso della sigla e l'uso della & "a traforo" sulle lettere principali dell'acronimo; anche la scritta nera al di sotto ricalca la stessa impostazione - sia pure con una font diversa, meno leggera. Di visibilmente socialista, a parte la parola, resta la rosa del socialismo europeo, la stessa utilizzata per primo in Italia dallo Sdi e poi passata al Ps(i), mentre alla base della quercia l'avevano messa pure i Democratici di sinistra.
Non c'è il rischio che il simbolo corra alle elezioni (si tratta di un logo verosimilmente non a scopo elettorale) e questo oggettivamente evita un contenzioso: difficilmente qualche ufficio ad hoc potrebbe accettare la compresenza sulla scheda di questo emblema e di quello, chiaramente precedente, del Psi. Partito che respinge al mittente l'idea di confluire nel Pd, bollando invece il tentativo di Di Lello e di chi lo ha seguito come "inutili e inconsistenti scorciatoie individuali" (così si è detto, ad esempio, a Perugia), oppure ricordando che "nel Pd gli ideali socialisti esistono già e sono adeguatamente rappresentati a tutti i livelli", per cui "qualcuno forse è in ritardo". Le ultime parole sono di Bruna Fiola, consigliera regionale Pd in Campania che fino al 2010 era alla guida localmente dei Giovani Socialisti: "Chi dice di voler aderire al Partito Democratico lasci le cariche che ricopre grazie al Partito Socialista Italiano e provi a raccogliere consenso sul territorio". Come dire che raccogliere le preferenze è un altro paio di maniche. Intanto però l'approdo è cosa fatta e, nel mentre, si è creato un altro simbolo... 

mercoledì 18 novembre 2015

M5S: il sito al posto di Grillo

Il voto della Rete è arrivato con un risultato netto: alla pulizia grafica, la maggioranza degli attiVisti del MoVimento 5 Stelle ha preferito il richiamo alla propria identità, sostituendo nell'emblema l'indirizzo del sito BeppeGrillo.it con quello del M5S. La notizia ufficiale ieri sera, sempre sul sito di Grillo:
Hanno partecipato alla votazione 40.995 iscritti certificati. Hanno votato per il simbolo con l'http://www.movimento5stelle.it 31.343 iscritti, per il simbolo senza http 9.652 iscritti.
Il contrassegno, naturalmente, è rimasto uguale in tutto, tranne che nell'indicazione del sito. Certo, il fatto che l'indirizzo del M5S sia più lungo rispetto a quello di Grillo ha comportato almeno un aggiustamento: il corpo del nuovo sito è decisamente più piccolo (oltre che in una font diversa rispetto a quella della parola Movimento, simile più all'Helvetica che al Futura) ed è più aderente alla circonferenza rossa esterna. Tutto sommato, però, graficamente si tratta di un particolare non di prim'ordine, che lascia assolutamente intatto l'impianto dell'emblema. A dare conto del nome del M5S sarebbe bastata la grafica che già c'è (non sta scritto da nessuna parte, del resto, che il simbolo del partito deve contenere la denominazione completa della formazione: i fregi di Dc e Pci non l'hanno riportata per anni), ma la Rete ha scelto così e il risultato è stato immediatamente tradotto in grafica.
Gli stessi attiVisti - che siano riusciti a votare o meno nella decina scarsa di ore in cui la consultazione è rimasta aperta - hanno vissuto la decisione come un passaggio di una certa importanza e non meramente formale. Un esempio per tutti viene dai commenti del romano Nando Meliconi, "in arte 'l'americano'", come si qualifica lui stesso: prima scrive che "Il M5S nasce in rete, avere un indirizzo web, il minimo che si poteva fare", poi però ammette che "per noi del Blog non va via solo un nome, ma un pezzo di storia, quella che ha fatto nascere il M5S: www.beppegrillo.it", presupposto della quasi inevitabile chiosa finale, "Beppe un padre, noi tanti figli, qualcuno di mignotta".
A chi si riferisse con l'ultimo epiteto, ovviamente, non è dato sapere. Quel che è certo è che non sono piaciuti molto agli aderenti del M5S i commenti resi da due ex compagni di strada, ora insieme in Alternativa Libera (che da ieri alla Camera fa componente del gruppo misto con Possibile di Civati), Marco Baldassarre e Massimo Artini. Se il primo ha notato che "quando qualcuno si è permesso, anche negli anni passati, di proporre la cosa, è stato tacciato di voler togliere di mezzo Grillo e trattato a pesci in faccia", Artini ha fatto una riflessione diversa: "Bisogna vedere chi c'è dietro. Il nome resta di Beppe Grillo, non viene passato a un'associazione di cui la proprietà è diffusa, in cui le regole sono decise e condivise".
In effetti, sul piano pratico, il blog si preoccupa di sottolineare che "il cambiamento del simbolo non avverrà immediatamente per questioni burocratiche": è probabile che il MoVimento voglia attendere che Grillo o chi per lui provveda a far registrare il nuovo simbolo come marchio (anche se la proprietà già ora non è in discussione, vista la somiglianza pressoché totale con l'emblema già in uso e con quello già registrato, che pure è privo di ogni indicazione cromatica e - soprattutto - dell'indirizzo web); allo stesso modo, può rendersi necessario intervenire sull'atto costitutivo e sullo statuto "effettivo" del M5S per aggiornare il simbolo. "Nei prossimi tre mesi - dice sempre BeppeGrillo.it - le persone con titolarità di utilizzo del logo del MoVimento 5 Stelle riceveranno istruzioni su come comportarsi. Fino ad allora potranno continuare a utilizzare il simbolo del MoVimento 5 Stelle attuale". Nel frattempo, in ogni caso, se qualcuno provasse ad appropriarsi del nuovo emblema, perderebbe sicuramente la causa intentata dal "vero" M5S: in questi mesi, dunque, gli attiVisti potranno dormire sonni tranquilli.

martedì 17 novembre 2015

M5S, il nome di Grillo pronto a sparire

Del suo sogno "politico", Beppe Grillo aveva parlato poche settimane fa: togliere il suo nome dal simbolo del MoVimento 5 Stelle. Da domani quel sogno potrebbe muovere un passo in più verso la realtà: fino alle 19 di questa sera, infatti, è stata aperta una nuova consultazione per decidere se mantenere oppure no la dicitura "Beppegrillo.it" adagiata "a sorriso" all'interno della circonferenza rossa che delimita il contrassegno. 
Trattandosi di consultazione ufficiale, la notizia è stata data proprio sul sito/blog del leader del M5S, nella forma del "comunicato politico" (numero 56), ripercorrendo in breve la storia del MoVimento stesso e la necessità di dargli vita autonoma rispetto a chi lo aveva fatto nascere:
Il 16 gennaio 2005 nasceva il Blog e il 4 ottobre 2009 a Milano fu fondato il Movimento 5 Stelle il cui simbolo riprendeva l'http://www.beppegrillo.it/. E' stato il primo movimento politico nato da un Blog. Io ci ho messo la faccia, il nome e anche il cuore, ma oggi che il MoVimento 5 Stelle è diventato adulto e si appresta a governare l'Italia credo che sia corretto non associarlo più a un nome, ma a tutte le persone che ne fanno parte. Per questo voglio cambiare il simbolo eliminando il mio nome.
Non si vuole assolutamente cambiare l'emblema o la sua grafica, anche solo in parte: è lo stesso sito a precisare che il nuovo simbolo "comunque dovrà essere riconducibile a quello attuale". L'unica cosa certa è che "Beppegrillo.it" non ci sarà più: l'alternativa è lasciare quello spazio vuoto oppure inserire il nuovo dominio registrato per il M5S, Movimento5Stelle.it. C'è tempo ovviamente fino a stasera perché gli aderenti possano esprimere il proprio voto; al momento, al più, si può fare qualche ipotesi. 
E' vero che il sito indicato finora nel simbolo serviva (anche) a citare il nome di Beppe Grillo e fungeva almeno in parte da richiamo, ma esprimeva soprattutto la vera origine del MoVimento, cioè la Rete: eliminare per intero il sito potrebbe significare in qualche modo recidere, anche visivamente, il legame con internet inteso come luogo di ritrovo, discussione politica e decisione (non a caso la "sede" per il "non-statuto" è ancora il sito di Grillo), dunque qualcuno potrebbe preferire non togliere quel riferimento web. Gli studiosi di marchi e di grafica, peraltro, dovrebbero pensarla all'opposto, parteggiando per la soluzione "minimalista" che tolga ogni riferimento. Posto che il marchio registrato all'Ufficio italiano brevetti e marchi nemmeno contempla il sito, è altrettanto vero che negli anni l'unione della parola MoVimento, la V di fantasia (rielaborata da V for Vendetta) e le 5 stelle gialle ha acquisito grande forza ed è in grado di camminare per conto proprio, senza altre indicazioni. Contro l'inserimento del nuovo sito ci sarebbe poi un argomento anche solo pratico: Movimento5Stelle.it è più lungo di BeppeGrillo.it e, per questo, potrebbe essere più difficile da trattare graficamente. La scelta, in ogni caso, spetta alla Rete: nel giro di poche ore, il nuovo simbolo sarà noto a tutti. 

lunedì 16 novembre 2015

Il "cuore atomico" di Azione in movimento

Negli ultimi quindici - vent'anni, il concetto di "azione" in Italia trova casa soprattutto a destra o, almeno, nel centrodestra. Lasciate stare lo storico Partito d'azione, i sardisti del Partito sardo d'azione o altri movimenti più recenti: Azione giovani e azione studentesca erano i gruppi giovanili legati ad Alleanza nazionale; Libertà di azione prima e Azione sociale poi era il partito guidato da Alessandra Mussolini una volta abbandonata An; Azione nazionale, sorta da pochissimo, è l'associazione nata dai "quarantenni" della Fondazione AN e da ForumDestra per promuovere la riaggregazione della destra italiana. Da alcuni giorni, peraltro, si registra l'esistenza di un nuovo soggetto, Azione in movimento.
Il partito è stato fondato a Macerata da Simone Livi, ex assessore provinciale di Forza Italia; con lui - ne dà conto Cronache maceratesi - vari amministratori ed ex amministratori, riconducibili soprattutto al centrodestra, accanto a persone comuni. Anche in questo caso, come in altri, l'idea di fondo è cercare di restituire fiducia nella politica ai cittadini che l'hanno persa: "Il nome 'Azione in movimento' - spiega il presidente pro tempore, Eraldo Mosconi - deriva da agire per trovare un percorso condiviso con i cittadini sui contenuti da portare avanti. L'ambizione è quella di diventare un punto di riferimento per l'elettorato disilluso, con la presunzione di essere inclusivi per tutti quelli che hanno voglia di lavorare e hanno idee".
Se il congresso del partito è previsto entro sei mesi, un programma esiste già e un simbolo pure: "due ellissi stilizzate, unaverde ed una rossa, che si intersecano tra loro", con la scritta #patrimoniosociale" usata come hashtag. Per Cronache maceratesi, le ellissi si incrociano per formare un cuore, ma francamente qualche riserva è d'obbligo averla. Non perché il cuore non si possa usare in un simbolo (è già stato fatto, sebbene spesso la sua resa grafica sia stata discutibile), ma perché in questo emblema è oggettivamente difficile vederlo: tutt'al più, lo si può immaginare se si uniscono l'arco rosso e la parte destra di quello verde, ma il cuore che esce è piuttosto malconcio. Ha più senso, casomai, considerare quelle ellissi incompiute come le tracce delle orbite degli elettroni, in continuo movimento per dare energia - e quindi azione - alla materia; tra l'ovvio e il rassicurante, poi, l'uso consolidato dei quattro colori nazionali, anche se verde e rosso sono stati combinati in modo obiettivamente più originale del solito. 
Cuore o elettroni che siano, le due ellissi puntano direttamente alle urne: è lo stesso statuto a precisare che l'emblema non sarà usato solo nell'azione politica, ma anche nelle competizioni elettorali, di Macerata e non solo. I prossimi mesi sveleranno quanta azione e quanto movimento saranno capaci di creare.

domenica 15 novembre 2015

Parigi, il simbolo del Pd "alla francese" e a lutto

L'unica certezza è che, così come lo si sta vedendo ora, non finirà su nessuna scheda: non solo perché non ha forma circolare, ma perché non è nato per quello scopo. Non è comunque passata inosservata la scelta del Partito democratico di adattare il proprio emblema in occasione della follia terroristica che, colpendo vari luoghi di Parigi, ha colpito l'intera Europa. 
"Da oggi e nei prossimi giorni - si legge in una nota stampa diffusa ieri dall'ufficio comunicazione del Pd - sulla home page del sito ufficiale del Partito Democratico, il simbolo del partito cambia colore e si veste con il tricolore francese, in segno di solidarietà dopo i tragici attentati di Parigi". La creatura grafica di Nicola Storto, dunque, ha visto cambiare il verde della P della sigla in blu, sul calco della bandiera di Francia; è rimasto invece al suo posto il verde delle foglie di Ulivo, sia perché sono nate così ed era giusto che non venissero toccate, sia perché l'idea di avere delle foglie blu sarebbe stata obiettivamente assai irreale e poco rassicurante.
Oltre al cambio cromatico, lo stesso emblema è stato abbrunato, con la tradizionale striscia diagonale nera per segnalarlo. Non si tratta, in questo caso, di una novità: come è noto, per alcuni anni il Partito radicale aveva presentato la sua rosa nel pugno (disegnata da Marc Bonnet e ottenuta da Marco Pannella) listata a lutto: in quel caso, era stato fatto in segno di protesta, a causa dello sterminio per fame e per guerra nel mondo intero. Il lutto rimase almeno dal 1983 al 1987, tra gli ultimi anni di azione elettorale del Partito radicale in quanto tale (poi sarebbero venute le liste di scopo, la Lista Pannella e i Radicali italiani). Se quella ricordata negli anni '80 era una crisi cronica e duratura, la scelta dei vertici del Pd è stata dettata piuttosto da un evento ben preciso, che ha destato reazioni in tutti i soggetti politici del nostro paese. Si tratta solo di un segno - tra qualche giorno la grafica tornerà quella di sempre - ma è un segno visibile.

venerdì 13 novembre 2015

Dario e Franca: i "misteri buffi simbolici" della coppia Fo-Rame

Era l'anno del Signore 2006. Si votava per rinnovare il Parlamento, ma anche le amministrazioni di varie città grandi, tra le quali Milano. I due contendenti principali, lo si è già ricordato, erano Letizia Brichetto Arnaboldi in Moratti per il centrodestra e Bruno Ferrante per il centrosinistra. Tra le liste a suo sostegno, anche quella di chi, poche settimane prima, era stato un suo sfidante (avversario sembra francamente una parola troppo forte): Dario Fo. Il nome del candidato dell'Unione, in effetti, era uscito dalle primarie e l'ex prefetto era riuscito a prevalere con una certa nettezza; a contendergli quel ruolo, tra gli altri, anche l'attore, che cinque anni prima aveva invece rinunciato alla corsa.
Quella volta, al contrario, si mise d'animo e si misurò con gli elettori di centrosinistra, portando a casa comunque il 23.1% dei voti. Fo, che aveva indubbiamente perso le primarie, evitò però di tendere tranelli a Ferrante e all'interno della coalizione di centrosinistra schierò una propria lista, Uniti con Dario Fo per Milano. Non stupisce che il nome fosse stato indicato in rosso, per dare un buon risalto rispetto alle altre scritte nere; la parte più interessante, tuttavia, riguardava la grafica scelta. 
Se salta all'occhio come le figure centrali siano reinterpretate in una logica "arcobaleno", una banda dopo l'altra, ancora più curioso è il monumento centrale del contrassegno. A meno di errori clamorosi, infatti, il palazzo di forma tondeggiante è esattamente quello della Città ideale, il quadro di autore ignoto che disegna il centro storico ideale e viene ripreso spesso come modello, perfezione ed equilibrio. Non sarebbe chiaro il motivo che ha portato Dario Fo - poi eletto consigliere - ad adottare quel tema, al di là dell'intenzione di rendere Milano una nuova "città ideale", all'insegna della pace e del pluralismo.
Nello stesso anno, 2006, Franca Rame era stata candidata dall'Italia dei valori ed eletta al Senato; pochi ricordano tuttavia che cinque anni prima era già scesa in campo, sempre nell'ambito del centrosinistra. Tra le liste a sostegno di Sandro Antoniazzi, sfidante perdente di Gabriele Albertini (che a Palazzo Marino era dunque stato confermato), spuntò anche un cielo stellato blu, con un nome insolito per le liste, ma decisamente evocativo, "Miracolo a Milano". 
Il film scritto da Zavattini, chiaramente, era poco più che una scusa per instillare l'idea del rinnovamento possibile e necessario in terra meneghina. Come se, in fondo, piazzare un pezzo di cielo stellato su un contrassegno (immaginato generosamente anche sopra il lettore) servisse a invitare il lettore al rispetto e all'ascolto della loro "legge morale". Sarebbe davvero stato un miracolo, di quelli potenti e difficili da cancellare.

mercoledì 11 novembre 2015

E se qualcuno rubasse la ruspa a Salvini?

Il mondo dei simboli, alle volte, può presentare curiosità, stranezze e trabocchetti inimmaginabili, magari persino difficili da preventivare. Qualcuno, poi, a volte sembra studiare di notte per trovare la soluzione che consentirebbe di ottenere, più che una maggiore qualità grafica, qualche voto o vantaggio in più; talvolta, con grande sorpresa di qualcuno, qualche tentativo potrebbe anche riuscire, magari grazie a falle del sistema più o meno visibili. 
Per fare un esempio chiaro, prendiamo la "ruspa" evocata da Matteo Salvini e disegnata dal suo staff di comunicazione per la manifestazione di Bologna dello scorso fine settimana. Si tratta di un emblema indubbiamente efficace, cromaticamente ben leggibile e, a dispetto della forza dirompente richiamata dal mezzo meccanico, piuttosto armonico e studiato con attenzione. Cosa succederebbe, allora, se alle prossime elezioni comunali (ma anche qualora si tornasse a votare per il Parlamento) a qualcuno venisse in mente di utilizzare come contrassegno di lista proprio quella ruspa, riprendendo al 90% la grafica di "Liberiamoci e ripartiamo!" - tra l'altro già pensata in forma rotonda - sostituendo solo l'indicazione dell'evento bolognese con il nome del comune in cui i ribelli di turno volessero presentarsi? Ai rappresentanti leghisti locali probabilmente verrebbe un travaso di bile e, come è naturale, tenterebbero di appellarsi alla commissione elettorale competente, per bloccare la strada ai furbacchioni dell'automezzo; le loro lamentele, tuttavia, sortirebbero qualche effetto?
La risposta, senza alcun dubbio, è no. Potrebbe sembrare strano, addirittura ingiusto: perché mai un gruppo di persone dovrebbe potersi appropriare della grafica elaborata da un partito per la sua propaganda politica e utilizzarla come proprio contrassegno alle elezioni, senza avere condiviso il percorso politico che l'ha caratterizzata (o, magari, avendo lasciato quel movimento con una scissione)? Semplicemente perché, nove volte su dieci, la grafica elettorale, con i relativi slogan, non viene poi ricompresa nel contrassegno elettorale della forza politica che l'ha adottata: questo è molto importante, se si considera che la confondibilità tra simboli viene valutata solo in concreto, cioè solo tra gli elementi effettivamente inseriti in un emblema elettorale. Morale: se un partito non usa nel suo contrassegno slogan e parti grafiche adottate nella propria campagna di propaganda, non può lamentarsi se un'altra lista prende quelle insegne grafiche e le utilizza per sé.
La Lega, del resto, ha già fatto le spese di una situazione simile. Se qualcuno avesse dubbi, vada a leggersi la decisione dell'Ufficio elettorale centrale nazionale emessa nel 2013, sul caso "Prima il Nord!". Quando i rappresentanti del Carroccio si accorsero che Diego Volpe Pasini aveva fatto depositare il contrassegno con lo stesso claim che la Lega aveva utilizzato nei mesi precedenti per la propria attività politica, si erano opposti all'ammissione di quell'emblema, arrivando a lamentarsi anche davanti all'Ufficio elettorale della Cassazione. Ufficio che però aveva rigettato l'opposizione, precisando che, da una parte, gli emblemi di Prima il Nord e della Lega erano completamente diversi e, dall'altra, che la confondibilità va valutata in concreto, rispetto ai simboli effettivamente usati e non a quelli adottati in altre sedi
La ruspa, dunque, potrebbe finire sulle schede, senza essere riferibile al Carroccio. Unico modo di cautelarsi, per la Lega, sarebbe tentare di registrare la grafica politica come marchio, così che il Viminale o gli altri uffici elettorali interessati possano chiedere la sostituzione dell'emblema incriminato per l'uso indebito di un marchio (come testimonia, anche di recente, il caso di Forza Juve - Bunga Bunga). Qualche carta bollata in più, dunque, potrebbe servire a mettere in sicurezza la ruspa di Salvini.

martedì 10 novembre 2015

Il Senato si allarga: arriva il Movimento Base Italia

Ognuno ha il passatempo che preferisce: c'è chi fa o ascolta musica, chi scrive, chi dipinge, chi gioca. E c'è chi tiene sotto controllo nome e composizione dei gruppi parlamentari: un'attività semplice, che può dare risultati interessanti. Capita così che un amico ti segnali - mentre tu eri perso a fare altro - che al Senato c'è una sorpresina: il nome completo del gruppo Grandi autonomie e libertà è cambiato di nuovo, esattamente per la sesta volta in due anni e mezzo. La spiegazione è semplice: se si sceglie di dare visibilità alle singole componenti del gruppo (il Regolamento non lo richiede per forza, è una decisione di ogni singolo gruppo), ogni movimento che introduca nuovi partiti nel gruppo o ne faccia venir meno qualcuno si traduce in una modifica del nome. A volte si tratta semplicemente di una scelta di visibilità politica; altre volte questo porta anche a vantaggi concreti, ad esempio se qualche legge elettorale (nazionale o regionale) riconosce alla presenza qualificata in Parlamento l'esenzione dalla raccolta delle firme.
Il ritocco che qui interessa, in ogni caso, è fresco fresco, risalendo al 4 novembre: alle componenti dichiarate di Grande Sud, Popolari per l'Italia, Moderati e Federazione dei Verdi si è aggiunta quella del Movimento Base Italia, al quale ha aderito da pochissimo il senatore Bartolomeo Pepe, eletto con il MoVimento 5 Stelle e da aprile rappresentante dei Verdi al Senato. "Conoscevo già personalmente Pepe - spiega la coordinatrice nazionale del Mib, Emanuela Naso - e avevamo già collaborato con lui nei mesi scorsi per la presentazione di alcuni progetti di legge su temi a noi cari. Non abbiamo mai chiesto a Pepe di rappresentarci, per noi ognuno è liberissimo di determinarsi come crede; è stato lui, un giorno, a chiederci se poteva fare parte della nostra compagine e noi abbiamo accettato. Ci ha fatto molto piacere, probabilmente lui si è accorto che noi le cose non le urliamo in piazza, ma le facciamo". 
Il Movimento Base Italia, in effetti, come partito non è apparso da poco, ma opera già dal 2012, con l'idea di restituire la politica ai cittadini "attraverso una vera azione di pulizia allontanando definitivamente i Politici disonesti dalle istituzioni", come si legge nel sito. La "base" di cui si parla nel nome sarebbe data dalle persone che vogliono aderire al progetto, "mentalmente aperte, ricercatrici e promotrici di una Democrazia Partecipata" e che possono fungere da fondamenta - da "base", appunto - per il futuro. "Siamo l'unico partito ad aver presentato una richiesta di referendum contro l'euro, chiedendo di abrogare le disposizioni di legge o con forza di legge che l'hanno introdotto in Italia (proposta che, per ora, non ha ottenuto abbastanza firme, ndb) - precisa la Naso - siamo stati anche ricevuti dal Presidente della Repubblica nel 2013, dunque non siamo proprio gli ultimi arrivati...".
All'atto della costituzione venne probabilmente naturale mettere in evidenza il concetto di Base e richiamare l'Italia in forma grafica e cromatica: si spiegano così l'uso del tricolore nella resa del nome, il massimo rilievo dato alla parola "Base" e la sagoma del Bel Paese subito sotto, in blu, con la suddivisione regionale a richiamare le peculiarità territoriali; a completare tutto, il fondo azzurrino da partito "pigliatutto", che si rivolge a tutti gli elettori. Poco dopo si è intervenuti per rendere l'emblema più gradevole, aggiungendo un bordino esterno bianco, togliendo rilievo e ombreggiatura alle scritte (Italia viene ingrandita) e allo Stivale e rendendo il fondo un po' più scuro. 
Da circa un anno, poi, si è ulteriormente modificato il segno, mettendo tutto il nome in bianco su uno sfondo ancora più scuro, con sfumatura radiale, mentre il tricolore si sposta in un segmento circolare in basso, ospitando anche la sigla del partito. E' proprio questo simbolo a trovare rappresentanza ora al Senato, per ridare agli interessati alla partecipazione una "base" da cui partire.

lunedì 9 novembre 2015

Azione nazionale, la destra dei "quarantenni"

Alla fine le indiscrezioni avevano qualcosa di vero: di Azione nazionale si era parlato e Azione nazionale ora esiste, presentata oggi a Roma dai suoi artefici in una conferenza stampa annunciata da giorni. La creatura è un movimento politico, volto a riaggregare le anime disperse della destra a partire dai territori, anche se sul nuovo nato pesa già la "scomunica" di Fratelli d'Italia

Nome, simbolo e promotori

Il progetto è stato promosso dai primi firmatari della "mozione dei quarantenni" discussa all'ultima assemblea della Fondazione Alleanza nazionale. Avevano tentato di avere l'appoggio politico ed economico dell'ente alla nascita di un nuovo soggetto che rappresentasse in pieno la destra italiana, ma era andata male; al loro fianco, allora e oggi, una trentina di associazioni d'area riunite in ForumDestra. Il nome scelto ha un sapore antico: la sigla, An, è la stessa del partito guidato per anni da Gianfranco Fini; "Azione" figurava nell'etichetta delle organizzazioni giovanili d'area (Azione studentesca, Azione giovani). La denominazione era stata anticipata giorni fa dal sito Destradipopolo.it di Riccardo Fucile: si parlava di un "nuovo contenitore politico", frutto di un'intesa tra Fini e Gianni Alemanno, per molti vero sconfitto dell'assemblea della fondazione, avendo sostenuto con Prima l'Italia i "quarantenni". 
Alla conferenza stampa a palazzo Ferrajoli, però, non hanno parlato né Fini né Alemanno, ma appunto i primi firmatari della mozione: Fausto Orsomarso (consigliere regionale in Calabria, lunga militanza nel Fronte della Gioventù e in Azione Giovani) è il portavoce per i primi tre mesi, gli altri (Sabina Bonelli, Alessandro Urzì, Michele Facci, Andrea Santoro, Gianluca Vignale) sono nel consiglio direttivo. Lì siedono pure (e sono intervenuti) Marco Cerreto, portavoce di Prima l'Italia (e, almeno per ora, nella direzione nazionale di Fratelli d'Italia) e Mario Ciampi, professore di Storia delle relazioni politiche e legato alla fondazione Liberadestra, guidata da Fini. Come presidente del comitato dei promotori ("persone di esperienza politica e di cultura con ruolo di indirizzo culturale e politico"), invece, spunta Pasquale Viespoli, già sottosegretario in tre governi Berlusconi e tre volte parlamentare (per An, Pdl, Fli e Coesione nazionale), ora presidente di Mezzogiorno Nazionale.
Il richiamo ad Alleanza nazionale, in ogni caso, si respira anche nel simbolo, che dall'atto costitutivo risulta depositato all'Ufficio italiano brevetti e marchi da Marco Cerreto, Roberto Menia e Giuseppe Scopelliti (ma i loro nomi nel database ancora non risultano). Il cerchio è diviso in senso longitudinale come nella vecchia grafica, riprendendo anche il nome bianco nella parte superiore blu (certamente in un tono più scuro rispetto al disegno di Massimo Arlechino del 1994). Niente fiammelle nella parte inferiore - Fdi e la Fondazione An reagirebbero subito - ma, sul fondo azzurrino sfumato, spunta una striscia tricolore che in primo piano si sfrangia nelle tre tinte: se la prima parte "trapezoidale" della fascia, con un po' di fantasia, può rimandare a una A, le tre fettucce divise formano visibilmente una N che, grazie a un gioco di ombre, prospettive e al verde che deborda sul semicerchio superiore, dà l'impressione della tridimensionalità. Un tocco geometrico-futurista, dunque, in un emblema che cerca di coniugare tradizione e sguardo in avanti (a proposito, i firmatari dell'atto costitutivo si sono cautelati, introducendo il divieto di uso del simbolo per 5 anni in caso di scioglimento dell'associazione, a meno che non ci sia l'accordo di tutti).

Primarie e programma

La road map di Azione nazionale è tracciata in un documento che, partendo dalla "crisi di identità e di rappresentanza", oltre che di radicamento, del centrodestra italiano, invoca un "profondo rinnovamento nei metodi e nei contenuti" di quell'area, a partire dall'adozione delle primarie per individuare i candidati sindaci (a partire da quelli delle grandi città in cui si voterà nei prossimi mesi) e il potenziale Presidente del Consiglio.
Perché la destra riprenda a generare speranza per gli italiani, dovrebbe guarire se stessa da tre "malattie" (il leaderismo a livello centrale e periferico, la tendenza oligarchica dei ceti politici e "la rimozione della propria storia degli ultimi vent'anni") e proporre un programma solido, imperniato su sei temi: la centralità della Nazione e il rispetto della sovranità, il senso dello Stato, la solidarietà comunitaria, la promozione del Made in Italy e del lavoro italiano, la partecipazione dei cittadini e dei lavoratori e i valori non negoziabili della persona.

Movimento o partito?

Azione nazionale prevede circoli locali aperti alla partecipazione (un comitato etico verificherà "chiari e documentati casi di indegnità"), ma a livello regionale l'organizzazione sarà autonoma, in base alle esigenze dei territori, rispettando direttive e linee di programma nazionali; a fianco del movimento opererà una confederazione di liste civiche e locali, realtà autonoma ma "pienamente integrata nelle finalità e negli obiettivi programmatici" di Azione nazionale, che si fonderebbe meglio a partire dai territori, in una strategia nazionale.
Per una partecipazione ampia e consapevole si apriranno un blog - www.azionenazionale.it - e una piattaforma di voto online (per le decisioni chiave sulla formazione politica); si adotterà poi un sistema di finanziamento "diffuso e trasparente", creando un Albo online dei sostenitori, "da presentare come credenziale della propria correttezza e indipendenza".
Da ultimo, il documento precisa - ma da atto costitutivo e statuto provvisorio non è palese - che gli aderenti ad Azione nazionale potranno essere contemporaneamente iscritti ad altro partito o associazione di centrodestra: ciò a conferma del carattere movimentista dell'ente. Intanto, però, i documenti di base dell'associazione assoggettano i rendiconti ai controlli previsti dalla legge n. 96/2012 per partiti e movimenti; l'atto costitutivo fa pure riferimento, per lo statuto definitivo, all'art. 5 della stessa legge in materia di democrazia interna (disposizione però abrogata dal decreto-legge n. 149/2013, che ora regola la materia in questione: bisogna quindi fare riferimento alla nuova fonte?). Per la legge, dunque, quello denominato Azione nazionale potrebbe porsi come un vero partito, con statuto da registrare, che in prospettiva potrebbe pure presentarsi alle elezioni. La scelta di dotarsi di un emblema tondo (e non quadrato, come quello di Terra nostra), in fondo, non sembra lasciata al caso. 

Terra nostra, alloro tricolore per la Meloni e Fdi

Se entro gennaio - parole della leader Giorgia Meloni - si dovrà tenere il prossimo congresso di Fratelli d'Italia, secondo la logica inclusiva e ampliativa indicata dall'ultima assemblea della Fondazione Alleanza nazionale, i dirigenti del partito si sono dotati di uno strumento per arrivare meglio preparati all'obiettivo. Il nome scelto per questo strumento è Terra nostra - Italiani con Giorgia Meloni e lo scopo è andare "oltre" i Fratelli (d'Italia), per rispondere "all'esigenza di ampliare la rappresentatività della destra", attraverso la partecipazione di persone provenienti dal mondo della politica, delle associazioni, e delle categorie. 
La trasversalità dell'iniziativa, presentata alla Camera il 4 novembre, è testimoniata dai nomi dei promotori. C'è un "fratello" di provenienza Pdl (e prima Fi), Giuseppe Cossiga, già sottosegretario berlusconiano alla difesa (e figlio dell'ex "picconatore" Francesco); un altro ex sottosegretario Pdl, Alberto Giorgetti, ora è in Forza Italia (dopo una parentesi in Ncd), mentre non hanno avuto incarichi di governo Leopoldo Facciotti (avvocato, impegnato nel mondo dell'impresa) e Walter Rizzetto, eletto nel MoVimento 5 Stelle e ora nelle file di Alternativa libera ("Sono molto attento, soprattutto a partire dai territori, a quello che può essere un rilancio del centrodestra - ha detto -. Serve ritornare fuori da questi palazzi e poter dire ai cittadini che il centrodestra, o la destra, c'è anche su alcuni temi su cui è stata latitante negli ultimi anni, diritti, ambiente ed ecologia"). 
Il nome di certo non è nuovo. "Terra Nostra", infatti, era il tema dell'edizione 2015 di Atreju e richiamava i bisogni e i diritti degli italiani, "spesso discriminati a casa loro": l'etichetta, dunque, era ed è un equilibrio tra l'orgoglio e la rivendicazione di qualcosa che si sente tanto proprio quanto minacciato. Fratelli d'Italia (o, se non altro, la sua evoluzione) dovrebbe essere il futuro a medio termine del gruppo-comitato, avendo alle spalle la costruzione di un programma condiviso che consenta di camminare insieme: per fare questo, però, occorreva unire coloro che vedono in Giorgia Meloni l'emblema del progetto di recupero di un centrodestra vincente, creando un gruppo, senza strutture e riti partitici. 
La stessa Meloni si è premurata di dire che "Terra nostra non è un altro partito, ma un comitato di persone libere non organizzate gerarchicamente, che fanno un percorso parallelo a Fratelli d'Italia" e che dovrebbero riunirsi nella loro prima assemblea il 29 novembre, in vista del citato congresso ri-costituente di Fdi. Nemmeno la Meloni e i "quattro", però, potevano sottrarsi al rito dell'immagine: alla fine della conferenza stampa la leader di Fdi ha mostrato ai giornalisti "un loghetto che abbiamo immaginato". Un emblema non a caso quadrato (e che poco si presta a essere adattato alla forma circolare), come a voler fugare ogni dubbio sulla possibilità che qualcuno voglia presentarlo alle elezioni. La forma e la font bastoni utilizzate, del resto, ricordano in parte il logo di Azione Giovani, presieduta dalla Meloni a suo tempo; al posto della fiaccola con vampe tricolori, due rami speculari (uno verde e uno rosso) con sette foglie ciascuno, a contorno dell'espressione "Terra nostra" come una corona d'alloro. Il nome del progetto, però, è meno evidente della dichiarazione "Italiani con Giorgia Meloni": forse si riferisce anche a questo (e al similalloro) l'interessata, nell'ammettere che il simbolo è "molto napoleonico, infatti a La Russa piace". 
L'idea di "Terra nostra" era piaciuta ai proponenti all'assemblea della Fondazione An della "mozione dei quarantenni" e a Prima l'Italia (vicina a Gianni Alemanno), disponibili a un confronto per costruire una "casa comune della destra". Nuove dichiarazioni dei vertici di Fdi hanno però escluso ogni dialogo con l'associazione annunciata dai "quarantenni" e che stamattina sarà presentata a Roma a palazzo Ferrajoli: si è negato spazio ad "accordi o convergenze con chi da mesi agisce nel tentativo di danneggiare l’unico movimento politico che ha dimostrato" di poter restituire "speranza alla destra italiana" e precisato che "gli iscritti di Fratelli d’Italia che aderiranno a percorsi non concordati col nostro movimento se ne chiamano fuori per sempre". 
Inevitabile la risposta piccata di Marco Cerreto, portavoce di Prima l'Italia, il quale si è chiesto cosa pensasse della questione il cda della fondazione: "il simbolo di An - ha ricordato, contestando gli indirizzi di Fdi - è stato concesso sotto il vincolo di una completa apertura del movimento a tutte le persone e a tutti i movimenti politici che appartengono all'area di destra". Per conoscere il progetto dei "quarantenni" si dovrà attendere qualche ora, per quello dei "meloniani" ci vorrà più tempo, ma il sospetto è che l'atmosfera non si calmerà facilmente, tanto per cambiare.