giovedì 15 giugno 2017

Simboli sotto i mille (2017): il Nord (di Massimo Bosso)

Anche quest'anno, come nel 2016, cedo volentieri il posto all'amico Massimo Bosso. Inizia qui una carrellata - con l'occhio di chi è stato responsabile elettorale di un piccolo partito nazionale, attento a ogni risvolto pratico della legislazione dettata per il voto - dei casi più eclatanti visti alle elezioni amministrative in comuni con meno di mille abitanti: in quei casi, infatti, la legge non richiede alcuna raccolta di sottoscrizioni, per cui potenzialmente sulla scheda può finire un numero imprecisato di simboli, magari incarnati da chi è nato e lavora a centinaia di chilometri dal paese in cui si candida. Si comincia dal Nord, abbinando al racconto gli emblemi più significativi (almeno quelli che sono riuscito a reperire). 

Anche per la tornata amministrativa del 2017 non potevano mancare le liste presentate nei comuni sotto i mille abitanti, senza necessità di sottoscrittori, presentate da persone estranee al paese. Il fenomeno sembra in crescita, anche se non è omogeneo su tutto il territorio nazionale: sembra infatti concentrarsi in alcune regioni (in particolare Lazio, Molise e Abruzzo). mentre in altre è quasi inesistente.
Prendiamo l'esempio del Piemonte, una regione che ha moltissimi comuni con meno di mille abitanti: quest'anno le liste presentate sono in diminuzione, forse anche a causa dell'assenza di alcuni tra i protagonisti ormai storici nell'ideazione di liste perlomeno bizzarre.
Ad Argentera, in provincia di Cuneo, si è presentata Forza Argentera: con 3 voti, pari al 6,52%, ha incassato 3 seggi, essendo l'unica altra lista oltre alla vincitrice. Ed è lo stesso candidato sindaco, Denis Scotti - attuale esponente di Fratelli d'Italia con un passato di responsabile nazionale della Gioventù della Fiamma tricolore, infanzia trascorsa in paese - a dire che la sua lista è stata concordata con il candidato sindaco della lista vincente per evitare problemi di quorum, comunque abbondantemente superato con il 76% dei votanti.
La necessità che vada a votare almeno un elettore su due quando si presenta una sola lista, pena la nullità della consultazione, è una questione tutt'altro che teorica. Quest'anno si è litigato con il quorum in diversi comuni, ad esempio a Landiona, nel Novarese, comune di 590 abitanti: era presente una sola lista e non è stato raggiunto il 50% degli aventi diritto, così non si è potuto evitare il commissariamento. Destino che riguarderà anche Serravalle Sesia, comune di 5141 abitanti in provincia di Vercelli: solo il 48,14% degli aventi diritto si è recato alle urne per supportare l'unica lista presente, Serravalle... Viva, che candidava Massimo Basso e riprendeva in piccola parte - barra gialla su fondo bianco con scritte blu - la grafica che negli anni aveva caratterizzato gli emblemi con cui si era candidato a sindaco nei comuni della Val Sesia Gianluca Buonanno.
In provincia di Torino troviamo il Nuovo Cdu, partito riattivato da Mario Tassone, che ha presentato liste in 5 comuni (Bairo, Claviere, Fenestrelle, Monteau da Po e Valgioie): in tutto ha raccolto 30 voti, facendo registrare il miglior risultato a Claviere - 5,19% per aver ottenuto 4 soli voti - ma senza conseguire alcun seggio per la presenza di almeno altre due liste in ogni comune. Sempre nel Torinese (Bairo e Orio Canavese) si presenta Forza Nuova, partito di dimensione nazionale che in questa tornata ha presentato liste anche in comuni superiori o comunque per i quali era richiesta la raccolta di sottoscrizioni: la lista è riuscita anche a ottenere un seggio nel bergamasco, a Fornovo (3319 abitanti), ma nei due comuni piemontesi non ha ottenuto risultati di rilievo; ad Orio, in particolare, i tre seggi riservati alle minoranze sono stati attribuiti alla Lega Nord, forte del suo 15,56%. Vuoto totale invece ad Elva, nel cuneese: nessuna lista depositata, dunque niente elezioni.
Passando ai comuni sotto i mille della Lombardia, si comincia subito con un'intitolazione di lista suo malgrado ironica: a Blello, comune minuscolo del bergamasco (76 abitanti) si trova la lista Il Paese che vogliamo - Insieme si può. Evidentemente, però, nessuno dei pochi blellesi vuole quel paese, visto che quel simbolo (a suo modo tricolore, con decente affollamento di persone, pari quasi alla metà degli abitanti del comune) non incassa nemmeno un voto.
Sembra avere più fortuna la lista del Psn, ossia Partito socialista nazionale: l'evoluzione nominale del Movimento fascismo e libertà (partito di cui conserva il fascio romano all'interno del contrassegno) ha presentato una lista a Mura (790 abitanti), in provincia di Brescia e, con 41 voti, prende il 11,91% e tutti e tre i seggi riservati alla minoranza, trattandosi dell'unica altra lista oltre a quella che ha espresso il sindaco. 
Decisamente meno fortunata è la lista Italia agli italiani, presentata a Brienno, in provincia di Como, insieme ad altri due raggruppamenti: l'istanza autarchico-sovranista sembra non fare proprio breccia nelle urne di quel paese (almeno in questo tipo di consultazione locale), visto che solo 1 dei 303 elettori le dà fiducia.
Se si va in provincia di Pavia, è interessante vedere la presentazione di alcune liste di Progetto nazionale, il progetto politico guidato da Piero Puschiavo e caratterizzato graficamente da una doppia fiamma (stile Front National) verde e rossa: l'emblema è stato visto a Gambarana (2 voti, 1,45%) e a Gambolò, dov'era necessario raccogliere le firme.
Si ride, inevitabilmente, guardando il manifesto dei candidati presentatisi a Mezzana Rabattone, nel pavese: accanto alla lista Mezzana civica (che conferma il sindaco uscente Giorgio Facchina) è rispuntato il Movimento S.F.I.A.M., una sigla già nota, avendo partecipato negli ultimi due anni a consultazioni elettorali in piccoli comuni della provincia di Pavia. Stavolta, in qualche modo, è andata meglio: 14 voti (pari al 5,80%) sono stati sufficienti a eleggere tre persone, compreso il candidato sindaco Pablo Algieri, già visto due anni fa come aspirante primo cittadino a Silvano Pietra nel 2014 a Nicorvo, in entrambi i casi con un altro movimento da antologia, il P.I.L.U. (ci meritiamo almeno di conoscere il contenuto dell'acronimo...).
Sembrano peraltro parte dello stesso disegno due liste "estranee" presentate in un altro comune della provincia, Monticelli pavese: Movimento Italia più bella e Movimento Giovani Alleati, grafica che definire essenziale e minimal è quasi un complimento. In un panorama caratterizzato da quattro liste, però, le due formazioni si aggiudicano un voto a testa (lo 0,32%) e, ovviamente, non arriva alcun eletto. A Oltre il Colle, nel bergamasco, invece l'unica lista non entra in consiglio per il mancato superamento del quorum di partecipazione; lo stesso è accaduto anche a Pieve di Cadore, nel bellunese. Da segnalare anche, nel Triveneto, la presenza di Fratelli d'Italia a Taipana, in provincia di Udine, che però raccoglie solo 4 voti, pari all'1,14%.

martedì 13 giugno 2017

Quando il problema non è il (solo) fascio

Era prevedibile che, una volta portato agli occhi dei media (in particolare, da un articolo di Paolo Berizzi per la Repubblica), il caso della lista Fasci italiani del lavoro nel piccolo comune mantovano di Sermide e Felonica facesse notizia e, potenzialmente, scatenasse un'orda di polemiche. Il vespaio è stato alimentato dall'elezione in consiglio della stessa candidata sindaca, Fiamma Negrini e da una lettera che la presidente della Camera Laura Boldrini ha inviato al titolare del Viminale Marco Minniti.
Sono iscritto da anni con orgoglio all'Anpi, della lotta partigiana condivido il fine (anche se, nel passato, ha conosciuto forme dolorose e, a volte, inutilmente insanguinate, specie nella mia terra) e sono certo che non sia venuto meno il bisogno di lottare contro nuove forme, più o meno subdole, di attacco alla democrazia (si tratti delle mafie, della corruzione o di altri mali) e sia importante sostenere le nuove resistenze: per questo, l'idea di vedere sulle schede elettorali un fascio, che alla mia mente richiama idee e periodi che vorrei fossero completamente alle spalle mi rattrista e mi preoccupa.
La natura del cittadino resistente, però, convive in me con quella dello studioso, che deve necessariamente guardare al fatto con occhi diversi, da tecnico, che mal si accordano con quelli del cuore e dell'istinto. Così, lo studioso non si stupisce più di tanto, visto che da anni si pone lo stesso problema con un altro soggetto giuridico-politico, vale a dire il Movimento Fascismo e libertà (Mfl), fondato all'inizio degli anni '90 da Giorgio Pisanò. E' vero, come ricordato a più riprese da Berizzi, Boldrini e altri, che esiste la XII disposizione finale della Costituzione ("È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista"), così come esiste la cosiddetta "legge Scelba" (legge 20 giugno 1952, n. 645) che punisce tanto la ricostituzione del "disciolto" (attenzione alla parola) partito fascista, quanto l'apologia di fascismo e le manifestazioni fasciste. Prima di invocare l'applicazione delle norme, però, bisognerebbe avere l'abitudine - poco praticata in Italia - di leggere i testi, conoscerne la genesi e l'interpretazione data fino a quel momento. Si dovrebbe dunque sapere che, dall'inizio, della XII disposizione finale si è data una lettura restrittiva, che vietava non la ricostituzione di un qualunque partito fascista, ma del "disciolto" partito fascista, cioè che si richiamasse interamente a quella precisa esperienza, nelle stesse forme e con gli stessi metodi di allora. L'inserimento di quella parola, in un primo tempo non prevista, obbligò a dare questa lettura restrittiva (dovuta, specie per le disposizioni costituzionali che limitano le libertà, in questo caso di associarsi in partiti politici, il cui unico limite è - non a caso - quello del concorso alla politica nazionale "con metodo democratico", come stabilito dall'articolo 49). 
A dare una lettura "materiale" della riorganizzazione del partito fascista provvede l'articolo 1 della legge Scelba: la condotta criminosa si ha "quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista". L'ultima frase sembra meno concreta di quelle precedenti, ma anche questa dev'essere letta tanto alla luce delle parole che precedono e quanto del fatto che, con il tempo, si è cercato di ridurre sempre di più lo spazio dei reati di mera opinione: non si ritiene più giusto punire per un'idea, dunque, ma solo se quell'idea è realmente minacciosa nei confronti degli altri e dei loro diritti. Per questo, da un quarto di secolo, nessuno dei procedimenti penali iniziati nei confronti di Fascismo e libertà si è concluso con una condanna: nel suo statuto scrive, tra l'altro, che "Il Movimento fa propria tutta l'ideologia Fascista Mussoliniana escludendo dal contesto politico, sociale e civile ogni qualsiasi forma di violenza fisica, morale e/o psicologica rivolta nei confronti dei cittadini appartenenti a qualsiasi nazione, razza, ceto e religione che non si riconoscono ideologicamente nel pensiero politico" del partito stesso.
Al Ministero dell'interno questo è ben noto, così come è noto che il piano elettorale si distingue dal piano penale: non tutto ciò che è penalmente non rilevante è ammissibile quando si vota. Il problema si è posto perché, dal 1992, il Mfl ha cercato in più occasioni di far ammettere il proprio contrassegno alle elezioni politiche ed europee, così come ha cercato - alla pari di varie formazioni di destra in cerca di "radicamento" locale - di presentare candidature nei comuni più piccoli, nella speranza che arrivasse qualche eletto. A chiarire almeno in parte la situazione ha provveduto il Consiglio di Stato, in un parere chiesto dallo stesso Viminale nel 1994, proprio sul caso di Fascismo e libertà, cui nel 1992 era stato bocciato il simbolo e che appunto nel 1994 aveva provato a ripresentarlo, dopo che l'anno prima alle comunali di Roma era stato ammesso il suo contrassegno con il fascio, ma con la denominazione "Democrazia corporativa e libertà". 
Il Consiglio di Stato, in quell'occasione, ha chiarito che (pur in mancanza di divieti espliciti relativi ai contrassegni elettorali), "non è concepibile che un raggruppamento politico partecipi alla competizione elettorale sotto un contrassegno che si richiama esplicitamente al partito fascista bandito irrevocabilmente dalla Costituzione" (anche se un raggruppamento politico non integra gli estremi della ricostituzione del partito fascista). In concreto, però, se è vietato esporre "congiuntamente l’emblema del fascio e una scritta comprendente la parola 'fascismo'", altrettanto non può dirsi se appare il fascio "da solo, o accompagnato da una scritta nella quale la parola 'fascismo' non compare": il fascio, infatti, era un segno romano e prima ancora etrusco, poi ha assunto "il valore di simbolo della forma repubblicana dello Stato" (soprattutto nella Repubblica romana di Giuseppe Mazzini, citata anche nello statuto dei Fasci oggi discussi). L'appropriazione del simbolo fatta dal "partito mussoliniano", pur essendo innegabile, non può permettere di dire "che quel simbolo, in sé e per se, abbia un significato unico ed univoco": in conclusione, per palazzo Spada, "l'emblema del fascio romano, disgiunto dalla parola 'fascismo', si può considerare ammissibile" in ambito elettorale.
Se il Ministero dell'interno ha comunque continuato ad applicare una lettura restrittiva di quello stesso parere, censurando puntualmente il fascio, anche quando l'emblema era solo affiancato dalla sigla del movimento (e l'unica volta in cui ammise l'emblema, alle elezioni politiche del 2006, lo fece dopo che una pecetta grigia aveva coperto le verghe, ma non la scure), a livello locale le commissioni elettorali hanno oscillato tra due soluzioni diverse. In alcuni casi hanno adottato la linea più severa, bocciando ogni emblema contenente il fascio; in altri - di solito dopo la richiesta di sostituire l'emblema - hanno ammesso il simbolo contenente il solo fascio, anche non celato da altre grafiche, purché non vi fosse più alcun accenno al fascismo.
Quanto detto per Fascismo e libertà vale anche per i Fasci italiani del lavoro? Berizzi sulla Repubblica ha ricordato che la stessa lista aveva corso anche alle elezioni nel solo comune di Sermide (non ancora unito) anche nei tre appuntamenti precedenti, anche se non aveva mai ottenuto seggi, a differenza di questa volta. Ora è facile dire che, in questi quattro casi (e probabilmente anche in altri meno noti), le commissioni - non senza perplessità, è da immaginare - abbiano applicato quanto suggerito dal Consiglio di Stato nel 1994, anche in nome della lettura restrittiva data alle disposizioni costituzionali e di legge.
Se si legge lo statuto del partito - cioè il documento che conta per capire come sia un soggetto politico - si trova che il fine ultimo è la "democrazia delle categorie" con "l'individuo al di sopra dalla lotta di classe, nel quadro di istituzioni rappresentative della volontà popolare liberamente elette (Presidente della Repubblica, Paramento), dove il cittadino-produttore [...] possa diventare compartecipe della gestione dello Stato e della Produzione e beneficiario degli utili che dalla Produzione derivano"; certo, questo a prezzo di un giudizio negativo sul "filtro negativo e paralizzante dei partiti politici, diventati ormai egemoni e arbitri incontrollabili della vita del singoli e della collettività nazionale", cosa non bella da leggere, ma è cosa diversa dal chiedere l'abolizione dei partiti (e negare le storture del nostro sistema dei partiti è oggettivamente difficile). Si nega poi che il fascismo sia stato frutto della sola violenza di pochi sul popolo italiano  e che non potesse esserci uno sbocco democratico di quell'esperienza. Per i Fasci Italiani del Lavoro l'orizzonte è la democrazia corporativa, la sottrazione del lavoratore alle leggi del mercato, che deve convivere però con "la salvaguardia delle libertà di stampa, di associazione, di espressione e di religione" e il "rifiuto di ogni forma di discriminazione razziale, rivendicando il rispetto di ogni etnia ciascuna con le proprie peculiarità culturali". 
Sempre nello statuto si delinea anche una forma di governo auspicata: una repubblica presidenziale, con un Parlamento bicamerale (eletto con sistema proporzionale e soglia di sbarramento al 5%) diviso tra una Camera ("espressione dei partiti politici", al plurale...) che approvi le leggi e un Senato "rappresentanza di tutte le categorie produttive" che ne verifichi l'applicazione. Certo, si parla anche di "soppressione delle norme costituzionali transitorie e delle legislazioni speciali", di "pacificazione effettiva, con il riconoscimento del servizio militare prestato dai Combattenti della Rsi" e di "verità storiche" da ristabilire, sul fascismo, sul trattato di resa agli Alleati e sul trattato di pace, anche se qualcosa di molto simile negli anni è stato detto a più riprese anche da forze regolarmente presenti in Parlamento.
Basta tutto questo per dire che i Fasci italiani del lavoro rappresentano un tentativo di ricostituire il "disciolto partito fascista"? Probabilmente no. E' sufficiente invece a vietare l'uso del simbolo? Qui la risposta è più difficile: l'emblema dei Fasci somiglia davvero molto a quello che Fascismo e libertà presentò alle europee del 1999 e fu regolarmene bocciato dal Viminale (c'è anche il tricolore in basso, in più c'è la ruota dentata e il testo è diverso). In effetti c'è scritto "Fasci" e non "Fascismo", ma - tocca chiedersi, a costo di sembrare tautologici - i "Fasci" sono "fascisti"? La parola di per sé no, visto che è ben precedente (si pensi ai Fasci siciliani dei lavoratori di fine '800); gli intenti svelati nello statuto sono sì "fascisti", ma non per la parte violenta o nemica della libertà.
Non è dato sapere se i componenti della commissione elettorale abbiano fatto tutte queste valutazioni, se abbiano chiesto lumi a qualche autorità o se siano stati sopraffatti dagli altri adempimenti burocratici (molto più gravosi) in tema di liste. Non è impossibile che, nel dubbio, abbiano scelto di ammettere il simbolo, preferendo allargare il numero di concorrenti piuttosto che restringerlo, tenendo conto anche delle indicazioni dei giudici di Palazzo Spada. Lo stesso emblema discusso nel 1993 (Democrazia corporativa e libertà), in un primo tempo escluso per questioni formali, fu riammesso con riserva da Tar Lazio e Consiglio di Stato; lo stesso poteva accadere qui. Per questo, sapere che in consiglio comunale a Sermide e Felonica siede una rappresentante dei Fasci italiani del lavoro non mi rende felice (non potrebbe essere diversamente), ma non mi fa gridare allo scandalo: le leggi ci sono, ma applicarle qui non avrebbe portato a escludere correttamente il simbolo. Non lo avrei mai votato, beninteso, ma sulle schede ci era arrivato legalmente, non per la svista di qualcuno. 

lunedì 12 giugno 2017

Vincere sul filo di lana, nonostante il necrologio a favore

Tra le storie post-elettorali, la prima che merita di essere raccontata riguarda un paese di circa 3500 abitanti, uno di quei luoghi che vanno cercati e individuati con attenzione sulle carte geografiche, che difficilmente fanno notizia e, quando accade, si spera che non sia per colpa di qualche disgrazia. Eppure, da poco meno di una settimana il comune di San Michele di Ganzaria, piccolo centro in provincia di Catania, su Facebook e in generale sulla Rete è diventato (forse non volendolo buona parte dei suoi abitanti) piuttosto noto per via di un episodio che ha caratterizzato gli ultimi giorni della campagna elettorale e che è stato debitamente immortalato e fatto circolare.
Sui muri della cittadina, infatti, il 6 giugno è apparsa un'affissione simile a un necrologio, dal contenuto inequivocabilmente non funerario: "La Figlia Amato Concettina, nel ricordare il proprio amatissimo papà Amato Salvatore, colpito a morte il 19 febbraio 2009, augura buon voto a elettorale a tutta la cittadinanza di San Michele di Ganzaria e appoggio la lista di mio cugino Gianluca Petta uomo retto e di stato, ragazzo serio e lungimirante". Il finale, poi, era da antologia: "Chi non ricorda il passato rischia il presente". Il tutto, ovviamente, firmato "Amato Concettina", come se quel foglio fosse un documento ufficiale e solenne, in carta da bollo (mancava giusto la firma autografa, ovviamente sempre con il cognome prima del nome, come ordine alfabetico pretende e come buona prassi sconsiglia). Tutto poteva restare fermo lì, noto solo allo sguardo curioso di chi, passandovi davanti, si fosse fermato per leggere cosa c'era scritto. Qualcuno, tuttavia, già che c'era ha estratto la macchina fotografica (o, più probabilmente, lo smartphone), ha scattato una foto e l'ha postata su Facebook. 
Quell'immagine l'ha vista, tra i tanti, un altro utente del social network, Fabio D'Alessandro: ne è rimasto colpito - senza avere alcun interesse per la specifica competizione - al punto da condividerla sulla sua bacheca ("Potete spendere migliaia di euro in coloratissimi manifesti elettorali ma i vostri creativi non potranno mai competere con Cuncettina"). Le molte condivisioni dei suoi contatti hanno fatto partire una diffusione virale, così c'è chi ha iniziato a cercare notizie su Gianluca Petta. Anzi, "Giovanni Petta detto Gianluca", come recitava il manifesto elettorale delle elezioni del 2017 e del 2012. Sì, perché Petta era già sindaco uscente di San Michele di Ganzaria, eletto cinque anni fa con il 57,52% dei voti: la sua lista civica Petta sindaco - San Michele Giovane, con le sue tre figure umane stilizzate e unite in movimento (rosse su fondo giallo) aveva decisamente convinto la maggior parte degli elettori. 
A maggio, Petta si è ripresentato alle elezioni, chiedendo di nuovo la fiducia dei cittadini. La lista, nel frattempo, si era rinnovata: alcuni nomi erano rimasti, alcune persone nuove erano arrivate e, soprattutto, era mutata l'etichetta, ora divenuta Competenza & Determinazione - Petta sindaco. Con la denominazione, era stato sostituito anche il simbolo: nella nuova immagine campeggiava il disegno di un albero, dai rami ricchi di volute (un po' alla Klimt, anche per il marroncino utilizzato) e con le radici che, a guardarle bene, riprendevano le tre figure umane delle origini, come a dire che da quell'inizio il progetto è cresciuto e si è ampiamente sviluppato, andando avanti (come suggerisce anche la freccia che delimita il terreno). 
Era in qualche modo a conoscenza Petta di quella strana affissione che invitava di fatto a votare per lui? Di certo lo era venuto a sapere, ma assicura di non avere nulla a che fare con quella scelta. Così, in particolare, ha spiegato a Tribupress.it:
"L’invito a votarmi sul necrologio? Guardi, si è trattato di un’iniziativa privata che mi ha creato anche un po’ di imbarazzo. Chi mi conosce sa che non ho affatto bisogno di simile pubblicità, solo qualche avversario politico può pensare di strumentalizzare una cosa del genere. Si tratta di una mia lontana parente problematica, non nuova ad iniziative del genere; quando ho visto il necrologio non sapevo se ridere o piangere. Il riferimento al papà 'colpito a morte'? Nulla di vero, anche qui si tratta di una costruzione di questa persona, che in passato e forse anche adesso ha avuto dei problemi. Detto questo per me la faccenda si chiude qui, non le ho nemmeno telefonato per chiedere spiegazione. Tutti in paese sanno di questa persona e dei problemi che ha avuto. Anche per questo le strumentalizzazione sono davvero misere”.
Non è dato sapere se effettivamente qualcuno tra gli avversari abbia protestato o accusato il candidato sindaco di essersi fatto pubblicità in modo inconsueto. Gli elettori di San Michele di Ganzaria, in ogni caso, hanno potuto decidere in piena autonomia e, col voto di ieri, hanno confermato Petta sulla poltrona di sindaco con 955 voti, pari al 46,13%. Particolarità: dei due sfidanti, Danilo Parasole, candidato della lista Impegno comune (nome e struttura del simbolo già vista in passato, con tante mani aperte, sullo stile del Mio canto libero), si è classificato secondo con il 46,03%, cioè con 953 voti. Quasi 800 in più del candidato del MoVimento 5 Stelle Michele Lo Tauro, fermo a 162 voti (7,83%), ma soprattutto solo due lunghezze in meno del vincitore. Difficilissimo che quella curiosa affissione abbia realmente influito sul risultato della consultazione (bisogna essere obiettivi), ma di certo nessuno poteva immaginare che, in una sfida rivelatasi essere - letteralmente - all'ultimo voto, nel potenziale armamentario di propaganda spuntasse anche un necrologio a fini elettorali. Tanto più, all'insaputa dell'auspicato beneficiario...

martedì 6 giugno 2017

Catanzaro, simboli e curiosità sulla scheda

Riguardando uno dei capoluoghi di Regione chiamati al voto, il test elettorale di Catanzaro assume una certa importanza. Sergio Abramo, sindaco uscente (e già sindaco per altri due mandati in passato) prova a cercare la riconferma facendosi sostenere da 6 liste; dovrà vedersela soprattutto con Vincenzo Antonio Ciconte (da non confondersi con il magistrato anti 'ndrangheta Enzo Ciconte) che, candidato dal centrosinistra, ha radunato attorno a se addirittura 11 liste e la tentazione di dire che è un record è davvero forte. In tutto gli aspiranti sindaci sono 4, ma le formazioni in competizione sono ben 21.

Bianca Laura Granato

La candidatura estratta per occupare il primo posto su manifesti e liste è quella di Bianca Laura Granato, schierata dal MoVimento 5 Stelle. Per il progetto politico-amministrativo legato a Beppe Grillo si tratta del primo sbarco a Catanzaro, visto che alle elezioni del 2012 non era stata presentata alcuna lista; alle ultime regionali (del 2014), in ogni caso, la lista a 5 Stelle aveva ottenuto oltre il 7% dei voti e da lì si riparte. Granato, che è prevalsa in una consultazione interna tra gli iscritti del locale MeetUp, si presenta agli elettori con il contrassegno tradizionale del M5S, ovviamente con il sito di Beppe Grillo sostituito da quello del MoVimento.

Sergio Abramo

Lo si diceva, Sergio Abramo tenta la riconquista (per la quarta volta) del municipio di Catanzaro e lo fa con l'appoggio di ben sei formazioni. La prima a essere stata sorteggiata è la Federazione popolare per Catanzaro, frutto dell'unione - come è avvenuto in varie altre parti d'Italia, a partire da Roma - di forze centriste come il Nuovo Cdu del calabrese Mario Tassone, i Popolari per l'Italia di Mario Mauro e Alleanza democratica di Giancarlo Travagin. Il simbolo utilizzato è quasi identico a quello già visto alle amministrative romane dell'anno scorso, con 12 stelle gialle scure quasi in cerchio e un nastro tricolore appena ripiegato sotto al nome blu.
Il secondo degli emblemi estratti tra quelli che formano la compagine di Abramo è già noto agli elettori del comune: è quello della lista Catanzaro con Sergio Abramo, già presente alle elezioni di cinque anni fa e premiata allora con l'8% dei consensi e tre posti in consiglio comunale. Al nuovo appuntamento elettorale, il contrassegno è stato rispolverato esattamente nello stesso modo, senza alcuna modifica: fondo rosso sfumato, testo in parte giallo (per ricostruire la coppia di colori cittadini; lo faranno altri candidati) e in parte blu e, in basso, un'aquila nera, per ricordare l'animale imperiale che figura nello stemma della città (anche se in tutt'altra posizione).
L'aquila, in compenso, torna anche nel simbolo della lista che è stata sorteggiata subito dopo, ossia Catanzaro da vivere, anch'essa già vista nel 2012, fu anzi la formazione più votata di quella coalizione. Se nella lista "personal-cittadina" appena vista è presente il volatile intero, qui c'è il particolare della testa, con becco e sguardo adunchi, tracciati in bianco su fondo blu. Il colore scelto per il cerchio, tra l'altro, consente di inserire senza che appaia fuori luogo il cuore di Alternativa Popolare - che di fatto è la presentatrice e ispiratrice della lista - richiamando il partito di Angelino Alfano solo con le iniziali, racchiuse all'interno dello stesso cuore. Completa l'emblema un piccolo arco tricolore a segmenti, individuato sulla destra del simbolo, anche al di sotto dei tratti bianchi dell'aquila.
I quattro colori nazionali, tipici di una "lista pigliatutto" o, più facilmente, di una formazione di centrodestra tornano anche nella lista che occupa la quarta posizione all'interno della coalizione Abramo, Obiettivo Comune, con le iniziali delle parole entrambe maiuscole. Così, infatti, verrebbe da dire guardando la grafica del simbolo di quella che è nata all'inizio del 2016 come associazione e "laboratorio di idee", da sempre coi piedi ben piantati nel centrodestra e con l'idea di coinvolgere soprattutto i giovani distanti dalla politica. L'emblema, in ogni caso, non è mai cambiato: le parole blu scuro (con iniziali bianche) su fondo blu sfumato e, in alto a sinistra, una striscia tricolore che sembra tracciata col gesso.
La quinta lista del gruppo di sostegno ad Abramo ha una grafica sicuramente inconfondibile: il Movimento Officine del Sud, infatti, rappresenta una porzione di Calabria in verde, caratterizzata in alto da un ingranaggio di due ruote dentate, il tutto racchiuso dal blu del mare e da una circonferenza tricolore. Ciò dovrebbe servire a rappresentare una forza politica che, come si legge nel suo sito, "si prefigge lo scopo di liberare il Sud da quei luoghi comuni che lo condannano alla marginalità esaltando ed incoraggiando tutte le iniziative della nostra società civile, dalle quali emergono eccellenze culturali ed imprenditoriali di uomini e di imprese". E magari bastasse un simbolo a rimettere in modo tutti gli ingranaggi...
Ultima delle liste di Abramo a essere sorteggiata è quella di Forza Italia, partito cui il sindaco uscente e ricandidato appartiene. Non sembra un caso che nel contrassegno, sopra la bandierina forzista, sia stato aggiunto proprio il suo nome per marcare il sostegno e l'appartenenza (anche se l'inserimento è stato fatto con una font diversa rispetto all'Helvetica usato in basso e quindi stona un po'). Cinque anni fa sulle schede si presentò il Pdl e fu la seconda forza della coalizione, raccogliendo il 12,6%, circa un punto in meno di Catanzaro da vivere; nel frattempo, il partito di Berlusconi ha vissuto momenti molto difficili in tutta l'Italia, quindi toccherà alle urne dire qual è il suo stato di salute.

Nicola Fiorita

Terzo candidato alla guida di Catanzaro, in ordine di sorteggio, risulta essere Nicola Fiorita, 46enne giurista e docente universitario, lontano dal mondo dei partiti e intenzionato a creare uno spazio per i giovani per fare politica al di fuori delle forze politiche esistenti. Lui è sostenuto da tre liste. La prima, Insieme per Fiorita, è probabilmente la formazione più "personale", anche se il suo simbolo non appare di lettura immediata: si vedono due mani che sostengono su due dita e giusto nel mezzo un'asta marrone con tacche; non si capisce se le nuvole siano lì per fare presenza (e non se ne capirebbe il segno) oppure come peso sull'asta che dovrebbe essere equilibrato).
Il secondo emblema estratto a sorte è quello di Catanzaro 1594. Il riferimento all'anno ("una data importante per la città") è all'anno in cui il comune oggi al voto divenne definitivamente capoluogo della Calabria Ulteriore. Oggi intento della lista è, come dichiarato dai suoi esponenti, "offrire una spinta propulsiva, passando dalla fase della richiesta a quella dell’azione, puntando a far tornare ad essere la città com’era, leader nell'area centrale della Calabria e nell'intero panorama regionale". Sullo sfondo è chiaro il riferimento al ponte Bisantis, vero e proprio simbolo della città (utilizzato anche da altri, come si vedrà); davanti ci sono le onde del mare, tinto dei colori cittadini. 
Ultimo dei tre simboli a sostegno della candidatura di Fiorita è quello cui ha maggiormente legato il suo nome, Cambiavento: si tratta, in particolare, del movimento politico che lui stesso ha fondato. Il nome richiama tanto il concetto di "cambiamento" quanto il mutamento di vento, tra l'altro - secondo alcuni - facendo risuonare qualcosa di simile al renziano "cambia verso". Interessante vedere come l'idea del vento mutato (o da mutare) è stata resa graficamente, ossia con quattro segmenti - due dei quali colorati di marrone e arancione, che possono anche somigliare al rosso e al giallo - provenienti da sinistra e piegati a ricciolo a destra, come a dire che il vento ora deve soffiare dall'altra parte.

Vincenzo Antonio Ciconte

Come si diceva prima, sono ben undici le liste che sostengono la corsa a sindaco di Vincenzo Antonio Ciconte, nella speranza di raccogliere più consenso possibile. La prima a essere sorteggiata è stata quella dell'Unione di centro, in questo caso alleata del centrosinistra (mentre a livello nazionale il partito di Cesa si sta spingendo altrove). Il simbolo utilizzato è praticamente identico a quello ufficiale (senza integrazioni di nomi come a Palermo), tranne che per il riferimento a Catanzaro nel segmento rosso superiore, al posto della scritta "Italia". Si riparte dal risultato non troppo esaltante del 2012, con il 3,32%, anche se con una corsa legata al candidato terzo classificato.
Anche la seconda lista indicata dal sorteggio era già apparsa sulle schede cinque anni fa e praticamente nello stesso modo: si tratta di Svolta democratica - Ciconte sindaco. Certamente nel 2012 non c'era l'ultima parola, visto che il candidato era Salvatore Scalzo, ma l'anima del contrassegno è rimasta la stessa. L'idea della svolta è data dalla freccia rossa (anche se così sembra quasi che punti all'indietro), mentre la caratterizzazione territoriale è assicurata dal riferimento visivo ai tre colli rappresentati anche nello stemma cittadino (il colle di San Trifone, quello del Vescovato e quello del Castello) e dal mare stilizzato sotto, con il mare increspato a tre sommità, quasi in armonia coi colli.
Nella terza posizione la sorte ha collocato l'emblema di Catanzaro #inRete, primo dei simboli contenente un hashtag (in effetti, guardando bene, "in Rete" sembrano due parole staccate, ma bisogna aguzzare la vista). La lista è ispirata all'esperienza politica regionale di Calabria in Rete (legata alla consigliera regionale Flora Sculco), anche se la grafica è tutta diversa - segno del "cancelletto" a parte - rispetto a quella originale. In questo caso, infatti, il colore di fondo è blu e, sotto al nome, si vedono due pennellate che riprendono anche in questo caso i due colori cittadini. Un emblema semplice e non sgradevole, anche se il il testo sembra piuttosto ammassato, ma non è un grosso problema. 
Il contrassegno successivo, il quarto della coalizione di Ciconte, raccoglie i simboli di due formazioni che cinque anni fa sostennero Scalzo. La prima è Primavera a Catanzaro, movimento fondato nel 2012 dal chirurgo Raffaele Miceli per "affiancare il movimento di riscossa dei giovani catanzaresi e contribuire a scuotere l’immobilismo per il rinnovamento della politica catanzarese, arroccata - parole sue - sui soliti metodi di acquisizione di un voto che non esprime il personale consenso ma una coartazione dell’intimo convincimento dell’elettore". La seconda è l'Italia dei Valori, con il simbolo aggiornato rispetto al 2012. Il simbolo è molto "vuoto" e ridurre i due emblemi non è stato salutare: chi riesce a leggere bene, sulla scheda, la scritta "Risveglio e legalità" nella circonferenza più piccola delle sette tangenti, dai colori dell'arcobaleno?
Il quinto emblema sorteggiato è quello dei Socialisti e Democratici, simbolo che per i drogati di politica rimanda immediatamente alla formazione messa in piedi nel 2015 dal napoletano Marco Di Lello quando ha lasciato la compagine del Psi per avvicinarsi al Pd in cui ha poi fatto ingresso. In questo caso l'emblema - con la sigla Sd, la & nel mezzo e la rosa del socialismo europeo che spunta dalla D - è stato modificato nei colori, sostituendo al verde il giallo, sempre per declinare meglio la grafica in chiave locale. Nella parte inferiore della circonferenza è stato inserito il nome di Maurizio Mottola di Amato, indicato come capolista della formazione.
Il secondo hashtag della coalizione di Ciconte - e dell'intera scheda - appare sul sesto simbolo della compagine, #fare per Catanzaro, schieramento nato a gennaio, guidato da Sergio Costanzo (candidato in lista) e Toti Mercurio e che ha proposto un programma "sulla base delle indicazioni provenienti dalle periferie". L'emblema in sé non sarebbe male: il nome molto evidente su fondo blu (con il doppio contorno del cerchio rosso e giallo) a suo modo è armonico e la presenza di due simboli cittadini come il ponte Bisantis e la fontana del Cavatore assicura la riconoscibilità del segno. Strano però che a nessuno sia venuto in mente che mettere quest'ultima in quella posizione faccia pensare che l'uomo sta picconando le basi del ponte, col rischio di farlo cadere... 
Il settimo simbolo sorteggiato all'interno della coalizione è quello del Partito democratico, il soggetto politico con cui Ciconte era stato eletto nel 2010 in consiglio regionale e riconfermato nella legislatura in corso. In questo caso il partito ha fatto la scelta di presentare il proprio emblema - la cui presenza peraltro era stata a lungo oggetto di discussione - senza alcuna caratterizzazione: nessun riferimento territoriale (grafico o cromatico) o al nome del candidato sindaco, sulla scheda finisce solo l'emblema nazionale così com'è. Cinque anni fa, del resto, la scelta era stata uguale e il Pd aveva superato il 10%, qualificandosi come la terza lista più votata del comune e la prima della coalizione che aveva appoggiato Scalzo.
L'ottavo emblema, bisogna ammetterlo, è uno dei meno riusciti graficamente di questa competizione elettorale. Il nome della lista, SalviAmo Catanzaro, è in linea con la tendenza degli ultimi anni a mettere in evidenza l'amore per la città in tutte le parole che contengono il suffisso "amo". Quanto al viadotto Bisantis (o ponte Morandi), lo si è già visto, è un segno inconfondibile per Catanzaro e non stupisce che anche qui sia stato scelto come simbolo, con il suo enorme arco tinto dei colori cittadini. Il fatto è che il disegno a mano su fondo bianco, unitamente al'uso di una font non molto appropriata, anche all'occhio meno esperto crea subito un'atmosfera da grafica elettorale preistorica.
Nona lista sorteggiata è quella del Partito socialista italiano, una presenza significativa, visto che negli ultimi anni capita sempre più di rado di vedere liste del Psi presentate e, quando questo accade - di solito per la costanza dei militanti che vogliono essere presenti, per mantenere viva l'idea - i risultati non sono sempre all'altezza delle aspettative. Va comunque considerata con interesse la partecipazione alle elezioni a Catanzaro - con il simbolo nazionale consueto - soprattutto considerando che sulla scheda c'è anche un'altra lista d'ispirazione socialista, eppure questo non ha fatto desistere i militanti Psi dalla presentazione. Dopo il 2,71% del 2012, condiviso coi Verdi, sarà interessante vedere il risultato stavolta.
Come decima e penultima lista della coalizione di Ciconte è stata sorteggiata quella del Partito Pensionati d'Europa, legata alla formazione politica fondata da Fortunato Sommella nel 2013 e con base soprattutto in Campania. Il segretario regionale Salvatore Romeo ha scelto di sostenere Ciconte, condividendone il piano volto a "programmare per la citta' di Catanzaro azioni e misure tali da rilanciarne il ruolo che le compete e che per troppo tempo e' stato disatteso" e, in particolare, le azioni da intraprendere per gli anziani e i giovani e la creazione dell'Università del mare. La lista si presenta agli elettori con il contrassegno già noto, con il nome rosso e bianco su fondo blu-azzurro sfumato e le consuete dodici stelle europee (stavolta messe ad arco).
Ultima a essere estratta a sorte, tra le undici liste chiamate a sostenere Vincenzo Ciconte, è Alleanza civica per Catanzaro, articolazione locale di quell'Alleanza civica nata da pochi mesi a livello regionale e guidata da Pino Galati (con sede a Lamezia Terme, dove peraltro sostiene un'amministrazione di centrodestra). Si tratta dell'ennesimo simbolo - tra l'altro in rilievo, come fosse una spilletta - basato sui colori locali, con il blu di fondo e le due iniziali tracciate in modo strano, addirittura il rebbio superiore della C, con un puntino giallo, sembra richiamare la testa dell'aquila; tra la sigla e una striscia tricolore, l'espressione "per Catanzaro", scritta in corsivo elegante, non si presta a essere letta con facilità.

lunedì 5 giugno 2017

Italia 5%, quando il nome è tutto il programma

In Parlamento ferve il lavoro per definire gli ultimi dettagli della riforma elettorale che la Camera dovrebbe votare a tempo di record, ma qualcuno in rete è già pronto a mettere i bastoni tra le ruote. Non si tratta di portare in tribunale anche il Germanellum (o come diavolo decideranno di chiamarlo), ma di attuare un meccanismo molto più scientifico: rovinare il gioco ai partiti maggiori con il progetto Italia 5%. Si chiama così infatti la pagina Facebook nata alcuni giorni fa con uno scopo dichiarato: partecipare alle prossime elezioni politiche proponendosi solo di superare la soglia di sbarramento ed entrare in Parlamento. Alla faccia di tutti quelli che rischiano di stare fuori, ma soprattutto di quelli che sono dentro e vorrebbero avere più seggi da spartirsi. 
Per cercare di capire qualcosa di più, è bene parlare direttamente con uno degli amministratori della pagina: per mantenere l'anonimato, si presenta come "il 5% del 5%". Giusto per far capire subito come stanno le cose. "Tutto è nato circa due settimane fa in una notte decorosamente alcolica, al tavolo attorno al quale si era riunita una varia congrega di giornalisti, presunti tali, ex scribacchini, politicanti, portavoce e appassionati a vario titolo e di diverso colore". Una situazione stile "Si discuteva dei problemi dello Stato", un po' come Una storia disonesta di Stefano Rosso, con buona provvista di alcol ma senza spinelli: unici drogati ammessi, quelli di politica.
La discussione era finita inevitabilmente sul sistema elettorale in discussione alla Camera e ognuno aveva iniziato a dire la sua, fino a quando è arrivata l'illuminazione: "Alla seconda birretta, o forse era la terza, uno di noi ha detto che quel sistema similtedesco potrà andare bene ai partiti che lo stanno trattando solo a condizione che siano quasi soltanto loro a superare il 5%: più partiti restano sotto la soglia e più ampia è la quota di voti che non producono seggi, infatti, più aumenta la quota di seggi che i partiti entrati in parlamento possono spartirsi tra loro, come se ci fosse un premio di maggioranza 'di fatto'. Più sono le forze che riescono a superare la soglia, invece, e meno sono i seggi da ridistribuire, per cui le percentuali in Parlamento si discosterebbero poco da quelle uscite dalle urne".
Quel ragionamento è arrivato come un lampo: "Fino a poco tempo prima qualcuno di noi era convinto che, con quella legge elettorale, non valesse nemmeno la pena andare a votare. Fatta quell'osservazione, invece, il pensiero è stato rapido: a sinistra del Pd sono delle fave per natura e riescono a spaccarsi quasi sempre, a destra Fratelli d'Italia nel 2014 ha sfiorato il 4% ma è difficile che ora arrivi un punto sopra, per cui ci vorrebbe un movimento che avesse come unico scopo e ragion d'essere l'arrivare a quel benedetto 5%, se non altro per far saltare il giochino di chi ha pensato questa legge elettorale per guadagnarci".
L'idea, a quel punto, era già nata: "Quella birretta ci aveva servito la lista e il programma già fatto. In tema di immigrazione, fate quello che volete, ma dateci il 5%. Sui voucher i politici di oggi hanno fatto un gran casino, ma noi abbiamo le idee chiare: prenderemo il 5%". Una provocazione, evidentemente, ma nemmeno troppo campata in aria: "E' vero, non stiamo dicendo o proponendo niente, ma così facciamo notare che, in un gioco a democrazia zero come quello che stiamo vivendo, può avere senso persino darsi come unica ragione e obiettivo quel 5% sporco e maledetto".
Non che in passato non si sia già fatto di tutto per non farsi uccidere dalle soglie, ma questa provocazione mirata finisce per mettere a nudo tutti i difetti dei tentativi passati: "Come dicevo, noi abbiamo le idee chiare, a differenza di altri. Negli anni abbiamo visto vari agglomerati di forze politiche tenuti insieme solo dal desiderio, dal bisogno di superare lo sbarramento e il tentativo, in più di un caso, è naufragato miseramente perché quelle ammucchiate scontavano fino in fondo la contraddizione tra il dichiarare di essere uniti da ideali importanti, quando l'unico vero trait d'union era la necessità di arrivare al 4%, con in più la frequente ipocrisia di negare che il vero scopo del cartello fosse quello. Pensate a due dei casi più eclatanti, la Sinistra arcobaleno del 2008, per non parlare di Rivoluzione civile che dell'arcobaleno era una sorta di riedizione allargata all'Italia dei valori: c'era anche l'assurdità del nome, non si è mai vista una rivoluzione al solo scopo di superare una soglia, e su quella soglia la rivoluzione si è fermata... " 
A quel punto, meglio la coerenza e la chiarezza: "Il nostro messaggio è chiaro: dateci il 5% e fatelo per voi, perché così fate entrare in Parlamento un'alternativa ai soliti noti. Del resto, tre dei quattro partiti che si stanno accordando sulla legge elettorale sono già stati o sono tuttora al governo e i risultati si conoscono. Quanto al MoVimento 5 Stelle, che in fondo era nato proprio per scardinare i meccanismi messi in atto dalla vecchia politica, aveva sempre ribadito la politica del 'non si fanno accordi', ma ora di fatto si piega a un progetto che consente ai segretari o ai capi dei partiti di decidere le sorti di tutti i candidati - nei collegi uninominali e nel voto proporzionale - e fa pesare alcune forze politiche più di altre, sulla base dei voti di chi non entra in Parlamento. Non vogliamo essere l'apriscatole di nessuno, ma almeno il granello di sabbia nell'ingranaggio sì". 
Come ogni forza con pretese elettorali che si rispetti, anche Italia 5% si è data un contrassegno: "Sul simbolo ufficiale abbiamo fatto un sondaggio, proponendo un voto sulla nostra pagina Facebook tra sei simboli. In effetti le alternative dovevano essere solo cinque, per rispettare la nostra numerologia, ma il sesto ormai era stato disegnato e pareva brutto lasciarlo da parte". Così il 5, nella grafica, la faceva da padrone in tutte le salse (quasi sempre tricolori), come cifra o come mano con le cinque dita in vista. Anche il voto sull'emblema, peraltro, è stato del tutto particolare: "Non abbiamo scelto il segno più votato, bensì quello che ha ottenuto il valore più vicino al 5%, con il numero verde su fondo bianco, fresco come un mojito. Anche qui, non conta che sia un'idea grafica bella o gradevole: conta che rappresenti la parte di elettorato che ci interessa, dunque il 5%, è il più adatto a rappresentarci". Praticamente come "il quadro che rappresenta il suo prezzo" che Corrado Guzzanti, nelle vesti del dottor Armà, tentava di piazzare all'Ottavo Nano dei tempi migliori. "Esattamente, noi dobbiamo avere un simbolo che ci permetta di raccogliere non più e non meno del 5%, il nostro obiettivo è quello, non ci interessa piacere a tutti, ci piace la coerenza".
E se alla fine quella di Italia 5% non fosse solo una provocazione? "Partiamo come boutade, ma non escludiamo di presentarci davvero con le nostre liste: dipende da quanta gente riusciremo ad attirare con la nostra provocazione". Certo, in quel caso ci sarebbe lo scoglio della raccolta firme, ma il 5% del 5% ha pensato anche a questo e porta la provocazione al massimo livello: "Ora che abbiamo svelato il vero scopo del nuovo sistema elettorale, i partiti in Parlamento dovrebbero venirsi incontro. Loro non devono raccogliere sottoscrizioni, ma più firme chiedono ai partiti senza rappresentanza parlamentare, meno liste ci saranno, dunque quelli che non raggiungeranno il 5% saranno pochi e, di conseguenza, i seggi da spartire tra i fortunati saranno pochissimi. Se invece l'asticella delle firme sarà molto più bassa, i voti potrebbero disperdersi maggiormente e allora i partiti maggiori ci guadagneranno in seggi". Insomma, per avere più posti in Parlamento, i partiti maggiori dovrebbero aprire la competizione. Loro ci guadagneranno di sicuro, i partitino probabilmente no; i 5percentisti, in compenso, si faranno grasse risate. Se poi ci scappasse una trentina di seggi, meglio ancora.

domenica 4 giugno 2017

Palermo, simboli e curiosità sulla scheda

Di certo uno dei test elettorali più importanti di questo turno primaverile del 2017 riguarda Palermo: le ragioni per questo interesse sono varie. Innanzitutto, a queste elezioni potrebbe seguire il quinto mandato da sindaco - un record assoluto - per Leoluca Orlando, che dalla sua coalizione (ben sette liste) ha cercato di tenere fuori i simboli dei partiti e ci è quasi riuscito. Era questo l'intendimento anche di uno dei suoi due principali avversari, Fabrizio Ferrandelli, al punto tale da creare un terremoto all'interno dei partiti che lo volevano appoggiare; di fatto, però, sul manifesto e sulle schede di sette contrassegni tre sono di partito. Sarà poi interessante verificare i consensi del MoVimento 5 Stelle (che candida Ugo Forello), al primo appuntamento elettorale importante in Sicilia dopo l'emersione delle accuse di aver presentato firme false proprio alle comunali palermitane di cinque anni fa. 
Da ultimo, risulta particolarmente interessante anche l'applicazione - al massimo grado possibile - della nuova legge elettorale: essa, tra l'altro, oltre a introdurre la doppia preferenza di genereinserisce di nuovo il cosiddetto "effetto trascinamento", per cui il voto alla lista darà in automatico il voto al candidato sindaco (a meno che sia stato esercitato il voto disgiunto), premiando di fatto i candidati con più liste a sostegno; soprattutto, il premio di maggioranza scatta già al primo turno se un candidato raggiunge il 40% delle preferenze (non occorre più la metà dei voti) con le liste che hanno superato il 5%, soglia che vale anche come sbarramento per l'ingresso in consiglio comunale.


Ciro Lomonte


Il sorteggio ha designato come primo tra i candidati sindaci Ciro Lomonte, per il movimento sovranista Siciliani liberi (curiosamente, Lomonte figura pure come capolista). Il gruppo, ritenendo violata da parte dello Stato italiano l'autonomia riconosciuta per statuto alla Sicilia, vuol costituire uno Stato di Sicilia "dotato di piena indipendenza e sovranità, per una libera nazione che dovrà riacquistare il posto che le spetta tra i popoli liberi, crocevia nel Mediterraneo tra popoli e culture". Tutto questo è rappresentato nel contrassegno, che oltre al nome leggermente arcuato (blu e in font Candara) contiene la stilizzazione della Sicilia (tre linee blu non collegate) con "una fascia orizzontale ondeggiante e sfumante alle estremità" rossa e gialla, con due aquile d'oro ad ali spiegate.

Salvatore Forello detto Ugo

La seconda posizione sulla scheda è toccata in sorte al candidato sindaco del MoVimento 5 Stelle Ugo Forello (di cui il manifesto e le schede svelano il vero nome, Salvatore), indicato attraverso le "comunarie", anche se il suo concorrente, il poliziotto Igor Gelarda, è comunque presente come capolista. Il simbolo utilizzato per la competizione è lo stesso di cinque anni fa, fatta eccezione per l'indicazione del sito del MoVimento al posto di quello di Beppe Grillo. In mancanza di coalizioni (escluse per principio), il M5S dovrà basarsi solo sulla propria forza per arrivare almeno al ballottaggio, sperando di ottenere di più del 5% solo sfiorato da Riccardo Nuti nel 2012 (Il MoVimento si fermò al 4.24%).

Fabrizio Ferrandelli detto Fabbrizio

Terzo candidato sindaco, in base al sorteggio, risulta essere Fabrizio Ferrandelli (e già vedere l'espressione "detto Fabbrizio" fa un po' sorridere, considerando che sarebbe stato riconoscibile anche con una sola B). Il primo simbolo estratto è quello della lista civica Per Palermo con Fabrizio (senza cognome e con una sola B), che raccoglie candidati "che vengono dal mondo del sindacato, della rappresentanza e con esperienze amministrative passate" (si legge nel sito di Ferrandelli) e si fa rappresentare da una sfilata di monumenti della città (tra cui la Cattedrale, la Basilica di san Francesco, la chiesa di san Cataldo) disegnati a mano, su fondo rosso e arancione, con un rilievo nella parte superiore del cerchio.
La seconda lista in appoggio a Ferrandelli, invece, è chiaramente politica, anche se è poco nota al di fuori dei confini siciliani. Si tratta infatti del Cantiere popolare, che rappresenta l'evoluzione dei Popolari di Italia domani di Francesco Saverio Romano (con l'apporto anche di Azione Popolare di Silvano Moffa, del Movimento Cristiano Lavoratori di Carlo Costalli e del Patto Cristiano Esteso di Massimo Ripepi). La lista, già presente alle elezioni del 2012, si riconosce per la bandiera tricolore leggermente ondulata, circondata da una corona circolare blu, colori che rimandano direttamente a una collocazione di centrodestra, quale in effetti è.
Al terzo posto tra le liste che sostengono Ferrandelli c'è probabilmente quella che ha maggiormente legato il suo nome al candidato sindaco: Coraggiosi Palermo, legata al movimento fondato dallo stesso Ferrandelli dopo le sue dimissioni dall'Assemblea regionale siciliana. Dalla grafica molto schematica e immediata, il simbolo si fa notare soprattutto per l'uso del punto esclamativo color porpora su fondo blu: vicino al nome (scritto in bianco) sembra quasi fare la funzione della I, come se si dovesse leggere "I coraggiosi". E che sia la lista direttamente di emanazione del candidato lo conferma il fatto che Ferrandelli è schierato anche come capolista.
Quarta lista sorteggiata tra quelle presentate da Ferrandelli è di nuovo una formazione di partito: si legge perfettamente, infatti, il simbolo dell'Unione di centro, o per lo meno di ciò che è rimasto (com'è noto, in Sicilia, la scissione dei Centristi per la Sicilia, parte dei Centristi per l'Europa di Gianpiero D'Alia è stata pesante). In questo caso, in effetti, il nome risulta integrato anche dalle parole Liberali e Popolari, segno che in questo caso è stato allargato il campo delle candidature ospitate in lista. Nel segmento rosso superiore, al posto della parola "Italia", è stato inserito il riferimento al comune di Palermo; partirà da qui il rinnovamento per l'Udc siciliana e nazionale?
In quinta posizione si troverà probabilmente il simbolo più discusso in assoluto di tutta la coalizione di Ferrandelli. Com'è noto, Forza Italia voleva a tutti i costi conservare il proprio simbolo per una questione di visibilità, mentre il candidato sindaco avrebbe preferito l'appoggio di sole liste civiche. Alla fine, come è facile da capire, l'hanno spuntata i forzisti più intransigenti, che hanno soltanto tolto il nome di Berlusconi e inserito il riferimento a Palermo. Ed è innegabile che, dopo aver visto il nome di Ferrandelli accostato al simbolo del Pd nel 2012, vederlo ora vicino un altro tricolore, quello della bandierina forzista, non possa davvero passare inosservato.

Altra lista presentata dallo stesso Ferrandelli si chiama Al centro e si presenta come una "bicicletta" di due simboli. Il secondo, quello di Palermo al centro, è un raggruppamento espresso dal comitato elettorale del candidato (con tanto di sottolineatura sull'espressione rossa "Al centro", curiosamente ribattuta due volte nel contrassegno) e, nel proprio emblema, rappresenta il profilo di San Giovanni degli Eremiti, in modo abbastanza gradevole. Colpisce di più il primo simbolo, quello di Forza Palermo, con una testa nera di aquila su un fondo rosa attraversato da una barra nera. I colori sono chiaramente quelli del Palermo calcio e a livello nazionale qualcosa di simile non sarebbe più possibile; è vero però che le istruzioni elaborate dalla Regione Sicilia non prevedono alcun divieto di uso di marchi di società sportive e non risulta che la squadra si sia lamentata pubblicamente di quell'uso.
Ultimo simbolo della compagine a sostegno di Ferrandelli è Palermo prima di tutto, la lista nata (così si legge sempre nel sito del candidato) "dal percorso di partecipazione fatto nei quartieri e nelle borgate di Palermo, attraverso la Palermocrazia". Il simbolo, anche in questo caso, è molto semplice e utilizza i colori nazionali, con il semicerchio inferiore riempito di verde ma con la linea di demarcazione in alto tracciata in modo irregolare, come se fosse stato riempito a matita. Sorprende un po' l'uso di caratteri graziati (soprattutto per quanto riguarda le I maiuscole), piuttosto raro, ma in fondo la grafica è piuttosto pulita. Anche se, ovviamente, al di là del testo non dice granché.

Leoluca Orlando

Subito dopo Ferrandelli, il sorteggio ha voluto che fossero sciorinate le liste in appoggio al sindaco uscente Leoluca Orlando: rispetto a cinque anni fa, in cui era sostenuto da Idv e dal cartello Verdi-Prc, questa volta le liste sono ben sette, quasi tutte civiche. Il primo simbolo estratto, peraltro, è quello che appare meno riuscito: Alleanza per Palermo (lista messa in piedi dal deputato regionale Totò Lentini per "portare avanti il progetto del sindaco") utilizza una foto di San Giovanni degli Eremiti e, in basso a sinistra, vi sovrappone la statua della Fontana del Genio di Villa Giulia, tagliando entrambe le immagini con un segmento tricolore tratteggiato, al punto da non far leggere a dovere la dicitura "Movimento d'iniziativa popolare". Anche la scelta di tre (o quattro) font diversi per il simbolo non aiuta a creare un buon risultato.
Secondo simbolo estratto è quello del Movimento 139, soggetto politico-amministrativo nato già a maggio del 2013, con il contributo determinante di Felice Belisario, già senatore Idv (partito in cui Orlando militava allora); capolista è il presidente del consiglio comunale Totò Orlando. L'origine del nome era facilmente individuabile: 139, infatti, sono gli articoli della Costituzione italiana, cui il movimento sostiene di ispirarsi, anche in chiave locale per risolvere i problemi di Palermo; per Orlando, anzi, la sua formazione politica si distingueva come "atto di amore per questa città". La grafica, molto semplice, tinge il numero 139 - proposto in Bodoni - dei colori della bandiera italiana (il 3 però è colorato di grigio, per poter risaltare sul fondo bianco); meno elegante la parola "Movimento" contornata di rosso, ma non si può avere tutto...
La successiva lista è stata una delle più discusse nelle scorse settimane. A molti Democratici e popolari è apparsa un tentativo di non presentare ufficialmente simboli di partito, accontentando comunque le esigenze soprattutto del Pd (ma anche di Alternativa popolare) di visibilità e riconoscibilità. Così, la D bianca ritagliata nel rettangolo rosso (come pure quella della parola "Democratici" e la P di "Popolari") è chiaramente quella del Pd, che occupa graficamente più di metà del simbolo (e metà della lista); la parola "Popolari" evoca il partito di Angelino Alfano e, volendo, i Centristi per l'Europa di D'Alia, citati anche con il segmentino inferiore blu con quattro stelle europee. Il risultato alla fine è comunque gradevole, ma è difficile dire che questo simbolo non è di partito.
In quarta posizione è stata sorteggiata la lista Sinistra comune, gruppo che fin dall'inizio aveva deciso di sostenere il tentativo di riconferma di Leoluca Orlando. La formazione, che raccoglie soprattutto militanti di Sinistra italiana, Rifondazione comunista, L'Altra Europa e altri gruppi, aveva scelto per sé un nome unificante, in grado di far pensare al lavoro amministrativo e, soprattutto, ben piantato a sinistra. Altrettanto dimostra il simbolo (scelto dopo una consultazione tra gli attivisti): in effetti il rosso risulta essere il colore dominante e la sigla "Sx" (con la X pennellata gialla, anche per ricostruire i colori regionali) rimanda ulteriormente alla sinistra.
Quinta lista della coalizione di Orlando è rappresentata da Uniti per Palermo, riconducibile al partito Sicilia futura dell'ex ministro Salvatore Cardinale: la regola di non presentare il simbolo, tuttavia, valeva anche per lui e non sembra essere stato un grave problema adattarsi. La lista - che si pone l'obiettivo di "realizzare la visione di una città moderna e culturalmente importante, una città in cui credere" - ha scelto di distinguersi raffigurando graficamente il suo nome: la parola "Uniti", dunque, è stata posta davanti a un gruppo nutrito di persone, unite appunto (e tinte di blu per far emergere a dovere la parola bianca). Su fondo giallo c'è anche l'espressione blu "X Palermo", scritta in stile gesso.
Sesta e penultima formazione che appoggia il sindaco uscente nella sua nuova corsa è Palermo 2022, con chiaro riferimento nel nome all'anno di fine naturale dell'attuale consiliatura (inteso come sguardo al futuro, ma anche come certezza che si continuerà a operare fino a quella data, senza scossoni e dimissioni o decadenze precedenti). La lista, che è tra quelle più vicine al sindaco, si è dotata di un emblema molto semplice, quasi naïf, con un arcobaleno tracciato a mano (quasi tentacolare) su fondo verde, con l'anno 2022 scritto con una font manuale, come se fosse stato inserito con un pennarello o qualcosa di simile. Non un capolavoro di grafica, ma va bene cosi.
Ultima tra le liste a sostegno della ricandidatura di Orlando è Mosaico Palermo, una lista che punta anche e soprattutto su una sorta di rinascimento "artistico" della città. Il messaggio è trasmesso, tra l'altro, con la scelta della font con cui è scritta la parola "mosaico" (manuale, ma non sgraziata né troppo bambinesca) e con l'uso delle tessere da puzzle per formare la corona circolare che chiude il contrassegno. Un espediente grafico, questo, che consente l'impiego di dodici tessere ciascuna con una tonalità cromatica diversa: un modo per dire che ogni sfumatura è importante e che tutte insieme, come in un mosaico o in un puzzle, appunto, costituiscono un'entità completa.


Nadia Spallitta

Dopo Ferrandelli e Orlando, il sorteggio ha indicato al quinto posto la candidatura di Nadia Spallitta, con una lista - di cui risulta anche capolista - denominata semplicemente Spallitta sindaco (e non sindaca). Il contrassegno si configura come una "bicicletta" tra il simbolo ben noto della Federazione dei Verdi (cui Spallita ha aderito mesi fa) e la "pulce" del comitato Palermo città futura, che era stato creato mesi fa per sostenere la sua candidatura alla guida della città (e che come emblema ha il profilo di un volto femminile tinto dei colori della Sicilia). L'emblema in fondo figura come ben congegnato, anche se il colore verde del fondo uguale a quello del simbolo del Sole che ride è un po' troppo omogeneizzante.


Ismaele La Vardera

Ultimo candidato sindaco sorteggiato - e il più giovane di tutti, essendo del 1993 - è Ismaele La Vardera, aspirante primo cittadino per la lista Centrodestra per Palermo. Si tratta, in effetti, di un cartello che per l'occasione riunisce i simboli di Fratelli d'Italia (nella versione delle elezioni europee del 2014), di Noi con Salvini e di Il Centro destra, formazione presieduta da Alessandro Fontanini e nata nei mesi scorsi "dal popolo di elettori di centrodestra" che non crede più nei vecchi partiti di quell'area (accusati di essere "destrosinistri" e desidera invece "coerenza e serietà politica". Se la si possa trovare in quell'emblema non è dato sapere; bisogna ammettere però che un po' più di cura grafica di quel piccolo simbolo (con il nome sul tricolore pieghettato per il vento e "II" che non si capisce se voglia dire "il" o "secondo"), come di tutto il contrassegno, non sarebbe stata buttata via...