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martedì 12 marzo 2019

In Europa senza firme: quali partiti (e con che simboli) ci riusciranno?

Lo si è ricordato l'altro giorno: manca meno di un mese al periodo stabilito per legge per il deposito dei contrassegni da utilizzare alle elezioni europee (dalle 8 del 7 aprile alle 16 dell'8 aprile). Da qui ad allora molte cose possono cambiare, ovviamente, ma già adesso c'è una certezza: il livello di "complicazione" dei simboli, cioè della quantità di elementi contenuti nel cerchio, sarà influenzato da due fattori. Dal 2009 coloro che puntano ad avere o a mantenere la presenza al Parlamento europeo hanno certamente il problema di superare la soglia del 4%, obiettivo che spesso ha ispirato unioni e "convivenze grafiche" di forze più o meno affini tra loro, a volte riuscite, sia pure solo in quell'appuntamento elettorale (Ncd-Udc, per limitarci al 2014) e in altri casi clamorosamente fallite (Scelta europea, sempre nel 2014, ma anche la Lista anticapitalista o il cartello L'Autonomia del 2009).
Se la questione ricordata riguarda essenzialmente chi ha velleità di eleggere almeno un rappresentante (anche se il 4%, in realtà, si traduce in tre eletti), per poter finire sulle schede - e quindi anche solo per contarsi - a monte c'è un altro problema da risolvere: quello della raccolta firme o dell'esenzione da quell'onere. Le forze politiche, in altre parole, si trovano davanti all'alternativa tra un onere molto pesante (che in teoria dovrebbe toccare a tutti) e una strada assai più comoda, ma riservata all'inizio a pochi e, con il tempo, a un novero più ampio di soggetti politici, allargatosi con il venir meno del radicamento territoriale dei partiti e a causa di alcune decisioni parlamentari e giudiziarie. Quest'anno la carica di chi tenterà di presentare liste senza raccogliere le firme si annuncia decisamente nutrita, come mai la si è vista: vale la pena fare il punto della situazione e qualche riflessione in materia.


La legge e la storia

Scripta manent, dunque partiamo dalle parole della legge. L'art. 12 della legge n. 18/1979 - quella che regola appunto l'elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia - non è mai stato modificato nella parte relativa alla raccolta delle sottoscrizioni: si legge che le liste vanno presentate in ciascuno dei cinque uffici elettorali circoscrizionali (Milano, Venezia, Roma, Napoli, Palermo) tra il 40° e il 39° giorno antecedenti quello della votazione e che le stesse "devono essere sottoscritte da non meno di 30.000 e non più di 35.000 elettori"; di più, coloro che firmano "devono risultare iscritti nelle liste elettorali di ogni regione della circoscrizione per almeno il 10% del minimo", altrimenti la lista è nulla. Ciò in pratica significa che, per essere presenti in tutta l'Italia, occorre raccogliere - e autenticare... - almeno 150mila firme, un numero piuttosto elevato (l'unico, va detto, che non sia mai stato ridotto per legge, in nessuna occasione); di più, la precisazione che in ogni regione si debbono raccogliere almeno 3mila firme rende il compito ancora più gravoso, soprattutto per chi vuole presentare la lista nella circoscrizione Nord-Ovest, con riferimento alla Valle d'Aosta (i residenti, iscritti nelle liste elettorali di quella regione, sono assai meno che altrove, in più è ben difficile contare sulla collaborazione di autenticatori eletti nei consigli comunali, dunque occorre rivolgersi al personale dei comuni o - a pagamento - a notai e cancellieri).
Non stupisce affatto vedere che quasi tutti i partiti hanno cercato di partecipare attraverso la via più comoda, quella che non richiede alcuna raccolta di firme, così come non sorprende che questa parte della legge sia stata modificata ben cinque volte nel corso del tempo. All'inizio erano esentati solo i partiti costituiti in gruppo parlamentare in almeno una Camera (non occorreva esserlo in entrambe e il gruppo poteva essere sorto anche in corso di legislatura: la consistenza numerica era considerata prova di "serietà") o che alle ultime elezioni politiche avessero "presentato candidature con proprio contrassegno", ottenendo almeno un seggio alla Camera o al Senato (dunque, per le compagini meno consistenti, occorreva aver partecipato alle elezioni e ottenuto un seguito tale da comportare l'elezione almeno di un rappresentante, anche se - in ipotesi - quel partito poi aveva cessato di operare). 
Nel 1984 si aggiunse - in modo piuttosto ragionevole - l'esenzione per i partiti che all'elezione europea precedente avevano ottenuto almeno un seggio a Bruxellesnel 1990 - l'anno dopo un altro turno elettorale europeo - si tentò di mettere un freno a quest'ultima ipotesi, precisando che l'esenzione riguardava chi avesse sì eletto un europarlamentare, avendo però a monte "presentato candidature con proprio contrassegno", onde evitare che chi era stato eletto con un partito si potesse poi dichiarare appartenente a un'altra forza politica e, per ciò solo, esentare questa dall'onere delle firme. Lo stesso intervento legislativo, tuttavia, estese nero su bianco l'esenzione alle liste contraddistinte "da un contrassegno composito, nel quale sia contenuto quello di un partito o gruppo politico esente da tale onere": quella normetta, di fatto, legittimò con certezza una pratica ampiamente diffusa già nel turno del 1989, quella della "pulce", per cui l'inserimento della miniatura di un simbolo già esente dalla raccolta firme perché rappresentato (alle Camere o al Parlamento europeo) consentiva a sua volta la corsa senza la ricerca dei sottoscrittori. 
Il fenomeno aveva preso avvio in realtà già alle europee del 1979 con l'Union valdotaine, che accanto al suo simbolo aveva inserito scritte volte ad ampliare decisamente l'area politica di riferimento: quell'esperimento fu trasportato - con il benestare informale delle prefetture e del Viminale - nelle elezioni locali, con la riduzione delle dimensioni del simbolo "esentante" a vantaggio di nuovi emblemi da lanciare (come ha raccontato Roberto Gremmo su questo blog): dopo una decina di anni di impiego intensivo di quello strumento - nel 1989 se n'erano avvalse la Lega lombarda per la sua Alleanza Nord e l'Uv per il cartello Federalismo - tanto valeva mettere le cose in chiaro, anche per iscritto.
Nel 2004 il legislatore esagerò decisamente: visto che nel frattempo era cambiata la legge elettorale politica - il Mattarellum - e nel 2001 le coalizioni avevano creato le c.d. "liste civetta", simboli anonimi da presentare nel proporzionale cui collegare i rispettivi candidati dei collegi uninominali, così da non farsi sottrarre nemmeno un voto nella quota proporzionale per colpa del meccanismo dello "scorporo", qualcuno si rese conto che quei simboli - Per l'abolizione dello scorporo per il centrodestra, Paese nuovo per il centrosinistra - di fatto avevano eletto dei parlamentari e potevano tornare utili per esentare dalla raccolta firme qualche lista che poteva far comodo, anche solo in funzione di disturbo agli avversari. 
Così il Parlamento approvò un'ulteriore ipotesi di esenzione per le liste proporzionali cui si era collegato un candidato eletto in un collegio uninominale, "pur sotto un diverso contrassegno". Probabilmente un normale lettore della legge non sarebbe riuscito a capire il senso dell'operazione, ma per gli interessati era fatta: sulle schede finirono gli emblemi del cartello Verdi Verdi - Verdi federalisti, esentato grazie alla lista Per l'abolizione dello scorporo (e solo un ricorso dei Verdi e un'ordinanza del Consiglio di Stato, pur se contestatissima dai promotori della lista, evitò che la "pulce" esentante fosse invisibile nel contrassegno) e della Democrazia cristiana guidata da Giuseppe Pizza, esentata dalla lista Paese nuovo (anche se il Viminale impose la sparizione di ogni riferimento al nome e allo scudo crociato della Dc).
Cambiata di nuovo la legge elettorale politica nel 2005 (il Porcellum) e nel 2017 (il Rosatum), nessuno ha più messo mano a quella per le europee - né risulta che il Parlamento vi stia provvedendo ora - dunque le esenzioni previste sono quelle viste fin qui: non devono raccogliere le firme i partiti costituiti in gruppo parlamentare in almeno una Camera (e alla Camera è ancora possibile formare gruppi in corso di legislatura), quelli che alle ultime elezioni politiche hanno presentato candidature con proprio contrassegno, ottenendo almeno un seggio alla Camera o al Senato (e probabilmente questo riguarda anche i candidati dei collegi uninominali che si dichiarino legati a liste che non hanno superato la soglia di sbarramento) e quelli che hanno presentato candidature con un simbolo alle ultime europee e hanno riportato almeno un eletto; c'è ancora il riferimento alle "liste civetta", ma poiché la legge elettorale politica non prevede più la presentazione di contrassegni per i (soli) candidati uninominali, la disposizione non ha alcun effetto (tutt'al più, questo rafforza l'idea che gli eletti nei collegi uninominali possano consentire alle loro liste di riferimento, anche se sotto soglia, di avere l'esenzione).


I partiti europei: la breccia aperta nel 2014

Per non dover raccogliere le firme per correre alle europee del 26 maggio, dunque, la lista dovrà godere direttamente dell'esenzione (se rappresenta un solo partito) oppure dovrà inserire all'interno del contrassegno la "pulce" di uno dei partiti esenti dall'onere di cercare i sottoscrittori: dovrà adottare questa soluzione, tra gli altri, anche l'eventuale lista unitaria europeista di centrosinistra - che sia Siamo europei di Carlo Calenda o qualunque altra - se non vorrà fare lo sforzo di raccogliere 150mila sottoscrizioni.
Quali sono, dunque, le forze politiche al momento esonerate dalla raccolta firme? L'elenco recita Forza Italia, Fratelli d'Italia, Lega, Liberi e uguali, MoVimento 5 Stelle, Partito democratico, Partito sardo d'azione (al Senato fa gruppo con la Lega e, se volesse, potrebbe presentare una lista, ma probabilmente non lo farà), nonché +Europa, Svp-Patt, Uv e le liste estere Maie e Usei (hanno presentato liste ed eletto almeno un parlamentare) e probabilmente Noi con l'Italia - Udc (anche se l'alleanza si è sostanzialmente consunta) e Civica popolare, se si considerano gli eletti nei collegi uninominali. A queste forze politiche si dovrebbero aggiungere quelle che hanno eletto europarlamentari nel 2014, cioè il cartello Ncd-Udc (che però probabilmente non ci sarà bisogno di utilizzare) e, soprattutto, L'Altra Europa con Tsipras: è vero che nel frattempo quell'esperienza è di fatto conclusa, ma l'esenzione fa gola a più di qualcuno (il legale rappresentante, colui che dovrebbe concedere l'uso del simbolo, dovrebbe essere Massimo Torelli, ma non si hanno notizie più precise).
Simbolo del Partito verde europeo
in uso nel 2014
In occasione di quelle elezioni, tuttavia, si è verificato un evento che è stato compreso nella sua reale dimensione solo da alcuni giuristi e, ovviamente, da chi ha tutto l'interesse a sfruttarlo a proprio vantaggio. Il fatto riguarda la presentazione della lista - ma anche, a monte, del simbolo - dei Verdi europei, che in quell'occasione avevano unito il sole che ride tradizionale all'emblema nuovo di Green Italia. Nel contrassegno, però, c'era soprattutto il riferimento al Partito verde europeo - European Green Party, rappresentato tanto dal nome quanto dal simbolo, il girasole; già con la presentazione dell'emblema, era sorto il sospetto che la presenza di tutti quegli elementi non fosse casuale. All'atto di depositare le liste presso i cinque uffici elettorali circoscrizionali, infatti, i rappresentanti della lista Verdi europei presentarono tutti i documenti richiesti, tranne le sottoscrizioni a sostegno dei candidati, ritenendo che fosse sufficiente la presenza al Parlamento europeo del Partito verde europeo, al quale la Federazione dei Verdi è affiliata da anni; gli uffici elettorali, tuttavia, non avevano ammesso le liste, ritenendo che l'ipotesi di esenzione per le forze politiche rappresentate a Bruxelles, "letta in sequenza e secondo le sue originarie finalità", facesse "riferimento esclusivo a partiti italiani" e, in mancanza di interventi legislativi successivi, non ci fosse spazio per un'interpretazione evolutiva (ed estensiva) che includesse anche i partiti europei.
L'Ufficio elettorale centrale per il Parlamento europeo, invece, ribaltò le pronunce dei cinque collegi circoscrizionali, ritenendo nelle sue decisioni che la disposizione sopra citata fosse formulata in un modo "che non ne preclude una interpretazione, conforme al Trattato dell'Unione e costituzionalmente orientata, nel senso della insussistenza di limitazioni alla fruizione del diritto all'esenzione dall'onere delle sottoscrizioni in ragione del carattere nazionale o europeo del partito o movimento politico richiedente", per cui già il diritto interno consentirebbe a un partito nazionale "che dimostri - mediante presentazione di un simbolo "congiunto" - di essere associato a (e riconosciuto da) un partito politico europeo rappresentato nell'attuale Parlamento europeo" di essere esentato dalla raccolta firme, poiché la compresenza nel contrassegno del simbolo nazionale e di quello del partito europeo rappresentato a Bruxelles può essere presa come prova di "comprovata rappresentatività", requisito sufficiente a far scattare l'esenzione. 
La decisione si preoccupò anche di citare alcuni articoli del Trattato dell'Unione europea e della Carta dei diritti UE, dalle quali emerge il ruolo dei cittadini e dei partiti politici europei nella vita democratica e politica dell'Unione: tutto ciò consente di parlare di un "unico corpo elettorale europeo", così come atti della Commissione e del Parlamento europeo invitano a favorire i collegamenti tra partiti nazionali ed europei e la conoscibilità di questi legami. In questo senso, è risultato fondamentale il deposito della dichiarazione del segretario del Partito verde europeo che attestava l'affiliazione dei Verdi italiani all'EGP: il fatto che tale dichiarazione non fosse autenticata venne superato da altri documenti prodotti dalla Federazione dei Verdi, in particolare le attestazioni delle quote di adesione al partito europeo da parte dei Verdi.
La decisione assume grande importanza, anche perché in quella stessa elezione ben diversa risposta è stata data dal medesimo Ufficio elettorale nazionale al Partito comunista di Marco Rizzo, il quale aveva ugualmente tentato di presentare le proprie liste senza firme a loro sostegno, allegando tanto una dichiarazione di esenzione a firma di Gianni Vattimo (europarlamentare uscente dell'Idv, ma di simpatie comuniste e successivamente affiliato al Pc) e una dichiarazione del segretario della Sinistra unita europea (Gue, gruppo parlamentare europeo e non partito) Georgious Toussas, con cui si attestava il collegamento esistente tra Pc e Gue.
Per i giudici di Cassazione che componevano l'ufficio, tale situazione non meritava l'esenzione perché quello depositato al Viminale dal Pc non era un contrassegno composito, nel senso che non c'era alcun inserimento, in qualunque forma, di emblemi di partiti o gruppi politici europei (come invece era accaduto con il simbolo A Sinistra per il Lavoro e la Pace, depositato e ammesso alle stesse elezioni europee ma non utilizzato da nessuno... e non è nemmeno chiaro di chi fosse, a dispetto dell'inserimento del logo del gruppo Gue). L'esame dunque non è nemmeno entrato nel merito, anche se Rizzo ha contestato la decisione dell'ufficio elettorale, sostenendo che in realtà falce e martello dovevano considerarsi "simbolo universale dei Comunisti", argomentazione che in realtà pare piuttosto debole: il Tar Lazio, nella sentenza n. 4480/2014, rilevò che "la falce ed il martello, contenuti nel simbolo presentato dal Partito istante, ricorrono nei simboli degli altri partiti comunisti europei, ma, invero, non sono elementi idonei ad individuare il collegamento con il Gruppo politico GUE/NGL, costituito presso il Parlamento europeo", del cui simbolo a onda rosso e verde "non vi è traccia" nel contrassegno del Pc, mentre "il richiamo visibile nel simbolo al partito o gruppo a cui la lista è collegata ha una funzione di sostanziale garanzia della libera e consapevole volontà dell'elettore e [...] dunque, non può prescindersi da esso pur in presenza della dichiarazione in ordine all'effettivo collegamento".


I problemi in gioco dopo il 2014

In base alle decisioni del 2014, insomma, si può considerare ammissibile che partecipi alle elezioni europee senza raccogliere firme un partito - o una lista cui partecipi un partito - che sia collegato a un partito europeo presente all'Europarlamento: il Ministero dell'interno, dunque, nelle nuove Istruzioni che sta predisponendo la Direzione centrale dei servizi elettorali, dovrà tenerne conto. 
Probabilmente quegli uffici cercheranno di mettere in chiaro le condizioni necessarie e sufficienti per considerare valido l'esonero e sembra di poterne identificare tre: 1) l'affiliazione del partito che presenta la lista o di uno dei partiti che concorrono alla formazione della lista a un partito politico europeo presente al Parlamento europeo (e non è improbabile che si valutino con maggior favore adesioni di lunga data, rispetto ad affiliazioni "in zona Cesarini"); 2) l'uso di un contrassegno composito, in cui sia presente almeno il simbolo o il riferimento testuale al partito politico europeo esentante (ma si è tentati di dire che, qualora la lista sia un cartello elettorale o comunque presentata ad hoc per quelle elezioni, dovrebbe comparire per ragioni di trasparenza anche il simbolo del partito italiano affiliato a quello europeo); 3) la produzione di una dichiarazione o attestazione di collegamento tra il partito italiano e quello europeo rappresentato a Bruxelles.
In realtà questa è una semplificazione: i dubbi ancora da sciogliere sono vari e, se alcuni sono più di natura tecnico-giuridica (tra questi: occorre verificare che il partito politico europeo sia rispettoso del Regolamento Ue n.1141/2014 e successive norme intervenute o ci si accontenta delle dichiarazioni contenute nei documenti), altri hanno ricadute molto concrete. Per esempio, a poter concedere l'esenzione è (solo) il partito politico europeo o anche il gruppo parlamentare europeo? Tanto l'Ufficio elettorale nazionale quanto il Tar Lazio non sono entrati nel merito, ma evidentemente partito o gruppo non sono la stessa cosa, anche perché un gruppo parlamentare può comprendere più partiti europei - proprio il gruppo Gue-Ngl, per esempio, è formato dal Partito della Sinistra Europea, socialista e comunista e dall'Alleanza della Sinistra Verde Nordica - e non è scontato che un gruppo possa esonerare più partiti, così come potrebbe accadere che una lista si faccia esonerare da un partito e un'altra faccia valere l'esenzione dicendosi riferita a un gruppo cui appartiene lo stesso partito europeo. 
Lo stesso problema, peraltro, si pone in un'altra dimensione, potenzialmente molto più seria: se a un partito europeo sono affiliati più partiti nazionali, tutti questi potranno ottenere l'esonero dalla raccolta firme in forza del collegamento al partito europeo oppure ogni partito europeo potrà esonerare solo una lista in ogni Stato? La domanda è tutt'altro che campata in aria: da una parte, esentare ogni singolo partito nazionale che faccia capo a un partito europeo metterebbe tutti sullo stesso piano, ma potrebbe moltiplicare le esenzioni affollando le schede in maniera inverosimile (scoraggiando solo chi non volesse partecipare alle elezioni rischiando di prendere lo 0,1%). Ammettere una sola esenzione per ogni Stato, d'altra parte, porterebbe forse chiarezza e inviterebbe i partiti a presentarsi agli elettori proprio e solo sulla base dei loro schieramenti europei (un'unica lista Pse, un'unica lista Ppe...): ciò però si scontrerebbe inevitabilmente con la tendenza alla frammentazione delle forze politiche italiane e, considerando che le forze politiche più consistenti godrebbero già dell'esenzione legata alla loro rappresentanza parlamentare italiana, si rischierebbe di riconoscere come "lista ufficiale" di un partito europeo quella presentata da una formazione politica di secondo piano, assai poco rappresentativa. 


La carica del 2019

Come si vede, le questioni in gioco sono delicatissime e la breccia aperta dall'Ufficio elettorale nazionale nel 2014, se non regolamentata, rischia di produrre una situazione difficile da gestire: ciò accadrebbe soprattutto se un gran numero di formazioni tendessero più a partecipare alle elezioni per contarsi che per entrare effettivamente all'Europarlamento, così come non si possono trascurare possibili liste "di disturbo", che vedrebbero come manna dal cielo la possibilità di sfruttare l'esenzione di una sigla qualunque disposta a reggere il gioco.
Per capire il potenziale - e non auspicabile - affollamento sulla scheda, vale la pena di fare un elenco completo. Al Partito del socialismo europeo (Pse) sono affiliati il Pd e il Psi; al Partito popolare europeo (Ppe) appartengono Forza Italia, Svp, Patt, Popolari per l'Italia, Alternativa popolare e Udc; all'Alleanza dei liberali e dei democratici per l'Europa (Alde) al momento non risulta appartenere alcun partito italiano (almeno stando al sito ufficiale), ma +Europa ha annunciato l'adesione ufficiale un mese fa, mentre in passato ne erano stati parte Radicali italiani e l'Italia dei valori; al Partito democratico europeo fa riferimento il Pde Italia di Francesco Rutelli; al Partito verde europeo sono affiliati la Federazione dei Verdi e i Verdi-Grüne-Vërc; all'Alleanza libera europea (Ale) afferiscono Autonomie-Liberté-Participation-Écologie (della Valle d'Aosta), Liga Veneta Repubblica, Slovenska Skupnost, L'Altro Sud, Pro Lombardia Indipendenza, Patrie Furlane e anche il Partito sardo d'azione, al momento sospeso; al Partito della sinistra europea (Se-El) appartengono Rifondazione comunista come membro e L'Altra Europa con Tsipras come osservatore. 
Tra i partiti europei di più recente riconoscimento, a EUDemocrats aderisce il Partito ambientalista italiano; all'Alleanza dei conservatori e riformisti europei aderiscono Direzione italia e Fratelli d'Italia; al Movimento politico cristiano d'Europa (Ecpm) appartiene Idea di Gaetano Quagliariello; all'Alleanza europea dei movimenti nazionalisti (di cui è segretario l'italiano Valerio Cignetti) risulta aderire la Fiamma tricolore, ma anche il Movimento Destre unite (di cui si dirà); la Lega fa parte del Movimento per un'Europa delle Nazioni e della Libertà guidato da Marine Le Pen; Forza Nuova fa parte dell'Alleanza per la Pace e la Libertà, mentre nessun partito italiano appartiene all'Alleanza per la Democrazia Diretta in Europa, anche se gli eurodeputati del MoVimento 5 Stelle (che formalmente non aderisce ad alcun partito europeo) fanno parte del gruppo parlamentare dell'Europa della Libertà e della Democrazia Diretta, cui il citato partito europeo si riferisce.
Ora, non si rischia certo la presentazione di una lista per ciascun partito italiano citato (può esserci l'interesse a correre in forma associata per superare lo sbarramento o conquistare qualche seggio in più), come è chiaro che alcune formazioni nominate godono dell'esenzione per la loro rappresentanza parlamentare, dunque le eventualità di "multiesenzioni" diminuiscono. Di certo però la possibilità che la frammentazione del quadro elettorale aumenti esiste: si parla, ad esempio, di tre possibili liste a sinistra del Pd, una delle quali sta cercando di ottenere l'esenzione da ciò che resta di L'Altra Europa con Tsipras, mentre un'altra cerca di seguire la via aperta dai Verdi, appoggiandosi al simbolo della Sinistra europea.
Che quella breccia possa essere sfruttata da molti, lo mostra l'intenzione della lista Stati uniti d'Europa, frutto dell'impegno prevalente di Lista Pannella e Partito socialista italiano, che vorrebbe godere dell'esenzione dalla raccolta firme messa a disposizione dal Psi in quanto membro del Pse (esenzione di cui non avrebbe bisogno il Pd, ampiamente presente nelle Camere). In effetti, però, l'operazione è per lo meno a rischio, visto che quello noto finora non pare un "contrassegno composito", così come richiesto dagli organi che si sono pronunciati: è vero che la rosa nel pugno, pur se in un'altra foggia, è stato simbolo del Pse, ma al momento l'emblema del partito europeo è rappresentato da un quadrato rosso con la sigla bianca impressa sopra; per ovviare al problema, basterebbe forse solo inserire la sigla del partito in un piccolo segmento circolare, come aveva fatto il Pd nel 2014 (e il posto in basso ci sarebbe...).
Aveva e ha l'emblema del proprio partito europeo di riferimento, invece, il Movimento per le Destre unite, guidato da Massimiliano Panero. Proprio grazie alla presenza della "pulce" dell'Aemn di Cignetti, il partito è riuscito a presentare liste alle ultime elezioni politiche (ospitando nel contrassegno anche il riferimento ai Forconi), convincendo gli uffici elettorali di Liguria, Emilia Romagna e Calabria che il collegamento con il partito politico europeo soddisfacesse la presunzione di "comprovata rappresentatività". In altre regioni (Abruzzo, Molise, Lombardia, Veneto, Umbria), in realtà, i magistrati sono stati di diverso avviso e anche l'Ufficio elettorale centrale nazionale ha confermato l'esclusione delle candidature, ritenendo che le scelte del legislatore - che in effetti non comprendono espressamente la possibilità di esentare alle elezioni politiche formazioni che vantano una rappresentanza europea, diretta o indiretta - non fossero sindacabili sul piano della conformità alla Costituzione o al diritto europeo e non sussistessero profili di irragionevolezza o disparità di trattamento (e confermando pure che l'ammissione del contrassegno da parte del Viminale, a seguito anche del vaglio dell'esistenza del collegamento tra partito italiano ed europeo, lascia comunque agli uffici elettorali circoscrizionali la decisione sull'ammissibilità delle liste a norma di legge). Il simbolo, tuttavia, su alcune schede è finito comunque proprio per le ammissioni delle candidature operate in tre regioni, dunque in futuro occorrerà tornare sull'argomento, visto che un contrasto di decisioni effettivamente esiste e saranno molte altre le forze politiche interessate a candidarsi senza raccogliere firme.
Ce n'è abbastanza, insomma, per guardare con interesse e attenzione alle prossime elezioni europee già dal momento della presentazione dei contrassegni: in quei due giorni si potranno già intuire alcune mosse e immaginarne l'esito. Ci si può sbagliare ovviamente, ma gli uffici elettorali potrebbero dover lavorare molto più del solito, anche per "colpa" di quella decision presa in Cassazione cinque anni fa...

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