sabato 14 aprile 2018

Molise, simboli e curiosità sulla scheda

Nelle prossime settimane ci si prepara ad alcuni appuntamenti elettorali regionali, antipasto decisamente allettante, forse più delle elezioni comunali previste per il 10 giugno. Prima regione ad andare al voto sarà il Molise, le cui urne resteranno aperte il 22 aprile: saranno quattro i candidati che si contenderanno la presidenza, sostenuti da 16 liste. Ecco dunque i simboli molisani, nell'ordine in cui appariranno su manifesti e schede.


Donato Toma



Primo a essere sorteggiato è il candidato del centrodestra, Donato Toma. Essendo sostenuto da una coalizione (peraltro nutrita), questi ha dovuto scegliere da quale contrassegno farsi rappresentare: la recente legge elettorale molisana - l.r. 5 dicembre 2017, n. 20 - non consente più infatti all'aspirante presidente di utilizzare per sé tutti i simboli che lo sostengono, potendone figurare uno solo. Come nella migliore tradizione, l'emblema presidenziale appare più generico (anche per il nome utilizzato, tra l'altro scritto in font Calibri, quello di default dei programmi di Microsoft Office) e descrittivo degli altri: qui in primo piano c'è il profilo della regione, tinto di blu, su fondo azzurrino e con una striscia tricolore. Tutto è in perfetto stile catch all, ovviamente declinato in chiave centrodestra.


1) Popolari per l'Italia

Aprendo le danze dei simboli che sostengono Toma - ben 9 - il vero drogato di politica non può che sgranare gli occhi: il primo dei sorteggiati, infatti, è l'emblema dei Popolari per l'Italia, un fregio che fino a pochi giorni fa sembrava quasi completamente sparito dalla circolazione. Lo stesso sito del partito appare fermo da tempo, fatta eccezione per i tweet che sono stati inseriti nelle ultime settimane: se però qualcuno pensava che il partito fondato da Mario Mauro (e che in parlamento era alla fine rappresentato soltanto da lui) si fosse dissolto, magari confluendo in Forza Italia, questa è la prova che il simbolo con tricolore frecciato, almeno in Molise, è ancora vivo. Quanto sia anche vegeto, toccherà agli elettori dirlo.


2) Il popolo della famiglia

Al secondo posto nella scheda si ritrova la lista del Popolo della famiglia, anche qui con una piccola sorpresa, se si vuole: nei suoi due anni di vita, infatti, il simbolo del partito voluto da Mario Adinolfi si è quasi sempre - salvo errore - presentato da solo, senza entrare in coalizioni, al massimo entrando in un contrassegno composito a sostegno di un certo candidato sindaco (come a Milano nel 2016). Questa volta, invece, la lista è solo una delle nove in appoggio a Toma; anche in questo caso, comunque, l'emblema non ha subito alcun cambiamento e mantiene intatti i propri elementi testuali, grafici e cromatici (anche se finora, in effetti, non sono stati troppo fortunati).


3) Fratelli d'Italia

In terza posizione è stato collocato il simbolo della lista di Fratelli d'Italia. Ci si accorge subito, peraltro, che la versione è identica a quella utilizzata poche settimane fa per le elezioni politiche: il fregio, dunque, comprende il simbolo ufficiale del partito, all'interno però di un cerchio più grande riempito per metà di blu e con il nome di Giorgia Meloni in giallo. Questo benché - ovviamente - la leader di Fdi non sia in corsa qui e, per giunta, senza che il contrassegno comprenda alcun riferimento al candidato alla presidenza della regione. Segno, questo, che il nome di Meloni è considerato un valore aggiunto e intrinseco per il partito anche a livello locale.


4) Movimento nazionale per la sovranità

I veri malati di politica possono trovare interesse anche per il simbolo sorteggiato in quarta posizione: ecco spuntare, infatti, il Movimento nazionale per la sovranità fondato da Gianni Alemanno e Francesco Storace. Un emblema che, dopo il suo varo, in effetti non si era praticamente visto da nessuna parte e certamente non era comparso nelle bacheche del Viminale in vista delle elezioni politiche. Stavolta, invece, finirà sulle schede e ci finirà anche con la sua fiamma tricolor pennellata, ironia della sorte piazzato dal sorteggio giusto sotto al simbolo di Fratelli d'Italia: l'ufficio che doveva ammettere gli emblemi, evidentemente, non ha avuto nulla da ridire in fase di valutazione.


5) Lega - Salvini - Molise

Al quindi posto la sorte ha collocato il simbolo della Lega, in perfetta continuità con la scelta grafica fatta alla vigilia delle elezioni politiche di quest'anno. Ovviamente non c'è più il riferimento al Nord; nella parte inferiore il nome del segretario Matteo Salvini è sempre in grande evidenza (per le dimensioni e per il colore giallo), mentre stavolta al posto della parola "Premier" è stato inserito il riferimento al Molise, altrettanto piccolo. Si tratta del primo sbarco leghista nella regione: alle precedenti elezioni, infatti, non c'era nessuna lista del Carroccio, allora guidato a livello nazionale da Roberto Maroni; nel frattempo, Alberto da Giussano è l'unico elemento - oltre alla parola Lega - del tutto identico rispetto al passato. 


6) Forza Italia

Subito dopo la Lega, il sorteggio ha collocato il simbolo di Forza Italia, che qui in un certo senso ritorna indietro di quattro anni: l'emblema utilizzato, infatti, è quello presentato alle europee del 2014, con la bandiera stilizzata in grande evidenza e il riferimento al leader Silvio Berlusconi. Non si è utilizzato il simbolo presentato quest'anno alle politiche, con la qualifica di presidente, ma nemmeno la soluzione ormai in uso da anni, per cui al nome del fondatore del partito si accompagnava il riferimento al locale candidato presidente: il tentativo è di far trainare la lista soltanto al suo nome più noto a livello nazionale, sperando che il radicamento locale maggiore rispetto alla Lega dia buoni risultati. Il che, in realtà, è tutt'altro che scontato. 


7) Unione di centro

Alle elezioni molisane si rivede anche il simbolo dell'Unione di centro, questa volta senza accoppiate grafiche (poco felici) con altri soggetti politici. L'emblema, dunque, è quello utilizzato a partire dalle elezioni politiche del 2008 (e già prima dal 2006, ma il fondo blu era più scuro), senza raggiera sulla parte azzurra, che sulla scheda non si vedrebbe bene, e con segmento circolare rosso nella parte superiore. Lì, dove per anni è stato scritto "Casini" (e ora ovviamente non se ne parla, vista l'uscita del fondatore del Ccd dal partito) e altre volte "Italia", ora c'è il riferimento al Molise: si legge abbastanza bene, trattandosi di una parola breve, a differenza di altri toponimi che via via hanno trovato posto nella "lunetta".


8) Orgoglio Molise

L'ottava piazza della scheda è toccata a Orgoglio Molise. L'iniziativa - il cui simbolo, in stile Rinnovamento italiano e in grado di rivolgersi a un elettorato vasto ma soprattutto di centrodestra, si potrebbe ribattezzare "Molise regione d'Europa" - è legata al presidente del Consiglio regionale uscente, Vincenzo Cotugno, eletto col centrosinistra (l'accenno tricolore rimanda alla sua lista Rialzati Molise) ma ora a sostegno di Toma. "Orgoglio Molise - ha spiegato Cotugno - è un incitamento che mi è uscito dal cuore, è ciò che sento dentro quando penso alla nostra memoria, alle tradizioni, alla nostra storia, all'arte e alle peculiarità del nostro territorio. Da anni promuovo in Italia e all'estero Orgoglio Molise portando le nostre aziende e i nostri prodotti locali in tutto il territorio nazionale e dall'altra parte del mondo, favorendo la sottoscrizione di accordi commerciali in più continenti. Ero convinto che le nostre eccellenze sarebbero state apprezzate ovunque: i fatti mi hanno dato ragione". Patriottismo molisano, al servizio (stavolta) di Toma.


9) Iorio per il Molise

Se l'Udc a questo giro corre da sola, non è però sparito Noi con l'Italia, il cui nome è contenuto - schiacciato sotto alla pennellata tricolore di quella stessa forza politica - nel contrassegno di Iorio per il Molise. Già, perché questa è la lista di Michele Iorio, due volte presidente della regione (2001 e 2006) e in teoria anche una terza, se le elezioni del 2011 non fossero state annullate dai giudici amministrativi (facendolo perdere nel 2013). Iorio, che nel 2017 ha aderito a Direzione Italia di Fitto (e così, dunque, è entrato a far parte di Noi con l'Italia), presenta se stesso come marchio per la sua lista, piazzando il suo nome sopra al profilo più chiaro della regione: peccato però per quel carattere bastoni semigraziato, che con il simbolo c'entra come i cavoli a merenda.



Carlo Veneziale




Secondo candidato alla guida della regione sorteggiato è Carlo Veneziale, indicato come aspirante presidente dal centrosinistra. Un nome, quello dell'assessore regionale uscente, unitario ma uscito solo in un secondo momento, dopo la rinuncia alla ricandidatura del presidente in scadenza Paolo Di Laura Frattura e al rifiuto di candidarsi di Antonio Di Pietro. Il simbolo di Veneziale è descrittivo e anonimo quanto quello di Toma, forse anche un po' di più: si tratta solo della sagoma verde della regione su fondo arancione (abbinamento che torna anche in altri contrassegni della coalizione), con la dicitura "Veneziale presidente" scritta in due font diverse, una bastoni molto light e una graziata. Entrambe eleganti e leggere, forse fin troppo per essere ben lette in un emblema di 3 centimetri di diametro.


10) Il Molise di tutti

Come prima delle liste a sostegno di Veneziale - al numero 10 complessivo - è stata sorteggiata Il Molise di tutti. Il simbolo, per chi ha buona memoria, non è nuovo: altro non è, infatti, che la rielaborazione dell'emblema - piuttosto ben curato, va riconosciuto - che nel 2013 era associato alla candidatura regionale di Di Laura Frattura. La parte superiore è rimasta identica, con l'omino stilizzato verde su un elemento rosso che richiama lo stemma regionale (lo dimostra la stella a otto punte, riferimento al blasone dell'Arme del Molise); la parte inferiore, invece, è semplicemente stata liberata dall'espressione "Frattura presidente". Non sta male, con la sua sfumatura arancione, ma in effetti il simbolo sembra un po' vuoto.


11) Molise 2.0

La lista seguente, Molise 2.0, è invece una new entry di questo turno elettorale, anche se inizialmente era stata concepita in modo diverso. Questa, in particolare, era stata pensata come la continuazione di Ulivo 2.0, progetto politico dell'ex senatore Roberto Ruta, inizialmente indicato proprio come candidato presidente (anche contro Di Laura Frattura); avrebbero dovuto farne parte anche Leu, Socialisti in movimento, Possibile, Idv, Democratic@ e altre sigle. Con il tempo - e dopo la convergenza su Veneziale - il gruppo ha perso pezzi e ora è molto più ristretto. Resta ben visibile il messaggio del nome ("È il secondo Molise che vogliamo costruire, il Molise che non ti aspetti, quello che ti meraviglia", aveva detto Ruta) e il riferimento all'Ulivo 2.0, richiamato in qualche modo all'interno del puntino di 2.0. Resta della partita Centro democratico, che inserisce la sua "pulce" nel contrassegno.


12) Liberi e Uguali

Terza tra le liste della coalizione è quella di Liberi e Uguali, che in Molise ha tra i suoi esponenti maggiori Danilo Leva, già esponente Pd. L'emblema è quasi uguale a quello nazionale della formazione guidata da Pietro Grasso, almeno per quanto riguarda la struttura. Nella parte inferiore, ovviamente, al posto del riferimento all'ex presidente del Senato è presente la dicitura "per il Molise"; non si può fare a meno di notare, tuttavia, che il nome della regione è scritto in una font bastoni chiaramente diversa rispetto a quella del nome della lista, cosa che stona un po' sul piano grafico e rende evidente come quella parte sia stata inserita in un secondo momento, quasi a forza.


13) Unione per il Molise

Quarto simbolo tra quelli a sostegno di Veneziale è quello di Unione per il Molise, altro emblema già visto da quelle parti: era infatti già presente nel 2013, nella coalizione che appoggiava Paolo Di Laura Frattura. Di fatto l'operazione è identica a quella compiuta con il contrassegno di Il Molise di tutti: il fregio, infatti, è esattamente uguale a quello di cinque anni fa, ma è stato semplicemente svuotato nella parte inferiore, campita di verde, in cui nel 2013 stava scritto "Frattura presidente". Qui il senso di vuoto è ancora maggiore rispetto a quello generato dall'altro simbolo, al punto tale da dare una certa impressione di precarietà o di fretta, come se il simbolo fosse stato pensato per andare bene per qualunque candidato presidente.


14) Partito democratico

Quattordicesimo estratto tra tutti gli emblemi depositati e ammessi, chiude l'elenco dei contrassegni della coalizione di centrosinistra il simbolo del Partito democratico. Anche questo, volendo, è una costante rispetto al turno elettorale di cinque anni fa (che peraltro aveva visto schierate a favore di Di Laura Frattura ben nove liste): proprio come allora, infatti, il Pd ha scelto di non connotare in alcun modo il proprio simbolo presentandolo in modo schietto, senza l'inserimento di riferimenti al Molise o al candidato presidente. La stessa strada che, questa volta, è stata seguita solo da Forza Italia tra i partiti maggiori (oltre che, come si vedrà subito, dal MoVimento 5 Stelle).



Andrea Greco

15) MoVimento 5 Stelle

Terzo nel sorteggio tra i candidati alla guida della regione è Andrea Greco, indicato come aspirante presidente dal MoVimento 5 Stelle. Non stupisce affatto che questa lista sia l'unica a suo sostegno (è sempre avvenuto così e non c'era motivo perché le cose cambiassero questa volta), così come era perfettamente prevedibile che il contrassegno non venisse cambiato o integrato in nessun modo rispetto al simbolo nazionale (quello previsto dall'immagine coordinata del M5S). L'emblema depositato per le regionali, in particolare, è quello coniato in occasione delle elezioni politiche di quest'anno, che nella parte inferiore riporta il sito ilblogdellestelle.it.



Agostino Di Giacomo

16) CasaPound Italia

Il sorteggio ha indicato come ultimo candidato tra i quattro presentatisi Agostino Di Giacomo, espresso da CasaPound Italia, al suo debutto alle regionali molisane. Al suo nome, dunque, si accompagna l'ormai ben noto simbolo dell'associazione-partito, ossia la tartaruga con carapace-casa ottagonale (e ricco di altri simboli che richiederebbero più spazio per essere spiegati appieno) su fondo grigio, circondato da un arco tricolore. Anche qui, nessuna sorpresa sul fatto che la lista sia la sola a essere stata presentata a sostegno del proprio candidato, essendo perfettamente in linea con quanto è avvenuto finora con CasaPound. Si chiude dunque l'elenco di candidati delle elezioni del 2018, peraltro in flessione rispetto a cinque anni fa (allora si contavano 6 aspiranti presidenti, sostenuti da 20 liste).

giovedì 12 aprile 2018

Le radici dell'autonomismo? Cercatele in Val d'Ossola

La storia della Lega (e del suosimbolo) è nota; che prima di Alberto da Giussano (o comunque del guerriero di Legnano) sia approdato in Parlamento il leone di San Marco della Liga Veneta è altrettanto noto. Eppure, se si vuole andare alle radici dell’autonomismo politico, oltre che in Valle d’Aosta occorre cercarle in Piemonte. E non in un posto a caso, ma in Val d’Ossola: proprio lì nacque un progetto sentito e partecipato che avrebbe voluto trasformare quel territorio dalla forma di «una grande foglia d’acero» (così lo descrive la voce di Wikipedia) in una Regione a sé. Si chiamava Unione ossolana per l’autonomia, ma per molti era semplicemente l’Uopa: fu fondata ufficialmente proprio quarant’anni fa (il 22 febbraio 1978, come risulta dall’atto costitutivo notarile) e per circa un decennio, tra gli anni ’70 e ’80, rappresentò un sogno concreto per alcune migliaia di persone.
Al primo congresso del partito, svoltosi nella seconda metà di aprile di quarant’anni fa, con tanto di Ray-Ban indossati, c’era anche Umberto Bossi. «Se non ci fosse stata l’Uopa non ci sarebbe stata neppure la Lega», ha ammesso il leader storico leghista nel 2007, a conclusione della manifestazione organizzata a Domodossola per ricordare i trent’anni dalla nascita di un’esperienza che la storia ufficiale sembrava avere dimenticato, a differenza di chi aveva contribuito a crearla. Quelle stesse parole si ritrovano nell’introduzione scritta da Bossi per Uopa, la storia di un sogno, libro ideale per chi ne vuole ripercorrere la storia, pubblicato nel 2010 e recentemente ristampato. Lo ha scritto Uberto Gandolfi, professore e giornalista ossolano: il padre, Sergio Gandolfi, fu tra i fondatori dell’Uopa.
In principio, in effetti, era il Movimento di autonomia confederale (Mac), che mirava a ristrutturare gli enti locali a partire dall’Ossola, “con suddivisione in comuni, cantoni e stato confederale”; di quel progetto nato nel 1975, però, si sono perse le tracce in fretta. Non così, invece, fu dell’idea che due anni dopo il deputato Dc Giuseppe Costamagna suggerì: creare un movimento apartitico o trasversale che puntasse all’autonomia dell’Ossola, fino magari a farla diventare una Regione a sé. Raccolse prontamente l’invito Alvaro Corradini, allora sindaco di Trontano e già animatore del Mac: lui, addirittura, sostenne che l’Ossola «aveva il diritto storico all’autonomia – così scrive Gandolfi – dopo la proclamazione della Repubblica Partigiana del settembre 1944», poi soppressa da Germania e Rsi.
Nella lista delle europee 1979
si candidò anche Uberto Brunetti,
espressione dell'Uopa
Il progetto si fece più concreto dopo la rovinosa alluvione dell’ottobre 1977: per Corradini e per varie altre persone del luogo, unica soluzione a una Val d’Ossola dimenticata per anni dalla politica era istituire una regione autonoma a statuto speciale. Tempo poche settimane e i primi passi verso la nascita del partito furono compiuti: il 17 e 18 dicembre 1977 a Domodossola si svolse il precongresso dell’Uopa – il nome fu definito prima di quell’occasione; dal 22 al 24 aprile 1978 si tenne il primo congresso, sempre a Domodossola, mentre a giugno uscì il primo numero del periodico di partito L’Autonomia, inizialmente firmato come direttore da Bruno Salvadori (l’esponente dell’Union Valdôtaine che, fino alla sua scomparsa in un incidente stradale nel 1980, aveva più di tutti lavorato per esportare l’autonomismo in tutta l’Italia settentrionale, al di fuori della Valle d’Aosta).
Oltre 30mila persone si ritrovarono in quel nuovo soggetto politico, nato in un tempo piuttosto breve e che già in vista del precongresso si era dato un simbolo, disegnato da Gianfranco Zammaretti (cofondatore dell'Uopa e anche autore di varie grafiche satiriche per il partito): questo raffigurava, così come ricorda Gandolfi, «il contorno geografico della Repubblica Partigiana dell’Ossola del 1944 nei colori verde, rosso ed azzurro, cioè quelli delle formazioni partigiane, Valdossola, Garibaldini e Valtoce, con al centro un camoscio bianco». Il simbolo venne ampiamente diffuso anche grazie a una delle prime operazioni di merchandising della storia politica italiana (ma allora non si chiamava così: ci si accontentava di fare posacenere, brocche, portachiavi, calendari, magliette e adesivi senza voler tirare fuori strampalati nomi inglesi) e i suoi colori fecero scuola: è proprio Umberto Bossi a ricordare che, all’atto di fondare il suo primo movimento, l’Unolpa (Unione nord occidentale lombarda per l’autonomia), tinse nello stesso modo parte del suo simbolo, oltre a ispirarsi allo statuto dell’Uopa per creare il suo.  
Il libro di Uberto Gandolfi, che si avvale del grande lavoro di ricerca svolto in vista della sua tesi di laurea ed è ricco di dettagli e materiale iconografico (foto d’epoca e riproduzioni di documenti, manifesti, pagine di giornale), dà conto delle principali iniziative dell’Uopa, dalla mobilitazione totale dopo il drammatico nubifragio dell’agosto 1978 (al quale seguì l’approvazione di una legge speciale per intervenire sul territorio dell’Ossola, caldeggiata dall’Uopa, ma con i principali partiti nazionali che negarono del tutto i suoi meriti) all’impegno capillare per raccogliere le firme necessarie a istituire con legge costituzionale la regione autonoma dell’Ossola: ne servivano 50mila, furono raccolte tutte quante nei tempi giusti, ma la legislatura nel 1979 finì in anticipo e si sarebbe dovuti ripartire da capo.
La Lista per Trieste nel 1983
Nel 1980 l’Uopa scelse di presentare le sue prime candidature con il proprio simbolo, con lo slogan «né a sinistra, né a destra, né al centro. Sopra tutti», eleggendo un consigliere provinciale a Novara (Sergio Gandolfi, nominato assessore), cinque consiglieri comunali a Domodossola e tre a Villadossola. Proprio l’ingresso ufficiale in politica, però, fece emergere le prime crepe nel partito (legate alle scelte sulle alleanze e sulla collocazione in maggioranza o all’opposizione, problemi evidentemente figli di un sistema in cui le compagini di governo si formavano dopo il voto). Stare all’opposizione era poco incisivo, ma a volte stare in maggioranza era meno utile del necessario, specie se – come si legge nel libro – delle battaglie portate avanti e dei risultati ottenuti i meriti se li prendevano sempre gli altri; la tanto sperata autonomia poi non arrivava e questo non aiutava a catalizzare consensi.
La lista Federalismo (1992)
Tra il 1981 e il 1982 la crisi divenne evidente e l’anno dopo – quello delle candidature, in realtà poco fortunate, nella Lista per Trieste alle elezioni politiche – produsse anche liti interne sulla legittimità delle cariche. Nel 1985 il profilo della Val d’Ossola e il camoscio dell’Uopa apparvero per l’ultima volta sulle schede elettorali a Domodossola e in altri comuni, con risultati assai meno appaganti rispetto a quelli di cinque anni prima; il partito si sarebbe poi consunto tra il 1989 (sull’onda del dissidio interno, sorto quando Alvaro Corradini aveva pensato di trasformare l’Uopa in una Lega lepontina e quasi tutti si erano opposti) e il 1992 (quando presentò un candidato nella lista Federalismo al Senato, senza riuscire a eleggerlo).
Alla famosa Ossola regione autonoma non si è mai arrivati; nel 1992 è stata istituita la provincia di Verbano-Cusio-Ossola, proposta già nel 1979 dal Pci, ma sempre avversata dall’Uopa, che la prefigurava come un ente inutile e disomogeneo, non in grado di risolvere i problemi del territorio. Difficile negare, però, che nella scelta di creare un ente territoriale più vicino a quella zona abbia pesato anche l’opera di sensibilizzazione dell’Uopa, così come per il compimento di varie infrastrutture necessarie al territorio. Anche per questo, quel sogno colorato di blu, verde e rosso, nelle intenzioni agile come un camoscio, non merita di essere cancellato dalle menti di chi la politica la ama davvero: grazie al libro di Uberto Gandolfi (che l'anno scorso ha scritto un'altra pubblicazione, Alvaro Corradini. Profeta del Federalismo, dedicandola interamente al principale promotore del Mac e dell'Uopa) e a tutto il materiale che questo contiene, conservare la memoria sarà più facile.

* * *

Dato al libro di Gandolfi lo spazio che merita, mi sembra giusto citare anche altri due volumi che nel corso degli anni si sono occupati - sia pure molto più in breve - dell'Uopa. Il più recente è anche il più ironico: si intitola Non fate i polli! Una vita da "peones", in cui l'ex parlamentare Mauro Polli, eletto alla Camera con la Lega Nord nel 1992 e nel 1994, racconta ad Antonio Ciurleo la sua avventura politica. 
La sua carriera di "pollo" inizia naturalmente da un uovo che, guarda caso, ha impresso proprio il simbolo dell'Uopa: come a dire che tutto è iniziato da lì, per lui e anche per la Lega. In questo, sono davvero imperdibili i racconti di Bossi "che prende lezioni" da Alvaro Corradini (a casa del quale il Va' pensiero verdiano era sparato a tutto volume ben prima che diventasse inno dei padani), nonché l'episodio della macchina da scrivere, offerta in pagamento all'Uopa - per una consulenza prestata da uno dei suoi fondatori - da uno dei leghisti della prim'ora, Roberto Maroni. 
Proprio il libro di Polli, poi, non può esimersi dal citare qualche pagina di Contro Roma di Roberto Gremmo, libro più volte citato in questo sito. Gremmo intervenne, da par suo, a vari eventi organizzati dall'Uopa, compreso un convegno intitolato "Federalismo e autonomia nella Resistenza", svoltosi il 19 gennaio 1979. Vale la pena riportare qualche riga, giusto per ricordare chi ha iniziato l'autonomismo in Italia: 
"L'Ossola, chiedendo l'autonomia regionale, diventava il primo caso di opposizione davvero federalista nata con adesione popolare, al di fuori delle regioni "storiche" dell'autonomismo. La storia dell'Unione ossolana per l'autonomia è quella di una fiammata intensa di voglia di libertà e di autogoverno [...] Durante l'ennesima assemblea di amministratori che si lamentavano per il disinteresse del governo centrale, il geometra Alvaro Corradini espose una tesi semplicissima: fare come la Val d'Aosta. Trasformare cioè una vallata periferica del Piemonte in Regione Autonoma a statuto speciale, coi nove decimi delle tasse gestiti in loco, magari la proprietà dell'energia pagata o rimborsata dallo Stato, posti pubblici per i residenti". Di quella fiammata intensa, se non altro, restano queste tracce impossibili da cancellare.

domenica 8 aprile 2018

Il vero nome del Partito delle donne

In questa legislatura figura come uno dei vicepresidenti del gruppo di Forza Italia alla Camera, lo stesso gruppo in cui aveva militato nella scorsa legislatura; chi aspira a fregiarsi della denominazione di drogato di politica, tuttavia, è moralmente obbligato a sapere che Gianfranco Rotondi, pur candidato in Fi, era presente all'interno del partito di Berlusconi come rappresentante di Rivoluzione cristiana. Fin qui, in realtà, tutto bene e tutto abbastanza semplice; non tutti però, forse, sanno che lo stesso deputato da sempre orgogliosamente democristiano è artefice di un simbolo di un partito che non c'è. O meglio, c'è, ma di emblemi ufficiali ne ha già uno, diverso.
Il fregio di cui si sta parlando caratterizzerebbe il Partito delle donne, davvero inconfondibile a suo modo: fondo lilla chiaro, testo bastoni e lilla scuro (tranne la parola "delle", in font manuale nero), il tutto racchiuso in un cuore stilizzato dal contorno bianco. Proprio quel cuore, tuttavia, rimanda immediatamente al simbolo di Rivoluzione cristiana (che a sua volta l'aveva mutuato dall'emblema del gruppo del Ppe al Parlamento europeo) e mette subito in chiaro una cosa: chi pensava, in ossequio al nome del Pdd, di trovarsi di fronte a un vero partito, indipendente da ogni altra formazione, si è sbagliato. Se sperava di vedere quell'emblema molto glam sulle schede, dovrà mettersi l'anima in pace.
In effetti esiste il sito www.partitodelledonne.it, così come esiste una (assai poco seguita) pagina Facebook del Partito delle donne; se però si scorrono le varie pagine presenti all'interno del sito, si scopre in fretta che tutti i contenuti sono relativi esclusivamente a Rivoluzione cristiana, per cui viene davvero spontaneo dire che quello del Partito delle donne è il simbolo - esclusivamente di natura propagandistica - di un partito che non c'è. 
Anzi, più esattamente, il partito c'è, ma è proprio Rivoluzione cristiana, non un altro. E che di Rc si tratti non sembrano esserci dubbi, scorrendo alcune delle dichiarazioni dello stesso Rotondi relative alle settimane precedenti le elezioni, in cui sottolineava che il suo partito avrebbe proposto a Fi di candidare solo donne (a parte lui, unico eletto). Già a luglio, anzi, Rotondi dichiarava così: "Ho incaricato il coordinatore nazionale, Giampiero Catone, di predisporre una proposta di assetto del partito interamente 'al femminile'. Non è per assecondare una tendenza, ma per richiamare le radici della Repubblica: furono le donne cattoliche nel '48 a salvare la democrazia. La nuova Rivoluzione Cristiana al femminile (venti Segretarie Regionali, cento Segretarie provinciali e cento Segretarie cittadine) sarà presto ricevuta dal Presidente Berlusconi che la presenterà alla stampa".
Lo stesso statuto di Rivoluzione cristiana, peraltro, è stato scritto tenendo presente le indicazioni di Rotondi: ai vertici regionali, provinciali e cittadini, infatti, può essere eletta "esclusivamente una donna"; per quanto riguarda la segreteria nazionale, si precisa all'ultimo comma dell'art. 14 che - posta l'incandidabilità a segretario di chi, come Rotondi, ha già ricoperto quella carica - "A decorrere dal secondo Congresso Nazionale la carica di Segretario Nazionale sarà di esclusiva competenza femminile" (sul presupposto, ovviamente, che per allora il partito sia ancora attivo e non scelga di confluire in un altro soggetto politico).
Si tratta, oggettivamente, di disposizioni statutarie del tutto innovative, mai viste in precedenza in nessun altro documento fondativo politico. "Non devono sorgere divisioni tra gli uomini - aveva dichiarato sempre a luglio Rotondi - perché il loro ruolo sarà di altrettanta evidenza, anche se per la prima volta si dovrà parlare di quote azzurre invece di quote rosa". Quest'ultima frase, in realtà, è detta in senso atecnico: non c'è in tutto lo statuto, infatti, nessuna vera quota di genere, al di là del generico riferimento alla garanzia del "rispetto del principio di pari opportunità fissato dall'Art. 51 della Costituzione della Repubblica" (e al di là di quanto si dirà più avanti come conseguenza dell'avere previsto vertici solo al femminile).
Benché il partito sia stato varato nel 2015, negli ultimi tre anni il suo statuto non è mai risultato approvato dalla competente Commissione (la stessa che ha l'incarico di controllare i rendiconti dei partiti iscritti nell'apposito registro): il livello di segretezza del procedimento - e, in particolare, di conoscibilità delle informazioni relative alle procedure intraprese - non consente di sapere se quello statuto non sia mai stato presentato per la verifica, se ciò sia accaduto solo di recente e l'iter sia ancora in corso o se la domanda di iscrizione al registro dei partiti sia stata respinta. In ogni caso, un esame da parte della Commissione sarebbe interessante proprio con riguardo alle previsioni statutarie che sono state messe in evidenza prima, per valutarne la compatibilità con la legge.
Il decreto-legge n. 149/2013 (convertito dalla legge n. 13/2014), nel dettare i contenuti essenziali dello statuto dei partiti che chiedono la registrazione - così da essere ammessi a godere delle provvidenze pubbliche - chiede che il documento fondativo indichi, tra l'altro, "le modalità per promuovere, attraverso azioni positive, l'obiettivo della parità tra i sessi negli organismi collegiali e per le cariche elettive, in attuazione dell'articolo 51 della Costituzione"; le Linee guida per la redazione degli statuti recentemente pubblicate dalla Commissione precisano che "l'obiettivo della parità, quale previsione di programma, va perseguito con riguardo alla composizione di tutti gli organi collegiali e per ogni carica cui si acceda per elezione da parte degli iscritti, a mezzo di specifiche misure fra cui una riserva percentuale di posti per ciascun genere".
Sulla base di quanto detto fin qui, occorre fare alcune osservazioni. Da una parte, il fatto che alle segreterie cittadine, provinciali e regionali (e, in seguito, nazionale) possano accedere solo donne rappresenta, in concreto, una sorta di quota di riserva di posti all'interno degli organi collegiali di cui dette segretarie devono fare parte; allo stesso modo, nessuna delle segreterie viene eletta direttamente dagli iscritti, dunque sfuggirebbe (anche per il suo carattere individuale e non collegiale) dalle norme sopra ricordate. D'altro canto, tuttavia, non è sbagliato - e non dev'essere impopolare - chiedersi se proprio la decisione di affidare per statuto i vertici dei singoli livelli territoriali risponda a canoni di legittimità: è pur vero che quella scelta potrebbe essere considerata un'azione positiva (volta a colmare lo storico deficit di presenza femminile tra gli organi apicali dei partiti), ma è altrettanto vero che escludere a priori un genere da una determinata carica non sembra pienamente rispettoso del principio di uguaglianza (le stesse Linee guida citano giustamente anche l'art. 3 della Costituzione, con riferimento all'uguaglianza senza distinzione di sesso) e pari opportunità. 
Un conto, insomma, è non prevedere misure di riequilibrio relativamente a una carica individuale (per cui certo nessuno pretende di inventare quote di genere quando il posto in ballo è uno solo), tutt'altro è riservare dichiaratamente a un genere la posizione più importante a ogni livello territoriale di un partito. Per questo, sarebbe interessante che Rivoluzione cristiana, se non lo ha già fatto, sottoponesse il proprio statuto all'esame della Commissione, per vedere se il suo modo di essere "Partito delle donne" (con o senza simbolo ad hoc, che comunque non dovrebbe essere inserito nello statuto, onde evitare ambiguità) sia da considerare legittimo oppure risulti interessante, ma un po' troppo sopra le righe.

mercoledì 4 aprile 2018

La sinistra, uno spezzatino simbolico che sa di "già visto"

I cultori della censura di Mamma Rai, se sono pure drogati di politica e aneddotica, ricordano - magari leggendo libri come Proibitissimo di Menico Caroli - che ad Alighiero Noschese nel 1972 si impedì tra l'altro di dire una battuta memorabile mentre imitava Pietro Nenni: "Non si può negare che il socialismo sia in ascesa. Noi iniziammo infatti nel '46 con un partito socialista e oggi abbiamo tre partiti socialisti. E non si può escludere che se mi fanno innervosire diventeranno quattro". La frase ricorda un po' un'altra massima mitica (chissà quando l'avrà detta) di Giulio Andreotti, ispirata a un epigramma di François Mauriac: "Amo tanto la Germania che ne preferisco due". Soprattutto, però, era un ritratto perfetto della cifra principale del socialismo e dell'intera sinistra in Italia: la tendenza immutabile allo spezzatino
Il percorso per indagarla, anche limitato agli ultimi decenni, è labirintico e il rischio di perdersi è alto. Serve una guida, anzi, un "decifratore": il ruolo che nel programma Agorà ha Francesco Cundari, fresco autore di Déjà vu (Il Saggiatore, 2018). Il libro è proprio la guida di cui si può avere bisogno, in una selva di "episodi, iniziative e protagonisti" scelti con "assoluta arbitrarietà e soggettività", perché a quanto pare non si può fare diversamente, in una storia che - lo si legge anche nel titolo - "non ha un inizio e non ha una fine. Di fatto, non conosce alcuno sviluppo, alcuna evoluzione, alcun cambiamento".
Per capire perché la recensione di questo libro abbia pieno diritto di cittadinanza su queste pagine, è sufficiente leggere questo capoverso:
Ogni giorno in Italia nasce – se non un partito – una corrente, un movimento o almeno un appello per rinnovare radicalmente la sinistra. E per farla finita, va da sé, con le divisioni. Per questo farne la storia è impossibile: perché l’infinita serie di scissioni, riaggregazioni e successive riscomposizioni che caratterizza la parabola del centrosinistra non disegna, per essere esatti, alcuna parabola. Semmai, un frattale. Un’immagine dotata cioè di autosimilarità, in cui ciascuna delle parti ripete su diversa scala la figura dell’intero.
Va altrettanto da sé che molte di queste "scissioni, riaggregazioni e successive riscomposizioni" si sono concretizzate in un simbolo. E non solo o non tanto nel logo ibrido che campeggia sulla copertina del libro, che al martello e alla stella abbina lo swoosh della Nike nel ruolo che sarebbe della falce (richiamando così un altro libro da considerare per chi si occupa di simbologia politica tra identità e marchio, Falce, martello e Nike di Alessandro Di Caro).
La storia, per la verità, inizia con il soffocamento di un simbolo, o se si preferisce, con la sua decapitazione: la vittima era l'Ulivo, il boia Massimo D'Alema; il luogo dell'esecuzione era il castello di Gargonza, la data l'8 marzo 1997. Non era passato un anno (tutt'altro che squillante) dalla vittoria della coalizione guidata da Romano Prodi e, davanti a una platea ricca "dei più bei nomi dell'intellighenzia progressista" (come li chiama Cundari), l'allora segretario del Pds - e non era certo un'ombra, essendo pure presidente della Bicamerale - liquidò l'Ulivo come un cartello elettorale (perché altrimenti per avere senso sarebbe dovuto diventare un partito nuovo unico al posto delle formazioni esistenti, cosa che i piccoli non volevano, D'Alema e Franco Marini - come leader di Pds e Popolari - probabilmente nemmeno). Soprattutto, però, stroncò ogni velleità di creare una forza politica di comitati, più vicina alla società civile e distinta dai partiti, bollandola come "tardosessantottesca": "se c’è qualcosa che somiglia ai partiti in ciò che di nobile sono stati nella crisi attuale, siamo noi, non sono gli altri… Io non conosco questa cosa, questa politica che viene fatta dai cittadini e non dalla politica" e, ovvio, dai suoi professionisti. Il tutto mentre i presenti sbarravano gli occhi disorientati e Omar Calabrese, organizzatore dell'incontro-dibattito, era costernato quanto Romano Prodi nel vedere di fatto naufragare il progetto ulivista dopo aver assistito alla nascita del simbolo a Bologna alla fine del 1995, quando Andrea Rauch presentò il primo disegno (senza sapere che sarebbe già stato quasi definitivo).
Il simbolo, a dire il vero, sarebbe tornato sulle schede anche nel 2001, nel 2004 alle europee (con il "triciclo" Uniti nell'Ulivo) e, soprattutto, nel 2006, senza scritte diverse dal nome, come una sorta di anticipo di quel partito dei riformisti (auspicato da D'Alema nel 2003) che - più in teoria che in pratica - si sarebbe chiamato Pd. Il rametto d'Ulivo, peraltro, si sarebbe visto solo alla Camera: al Senato, a dispetto delle soglie di sbarramento più elevate che avrebbero suggerito una corsa unitaria, sarebbero riapparsi i simboli di Ds e Margherita, le due punte dell'Unione, coalizione che sulle schede non vide mai arrivare il suo fregio (se non in Alto Adige), ma la somma di una marea di emblemi, assieme a quelli che rimasero fuori. 
Un problema, volendo, non limitato al centrosinistra: per Cundari in Italia "le coalizioni sono a tutti gli effetti una materia fluida, vivente, in perpetua ebollizione: un brodo primordiale nel quale ora confluiscono e ora si distaccano un’infinità di microrganismi, in formazioni sempre cangianti eppure, in qualche modo, sempre uguali a se stesse", rendendo quasi impossibile capire chi ne faccia parte in un determinato momento. E' qui che, per gli appassionati di scissioni con relativi emblemi, parte uno dei "passaggi simbolici" più significativi di Déjà vu, per cui merita di essere riportato quasi per intero:
Giunto a questo punto, immaginiamo che l’ingenuo lettore comincerà a contare tra sé e sé, richiamando con qualche sforzo alla memoria le sbiadite figure di quell'antica saga: Margherita, Udr, Udeur… Ma cosa potrebbe replicare se qualcuno lo interrompesse d’un tratto, domandandogli a bruciapelo: «Scusa tanto, ma il partito di Mastella quante volte lo hai contato?». Perché il primo problema che si trova davanti chi voglia seriamente dare una definizione delle coalizioni del bipolarismo italiano sta proprio qui: nelle duplicazioni.Certo, in modo superficiale, potremmo dire che la risposta giusta è «tre volte», giacché effettivamente Clemente Mastella è stato con la sua pattuglia uno dei promotori dell'Udr prima e dell'Udeur poi, la quale a sua volta è stata, per qualche tempo, tra i partiti-componenti della Margherita. Del resto, la stessa Margherita è nata a sua volta dall'aggregazione tra Lista Dini, Democratici, Popolari di Pierluigi Castagnetti e, per l’appunto, Udeur. Senza dimenticare che ben due su quattro dei partiti appena citati (Lista Dini e Udeur) non si limitavano a popolare in diverse configurazioni la coalizione di centrosinistra, per esempio fuori o dentro la Margherita, ma saltavano anche da una coalizione all'altra, passando così dal governo all'opposizione e dall'opposizione al governo. E a volte ne determinavano la caduta.[...] Quello che ci preme sottolineare è che la vita delle coalizioni nella Seconda Repubblica è caratterizzata sin dall'inizio da questa perpetua danza dionisiaca di accoppiamenti improvvisi e smembramenti reciproci, da questo continuo, vorticoso brulichio di particelle che incessantemente si incontrano e si scontrano, per poi scindersi e quindi ancora ricomporsi in sempre nuove aggregazioni.
Per capire cosa c'entri Clemente Mastella con il principio di indeterminazione di Heisenberg e la fisica quantistica, si deve rimandare al libro. Basta ricordare che proprio Mastella con la sua Udeur (evoluzione polemica - verso Cossiga - dell'Udr, senza dimenticare che l'Uomo di Ceppaloni nell'Udr era entrato armi e bagagli, cambiando schieramento, con i suoi Cdr... e se non li ricordate andateli a cercare!) fu protagonista della fine da psicodramma del pletorico governo Prodi-bis, togliendogli la fiducia in versi (quelli di Lentamente muore, che Mastella attribuì a Pablo Neruda, cadendo nell'errore di molti, magari gli stessi che credono che la Preghiera semplice l'abbia scritta san Francesco) dopo che Walter Veltroni aveva annunciato la corsa solitaria del Pd alle nuove elezioni. 
Archiviate le liriche mastelliane, a Palazzo Madama sarebbe scoppiata una gazzarra da osteria, con gli insulti da malore a Nuccio Cusumano (Udeur) rimasto con Prodi e la bottiglia di champagne stappata da Domenico Gramazio (An) alla proclamazione del voto sulla fiducia (di quella spuma sguaiata la tappezzeria degli scranni governativi dell'aula porta ancora le tracce); erano stati più sobri Franco Turigliatto (ex Prc) e Lamberto Dini (Liberal Democratici), ma il loro voto contrario - benché fossero stati eletti con l'Unione, che aveva vinto e governato fino ad allora senza avere la maggioranza dei voti e con una risibile maggioranza al Senato - era stato ancora più amaro per il centrosinistra.
Nel mezzo, tra il 1997 e il 2008, si sono succeduti vari avvenimenti interessanti, a partire dal "complotto" del 1998 per cacciare la prima volta Prodi da Palazzo Chigi, che per gran parte della stampa - ma non per i suoi protagonisti - sarebbe stato ordito da D'Alema e da Marini, volto a mandare il primo al governo e il secondo (o Rosa Jervolino come sua persona di fiducia) al Quirinale: saltò quest'ultima parte del progetto, mentre riuscì tutto il resto, con la complicità degli scissionisti di Rifondazione comunista (i futuri Comunisti italiani di Cossutta) e dell'Udr di Francesco Cossiga. Prodi sarebbe tornato in campo solo nel 1999 come presidente della Commissione europea (anche e soprattutto grazie a D'Alema che convinse gli altri leader europei a mandarlo lì), non prima di aver creato i suoi Democratici, durati un paio d'anni ma quanto bastava per farla pagare ai maggiorenti della coalizione che di fatto aveva scaricato il Professore. 
Nel frattempo, il 13 febbraio 1998, erano nati i Democratici di sinistra ("una breve e indolore rifondazione, che - per Cundari - si risolve sostanzialmente nell'abbandono anche di quella piccola bandiera del Pci rimasta alle radici della Quercia, simbolo del nuovo partito, e nella perdita della P"), si era tentata una riforma estesa della Costituzione con la convergenza dei partiti maggiori dei due poli (affossata a maggio del 1998 dalla virata a 180 gradi di Forza Italia) e ci si accapigliava persino su come mettere per iscritto il centrosinistra (se col trattino "alla Cossiga", tutto attaccato alla maniera degli ulivisti, oppure  staccato senza trattino). 
Era questo il minimo che potesse capitare, a quanto pare, in una coalizione "che va dalla lista di Lamberto Dini al partito di Antonio Di Pietro, passando per Verdi, Repubblicani, Liberali, Laburisti, Comunisti unitari, Comunisti italiani, Cristiano sociali, Rete, Patto Segni, Alleanza democratica, Udeur e almeno un’altra dozzina di minipartiti e micromovimenti di cui è letteralmente impossibile tenere il conto": una "dinamica entropica" e un frullato di sigle e simboli che, per l'autore del libro, rendeva dannatamente facile a chiunque consumare la propria vendetta e in cinque anni di legislatura vide avvicendarsi quattro governi e tre capi del Governo. 
C'era poi stata la morettata - alla Edmondo Berselli - cioè il famoso fendente di Nanni Moretti sul palco centrosinistro (e sinistrato, sempre bersellianamente parlando, trattandosi di una manifestazione post-sconfitta) di Piazza Navona nel 2002: "con questo tipo di diriggenti non vinceremo mai!". Quel grido di dolore non produsse partiti o simboli, ma "solo" un'immagine - il girotondo, in realtà inaugurato pochi giorni prima a Milano - e un colore - quello del Popolo Viola; il resto fu una serie di incontri-scontri (a partire da "Sinistra, cultura, società italiana", andato in scena il 22 febbraio in San Michele a Ripa, con interventi sulfurei di Alberto Asor Rosa, Furio Colombo e Antonio Pennacchi, e parole interessanti ma poco rilanciate di personaggi come Roberto Cotroneo ed Ettore Scola) destinati a ripetersi dio sa quante volte negli anni.
Anche di recente si è assistito alla nascita di una marea di progetti senza veri simboli, col solo nome (si pensi al Campo progressista di Giuliano Pisapia o all'Alleanza popolare per la democrazia e l'uguaglianza di Tomaso Montanari e Anna Falcone) che però si sono arenati in fretta. Gli ultimi capitoli del libro, dedicati all'ascesa di Matteo Renzi, al suo arrivo al governo (oggetto di infinite ricostruzioni politiche e non solo), alla lunga battaglia per la riforma costituzionale e per il referendum, nonché al seguito della vittoria del No, sono puntate recenti: oltre a essere note perché vissute da molti, non hanno la stessa carica simbolica delle storie precedenti, anche se non si è smesso di creare o scindere partiti. Merita però almeno di essere ricordato come anche nel Movimento democratico e progressista, subito ribattezzato Articolo 1 per evitare altri guai legali, si sia posto lo stesso problema di sempre: "è opportuno che D'Alema si candidi?" (si candiderà, naturalmente, ma stavolta non sarà eletto).
Il libro di Francesco Cundari è stato stampato a febbraio, prima che le urne certificassero l'ennesima batosta elettorale della sinistra. Di certo, non è la fine del percorso: pur non conoscendo ancora l'esito elettorale, l'autore ha potuto mettere nero su bianco: "sappiamo benissimo come andrà a finire. Perché in fondo è sempre e solo la penultima tappa di un gigantesco, innocente, inconcludente gioco dell’oca: quello che abbiamo cercato di raccontare fin qui. E che non finirà mai". Quel gioco dell'oca, a quanto pare disseminato di "torna alla casella 1", è stato ben raccontato in quelle pagine, anche recuperando episodi (come quello originario di Gargonza) ben noti ai cronisti e agli analisti, ma forse sfuggiti ai drogati di politica junior - che non c'erano o erano in fasce - o ai semplici curiosi. In più, volendo, permette già una prima applicazione post-elettorale: Liberi e Ugualil'ennesima riaggregazione della sinistra parlamentare, frutto soprattutto dell'apporto di Articolo 1, Sinistra italiana (già Sel) e Possibile, è riuscita per un soffio a entrare in Parlamento con un pugno di eletti, ma - tanto per cambiare - rischia di sfasciarsi un'altra volta; ancora più a sinistra, Potere al Popolo!, che raccoglieva un ampio spettro di sinistra (da Rifondazione comunista al ricostituito Pci a vari centri sociali), nemmeno questa volta riesce a eleggere qualcuno, proprio come Rivoluzione civile nel 2013, la Lista anticapitalista Prc-Pdci alle europee del 2009 e la Sinistra l'Arcobaleno nel 2008. Benché le singole forze politiche alla base non abbiano intenzione di sciogliersi, però, i PotPop il loro percorso pare vogliano continuarlo: resisteranno, almeno loro, all'inesorabile tendenza allo spezzatino?

mercoledì 28 marzo 2018

Il simbolo del Carroccio? Nacque prima della Lega (lombarda)

1982, protosimbolo leghista
Lo si è detto pochi giorni fa: sparita la Padania, il Sole delle Alpi, il nomi di Bossi e di Maroni e, da ultimo, anche il riferimento al Nord, nel simbolo della Lega una sola cosa non è mai sparita, oltre ovviamente a quella parola di quattro lettere: la figura armata che riproduce il monumento al Guerriero di Legnano. Tutti lo identificano come Alberto da Giussano, incuranti del fatto che quella sia stata una figura dichiaratamente inventata. Sarà che certe leggende sono davvero dure a morire, sarà che ci siamo abituati quel nome di fantasia tutto d'un fiato, come se non conoscesse spazi (AlbertodaGiussano): di fatto, quel simbolo è talmente parte dell'immaginario politico leghista (e non solo) da sembrare del tutto inamovibile, al punto tale da essere l'emblema con maggior storia tra quelli entrati in Parlamento, fatta eccezione per la stella alpina della Svp stavolta condivisa con il Patt (cui si sarebbe potuto aggiungere il fregio dei quattro mori del Partito sardo d'azione, il più antico di tutti i simboli della politica italiana, se solo avesse presentato liste proprie invece che accordarsi proprio con la Lega). 
A dispetto dello tsunami che, ancora più che nel 2013, ha travolto lo scacchiere politico italiano, il guerriero leghista è rimasto saldo al suo posto, con il piede sinistro ben piantato a terraGià, solo quel piede, perché ormai dalle elezioni politiche del 1992 siamo abituati a vedere Alberto... cioè il guerriero così, con il piede sinistro giù e il destro più alto, come se il simbolo lo avesse colto in una posa sospesa e insolitamente instabile per un combattente, un fermo immagine in cui alla spada sguainata nella mano destra fa da contrappunto la gamba destra alzata. Eppure chi ha memoria di ciò che è accaduto prima dell'anno di Mani Pulite sa che non è stato sempre così e il guerriero in origine era più stabile.
La prima volta in cui il cuore del simbolo leghista è comparso (da solo) sulle schede elettorali risale al 1987, quando ancora il progetto politico messo in campo era la Lega lombarda: in occasione delle elezioni politiche di quell'anno, il guerriero sguainò la spada per la prima volta, con la lama posta giusto tra le due parole del nome (scritto già con una font della famiglia Optima, probabilmente ExtraBlack). Attorno a sé aveva la sagoma della regione Lombardia (l'unica in cui la lista si presentò, ma tanto bastò a ottenere un seggio da deputato per Giuseppe Leoni e uno da senatore per Bossi), ma soprattutto il piede era appoggiato su una specie di masso, cosa che certamente lo rendeva meno precario.
Quello del 1987, però, non era  un mero contrassegno elettorale. Per averne una prova, si può fare un viaggetto fino a Varese in centro, per poi ripartire avendo tra le mani una copia di quell'atto costitutivo datato 12 aprile 1984 che fece nascere ufficialmente la Lega autonomista lombarda, fondata ovviamente da Umberto Bossi (allora di professione "editore"), ma anche dalla futura moglie Manuela Marrone, dal cognato Pierangelo Brivio, nonché da Marino Moroni, da Emilio Sogliaghi e da Giuseppe Leoni. L'articolo 2 dello statuto allegato all'atto costitutivo contiene la descrizione del primo simbolo: "un cerchio racchiudente il profilo della Regione Lombardia con all'interno la figura di Alberto da Giussano come rappresentato nel monumento di Legnano e la scritta Lega Lombarda". In quell'occasione non fu allegato l'emblema in forma grafica, ma la descrizione non lascia dubbi: a dispetto del nome più lungo del partito, si trattava esattamente dello stesso simbolo che sarebbe apparso tre anni dopo, restando nel cassetto alle europee del 1984 (Bossi e altri si presentarono col simbolo della Liga veneta) ed essendo abbinato al leone di San Marco alle regionali lombarde dell'anno successivo.    
Già due anni prima che la Lega lombarda fosse ufficialmente fondata, però, il guerriero di Legnano - la cui statua è così importante per la città da aver fatto battezzare il luogo in cui si trova Piazza del Monumento - era già leghista, a suo modo. Porta la data del 1° marzo 1982, in effetti, il primo numero (anche se si trattava, in quell'occasione, di un "numero unico") di Lombardia autonomista, pubblicazione che di fatto si poneva come organo della nascente Lega autonomista lombarda: "Lega autonomista lombarda" era proprio il titolo dell'editoriale (quello che iniziava con "Lombardi! Non importa che età avete, che lavoro fate, di che tendenza politica siete: quello che importa è che siete - che siamo - tutti lombardi") di quelle poche pagine cartacee. Nella testata (scritta già in font Optima, stavolta solo Bold, lo stesso che sarebbe stato utilizzato sempre dalla Lega dal 1992 in avanti) e a centro pagina, campeggiava enorme la figura del Guerriero di Legnano, sempre inserita nel profilo della Lombardia, il cui territorio in quel caso era tinto. A ben guardare, c'era un'altra differenza: la statua del guerriero non era stilizzata e semplificata, ma se ne potevano vedere bene tutti i particolari, come se fosse stata tracciata a china; in quella versione, tra l'altro, si vedeva bene che il piede destro poggiava sulla parte inferiore del monumento nel suo complesso, dunque almeno inizialmente il richiamo alla statua legnanese era più esplicito.
Non è dato sapere quanti leghisti della prima o dell'ultim'ora conoscano questa prima apparizione della loro immagine più significativa. Bossi raccontò così la scelta nel libro Vento dal Nord, firmato con Daniele Vimercati: 
Il simbolo fu una mia invenzione, ci pensai a lungo e mi convinsi che bisognava trovare qualcosa di radicalmente nuovo, rispetto ai marchi dei movimenti autonomisti 'classici', basati su leoni veneziani, aquile asburgiche, stemmi di antiche dinastie. [...] Un giorno finalmente arrivò l'idea giusta: il 'mito' più adatto era senza dubbio la lega dei venti Comuni lombardi, ma anche piemontesi, veneti ed emiliani, che si allearono, nel dodicesimo secolo, per cacciare l'imperatore Federico Barbarossa, portabandiera del centralismo medievale. Quale simbolo più adatto, allora, dell'Albertùn, la grande statua di Alberto da Giussano che campeggia nella piazza centrale di Legnano? Corsi a fotografarla; nell'occasione mi tornò utile la passione per la fotografia che avevo coltivato da ragazzo. Purtroppo la statua, vista così, a venti metri di distanza, era un po' tozza e pesante, non si prestava a essere riprodotta su uno stemma di partito. Passai mezza giornata a fare le inquadrature più diverse, finché trovai, quella giusta: ripresa da sotto, con un grandangolo, l'immagine acquistava tutt'altro vigore, si faceva più slanciata. La spada era molto più evidente, la forza plastica del gesto risultava moltiplicata. Quella era la sagoma che mi serviva! Riportai la foto su un foglio, ricalcai il profilo all'interno di un cerchio entro il quale disegnai anche i confini della Lombardia. Il tutto, stilizzato, divenne il simbolo della Lega.

Immagine a sn tratta da Contro Roma (1992) di Roberto Gremmo
I racconti dei protagonisti hanno sempre fascino e, come le leggende consolidate, sono difficili da smentire, quindi ne prendiamo atto. Certo è che il racconto sarebbe meno completo se non si ricordasse che proprio l'idea del guerriero di Legnano (o, se non proprio lui, qualcuno di molto simile) all'interno della sagoma della Lombardia era già stata usata nel 1959 nel periodico La Regione Lombarda, organo del Movimento autonomista padano fondato da Guido Calderoli, nonno dell'ex vicepresidente del Senato: lo aveva ricordato nel 1992, nel suo Contro RomaRoberto Gremmo, figura imprescindibile per lo studio dei movimenti autonomisti, che aveva riprodotto per l'occasione quella pagina nel libro. Sempre lì, Gremmo aveva svelato come lo stesso Bossi gli avesse chiesto lumi sulla possibilità di riprodurre senza grane l'immagine del guerriero della marca di biciclette Legnano (che caso...): lui riteneva lo si potesse fare, magari avendo cura di riferire la raffigurazione al monumento legnanese, cosa che sarebbe stata garantita proprio dalla riproduzione della pietra sotto al piede destro. 
Quel masso, privo del resto della base del monumento, sarebbe rimasto al suo posto per un decennio (anche nella versione del 1989 dell'Alleanza Nord): quando sparì - in corrispondenza con il passaggio alla Lega Nord - la statua di Alberto da Giussano (essì, lasciatecelo chiamare così, sennò ogni volta ci vogliono due ore a spiegare tutto) non cadde, anzi, tra il 1994 e il 1996 sembrò più stabile e salda di prima. In molti la videro vacillare tra il 1999 e il 2006 (con il punto più basso nel 2001, quando il centrodestra vinse le elezioni ma il Carroccio per un nonnulla rimase sotto la soglia del 4%); i suoi sostenitori gioirono nel 2009 per una decisa fiammata, si preoccuparono per un calo netto nel 2013, ma seppero aspettare la risalita, iniziata già l'anno dopo. Nemmeno loro, forse, immaginavano che nel 2018, ben oltre trent'anni dopo il suo esordio, il Guerriero di Legnano avrebbe ribaltato gli equilibri del centrodestra (in tutta Italia, non solo al Nord) a favore proprio e di Matteo Salvini. Che, alla fine, togliere la pietra abbia portato bene?