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martedì 12 novembre 2019

"Popolo Partite Iva", per i giudici la dicitura resta nel simbolo del Ppa

In materia di partiti, come del resto in vari altri ambiti, vale il concetto "a volte ritornano". No, non si sta parlando di politici che hanno compiuto una parte di percorso più o meno nota sotto alcune insegne e poi ricompaiono a distanza di tempo, magari legati ad altre formazioni; qui, molto più semplicemente, s'intende che determinate questioni, sollevate in un certo momento storico, in non pochi casi si ripresentano e non è raro che questi prendano le forme del contenzioso giuridico, se la vicenda è complessa o ricca di tensione. Alla fine del 2018 ci si era domandati, sulla base di alcune notizie circolate sulla Rete, chi avesse titolo per utilizzare la dicitura "Popolo Partite Iva", che alle politiche dello scorso anno era comparsa nel contrassegno del Ppa - Partito pensiero e azione, ma era legata alla federazione con quella forza politica del Movimento politico Popolo Partite Iva, operante come soggetto associativo dal 2015. 
All'inizio di dicembre del 2018 era stato annunciato un patto federativo tra il movimento Popolo Partite Iva e Fratelli d'Italia, con tanto di conferenza stampa alla Camera; immediatamente dopo quell'annuncio, sul sito del Ppa era apparso un comunicato in cui si rivendicava la titolarità esclusiva a utilizzare "la dizione 'Popolo partite Iva', inserita in un logo o simbolo a fini elettorali" e, sulla base dell'iscrizione del Ppa nel Registro dei partiti, essa si riservava "ogni azione nei riguardi di coloro che, agendo impropriamente, ci arrecassero nocumento". Toni, questi, che lasciavano trasparire rapporti tesi e la possibile nascita di una causa sulla questione. Eventualità che si è puntualmente verificata, a quanto si è appreso, con un ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile da parte di Lino Ricchiuti, presidente dell'associazione movimento politico Popolo Partite Iva, con cui si chiedeva al tribunale di Roma di inibire al Ppa l'uso della dicitura "Popolo Partite Iva": il ricorso era stato presentato il 26 aprile 2019, dopo che Piarulli una ventina di giorni prima aveva depositato al Ministero dell'interno il contrassegno per le elezioni europee, contenente proprio quel riferimento testuale che, secondo Ricchiuti, era illegittimo, ritenendo che solo il suo movimento politico potesse impiegare l'espressione "Popolo Partite Iva". Il 16 ottobre, tuttavia, il Tribunale di Roma ha emesso un'ordinanza con cui ha rigettato il ricorso di Ricchiuti, con relativa condanna alle spese.
Nel provvedimento della giudice Damiana Colla è brevemente ripercorsa la storia del movimento politico Popolo Partite Iva, fondato nel 2015, attivo con continuità da allora, federato - assieme ad altri soggetti - con il Ppa per le sole elezioni del 2018, "senza avere mai autorizzato parte resistente, al di fuori di tale limitato contesto, ad utilizzare il nome Popolo Partite Iva per le elezioni europee e per altre competizioni elettorali e nemmeno su siti internet o pagine Facebook": l'uso reiterato dell'espressione da parte del partito (che ne ha fatto parte del nome) e di Antonio Piarulli, invece, si sarebbe tradotto in un'usurpazione del nome. Diversa, naturalmente, era l'opinione dello stesso Piarulli, il quale aveva prodotto una mail del 6 gennaio 2018 (un paio di settimane prima della presentazione dei contrassegni per le elezioni politiche) con cui Ricchiuti "aveva confermato la sua volontà di aderire, in qualità di Presidente dell'Associazione Popolo Partite Iva, al progetto politico del Ppa senza alcuna limitazione temporale"; ancora Piarulli aveva rivendicato l'uso continuato da parte del Ppa della dicitura "Popolo Partite Iva" in occasioni successive a quelle elezioni, in coerenza con l'art. 10, comma 1, lettera d del proprio statuto ("Tutti i simboli usati nel tempo dal Partito, anche se non più utilizzati, o modificati, o sostituiti, saranno di proprietà del partito") e "con la consapevolezza (e la tolleranza) - così si legge sempre nell'ordinanza - della controparte", che invece avrebbe strumentalmente agito dopo l'accordo con Fdi. 
Ricordato che, a norma dell'art. 700 c.p.c., è possibile ottenere dal giudice i provvedimenti d'urgenza "più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito" solo se la domanda della parte appare fondata (almeno a un esame sommario) e se sul diritto del ricorrente grava un "pregiudizio imminente e irreparabile" dato dai tempi che richiederebbe il processo ordinario a cognizione piena, la giudice nega che esista proprio questo secondo requisito (il cosiddetto periculum in mora). In effetti, come ricordato, il ricorso era stato depositato prima delle elezioni europee, indicando espressamente l'urgenza di non confondere la proposta politica del Ppa e quella del Popolo Partite Iva (federato con altro partito) e, dopo aver rilevato che non c'erano ragioni così gravi per concedere l'inibitoria richiesta senza nemmeno sentire le ragioni della controparte, la giudice aveva fissato una prima udienza con entrambe le parti l'8 maggio; in quella data, però, la notifica al Ppa era risultata viziata e la parte non si era costituita e lo stesso era successo alla successiva udienza del 15 maggio. Quelle successive si sono tenute tutte dopo la data del voto alle europee: già solo per questo, sarebbe venuta meno l'urgenza di provvedere con l'inibitoria non preceduta da una piena cognizione della vicenda.
Per la magistrata, peraltro, non ci sarebbe alcuna urgenza di pronunciare un'inibitoria anche perché, fino al momento del ricorso, Ricchiuti avrebbe mostrato "un contegno tollerante" verso la condotta del Ppa, visto che risultano altre partecipazioni elettorali del partito guidato da Piarulli con la dicitura contesa nel simbolo - presentato anche alle regionali lucane di quest'anno, ma poi la lista non aveva partecipato, probabilmente perché le firme non erano complete  - e non c'erano state reazioni giuridicamente rilevanti da parte del Popolo Partite Iva (in effetti Ricchiuti aveva presentato tra i suoi documenti "una risposta del Piarulli a non meglio precisate rimostranze relative al simbolo del Ppa (contenente la scritta Popolo Partite Iva), per come presentato al Viminale ed ammesso alle elezioni europee", ma non era stato riprodotto il testo della lamentela alla base della risposta e non si precisava chi si era lamentato (dunque non era provato che la doglianza fosse arrivata dal ricorrente). Da ultimo, il fatto stesso che il movimento politico Popolo Partite Iva non fosse un partito e non avesse presentato proprie candidature autonome, essendosi limitato a sostenere Fratelli d'Italia, per la giudice non consentiva di individuare un pregiudizio (imminente e irreparabile) che il soggetto guidato da Ricchiuti avrebbe potuto subire dall'uso del suo nome fatto dal Ppa.
Sarebbero bastate le considerazioni sulla mancanza del periculum in mora a respingere il ricorso, ma la giudice si è voluta esprimere anche sul profilo legato alla fondatezza della domanda, certamente il più rilevante sul piano sostanziale e che avrebbe potuto portare la concessione dell'inibitoria senza nemmeno ascoltare le ragioni del Ppa (inaudita altera parte) se le lamentele del ricorrente fossero apparse fondate. Per la magistrata, però, non c'erano elementi "per ritenere che [...] l'accordo tra le parti relativo all'utilizzo della dicitura in questione nel simbolo del partito resistente fosse di durata temporale limitata alle sole elezioni politiche del marzo del 2018". Sarebbe indizio di una diversa realtà la citata mail del 6 gennaio 2018 con cui Ricchiuti comunicava l'adesione al progetto del Ppa senza alcuna limitazione temporale (e con tanto di bozza di simbolo); né la giudice ha ritenuto che fosse il caso di assumere sommarie informazioni per appurare il carattere temporalmente limitato dell'accordo con il Ppa, essenzialmente sulla base della già citata lunga tolleranza di Ricchiuti circa l'uso pubblico dell'espressione "Popolo Partite Iva" fatto da Piarulli e dal Ppa (e comunque non si sarebbero potute prendere informazioni nelle udienze fissate prima del voto per le europee, visto che la notifica al Ppa era risultata viziata).
Dopo la decisione commentata, dunque, la dicitura "Popolo Partite Iva" resta nel simbolo del Ppa. Resta naturalmente aperta la possibilità di fare accertamenti più approfonditi non tanto sull'uso dell'espressione, ma sulla titolarità del nome: l'ordinanza, infatti, si è espressa, per giunta sulla base di una cognizione sommaria, solo sull'uso della dicitura "Popolo Partite Iva" da parte del Ppa (nel simbolo e al di fuori), senza dire nulla su chi sia titolare del nome; non si dice, dunque (almeno per il momento) che il Ppa sia l'unico titolato a usare quell'espressione, né si dice che non possa impiegarla nella propria attività il soggetto collettivo guidato da Ricchiuti. Un primo stadio della controversia, tuttavia, è stato chiarito e la partecipazione del Ppa con quel simbolo alle elezioni europee - sia pure solo nella circoscrizione Nord-Est - risulta incontestabile, oltre che del tutto regolare. 

domenica 10 novembre 2019

Emilia Romagna Coraggiosa: nuovo simbolo (l’ennesimo) a sinistra (di Roberto Capizzi e Calogero Laneri)


Si avvicinano le regionali della Calabria e dell'Emilia Romagna (convocate entrambe per il 26 gennaio) e, con esse, anche il tempo della presentazione delle candidature (subito dopo Santo Stefano, mai accaduto prima). Particolare interesse, per ovvie ragioni politiche, riscuote la partita elettorale emiliano-romagnola e da una manciata di ore è stato reso noto uno dei primi simboli: quello della lista di sinistra in appoggio a Stefano Bonaccini. L'ennesimo simbolo nuovo, sul quale lascio volentieri la parola a Roberto Capizzi e Calogero Laneri, già autori di alcune interessanti riflessioni ospitate qui. Buona lettura.

Mentre le luci del dibattito politico sulle elezioni in Umbria non si sono ancora spente nei salotti televisivi, sulla carta stampata e – ça va sans dire – sui social, il 9 novembre, a Bologna, è stata presentata la lista di sinistra che appoggerà il candidato del Partito democratico Stefano Bonaccini nella complessa tornata regionale del gennaio 2020.
È Emilia-Romagna Coraggiosa il nome scelto dai promotori della lista tra i quali figurano le organizzazioni politiche della sinistra come Articolo Uno (presente all'assemblea l'ex presidente della Regione e attuale senatore Vasco Errani), Sinistra Italiana (rappresentata dal capogruppo in Regione Igor Taruffi), Silvia Prodi (eletta in consiglio regionale nel 2014 con il Pd e ora rappresentante di èViva, formazione nata dalle ceneri di Liberi e Uguali e che fa capo ai parlamentari Francesco Laforgia e Luca Pastorino), Piergiovanni Alleva, consigliere regionale eletto nel 2014 con la lista di sinistra L'Altra Emilia-Romagna in opposizione a Bonaccini ed in seguito avvicinatosi a LeU (formazione per la quale è stato anche candidato alle ultime elezioni politiche) nonché figure di spicco della sinistra bolognese come l’ex europarlamentare Elly Schlein che di questa operazione è, forse, il volto simbolo. 
Agli interventi politici, davanti alla platea composta da circa mille persone, si sono alternati i saluti della cosiddetta "società civile", a partire dal presidente regionale di Legambiente Lorenzo Frattini e del presidente di Arci Emilia-Romagna Federico Amico. Hanno partecipato, tra gli altri, anche lo scienziato Vincenzo Balzani, l’ex parlamentare e icona del Movimento LGBT Franco Grillini, la presidente delle Famiglie Accoglienti Antonella Agnoli, esponenti della CGIL, attivisti ambientalisti nonché persone del mondo della sanità, delle associazioni a tutela dei migranti ed esperti di sanità e welfare. Presente all'iniziativa anche l’ex M5S Gianluca Sassi, consigliere regionale uscente.
"Sarà una lista ecologista e progressista", ha dichiarato dal palco del Dumbo Space Igor Taruffi: vocazione, questa, inscritta nella parte inferiore del contrassegno (ma il motto rischia di risultare poco leggibile sulle schede elettorali, a causa del carattere molto piccolo e sottile) e ribadita dal ricorso ai colori simbolo di ambedue le tradizioni politiche, il rosso e il verde. Quest'ultimo colore tinge la parte superiore e lì il contrassegno acquista una connotazione territoriale, mediante l’immagine stilizzata della regione al cui centro spicca un cuore. In quell'elemento si possono leggere varie cose: c'è il generico amore per la propria terra (ma è talmente neutro che, com'è noto, persino il Partito popolare europeo ha un cuore stilizzato nel proprio emblema), certamente si è di fronte a un rimando grafico al nome "coraggioso" della lista, ma forse c'è anche un riferimento criptico all'iconografia che nel 2012 aveva unito la regione battuta dal terremoto (non c'era forse il cuore, assieme al profilo della regione, nei loghi degli eventi Teniamo botta e Italia Loves Emilia, finiti su migliaia di magliette?). Tratto qualificante del progetto politico, come più volte ribadito durante i lavori dell’assemblea, il richiamo al femminismo; in tal senso non appare casuale la scelta di un nome che, come afferma David Tozzo di Articolo Uno: "è un po’ diverso, più femmineo e dunque un po’ più bello".
"Coraggiosa, ecologista, progressista, femminista: così vogliamo l’Emilia-Romagna": con queste parole, dal suo profilo Facebook, Elly Schlein saluta il lancio del progetto. L’antica ambizione della lista è cogliere la sfida emiliano-romagnola per stimolare una fase (ri)costituente; certamente hanno un peso le peculiarità dei processi politici territoriali e le contraddizioni irrisolte della sinistra in tutto il resto del Paese. Eppure, davanti alla presentazione dell’ennesimo cartello elettorale, con tanto di simbolo nuovo, appare lecito porsi nuovamente quell'interrogativo lanciato qualche mese fa proprio in questo spazio: se i primi a non credere nella durevolezza delle proprie proposte politiche sono gli stessi soggetti promotori, perché dovrebbero farlo gli elettori? A questi ultimi l’ardua sentenza. 
Certo è che alle prossime elezioni regionali non sarebbe stato possibile, per la sinistra, presentare i medesimi contrassegni utilizzati cinque anni fa. Alcune formazioni politiche come Articolo Uno, difatti, non esistevano ancora; la stessa Sinistra italiana assume questa denominazione solo in seguito allo scioglimento di Sinistra ecologia libertà decretato dall'Assemblea Nazionale del partito nel dicembre del 2016; appare inoltre legittimo, e financo utile, inserire dei riferimenti territoriali nelle liste locali. Ciononostante, tirando le somme, non si comprende per quale ragione le formazioni politiche che non hanno la forza di presentarsi singolarmente e che condividono il medesimo campo politico (pur in presenza di importanti sfumature che collocano Si prossima al Gue/Ngl e Articolo Uno all'interno del PSE) non avviino un congresso unificante che li doti di un simbolo unico o, in alternativa, affianchino i simboli esistenti all'interno di un contrassegno unitario: si è preferito invece, per l'ennesima volta, scegliere un simbolo neutro, non identificabile dagli elettori orientati a sinistra e, forse, poco attrattivo anche per coloro - presumibilmente pochi per la verità - che si identificano nella cosiddetta "società civile". Qualcuno si prenderà la briga di rispondere?

giovedì 7 novembre 2019

Uguaglianza per la Sicilia, lotta per colmare le distanze

Nella storia dei simboli delle formazioni politiche con radicamento regionale, nessun territorio può anche solo immaginare di avvicinarsi al primato della Sicilia: si tratta infatti della regione d'Italia in cui, nel corso del tempo, è sorto il maggior numero di partiti e movimenti con un espresso riferimento nel simbolo alla Sicilia (con la forma dell'isola e, da quando ciò è possibile, anche con i colori della bandiera) o al suo simbolo più noto, la trinacria (o triscele), cioè l'essere a tre gambe. Nemmeno la Sardegna, tra profilo dell'isola e Mori, ha nel corso del tempo prodotto un numero paragonabile di emblemi con una così forte matrice regionale o regionalista. 
Tra i progetti politici che mettono la Sicilia letteralmente al centro, del loro simbolo e del loro programma, da oltre due anni c'è anche Uguaglianza per la Sicilia, costituito a Marsala nel mese di luglio del 2017. Fin dall'inizio, l'idea di base era lavorare per il riscatto del popolo siciliano, in un disegno che abbia come meta il raggiungimento della parità tra la Sicilia e il resto dell'Italia: ne erano e ne sono convinti i due fondatori, Mario Figlioli Salvatore Rubbino: il primo è presidente, il secondo segretario, dopo essere stato tra il 2009 e il 2012 assessore della giunta di Marsala guidata dal sindaco Lorenzo Carini (e aver guidato il movimento politico Fratelli d'Italia fin dal 2007). 
"Lavoreremo per il rinnovo della classe politica siciliana che faccia gli interessi dei cittadini e che passi attraverso lo sviluppo del lavoro e l’efficienza dei servizi", avevano dichiarato Figlioli e Rubbino all'indomani della nascita del loro progetto. Un proposito che partiva già da Marsala, visto che una delle prime azioni aveva riguardato la richiesta di maggior attenzione per le borgate e le contrade, per rimuovere le disuguaglianze sociali e nei servizi che col tempo si erano create.
La stessa scelta del nome, "Uguaglianza per la Sicilia", riassumeva il programma in poche parole: si voleva e si vuole declinare il concetto di uguaglianza nelle opportunità, nelle infrastrutture e, più in generale, nella qualità della vita di tutti gli abitanti dell'isola, per cercare di ridurre la distanza rispetto alle altre zone del Paese. Anche il simbolo è stato scelto con attenzione a ogni dettaglio: "La silhouette della SiciIia ha i colori della bandiera regionale, anche per rappresentare la nostra sicilianità - spiega Rubbino - ma il rosso e il giallo sono invertiti nella loro posizione perché noi vogliamo rifarci al vessillo combattivo dei Vespri siciliani; già in quella bandiera, del resto, c'era la trinacria e noi la mettiamo proprio dentro l'isola. Questo però non ci bastava perché volevamo rappresentare la battaglia per l'uguaglianza: per questo c'è anche la bilancia a due piatti, che qui non rappresenta semplicemente la giustizia, ma proprio la giustizia sociale".
L'emblema, poche settimane dopo la fondazione del progetto, è stato depositato in occasione delle elezioni regionali siciliane (anche se poi non si è presentata alcuna lista in seguito); l'attività di Uguaglianza per la Sicilia è in attesa di crescere, con una struttura territoriale in via di definizione e consolidamento, sempre nel tentativo di vedere concretizzato lo scopo per cui il progetto è sorto e di far arrivare quelle istanze nelle sedi della rappresentanza nazionale.  

martedì 5 novembre 2019

Democrazia cristiana, la questione del congresso da rifare (come e perché)

Tre giorni fa, parlando del patto federativo tra varie realtà associative e politiche tutte riferite alla Democrazia cristiana, si era detto che - per la comune partecipazione dell'Udc, di Gianfranco Rotondi e della Dc guidata da Renato Grassi - potevano esserci gli spazi per un ritorno della Dc per una scelta politica (mettendo di nuovo insieme nome e simbolo storici); si era però messo in guardia dal ritenere del tutto alle spalle la diaspora. Una ventina di giorni fa, infatti, si era dato conto su questo sito delle due diverse assemblee che il 12 ottobre si erano svolte quasi contemporaneamente a Roma, l'una per (ri)costituire, l'altra per far ripartire la Dc, ritenendo entrambe che la celebrazione del XIX congresso lo scorso 14 ottobre 2018 - quello che aveva eletto Grassi alla segreteria - fosse viziata. Se nel post dello scorso 13 ottobre si è parlato con ampiezza del contenuto dell'assemblea costituente convocata - tramite la Gazzetta Ufficiale - da Franco De Simoni e Raffaele Cerenza, è venuto il momento di approfondire il contenuto dell'altra assemblea, presieduta da Nino Luciani, lo stesso che aveva provveduto alla convocazione dell'assemblea dei soci Dc del 26 febbraio 2017 all'Hotel Ergife a Roma (in quanto primo firmatario della richiesta di convocazione nel 2016). Lo stesso Luciani da sabato ha messo a disposizione sul proprio sito il verbale di quell'assemblea (cui in seconda convocazione hanno partecipato 53 soci, personalmente o per delega), in modo che chiunque sia interessato possa rintracciarlo.  


L'assemblea riconvocata

La convocazione, materialmente attuata da Luciani, era stata disposta da Gianni Fontana, che dopo il discusso congresso era diventato presidente del consiglio nazionale, ma la convocazione sarebbe stata fatta ancora in qualità di presidente dell'associazione Democrazia cristiana, carica assunta dopo il voto degli iscritti intervenuti all'assemblea dell'Ergife del febbraio 2017. Vari soci della Dc - soprattutto quelli che sostenevano, se non la legittimità dell'assise, almeno l'opportunità di non mettere in discussione quel passaggio e lasciar proseguire l'operato di Grassi - erano rimasti perplessi dal fatto che l'iniziativa di convocare l'assemblea degli iscritti fosse venuta da Fontana, visto che, dopo il congresso (formalmente ancora valido ed efficace), l'assemblea dei soci e il ruolo stesso di presidente dell'associazione erano venuti meno, sostituito dagli organi eletti dal congresso. 
Consultando il verbale, in effetti, si apprende che questa tesi è stata sostenuta, durante l'assemblea del 12 ottobre, da Nicola Troisi, che dopo il congresso riveste la carica di segretario amministrativo della Dc. Per lui le premesse appena ricordate facevano sì che la convocazione di quell'assemblea fosse addirittura inesistente, unendo a ciò altre considerazioni: al di là della mancanza di una sala che potesse contenere tutti gli iscritti (come richiesto a suo tempo dal giudice Guido Romano per l'assemblea del 2017), Troisi sosteneva che eventuali contestazioni sulla validità del congresso avrebbero dovuto essere mosse entro i termini previsti dallo Statuto e, in ogni caso, si sarebbe dovuto attendere l'esito del ricorso contro gli atti del congresso, presentato l'anno scorso da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni.
Diversa era la tesi della maggioranza dei partecipanti alla stessa assemblea, compreso il presidente del congresso, Raffaele Lisi: per lui, quell'assise in realtà non si costituì mai legittimamente. Ciò avrebbe comportato l'inesistenza o almeno la nullità di tutti gli atti congressuali, compresa l'elezione del segretario e dei componenti del consiglio nazionale: stando così le cose, si doveva considerare ancora esistente l'assemblea dei soci convocata attraverso il giudice Romano e Gianni Fontana ne era ancora il presidente (fino a revoca o dimissioni), dunque aveva titolo per disporre la riconvocazione dello stesso organo assembleare.


I lamentati vizi del congresso 

Ma cosa sarebbe successo di tanto grave al congresso del 12 ottobre da portare vari soci a ritenerlo invalido? Lisi, come presidente dell'assemblea, sostiene che non sarebbe mai stato consegnato alla presidenza il verbale della commissione per la verifica dei poteri: questa avrebbe dovuto procedere all'identificazione dei delegati regionali - in base ai verbali dei congressi regionali - per legittimarli a votare al congresso. Lisi e il segretario del congresso, Emilio Cugliari, chiusero il loro verbale rilevando la mancata consegna del verbale della commissione (mentre solo il 16 gennaio 2019 il presidente di quell'organo, Mauro Carmagnola, avrebbe comunicato che quella commissione di fatto non aveva potuto operare). In quelle condizioni, per Lisi, il congresso sarebbe stato addirittura inesistente e comunque invalido: questi vizi si sommerebbero a quelli (già relativi alla convocazione) alla base dell'azione di Cerenza e De Simoni per far invalidare l'assise.
Per Luciani, materiale convocatore e presidente dell'assemblea del 12 ottobre, era opportuno "cercare una pacificazione in famiglia", senza rivolgersi nuovamente ai giudici: la soluzione da lui perseguita è stata far deliberare all'assemblea - con voto a maggioranza su un testo proposto da Lisi - la nullità del XIX congresso (così come svolto nel 2018) per vizio procedimentale e la riconvocazione dello stesso. Luciani in particolare nega che non vi siano state contestazioni tempestive dei vizi congressuali, soprattutto sullo svolgimento del precongresso regionale nel Lazio (e pure altrove, a quanto si è capito). 
In più ci sarebbe la decisione dell'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo presso la Cassazione, con cui si è rigettata l'opposizione della Dc al provvedimento di ricusazione del simbolo alle ultime elezioni europee: la decisione non si limitava a ribadire la legittimità dell'uso dello scudo crociato da parte dell'Udc e a confermare che non c'era alcuna affiliazione al Ppe (dunque il suo emblema non poteva essere usato), ma aggiungeva che la Dc "dal 1993 [...] ha definitivamente cessato la propria attività politica" e mancherebbe "la dimostrazione storico-giuridica della continuità" della Dc-Grassi con la Dc storica. "Al di là del fatto che mi pare che l'Ufficio elettorale sia andato oltre le proprie competenze, non spettando a esso pronunciarsi sulla continuità giuridica della Dc, visto che era sufficiente rilevare la legittimità dell'uso dello scudo fatto dall'Udc - precisa Luciani - è significativa l'affermazione della Cassazione, che coincide tra l'altro con i contenuti dell'esposto che Cerenza e De Simoni avevano inoltrato al Viminale proprio per comunicare le loro iniziative legali per far invalidare l'assemblea del 2017 e il congresso del 2018: di fatto, mi pare che persino la Cassazione abbia riconosciuto che il procedimento seguito fin qui non è stato corretto e il congresso del 2018 non ha avuto gli effetti sperati".



La via dell'autonullità e altre questioni legali


La strada scelta dall'assemblea convocata da Luciani per rimediare ai problemi riscontrati, dunque, è stata quella di una sorta di "autodichiarazione di nullità" degli atti congressuali con conseguente loro revoca: una via che si può comprendere, se non altro per evitare le lungaggini processuali, ma che appare scivolosa proprio perché non ci si è rivolti al giudice per rimuovere gli effetti degli atti contestati. "Non vedo perché debba apparire scivolosa - ribatte Luciani - Se dei privati stipulano un accordo per uno scopo e poi ritengono che quell'accordo abbia dei vizi, possono certamente tornare sui loro passi; certamente, però, se nel frattempo qualcuno sulla base di quell'accordo fatto venire meno 'in autotutela' ha maturato diritti o aspettative, dev'essere in qualche modo ristorato". 
A quali situazioni pensa? "Innanzitutto a coloro che si sono iscritti alla Dc dopo il congresso, pagando una tessera, pensando che il partito operasse in condizioni di legittimità: della loro posizione si occuperà il consiglio nazionale, eletto dal nuovo congresso, che però certamente riconoscerà loro l'iscrizione appena possibile. Ci sono poi alcune persone che, per le posizioni assunte nella diatriba sulla validità del congresso, sono state in qualche modo lese nella loro onorabilità, venendo sospese o diffidate per avere agito per denunciare i vizi congressuali o cercare di rimuoverli, finendo anche indicate come tali sul sito della Dc [il riferimento è alle posizioni di Lisi, Emilio Cugliari e dello stesso Luciani, ndb]: per ora l'assemblea ha espresso loro solidarietà, così come ha espresso disappunto per quelle condotte che avrebbero fatto emergere con chiarezza l'invalidità del congresso non nell'immediato, ma solo dopo settimane, finendo per ledere le aspettative di chi credeva di aver partecipato a un'assise valida o di essere eletto validamente a una carica".
Dopo la decisione dell'assemblea, resta comunque il problema della celebrazione del congresso: lo statuto oggettivamente detta una procedura diversa da quella che è stata e sarà comunque seguita: "In effetti il rispetto dello statuto sarebbe quasi impossibile in queste condizioni di 'ripartenza' - precisa Luciani - ma a ben guardare è già stato il giudice Romano a derogare allo statuto nel 2016, quando ha convocato l'assemblea dei soci e le ha dato potere di eleggere un presidente per l'associazione, come prevedeva l'ordine del giorno presentato: lo ha fatto perché mancavano gli organi che avrebbero dovuto procedere agli atti che si volevano ottenere, quindi l'autodichiarazione di nullità del congresso ci riporta a quel regime di deroga inaugurato dal giudice. Del resto, se ci si pensa, lo statuto della Dc lo hanno formato e deliberato i soci di allora: l'assemblea dunque in un primo tempo era sovrana, fino a quando ha deciso con uno statuto che le decisioni spettassero a un congresso e qui la situazione non è molto diversa".


Le conclusioni dell'assemblea

Oltre a dichiarare la nullità del congresso del 2018, l'assemblea del 12 ottobre convocata da Luciani ha, tra l'altro, conferito allo stesso Luciani l'incarico di "presidente ad interim" dell'associazione, con il compito di nominare i commissari regionali per le elezioni dei delegati al congresso, fissare il giorno unico delle elezioni dei delegati e del congresso nazionale, nonché alla redazione del regolamento congressuale (simile al precedente, ma da modificare secondo i princìpi e criteri direttivi sottoposti ancora da Luciani all'assemblea, per far fronte alle difficoltà riscontrate durante il precedente tentativo congressuale). 
La stessa assemblea ha poi approvato all'unanimità la mozione di Salvatore Napolitano, Valentina Valenti e Pellegrino Leo, con cui si proponeva di porre fine alle liti politiche e giudiziarie in casa democristiana (organizzando un forum della Dc che predisponga "un progetto politico socio-economico-culturale di sviluppo del Paese e del proprio ruolo in Europa, nella continuità ideale dei cattolici/popolari" per poi ragionare di alleanze politiche e programmatiche, anche tese al vero ritorno in politica della Democrazia cristiana), mentre ha preso atto della comunicazione di Raffaele Lisi della contemporanea assemblea costituente della Dc che aveva eletto Franco De Simoni segretario e Raffaele Cerenza segretario amministrativo, rilevando che quelle attività "concretizzano un 'recesso volontario' dalla Dc storica di appartenenza, oltre che una palese incompatibilità".
A proposito, che ne sarà del ricorso di Cerenza e De Simoni contro il congresso del 2018? "A mio modo di vedere - nota Luciani - visto che l'assemblea ha provveduto a rimuovere gli atti congressuali di cui si contestava la validità, il procedimento per dichiarare la nullità del congresso dovrebbe venire meno, perché non c'è più il motivo di insistere in quella richiesta". Posto che è lecito avere dubbi su questo esito - se non altro perché il giudice potrebbe ritenere che quell'assemblea non avesse titolo per deliberare - resterebbe comunque in piedi l'altro procedimento civile, per invalidare l'assemblea del 2017, da cui tutto era iniziato. 
Colpisce ancora, tra l'altro, che quella convocazione di assemblea sia stata disposta nel 2016 dal giudice Guido Romano sulla base dell'elenco di iscritti formato successivamente al consiglio nazionale del 2012 che proprio Romano aveva dichiarato nullo nel 2014: sul nuovo inizio del 2017 pende dunque un'incertezza ulteriore? "Parlando con i miei colleghi giuristi dell'università di Bologna - dice Luciani - si è rilevato che il giudice che aveva annullato il congresso del 2012 non si era espresso sulla validità dell'elenco degli iscritti, pur essendosi secondo noi basato anche su quello per altri suoi ragionamenti sulla legalità statutaria: non lo aveva avallato, insomma, ma nemmeno disconosciuto". E il giudice Romano che aveva disposto la convocazione dell'assemblea sulla base di un elenco cui di fatto aveva tolto valore due anni prima? "Beh, siamo stati davanti a lui tre volte e non ha mai eccepito la non regolarità di quell'elenco. In più, quando io ho convocato l'assemblea, mi sono cautelato inserendo nella convocazione l'invito anche agli altri eventuali aventi diritto, quindi abbiamo fatto del nostro meglio per fare bene; quando poi ho ricevuto una lettera di diffida da alcuni iscritti che si erano rivolti a un'avvocata, io l'ho inviata al giudice e lui non aveva eccepito nulla" (in effetti il giudice aveva risposto, di suo pugno: "Visto, agli atti non sussistendo provvedimenti da adottare e essendo devoluto al Sig. Nino Luciani l'esecuzione degli adempimenti connessi alla convocazione dell'assemblea della Democrazia cristiana"). 
Per l'ennesima volta, dunque, al centro della discussione ci sono anche questioni formali, che potrebbero produrre nuove liti. Sul punto Luciani è netto: "Sull'osservanza della legge, tenga presente l'episodio del Vangelo di Luca in cui Gesù, a pranzo in casa di un fariseo, guarisce di sabato un malato sotto gli occhi dei dottori della Legge e dei farisei, per poi chiedere 'Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?', lasciando tutti senza parole. Al momento la Dc è bloccata e, se la si vuole fare davvero, è inutile tenerla bloccata: occorre guardare al risultato e non ai cavilli legali, per questo abbiamo cercato di risolvere la situazione provvedendo noi stessi a rimuovere gli effetti del congresso contestato, così da procedere regolarmente e magari partecipare con tutti i crismi alla federazione di cui si parla". Si vedranno gli sviluppi della vicenda: gli episodi passati, però, non promettono nulla di tranquillo.

lunedì 4 novembre 2019

Altra Italia, Berlusconi fa registrare il marchio, ma L'Altra Italia c'è già

Se ne parla, a corrente alternata, da quasi quattro anni e mezzo: da quando, cioè, Silvio Berlusconi - era, su per giù, luglio del 2015 - aveva iniziato a riferirsi in modo sempre più insistente nei suoi discorsi e nelle sue note a "l'Altra Italia", quella moderata, impegnata, operosa e tanto stomacata dalla politica da non voler più votare, in assenza di qualcuno che possa davvero rappresentarla; il primo a ipotizzare, in quei giorni, che quello potesse essere il nome della nuova creatura berlusconiana era stato Francesco Bei sulla Repubblica. Il concetto l'ex Cavaliere lo ha ripreso anche ieri, nella lettera che ha scritto al Messaggero per smentire le voci di "ritiro" del simbolo di Forza Italia alle prossime elezioni. Poi, dopo la prima anticipazione del consueto libro politico di Bruno Vespa, in cui Berlusconi aveva annunciato l'idea di creare per "l'Altra Italia" un nuovo contenitore da federare a Forza Italia (si suppone con riferimento alle elezioni), pur tenendolo distinto dal partito, oggi si scopre che almeno un passo concreto verso quella realtà sarebbe stato fatto.
Adnkronos, in un lancio firmato da Vittorio Amato e Antonio Atte, ha infatti rivelato che il 31 ottobre 2019 è stata depositata domanda di marchio per la dicitura "Altra Italia", ad opera di Cristina Rossello, avvocata, deputata forzista, nonché commissaria del partito per Milano-Grande Città. Il nome dovrebbe servire a contraddistinguere "una struttura giovane, con energie fresche e volti nuovi, dove verranno scelti candidati da schierare nelle liste alle prossime competizioni elettorali, dalle regionali alle politiche" e con "un forte radicamento regionale".
Al momento si tratterebbe solo di un marchio verbale, senza alcuna rappresentazione grafica, che dunque è presto per immaginare. Una cosa però la si può dire e ricordare subito: 
il nome non solo circola da talmente tanto tempo in area berlusconiana da apparire persino già un po' logoro, ma soprattutto in ambito politico è già utilizzato da tempo su scala nazionale. L'Altra Italia, infatti, è il nome di una formazione politica apparsa in vari comuni piccoli e grandi: il suo simbolo, un'aquila tricolore ricavata dai corpi colorati della fiamma tricolore missina - un'immagine che dice tutto sulla collocazione politica - è stato depositato anche al Ministero dell'interno in occasione delle ultime elezioni europee (fu uno dei primi, per l'esattezza).
"Scelsi quel nome per il partito perché una mia società, che fondai nel 2007, si chiamava proprio L'Altra Italia - spiega il segretario, Cosimo Damiano Cartelli, detto "Mino" - così ho deciso di dare lo stesso nome al movimento politico che ho fondato e guido dal 2018, con tanto di atto costitutivo rogato dal notaio". Con il suo simbolo, L'Altra Italia ha partecipato a due tornate di elezioni amministrative, nel 2018 e nel 2019, presentando una settantina di liste in vari comuni (compreso Lecce quest'anno) ed eleggendo, spiega Cartelli, una quarantina di consiglieri comunali. "Siamo davvero lontani dal liberismo berlusconiano: nel primo articolo del nostro statuto c'è la costituzione dello stato nazionale del lavoro attraverso l'alternativa corporativa, essendo noi nazionalpopolari, sociali e nazionalrivoluzionari. Ci riteniamo comunque interni al centrodestra perché, prima ancora di essere antiliberali e antisovranisti, siamo principalmente anticomunisti e contrari al MoVimento 5 Stelle". 
La comune appartenenza al centrodestra, però, non toglie che la mossa berlusconiana non sia affatto piaciuta a Cartelli: "La scelta di Berlusconi di far depositare Altra Italia come marchio sta creando disagio a tutto il nostro gruppo e a chi ci ha sostenuto. I nostri avvocati stanno studiando come intervenire già da quando è uscita la notizia. Qui c'è chiaramente l'usurpazione di un nome. Sarei restio a fare cause, soprattutto contro un partito di centrodestra, ma ho già ricevuto mandato dal partito per intervenire se non si troverà una soluzione diversa".
Qualcuno potrebbe notare, incidentalmente, che "Altra Italia" è diverso da "L'Altra Italia", rievocando tra l'altro una vicenda diversa ma ad alta coloritura politica: quella della testata L'Avanti!, fondata nel 1996 da Valter Lavitola, registrata proprio perché leggermente diversa da quella dello storico quotidiano socialista e che via via perse l'articolo e poi l'apostrofo (poi finì piuttosto male ma è un'altra storia). Si può in compenso controbattere con la storia dei Popolari liberali di Carlo Giovanardi, destinatari di un'ordinanza civile in seguito a un ricorso dei Liberal popolari, che ottennero l'inibitoria affinché il nome - simile pur non uguale - non fosse più usato. Probabilmente Altra Italia non è fatto per le schede elettorali, ma l'uso nello stesso campo politico potrebbe portare comunque grane: meglio rifletterci a dovere.

domenica 3 novembre 2019

Forza Italia, il simbolo viene ritirato o resta?

"... e abbiamo tutti / un fuoco dentro al cuore / un cuore grande che / sincero e libero / batte forte per te". Per l'Italia, probabilmente, il cuore di quelle persone non ha mai smesso di battere (nessuno può permettersi di formulare giudizi su questo); per Forza Italia, invece, probabilmente le parole dell'inno - scritte nel 1993 da Renato Serio e da un anonimo, come risulta dall'archivio Siae - si sono ormai logorate per gran parte dei votanti, degli iscritti di un tempo e anche, forse, di più di un eletto. Si sa che il fondatore e demiurgo, Silvio Berlusconi, dopo aver messo da parte il Popolo della libertà nel 2013 perché non ha mai scaldato i cuori, da tempo meditava di mettere nuovamente a riposo la stessa bandierina forzista, per dare una scossa a quell'area. Qualcuno, dopo il risultato delle regionali umbre, deve aver pensato che il momento fosse arrivato: avranno pure una rilevanza innanzitutto locale, ma il 5,5% per il partito che per oltre vent'anni ha guidato e trainato il centrodestra è il chiaro segno che qualcosa non va, probabilmente su più di un livello.
Si giustifica probabilmente così la notizia, data ieri mattina dal Messaggero, secondo la quale proprio Berlusconi avrebbe pensato di non presentare alle prossime elezioni il simbolo di Forza Italia, contrattando con Matteo Salvini una "tribuna" per un gruppo di fedelissimi nelle liste della Lega. La notizia ha scatenato un putiferio e, puntualmente, l'edizione di oggi del Messaggero riporta in prima pagina la risposta dello stesso Berlusconi, che nega qualunque intenzione di ritirare il simbolo, di fatto "liquidando" l'esperienza di Forza Italia.
Ripartendo dalla notizia di ieri, firmata da Mario Ajello, si era dato conto di una voce sempre più insistente di una non presentazione del simbolo forzista alle prossime elezioni politiche, con la possibilità che la Lega ospitasse - in caso di assenso di Salvini - "20 deputati e 10 senatori di provenienza azzurra". Di fronte a uno scenario simile, "ognuno si sta attrezzando come può. E liberi tutti". Gli occhi di molti sono puntati soprattutto verso gli eletti e i dirigenti vicini a Mara Carfagna (in Giappone per alcuni giorni): da tempo la sua distanza dalle posizioni e scelte politiche di Berlusconi aumenta sempre più alla pari delle tensioni (specie dopo l'astensione dei forzisti al Senato sulla "commissione Segre"), senza però poter dimenticare che "Carfagna al Cavaliere deve molto e non vuole tradirlo". Ciò, naturalmente, non è bastato a frenare coloro che ipotizzano un suo approdo nei dintorni di Matteo Renzi e della neonata Italia viva (meno probabili ultimamente, a dire il vero), del già fuoriuscito Giovanni Toti (Cambiamo!, in un'ottica salviniana) o anche di Caro Calenda e del suo progetto post-Pd. 
L'articolo, però, battezzava altre "schegge del big bang in arrivo": una sarebbe rappresentata dai "berluscones di strettissima osservanza", a partire da Mariastella Gelmini, ritratti come interessati a beneficiare dell'eventuale "tribuna" all'interno della Lega; un'altra - una sottoscheggia - sarebbe costituita dal "gruppo dei sudisti di provenienza azzurra" (guidati da Claudio Fazzone), interessati a trattare direttamente con Salvini per contribuire al rafforzamento leghista al Sud, temendo probabilmente che da quelle parti verrebbero candidati anche i forzisti settentrionali, per i quali potrebbe non esserci posto nelle liste della Lega al Nord. Con un piede dentro e uno fuori da Forza Italia, poi, ci sarebbero gli esponenti dell'Udc eletti nei collegi uninominali del centrodestra e attualmente iscritti ai gruppi forzisti (Antonio Saccone, Paola Binetti e Antonio De Poli): per Ajello il simbolo con lo scudo crociato potrebbe essere oggetto di una trattativa, per cui "se il governo Conte andasse in difficoltà, da qui arriverebbero i responsabili per soccorrerlo". E di mezzo, naturalmente, ci sarebbe anche il progetto di soggetto politico - citato ieri - cui stanno lavorando proprio molti di coloro che si riconoscono nel patrimonio ideale Dc, a partire da Lorenzo Cesa (Udc) e Gianfranco Rotondi (anche se ancora Ajello non esclude che il gruppo Udc tratti con la Lega "per il solito motivo che al Sud Salvini è scoperto", sebbene i post-Dc abbiano detto di voler essere antitetici alla Lega).
Già ieri, in realtà, dopo l'anticipazione del Messaggero, erano fioccate le smentite (soprattutto da parte dei berlusconiani sospettati di voler approfittare di un'eventuale tribuna salviniana) e il sospetto "che i boatos siano stati fatti circolare per favorire una scissione con approdo in Italia Viva". Certo, era e rimane un fatto - sono i numeri a dirlo - che il calo percentuale di Forza Italia si sommerebbe all'effetto prodotto dal taglio dei parlamentari, per cui "con il 7-8% dei sondaggi Fi eleggerebbe 28-32 deputati rispetto agli attuali 99": si creerebbe comunque, lo si voglia ammettere o no, un problema di conservazione del ceto politico che in qualche misura l'area berlusconiana aveva già sperimentato in passato, ma che ora assumerebbe proporzioni mai viste prima. 
Per Anna Maria Bernini, "Dalla grande manifestazione di piazza San Giovanni in poi ha preso corpo una manovra di accerchiamento, interna ed esterna a Forza Italia, che ha come unico obiettivo la balcanizzazione del partito e tende a disorientare il nostro elettorato che ci vuole con entrambi i piedi ben piantati nel centrodestra, di cui siamo e restiamo la insostituibile componente liberale", per cui "prefigurare surrettiziamente la liquidazione di Forza Italia è il paravento per eventuali manovre trasformistiche". Berlusconi e gli esponenti forzisti più vicini a lui, al contrario, da settimane - se non addirittura da quando il primo governo Conte fu varato - rivendicano per Forza Italia il ruolo di indispensabile componente della coalizione di centrodestra, magari rievocando l'apertura dell'ex Cavaliere alla Lega di Bossi anche nei suoi momenti peggiori per auspicare una maggior generosità della Lega di oggi (forse nel timore che i numeri suggeriscano a Salvini di accontentarsi dell'alleanza con Fratelli d'Italia e magari il gruppo di Toti, prendendo atto che Forza Italia si è trasformata in un partito nemmeno più marginale del centrodestra, ma addirittura accessorio, dal quale dunque si può prescindere). 
Proprio per togliere fondamento alla voce che vuole Forza Italia lontana dalle urne al prossimo giro, vale la pena di leggere la lettera pubblicata oggi dal Messaggero a firma di Silvio Berlusconi. 
Caro Direttore,
l'idea che io possa liquidare l'esperienza di Forza Italia ritirando il simbolo è semplicemente assurda. E' esattamente il contrario di quello per cui sto lavorando.
Ho ripetuto in molte occasioni, dopo la grande manifestazione unitaria del centro-destra di Piazza San Giovanni, che la nostra coalizione unita è vincente e rappresenta la maggioranza degli italiani, ma solo a patto che sappia ricomprendere sia la destra sovranista che il centro liberale, cattolico, riformatore e garantista. Questo è il centro-destra che abbiamo fondato 25 anni fa, ed è l'unico centro-destra possibile per governare il Paese ed essere credibili in Europa e nel mondo.
Il compito di rappresentare l'area cattolica e liberale non può svolgerlo nessun altro che non sia Forza Italia, perché noi siamo orgogliosamente parte in Italia del Partito Popolare Europeo (ricordo che fu affidato proprio a me di riscrivere ed aggiornare la Carta del Valori del PPE, che definisce i principi sui quali si fonda la più grande famiglia politica della democrazia e della libertà in Europa, e con essa naturalmente il nostro Movimento).
Fra qualche giorno, il 9 novembre, saranno trent'anni dalla caduta del Muro di Berlino. La grande festa della libertà è anche la nostra festa, perché noi siamo orgogliosamente gli eredi di coloro che hanno combattuto per la libertà.
Forza Italia è il futuro, non il passato, un futuro che si basa su radici solidissime. Noi siamo gli unici legittimi eredi e i continuatori delle grandi tradizioni politiche occidentali che hanno fatto dell'Italia un paese libero e progredito: la tradizione liberale, democratica, cristiana e garantista della civiltà occidentale e dei suoi principi. Disperdere questa eredità sarebbe per noi semplicemente inconcepibile.Il nostro obbiettivo al contrario è recuperare alla politica quella che io chiamo l'Altra Italia, quei milioni di italiani che si definiscono moderati, liberali, conservatori, e che non vanno più a votare perché delusi, disorientati o addirittura disgustati dalla politica attuale e dai suoi protagonisti. Stiamo lavorando con impegno per questo.
In questi giorni per esempio sulle piazze di tante città italiane stiamo raccogliendo le firme per chiedere di inserire in Costituzione un tetto alla pressione fiscale. Questa è la Forza Italia che conosco io, fatta dell'entusiasmo e del generoso impegno di migliaia di attivisti, di militanti, di eletti a tutti i livelli, non quella dei pettegolezzi e delle indiscrezioni sui giornali.
La nostra posizione dunque è chiarissima: nel centro-destra, senza dubbi o esitazioni, perché è la nostra casa; all'interno del centro-destra, ben distinti e diversi dai nostri amici e alleati.
Non ho sentito nessuno in Forza Italia proporre una collocazione e una strategia differente da questa. Anche perché qualunque altra strada indebolirebbe e non rafforzerebbe certo la presenza dei liberali nella politica italiana. A questo ritengo che nessuno di noi sia disponibile.
Silvio Berlusconi

Al di là del fatto che l'idea che "Il compito di rappresentare l'area cattolica e liberale non può svolgerlo nessun altro che non sia Forza Italia" appare più un auspicio e una speranza che un dato di fatto (un po' perché l'area liberale sembra ridotta al lumicino, e non solo nel centrodestra, un po' perché - anche se la gerarchia la pensa diversamente - più di un cattolico pare essersi trovato a suo agio nelle file leghiste e chi non è di quell'avviso non guarda in prima battuta ai lidi forzisti), è probabilmente vero che Berlusconi non vuole disperdere l'eredità "delle grandi tradizioni politiche occidentali che hanno fatto dell'Italia un paese libero e progredito". Certo, l'idea che Forza Italia sia l'unico erede legittimo di liberali e democratici cristiani, di nuovo, è più una consolidata e ripetuta convinzione berlusconiana che un dato di fatto: non a caso, alla fine della lettera parla solo di "presenza dei liberali nella politica italiana", forse rendendosi conto che i cattolici stanno e guardano soprattutto altrove. 
Sicuramente è vero che Berlusconi vuole restare nel centrodestra con i suoi (e chi non dovesse farlo, guardando per esempio a Renzi o a Calenda, lo farebbe ovviamente al di fuori del partito) e, almeno per ora, rimarrebbe con il simbolo che Cesare Priori aveva creato nel 1993 e lui aveva personalmente approvato. Anche perché al momento non sembra esserci nulla di seriamente alternativo, cui poter trasmettere la posizione di Forza Italia: l'Altra Italia di cui parla Berlusconi, insomma, difficilmente diventerebbe un simbolo. La bandierina tricolore, dunque, per ora resta e, da statuto, ogni decisione sull'uso dell'emblema a livello elettorale spetta all'amministratore nazionale, Alfredo Messina. Che naturalmente deciderà in piena sintonia con Silvio Berlusconi. 

sabato 2 novembre 2019

Democrazia cristiana, primi passi di una federazione (e il ritorno?)

Il passato vuole avere un futuro? Forse no, ma la Storia vuole averlo sicuramente. Perché è difficile pensare che preferiscano l'etichetta di "passato" a quella di "Storia" coloro che il 30 ottobre si sono riuniti a Roma presso il Centro studi Leonardo da Vinci al fine di costituire una federazione tra partiti e movimenti che si ispirano alla tradizione popolare della Democrazia cristiana. Si è dato notizia di un patto tra 25 soggetti il cui programma è tanto chiaro quanto arduo: dare vita a "un nuovo soggetto politico unitario per superare la diaspora e le divisioni che in questi lunghi anni hanno compromesso una presenza culturale e politica nel nostro Paese". Il tutto con l'idea di rispondere tanto alla delicata situazione politica italiana, quanto alla presenza "di una destra estrema, eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi che ha attraversato il centro e la sinistra".
Prima di procedere, occorre subito mettere in chiaro una cosa. Chi ora scrive è ben consapevole, alla pari di coloro che leggono, che su queste pagine e altrove si è già parlato a più riprese di federazione in area democratico-cristiana: lo si è fatto, per dire, tanto a luglio 2018 quanto a dicembre dello scorso anno, con varie realtà coinvolte (in entrambi i casi a guidare le federazioni - anche se il secondo era soprattutto un patto programmatico - era stato Gianfranco Rotondi). Quei disegni poi si sono dissolti e ne sono nati altri, anche piuttosto diversi, dunque non è dato sapere come andrà questa volta; è però interessante "fare l'appello", anche per capire che respiro potrà avere il progetto.
Ha presieduto l'assemblea del 30 ottobre Giuseppe Gargani, già presidente di uno dei comitati per il No al referendum costituzionale del 2016, ma soprattutto ex parlamentare taliano ed europeo di lungo corso (prima della Dc-Ppi, poi di Forza Italia - Pdl, aderendo all'Udc nel 2010). Oltre al suo, il nome di maggior spicco è quello di Lorenzo Cesa, da anni segretario dell'Udc: il fatto che sia della partita la forza politica cui dal 2004 viene riconosciuto puntualmente l'uso elettorale dello scudo crociato a livello nazionale è tutt'altro che un particolare di poco conto per capire se il soggetto politico che verrà potrà avvalersi anche dell'emblema storico della Dc (più o meno ridisegnato) senza avere grane legali. Il progetto, in ogni caso, sembra in continuità con quanto proposto da Cesa alla fine della festa Udc di Fiuggi.
Tra i firmatari del patto c'è poi Mario Tassone, segretario del Nuovo Cdu, partito che dalla fine del 2013 ha iniziato a operare, in continuità (solo politica) con il Cdu di cui Tassone era presidente del consiglio nazionale (e Rotondi tesoriere). Una formazione politica che si è vista poco, effettivamente, ma che a livello locale (soprattutto nella Calabria di Tassone, ma non solo) ha continuato a operare e certamente appartiene a quelle che si inseriscono nella tradizione che si rifà alla Dc (anche se qui non c'è più alcun richiamo simbolico, al di là del nome post-democristiano adottato). Nel corso degli anni, peraltro, Tassone ha sempre guardato con interesse a operazioni di questo tipo: lo si è visto, tra l'altro, anche all'Ergife il 26 febbraio 2017, all'assemblea che intendeva riattivare la Dc.   
A questo proposito, ha firmato l'atto federativo anche Renato Grassi, in qualità di segretario proprio di quella Democrazia cristiana, in base al XIX congresso svoltosi il 14 ottobre 2018: anche la sua presenza, da un certo punto di vista, sembra indice del fatto che il nuovo soggetto politico possa avvicinarsi il più possibile alla Democrazia cristiana. Lo stesso potrebbe dirsi per la partecipazione al patto dell'immancabile Gianfranco Rotondi, deputato eletto in Forza Italia non proprio in i: certamente però lui ha partecipato all'accordo anche in qualità di presidente della Fondazione Democrazia cristiana (già Fondazione Sullo) e, considerando che Rotondi alla fondazione aveva conferito anche nome e simbolo della "sua" Democrazia cristiana (ottenuto in uso dal Ppi nel 2004), non è impossibile che si riprenda l'idea di unire l'uso legittimo del vecchio nome (apportato da Rotondi) e quello del simbolo (apportato dall'Udc di Cesa).
Appare piuttosto interessante il ritorno sulla scena politica di Publio Fiori, che partecipa al patto come fondatore e leader del soggetto politico Rinascita popolare (già Rifondazione Dc, nome scelto nel 2004 all'atto della fondazione): Fiori, che già aveva cercato nel 2011 di ottenere la nomina di un curatore speciale per la Dc "dormiente" dopo la sentenza della Cassazione del 2010, concorre dunque al disegno che punta a ridare vita e voce all'area democratico-cristiana, questa volta per la via politica e non giuridica. La sua presenza, per questo, non può passare inosservata a chi ha seguito finora tutte le tappe della vicenda legata allo scudo crociato.
Non stupisce, poi, la presenza tra i firmatari di Paola Binetti, senatrice iscritta all'Udc (anche se fa parte del gruppo di Forza Italia); in questo caso, però, lei risulta partecipante al patto a nome del soggetto Etica e Democrazia: l'etichetta viene dal libro che aveva pubblicato con Lindau nel 2012. Proprio Paola Binetti nelle settimane scorse si era mostrata molto impegnata nel progetto che Lorenzo Cesa aveva annunciato, per dare una casa politica nuova e più visibile ai democratici cristiani (e sempre Binetti era stata indicata come autorevole tramite con la Chiesa per ottenere l'appoggio a quello stesso progetto): il fatto che il suo nome sia stato divulgato non è quindi senza importanza, per una prognosi sulla riuscita del progetto politico.
Tra i soggetti che hanno firmato - tutti riconducibili all'area cattolica, nonché al volontariato - c'è anche l'Associazione liberi e forti, guidata da Ettore Bonalberti: lui è tra coloro che più si sono impegnati dopo la sentenza della Cassazione del 2010 per far tornare in attività un partito identificabile con la Dc (se non proprio quella storica) e tuttora aderisce alla Dc guidata da Grassi, dopo aver collaborato a lungo con Gianni Fontana. "La sottoscrizione di questo documento politico - ha scritto sul sito dell'associazione - costituisce un fatto importante per chi come noi, 'dc non pentiti', ha perseguito sin dal 1994 l'obiettivo della ricomposizione dell'area politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Finisce il tempo della diaspora democratico-cristiana e comincia quello della costruzione del nuovo centro della politica italiana".
Il tentativo di ricomporre l'area politica cattolica popolare, nel segno dei valori dell'umanesimo cristiano (e con l'idea di partecipare a pieno titolo al Ppe) parte dal Comitato provvisorio della Federazione, costituito dai firmatari; nei prossimi giorni partiranno varie iniziative regionali e locali per presentare il progetto e radicarlo nei territori. Nel frattempo, spetterà al comitato provvisorio lavorare a un'assemblea costituente che nel giro di qualche settimana ("seguendo i tempi dell'agenda politica") dovrà definire il programma e scegliere nome e simbolo del nuovo soggetto. Il fatto che siano della partita tanto il gruppo di Grassi (ex Fontana), che dal 2012 ha continuato a rivendicare la facoltà di utilizzare nome e simbolo della Dc, quanto Cesa e Rotondi (che nel corso degli anni si sono opposti all'uso dello scudo crociato fatto da altri) fa ritenere molto probabile il varo di un emblema molto democristiano, nel nome e nella grafica, ma è ancora presto per sbilanciarsi.
L'idea di fondo resta quella degasperiana - "Solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi" - anche se parlare di fine della diaspora democristiana sembra un po' azzardato. Tra coloro che hanno rivendicato la titolarità o l'uso legittimo di nome e simbolo della Dc, molti figurano tra i firmatari, ma non tutti: c'è chi continua ad avere idee diverse e nei prossimi giorni si cercherà di dare meglio conto di questo. In ogni caso, ci si prepara a una nuova puntata della saga Dc: non sarà l'ultima - c'è da giurarlo - ma forse sarà decisiva.