sabato 31 ottobre 2020

Idee, persone e simboli della "Padania separatista" in un nuovo libro

Gli studiosi di diritto costituzionale negli ultimi anni si sono occupati dell'autonomia differenziata, chiesta a norma dell'articolo 116, comma 3 
da alcune Regioni, in particolare da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna (se n'è appena occupata, tra l'altro, Claudia Ceffa in un suo contributo per il LabRiforme). Ciò non può far dimenticare che in quelle regioni, come negli altri territori del Nord - che oggi siano o meno Regioni a statuto speciale - ci sia stata una lunga tradizione di movimenti autonomisti o indipendentisti, che precede di molto la nascita delle "leghe"; quei movimenti a volte si sono tradotti in partiti o in formazioni elettorali (con tanto di simboli), che hanno avuto la possibilità di rivolgersi ad elettrici ed elettori per sottoporre loro istanze e programmi. Un importante contributo per divulgare la storia e la memoria di quei movimenti arriva ora dal volume Padania separatista. In lotta contro Roma, proposto dall'Associazione Gilberto Oneto ed edito da Leonardo Facco Editore (25 euro).   
Nell'introduzione del volume - firmata da Marco Peruzzi, della stessa associazione intitolata alla memoria dell'architetto, studioso delle identità culturali e dei popoli padani, sempre molto vicino a Gianfranco Miglio - si precisa subito che il volume rappresenta l'ideale continuazione di Im Kampf gegen Rom. Bürger, Minderheiten und Autonomien in Italien, volume po(n)deroso dello storico Claus Gatterer, pubblicato nel 1968 in tedesco e tradotto solo nel 1994 in italiano con il titolo In lotta contro Roma. Cittadini, minoranze e autonomie in Italia (pubblicato dalla casa editrice bolzanina Praxis 3): un'opera monumentale sui monumenti autonomisti e separatisti (già sotto il dominio asburgico), che però si fermava ovviamente alla metà degli anni '60 e considerava essenzialmente il Sud-Tirolo, i territori dell'arco alpino e le altre regioni a statuto speciale, trascurando gli altri territori. La lacuna è colmata dai contributi ospitati nel volume, firmati in ordine alfabetico da Ettore Beggiato (Veneto), Elena Bianchini Braglia (Emilia-Romagna), Roberto Gremmo (non Piemonte, come ci si potrebbe immaginare, ma Valle d'Aosta, Liguria, Trentino, Friuli e Territorio Libero di Trieste), Giovanni Polli (Piemonte), Gianfrancesco Ruggeri (Lombardia) e Annalise Vian (Ladinia).

Lombardia, dal viceré Eugenio a Miglio e oltre

Il primo territorio di cui il volume si occupa (e cui è dedicato lo spazio maggiore) è la Lombardia, ma sarebbe meglio parlare di "Lombardi", per non chiamare in causa il concetto di Regione. Per Gianfrancesco Ruggeri (agronomo, autonomista e vicepresidente dell'Associazione Oneto) le Regioni infatti sono "le gabbiette nelle quali lo stato italiano ci richiude a suo uso e consumo, per dividere i fratelli padani secondo il ben noto e collaudato sistema del divide et impera e per poter così continuare la decennale opera di colonizzazione di cui siamo vittime": ripercorrendo l'origine delle Regioni come le conosciamo ora e con vari esempi (sull'alessandrino, sulla nascita dell'Emilia e sullo smembramento della Romagna, sulla "Ladinia" di cui si dirà), l'autore nota come queste siano "solo un'accozzaglia di province e il confine tra due regioni non rappresenta per nulla uno stacco netto tra due diverse identità distinte, ma al massimo individua una zona di transizione più o meno ampia che permette alle due identità [...] di trapassare una nell'altra senza soluzione di continuità". Un giudizio molto severo riguarda proprio la Lombardia, definita "un rifiuto speciale", poiché "è quanto rimane della vera Lombardia o 'Longobardia', la cosiddetta Lombardia storica, una volta che le sono state sottratte le altre regioni padane" (oggi parte del Veneto, del Piemonte, della Liguria e dell'Emilia-Romagna) e ciò che resta "non si presenta neppure come un'entità monolitica".
Ruggeri va alla ricerca delle radici dell'autonomismo e dell'indipendentismo in Lombardia e (al di là della "Lega lombarda storica") le trova nel 1814, quando Eugenio di Beauharnais, già viceré a capo del Regno d'Italia sotto Napoleone, tentò di mantenere il controllo su parte di quel territorio per non farlo finire agli austriaci com'era previsto, ma senza riuscirci: un breve periodo d'indipendenza si sarebbe comunque registrato, con un governo provvisorio dal 20 aprile al 25 maggio del 1814, pur nella confusione di idee sul regno che si voleva creare (e sulla sua estensione territoriale). La storia delle lotte prosegue col cospiratore carbonaro Federico Confalonieri (tra i protagonisti del tentativo del 1814, poi a capo degli insorti lombardi che con quelli piemontesi cercavano di ottenere una monarchia costituzionale), col pensiero federalista e poi autonomista di Carlo Cattaneo (che nel 1848 non avrebbe voluto unire i destini lombardi a quelli del Piemonte, tenendo alla libertà più che all'indipendenza, e in seguito si sarebbe battuto contro il livellamento centralista e burocratico dei territori del Regno d'Italia), ma anche con il ruolo di Ferdinando Massimiliano d'Asburgo (che tra il 1857 e il 1859 suggerì al fratello Francesco Giuseppe di creare un regno semiautonomo nell'Alta Italia), con le vicende dello "Stato di Milano" del 1898 (con gli scioperi stroncati dai cannoni di Bava Beccaris) e gli scioperi indipendentisti del 1913 (così documentati essenzialmente dalla stampa estera). Di spinte autonomiste e indipendentiste si riprende a parlare con la fine del fascismo e (senza dimenticare i sentimenti autonomisti e federalisti presenti pure tra i partigiani) poi con la fine della seconda guerra mondiale: nel 1945 nasce il movimento Milan ai milanes (di cui ha scritto pure Roberto Gremmo) e il cattolico Tommaso Zerbi fonda il settimanale Il Cisalpino, testata ispirata a Cattaneo (ma di fatto affossata in pochi mesi dalla Dc), con un giovane Gianfranco Miglio tra i collaboratori e l'idea di trasformare l'Italia in uno stato federale, con un "cantone Cisalpino" che avrebbe una sua ragione di esistere.
Immagine tratta dal libro
Una parte assai rilevante del capitolo sui lombardi è dedicata al Movimento autonomisti bergamaschi (Mab, a volte citato come Movimento autonomista bergamasco), nato nel 1947 come Movimento bergamasco per le autonomie locali. Ispirato dal senatore Giulio Bergmann e nato come soggetto apartitico, autonomista ma non secessionista, ebbe tra i suoi primi esponenti di spicco - prima ancora della sua fondazione - Guido Calderoli, nonno del leghista Roberto. Se già nel 1949 il futuro Mab incrociò sulla sua strada Gianfranco Miglio, esso incontra tanto i consensi quanto le difficoltà a tenere insieme le altre forze del mondo variegato dell'autonomismo. Nel 1956, visto che l'attuazione delle regioni continuava a non arrivare, il Mab decide di partecipare alle elezioni amministrative col suo nuovo simbolo, "l'uomo che spezza le catene della schiavitù", accompagnato alla parola "Autonomisti", anche per dare più visibilità all'impegno per l'autonomia (il volume analizza nel dettaglio il programma, attraverso gli scritti di Calderoli): pur in una campagna elettorale con molte accuse di mero antimeridionalismo, le liste eleggono un consigliere provinciale (Ugo Gavazzeni) e un consigliere comunale a Bergamo (lo stesso Guido Calderoli), sfiorando qui il 2%.
L'esperienza del Mab è poi alla base del Movimento autonomista regionale lombardo (Marl) e soprattutto del Movimento autonomista regionale padano, il Marp, il cui nucleo principale si trova in Piemonte (dove era già diffuso il movimento con la stessa sigla, ma con "piemontese" come ultima parola): non a caso, il simbolo presentato alle elezioni politiche del 1958 ha ancora al centro il drapò piemontese con lambello e stella, mentre la dicitura "Autonomia regionale" si rivolge a tutti i territori padani. A dispetto di una buona copertura territoriale, il Marp alla Camera ottiene 
70589 voti, pari allo 0,24%, poco più della metà della Svp: di fatto è la prima lista a non avere eletti, considerando pure che l'Union Valdôtaine ebbe solo 30596 voti, ma tutti concentrati nel collegio uninominale della Valle d'Aosta, quindi riuscì a ottenere un deputato; al Senato la percentuale fu di poco inferiore. 
A dispetto dei propositi di ripresentarsi alle elezioni del 1960, il simbolo del Marp non tornerà sulle schede lombarde: alcuni suoi aderenti si avvicinano alla Democrazia cristiana, altri - guidati da Ugo Gavazzeni - danno luogo all'Unione autonomisti d'Italia, il cui simbolo in base allo statuto (il cui testo è riportato da Roberto Gremmo nel n. 25 del periodico Storia ribelle, da lui diretto e compilato) è una "stella alpina bianca su sfondo nero di un cerchio, al bordo interno della circonferenza venti piccole stelle bianche, significanti le venti regioni d'Italia; al bordo interno delle stelle la scritta per disteso 'Unione Autonomisti d'Italia'". L'idea è di presentarsi alle elezioni del 1968 sotto le insegne della 
Südtiroler Volkspartei (quindi della stella alpina), in un rassemblement che però non comprende forze di un certo rilievo come Slovenska Skupnost, Partito sardo d'azione e la stessa Uv. 
In effetti la Svp presenta sue liste anche nelle circoscrizioni di Bergamo-Brescia (con tanto di polverone giudiziario sulla raccolta firme) e Trieste, ma la raccolta firme non riesce nelle altre aree del nord e l'apporto dei nuovi territori in termini di voti è scarsissimo. Di fatto l'ultima presentazione elettorale di rilievo dell'Uai è anche quella più significativa: essa avviene alle regionali del 1970 (le prime) e il contrassegno, oltre al nome dell'Unione autonomisti d'Italia, reca la dicitura "Libera Padania" (prima apparizione di quest'ultima parola, come si sottolinea nel libro) all'interno del profilo geografico della Padania stessa: la scarsa presenza elettorale porta solo lo 0,06% in Lombardia, ma non va perduta l'esperienza di coloro che fino a quel momento hanno portato avanti l'ideale autonomista. Il capitolo si conclude con il ritorno sulla scena di Miglio, che approfitta nel 1975 di un insperato assist del comunista Guido Fanti, allora presidente della Regione Emilia-Romagna, che aveva chiesto di creare una "Lega del Po" tra Regioni e di chiamarla Padania: quale occasione migliore per dare visibilità alla riforma cantonale studiata per anni?

Fare "da noi" in Piemonte

La storia del Marp viene ripresa nella trattazione legata al Piemonte, affidata al giornalista radiotelevisivo Giovanni Polli (ha curato per anni Lingue e dialetti per Radio Padania Libera). In effetti prima ancora, secondo quanto riportato dall'autore, si dovrebbe considerare il "localismo ruralista" del Partito dei contadini d'Italia: a questa formazione - cui Gremmo nel 2018 ha dedicato il volume 
La rivolta politica delle campagne. Il "Partito dei Contadini" e l'autonomia del mondo rurale (1919-1968), stampato per i propri tipi di Storia Ribelle - si deve ricondurre l'espressione "Da noi!" (inteso come "Facciamo da soli"), al posto del fascista "A noi!". Il partito, tuttavia, vedrà scemare il suo consenso con l'andare degli anni.
Dal n. 32 dei Quaderni Padani 
Il cammino del Movimento autonomia regionale piemontese inizia nel 1955, grazie soprattutto all'impegno di Enrico Villarboito (già artefice nel 1953 della lista Partito volontà nazionale, esperienza subito conclusa per lo scarsissimo successo elettorale ottenuto alle politiche di quell'anno), che intende far leva soprattutto sul "disconoscimento formale delle Autonomie regionali seppur previste dalla Costituzione italiana". Alle elezioni comunali del 1956 una lista del Marp si presenta a Torino e, grazie al 5,79% dei voti, ottiene ben quattro consiglieri e riesce a entrare anche in consiglio provinciale: il simbolo è lo stesso che vedrà a livello nazionale più avanti, ma l'autonomia non è indicata come "regionale", bensì come "piemontese". Quei risultati fanno ben sperare per il futuro, anche su una scala territoriale più vasta.
Quando arrivano le elezioni politiche del 1958, però, il segretario del Marp non è più Villarboito, ma Germano Benzi: è lui a stabilire il collegamento con gli autonomisti delle altre regioni e a concordare la presentazione della lista. In Piemonte, tuttavia, un inatteso concorrente è rappresentato dallo stesso Villarboito, che arriva a presentare una propria lista che, accanto al nome Autonomia piemontese, accosta il suo cognome e il suo ritratto, ma anche l'acronimo Scopa, che è raffigurato proprio da una scopa posata sulla sagoma dell'Italia, ma in effetti sta per Servire coscienziosamente ogni pubblica amministrazione. Il nome è certamente altisonante e aulico, perfettamente in linea con l'altro personaggio legato alla lista, Gianluigi Marianini, già campione di Lascia o raddoppia? e ormai trasformato in icona del "buon vivere". La lista sfiora i 7mila voti, mentre il Marp, con i suoi quasi 54677 voti in Piemonte, non riesce comunque a ottenere un eletto e anche in seguito otterrà piuttosto poco.
Il volume, nel contributo di Polli, dà giustamente conto delle esperienze successive del Movimento autonomista occitano, fondato nel 1968 da Antonio Bodrero (Barba Toni) e François Fontan (il simbolo è rappresentato dalla croce di Tolosa e dalla stella, bianche su campo scuro, perché sulla bandiera sarebbero gialle su fondo rosso ma in quella fase la stampa a colori di manifesti e schede è ancora lontana), della Lega delle Alpi Occidentali (nata nel 1975), ma soprattutto dell'Unione ossolana per l'autonomia, fondata ufficialmente nel 1978 e il cui principale artefice è stato Alvaro Corradini. Su questo sito si è già parlato a suo tempo dell'Uopa e del valore che questa ha avuto nella storia dell'autonomismo, e certo non soltanto in Val d'Ossola; per approfondire ulteriormente il tema, nonché il significato del simbolo del camoscio sui confini della Repubblica partigiana dell'Ossola, si rimanda ai due libri Uopa, la storia di un sognoAlvaro Corradini. Profeta del Federalismo, entrambi scritti da Uberto Gandolfi (figlio di Sergio, uno dei fondatori dell'Uopa), nonché alla parte di Non fate i polli! Una vita da "peones" (scritto appunto da Mauro Polli), di cui ci si è occupati due anni e mezzo fa parlando dell'Uopa e della battaglia per l'autonomia della Val d'Ossola.
La storia prosegue con l'impegno continuo e quasi inesauribile di Roberto Gremmo, già comparso nel 1973 come membro dell'Associassion Liber Piemont e poi animatore - con la moglie Anna Sartoris - della Rinascita Piemontese. Il suo ruolo emerge con forza a partire dal 1979, nel progetto della lista unitaria Europa Federalismo Autonomie, promossa dall'Union Valdôtaine di Bruno Salvadori alle prime elezioni europee. Tanto l'impegno di Gremmo nei progetti politici ed elettorali a favore dell'autonomia quanto le difficoltà incontrate nel corso del tempo, peraltro, sono temi ben noti a coloro che frequentano abitualmente questo sito: si rimanda dunque ai molti articoli dedicati all'argomento, con la promessa che altri ne seguiranno in futuro.
L'intervento di Polli - in particolare, quello proposto al convegno "In guerra contro Roma. Oltre Gatterer", svoltosi a Spirano (Bb) il 9 giugno 2019 e alla base del libro di cui si parla - si chiude citando, tra l'altro, vari movimenti piemontesisti e post-leghisti. Tra questi c'è anche Piemonte Stato, che all'ennesima versione (ormai a colori) del drapò piemontese unisce un profilo montuoso e il nome scritto in caratteri aguzzi. La formazione politica era nata nel 2014, con l'idea di "assicurare un futuro prospero al Piemonte e ai Piemontesi, dopo la sciagurata e fallimentare parentesi italiana dell’ultimo secolo e mezzo", attraverso il "raggiungimento dell'indipendenza del Piemonte con metodi democratici e pacifici", sulla base del principio di autodeterminazione dei popoli. Anche di quella formazione, tuttavia, le tracce ormai sono ridotte a una pagina Facebook da tempo non aggiornata. Eppure nelle loro proposte di fatto riecheggiano ancora i contenuti della Carta di Chivasso, firmata il 19 dicembre 1943 dai rappresentanti delle valli alpine: per reagire alla percepita "rovina" politica, economica e culturale derivante dal controllo centralista romano, costoro auspicarono un assetto federale (simil-cantonale) del nuovo stato italiano, con le funzioni amministrative esercitate da personale del luogo, il diritto di usare le lingue locali (anche nei nomi) e di insegnarle a scuola, il controllo dell'amministrazione locale su opere e servizi pubblici, una tassazione che riportasse parte del gettito sui territori e una diversa concezione del mondo produttivo.

Valle d'Aosta, dal separatismo all'autonomia

Essendo valdostano il principale artefice della Carta di Chivasso, Émile Chanoux, riesce più facile - pure per vicinanza al Piemonte - il collegamento con la Valle d'Aosta, la cui trattazione (anch'essa piuttosto ampia) è affidata a Roberto Gremmo. Fin dall'inizio emerge la delicatezza della fase immediatamente successiva alla fine della Seconda guerra mondiale, caratterizzata da un non trascurabile sentimento filofrancese (cavalcato dallo stato Oltralpe) che vedrebbe di buon occhio l'annessione della Valle d'Aosta alla Francia. Il 26 marzo 1946 si chiede a gran voce un referendum sulla questione, con contorno di varie violenze (di cui rimane vittima anche il presidente della Regione, lo storico Federico Chabod); tempo qualche mese e - mentre la Francia ha già deciso di non sostenere le agitazioni in Valle d'Aosta - si innesca quella che Gremmo chiama "la tragedia del separatismo valdostano", legata all'arresto e alla vicenda processuale (cui nel libro è dato molto spazio, con tanto di documenti) di Vincenzo Trevès, giovane ex partigiano, con idee separatiste.
Si deve collocare nel periodo dell'arresto l'inizio del progetto della Federazione delle genti alpine, promossa dall'Union Valdôtaine e costituita a Desenzano il 7 aprile 1947 con la partecipazione di vari movimenti autonomisti (Unione federalista Intemelia, Lega dei comuni valtellinesi, Movimento autonomistico democratico regionale trentino, Movimento popolare friulano). Il disegno guarda certamente più all'autonomia che al separatismo e culmina con l'approvazione dello statuto speciale valdostano nei primi mesi del 1948; la scelta autonomista viene confermata con la decisione di allearsi con la Democrazia cristiana tanto alle politiche di quel 1948, quanto alle regionali dell'anno successivo. Nel frattempo, il processo a Trevès e agli altri separatisti si conclude con una sentenza di non doversi procedere grazie alla clausola del trattato di pace con gli Alleati che non consentiva di perseguire qualcuno per la sola simpatia espressa a favore di uno Stato alleato; Trevès, in compenso, nel 1954 finirà di nuovo nella tempesta per aver minacciato di impugnare le armi contro Roma e far piazzare "i cannoni a Pont St. Martin", subirà un nuovo processo e stavolta finirà condannato per istigazione armata contro i poteri dello Stato, apologia di questo reato e propaganda antinazionale. Di separatismo, in Valle d'Aosta, in pratica non si parlerà più e anche l'autonomismo - come sostenuto da Gremmo in Contro Roma, il cui titolo a questo punto (dopo il riferimento a Gatterer) suona ancor più familiare - viene ormai letto e praticato in versione più debole rispetto alle origini.
 

Veneto, una questione antica (e mai chiusa)

Un altra sezione consistente nel libro è dedicata al Veneto: a curarla è Ettore Beggiato, storico, venetista, eletto nel 1985 consigliere regionale per la Liga Veneta a Vicenza e fondatore, due anni più tardi, dell'Union del Popolo Vèneto. Nel suo capitolo, Beggiato ritrova le origini venete dell'autonomia fin da quando, nel 1797, tramonta la Serenissima Repubblica Veneta: nel 1809 a Venezia e in varie parti del Veneto la gente insorge contro il dominio napoleonico, nel 1848 Daniele Manin guida la rinascita della Repubblica Veneta (che dura poco più di un anno). Quando nel 1866 il Veneto viene ceduto dall'Austria al Regno d'Italia attraverso la Francia, formalmente si svolge un plebiscito, ma Beggiato sottolinea che "i Veneti andarono a votare quando i giochi erano già stati fatti", visto che i francesi avevano già consegnato la Venetia agli italiani.
Negli ultimi anni dell'Ottocento operano in Veneto figure rilevanti come Ferruccio Macola (autore di un progetto di federazione politica regionale), Illuminato Cecchini e Stefano Massarioto, che predicavano e divulgavano discorsi e pensieri a favore dell'identità veneta e della gente (per evitare che, come avevano fatto in molte e molti, emigrasse); nei decenni seguenti altri soggetti portano avanti l'autonomismo, come coloro che nel 1945 costituiscono l'associazione San Marco par forza - Unione autonomista delle Tre Venezie. Proprio un simbolo autonomista come il leone marciano nel 1970, all'indomani delle prime elezioni regionali, viene scelto quale bandiera della neonata Regione Veneto. Poco spazio è (volutamente) dedicato all'esperienza della Liga Veneta, fondata il 16 gennaio 1980, approdata tra la sorpresa di molti in Parlamento nel 1983 ma di fatto scomparsa dalla politica che conta a partire dal 1987 (a tutto vantaggio della Lega Lombarda, poi divenuta capofila della Lega Nord, altro partito di cui deliberatamente nel libro non si parla quasi mai).
C'è spazio anche per accenni a episodi e movimenti più recenti: dal carro armato dei Serenissimi in Piazza San Marco preceduto dalle interferenze durante il Tg1 (1997) alla nascita della Liga Veneta Repubblica (1998) di Fabrizio Comencini; c'è poi la figura di Giorgio Panto, con il suo Progetto Nordest forte nel 2005, la nascita di varie forze indipendentiste (a partire da I Veneti di Patrik Riondato); c'è il primo referendum "digitale" sull'autonomia veneta (2014), una riedizione dei "Serenissimi" nello stesso anno e il secondo referendum (cartaceo) sull'autonomia del 2017. Una storia che, a suo modo, non si è ancora compiuta: anche le ultime elezioni regionali hanno dimostrato che il fronte venetista è tutt'altro che esaurito (e tutt'altro che unito). 

Liguri, Emiliani, Romagnoli, Trentini, Ladini, Friulani e Triestini

Rispetto alle "genti padane" già viste, le altre occupano nel libro uno spazio assai minore, ma ci sono e meritano di essere considerate, sia pure in breve. Poche pagine (vergate dalla storica Elena Bianchini Braglia) sono dedicate all'Emilia-Romagna, anche perché la vera "battaglia contro Roma" si è svolta fino agli anni Dieci del Novecento, in particolare tra Modena e Bologna, soprattutto grazie alla cattolica "Opera dei Congressi"; si riprende poi la già citata idea di Lega del Po proposta da Guido Fanti, dopo i primi cinque anni di presidenza della Regione (eppure quell'idea fu assai poco compresa all'interno e all'esterno del Pci e di fatto lasciata cadere, al punto da sembrare oggi un'occasione persa per un regionalismo diverso).
C'è poi una riflessione sulla Ladinia e sulla sua comunità (finita divisa tra le province di Bolzano, Trento e Belluno), affidata ad Annelise Vian: lì si vede il percorso intrapreso già subito dopo la Seconda guerra mondiale per tentare la via dell'autodeterminazione e della riunificazione dei ladini, passato anche per la nascita di soggetti associativi e movimenti politici. Dall'Union di Ladins de Fascia (1955) all'Union Autonomista Ladina (1983), i ladini dispongono di un interlocutore politico che ormai da anni trova spazio anche all'interno del Parlamento nazionale (allora con Giuseppe Detomas) e si fa garante della tutela accordata a più riprese e con vari strumenti alla Val di Fassa.
Immagine elaborata dal libro
Toccano poi di nuovo a Roberto Gremmo le trattazioni legate alle terre non ancora passate in rassegna. In Liguria, per esempio, nel 1946 sorge l'Unione democratica federalista Intemelia, fondata a Ventimiglia da Emilio Azzaretti con l'idea di costituire una zona franca italofrancese per la valle della Roja; non è poi accolta la richiesta (con tanto di spostamento manuale di confine) dei comuni dell'Alto Novese di lasciare la provincia di Alessandria e il Piemonte per unirsi alla Liguria, così come non funzionano altri tentativi, come la creazione di una regione Emiliano-Appenninica. E se nel 1971 un nuovo progetto nasce attorno alla pubblicazione Alpazur (al fine di costruire una Regione frontaliera franco-italiana), nel 1986 è proprio Gremmo a far nascere - soprattutto grazie ad Aldo Coppola - la Lega ligure, proprio per puntare all'autonomia (innanzitutto legislativa) della regione; a condurla verso l'irrilevanza è però la nascita nel 1989 dell'Uniun Ligure, poi destinata a concorrere alla nascita dell'Alleanza Nord (alle europee) e poi della Lega Nord. 
Quanto al Trentino, è almeno il caso di ricordare il ruolo fondamentale giocato  nel corso degli anni dall'Associazione studi per l'autonomia regionale (nota anche con la sigla Asar), nata nel 1945 e con l'autonomia per il Trentino (anzi, per una "Regione Tridentina") come propria ragione costitutiva. Distinta con una fiaccola e due stelle alpine su triangolo nero, l'Asar partecipa anche alla Federazione delle genti alpine come Movimento autonomistico democratico regionale trentino; dopo liste comuni con la Svp non particolarmente fortunate nel 1948, l'associazione si scioglie e ne raccoglie l'eredità il Partito del popolo trentino tirolese, cioè il Pptt (che peraltro varia solo leggermente il tema grafico).
I simboli del Movimento popolare friulano e del Movimento
autonomistico friulano (da Lingua etnografia autonomia)
Le ultime pagine di Padania separatista (sempre curate da Gremmo), infine, sono dedicate al Friuli e al Territorio libero di Trieste. Per il primo, se la "friulanità" come identità è già attestata almeno dal 1944, quando nasce La Voce di Furlanìa (ma già nel 1936 era stata creata la Società filologica friulana, proprio allo scopo di salvaguardare la lingua e la cultura locali), il primo gruppo politico è il Movimento popolare friulano (1947), dal quale peraltro nel 1953 si distaccano vari aderenti, creando il Movimento autonomistico friulano; se il primo come simbolo ha un alare con il fuoco acceso, il secondo sceglie soltanto un alare, senza alcuna altra indicazione. 
Tanto per cambiare la questione "alare contro alare" rischia di finire in carta bollata, ma poi - a dimostrazione del fatto che forse è poco più che una boutade - non se ne sa più nulla. Per un partito propriamente detto occorre aspettare il 1966, con la fondazione del Movimento Friuli, soggetto politico di fatto tuttora esistente (come dimostra il deposito del contrassegno - ormai da anni ridisegnato a colori, con il fondo giallo e blu - in vista delle elezioni politiche del 2018) anche se da tempo è assente dalle assemblee nazionali o regionali; va ricordato che anch'esso partecipa, nel 1979, alla lista Europa Federalismo Autonomie promossa dall'Union Valdôtaine proprio alle europee di quell'anno.
Quanto al Territorio di Trieste, già tra il 1946 e il 1947 si creano i primi soggetti politici indipendentisti, che poi alle elezioni comunali del 1949 ottengono un importante successo, proseguito anche in seguito almeno fino alla crisi iniziata nel 1953 e destinata a durare. Nel 1958, infatti, le formazioni indipendentiste friulane sono addirittura due: il Fronte dell'indipendenza (il cui simbolo è una cartina dell'intero Territorio libero di Trieste, comprensivo di zona A e zona B) e l'Unione triestina (legata a Carlo Tolloy, con l'alabarda e il motto "Trieste ai triestini"), che si dividono poco più del 5% e di fatto si condannano alla scarsa incidenza.
In seguito la causa dell'indipendenza (e la necessità di farla valere anche in sede internazionale, contro le velleità annessionistiche di Italia e Jugoslavia) viene portata avanti dal Movimento per l'indipendenza del Territorio libero di Trieste, fondato tra il 1958 e il 1959 da Giovanni Marchesich e assistito dal giornale L'Indipendenza - Fronte Indipendenza. Gremmo nel libro lo definisce "modesto ma battagliero" e questi ne appare chiaramente colpito (come sembra dimostrare l'uso della stessa statua nel 1992-1993 per la Lega Padana Nord - Lega vento del Nord alle amministrative di Mantova e Torino). Va ricordato che il Movimento di Marchesich è tra i partecipanti, nel 1968, alla lista autonomista promossa sotto le insegne della Svp: il triestino è una delle poche zone in cui la lista (grazie agli indipendentisti) riesce a raccogliere le firme. La rappresentanza, tuttavia, non va oltre le assemblee comunali e provinciali, mentre nel 1976 era nata la Lista per Trieste (nota come "lista del melone") che nel 1979 riesce addirittura a eleggere alla Camera Aurelia Gruber Benco. Quella presenza parlamentare diventa il mezzo attraverso il quale Roberto Gremmo e altri autonomisti riescono - grazie all'espediente della "pulce" - a presentare liste alle elezioni amministrative senza raccogliere le firme. Ma questa è un'altra storia, che si è già raccontata altrove.

C'è tutto questo nel volume Padania separatista, nonché tutto quello che, per motivi di spazio, qui non si è potuto indicare. Si tratta di una storia reale, che ha coinvolto non poche persone e che non si è tradotta in risultati concreti, ma meritava di essere raccontata. Il fatto che dalle ricostruzioni siano state escluse le Leghe più famose (Liga Veneta e Lega Lombarda poi Lega Nord) non deve apparire come una mancanza grave: la loro storia, fatta di evoluzioni e involuzioni, si può trovare ripercorsa già altrove. In queste 380 pagine era giusto che l'attenzione si dirigesse a vicende spesso dimenticate o trattate in fretta, destinando a queste la cura e la passione della ricerca storica (e, a volte, la posizione di "testimone privilegiato"). Anche solo per questo, lo sforzo profuso nella realizzazione del libro (e nel portare avanti il progetto di Gilberto Oneto, se ne condividessero o meno le posizioni) è da apprezzare.

venerdì 23 ottobre 2020

Nuoro, simboli e curiosità sulla scheda

L'ultimo capoluogo di provincia a essere chiamato al voto in questo 2020 sarà Nuoro, i cui comizi elettorali si terranno domenica e lunedì. Si tratta di un'elezione a scadenza naturale, dopo che nel 2015 come sindaco era stato eletto Andrea Soddu, candidato civico (sostenuto anche dal Partito sardo d'azione) ampiamente prevalente al ballottaggio sul candidato del centrosinistra Alessandro Bianchi (che pure al primo turno era riuscito ad arrivare primo). Allora le candidature in campo erano sei, mentre questa volta ce n'è una in più: tra queste c'è anche quella di Soddu, in cerca di riconferma. Sono leggermente aumentate anche le liste: dalle 21 di cinque anni fa alle 23 che finiranno sulla scheda questa volta.
 

Lisetta Bidoni

1) Nuoro a sinistra

Il sorteggio ha collocato al primo posto la candidatura dell'unica donna in campo, Lisetta Bidoni, già insegnante e attuale presidente regionale Unicef. La prima lista estratta è quella di Nuoro a sinistra, con l'ultima parola in maggiore evidenza, ma scritta con un carattere molto sottile; i concetti che caratterizzano la lista (ambientalista, antifascista, federalista, femminista, comunista) sono quasi illeggibili - specie se si considerano le dimensioni del contrassegno elettorale - su una struttura grafica a cerchi eccentrici rossi, con ombreggiature che danno un'atmosfera simile ai "tagli" di Lucio Fontana. Scelta coraggiosa, anche se non di facile resa sulla scheda.
 

2) Progetto per Nuoro

La seconda lista a sostegno di Bidoni (e l'unica che contenga il suo nome) è risultata essere Progetto per Nuoro. Il sole che nasce da una stretta di mano riportano la memoria ad antiche formazioni politiche di sinistra, di sensibilità socialista (a partire da Unità popolare, nata nel 1953 per disinnescare la "legge truffa"); qui pare, più semplicemente, che si voglia richiamare soprattutto la nuova era che si vuole inizi per Nuoro, innanzitutto grazie alla collaborazione di cittadine e cittadini; anche l'arcobaleno - qui non usato per dire che #andràtuttobene - ha lo stesso significato. Da notare l'appellativo "sindaca", declinato - in modo corretto e militante - al femminile.
 

3) Futuro e trasparenza

Terza e ultima lista presentata per appoggiare l'aspirante sindaca Bidoni è Futuro e trasparenza. Il contrassegno, come il precedente, ha un fondo decisamente bianco, su cui spiccano cinque figure umane molto stilizzate, posizionate a girotondo intorno a una veduta di Nuoro racchiusa in un cerchio (e piuttosto "azzurrata"): insieme ricordano un po' i petali di un fiore e mostrano varie combinazioni cromatiche. Il nome della lista mette in evidenza il concetto di futuro, per marcare l'idea che occorra guardare avanti, ma farlo con tutte le carte scoperte e promettendo un'azione trasparente.
 

Ciriaco Offeddu

4) Per Ciriaco Offeddu sindaco

Si presenta sostenuto da tre liste anche Ciriaco Offeddu, manager di lungo corso (attivo a lungo soprattutto all'estero) e scrittore. La prima lista sorteggiata è senza alcun dubbio quella più legata alla sua persona, come dimostra il nome scelto: Per Ciriaco Offeddu sindaco. La grafica è piuttosto minimal: il nome è scritto in viola su un fondo color lilla chiaro. Le strisce orizzontali che tingono il segmento inferiore sono dei colori prevalenti nello stemma e nel gonfalone cittadino: verde, blu e giallo. Il livello estetico è quello che è, ma di certo non si tratta di un simbolo che induce in errore.
 

5) Oltre

Appare ben diverso il discorso, sul piano della qualità grafica e della cura nella realizzazione, per la lista Oltre, estratta per seconda all'interno della coalizione che appoggia Offeddu. Si tratta infatti - come si legge anche nella descrizione ufficiale del contrassegno - della "immagine stilizzata di un fenicottero che spicca il volo verso il lato destro". Il piumaggio, peraltro, è decisamente multicolore, mentre il cielo è tonto a fasce radiali, come a voler indicare una fonte di luce. L'immagine, oggettivamente, dà un senso di novità, dinamicità e non banalità.
 

6) Civitas futura

Colpisce di meno, salvo che per un particolare, il contrassegno scelto per la terza lista della compagine di Offeddu, vale a dire Civitas futura. L'elemento centrale è chiaramente rappresentato da una quercia, con una folta chioma ancora verde; non può passare inosservato, tuttavia, che proprio quella chioma abbia impressa su di sé "la forma della Pintadera Sarda", che si è vista di recente anche nel simbolo usato da Agostinangelo Marras per le suppletive di settembre (peccato che qui l'immagine sia stata tagliata in orizzontale, come è un peccato che il nome della lista sia stato un po' maltrattato graficamente).
 

Francesco Marco Guccini

7) Nuoro Noi

Terza candidatura estratta è quella di Francesco Marco Guccini (non occorre spiegare perché qui sia necessario indicare entrambi i nomi dell'aspirante sindaco, così come non sembra senza significato che nomi e cognome non appaiano su alcun contrassegno), già assessore a Nuoro in quota Sel. La prima formazione estratta è Nuoro Noi, con il blu e il verde cittadini che dominano nel contrassegno: da segnalare la "o" centrale di "Nuoro" che diventa la testa di un omino stilizzato. Nel simbolo ci sono anche alcun parole chiave (Ambiente, cultura, lavoro) nelle quali è evidenziato il nome del comune; sono però scritte piccolissime e anche il gioco di parole è difficile da apprezzare.
 

8) Liberu

La seconda lista schierata in appoggio a Guccini è forse quella graficamente più curiosa: è quella di Liberu, partito indipendentista sardo di sinistra, il cui acronimo è sciolto anche nel simbolo in "Liberos rispetados uguales". Lo stesso concetto è reso con un ideogramma, che accosta le lettere L, R e U, ma lo fa con tratti che ricordano i graffiti rupestri presenti in Sardegna. Si tratta della partecipazione più importante della lista a questo turno elettorale, anche se sarà presente nel più piccolo comune di Fordongianus e, con propri candidati, anche in liste diverse altrove.
 

9) Città in azione

Terza e ultima lista presentata in appoggio a Guccini è Città in azione. Anche qui, come si diceva, non c'è alcuna traccia del nome del candidato e, probabilmente, si tratta dell'emblema più "bianco" della coalizione (quanto al fondo), anche se altrove ovviamente i colori non mancano: l'elemento grafico principale è rappresentato da una sorta di nastro multicolore (di cui qui non si conosce il significato, anche se comunica l'idea del movimento, della dinamicità), collocato sopra al nome della lista stessa; il tutto è racchiuso da una spessa circonferenza verde.
 

Carlo Achille Stefano Prevosto

10) Fare comunità

Potrà contare sul sostegno di quattro liste Carlo Prevosto, candidato sindaco promosso soprattutto dai dem di Nuoro. La prima formazione estratta, in compenso, è chiaramente di natura civica. Fare comunità, infatti, presenta il rosone del Santuario di san Mauro, un segno decisamente riconoscibile per le persone del territorio. Anche i colori prevalenti scelti sono quelli dello stemma cittadino; non passa nemmeno inosservato l'accento rosso, che ricorda almeno in parte l'apostrofo rosso dell'Ulivo; al di sotto c'è l'indicazione del candidato sindaco.
 

11) Giovani democratici Nuoro

Come seconda lista è stata estratta quella dei Giovani democratici Nuoro. Anche qui come altrove (lo si è visto a Enna, per esempio) i Gd hanno presentato una propria lista, di fatto raddoppiando le candidature di area dem. Per l'occasione, il nome dei Gd è stato ridotto (con l'aggiunta del comune) e spostato subito sotto la sigla, come del resto il rametto d'ulivo è finito all'interno della D: tutto ciò serviva a lasciare il posto - sotto alla strisciata rossa di gesso - al riferimento al candidato sindaco (peraltro scritto in una font diversa).
 

12) Carlo Prevosto sindaco per Nuoro

La terza lista presentata a sostegno di Prevosto è probabilmente la più legata all'aspirante primo cittadino: lo dimostra soprattutto il nome scelto per la formazione, Carlo Prevosto sindaco, cui peraltro si aggiunge un piccolo "per Nuoro", contenuto in un piccolo elemento curvo granata. Nel contrassegno la denominazione domina in primo piano, mentre sullo sfondo è presente un albero dal fogliame rarefatto; anche qui, il blu del testo e l'azzurro del fondo, insieme al verde della pianta, richiamano i colori dello stemma cittadino.
 

13) Partito democratico

Ultima delle quattro liste che appoggiano la corsa di Prevosto è quella del Partito democratico: si tratta, per inciso, della stessa formazione con la quale Andrea Soddu si era candidato alle europee nel 2019 e di cui era stato primo dei non eletti nella circoscrizione Isole. In questo caso, invece, come cinque anni fa, il Pd sostiene un altro candidato; il contrassegno, in compenso, ricorda un po' quello delle europee, visto che il riferimento "Prevosto sindaco" è collocato su un segmento blu (un po' come quello di Siamo europei), invece che rosso o verde come siamo abituati a vedere (del resto, però, era andata così anche a Cagliari e Sassari l'anno scorso).
 

Andrea Soddu

14) Ripensiamo Nuoro

Il sorteggio si è divertito a collocare, subito dopo il candidato (e la lista) del Pd, proprio il sindaco uscente, Andrea Soddu, in cerca di una riconferma. Come prima lista della sua compagine - anch'essa formata da quattro emblemi - c'è l'unica che era già presente anche nel 2015, vale a dire Ripensiamo Nuoro: anche il simbolo è esattamente lo stesso (sembra essere una mappa della città, reinventata in chiave multicolor e con uno sfondo sfumato azzurro, a costo di non aiutare la leggibilità del nome). Cinque anni fa aveva ottenuto il 3,19%, questa volta si spera in un risultato migliore, visto che il contrassegno è stato riproposto.
 

15) Un'altra Sardegna - Un'altra Nuoro

Seconda lista estratta tra quelle in appoggio a Soddu è Un'altra Sardegna - Un'altra Nuoro, lista civica ricondotta al centrosinistra, soprattutto vicina all'ex parlamentare Roberto Capelli, legato a Centro democratico. Il simbolo, bianchissimo, ha come tema due mani - una verde e una rossa, quindi riprendendo i colori nazionali più che quelli locali - con l'indice teso, che finiscono per toccarsi proprio nel punto della Sardegna che corrisponde alla città di Nuoro. Da segnalare, come curiosità, l'apostrofo ribaltato in entrambe le parti del nome.
 

16) Italia in comune

A queste elezioni comunali a Nuoro partecipa anche una lista di Italia in comune, estratta per terza nella coalizione che sostiene Soddu. Si tratta di una delle non frequentissime partecipazioni a livello dei capoluoghi di provincia del partito di Alessio Pascucci e Federico Pizzarotti, che a Nuoro si presenta con il proprio simbolo nazionale "puro", senza alcuna modifica o aggiunta per quest'occasione elettorale (come invece era accaduto lo scorso anno a Sassari, nell'unica partecipazione a elezioni amministrative in capoluoghi sardi fin qui registrata).
 

17) Andrea Soddu sindaco

L'ultima lista della compagine che appoggia il sindaco uscente può considerarsi la sua formazione personale o comunque a lui vicina: Andrea Soddu sindaco mette chiaramente in primo piano il cognome del riaspirante primo cittadino, stretto tra tre "lunette" verdi e blu. Si tratta, a suo modo, di una novità: nel 2015, in effetti, non erano presenti liste con il nome del candidato sindaco, mentre questa volta una c'è, il che significa che in questo caso Soddu intende far valere il credito che ritiene di avere conquistato in cinque anni di amministrazione cittadina.
 

Pietro Sanna

18) Partito sardo d'azione

La sesta (e penultima) candidatura estratta è quella di Pietro Sanna, architetto proposto dal centrodestra: si tratta dell'unico aspirante sindaco che risulta appoggiato da ben cinque liste. La prima a essere sorteggiata è quella del Partito sardo d'azione (3,85% cinque anni fa), che per l'occasione presenta il suo simbolo consueto con i quattro mori e la croce rossa, il tutto racchiuso in un quadrato dal bordo nero spesso. Non c'è alcun riferimento alla persona o al territorio; anche a Nuoro si conferma l'alleanza con il centrodestra e in particolare con la Lega.
 

19) Fratelli d'Italia

Seconda formazione, tra quelle in appoggio a Sanna, indicata dal sorteggio è Fratelli d'Italia. Il partito di fatto esordisce a Nuoro, perché cinque anni fa non aveva presentato una propria lista alle elezioni amministrative; il dato più recente riguarda le europee 2019, con il 3,46% ottenuto (anche se non si tratta di competizioni omogenee) In questo caso Fdi schiera sulla scheda elettorale il suo contrassegno da elezioni, che inserisce il simbolo ufficiale in un altro cerchio, campito in modo simile, con in alto il nome molto evidente di Giorgia Meloni. 
 

20) Pro Nugoro - Unione di centro - Forza Italia

La lista di mezzo della coalizione di Sanna è Pro Nugoro. Il nome sembra quello di una lista civica tipicamente locale (non a caso Nugoro è il nome in sardo); la freccia bianca e le lame di luce sembrano suggerire un desiderio di dare un futuro nuovo e diverso alla città (mentre i colori verde e blu sono sempre quelli cittadini). Non sfugge però la presenza delle miniature dei simboli dell'Unione di centro (dal quale è stato cancellato il riferimento all'Italia) e di Forza Italia, con il cognome di Berlusconi del tutto illeggibile.
 

21) Lega

La presenza della quarta e penultima lista a sostegno di Sanna non può stupire: lui, infatti, aderisce alla Lega e dal suo partito è stato proposto per la guida del comune. Nemmeno l'ex Carroccio era presente alle elezioni di cinque anni fa (ma c'erano le due liste a sostegno di Pierluigi Saiu, nel frattempo diventato consigliere regionale proprio per la Lega). Per questo sbarco, il simbolo ha la struttura ormai nota dalla fine del 2017, con il riferimento alla Sardegna sotto al cognome di Matteo Salvini, a sua volta sotto alla statua di Alberto da Giussano.
 

22) Riformatori Sardi - Sardegna 20Venti

Chiude la coalizione che appoggia la candidatura di Sanna una "bicicletta" (sia pure disposta in verticale) tra due formazioni tipicamente sarde, viste entrambe alle regionali del 2019: i Riformatori sardi, che proseguono la loro esperienza post-Segni sotto la guida di Massimo Fantola (e avevano corso alle comunali di cinque anni fa, ottenendo poco più del 2%), e Sardegna 20Venti, progetto legato a Stefano Tunis (infatti il simbolo è esattamente identico a quello preparato per le regionali). 
 

Alessandro Murgia

23) MoVimento 5 Stelle

A chiusura del quadro delle candidature, il settimo nome tra le persone che aspirano alla carica di sindaco è quello di Alessandro Murgia, sostenuto unicamente dal MoVimento 5 Stelle. Il M5S aveva già partecipato alle comunali di cinque anni fa, ottenendo il 9,63% e portando in consiglio il candidato sindaco Tore Lai. Rispetto ad allora, nel simbolo è cambiato soltanto il sito web indicato "a sorriso" nella parte inferiore: non più Beppegrillo.it, ma Ilblogdellestelle.it (mentre Movimento5stelle.it non è mai finito sulle schede elettorali di Nuoro).

giovedì 22 ottobre 2020

Democrazia cristiana, un altro XIX congresso e due diffide

Una delle poche certezze, perfino in questo periodo di tensione legata al Coronavirus, è che la saga della
Democrazia cristiana non si interrompe: chi cerca, con estrema pazienza, di seguirla è costretto a gimcane tortuose ricche di incroci, che inevitabilmente finiscono per creare occasioni di scontro tra le diverse idee su come riportare correttamente in attività la Dc, dopo l'indebita trasformazione in Partito popolare italiano del 1994.
Come annunciato già un mese fa, dopo un percorso reso piuttosto lungo a causa dell'emergenza Covid-19, il 24 ottobre - cioè dopodomani - è previsto che si tenga il XIX congresso della Democrazia cristiana. Ovviamente occorre subito precisare di quale Dc si stia parlando, anche perché il 12 settembre si era svolto a Roma un evento già definito "XIX congresso della Dc", dal quale erano usciti eletti Franco De Simoni come segretario politico, Raffaele Cerenza segretario amministrativo e Antonio Ciccarelli coordinatore nazionale: loro avevano portato avanti un diverso percorso di riattivazione, passato per l'autoconvocazione dell'assemblea dei soci dell'ultimo tesseramento valido (1993), unico organo ritenuto dai promotori ancora esistente e in grado di rappresentare validamente il partito (a differenza di tentativi precedenti e tuttora in corso). Il XIX congresso previsto tra due giorni, dunque, si riferisce al (diverso) disegno per far riprendere vita alla Dc guidato da Nino Luciani, sulla base tanto dell'assemblea del 12 ottobre 2019 (distinta da quella "fondativa", contemporanea, tenuta da Cerenza e De Simoni) con cui si era di fatto revocato il XIX congresso celebrato nel 2018 e che aveva eletto alla segreteria Renato Grassi, quanto dell'assemblea soci dello scorso 12 settembre che - oltre a confermare Luciani come presidente dell'associazione, dopo le dimissioni irrevocabili di Gianni Fontana - aveva appunto fissato la data del 24 ottobre per ricelebrare per la terza volta (dopo il 2012 e il 2018, considerando solo i tentativi successivi alla nota sentenza di cassazione del 2010) il XIX congresso del partito.
La convocazione è stata inviata via posta e via e-mail ai soci, nonché pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale - parte II dell'8 ottobre. In effetti, insieme alla data, era stato stabilito anche che il congresso dovesse tenersi a Roma, presso la Domus Australia (in via Cernaia, 14/B); l'ultimo decreto della Presidenza del Consiglio, tuttavia, ha precisato che le attività congressuali possono tenersi solo se si svolgono a distanza, quindi il congresso è stato trasferito su Skype. Peraltro, nello stesso giorno del 24 ottobre, dovrebbero prima svolgersi - sempre da remoto - i congressi regionali, per eleggere i delegati che dovranno esprimersi al congresso (l'attività non dovrebbe essere molto lunga, visto il numero non elevato di soci attivi), da tenere secondo il regolamento diffuso sul sito www.democraziacristianastorica.it.
L'ordine del giorno del congresso nazionale prevede che si discuta la relazione del presidente dell'associazione, si propongano e si decidano gli indirizzi politici del partito, si eleggano il segretario, il consiglio nazionale e i due terzi dei membri della commissione elettorale nazionale; dovrebbero essere discusse anche alcune modifiche statutarie (nomina dei coordinatori regionali in via transitoria per convocare i congressi regionali e nominare gli organi di quel livello; nomina di una commissione nazionale che elabori le proposte di modifica allo statuto e delega del potere di modifica al consiglio nazionale con quorum determinato dall'assemblea; decisioni sul modo di convocare gli organi del partito).
Si tratta dunque dell'ennesima "puntata parallela" di una vicenda assai delicata e complicata. Lo stesso Luciani, a dire il vero, nella mail di invio della convocazione ammette che qualcosa potrebbe non essere pienamente in regola anche questa volta, ma esorta all'indulgenza e a guardare al risultato da ottenere: "Voglio ricordare il Vangelo: 'Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?'. [...] Siccome anch'io (presumo) avrò fatto qualche illegalità (perché il vecchio Statuto del 1984 è difficilissimo da applicare, essendo superato dall'ambiente di oggi), chiedo a tutti di chiudere un occhio se scoprono qualcosa di imperfetto, purché (per il bene dell'Italia) il partito storico dei Cattolici possa tornare in Italia". Luciani precisa anche, nella speranza che questo possa prevenire nuovi contenziosi - oltre a quelli già in corso - che le persone impegnate nel tentativo da lui guidato di far tornare la Dc non vogliono "la restituzione del patrimonio", citando le note questioni legate agli immobili che furono del partito e le cui vicende sono state assai travagliate: i partiti che hanno ritenuto di essere eredi della Dc per Luciani hanno usato quei cespiti di patrimonio "nell'esercizio della loro funzione di utilità pubblica", quindi nessuno dovrebbe ostacolare il nuovo tentativo di Luciani che non ha intenzione di rivendicare alcun bene.
Il 20 ottobre, tuttavia, è partita una diffida a Luciani da parte di Franco De Simoni e Raffaele Cerenza, perché non usi nome e simbolo della Dc e non tenga il congresso il 24 ottobre: nell'atto scrivono che sarebbe "del tutto illegittima la pretesa" di Luciani di qualificarsi prima presidente ad interim della Dc e poi - dopo le "presunte" dimissioni di Fontana dalla presidenza - presidente nazionale della stessa, così come sarebbe illegittima la pretesa di convocare e celebrare il congresso del 24 ottobre.
Sempre il 20 ottobre, peraltro, Cerenza e De Simoni hanno indirizzato un'altra diffida, questa volta a un indirizzo di Brescia (e al prefetto e al questore della città): proprio lì, sempre il 24, è previsto che si svolga un altro congresso, questa volta provinciale, della Democrazia cristiana. Che non è quella guidata a livello nazionale da Cerenza e De Simoni e nemmeno quella legata a Luciani, ma la Dc che da anni opera sotto la segreteria di Angelo Sandri, che si avvia a celebrare il XXIV congresso nazionale (altro che XIX...), mentre quello bresciano sarebbe proprio il XXIV congresso provinciale ordinario. Lo stesso Sandri dovrebbe partecipare a quell'assise, anche perché tra domani e dopodomani dovrebbe svolgersi una riunione della direzione nazionale del partito proprio a Brescia.
Nella loro ulteriore diffida, Cerenza e De Simoni scrivono di aver saputo che il 24 ottobre si terrà "un sedicente XXIV Congresso di una componente politica facente riferimento ad sig. Angelo Sandri che, malgrado non [abbia] titolo giuridico per usare il nome e il simbolo della Democrazia Cristiana storica, continua a farlo": richiamate le tappe del loro percorso di riattivazione della Dc (fino al "loro" XIX congresso dello scorso settembre), i diffidanti segnalano che varie pronunce (sia le note sentenze d'appello e di cassazione del 2009-2010, sia le pronunce originate da un giudizio civile iniziato nel 2006 dallo stesso Sandri, con l'idea di ottenere l'uso esclusivo e indisturbato del simbolo e la restituzione del patrimonio del partito) avrebbero sostanzialmente deciso che il gruppo legato a Sandri non ha titolo per rivendicare nome e simbolo della Democrazia cristiana. Tanto basta, secondo Cerenza e De Simoni, per diffidare i rappresentanti bresciani della Dc a non usare più i segni distintivi democristiani e a chiedere al prefetto e al questore di inibire l'uso degli stessi.
Chi pensava, dunque, che dopo le ultime sentenze del 2019 le liti fossero finite ha sbagliato in pieno. I contenziosi, anzi, continuano: si attende in particolare l'esito delle due cause in corso presso il tribunale di Roma, rispettivamente sul congresso del 2018 (che potrebbe virare verso la cessazione della materia del contendere, ma non è ancora certo e soprattutto si dovrebbe capire esattamente sulla base di cosa) e sulla precedente assemblea dei soci del 2017 (giudizio il cui esito invece è ancora tutto da determinare). Quando ci saranno novità, ovviamente, verranno illustrate qui, aggiungendo nuove puntate alla storia dello scudo crociato.

lunedì 19 ottobre 2020

Dubbi su simboli e firme: tutto da rifare (ancor prima di votare) a Tremestieri Etneo

A volte le elezioni fanno rumore più quando non si svolgono rispetto a quando si tengono regolarmente. Ora tra questi casi rientra pure quello di Tremestieri Etneo, circa 20mila abitanti, uno dei tre comuni "superiori" della provincia di Catania (con Bronte e San Giovanni La Punta) che avrebbero dovuto rinnovare la loro amministrazione il 4 e il 5 ottobre: gli altri due lo hanno fatto, Tremestieri Etneo no. Lì, infatti, le elezioni sono state sospese e rinnovate per scelta della giunta regionale siciliana, a causa di vizi e generalizzati relativi alle firme di presentazione delle liste. La decisione apre un
vicenda intricata e delicata: se ne parla in questo sito perché presenta almeno un profilo rilevante legato ai simboli e ai contrassegni elettorali, che getta tra l'altro un alone di dubbio sulle condizioni in cui potrà svolgersi il nuovo turno elettorale. Vale però la pena di ripercorrere i fatti con calma, con la massima attenzione.

Ripetere, dall'inizio

Il 2 ottobre la giunta regionale siciliana, su proposta del presidente Nello Musumeci, ha deciso di sospendere le consultazioni: la Procura della Repubblica catanese aveva fatto sapere che i carabinieri di Gravina di Catania avevano segnalato "la sussistenza di illeciti di rilevanza penale correlati alle sottoscrizioni e alle relative autenticazioni delle liste dei candidati alle elezioni comunali del Comune di Tremestieri Etneo" ed "evidenziati a carico di una pluralità di liste", per cui secondo il presidente sarebbe stata compromessa la regolarità delle elezioni. La delibera di giunta del 2 ottobre aveva scelto per il nuovo voto il 29 e il 30 novembre, con eventuale ballottaggio il 13 e 14 dicembre; i due atti seguenti, però, hanno chiarito che non si trattava di un mero rinvio dell'iter iniziato, in attesa di accertamenti. 
Il 3 ottobre, infatti, un decreto dell'assessora alle autonomie locali Bernardette Felice Grasso ha rilevato che stavano emergendo illeciti penali circa la presentazione di 9 liste delle 10 che avrebbero dovuto partecipare alle elezioni: trattandosi della "quasi totalità delle liste presentate per la competizione elettorale", ci sarebbero state "cause di forza maggiore così come previsto dall'articolo 8 del d.P.Reg. 20 agosto 1960, n. 3" (cioè il testo unico per l'elezione dei consigli comunali siciliani): sono così state sospese le elezioni per il 4 e 5 ottobre, lasciando poi a un nuovo decreto assessorile l'indizione di nuovi comizi elettorali. Il nuovo decreto è arrivato il 6 ottobre: lì si è precisato che le informazioni trasmesse dalla procura costituivano "un vizio di regolarità del procedimento elettorale" e dunque "avrebbero turbato lo svolgimento dell'adunanza elettorale presso il comune di Tremestieri Etneo", per cui l'unica soluzione era la "ripetizione, ex novo, dell'intero procedimento elettorale".

Le segnalazioni e l'indagine

Questi atti, a dispetto del termine "sospensione", hanno messo una pietra enorme sulla procedura elettorale prevista per il 4 e il 5 ottobre, già funestata dalla positività al Coronavirus di uno dei tre candidati, Santo Nicosia: quesit (dopo un primo periodo di quarantena) il 27 settembre era risultato nuovamente positivo al nuovo tampone di pochi giorni prima, per cui aveva chiesto il rinvio delle elezioni per non aver potuto in alcun modo fruire della campagna elettorale. Contesta però la soluzione scelta il MoVimento 5 Stelle, principalmente attraverso la sua consigliera uscente e candidata sindaca Simona Pulvirenti: le critiche, illustrate sabato in una conferenza stampa da lei e dall'europarlamentare M5S Dino Giarrusso, sono innanzitutto formali, ma anche di merito. Per capirle, però, occorre fare un passo indietro.
Negli ultimi giorni di settembre, a quanto scrivono varie testate online, pare che "un candidato, poi ritiratosi, abbia segnalato delle irregolarità nella fase di raccolta delle firme per la presentazione delle liste", anche se c'è chi parla di ben quattro denunce. "In quei giorni - spiega Pulvirenti, interpellata da I simboli della discordia - io e altre persone ci siamo rese conto che i carabinieri si sono presentate in varie case di abitanti di Tremestieri, c'era una marea di volanti su tutto il territorio comunale; alcuni cittadini, poi, dicevano che quei carabinieri stavano 'controllando le firme', facendo apporre le firme delle persone su pezzi di carta per confrontarle con altre. A quel punto, allarmata per questa situazione che non capivo, ho contattato Dino Giarrusso, chiedendogli cosa si potesse fare". 
Giarrusso si è rivolto all'ufficio competente, chiedendo l'accesso agli atti di presentazione delle liste: "Mi è stato detto - ha spiegato in conferenza stampa  che non era possibile rilasciarmi copia di quegli atti perché al momento questi sono oggetto di un'indagine da parte della Procura della Repubblica". Nel frattempo, però, la giunta regionale siciliana aveva già deciso di sospendere le elezioni del 4-5 ottobre (due giorni prima che si aprissero i seggi). 

Il problema delle firme

Anche senza disporre degli atti di presentazione delle liste, tuttavia, gli esponenti del M5S si sono fatti un'idea di ciò che potrebbe essere accaduto e ne hanno parlato in conferenza stampa. Il punto di partenza delle riflessioni è il dato, riferito negli atti della Regione Sicilia, in base al quale sarebbero emersi (ovviamente senza che su questo vi sia stato ancora un processo)
illeciti penali relativi alla presentazione di 9 liste delle 10 presentate. Questo, per Pulvirenti e Giarrusso, significa per forza che l'unica lista non toccata da quei sospetti di illiceità è quella del MoVimento 5 Stelle: "Come M5S siamo presenti all'Assemblea regionale siciliana - ci spiega Pulvirenti - e non abbiamo avuto bisogno di raccogliere le firme per la nostra lista; le altre 9 dovevano invece essere sostenute da firme e su quelle si sta concentrando l'indagine".
In effetti, in base alle norme valide per le elezioni comunali nella Regione Sicilia, è richiesto che ciascuna lista sia sostenuta da un certo numero di sottoscrittori (almeno 250 e non oltre 800, in base al numero di abitati di Tremestieri Etneo); non devono invece raccogliere firme le liste presentate dai "partiti o gruppi politici costituiti presso l'Assemblea regionale siciliana in gruppo parlamentare o che nell'ultima elezione regionale abbiano ottenuto almeno un seggio, anche se presentino liste contraddistinte dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli" (purché ovviamente siano sottoscritte e presentate dal rappresentante regionale della forza politica o da persone da questo regolarmente delegate). 
Il M5S è effettivamente presente con il suo gruppo all'Ars, dunque era - e sarà - certamente esonerato dalla ricera di sottoscrittori. Non possono invece dire di contare su un gruppo all'Assemblea regionale siciliana, né di aver eletto un proprio rappresentante alle ultime regionali del 2017 né l'unica lista presentata in appoggio a Santo Nicosia (che univa le "pulci" di Santo Nicosia sindaco, 
Unità siciliana e Nuova luce su Tremestieri, quest'ultima entrata in consiglio comunale cinque anni fa), né almeno 7 delle ben 8 liste che sostenevano la ricandidatura del sindaco uscente Santi Rando. Per lo meno 8 liste sulle 10 presentate, dunque, avrebbero dovuto raccogliere le firme. 
Si potrebbero avere dubbi sulla nona, quella di Fratelli d'Italia (in appoggio a Rando), dal momento che il suo nome è stato riportato per esteso nel contrassegno utilizzato. La legge regionale, però, prevede che il beneficio dell'esenzione valga anche ove la lista sia distinta "
dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli": a voler essere molto rigidi, il simbolo tradizionale di Fdi non è riportato per intero (manca la fiamma tricolore, uno degli elementi più rilevanti), quindi è possibile che anche quella lista sia stata considerata slegata da un partito. Naturalmente, non disponendo degli atti di presentazione della lista per capire meglio, la lista potrebbe essere stata comunque considerata emanazione di Fdi: le anomalie contestate potrebbero riguardare la sola autenticazione della firma di chi ha presentato la lista (potrebbe, per esempio, essere stata contraffatta la firma di chi ha autenticato la sottoscrizione).   

Le critiche (formali e sostanziali) del M5S

Che si stia profilando una situazione grave e delicata, appare già chiaro da questi elementi (ove ovviamente l'indagine della Procura li confermasse). Il MoVimento 5 Stelle avversa però la scelta della Regione di sospendere questa procedura elettorale e iniziarne una nuova, indicando come date il 29 e il 30 novembre. La prima ragione è di natura formale: "L'articolo 8 del testo unico per le elezioni comunali siciliane - spiega Simona Pulvirenti per il M5S - prevede che la data delle elezioni sia fissata, dopo una delibera della giunta regionale, con un decreto dell'assessore per le autonomie locali che dev'essere emanato 'non oltre il 60° giorno ed, eccezionalmente, non oltre il 55° giorno precedente quello della votazione'. Il decreto dell'assessora però è datato 6 ottobre, che è il 54° giorno precedente la prima data indicata per il voto, cioè il 29 novembre: c'è un giorno in meno anche rispetto al termine eccezionale previsto, dunque queste nuove elezioni sono state indette senza rispettare le norme vigenti".
Già su questo punto, il MoVimento 5 Stelle sta meditando di impugnare davanti al Tar di Catania l'atto di indizione delle nuove elezioni, facendo dunque valere un motivo formale ma - almeno apparentemente - di insuperabile violazione di legge. Non si tratta però dell'unica ragione di perplessità e preoccupazione per il M5S, che ha chiesto e ottenuto - attraverso le sue rappresentanti nell'Assemblea regionale siciliana Jose Marano e Gianina Ciancio - di audire in commissione Affari istituzionali l'assessora alle autonomie locali 
Bernardette Grasso proprio sulla vicenda della ripetizione delle elezioni. Nella seduta del 13 ottobre, Grasso ha ricordato che la giunta ha deciso la sospensione e il rinvio del voto sulla base delle informazioni ricevute dalla Procura catanese e che, dal momento che "l'assessorato ha interesse ad un corretto svolgimento della procedura elettorale", dopo la nuova convocazione dei comizi "occorrerà procedere ad una nuova presentazione delle liste con la ripetizione dell'intera procedura". 
La spiegazione, tuttavia, non sembra avere convinto per nulla Ciancio, così come non erano convinti ieri la candidata Pulvirenti e l'eurodeputato Giarrusso. Il problema è innanzitutto legato ai tempi: la fine di novembre sarebbe un momento troppo vicino perché si possa effettivamente sapere cosa è accaduto, quali atti illeciti sono effettivamente stati compiuti e - soprattutto - da chi. Aveva dichiarato Ciancio che il mero rinvio "
non può garantire la legittimità della nuova procedura e, pertanto, non può costituire la soluzione del problema, qualora le medesime liste coinvolte dalle irregolarità venissero ammesse in occasione delle nuove elezioni". Sembra di capire che, per il M5S, il problema della partecipazione alle nuove elezioni non riguarderebbe solo le liste affette da anomalia, ma le persone che avrebbero commesso gli illeciti in via di accertamento.
Per Pulvirenti e Giarrusso, infatti, sarebbe inaccettabile che le stesse persone che hanno concorso alla presentazione di quelle liste in violazione della legge potessero partecipare anche alle nuove elezioni, magari sotto altre insegne. Già, perché per Giarrusso quello di Tremestieri Etneo è anche un problema di simboli, usati e "nascosti". Durante la conferenza di sabato, infatti, il parlamentare europeo M5S ha sottolineato come, a suo dire, sei delle otto liste della coalizione in appoggio al sindaco uscente Santi Rando fossero "l'accozzaglia di tutti i partiti i quali, per non ammettere che si sono coalizzati tutti insieme contro il MoVimento 5 Stelle, hanno creato dei simboli 'clone', simili, ammiccanti, ma diversi. Questa, a mio parere, è la prima presa in giro dei cittadini, degli elettori: se ci si vuole candidare non c'è motivo di camuffarsi, ma forse si voleva evitare che qualche giornalista scrivesse che si era messo insieme tutto e il contrario di tutto, quindi si è preferito far figurare tutte le formazioni come liste civiche". 
Se fosse andata così, ovviamente, la scelta di non essere legati ai rispettivi partiti aveva come prezzo l'impossibilità di fruire dell'esenzione dalla raccolta firme e dunque - per 8 liste civiche a sostegno di Rando - la necessità di raccogliere almeno 2mila sottoscrizioni (pari a circa un decimo degli abitanti del comune, anche se coloro che possono firmare sono certamente di meno); a queste si devono aggiungere almeno altre 250 firme per la lista a sostegno di Santo Nicosia e, in ogni caso, il numero effettivo totale dovrebbe essere più elevato perché nessuno rischia di far escludere la sua lista per aver raccolto giusto il numero di sottoscrizioni necessarie ed essersene vista invalidare qualcuna
. Almeno una parte di queste firme, a quanto pare stia emergendo, non sarebbero dunque state correttamente ottenute e autenticate e il problema non riguarderebbe una, ma addirittura nove liste su dieci (dunque tutte tranne il M5S che - come si è detto - era esonerato dalla raccolta)
Stando così le cose, 
Giarrusso ha lanciato l'allarme: "In teoria in una gara chi si comporta in modo scorretto viene squalificato, non può più partecipare. Con la rinnovazione totale della procedura elettorale, invece, di fatto la Regione Sicilia riapre i giochi, permettendo a tutti di candidarsi. Questo non ci sta bene, non è corretto né democratico. In passato partiti anche molto importanti che non hanno rispettato le regole, magari depositando le liste in ritardo com'era avvenuto in Lazio, sono stati esclusi. A mio parere, chi a Tremestieri Etneo non ha rispettato le regole non ha diritto di ricandidarsi in questa nuova finestra aperta dalla regione: dal punto di vista etico certamente questo non è corretto, dal punto di vista giuridico stiamo valutando con un legale se ci sono gli estremi per un ricorso al Tar e, se si farà, sosterremo le spese legali". Per corroborare la sua tesi, Giarrusso ha mostrato un "santino" per le nuove elezioni di fine novembre di una persona che all'inizio di ottobre era candidata in una delle liste a sostegno di Rando (Migliora Tremestieri) e ora si presenterebbe con il simbolo di Fratelli d'Italia: "C'è già stata una prima presa in giro degli elettori con quei simboli cloni e le firme in violazione della legge; c'è già stato un primo furto di democrazia con la sospensione del voto e non vorremmo che ce ne fosse un secondo, permettendo a chi ha già preso in giro i cittadini di presentarsi sotto altre insegne". 

La questione dei simboli utilizzati

Fin qui si è riportato il contenuto della "denuncia" del M5S. si tratta ora di valutare la sua fondatezza e quanto sia stata corretta la decisione della giunta siciliana. Si può iniziare col dire che oggettivamente la questione delle firme (che per l'ennesima volta si ripropone) si innesta su una situazione già anomala, per lo meno con riguardo al panorama "simbolico" delle liste che sostengono la ricandidatura del sindaco uscente. Se nessuno ha avuto nulla da dire sulla lista Migliora Tremestieri (non somiglia a emblemi già noti e soprattutto già nel 2015 era tra le quattro che avevano sostenuto la prima corsa di Randi), gli altri contrassegni della coalizione per un motivo o per l'altro ricordavano qualcosa.
Non è chiaro il motivo per cui il M5S abbia accostato il simbolo di Tremestieri in primo piano a quello del Pd, al di là del motivo tricolore; il nome e l'uso della lente d'ingrandimento rimandava invece a La gente in primo piano, la lista più forte delle quattro presentate nel 2015 da Sebastiano Di Stefano (che stavolta era proprio il capolista di Tremestieri in primo piano). Non era compresa nell'elenco dei "cloni" la lista Forza Tremestieri, anche se il nome poteva rimandare a Forza Italia; il cuore su fondo tricolore, in compenso, somigliava all'elemento centrale del fregio di Tremestieri nel cuore, che nel 2015 sostenne la candidatura di Fabrizio Furnari (che stavolta era un semplice candidato di Forza Tremestieri). Se un nome simile a quello di Fi lo si è appena visto, la bandiera forzista faceva capolino nel simbolo di Tremestieri protagonista, con le bande oblique di colore verde e rosso a richiamare il simbolo berlusconiano. Tornando a pescare dal 2015, era stato conservato il quadrifoglio in rilievo della lista Il quadrifoglio, ma ora quell'emblema era associato alla lista Tremestieri viva, che nel nome poteva rimandare al nuovo partito di Matteo Renzi. 
Qualcosa di simile alla "spunta alata" renziana, invece, compare nel simbolo di Volare per Tremestieri, che invece per i colori e un accenno di "vele" rosse e gialle rimanda con una certa nettezza all'ultima versione del simbolo del Movimento per le autonomie fondato Raffaele Lombardo. Si è già visto che il simbolo di Fratelli d'Italia era stato ripreso quasi per intero in queste elezioni, fatta eccezione per la fiammella nella parte inferiore; il contrassegno scelto per Andiamo avanti Tremestieri, per il segmento inferiore blu con scritta gialla sopra, rimanda in compenso - anche se debolmente - alla grafica della Lega, pur mancando ogni rimando pittografico. Fin qui si trattava - è bene precisarlo - di operazioni legittime, ma certamente anomale nel loro complesso, come legittimo e insieme anomalo era il fenomeno che aveva portato vari candidati del 2015 a ripresentarsi questa volta, sotto insegne simili o del tutto diverse. Certo è che, se su quel panorama si innesta la questione delle firme potenzialmente contraffatte, le anomalie si sommano e rendono la situazione decisamente delicata.  

Quali soluzioni giuridiche possibili?

Detto questo, è tempo di chiedersi se la Regione Sicilia abbia deciso correttamente di sospendere le elezioni e di rinnovare l'intero procedimento. Qui non si analizzerà la questione del termine per indire le elezioni: il mancato rispetto per un giorno del dettato normativo sul termine per le elezioni è evidente, anche se toccherà ai giudici amministrativi valutare se quel termine è meramente ordinatorio o (come qui si crede) vincolante e, ove decidano di annullare l'atto di indizione, valutare anche il modo più opportuno di procedere (per evitare che la situazione di stallo e di prorogatio duri a lungo). Ciò detto, la scelta di "ripartire da zero" con le elezioni presenta a livello logico e "morale" una serie di aspetti problematici, che però non sembrano facilmente risolvibili sul piano giuridico
In base al calendario stabilito dalla regione sulla base delle norme in vigore, le candidature dovranno essere presentate dal 30 ottobre alle ore 12 del 4 novembre: da qui ad allora non saranno nemmeno formulate le accuse a coloro che avessero commesso qualche reato nella precedente procedura elettorale, dunque di certo quelle persone non potranno essere condannate con sentenza definitiva entro allora (e francamente non sarebbe nemmeno auspicabile, dovendosi applicare in quel caso tempi da processo sommario). Ciò significa, inevitabilmente, che quelle persone potranno regolarmente candidarsi alle elezioni del 29 e 30 novembre e anche essere elette: ovviamente però il procedimento penale andrà avanti (le elezioni del 4-5 ottobre non a caso sono state sospese, non annullate, quindi i reati non vengono meno e le indagini continueranno), per cui se una persona eletta sarà poi condannata e ci fossero gli estremi per far scattare l'incandidabilità, questa decadrebbe.
Ovviamente sul piano "morale", come l'ha chiamato Giarrusso, c'è qualcosa di stonato nell'eventualità che chi ha commesso un reato elettorale possa subito ricandidarsi. Il problema però sta proprio lì: chi dovrebbe "stare fermo un giro" e chi dovrebbe deciderlo? Può esserci la tentazione di dire che chiunque si sia candidato in una lista interessata da illeciti nella raccolta e autenticazione delle firme, ma deve essere lasciata da parte: il solo fatto di essere tra gli aspiranti consiglieri di una lista illegittimamente presentata non può significare in automatico che si è responsabili dei reati legati a quella presentazione illegittima; paradossalmente, neanche la persona candidata a sindaco sarebbe per ciò solo responsabile di eventuali contraffazioni di firme. Certo, se sono state falsificate delle sottoscrizioni, sarà responsabilità di una o più persone, magari anche tra quelle che si sono candidate, ma spetterà alla magistratura penale individuarle a seguito degli accertamenti necessari. Non può certo essere un organo politico come la giunta regionale, un organo amministrativo o un organo sui generis come una Sottocommissione elettorale circondariale a decidere se una persona ha compiuto atti penalmente rilevanti e se può o non può candidarsi, magari addirittura prima che le indagini siano state chiuse.
Può ripugnare l'idea che si ripresenti immediatamente alle elezioni, per giunta senza fare nemmeno la fatica di raccogliere le firme grazie all'uso di un simbolo esente, qualcuno che - a qualunque titolo, ma non per forza per essere stato candidato in una lista "sospetta" - abbia concorso alla presentazione di una lista con condotte illecite. Gli avversari - come il MoVimento 5 Stelle - hanno tutto il diritto di segnalare la cosa e di farla valere in campagna elettorale per cercare di convincere elettrici ed elettori, ma non si può chiedere l'esclusione a priori di quelle persone, senza che i giudici abbiano accertato prima cosa è accaduto e chi ne sia responsabile. Del resto, le limitazioni al diritto di elettorato passivo possono e devono essere previste esclusivamente per legge e vanno tassativamente individuate.
Quali sarebbero state le alternative? Non sembra sia prevista - salvo errore di chi scrive, ovviamente - la possibilità di commissariare il comune per scadenza del mandato amministrativo, per il solo fatto che le elezioni sono state sospese e sembrano viziate a causa dei comportamenti illeciti di singole persone: il caso più simile, tra quelli espressamente previsti, sarebbe lo scioglimento per il compimento, da parte del consiglio comunale, di "atti contrari alla Costituzione" o quando vi siano "gravi e persistenti violazioni di legge" o "gravi motivi di ordine pubblico", ma qui evidentemente non c'è alcun atto del consiglio comunale. L'unica soluzione immaginabile, probabilmente, sarebbe stata far svolgere comunque regolarmente le elezioni il 4 e il 5 ottobre, lasciando che poi alcuni cittadini elettori o magari la stessa candidata sindaca del MoVimento 5 Stelle impugnassero la proclamazione degli eletti per l'illecita presentazione delle liste. Uno scenario simile, peraltro, potrebbe aversi se il Tar annullasse il decreto di indizione delle nuove elezioni, in sostanza riattivando la precedente procedura elettorale sospesa e individuando subito una data utile per le elezioni da svolgere con gli stessi candidati che si sarebbero dovuti presentare il 4 e il 5 ottobre.
Dev'essere chiaro, infatti, che anche in quel caso le liste "sospette" sarebbero dovute e dovrebbero comunque finire sulla scheda elettorale, senza possibilità di escluderle. L'esempio fatto da Giarrusso, che chiaramente rimanda all'esclusione della lista del Pdl dalle regionali del Lazio del 2010 (nella sola circoscrizione di Roma), non potrebbe applicarsi qui: all'epoca la lista era stata esclusa per un ritardo nella presentazione dei documenti, ma la contestazione era stata fatta immediatamente, infatti le candidature non furono ammesse e due sentenze del Tar e del Consiglio di Stato confermarono l'esclusione. Qui invece le 9 liste che sarebbero affette da vizi dovuti a condotte illecite sono state regolarmente ammesse e il procedimento elettorale era arrivato fin quasi alle sue ultime fasi: liste e candidati "sospetti", dunque, avrebbero dovuto e dovrebbero ricevere regolarmente i consensi di elettrici ed elettori che volessero votare in quel modo, senza che nessun organo abbia l'autorità e il potere di escluderli. I cittadini elettori e le persone candidate interessate, naturalmente, avrebbero tutto il diritto di contestare il risultato, impugnando la proclamazione degli eletti sulla base dei risultati delle indagini una volta che fossero noti e contestando la validità di firme e autenticazioni; un procedimento, quest'ultimo, che potrebbe avere tempi lunghi, perché per contestare le autenticazioni di pubblici occorre o procedere per querela di falso o - dopo le sentenze del Tar Torino del 2014 sul "caso Piemonte" di quattro anni prima - attendere una sentenza penale definitiva sui reati di falso elettorale.
Ove anche le elezioni si svolgessero con l'offerta elettorale che era prevista per il 4-5 ottobre e i giudici amministrativi accogliessero un'eventuale impugnazione per i vizi che sono stati ricordati, quasi certamente il risultato sarebbe in ogni caso la ripetizione delle elezioni e non l'assegnazione della vittoria e di tutti i consiglieri al MoVimento 5 Stelle: prendendo per buono quanto stabilito dal Consiglio di Stato nel 2018 a proposito della vicenda dei Fasci italiani del lavoro a Sermide e Felonica, non possono che rendere necessarie nuove elezioni tutti gli interventi sull'offerta elettorale (qui legati all'accertamento che certe liste non dovevano partecipare alle elezioni) "suscettibili di alterare in maniera significativa il risultato complessivo della consultazione", poiché l'eliminazione di nove liste su dieci, con il loro carico di suffragi evidentemente consistente, renderebbe "impossibile determinare con attendibilità, in seguito ad una ipotetica eliminazione dei voti dati all[e] list[e] illegittimamente [ammessa], a quali forze politiche essi sarebbero stati attribuiti dall'elettorato". 
Si potrebbe a quel punto avere la tentazione di chiedersi perché mai si dovrebbe perdere tutto questo tempo, per poi dover rivotare di nuovo; anche per questo, probabilmente, la Regione aveva provveduto a indire daccapo nuove elezioni, anche se questo ovviamente permetteva la partecipazione anche a chi prima avesse agito scorrettamente. Certo, i termini di legge non sono stati rispettati e un ricorso è sempre possibile, ma sta al M5S o ad altri potenziali ricorrenti decidere se impugnare l'atto di indizione, con il probabile effetto di ritornare al voto con le liste "sospette" per poi ricorrere contro la proclamazione degli eletti e attendere l'annullamento delle elezioni, oppure evitare di fare ricorso e lasciare che le elezioni di fine novembre si svolgano, stigmatizzando le anomalie verificatesi in precedenza e attendendo che eventuali condanne portino altrettanto eventuali eletti alla decadenza.
Come si vede la situazione è molto delicata e complessa, ancora una volta per una questione di regole non rispettate (e anche, a quanto pare, per un uso per lo meno disinvolto dei simboli). Qui naturalmente non si accusa nessuno, toccherà ai magistrati fare chiarezza e, se investiti della questione, decidere sulle elezioni; nel frattempo, si può solo dire che il miglior modo per non perdere tempo e risorse è rispettare le regole, anche solo quelle del buon senso, valide persino in ambito elettorale. Anche se a volte, in effetti, non sembra.