lunedì 7 agosto 2017

LiberaItalia, insieme (verso l'Europa) per superare la diaspora liberale

Vietato, assolutamente vietato credere che l'area liberale - essendo moderata e di antica tradizione - sia noiosa: al contrario, è in continuo movimento, nel senso che di iniziative ne nascono spesso e non di rado cercano di tradursi anche in soggetti politici, insomma in movimenti o partiti. L'ultimo è nato la settimana scorsa e si chiama LiberaItalia: il nome è già un biglietto da visita, il simbolo che circola anche.
La grafica, molto più semplice e leggera rispetto a quella di molti delle ultime formazioni sorte, si è fatta notare e ha destato curiosità. A prima vista, sul fondo bianco chiuso da una circonferenza blu scura emerge sì il nome (sempre in blu), ma soprattutto la parola "lib", abbreviazione universale per definire i liberali in tutto il mondo, che con il nome condivide la font utilizzata, AR Blanca, pennellata e leggermente mossa, come strisciata dal vento. A segnalare l'italianità del progetto politico, oltre al nome stesso, provvede il tricolore che tinge le tre lettere dell'abbreviazione, ma a ben guardare, al posto del pallino della "i" c'è una corona circolare con le dodici stelle d'Europa all'interno: un modo semplice di tenere insieme il progetto liberale italiano e quello europeo.
Guardando ancora meglio, peraltro, chi ha seguito un minimo di eventi politici dei mesi scorsi potrebbe riconoscere nel nome del partito qualcosa di già visto: Liberaitalia (allora con la minuscola) era infatti la parte più evidente dell'etichetta di un evento - Liberaitalia, Europa Fisco Giustizia idee per liberare l’Italia da populismo statalismo giustizialismo - svoltosi lo scorso 6 maggio al teatro Carcano di Milano e organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi. Quel giorno l'ospite d'onore era Guy Verhofstadt, capogruppo Alde al Parlamento europeo e proprio davanti a lui si era iniziato a parlare dell'opportunità di formare un nuovo soggetto liberale, che avesse proprio il simbolo che ora sta avendo maggiore circolazione e che era stato proiettato alla fine del convegno. Persino Verhofstadt sembrava esserne rimasto colpito, dicendo che Liberaitalia "non è male per un partito politico. Ha un nome che funziona e bei colori...".
In quell'occasione si è discusso di economia, pensieri, idee, progetti, ma soprattutto di quanto sia importante dare di nuovo una casa ai liberali: una casa europea, che creda profondamente nel progetto iniziato all'indomani della seconda guerra mondiale e oggi in una fase di pericoloso stallo. Soprattutto, una casa ampia e accogliente, che cerchi di porre rimedio e fine alla diaspora dei liberali consumatasi dal 1994 (anno di scioglimento del Pli) in avanti. 
Tra coloro che hanno costituito l'associazione, in base a quanto divulgato dall'Adnkronos, ci sono i due soggetti di vertice della citata Fondazione Luigi Einaudi: il presidente Giuseppe Benedetto, avvocato penalista a Roma, e il vicepresidente Davide Giacalone, ben noto come giornalista ed esperto di comunicazioni (ma con un passato repubblicano, visto che per sei anni fu segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana). Lo stesso Benedetto, intervistato sempre dall'agenzia, si è premurato di dire che ''la Fondazione Einaudi non c'entra con questo progetto perché vive e continua a vivere di propria vita e a svolgere una funzione prettamente culturale. Non da oggi, però, riteniamo che anche nelle istituzioni, a iniziare dal Parlamento, e non solo dunque nel dibattito culturale, sia importante la presenza di una forza autenticamente liberale, che si richiami e si ispiri all'Alde".
Non stupisce che, tra i presenti all'evento milanese di maggio, si ritrovino molti di coloro che in questi giorni sono stati indicati come fondatori del nuovo soggetto politico. Si sono fatti i nomi, ad esempio, di Alessandro De Nicola (avvocato, docente a contratto, editorialista, nonché presidente della Adam Smith Society), di Flavio Pasotti (imprenditore, candidato con Fare per Fermare il declino e poi impegnato in Ali), di Andrea Pruiti (avvocato anch'egli, membro del cda della Fondazione Einaudi); si è parlato però anche di Enzo Palumbo (civilista, già senatore liberale e membro del Csm, fondatore della Rete liberale e già dirigente del Pli in anni recenti, noto a molti per la sua battaglia contro l'Italicum e da tempo impegnato per costruire l'equivalente italiano dell'Alde) e di Niccolò Rinaldi (già eurodeputato indipendente con l'Idv e vicepresidente del gruppo Alde, oggi dirigente del Parlamento europeo e leader dell'associazione Libericittadini).
Pare che le adesioni al gruppo dei fondatori siano aperte sino al 15 settembre e si attendano altri arrivi significativi. In effetti a Milano c'erano altri nomi di rilievo, a partire da Enrico Zanetti di Cittadini per l'Italia (in quella sede aveva annunciato la confluenza dell'evoluzione di Scelta civica nel nuovo contenitore liberale) e Flavio Tosi con il suo Fare!; non mancavano poi esponenti repubblicani, membri individuali dell'Alde (ciascuno infatti può iscriversi al partito europeo).
Non vogliono parlare di alleanze i pionieri di LiberaItalia: farlo senza sapere con quale legge elettorale si vota è quasi inutile, ma in ogni caso per i promotori è meglio parlare dei contenuti del programma. Dunque più Europa, meno vincoli all'economia, più diritti civili, più giustizia perseguendo con convinzione la separazione delle carriere. Chi porterà avanti il programma e ci metterà la faccia, a parte i primi promotori, è ancora presto per dirlo: se la casa liberale sarà costruita solida, il panorama partitico potrebbe semplificarsi notevolmente, almeno per i Lib di tutt'Italia pronti a unirsi e a rinunciare alle proprie insegne.

mercoledì 26 luglio 2017

Se Salvini pensa alla Lega dei Popoli (ma se ne parla da tre anni)

Da tempo, forse da sempre, quella fondata da Umberto Bossi, passata a Roberto Maroni prima e a Matteo Salvini poi, il partito di Alberto da Giussano è sempre stata "La Lega" (maiuscole ben avvertibili anche nella voce), un po' come dire la Lega per eccellenza, che non ha bisogno di altre specificazioni. Anche per questo, ogni volta che qualcun altro ha provato a presentare simboli con la parola "Lega" all'interno (fin da quando nel 1992 ci fu un'invasione di Leghe sui tavoli del Viminale), i fedeli di Alberto da Giussano hanno sempre cercato di impedirglielo, anche se di solito non ci sono riusciti perché "Lega" è un termine generico, che per commissioni elettorali e giudici non può essere riservato a nessuno.
Certo, ai militanti basta sentir evocare la Lega perché, all'inizio, c'era stata la Lega lombarda e prima ancora la Liga Veneta (e ci sono ancora, beninteso, ma come Leghe "nazionali"), dunque il passaggio alla Lega Nord ha mantenuto in vita la prima parola come elemento di continuità, dunque è normale identificarsi in quella. E sarà normale farlo anche in futuro, visto che - a quanto pare - il Nord sta per essere dismesso dal nome e dal simbolo. Lo ha scritto ieri Andrea Rossi sulla Stampa:
Il logo, da qualche giorno, circola tra i dirigenti della Lega. Dicono che Matteo Salvini avrebbe dovuto presentarlo nelle settimane passate, poi il lancio è stato via via rimandato, forse perché ci sono ancora aggiustamenti da fare, valutazioni da soppesare. E magari la versione definitiva sarà un po’ diversa. La svolta, però, è nei fatti: la Lega Nord sta per essere definitivamente archiviata.  
Non è dato sapere come sia quel bozzetto che gira, così come non si sa quali possano essere le ragioni che hanno suggerito di rimandare il lancio (si spera non per colpa dell'incidente che involontariamente questo sito ha creato, credendo che fosse vero il simbolo di Italia sovrana, che si immaginava condiviso da Lega Nord e Fratelli d'Italia). Ora però sembra che il passo, più volte annunciato o accennato, sia decisamente più vicino: lo stesso articolo sulla Stampa cita alcune dichiarazioni del segretario federale che andrebbero in quella direzione: "Di certo resterà il marchio della Lega, che è la nostra storia"; "sento parlare di agenzie di comunicazione, ma ce lo faremo da noi, ne siamo capaci" (cosa vera, perché così è avvenuto finora). 
Ma quale sarebbe il nome nuovo che ci si deve attendere? Rossi, nel suo articolo, parla così del futuro del Carroccio:
Si chiamerà, probabilmente, Lega dei Popoli, nome che racchiude la svolta consacrata dal congresso federale di Parma, a maggio. Salvini vuole un contenitore che sia capace di dare voce e spazio a tutte le autonomie d’Italia, da Nord e Sud. [...] A Parma, quando un plebiscito (83%) l’ha confermato segretario, Salvini ha sfoderato uno slogan che solo qualche tempo fa sarebbe stato eresia pura: «Prima gli italiani». Non prima il Nord. La base, a quanto pare, è con lui: «Ho vinto il congresso sulla base di una piattaforma che dichiarava di voler unire tutti i popoli d’Italia». E su questa base sta andando avanti. Sta girando il Paese. Sta solcando il Sud. La settimana scorsa era in Calabria: Vibo Valentia, Lametia Terme, Tropea, e altro ancora. È stato in Molise. Era stato in Sicilia, dove «Noi con Salvini» - il simbolo utilizzato finora al Sud e destinato a scomparire - oggi può contare su una sessantina di eletti nei comuni dell’isola. E ancora, Ladispoli, la Toscana, L’Aquila prima di risalire la penisola e fiondarsi in agosto da una festa all’altra della Lega, soprattutto in Lombardia. Una campagna martellante, segno di una strategia chiara, che punta a unire Nord e Sud su alcuni fronti cari al Carroccio delle origini.  
Intuizioni sensate, senza dubbio. Certo è che di una possibile Lega dei Popoli si parla almeno dall'autunno del 2014, soprattutto da quando a nome di Matteo Salvini è stato depositato presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi un simbolo che contiene la dicitura "Popoli e identità". Ora, la domanda di marchio risulta respinta (non è dato sapere perché; al più si può sospettare che c'entri la forma rotonda del segno, visto che a suo tempo il Ministero dell'interno aveva chiesto al Ministero dello sviluppo economico di respingere le domande di marchio per segni politici dalla forma simile a quella usata per le elezioni, onde evitare confusioni nell'applicazione delle norme) e, comunque, il progetto sembrava latente, così nessuno ne aveva più parlato, ma ora il tutto potrebbe tornare di attualità.
Tra l'altro, curiosamente, nella banca dati dei marchi non si vede nemmeno più la grafica che il depositante aveva allegato alla domanda di marchio nel 2014; quando, a mesi di distanza dal deposito della domanda, era stata caricata sul server del Mise, ero però riuscito a scaricarla e posso riproporla qui. E' facile vedere che già questo segno corrispondeva ai pochi tratti che Salvini - sempre secondo La Stampa - avrebbe svelato: il mantenimento della parola "Lega" e il riferimento al segretario (elementi che erano presenti con evidenza anche nel simbolo della Lega Noi con Salvini che ha corso a Roma l'anno scorso). Quanto al nome, più che "Lega dei popoli" (che suonerebbe blasonato ma un po' antiquato) si era preferito mettere in evidenza la parola "Lega", lasciando in alto l'espressione "Popoli e identità". 
Naturalmente è tutto meno che scontato che il simbolo che sta girando in via Bellerio - ammesso che giri davvero - sia simile a questo; il dato di fatto, però, è che questo è il solo emblema che la Lega abbia direttamente prodotto o fatto produrre in modo "ufficiale", anche se il fatto che risalga a tre anni fa induce a pensare che molto nel frattempo possa essere cambiato, dai colori ai contenuti (anche il riferimento a "Basta Euro" è molto legato alla simbologia adottata nel 2014; oggi il tema è altrettanto sentito, ma sembra meno destinato a finire sull'emblema). In ogni caso, se davvero l'idea è di presentarsi "con un unico simbolo in tutta Italia", la Lega Nord dovrà essere davvero pronta a rinunciare all'ultima parola: tra qualche settimana si vedrà a cosa hanno pensato i dirigenti del Carroccio. 

domenica 23 luglio 2017

Anche la strada di Italia civica passa per Moncalieri?

Nemmeno a farlo apposta, è bastato aspettare giusto un paio di giorni dalla notizia - data dalla Stampa - in base alla quale Niccolò Ghedini starebbe lavorando per conto di Silvio Berlusconi alla creazione di un movimento politico contenitore per alfaniani di ritorno e altri centristi, da collocare nel centrodestra e battezzare Italia civica, per avere conferma del fatto che il nome non era esattamente nuovo, avendolo già usato qualcun altro.
Già il giorno stesso in cui il progetto era stato svelato, Formiche.net aveva fatto notare che il sito www.italiacivica.it era già stato acquistato da un ex montiano ora iscritto al Pd; su questo sito avevo già scritto che Civica Italia era un marchio registrato da Italia futura, la fondazione di Luca Cordero di Montezemolo. La partenza non era delle migliori, ma ora si sa che il nome Italia civica aveva già fatto la comparsa alle elezioni amministrative di Moncalieri nel 2007. Era stata chiamata Italia civica, infatti, la lista che sanciva l'alleanza tra Italia popolare e l'Italia di mezzo, la formazione nata qualche mese prima su impulso di Marco Follini, nel frattempo passato a sostenere l'ultimo governo Prodi.
Detta così, i berlusconiani potrebbero non avere molto da preoccuparsi: la giurisprudenza non è certo priva di decisioni in cui si dice che un uso isolato di un nome o di un simbolo in comuni non toglie la novità a segni impiegati successivamente. Il fatto è che, come detto, il simbolo in questione era stato presentato da Italia popolare e il suo candidato sindaco era Giancarlo Chiapello, il referente piemontese e responsabile organizzativo di quello stesso movimento, fondato nel 2004 da Alberto Monticone, dopo che quest'ultimo aveva rifiutato due anni prima la confluenza del Ppi nella Margherita e aveva scelto di restare "semplicemente" popolare.
Ebbene, Chiapello e Italia popolare, negli ultimi anni, hanno reagito puntualmente a ogni tentativo di vari personaggi politici di utilizzare nomi già impiegati da loro. E l'entourage di Berlusconi dovrebbe saperlo bene: all'inizio del 2011 secondo i media lui - nel tentativo di liberarsi di una sigla poco appetibile come il Pdl - aveva pensato di ribattezzare il suo partito "Popolari", volendo porsi come riferimento italiano al Ppe, ma Monticone e Chiapello si misero di traverso. Dopo qualche giorno non ci fu più traccia sui giornali o altrove dell'uso di quel nome: forse era solo una boutade, forse qualcuno ci aveva fatto davvero un pensierino ma dopo quell'avvertimento aveva fermato tutto per non avere grane. 
Alla fine del 2012, ci cascò Gianni Alemanno, organizzando una manifestazione dal titolo Italia popolare e, forse, pensando di chiamare così il suo nascente partito. Partì puntuale una nota firmata da Chiapello, per "diffidare chiunque dall'utilizzo di tale denominazione, in particolare da parte di chi è ben lontano dalla tradizione politica del popolarismo, che mai ha assunto connotazioni o interpretato posizioni di destra". Manco a dirlo, quel nome Alemanno non lo usò più, optando per Prima l'Italia (etichetta usata come slogan nel 2012 dal Pd e vent'anni prima dalla Dc).
Alla fine del 2013 Mario Mauro, uscito da Scelta civica, volle far nascere i Popolari per l'Italia: Chiapello e Monticone avviarono contatti informali, per avvertire i fondatori del nuovo partito che altri Popolari esistevano già da prima e non si erano mai sciolti. Mauro - che intanto si era preso una diffida anche da Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario politico del Ppi, perché la sigla dei Popolari per l'Italia era identica a quella dei vecchi Popolari - in effetti decise di andare avanti comunque, ma il progetto non riuscì mai a decollare: il simbolo, negli anni, si è visto pochissimo e a marzo l'ex ministro è tornato in Forza Italia.
L'ultima battaglia, per ora, è stata ingaggiata a gennaio di quest'anno, quando si seppe che tra i tanti simboli depositati come marchio da Angelino Alfano c'era anche - guarda un po' - Italia popolare. Chiapello così per sicurezza dichiarò per l'ennesima volta - anche al Tempo, intervistato da Carlantonio Solimene - che la denominazione era già occupata, con tanto di atto costitutivo notarile, dunque non era il caso di provare a usarla.
Il cerchio, dunque, sei anni dopo in qualche modo si chiude, tornando là dov'era partito: a Silvio Berlusconi. E' vero, quell'unico uso del 2007 potrebbe non fare molta paura (e la grafica sfoggiata all'epoca era francamente dimenticabile): quell'episodio moncalierese, questa volta, più che di una pietra d'inciampo ha le sembianze di qualche granellino di sabbia. Eppure, com'è noto, i granellini possono bloccare gli ingranaggi di un meccanismo, mentre una domanda risuona quasi obbligatoria: ma possibile che le strade politiche di tanti passino per Moncalieri? Sarà solo un caso o qualcuno, da quelle parti, ci ha visto lontano?

sabato 22 luglio 2017

L'Italia civica berlusconiana per chi torna all'ovile (ma già opzionata)

Il simbolo scelto non sarà così,
#sischerza ma neanche troppo
Che si voterà nel 2018 ormai è chiaro; il problema è capire come, cioè con quale legge elettorale, dopo che nelle scorse settimane gli accordi sono saltati. La questione, per prevedere gli schieramenti elettorali, non è di poco conto. 
Con un proporzionale, anche nella forma del sistema tedesco, probabilmente si vedrebbero varie liste (specie se lo sbarramento non fosse esagerato): ognuno correrebbe per sé, poi "si vedrà". Un maggioritario potrebbe complicare le cose, specie se non consentisse di coalizzarsi: si dovrebbero inventare contenitori o accoppiare simboli per aggregare consensi e vincere. Se spuntassero le coalizioni, però, il discorso cambierebbe: si potrebbe correre "a più punte" e colpire uniti, sperando che ciascuno guadagni qualcosa; varrebbe per il maggioritario, ma anche in caso di sistema proporzionale, visto che al Senato in qualche modo le coalizioni sono rimaste e oggi allearsi conviene ai partiti minori, visto che si abbatte la soglia di sbarramento (ma sono i partiti grandi a decidere se la coalizione si fa e, dunque, se l'asticella si abbassa). 
Nel caso di un sistema a premio di maggioranza eventuale, con possibilità di coalizioni, non ci sarà spazio per gli schizzinosi: se qualcuno vorrà tornare nell'area di origine dopo un'avventura (vantaggiosa) nello schieramento avverso, non sarà facile lasciarlo alla porta. Silvio Berlusconi lo sa, fin dal giorno del ritorno a Forza Italia. La platea dell'ultimo consiglio nazionale Pdl gridava "Tra-di-to-ri" ad Angelino Alfano e compagni, usciti il giorno prima per creare il Nuovo centrodestra, ma lui la placò: "Non fate dichiarazioni nei loro confronti: quel gruppo ora apparirà un sostegno al Pd, ma dovrà poi necessariamente far parte della coalizione dei moderati, comportiamoci con loro come facciamo abitualmente con la Lega e con Fratelli d’Italia". I suoi non gli hanno dato troppo retta (e anche lui, a volte, si è dimenticato delle sue parole), ma ora le elezioni si avvicinano e la musica cambia.
Non ci si stupisce, allora, se ieri La Stampa, in un articolo a firma di Ugo Magri, parla di un Berlusconi pronto a lanciare "una vasta offensiva che mira a impossessarsi rapidamente dell’area centrista, sgretolando lo Stato cuscinetto di Alfano". Un'operazione che mira a costruire un nuovo contenitore che in breve tempo "prenderà le sembianze di un vero e proprio movimento, destinato a fiancheggiare il partito berlusconiano". 
Lo spazio per gli alfaniani pentiti (e magari anche per lo stesso Alfano, anche se a qualche forzista convinto il suo ritorno potrebbe provocare una gastrite) e per altri soggetti interessati viene definito, da parlamentari in vena di facezie, alternativamente "un bel secchio in cui accogliervi a braccia aperte" (parole molto trash di Franco Carraro) o "la bad company di Forza Italia" (copyright di Fabrizio Cicchitto, che chiama così l'eventuale casa degli "impresentabili" del centrodestra). Eppure il piano ci sarebbe e, per Magri, il nome già pronto sarebbe Italia civica. Il nome ricorda le esperienze civiche che ormai da anni fioriscono nei comuni, a volte solo per nascondere i partiti che non vogliono mostrarsi come tali. Da un po' di tempo a questa parte qualcuno aveva cercato di portare lo stesso spirito nella politica nazionale, a partire dalla montiana Scelta civica, il cui cammino non è stato proprio glorioso. 
Anche questo dettaglio, peraltro, potrebbe non essere un passo falso. Perché per quel progetto politico, cui starebbe lavorando Niccolò Ghedini con pieno mandato berlusconiano, quel nome potrebbe calzare a pennello. Intanto consentirebbe di far entrare un ampio spettro di soggetti: oltre agli alfaniani, infatti, l'articolo della Stampa cita anche il gruppo di Flavio Tosi, l'Udc rimasta fedele al segretario Lorenzo Cesa, addirittura il Partito pensionati (negli ultimi anni stabilmente nel centrodestra) e forse addirittura il Movimento animalista di Michela Vittoria Brambilla (la sorpresa ovviamente non sarebbe lei, ma quella sigla, lanciata con tanto clamore per poi essere destinata a stemperarsi in un italico civismo, con relative candidature).
Quei voti farebbero comodo - l'articolo azzarda una quota intorno al 2% - ma Berlusconi sarebbe più interessato a mantenere la partnership con Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Così, il nome Italia civica servirebbe a non inquietare i leader di Lega Nord e Fratelli d'Italia (hanno ripetuto sempre "niente riciclati", è il caso di confonderne le insegne d'origine) e soprattutto a far "pagare dazio" a certi figliuoli prodighi di ritorno a casa: per candidarsi nel centrodestra e sperare nell'elezione, dovrebbero accettare di stare in un contenitore anonimo e dal blasone nominale poco appetibile. E, pure se non si parla (ancora) di simboli, il colmo sarebbe se a Italia civica venisse data la veste grafica del Popolo della libertà, una sigla che Berlusconi aveva voluto, ma l'ha cambiata dopo essersi reso conto che "il Pdl" non suscitava emozioni. Quale miglior nemesi, per gli ex alfaniani e altri compari aggregati, del dover accettare un nome similmontiano con una grafica pidiellina?
Unico ostacolo sulla strada del progetto, al momento, sembra essere il fatto che qualcuno sul nome avrebbe già messo una bandierina. Lo si legge in un articolo pubblicato sempre ieri da Formiche.net, scritto da Lorenzo Bernardi:
Quel nome è già stato opzionato, e non certo da un berlusconiano. Semmai, ironia della sorte, da un montiano, o ex montiano. Si tratta di Gianmarco Gabrieli. È lui il titolare del dominio Italiacivica.it, e digitando il nome del sito su Google spunta proprio il suo blog personale. Gabrieli, classe 1974, è un imprenditore nel settore informatico, navale e dell’abbigliamento, attivo nell'associazionismo imprenditoriale e già presidente dei Giovani di Confindustria Bergamo. Sul fronte politico, è stato membro del comitato di presidenza di Scelta Civica, oltre che portavoce regionale della Fondazione Italia Futura, che fa capo a Luca di Montezemolo. Attualmente iscritto al Pd, ma l’unica etichetta che gradisce vedersi appuntata è “semplicemente liberale”. 
Se fosse così, al momento in realtà Berlusconi potrebbe sempre utilizzare quel nome. In fondo gli era già andata bene quando aveva pensato di utilizzare l'espressione "Partito della libertà", dopo che la Federazione dei liberali aveva già acquistato il dominio www.partitodellaliberta.it: la questione finì in tribunale e i giudici decisero che aver acquistato il sito senza averlo realmente usato - come qui: c'è un semplice redirect - e senza aver utilizzato il nome in altre occasioni fa sì che un eventuale uso della stessa etichetta da parte di altri non produca alcuna usurpazione.
Certo è che qualcuno dell'entourage di Luca Cordero di Montezemolo, nel momento in cui guardava alla politica, a fare qualcosa di italiano e di civico doveva averci pensato prima di Monti: il 7 novembre 2012 risulta depositata la domanda di marchio per Civica Italia, ossia per il marchio che è riportato a destra ("un'impronta raffigurante la dicitura Civica Italia in caratteri di fantasia, le due porzioni essendo poste l'una sopra l'altra e racchiuse tra due segmenti verticali, rientranti verso l'interno rispettivamente alle estremità superiore ed inferiore"). Titolare del segno distintivo risulta essere proprio Italia Futura, la fondazione legata a Montezemolo. Potrebbe mettersi di traverso rispetto al disegno berlusconiano? Non è dato saperlo, anche perché - tanto per dire - "Civica Italia" e "Italia civica" non sono esattamente la stessa cosa; in passato, però, Carlo Giovanardi ha dovuto rinunciare a denominare i suoi Popolari liberali, dopo il ricorso (accolto) dei Liberal popolari. Previsioni, allora, è meglio non farne: tanto, magari, tempo qualche settimana e tutto cambia, nomi compresi.

lunedì 17 luglio 2017

Cambiare il simbolo del Pd? Forse, ma chi lo dice?

Il 21 novembre il simbolo del Partito democratico, disegnato da Nicola Storto, compirebbe dieci anni: tanto sarà passato dal 21 novembre 2007, quando Walter Veltroni tolse il drappo verde dal pannello che conteneva la gigantografia del logo. Il condizionale però è d'obbligo, se si vuole dar retta alle voci che, negli ultimi giorni, danno quasi per certo un intervento più o meno robusto su quell'emblema. E non per desiderio di una persona qualunque, ma del segretario in persona, Matteo Renzi.
Ad aprire il gioco di supposizioni e retroscena è stato un articolo uscito ieri su Libero, a firma di Elisa Calessi (e ripreso persino da Dagospia). L'autrice ha buon gioco a ricordare che "la tentazione di rottamare il Pd o, per meglio dire, di dargli una riverniciata, di cambiare nome, marchio è, per Matteo Renzi, antica": andare alle prime Leopolde l'emblema dei dem nemmeno c'era, "come se quel popolo che si riuniva alla stazione antica di Firenze avesse un’ambizione più grande, che non si poteva confinare in quel marchio che già allora pareva vecchio, sebbene con pochi anni di vita".

Cambiare un marchio logorato

Al di là del flashback sugli inizi, ai lettori interessa sapere che quella voglia di mettere mano al partito e al suo logo sarebbe di nuovo viva in Renzi: 
Negli ultimi tempi è rispuntata. La tentazione, cioè, di fare un tagliando al Pd, di rinfrescarne l’immagine, il simbolo. Persino di cambiarlo. Perché, come accade ai prodotti di mercato, anche nel caso del Pd il marchio si è logorato. Non ha più la freschezza degli inizi. Ed essendo giovane, non può nemmeno contare sul legame affettivo rappresentato dai simboli dei vecchi partiti. Troppo recente per creare legami di appartenenza, troppo vecchio per rappresentare una novità.
Sarebbero una prova della voglia di svecchiare l'immagine del partito tanto la stipula di un contratto con Proforma, l'agenzia di comunicazione di Enzo Pasculli e Giovanni Sasso (la stessa che ha già alle spalle molti lavori per soggetti politici e per lo stesso Pd), perché agisca su vari fronti (dai social network alla propaganda), come pure l'affidamento a Matteo Richetti del coordinamento dell'area comunicazione e a Marco Agnoletti dell'incarico di portavoce dello stesso Renzi (lo era già quando l'attuale segretario era sindaco di Firenze) e di capoufficio stampa del partito. 
I cambiamenti, però, sembrerebbero riguardare anche l'elemento centrale della comunicazione politica del Pd: il suo simbolo. 

mercoledì 5 luglio 2017

Civici e innovatori, addio al gruppo. La continuità nel Palazzo non basta

Dal 10 luglio, alla Camera ci sarà un gruppo parlamentare in meno: quello di Civici e innovatori, che all'inizio si chiamava Scelta civica per l'Italia. Si tratta dell'ultimo atto di una querelle iniziata praticamente un anno fa, il 14 luglio 2016, con l'uscita di Enrico Zanetti - segretario di Scelta civica e allora viceministro del governo Renzi - dal gruppo della stessa Scelta civica e passata, a ottobre, per la costituzione di un nuovo gruppo che fondesse Sc, i verdiniani di Ala e i sudamericani del Maie. Gruppo che, comprendendo allora come oggi meno di venti deputati, fu creato sfruttando una deroga espressamente prevista dal Regolamento di Montecitorio, che permetteva che nascessero gruppi ufficiali anche con meno componenti, purché rappresentassero "un partito organizzato nel Paese", che abbia presentato col proprio simbolo liste in almeno 20 collegi e abbia eletto almeno un deputato direttamente, ottenendo almeno 300mila voti. 
Tutti questi requisiti Scelta civica li aveva, in abbondanza. Ed Enrico Zanetti ne era (e ne è) il segretario. Il problema è che, formalmente, per la Camera Zanetti e gli altri risultavano alla stregua di scissionisti, visto che se n'erano andati dal gruppo che era stato costituito nel 2013 da Scelta civica all'indomani delle elezioni. E, com'è noto, di norma chi se ne va di casa perde tutti i diritti sul patrimonio, nome compreso. Per questo, forte del mandato che sosteneva di aver già ricevuto a luglio 2016 dalla direzione del partito, Zanetti in qualità di segratario aveva rivendicato per il suo nuovo gruppo il nome di Scelta civica presso l'Ufficio di presidenza della Camera, chiamato a verificare se la deroga per la nascita della compagine potesse essere concessa. Quelli che non volevano cambiare gruppo, peraltro, sarebbero a loro volta scesi sotto i venti membri e non avrebbero certo apprezzato l'idea di perdere il nome (pur essendo rimasti in Scelta civica) e con esso la possibilità di continuare a configurarsi come gruppo, visto che la deroga non l'avrebbero più avuta loro. 
Com'è noto, il 12 ottobre, l'Ufficio di presidenza della Camera si era riunito per discutere anche di questo e, nel bel mezzo del dibattito, era piombata una lettera di Mario Monti, ispiratore e fondatore di Sc, anche se dal 25 febbraio 2015 aveva lasciato il partito. Nella lettera, a quanto pare con toni molto fermi, lo stesso Monti precisava di essere titolare tanto del nome quanto del simbolo di Scelta civica e, forte di questo, negava che quei segni distintivi potessero essere utilizzati per avallare la nascita in deroga di un gruppo con "soggetti che sono in totale contrasto con i valori in base ai quali circa 3 milioni di cittadini diedero il loro voto nel febbraio 2013" a Scelta civica. A Giovanni Sanga (Pd), segretario d'aula cui spettava l'approfondimento giuridico e regolamentare sul caso, toccò valutare quest'altro dettaglio molto delicato. 

giovedì 15 giugno 2017

Simboli sotto i mille (2017): il Nord (di Massimo Bosso)

Anche quest'anno, come nel 2016, cedo volentieri il posto all'amico Massimo Bosso. Inizia qui una carrellata - con l'occhio di chi è stato responsabile elettorale di un piccolo partito nazionale, attento a ogni risvolto pratico della legislazione dettata per il voto - dei casi più eclatanti visti alle elezioni amministrative in comuni con meno di mille abitanti: in quei casi, infatti, la legge non richiede alcuna raccolta di sottoscrizioni, per cui potenzialmente sulla scheda può finire un numero imprecisato di simboli, magari incarnati da chi è nato e lavora a centinaia di chilometri dal paese in cui si candida. Si comincia dal Nord, abbinando al racconto gli emblemi più significativi (almeno quelli che sono riuscito a reperire). 

Anche per la tornata amministrativa del 2017 non potevano mancare le liste presentate nei comuni sotto i mille abitanti, senza necessità di sottoscrittori, presentate da persone estranee al paese. Il fenomeno sembra in crescita, anche se non è omogeneo su tutto il territorio nazionale: sembra infatti concentrarsi in alcune regioni (in particolare Lazio, Molise e Abruzzo). mentre in altre è quasi inesistente.
Prendiamo l'esempio del Piemonte, una regione che ha moltissimi comuni con meno di mille abitanti: quest'anno le liste presentate sono in diminuzione, forse anche a causa dell'assenza di alcuni tra i protagonisti ormai storici nell'ideazione di liste perlomeno bizzarre.
Ad Argentera, in provincia di Cuneo, si è presentata Forza Argentera: con 3 voti, pari al 6,52%, ha incassato 3 seggi, essendo l'unica altra lista oltre alla vincitrice. Ed è lo stesso candidato sindaco, Denis Scotti - attuale esponente di Fratelli d'Italia con un passato di responsabile nazionale della Gioventù della Fiamma tricolore, infanzia trascorsa in paese - a dire che la sua lista è stata concordata con il candidato sindaco della lista vincente per evitare problemi di quorum, comunque abbondantemente superato con il 76% dei votanti.
La necessità che vada a votare almeno un elettore su due quando si presenta una sola lista, pena la nullità della consultazione, è una questione tutt'altro che teorica. Quest'anno si è litigato con il quorum in diversi comuni, ad esempio a Landiona, nel Novarese, comune di 590 abitanti: era presente una sola lista e non è stato raggiunto il 50% degli aventi diritto, così non si è potuto evitare il commissariamento. Destino che riguarderà anche Serravalle Sesia, comune di 5141 abitanti in provincia di Vercelli: solo il 48,14% degli aventi diritto si è recato alle urne per supportare l'unica lista presente, Serravalle... Viva, che candidava Massimo Basso e riprendeva in piccola parte - barra gialla su fondo bianco con scritte blu - la grafica che negli anni aveva caratterizzato gli emblemi con cui si era candidato a sindaco nei comuni della Val Sesia Gianluca Buonanno.
In provincia di Torino troviamo il Nuovo Cdu, partito riattivato da Mario Tassone, che ha presentato liste in 5 comuni (Bairo, Claviere, Fenestrelle, Monteau da Po e Valgioie): in tutto ha raccolto 30 voti, facendo registrare il miglior risultato a Claviere - 5,19% per aver ottenuto 4 soli voti - ma senza conseguire alcun seggio per la presenza di almeno altre due liste in ogni comune. Sempre nel Torinese (Bairo e Orio Canavese) si presenta Forza Nuova, partito di dimensione nazionale che in questa tornata ha presentato liste anche in comuni superiori o comunque per i quali era richiesta la raccolta di sottoscrizioni: la lista è riuscita anche a ottenere un seggio nel bergamasco, a Fornovo (3319 abitanti), ma nei due comuni piemontesi non ha ottenuto risultati di rilievo; ad Orio, in particolare, i tre seggi riservati alle minoranze sono stati attribuiti alla Lega Nord, forte del suo 15,56%. Vuoto totale invece ad Elva, nel cuneese: nessuna lista depositata, dunque niente elezioni.
Passando ai comuni sotto i mille della Lombardia, si comincia subito con un'intitolazione di lista suo malgrado ironica: a Blello, comune minuscolo del bergamasco (76 abitanti) si trova la lista Il Paese che vogliamo - Insieme si può. Evidentemente, però, nessuno dei pochi blellesi vuole quel paese, visto che quel simbolo (a suo modo tricolore, con decente affollamento di persone, pari quasi alla metà degli abitanti del comune) non incassa nemmeno un voto.
Sembra avere più fortuna la lista del Psn, ossia Partito socialista nazionale: l'evoluzione nominale del Movimento fascismo e libertà (partito di cui conserva il fascio romano all'interno del contrassegno) ha presentato una lista a Mura (790 abitanti), in provincia di Brescia e, con 41 voti, prende il 11,91% e tutti e tre i seggi riservati alla minoranza, trattandosi dell'unica altra lista oltre a quella che ha espresso il sindaco. 
Decisamente meno fortunata è la lista Italia agli italiani, presentata a Brienno, in provincia di Como, insieme ad altri due raggruppamenti: l'istanza autarchico-sovranista sembra non fare proprio breccia nelle urne di quel paese (almeno in questo tipo di consultazione locale), visto che solo 1 dei 303 elettori le dà fiducia.
Se si va in provincia di Pavia, è interessante vedere la presentazione di alcune liste di Progetto nazionale, il progetto politico guidato da Piero Puschiavo e caratterizzato graficamente da una doppia fiamma (stile Front National) verde e rossa: l'emblema è stato visto a Gambarana (2 voti, 1,45%) e a Gambolò, dov'era necessario raccogliere le firme.
Si ride, inevitabilmente, guardando il manifesto dei candidati presentatisi a Mezzana Rabattone, nel pavese: accanto alla lista Mezzana civica (che conferma il sindaco uscente Giorgio Facchina) è rispuntato il Movimento S.F.I.A.M., una sigla già nota, avendo partecipato negli ultimi due anni a consultazioni elettorali in piccoli comuni della provincia di Pavia. Stavolta, in qualche modo, è andata meglio: 14 voti (pari al 5,80%) sono stati sufficienti a eleggere tre persone, compreso il candidato sindaco Pablo Algieri, già visto due anni fa come aspirante primo cittadino a Silvano Pietra nel 2014 a Nicorvo, in entrambi i casi con un altro movimento da antologia, il P.I.L.U. (ci meritiamo almeno di conoscere il contenuto dell'acronimo...).
Sembrano peraltro parte dello stesso disegno due liste "estranee" presentate in un altro comune della provincia, Monticelli pavese: Movimento Italia più bella e Movimento Giovani Alleati, grafica che definire essenziale e minimal è quasi un complimento. In un panorama caratterizzato da quattro liste, però, le due formazioni si aggiudicano un voto a testa (lo 0,32%) e, ovviamente, non arriva alcun eletto. A Oltre il Colle, nel bergamasco, invece l'unica lista non entra in consiglio per il mancato superamento del quorum di partecipazione; lo stesso è accaduto anche a Pieve di Cadore, nel bellunese. Da segnalare anche, nel Triveneto, la presenza di Fratelli d'Italia a Taipana, in provincia di Udine, che però raccoglie solo 4 voti, pari all'1,14%.