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venerdì 29 novembre 2019

Racconti d'autore: In alto a sinistra (di Bruno Magno)

Il post di oggi non dà notizie, non analizza una novità, non contiene un'intervista. Racconta invece una storia, anzi, le storie di tre persone che agiscono e di tante altre che possono o potevano riconoscersi nella scena tracciata con le parole. A narrare questa storia, queste storie è Bruno Magno, che solo poche settimane fa ha fatto vivere a me e a chiunque segua questo spazio ogni momento della nascita del simbolo del Partito democratico della sinistra, con falce e martello rimpiccioliti ai piedi dell'albero che per tutti sarebbe stato una quercia. Ora Bruno ci fa un altro dono, permettendomi di pubblicare un suo racconto, decisamente autobiografico, relativo a un episodio della campagna elettorale verso le elezioni politiche del 19 e 20 maggio 1968, avvenuto a Manfredonia. Più che in molti commenti e analisi, qui si tocca davvero il valore e la forza che un simbolo - soprattutto questo - aveva e portava con sé. E dover parlare al passato, inevitabilmente, ha un retrogusto amaro. Buona lettura.  

«Questa volta gli facciamo un culo così!», disse Ciccillo, quando uscirono da una casa dove erano stati accolti con particolare simpatia. Accennò anche al gesto che solitamente completa la frase. Con difficoltà, perché aveva le mani impegnate: era carico – come il giovane compagno che era con lui, uno studente timido e di poche parole – di stampati di propaganda elettorale che, in quella calda domenica di maggio, andavano distribuendo casa per casa.
Appariva euforico, Ciccillo. Forse anche per i bicchierini di rosolio che in diverse case gli avevano offerto. Egli era convinto di avere riscontrato nelle case visitate un clima favorevole, un’accoglienza più affettuosa che in occasione di altre campagne elettorali. E questo era un ottimo segno, riguardo ai risultati delle prossime votazioni.
Il suo compagno era invece poco incline agli entusiasmi, e non solo perché beveva meno. Ricordava bene, lui, la grande delusione delle votazioni precedenti, quando in ultimo arrivarono i dati degli scrutini dai seggi del centro storico e da quelli dei quartieri abitati prevalentemente da pescatori, a vanificare i risultati davvero esaltanti delle zone periferiche del paese.
Era, quello a loro assegnato, un quartiere di braccianti, e da qualche anno anche di emigranti. Lì il Partito raccoglieva percentuali di voti straordinarie. In quelle strade le decine di attivissime bizzoche impegnate – anche loro, naturalmente per il partito avverso – a fare propaganda casa per casa, nemmeno avevano il coraggio di farsi vedere. Qualcuna che ci aveva provato era stata scacciata in malo modo e – così si raccontava – persino minacciata con la scopa e rincorsa per le strade, inseguita da turbe di ragazzini sghignazzanti.
Ciccillo e lo studente stavano percorrendo quelle strade da alcune ore, e il caldo e la fatica cominciavano a farsi sentire, quando arrivarono davanti a quella casa, un sottano dal muro imbiancato di fresco. Fuori dell’uscio una giovane donna era intenta a stendere il bucato su una cordicella fissata al muro con due chiodi. Era visibilmente incinta e questa condizione la costringeva a muoversi con faticosa lentezza. Per evitare di doversi chinare ogni volta, teneva la tinozza con il bucato sopra uno sgabello accanto a sé.
I due si avvicinarono e lei girò gli occhi verso di loro, continuando ad appendere i panni con le mollette. Ciccillo la guardò, e poi sporse lateralmente la testa per poterla vedere bene in viso. «Ma tu non sei la figlia di Concetta?» «Sì. Io pure vi conosco», disse lei, asciugandosi con un lembo del sinale le mani, che apparivano arrossate sulle nocche. «Aspetta, che mi ricordo: sì, tu ti chiami Giovanna. Come tua nonna. Sicché, è qui che sei venuta ad abitare... Eh, io e tuo padre buonanima per quanti anni abbiamo lavorato insieme nelle masserie, sott’acqua e sotto vento! Andavamo sempre insieme. Se un caporale ingaggiava uno, doveva prendere pure l’altro. E come sta tua madre? Da quanto tempo non la vedo...!» «Sta bene. Adesso sta bene. Vive con Francesca, la mia sorella grande», rispose lei con un sorriso timido, le mani appoggiate sul grembo. «Volete entrare?», aggiunse iniziando a slacciarsi il sinale. Poi scostò la rete dell’uscio e i due entrarono.
La casa, arredata con mobili evidentemente economici ma nuovissimi, era linda e ordinata, e odorava di varechina.
«Accomodatevi», disse scostando un poco due sedie dal tavolo al centro dell’unica stanza. «Vi posso offrire qualcosa?»
«Non ti disturbare», rispose Ciccillo. «Se continuiamo a bere, la strada di casa non la troviamo più...». Poi ripiegò un lembo del centrino di pizzo e depositò i suoi pacchi sul tavolo. Il suo compagno non se la sentì di prendersi una tale confidenza e preferì invece posare il suo carico sulla sedia che gli era accanto.
I due si accomodarono e poi anche la donna si sedette a un angolo.
«Mi ricordo che eri piccola così, e dalla campagna tuo padre ti portava i bastoncini di liquirizia e le carrube... E quando ti sei sposata?», chiese Ciccillo. «Fanno otto mesi fra una settimana», rispose lei. «E sapete chi è il marito mio? Antonio Rigninesi, penso che lo conoscete: il padre è un compagno vostro, Michele Rigninesi, faceva il cavamonti. Li chiamano “i Furnacelli”. Abitano dietro la chiesa della Croce...»
«Ah, sì... è gente onesta, faticatori», disse lui, annuendo.
«Quanto manca?», domandò ancora Ciccillo, indicando la pancia della donna con un breve movimento della testa. «Deve uscire alla fine del mese entrante», rispose lei abbassando gli occhi.
Lo studente approfittò del loro dialogare per lanciare uno sguardo intorno. Tutte quelle case erano uguali. Gli stessi mobili laccati, i centrini di pizzo sul piano del tavolo e sui comodini, il grande letto addossato alla parete di fondo. E, in capo al letto, la Madonna col bambino, in bassorilievo di gesso smaltato. E al centro tra i cuscini, seduta sulla coperta di raso, una bambola vestita di organza, con le braccine protese in avanti. Come quella che anche sua madre teneva sul letto.
«Antonio fa il manovale in Olanda. È partito a novembre. Sono quasi sei mesi... Però a Pasqua è stato qua tre giorni», sentì che diceva la donna, e il ragazzo tornò con lo sguardo al modellino in legno di un mulino a vento che aveva visto sopra una piccola mensola. Lei si sollevò dalla sedia e si avvicinò alla parete dove era un mobiletto con una piccola radio e, affissa al muro, una grande stampa oleografica raffigurante Dante che da dietro una colonna spia Beatrice. Sfilò una delle cartoline che erano inserite tra il vetro e la cornice di legno intagliato e dal mobiletto sottostante prese un piccolo vassoio con una bottiglia di rosolio e due bicchierini.
La donna versò il liquore e sedendosi porse la cartolina a Ciccillo. Era la fotografia di un caratteristico paesino olandese, con i tetti a cuspide e i muri in mattoni.
«Beh, sono proprio contento che ti sei sistemata. Alla salute!», disse Ciccillo buttando giù il liquore con un sol sorso.
«Non ti voglio far perdere tempo. Come sai, fra due settimane ci sono le elezioni. Ti abbiamo portato un po’ di materiale. In questo si parla dei vent’anni di governo democristiano», disse sfogliando le prime pagine di un fascicolo illustrato. «Eccoli qua, questi sono i signori che hanno rovinato l’Italia.» Chiuse il fascicolo e lo spostò vicino alla donna. «Qui, invece, c’è la storia di un lavoratore che poi è costretto a emigrare. È fatto come un fotoromanzo. Questo è veramente bello, è meglio di Grandotel. Mia moglie mentre lo leggeva si è fatta tutta una tirata di pianto. Leggilo, perché è fatto veramente bene... Tieni, ti do pure un volantino sulle pensioni, così lo leggi a tua madre.»
Poi prese e spiegò due schede elettorali in facsimile e le pose davanti a sé, orientate però verso la donna. «Quando sarai nel seggio elettorale ti daranno due schede. Sulla scheda gialla devi solo mettere una croce qua, sul simbolo nostro... Anzi no, che sto dicendo! Tu sei troppo giovane. Tu voti solo per la Camera. A te daranno solo la scheda grigia, una scheda grigetta come questa. Qui si possono mettere anche le preferenze. Le preferenze sono quattro e le devi scrivere su queste righe, come le vedi qua. Questi che vedi già scritti sono i numeri dei candidati indicati dal Partito. Comunque, se non sai scrivere o hai paura di sbagliare, fai solo la croce sul simbolo, che è la cosa importante.» Lei annuiva con un sorriso lieve, senza soffermarsi troppo a guardare, per significare che sapeva già tutto.
«Allora, hai capito? – riprese Ciccillo cominciando ad alzarsi dalla sedia – Devi mettere una bella croce qui, sulla lista numero uno. Ricorda, il primo simbolo!» E, battendo l’indice sull’angolo alto della scheda, ribadì con forza: «Non ti sbagliare: è il primo simbolo in alto a sinistra!». La donna, piegandosi un poco in avanti sul tavolo, seguì con gli occhi il gesto e poi fermò lo sguardo sul cerchietto con le due bandierine e la falce e martello. Rimase immobile per un lungo momento, poi quella piccola immagine si confuse e si sciolse nei suoi occhi. Allora chinò un poco la testa e cominciò a piangere in silenzio.
I due, in piedi, rimasero a guardarla imbarazzati, muti e immobili. Lei estrasse da sotto il polsino del vestito un fazzoletto e se lo premette sugli occhi. «Proprio così mi ha detto lui quando è partito…», mormorò con voce rotta, stropicciando il fazzoletto tra le mani.


Un grazie, non misurabile, a Bruno Magno per aver condiviso questa memoria e grazie ad Antonio Folchetti per avere condiviso anche questo passaggio. Le immagini sono tratte da vari numeri dell'Unità del 1968; il fac simile della scheda è stato ricostruito a partire dall'ordine delle liste riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno

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