lunedì 14 giugno 2021

Scudo (in)crociato, ecco perché tutti i tentativi di rifare la Dc falliscono

Non serviva conferma, ma una lunga, continua sequenza di episodi rafforza una convinzione: la diaspora della Democrazia cristiana appare infinita e irrimediabile. Lo sa chiunque abbia la ventura di leggere le comunicazioni periodiche di coloro che credono di proseguire legittimamente - ciascuno secondo il suo percorso - la vita giuridica del partito nato nel 1942 e sparito dalla politica italiana nel 1994, o anche solo parte della "garbata" corrispondenza via e-mail o sui social network tra soci e simpatizzanti dell'uno o dell'altro tentativo di rimettere in campo la Dc e il simbolo dello scudo crociato. Davanti agli scritti di chi prende la situazione (e si prende) dannatamente sul serio, spesso con
 toni accesi, a volte provocatori o insultanti, non si può non sgranare gli occhi anche dopo anni di studio..
I numerosi tentativi di riportare in attività la Democrazia cristiana hanno finora richiesto venticinque anni di tempo, sforzi organizzativi non irrilevanti (meno intensi nella seconda metà degli anni '90, con impegno crescente negli "anni zero", fino alle energie profuse dopo la famigerata sentenza del 2010 della Corte di cassazione a sezioni unite) e - aspetto venale, ma non trascurabile - un fiume di denaro speso in pubblicazioni, annunci, convocazioni, manifesti e una marea di spese legali. Sforzi da ammirare in astratto: c'è chi ha creduto o crede davvero di riottenere il partito che per anni ha governato (bene o male) l'Italia. Il risultato finale, però, è di tante campagne tentate o annunciate, varie manciate di liste presentate (con travaglio e simboli mutevoli), poche persone elette (e nessuna in posti di rilievo), a fronte di una mole imprecisata di soldi spesa in questo quarto di secolo dalle persone coinvolte, senza che alcun tentativo abbia dato buoni frutti e sia stato condotto senza contestazioni
Più di un "democristiano non pentito", nei momenti di sconforto in cui si guarda indietro, ammette che il raccolto finora è stato proprio magro; molti però, anche quando dicono "questo è l'ultimo tentativo, se fallisce mi arrendo", non riescono a perdersi d'animo, sostenuti pure dal dogma dell'eternità dei democristiani, del resto varie storie personali sono pronte a suffragarlo. C'è poi chi parla con convinzione di complotti per non far tornare la Dc (dei "poteri forti" o, forse, di coloro che avrebbero gestito il patrimonio e non vorrebbero che quelle vicende fossero messe in discussione); i più pessimisti, invece, imputano difficoltà e fallimenti all'avverarsi della "maledizione di Aldo Moro", pensando alla frase che il presidente della Dc avrebbe scritto in una sua missiva dal suo "carcere" ("Il mio sangue ricadrà su di loro").
La questione, ovviamente, va posta in altro modo e occorre un'analisi obiettiva. I tanti, forse troppi documenti letti nel corso degli anni - ammesso che per i #drogatidipolitica valga il concetto di "troppo" - hanno portato a una conclusione tanto netta, quanto sgradevole per chi si è impegnato finora per il "risveglio" della Dc: nessun tentativi fatto per far tornare la Dc poteva funzionare e nessuno potrà funzionare, salvo due ipotesi improbabili. Ciò non dipende da complotti (ininfluenti, anche se ci fossero) o dalla scarsa volontà politica di riportare in vita la Dc (in parte è vero, ma solo in parte), bensì dal diritto. Tra poco si chiarirà perché nessuna strada seguita finora poteva/può essere fruttuosa, avendo però chiaro che i primi nemici del ritorno della Dc sono alcuni tra gli stessi "democristiani non pentiti".
Tutte le strade seguite hanno difetti, più o meno grandi, comunque sufficienti per essere sbarrate con facilità (si vedrà come). Nessun tentativo sarebbe fallito però se tutti fossero stati concordi nei passaggi da compiere, senza portare contestazioni in tribunaleLa prima via fruttuosa verso la Dc - per assurdo che appaia - sarebbe (stata) quella della concordia: lasciando da parte i difetti dei vari percorsi scelti, pur senza poterli cancellare, il cammino poteva e potrebbe continuare. Vari "democristiani non pentiti", in realtà, lo sanno bene: spesso in molti hanno fatto discorsi simili a "abbiamo fatto sicuramente degli errori, tra noi diciamolo pure, ma se davvero volete che la Dc torni, per favore, non contestateci: fateci riattivare la Dc e poi staremo tutti di nuovo in pace nel partito".
Quella pace, tuttavia, manca ogni volta: qualche contestazione, spesso in carta bollata, è arrivata sempre, da chi portava avanti alcuni tentativi contro chi aveva seguito altre vie, oppure da persone di seconda o terza fila che presentavano ricorsi. Già, perché se c'è chi crede che alcune azioni legali o tentativi diversi dal proprio siano (stati) sostenuti da ex-democristiani che hanno interesse a mandare tutto all'aria, una cosa è chiara: uno dei problemi dei "democristiani non pentiti" è che alcuni di loro hanno idee ben diverse su come riattivare il partito e sono fermamente convinti che il loro percorso sia giusto e che gli altri, essendo scorretti o comunque inefficaci, portino solo disturbo o confusione. 
Qui si è già ripercorsa - in tre puntate (1994-2002, 1996-2010, dopo il 2010) - la storia di ciò che è avvenuto dal 1994 in poi: a questa si può fare riferimento, per non perdersi in una vicenda a dir poco intricata. Di seguito dà conto dei difetti delle singole iniziative più recenti, abbinandole - inevitabilmente, per capirci qualcosa - ai nomi più noti di chi le porta avanti:
  • La Dc di Renato Grassi e Alberto Alessi (già di Gianni Fontana): si tratta del partito che opera sulla base, oltre che della sentenza di Cassazione del 2010 - nella convinzione che questa abbia sostenuto che la Dc non è mai stata sciolta e il suo destino è nelle mani degli ultimi iscritti di allora - del procedimento iniziato con la richiesta al tribunale di Roma di disporre la convocazione dell'assemblea dei soci, sulla base della richiesta del 10% degli iscritti risultanti dall'elenco consegnato allo stesso tribunale, come previsto dall'art. 20 del codice civile.
    Il giudice del tribunale di Roma Guido Romano, a dicembre del 2016, ha effettivamente disposto tale convocazione per il 26 febbraio 2017, peraltro senza riconoscere con questo la legittimità della richiesta: in effetti avrebbe potuto non fare nemmeno quello, visto che l'elenco in questione era quello seguito alla ripresa delle attività nel 2012, con un "consiglio nazionale" che lo stesso giudice Romano nel 2014 aveva dichiarato nullo. L'assemblea del 2017 si è effettivamente svolta (con l'elezione di Gianni Fontana alla presidenza), come pure il XIX congresso il 14 ottobre 2018 (con l'elezione di Renato Grassi alla segreteria), atti che - come sottolineano con veemenza alcune persone che partecipano a questo tentativo - non sono stati dichiarati nulli o annullati da alcun giudice. Il che per ora è vero, ma non è assolutamente vero che quegli atti non siano stati contestati: risultano ancora pendenti, infatti, i giudizi relativi all'assemblea del 2017 e al congresso del 2018 (anche se questo si avvia verso la chiusura, forse con la cessazione della materia del contendere), presentati da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni per contestare la correttezza delle convocazioni e dello svolgimento delle riunioni. Senza contare, nel frattempo, che altre persone hanno scelto vie diverse per contestare la validità del congresso del 2018.
  • La Dc di Nino Luciani: si tratta del percorso portato avanti dal bolognese Nino Luciani, che nel 2016 era stato incaricato di convocare l'assemblea del 26 febbraio 2017 (e ne aveva presieduto le prime fasi, fino a quando era stato sostituito). Dopo che però nel 2018 sono state mosse dure critiche alla conduzione del congresso, mettendone in dubbio la validità (con tanto di provvedimenti disciplinari in risposta), Luciani nell'estate 2019 ha esibito una lettera di Fontana (che dopo il congresso era diventato presidente del consiglio nazionale, ma nel frattempo si era dimesso dalla carica) che, in qualità di presidente dell'assemblea dei soci eletto nel 2017, lo delegava a riconvocare quegli stessi soci, volendo così proseguire sui binari tracciati dal codice civile. In questo modo, i soci convocati per il 12 ottobre 2019 avrebbero deciso di revocare gli atti congressuali dell'anno precedente ritenendoli viziati, con l'idea di ripetere il congresso in seguito. Quel percorso, decisamente complicato dall'insorgere della pandemia, si sarebbe concluso online il 24 ottobre 2020, con la ricelebrazione via Skype del XIX congresso e l'elezione di Nino Luciani a segretario politico.
    Quel percorso è stato contestato da alcuni soggetti legati alla Dc-Grassi, anche se in tribunale la tesi non ha avuto fortuna. Il problema alla base, però, è che quando Gianni Fontana avrebbe incaricato Luciani di convocare l'assemblea dei soci in base al percorso iniziato nel 2016, quel percorso si era in realtà già chiuso ed esaurito con la celebrazione del congresso del 2018 (anche se era proprio l'esito di quel congresso che si voleva rimuovere), dunque bisognava seguire lo statuto del partito e non la via codicistica (e Fontana non aveva più il potere di proseguire quel cammino). In più, è evidente che se il tribunale di Roma dovesse dichiarare nulla l'assemblea del 2017, temporalmente e logicamente antecedente rispetto all'iter visto sin qui, anche l'elezione di Luciani verrebbe meno.   
  • La Dc di Emilio Cugliari: problemi quasi identici affliggono il tentativo guidato ora da Emilio Cugliari. Questo condivide gran parte del percorso con quello, appena visto, legato a Nino Luciani, ma se ne distanzia nettamente a partire dal 2 luglio 2020, quando a un'assemblea convocata a Roma da Luciani questo sarebbe stato sfiduciato e sostituito - come presidente facente funzione - proprio da Cugliari, il quale sarebbe tuttora al vertice del partito, nell'attesa di celebrare di nuovo il XIX congresso (essendo stato revocato il precedente).
    Chiaramente, se Cugliari è ben deciso a far partecipare la Dc alle prossime elezioni amministrative, Luciani (che si ritiene segretario per il percorso ricordato) non riconosce per nulla la correttezza del percorso rivendicato da Cugliari. Al di là di queste contestazioni, i difetti esaminati prima per la Dc-Luciani valgono anche per la Dc-Cugliari.
  • La Dc di Raffaele Cerenza e Franco De Simoni: se Luciani il 12 ottobre 2019 aveva convocato l'assemblea dei soci per far revocare il congresso del 2018, lo stesso giorno (già prima) Raffaele Cerenza e Franco De Simoni avevano convocato - con tanto di avviso sulla Gazzetta Ufficiale - un'assemblea costituente della Democrazia cristiana, ritenendo che la famigerata sentenza della Cassazione del 2010 legittimasse l'assemblea degli ultimi iscritti a rappresentare il partito (essendo frattanto decaduti tutti gli organi) e anche ad autoconvocarsi. Dopo quell'assemblea, il percorso sarebbe proseguito fino alla celebrazione - stavolta in presenza, a Roma - del XIX congresso il 12 settembre 2020, che avrebbe eletto segretario politico e segretario amministrativo rispettivamente Franco De Simoni e Raffaele Cerenza (vicepresidente e presidente dell'associazione iscritti alla Dc del 1993, che già dal 1999 aveva cercato la via migliore per riportare in attività il partito (credendo che potesse rappresentarlo Alessandro Duce, ultimo segretario amministrativo, primo tesoriere del Ppi e ancora con voce in capitolo sul patrimonio ex Dc).
    In questo caso, è in qualche modo discutibile che, se si considerano decadute le cariche del partito del 1994 per il decorso del tempo, si ritenga invece ancora valida l'iscrizione alla Dc, che in base allo statuto è annuale e richiede il pagamento di una quota (che certamente nessuno ha potuto chiedere in questi anni, ma è comunque necessaria). In più, come si vedrà poi, è soprattutto discutibile l'idea che esista ancora - e che sia stata la Corte di cassazione a svelarlo - una Dc "dormiente", autonoma da ogni altro soggetto e che attende solo di essere "svegliata".
  • La Dc di Angelo Sandri: si tratta probabilmente del tentativo più longevo ancora in atto di rimessa in moto della Dc. Questo, in particolare, trae le sue origini dall'attività con cui nel 2001 Alessandro Duce aveva cercato di riattivare il partito: lui si era fermato dopo le prime decisioni sfavorevoli dei giudici, il friulano Angelo Sandri e altri avevano continuato, portando avanti il partito (di cui nel 2002 Sandri divenne segretario) e contribuendo in modo determinante ad avviare il cammino processuale che nel 2010 avrebbe portato alla famigerata sentenza di Cassazione. Persa la segreteria in favore di Giuseppe Pizza nel 2003, nel 2004 Sandri sarebbe tornato alla guida della Dc (dopo la sfiducia allo stesso Pizza), rimanendone segretario in tutti i congressi successivi (in particolare a quello di Perugia del 2013, il primo celebrato dopo la Cassazione del 2010, con inviti a tutti coloro che, a detta del segretario, avrebbero avuto diritto di partecipare in base a quella sentenza) e presentando in vari comuni liste con il simbolo dello scudo crociato (sia pure spesso con risultati assai ridotti).
    Qui i problemi vengono soprattutto dai difetti emersi nel 2001-2002 (se il tentativo di Duce era stato riconosciuto privo di fondamento e bloccato, iniziative gemmate da questo avrebbero dovuto avere lo stesso destino), ma anche da quelli del 2013 (non bastava certo invitare al nuovo congresso "ricostituente" tutti coloro che sembravano averne diritto per "sanare" i difetti preesistenti). Benché questa Dc sia riuscita a esistere molto più di altre (per le tante elezioni, anche in piccoli comuni, cui ha partecipato), i problemi restavano e restano.
Come si è visto, tutti questi tentativi avevano e hanno difetti; lo stesso potrebbe dirsi di altri percorsi che nel corso del tempo si sono incontrati. Alla radice di tutto, in ogni caso, c'è un ulteriore problema, creato - ancora una volta - dagli stessi "democristiani non pentiti", non tanto alcuni ma praticamente tutti: forse scoraggiati dalla montagna di carte che dovrebbero avere letto per riuscire a districarsi nel ginepraio dello scudo crociato, si limitano a citare in modo quasi fideistico alcuni documenti "fondamentali" del percorso compiuto finora, in particolare alcune sentenze, senza però averli letti a dovere in ogni loro parte.
Questo è accaduto e continua ad accadere soprattutto con la sentenza n. 25999/2010 delle sezioni unite civili della Corte di cassazione, sulla quale generalmente si basa l'idea che la Dc non sia mai morta, ma possa essere riattivata e rappresentata solo dai suoi iscritti dell'ultimo tesseramento (del 1993 o, secondo altri, del 1992). Prima delusione: la sentenza della Cassazione non dice affatto questo. Quel documento, per nulla entusiasmante, non tratta quasi nessuna questione sul piano del merito, ma si limita a spiegare perché quasi tutti i ricorsi - della Dc-Pizza, del Cdu, della Dc-Sandri e dell'Udc - contro la precedente sentenza della Corte d'appello di Roma (la n. 1305/2009) sono inammissibili e perché l'unico ammissibile - quello del Partito popolare italiano - è infondato e quindi va respinto. Era stata la citata sentenza di secondo grado, del 2009, a decidere che il cambio di nome della Democrazia cristiana in Partito popolare italiano, effettuato nel gennaio 1994, in mancanza di un congresso (unico organo del partito a potersi esprimere sul cambio di nome, in quanto parte dello statuto) era stato deliberato da organi incompetenti, dunque era viziato al punto da essere inesistente. Ha per caso detto la Corte d'appello di Roma che la Dc, mai sciolta, era sopravvissuta ma era rimasta "dormiente" dal 1994 e che il suo destino era nelle mani dei suoi iscritti? Assolutamente no, né avrebbe potuto dirlo.
La spiegazione del perché non avrebbe potuto dirlo è legata alla seconda, cocente delusione per chi ha riposto e continua a riporre speranze nella famosa e famigerata sentenza della Cassazione del 2010. Quasi tutti coloro che parlano di quella decisione, infatti, sembrano inspiegabilmente avere saltato le ultime tre pagine delle sedici totali (non le hanno lette? Non le hanno capite?): sono quelle riferite al ricorso del Ppi. Questo partito - tuttora rappresentato dall'ultimo tesoriere Pierluigi Gilli e dall'ultimo direttore generale Nicodemo Oliverio - aveva impugnato la sentenza d'appello del 2009, grado al quale aveva chiesto di intervenire (visto che si discuteva appunto del cambio di nome da Dc a Ppi), ma l'intervento era stato dichiarato inammissibile: secondo gli avvocati, la sentenza era stata sbagliata perché aveva di fatto dichiarato nullo (anzi inesistente) un suo atto senza che il Ppi - ex Dc avesse potuto difendersi nel processo. Sul punto la Cassazione è chiarissima: è vero che la Corte d'appello di Roma ha detto che il cambio di nome da Dc a Ppi del 1994 era viziato, ma si è espressa sul punto solo per decidere una controversia tra altri soggetti (in questo caso, la Dc-Pizza e il Cdu), senza per questo avere "demolito" quegli atti, che rimangono tuttora validi. Solo in questo senso, dunque, era accettabile che il Ppi non partecipasse al processo (per cui il suo ricorso è stato respinto dalla Cassazione).
Se le cose stanno così, la conclusione che se ne può trarre è una soltanto: non solo nessuno ha sciolto la Dc (perché l'idea, giuridicamente, era solo di cambiarle il nome), non solo la Dc esiste ancora, ma questa coincide perfettamente con il Ppi, dal quale nel corso del tempo si sono staccate varie parti (nel 1994 il Ccd e i Cristiano sociali, nel 1995 il Cdu e in seguito altri pezzi), ma ha mantenuto la stessa identità giuridica. La Cassazione, in effetti, confermando la sentenza della Corte d'appello del 2009, ha anche confermato il passaggio sui vizi nel cambio di nome, ma è stata chiara nel precisare che le delibere con cui il nome della Dc è stato cambiato in Ppi non sono state dichiarate nulle e valgono ancora: non c'è stato quindi alcun "distacco" del Ppi dalla Dc per il cambio di nome fatto male: il soggetto è lo stesso, solo che è ancora la Dc anche se ritiene di chiamarsi correttamente Ppi.
Certo, l'aver detto che quegli atti erano così viziati da essere inesistenti è pesante e qualcuno potrebbe avere voglia di chiedere al Tribunale di Roma di trarre le conseguenze delle affermazioni della Corte d'appello, dichiarando nullo il cambio di nome. Potrebbe anche riuscirci (all'esito di un processo nel quale, ovviamente, il Ppi avrebbe tutto il diritto di difendere le proprie ragioni); anche in quel caso, però, l'unica conseguenza che si otterrebbe sarebbe che il Partito popolare italiano riprende il vecchio nome di Democrazia cristiana, rimanendo però rappresentato dalle stesse persone che lo rappresentano ora (cioè dagli ultimi dirigenti del Ppi, il cui segretario politico era Pierluigi Castagnetti).
Tutto questo comporta che solo il Ppi potrebbe rifare la Dc - con nome e simbolo storici - in piena legittimità (e anche, va detto, in sfregio all'intenzione di "girare pagina" manifestata nel 1994). Chiunque, tuttavia, può facilmente capire che si tratta di un'eventualità davvero improbabile: quel nome era stato lasciato da parte per non usarlo più e tanto gli accordi di Cannes del 1995, tanto un'ulteriore transazione del 1999 tra i rappresentanti di Ppi e Cdu avevano precisato che nessuno avrebbe più dovuto usarlo. 
Se si esclude che proprio il Ppi voglia riprendere ad agire, con nome e simbolo della Dc (quando preferirebbe che questi fossero "consegnati" all'Istituto Sturzo perché lì riposino per sempre, cosa che i "democristiani non pentiti" vogliono invece evitare), si deve dire che resta solo un'altra via praticabile: quella, già citata, per cui tutti i soggetti interessati si accordino - senza eccezioni, senza contestazioni - per riattivare la Dc in un solo modo, cui partecipi chiunque sia interessato. Ovviamente, anche qui è fondamentale che il Ppi non si opponga, altrimenti non si può fare assolutamente nulla: se l'Udc scegliesse di cambiare il proprio nome in Democrazia cristiana, abbinandola allo scudo crociato che usa dal 2002, il Ppi avrebbe pieno titolo per mettersi di traverso e i giudici gli darebbero ragione.
Al di fuori di queste vie (l'iniziativa del Ppi e la strada della concordia senza contestazioni), non c'è altro modo di tornare correttamente alla Dc e tutti i tentativi sono destinati a fallire. Chi ne vuole portare avanti la storia e i valori può ovviamente farlo, ma con un altro nome e un altro simbolo: prima lo si capisce, meglio è.

martedì 8 giugno 2021

Lo scudo di Coraggio Italia: niente Dc, ma un ripescaggio di Biancofiore

Non hanno aspettato un minuto le testate online, due giorni fa, a dare la notizia che Luigi Brugnaro, per la sua creatura politica Coraggio Italia, aveva depositato - stavolta personalmente, 
non più attraverso l'associazione "Un'impresa comune" - un nuovo marchio, "con un chiaro richiamo grafico allo scudo crociato, storico emblema della vecchia Dc". Aveva scritto così l'Adnkronos, in un pezzo - a firma di Vittorio Amato e Antonio Atte - in cui si dava conto del deposito in data 3 giugno, dopo quello del simbolo "tondo" già visto a maggio. 
A dire il vero, quando la notizia è uscita (appunto due giorni fa), l'unico indizio che poteva trovarsi sulla grafica era la descrizione del marchio riportata nel database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi. Il testo, in particolare, indicava che il marchio consisteva in "una impronta raffigurante la dicitura Coraggio Italia, in caratteri di fantasia, essendo la dicitura Coraggio posta superiormente alla dicitura Italia di dimensioni maggiori, essendo il tutto racchiuso entro una impronta evocante uno scudo nella cui parte inferiore sono presenti tre fasce verticali". Un marchio, questo, depositato per ben sette classi di prodotti o servizi: 16 (carta, cartone, stampati, adesivi, materiale per l'istruzione o l'insegnamento), 24 (tessuti e loro succedanei), 35 (pubblicità), 36 (assicurazioni; affari finanziari, monetari e immobiliari), 38 (telecomunicazioni), 41 (educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (servizi giuridici, servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui, servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali).
Potrebbe essere così...
In più, anche in questo caso (come in quello precedente), non è stato rivendicato nessun colore, così da poterli rivendicare tutti. Da una manciata di ore, tuttavia, nel sito dell'Ufficio italiano brevetti e marchi è apparsa anche la grafica legata alla domanda di marchio: questa è stata presentata in toni di grigio ma - proprio come la prima versione tonda - si ha la tentazione di colorarla, nel modo che sembra più congeniale per il progetto messo in campo da Brugnaro (che, come si sa, alla Camera ha già il suo gruppo parlamentare, alimentato anche da coloro che facevano riferimento a Cambiamo! di Giovanni Toti e da oggi conta tra i suoi membri anche l'ex M5S Emilio Carelli). Così, nella parte delle tre fasce verticali, viene facile mettere il tricolore, mentre la parte superiore che ospita il nome potrebbe tingesti di fucsia, come già era stato per il centro del simbolo circolare di Coraggio Italia.
Ora, basterebbe già questo per escludere in modo categorico che lo scudo di cui si parla sia effettivamente un riferimento alla Democrazia cristiana (e forse è un bene, con tutti quelli che se lo contendono da quelle parti...) o anche alla Lega, visto che non somiglia affatto allo scudo di Alberto da Giussano. L'appartenente alla categoria dei #drogatidipolitica che abbia buona memoria, però, ha l'impressione di avere già visto quella grafica. E l'impressione è assolutamente corretta: nell'ottobre 2019, infatti, Pietro De Leo del Tempo aveva dato la notizia del logo di Squadra Italia, potenziale emblema politico (poco elettorale, bisogna dirlo) per il centrodestra dopo la fine del primo governo Conte, commissionato nel 2016 prima da Michaela Biancofiore soprattutto per usi legati all'abbigliamento e depositato come marchio dal creative editor Marco Scorza. Avendolo davanti, si capisce che il nuovo emblema di Coraggio Italia sembra la sua copia carbone: stessa forma, stesso tricolore, stesso carattere usato per il nome. Il fatto che Biancofiore faccia parte del gruppo parlamentare di Coraggio Italia a Montecitorio spiega probabilmente perché questa grafica sia tornata fuori (ed è probabile che i colori da adottare siano quelli originali, non quelli ipotizzati qui per gioco). In molti, però, non se ne ricordano, forse perché allora non l'avevano nemmeno visto (o l'avevano dimenticato in fretta...). Difficile, in ogni caso, che quell'emblema finisca sulle schede: ha più probabilità la versione rotonda, ma c'è ancora tempo per ritoccarla...

sabato 5 giugno 2021

Il "secondo tempo" del MoVimento 5 Stelle: nuovo statuto, e il simbolo?

Un mese e mezzo fa si era annunciata l'ormai prossima separazione delle strade tra MoVimento 5 Stelle e l'Associazione Rousseau. Ora può dirsi che quel distacco sia quasi del tutto completato, dopo che Giuseppe Conte ha comunicato, attraverso i suoi canali social, l'inizio del "secondo tempo" del M5S, dopo l'annuncio della consegna dei dati degli iscritti al 
MoVimento da parte dell'associazione Rousseau, con cui sarebbe stato raggiunto un accordo.
L'esatto contenuto di questo non è stato esplicitato (al di là di determinate voci divulgate dai media, al di là al presumibile patto di riservatezza stipulato tra le parti). Ci si deve limitare a quanto scritto sul profilo di Conte: "Dopo tanti anni di collaborazione era giusto che tutto si concludesse con un accordo. [...] Mi sono direttamente confrontato con Davide Casaleggio e abbiamo trovato una soluzione, che consentisse la partenza di questa nuova fase, mettendo fine alle varie pendenze e onorando i pagamenti. Le strade si dividono ma con pieno rispetto da parte nostra. Casaleggio è un nome che evocherà sempre la storia del Movimento e chi non rispetta la propria storia non rispetta se stesso. È stato un lungo confronto, ma sono contento di poter dire che ogni parola, ogni telefonata e discussione avuta in queste settimane è una pietra che poggiamo alla base del nuovo progetto politico. Ringrazio in particolare Vito Crimi, con cui abbiamo concordato un cronoprogramma e che in questo periodo non si è mai risparmiato". 
In concreto, ciò significa che i dati sono stati consegnati (o almeno è iniziata la consegna), ma naturalmente ciò non avverrà gratuitamente, bensì a fronte del pagamento di una parte del denaro che l'associazione Rousseau ritiene di dover ricevere dal MoVimento e (soprattutto) dai suoi portavoce, necessario anche per pagare i fornitori dell'associazione stessa (e dopo il pagamento, se la consegna dei dati finora fosse stata parziale, potrebbe così essere completata).
Naturalmente Conte nelle sue parole non manca di sottolineare che l'accordo è motivato anche dalla decisione che il Garante per la protezione dei dati personali ha preso il 1° giugno, a partire dalla segnalazione presentata da Vito Crimi in qualità di legale rappresentante del M5S il 12 maggio (e integrata una settimana dopo). Quel provvedimento ha ingiunto all'associazione Rousseau, "responsabile del trattamento dei dati degli iscritti al Movimento 5 Stelle", di consegnare al M5S - che invece del trattamento di quei dati è il titolare: entrambe le posizioni sarebbero state indicate da Grillo il 25 aprile 2016 - i dati personali dei suoi iscritti (senza più trattarli in seguito, salvo "l'ulteriore trattamento dei dati personali di quegli iscritti rispetto ai quali l’Associazione Rousseau sia al contempo autonomo titolare del trattamento") entro cinque giorni.
In effetti Crimi aveva chiesto anche, attraverso l'avvocato del M5S Francesco Cardarelli, di ottenere subito la disponibilità dei domini dei siti movimento5stelle.it e tirendiconto.it; in compenso, la persona responsabile della protezione dati di Rousseau ha detto di aver ricevuto due richieste di trasferimento dati da parte di persone diverse che si ritenevano legittimate (una è Crimi, l'altra è probabile che sia Silvio Demurtas, che il tribunale di Cagliari a febbraio aveva nominato curatore speciale del M5S all'interno di una causa legata al provvedimento di espulsione di Carla Cuccu, salvo poi revocarlo a fine maggio perché - appunto - avrebbe voluto farsi autorizzare a chiedere i dati degli iscritti per farli votare su Cuccu, cosa ritenuta oltre i suoi compiti). Il M5S, nel ribadire la propria richiesta, aveva anche precisato di aver nominato nuovi responsabili del trattamento dei dati e di ritenere che le questioni patrimoniali (i debiti non ancora onorati dagli eletti del M5S verso Rousseau) non facessero venire meno l'obbligo di restituire tutti i dati a richiesta del titolare del trattamento; Rousseau aveva ribadito di non essersi rifiutata di consegnare i dati, avendo invece chiesto di avere istruzioni da "un soggetto effettivamente munito della capacità di esprimere la volontà dell’Associazione titolare dei dati" (e rivendicando come legittimo l'invio di mail agli eletti per sollecitarli al pagamento del contributo alle spese sostenute per i servizi erogati, in quanto rientrante "nell’ambito del servizio 'Tirendiconto' che l'Associazione Rousseau eroga ai singoli parlamentari e/o consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle", un rapporto che l'associazione avrebbe avuto con gli eletti in maniera autonoma rispetto al trattamento legato all'adesione al M5S).
Per il Garante Privacy - in particolare, il suo presidente, che ha adottato il provvedimento in via di urgenza - non sono emersi "profili di illiceità" del trattamento dei dati da parte di Rousseau, ma  dei trattamenti medesimi; in compenso, essendo "circostanza incontestata che il Movimento sia il titolare del trattamento", questi ha "diritto di disporre dei dati personali degli iscritti per utilizzarli, limitatamente al perseguimento delle proprie finalità", dunque tali dati dovevano essere consegnati nelle forme richieste dal M5S.
In effetti non è d'accordo con il provvedimento del Garante Privacy Davide Casaleggio: in un post di oggi sul Blog delle Stelle (dall'inequivocabile titolo Il fu MoVimento 5 Stelle) ha parlato di "premesse che ritengo errate"; con riguardo all'individuazione del legale rappresentante del M5S cui consegnare i dati, ha voluto sottolineare che, invece che seguire la strada di un nuovo "voto democratico" per individuarlo e legittimarlo, "in questi giorni gli organi politici del MoVimento 5 Stelle ed il Garante della privacy hanno deciso, prendendosi ovviamente anche la piena responsabilità di tutte le conseguenze, di indicare chi fosse", evidentemente senza il passaggio da lui auspicato. "Se si cerca legittimazione politica in un tribunale, vuol dire che la democrazia interna è fallita" ha aggiunto, annunciando che "al completamento del passaggio dei dati, mi disiscriverò dal MoVimento 5 Stelle come tanti hanno deciso di fare negli ultimi mesi. Questo non è più il MoVimento e sono certo non lo avrebbe più riconosciuto nemmeno mio padre". Colui che, come ha ricordato in altre occasioni, aveva disegnato il simbolo del MoVimento 5 Stelle.
Ora, se è chiaro che - come lo stesso Conte ha precisato - il nuovo corso del MoVimento 5 Stelle avrà bisogno di "un'altra piattaforma telematica, che terrà vivo il filo diretto con i nostri attivisti", al momento si sa solo che saranno presto (entro il mese?) resi noti il nuovo testo dello statuto del M5S e la Carta dei principi, che poi saranno sottoposti al voto (prima ancora che ci si pronunci sulla nuova leadership). Al di là delle riflessioni concrete che il caso appena ricordato può generare - in particolare: è opportuno, prima ancora che legittimo, che un soggetto diverso dal partito o da un suo organo sia responsabile del trattamento dei dati personali degli iscritti a un soggetto politico? Certamente ora la situazione è assai più complessa rispetto ad alcuni anni fa e magari il partito non è in grado di fare tutto da sé, ma la domanda è importante - è giusto chiedersi anche se il "secondo tempo" (ammesso che non sia già il terzo o il quarto) del MoVimento 5 Stelle avrà effetti anche sul suo simbolo
Il fatto che sia stato Gianroberto Casaleggio a concepirlo - e sarebbe interessante che Davide spiegasse come: si è provato in alcune occasioni a chiedere un'intervista per saperne di più, finora senza successo - non può costituire ovviamente un titolo di proprietà: il marchio attuale - con la dicitura ilblogdellestelle.it - è stato registrato a novembre 2018 e depositato all'inizio di quell'anno dal M5S (avendo come rappresentante l'avvocato Andrea Ciannavei); naturalmente in precedenza Beppe Grillo aveva depositato il marchio con il suo sito all'interno. Il nucleo del simbolo dunque potrebbe non mutare, mentre è assai probabile che cambi il riferimento al sito, anche per dare un taglio netto con un dominio che non appartiene direttamente al MoVimento. Naturalmente, però, è sempre possibile che Conte intenda imprimere un mutamento più corposo, che conservi qualche dettaglio di connessione con l'esperienza politica che lo ha portato a Palazzo Chigi tra il 2018 e l'inizio del 2021, ma marchi nettamente il "secondo tempo". 
Probabilmente tra qualche giorno se ne saprà di più, anche se è probabile che il MoVimento, la V di fantasia e le stelle restino al loro posto, almeno per un po'. Già che ci si è, peraltro, vale la pena di notare che, se su alcuni aspetti Giuseppe Conte si è già espresso (a partire dalla questione dei limiti al numero dei mandati, ritenendo opportuno affrontarla più in là), non ha ancora detto nulla sull'eventualità che, sotto la sua guida, il MoVimento 5 Stelle possa darsi caratteristiche statutarie che gli permettano di iscriversi al Registro dei partiti e dei movimenti politici, cosa che consentirebbe di accedere tanto alla contribuzione agevolata, quanto alla ripartizione del 2 per mille. Non se ne è parlato, bisogna dargliene atto, ma non lo si può escludere del tutto: si tratterebbe ovviamente di un passaggio non indolore, che produrrebbe altre fratture, ma trasformerebbe il M5S in un partito a tutti gli effetti, integrandolo in pieno nel quadro politico. Per qualcuno sarebbe un tradimento, per altri il segno che il MoVimento è diventato adulto o si appresta a diventarlo. Questione di punti di vista, volendo.

venerdì 28 maggio 2021

Sotto i mille: verso la rivoluzione di quorum, raccolta firme (e simboli)

Si prepara una "piccola rivoluzione" per le elezioni comunali
, a partire da quelle che si svolgeranno tra il 15 settembre e il 15 ottobre di quest'anno (secondo quanto previsto dal decreto-legge n. 25/2021, convertito con legge n. 58/2021): due giorni fa, il 26 maggio, il Senato ha discusso a tempo di record e approvato un progetto di legge che ora dovrà compiere lo stesso percorso alla Camera (ed è molto probabile che si arriverà presto al risultato). La rivoluzione è "piccola" sia perché riguarda solo un paio di punti, piuttosto limitati, delle norme applicabili alle elezioni dei sindaci e dei consigli comunali, ma soprattutto perché, con tutta probabilità, avrà effetti per i comuni piccoli e piccolissimi, a partire dai comuni "sotto i mille" che ogni anno Massimo Bosso passa autorevolmente in rassegna, per scovare curiosità, liste seriali, improbabili affollamenti, candidature senza radici nei comunelli e altre chicche. Anzi, è probabile che le norme approvate a Palazzo Madama e da approvare a Montecitorio facciano tramontare definitivamente il mondo "sotto i mille" per come lo si è conosciuto finora.

Le proposte iniziali

Le modifiche che potrebbero essere approvate a breve, in effetti, pur essendo state discusse rapidamente, erano state proposte oltre due anni fa. Tutto era iniziato, in particolare, con la presentazione di un disegno di legge da parte del senatore della Lega Luigi Augussori, alla sua prima legislatura dopo essere stato consigliere (e presidente del consiglio comunale) a Lodi. Il suo progetto di legge (il n. 1196) si occupava del quorum di validità delle elezioni comunali qualora si fosse presentata regolarmente una sola lista e, appunto, del numero di firme da raccogliere nei microcomuni; il testo era stato comunicato alla presidenza del Senato il 2 aprile 2019, in un certo senso in tempi "avveduti ma non sospetti". In quei giorni non erano ancora state presentate le liste per le elezioni comunali 2019 (le ultime tenutesi in primavera, per le quali il termine scadeva il 27 aprile) e certamente erano ancora di là da venire casi clamorosi come quello di Carbone (Pz), che nel 2020 ha catturato l'attenzione dei media, facendo accendere un faro sulle elezioni "sotto i mille" e sulle loro storture; d'altra parte, però, che casi anomali si presentassero soprattutto nei comunelli di tutta l'Italia (soprattutto in Piemonte e in Molise, ma non solo) era cosa nota da tempo, per i #drogatidipolitica e per chi era abituato a spigolare le pagine cartacee e online delle testate in cerca di notizie curiose. Tra queste rientrava certamente anche il fatto che in non pochi comuni (piccoli, ma non solo) in cui una sola lista era finita sulla scheda le elezioni risultassero nulle, perché non era andato a votare almeno il 50% delle persone iscritte alle liste elettorali comunali.
Augussori aveva pensato di risolvere questo problema precisando che nel numero dei soggetti iscritti alle liste elettorali non dovevano conteggiarsi le persone residenti all'estero, spesso in numero consistente soprattutto nei piccoli comuni di alcune parti d'Italia, al punto da costituire fin dall'inizio una pesante minaccia alla validità del risultato elettorale. Con riferimento alla questione delle firme, invece, Augussori aveva proposto di dividere in due blocchi l'attuale categoria dei comuni "sotto i mille": nei comuni con almeno 500 abitanti si sarebbero dovute raccogliere tra 25 e 50 firme (estendendo la norma oggi efficace per gli enti tra 1000 e 2000 abitanti), mentre in quelli con meno di 500 abitanti sarebbe stato necessario un numero di firme pari a "non meno del 5 per cento e [a] non più del 10 per cento degli elettori, con arrotondamento all'unità più prossima". La relazione del disegno di legge, in realtà, si limitava a illustrare la misura, senza indicare alcuna giustificazione per essa; chi frequenta questo sito, tuttavia, non ha alcun bisogno di ulteriori spiegazioni.
Il 2 luglio 2019 (quindi dopo le elezioni amministrative) era poi stato presentato un altro disegno di legge (il n. 1382), stavolta dal senatore Pd Mino Taricco, nato ed eletto in Piemonte (dettaglio tutt'altro che irrilevante per chi studia da vicino i comuni "sotto i mille"). Anche in questo caso c'era la volontà di porre rimedio alle storture mostrate dalla disciplina elettorale, richiedendo anche qui che il quorum di validità delle elezioni non tenesse conto degli elettori residenti all'estero (anche se forse lo faceva in modo non troppo chiaro, con un riferimento al "50 per cento degli elettori residenti"). Il testo, poi, non si proponeva di agire sul piano delle firme, evidentemente considerando le oggettive difficoltà "sociali", in realtà molto piccole, a raccogliere anche solo poche firme (col rischio magari di creare inimicizie o desideri di rivalsa in paesi in cui tutti si conoscono); preferiva invece richiedere che nei comuni con meno di 3000 abitanti le liste dovessero "contenere almeno due terzi dei candidati residenti nel comune nel quale si svolgono le elezioni per il rinnovo del consiglio", partendo dal dato di fatto che - come si leggeva nella relazione - era sempre più frequente nei comunelli la presentazione "di candidati sindaco e di liste che nulla hanno a che fare con quelle comunità" (contando magari sulla presentazione di una sola altra lista e "sulla riserva elettiva a garanzia delle minoranze"), sorretta da "motivazioni e scopi che tutto possono rappresentare fuorché il bene delle comunità chiamate al voto"; la richiesta di un legame della maggior parte delle persone candidate con la comunità avrebbe dovuto "evitare sgradevoli e inaccettabili strumentalizzazioni".

Cosa prevede il testo

A dispetto della presentazione nel 2019, tuttavia, il percorso di discussione in commissione Affari costituzionali del Senato è iniziato soltanto il 10 marzo di quest'anno - pochissimi giorni dopo l'approvazione e pubblicazione del "decreto elezioni 2021" - e ha reso opportuno un breve ciclo di audizioni (durante il quale, pochi giorni dopo, sono stati auditi, oltre a un rappresentante dell'Anci, anche Carlo Fusaro, Felice Besostri e Angelo Schillaci). La discussione in commissione, in concreto, è durata due mesi, fino all'approvazione di un testo il 26 maggio, approdato subito in aula e immediatamente approvato all'unanimità delle persone presenti (al di là di una astenuta).
In commissione, tuttavia, il testo era stato modificato rispetto a quello del senatore Augussori (assunto come testo base). In particolare, con riguardo al problema del quorum, se alle elezioni concorre una sola lista (in qualunque comune, a prescindere dalla sua popolazione), perché i suoi candidati siano tutti eletti il numero dei votanti non dev'essere "inferiore al 40 per cento degli elettori iscritti nelle liste elettorali del comune", posto che nel corpo elettorale totale "non si tiene conto degli elettori iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero che non hanno votato": si è dunque ritenuto opportuno abbassare comunque il quorum di validità, a prescindere dalla questione dei residenti all'estero (lo aveva suggerito anche Schillaci), senza per questo immiserire il valore della consultazione; in più, si è precisato che il conteggio è fatto solo ex post, cioè computando regolarmente nel corpo elettorale l'elettore residente all'estero che però sceglie di votare (e si sforza, anche economicamente, per tornare al suo paese). Resterebbe, ovviamente, la necessità che l'unica lista in corsa riporti "un numero di voti validi non inferiore al 50 per cento dei votanti": se, dunque, va a votare anche solo il 40% di chi ha diritto al voto, ma le schede sono nulle o bianche per oltre la metà, l'elezione è comunque nulla. È bene precisare che si tratta, in questa parte, delle stesse modifiche alle norme elettorali che erano state adottate una tantum in sede di conversione del decreto-legge n. 25/2021, riferito alle elezioni di quest'anno.
Con riguardo invece alla presentazione delle liste alle elezioni comunali, tuttora regolata dall'art. 3 della legge n. 81/1993, il testo approvato dal Senato riporta per intero la "scansione" delle firme richieste nei vari comuni a seconda della fascia di popolazione (risultante dall'ultimo censimento), limitandosi di fatto ad aggiungere le norme previste per i comuni fino a mille abitanti. In particolare, servirebbero tra 15 e 30 sottoscrizioni nei comuni tra 751 e 1000 abitanti; tra 10 e 20 firme nei comuni tra 501 e 750 abitanti; nei comuni più piccoli, fino a 500 abitanti, le liste dovrebbero essere sottoscritte da almeno 5 e non più di 10 persone iscritte alle liste elettorali comunali. Si tratta, soprattutto per i comuni più piccoli, di un significativo abbassamento dell'asticella rispetto alle richieste iniziali del ddl Augussori (per il quale, per esempio, sarebbero servite tra le 25 e le 50 firme in un comune di 500 abitanti, tra le 15 e le 30 firme in uno di 300): si è evidentemente considerata l'esigenza - anch'essa sollevata in sede di audizione degli esperti - di non rendere troppo gravosa la raccolta firme, con il rischio di aggravare il procedimento (e gli oneri a carico degli uffici), ma soprattutto di aumentare le situazioni in cui è presente una sola lista, con i rischi a questo connessi e - in ogni caso - con una riduzione significativa del favor per la partecipazione politico-elettorale. Queste misure non erano state anticipate con la riguardo all'anno 2021 neanche in sede di conversione del citato decreto n. 25, quindi per farle entrare in vigore servirebbe proprio la conclusione del procedimento legislativo;  anche a quelle poche firme, in ogni caso, si applicherebbe la riduzione prevista solo per quest'anno dal decreto (ma dovrebbero comunque essere raccolte).

La discussione in aula

Come si è detto, il plenum del Senato ha approvato senza riserve le norme: meritano un po' di attenzione alcune delle parole pronunciate in aula il 26 maggio e tratte dal resoconto stenografico.
La relatrice del testo, la leghista Daisy Pirovano (già sindaca di Misano di Gera d'Adda, comune del bergamasco piccolo ma non piccolissimo: nel 2014 Pirovano è stata rieletta con il 100% dei voti, in quanto unica candidata, benché il comune avesse 2316 elettori, 1614 dei quali votanti), ha sottolineato l'ottima collaborazione in seno alla commissione Affari costituzionali, al comitato ristretto e anche con l'apporto del sottosegretario Ivan Scalfarotto. Con riguardo al quorum di validità, la senatrice ha ricordato che in presenza di una sola lista alle elezioni comunali "spesso si fa fatica a raggiungerlo, non tanto perché la lista o il candidato non sono apprezzati, ma perché i cittadini, consapevoli del fatto che c'è solo una lista, a volte credono che non sia necessario recarsi alle urne"; il mancato computo, ai fini del quorum, delle elettrici e degli elettori residenti all'estero che non votano è stato considerato anche alla luce della "situazione pandemica, che ha reso ulteriormente difficoltosi gli spostamenti" e di situazioni particolari, soprattutto legate ai piccoli comuni montani sempre più spopolati "in cui gli iscritti all'AIRE sono addirittura di più rispetto ai residenti". Sul piano delle firme richieste per i comuni "sotto i mille", Pirovano è stata netta nel dire che si è voluto evitare di penalizzare "i Comuni più piccoli con popolazione ridotta", ma si è pure cercato di arginare "il rischio di liste farlocche che vengono presentate senza che i cittadini ne siano a conoscenza". Con le norme approvate dal Senato, ognuno dei dieci candidati nelle liste dei "comunelli" (più il candidato alla carica di sindaco) "è comunque nella condizione di recuperare almeno una firma, che sia da un parente, da un amico o da un conoscente, per non andare proprio a penalizzare la raccolta firme nei piccoli Comuni".
Nei brevi interventi dei due senatori che avevano proposto i disegni di legge, merita segnalare che per Taricco quello in discussione è un intervento "di democrazia reale in alcuni territori marginali, nei quali si verificavano purtroppo situazioni che non aiutavano le comunità locali a gestire in modo corretto i procedimenti elettorali", a partire dal problema "delle liste straniere", che nei piccolissimi comuni finivano "per occupare gli spazi delle minoranze, creando una serie di problemi e di diseconomie locali". Augussori, invece, ha sottolineato che le due questioni trattate dal testo "apparentemente sono disgiunte tra di loro, ma [...] in realtà si integrano e si sostengono a vicenda: alla base c'è la sempre maggiore difficoltà "di trovare persone disponibili [...] a sacrificarsi a volte per ricoprire il ruolo di sindaco nei piccoli Comuni" (a fronte, per esempio, di "un'indennità irrisoria" ma con gravi responsabilità in caso di azioni ritenute illegittime), che produce spesso presentazioni di una sola lista ed espongono vari comuni al commissariamento (avendo come "unica ancora di salvezza [...] proprio la seconda lista di supporto, che permettesse di aggirare il raggiungimento del quorum", parole eloquenti che svelano senza dirlo con nettezza l'origine di molte seconde liste). Quelle stesse situazioni, peraltro, favorivano l'iniziativa di "liste intruse o farlocche (come le abbiamo definite con un termine che ormai è diventato giuridico)": nel suo intervento Augussori diche chiaramente che queste sono legate alle famose aspettative pagate o al tentativo di correre - appunto - come seconda lista e ottenere i seggi di minoranza, vuoi nella ricerca di "visibilità politica di alcune liste, magari anche di alcune aree estremiste (non faccio distinzione tra destra e sinistra)", vuoi per "godere dei permessi retribuiti per assenza dal lavoro e di benefit vari" (ma, a quanto sostiene il senatore, con seri risvolti economici: "Il bilancio comunale, nella sua parte agibile, va tutto a coprire le spese che vengono generate da queste liste farlocche").
Leonardo Grimani (Italia viva) ha sottolineato l'importanza, "laddove non si trovano delle candidature e non si riesce a creare una contrapposizione tra due o più liste, [...] di salvaguardare la possibilità che anche una sola lista possa portare all'elezione del sindaco", evitando il commissariamento, ma anche di evitare "la possibilità che arrivino all'ultimo minuto, come avviene normalmente, liste costruite in altri territori solo per marcare una presenza", restituendo alla singola comunità locale "la possibilità di esercitare democraticamente un controllo anche sulla presentazione delle liste".
Voto favorevole è arrivato pure da Fratelli d'Italia, anche se Antonio Iannone aveva presentato un emendamento (con altri senatori di Fdi) che fosse sufficiente per l'unica lista in corsa ottenere voti pari almeno al 20% dei votanti (come del resto aveva proposto Anci). Le misure contenute nel testo sono comunque state ritenute accettabili, pur richiedendo una maggior attenzione per "i cittadini delle comunità più piccole, soprattutto quelle delle aree interne, che soffrono di un problema di disantropizzazione" (con problemi che vanno ben oltre il momento elettorale). La questione è stata affrontata pure da Valeria Valente (Pd), mettendo in luce come lo spopolamento dei piccoli comuni produca anche problemi che ricadono sulle procedure elettorali (con l'incidenza degli iscritti Aire); sul tema delle liste "opportunistiche e strumentali", che approfittano "della riserva elettiva a garanzia delle minoranze [...] con obiettivi che sono abbastanza lontani dal bene di una comunità e di un territorio", ha riconosciuto che la richiesta di firme in quei territori - abbandonata nel 1993 - può essere un ostacolo alla partecipazione, ma ha ritenuto importante evitare "effetti controproducenti" anche grazie alla modulazione del numero di firme in base agli abitanti. 
Loredana De Petris (presidente del gruppo misto - .componente Liberi e uguali - Ecosolidali) ha smentito che il testo intenda produrre un "piccolo intervento", sia per la collaborazione delle varie forze politiche, sia per il tentativo di contribuire alla soluzione di alcuni problemi dei piccoli comuni (che rappresentano la maggioranza di quegli enti); in più è risultata ancora più netta l'ammissione per cui "molto spesso si facevano delle liste quasi finte - chiamiamole così - per evitare" il problema del quorum, mentre ora si sarebbe dato un contributo di trasparenza e si sarebbe ridata "forza al momento delle elezioni democratiche", specie le comunali, "forse le più importanti" perché lì "una comunità decide come esprimere non soltanto le proprie esigenze, ma anche il governo del territorio".
Al di là delle osservazioni sul metodo di lavoro della commissione Affari costituzionali proposte dal forzista Luigi Vitali (che peraltro ha sottolineato l'incardinamento nella stessa commissione di un ddl presentato dal M5S Gabriele Lanzi, volto a consentire in modo stabile la nomina dei rappresentanti di lista con posta elettronica certificata, senza autenticazione) e del sostanziale intervento adesivo al testo di Maria Laura Mantovani (M5S), sono interessanti le osservazioni di Cristiano Zuliani, senatore leghista ma tuttora sindaco di Concamarise (Vr), comune poco al di sopra dei mille abitanti nell'ultimo censimento: Zuliani, eletto nel 2014 la prima volta, nel 2019 ha fatto il bis ma la sua lista della Lega era l'unica in corsa, pur non avendo avuto problemi di quorum. In quanto ricco di esperienza vissuta, merita di essere riportato quasi per intero, di seguito: 
In Italia ci sono Comuni che vengono sciolti per infiltrazioni mafiose, ma anche altri che vengono commissariati da un commissario prefettizio a causa di problematiche connesse alla raccolta delle firme per le presentazioni delle liste o alla partecipazione al voto. Il commissario, che non è certamente una cattiva persona, va ad amministrare una comunità, soprattutto se piccola, occupandosi di atti semplicemente formali e di routine. Non si fa nulla di nuovo e non si avanza alcuna nuova proposta. Per una comunità avere un commissario prefettizio è una disdetta, non - ripeto - per la sua incapacità, ma perché non vi è nulla di nuovo.
Talvolta, quando nei Comuni si presenta una sola lista, i vecchi oppositori in Consiglio comunale che non riscuotono più consenso fanno la guerra al candidato sindaco e alla lista unica scoraggiando le persone ad andare a votare. Ciò è uno sbaglio enorme. Chiunque sia il candidato, di qualunque corrente politica (da destra a sinistra), se c'è una sola lista è giusto che quel candidato e quell'amministrazione vengano votati. Chi scoraggia la gente ad andare a votare si macchia di un errore madornale. 
Sono sindaco di un piccolo Comune di quasi 1.080 abitanti e così ce ne sono tanti in Italia, da Nord a Sud. Ora ho avuto la fortuna e l'onore di essere stato eletto parlamentare, ma nel quotidiano - in questo contesto se ne parla - ci sono dei sindaci eroi. Mi riferisco a quei sindaci che magari sono anche responsabili d'area dell'ufficio tecnico e hanno delle enorme responsabilità, non paragonabili a quelle che attualmente ho da parlamentare. (Applausi). Sono sindaci che quotidianamente portano gli anziani, con l'auto dei servizi sociali, nei CEOD, nei centri di sostegno e negli ospedali e che fanno attraversare i bambini sulle strade davanti alle scuole. Sono sindaci tuttofare che spalano la neve, tagliano l'erba e fanno tante altre cose di ordinaria amministrazione che, a livelli superiori della politica, anche per una questione di tempo, non si fanno. Sono persone che amano la propria comunità. 
[...] Qui non se ne parla (oppure lo si fa, ma molti non conoscono bene la questione), ma in Italia a volte succede quanto capitato recentemente anche nella mia Verona (parliamo di un articolo del 13 maggio 2018). In occasione delle elezioni amministrative ci sono dipendenti pubblici, in particolare delle Forze di polizia, che, visto che la legge lo permette, presentano una lista alternativa a quella del sindaco pur di avere un'aspettativa temporanea per la campagna elettorale. [...] Quello delle aspettative elettorali è un fenomeno nato in sordina una decina di anni fa, ma che è andato via via crescendo fino ad assumere proporzioni considerevoli. 
Questo è uno dei casi che spiega perché il provvedimento in esame è molto positivo, soprattutto anche per gli italiani residenti all'estero, discendenti degli emigrati nell'Ottocento (il Veneto ha dato un forte contributo all'emigrazione in quel periodo). In questo modo garantiamo una sicurezza, perché nella raccolta delle firme non ci sarà più bisogno di raggiungere un certo numero e non saranno nemmeno necessari i voti degli italiani residenti all'estero.
Se la Camera approverà il testo così come ricevuto dal Senato, probabilmente l'attenzione ai "comuni sotto i mille" come fenomeno tramonterà definitivamente. Le norme in discussione, infatti, dovrebbero disincentivare tanto la presentazione di "seconde liste di comodo", presentate con lo scopo più o meno dichiarato di evitare il commissariamento; in certe realtà - quelle con un elettorato tradizionalmente meno responsivo - il problema potrebbe non sparire del tutto, ma solo la pratica potrebbe darne prova. Dovrebbe essere definitivamente stroncato, invece, il malvezzo di presentare liste di extra muros, "imbucandosi" nelle amministrazioni dei microcomuni a decine o centinaia di chilometri di distanza, per il mero tentativo di partecipare ed eleggere consiglieri o con scopi meno nobili. La necessità di raccogliere firme sul posto (anche poche), infatti, dovrebbe essere un deterrente, richiedendo la presenza fisica sul territorio dei candidati o di loro collaboratori e la disponibilità di un soggetto autenticatore (ammesso, ovviamente, che ci siano persone residenti disposte a sottoscrivere la lista). Questo dovrebbe scoraggiare tanto le candidature "all'insaputa dei candidati" emerse in misura copiosa lo scorso anno, quanto la pratica delle "candidature per l'aspettativa elettorale", che già il deputato forzista Pierantonio Zanettin aveva proposto di colpire rendendo non retribuita l'aspettativa elettorale anche per chi appartiene alle forze di polizia.
In concreto, ciò dovrebbe tradursi nella sparizione dalle schede elettorali dei microcomuni di numerosi simboli: sia quelli di forze politiche minori ed estreme, sia quelle di progetti più o meno consistenti ma da sempre nel cuore dei #drogatidipolitica (e che nel corso del tempo avevano fatto emergere vari "eroi" della presentazione seriale di liste, specie in Piemonte), sia soprattutto di quella marea di simboli anonimi e inguardabili, dalla grafica 0.0, che in certe realtà si presentavano puntualmente (a volte affollando in modo improbabile manifesti e schede, senza che nessuno conoscesse i candidati). Tutto questo sembra ragionevole sul piano giuridico e, se si vuole, "morale"; di certo i cultori della microItalia che vota e i #drogatidipolitica si apprestano, con un po' di tristezza, a dire addio a un filone d'indagine che aveva riservato molte soddisfazioni. A meno che, beninteso, qualcuno non abbia voglia di trovare altre vie per partecipare e sfidare le norme elettorali. Non sarà facile, specie in tempi di stanca, ma perché diffidare della fantasia altrui?

mercoledì 19 maggio 2021

"Lanciami le componenti!" pure al Senato, moderatamente (e con dubbi)

Adelante con juicio
. Si potrebbe riassumere così il parere votato (si suppone a maggioranza) dalla Giunta per il regolamento del Senato sulla possibilità di costituire componenti politiche all'interno del gruppo misto anche a Palazzo Madama. Ci sono volute ben quattro sedute della Giunta per il regolamento del Senato, con un percorso iniziato addirittura lo scorso anno (2 dicembre 2020, 27 gennaio, 17 marzo e, appunto, 11 maggio 2021), per arrivare a una decisione sul punto, di fronte alle numerose richieste di formare delle componenti - praticamente non normate nel regolamento del Senato - e nella necessità di adottare una linea definita, senza dover adottare al momento una modifica puntuale del regolamento stesso (se ne riparlerà, probabilmente, quando si dovrà rimettere mano al testo in vista della prossima legislatura, dopo la riduzione del numero dei parlamentari).
Mentre si scrive, in effetti, non è ancora disponibile il resoconto sommario dell'ultima seduta, dunque non si può ancora conoscere il contenuto della discussione sul parere approvato. Questo, però, è già noto perché è stato letto in aula dalla presidente Maria Elisabetta Alberti nella seduta di ieri, martedì 18 maggio, ed è stato riportato per intero nel resoconto stenografico. Ecco, di seguito, il testo: 
Tenuto conto della disciplina prevista per i Gruppi parlamentari dall'articolo 14, comma 4, terzo periodo, del Regolamento, è consentita la costituzione di componenti politiche all'interno del Gruppo Misto purché rappresentino partiti o movimenti politici che abbiano presentato con il proprio contrassegno, da soli o collegati, candidati alle ultime elezioni nazionali. I senatori che intendono costituire una componente politica all'interno del Gruppo Misto devono essere autorizzati a rappresentare il partito o movimento politico detentore del contrassegno presentato alle elezioni, mediante dichiarazione sottoscritta dal legale rappresentante di tale formazione politica.
Va detto che il parere peraltro prosegue, esprimendosi sulla possibilità di esprimere dichiarazioni di voto in dissenso rispetto alle indicazioni del gruppo misto, visto che le richieste di dare voce a quei dissensi sono aumentate di pari passo con l'affollamento del gruppo misto, che si è fatto dunque più disomogeneo. Sul punto, la Giunta ha deciso che spetta alla Conferenza dei capigruppo stabilire i tempi aggiuntivi previsti dall'articolo 109, comma 2-bis del Regolamento e i tempi assegnati ai senatori che intendono dissociarsi dalle posizioni espresse dal rappresentante del Gruppo Misto. Il regolamento prevede che, qualora si preveda un solo intervento per gruppo, anche per il gruppo misto valga un limite massimo di dieci minuti, ma se più membri chiedono di parlare quel limite passa a quindici minuti e va distribuito tra i vari interventi; non è espressamente regolata l'ipotesi delle dichiarazioni di voto in dissenso - come invece si fa per i gruppi in generale, prevedendo che chi si discosta dal voto del gruppo possa parlare per un massimo di tre minuti - ma quindi ora dovrà essere la Conferenza dei capigruppo ad assegnare quei tempi in più.
Tornando alla questione delle componenti del gruppo misto, al momento sembra che la lunga discussione abbia prodotto una soluzione "minima", che regola in via di convenzione ciò che non è previsto a chiare lettere dal regolamento del Senato (che cita una sola volta le componenti, all'art. 156-bis, ma per una fattispecie minore, cioè la possibilità di presentare ogni mese una sola interpellanza con procedimento abbreviato). L'accordo che emerge dal parere votato dalla Giunta pare voler conservare anche per le componenti l'orientamento restrittivo introdotto dalle modifiche regolamentari approvate alla fine del 2017, in materia di formazione dei gruppi parlamentari. Come si ricorderà, quell'intervento aveva lo scopo di scoraggiare la frammentazione: ora è consentita solo la formazione di gruppi di almeno dieci membri - al di là del gruppo di almeno cinque persone riferito alle minoranze linguistiche - che rappresentino un partito o comunque una lista che abbia presentato candidature alle elezioni del Senato con un proprio contrassegno, ottenendo l'elezione di senatori; quanto al sorgere di gruppi in corso di legislatura, è possibile solo per gruppi espressione di "singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati". Si è già visto come in passato solo l'accordo con il Psi abbia consentito a Italia viva la costituzione di un gruppo autonomo, proprio perché si è ritenuto che il Partito socialista, come parte del cartello Insieme, si sia presentato alle elezioni "unito" ad altre forze politiche (avendo eletto in Senato Riccardo Nencini, sia pure in un collegio uninominale e non sotto le dirette insegne della lista cui partecipava il suo partito).
Evidentemente, nella discussione in Giunta sulla linea di condotta da tenere in materia di requisiti per consentire la costituzione di componenti, si è ritenuto di dover tenere conto della scelta severa fatta dal Senato alla fine della scorsa legislatura. In passato non era stato così: anche sulla base del fatto che quelle componenti di fatto non contavano quasi nulla, ma erano essenzialmente "etichette" per riconoscersi, nel gruppo misto di Palazzo Madama poteva costituirsi qualunque componente, anche di una sola persona, senza che questa dovesse corrispondere a un partito che aveva partecipato alle elezioni, addirittura senza dover per forza corrispondere a un partito (fu il caso soprattutto di Insieme per l'Italia di Sandro Bondi e della compagna Manuela Repetti, denominazione addirittura priva di simbolo, come ben sa chi segue da tempo I simboli della discordia). Ora, invece, chi vorrà costituire una componente politica del gruppo misto al Senato potrà farlo solo se questa rappresenta uno tra i "partiti o movimenti politici che abbiano presentato con il proprio contrassegno, da soli o collegati, candidati alle ultime elezioni nazionali" e, per giunta, sarà necessario farsi rilasciare dal legale rappresentante del partito di cui si vuol costituire la componente una dichiarazione ad hoc per dire che quelle persone elette al Senato sono "autorizzate a rappresentare" la forza politica che detiene il contrassegno usato alle elezioni. Per essere chiari, se questa convenzione fosse stata valida nella scorsa legislatura, non sarebbe potuta nascere, in autonomia dalla Lega Nord, la componente della Lega per Salvini premier nel gruppo misto (costituita invece il 3 novembre 2017, un mese e mezzo prima che le modifiche al regolamento del Senato fossero approvate, da Roberto Calderoli, allora come ora membro della Giunta per il regolamento...) e quel soggetto politico, dunque, non avrebbe nemmeno potuto chiedere l'inserimento della stessa Lega per Salvini premier nel Registro dei partiti politici (la procedura può essere iniziata solo a seguito della partecipazione alle elezioni europee, politiche o regionali o potendo contare su un gruppo parlamentare o, appunto, una componente del gruppo misto). 
Sulla soluzione adottata si può fare qualche osservazione, senza nascondere alcune perplessità, anche sul linguaggio utilizzato (ma le riflessioni dovranno essere riconsiderate quando sarà reso noto il contenuto della discussione in Giunta). Innanzitutto qui non si è indicato alcun requisito numerico, dunque si deve immaginare che anche una sola persona eletta in Senato possa costituire una componente. Si chiede poi che il partito di cui si vuole costituire la componente abbia partecipato "alle ultime elezioni nazionali", dunque esso può essersi presentato anche solo alla Camera, mentre l'art. 14, comma 4 del regolamento del Senato chiede che i candidati siano stati presentati (anche o solo) al Senato e per giunta sia stato eletto un senatore (peraltro, per coloro che leggono l'art 14, comma 4, penultimo periodo come norma a sé, slegata dal resto del comma, nessuno di questi due requisiti sarebbe richiesto per i gruppi autonomi sorti in corso di legislatura, ma finora non pare che questa posizione abbia trovato sponda in Senato). Si tratta di una differenza non secondaria, ma non irragionevole, se non altro perché è molto più facile che uno o più senatori, invece che fondare un nuovo partito (che avrebbe problemi a costituire un gruppo), scelgano di aderire a un soggetto politico già esistente e che magari aveva presentato candidature solo alla Camera, anche senza eleggere nessuno. Per inciso, qualcuno potrebbe anche tentare di sostenere che anche le elezioni europee sono da considerarsi "nazionali", essendo regolate dalla stessa legge in tutta l'Italia (legge che peraltro rimanda spesso a quella per le politiche) e prevedendo un deposito centralizzato dei contrassegni al Ministero dell'interno: non sembra questo l'intento, ma considerando che in passato in Senato si è vista anche la componente dell'Altra Europa con Tsipras, qualcuno potrebbe pensarci.
Qualche riserva, invece, non si può evitare con riguardo al requisito in base al quale i soggetti politici cui si riferiscono le varie componente debbano avere presentato candidature alle ultime elezioni nazionali "con il proprio contrassegno, da soli o collegati". Ci si vuole probabilmente riferire alle situazioni delle liste "sciolte" o "coalizzate", ma il parere dimentica di trattare il caso di un partito o di un movimento che abbia partecipato in modo visibile a un "cartello elettorale", inserendo dunque il proprio simbolo nel contrassegno. L'esempio del Psi è eloquente: dal 4 giugno 2018 al 17 settembre 2019 Riccardo Nencini è risultato unico membro della componente del Psi, inizialmente costituita come Psi-Maie-Usei, poi dal 6 aprile solo Psi-Maie. In base alle regole stabilite ora in via convenzionale, quella componente forse sarebbe potuta sopravvivere come "continuazione" della compagine costituita all'inizio della legislatura, ma se Nencini avesse chiesto di costituirla ex novo a legislatura iniziata avrebbe avuto difficoltà, poiché il suo partito a rigore non si è presentato alle elezioni del 2018 né "da solo" (non ha presentato liste per conto proprio), né "collegato", ma casomai "unito" (a Verdi, Area civica e ulivisti nel cartello Insieme), però quella parola non è stata ripresa nel parere votato dalla Giunta per il regolamento
Naturalmente può essere che nel più stia il meno, per cui se si consente a un partito presentatosi "unito" di costituire un gruppo autonomo a maggior ragione questo dovrebbe poter costituire una componente del gruppo misto; le parole però hanno un peso, soprattutto se sono quelle di un parere che deve "integrare" un regolamento parlamentare, quindi il fatto che una certa parola non sia presente non può essere considerato come trascurabile. Anche perché il parere citato parla di "contrassegno", che è l'emblema con cui le liste (o le candidature singole nel collegio uninominale della Valle d'Aosta, oltre che in caso di elezioni suppletive) si presentano agli elettori, mentre ogni partito e movimento si identifica con il "simbolo", che in caso di lista presentata da una sola forza politica può essere utilizzato come contrassegno, ma non di rado è utilizzato come elemento di un contrassegno composito, più ampio (come appunto quello della lista Insieme). Non a caso, quando il regolamento parla della costituzione di gruppi autonomi (in corso di legislatura) all'art. 14, comma 4, penultimo periodo, non parla affatto di contrassegni, ma di partiti o movimenti "che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati": non c'era dubbio sul fatto che il Psi potesse costituire un proprio gruppo, mentre sarebbe lecito averlo con riferimento alle componenti. L'impressione, insomma, è che il parere sia stato redatto mescolando i termini usati per due fattispecie leggermente diverse, creando una certa confusione: il problema si può risolvere, ovviamente, ma era meglio non crearlo, visto che si stava cercando di chiarire una situazione poco definita.
In base al parere, in ogni caso, potrebbero sorgere componenti politiche di tutte le formazioni che hanno partecipato alle elezioni (e che ovviamente non hanno già un gruppo a Palazzo Madama), quali Potere al popolo, il Popolo della Famiglia, Partito comunista, fino ai soggetti più piccoli, cui si potrebbero aggiungere - in caso di interpretazione estensiva del parere stesso - i partiti che hanno presentato liste congiuntamente con altre forze politiche (a partire da Noi con l'Italia, Centro democratico e dai tanti soggetti presenti all'interno di Civica popolare). Bisogna anche dire che il fatto che le persone elette al Senato che vogliano costituire (da sole o collettivamente) una componente politica debbano essere "autorizzat[e] a rappresentare il partito" cui il contrassegno si riferisce dal legale rappresentante del partito stesso consente, in linea teorica, la formazione della componente anche a chi non fa parte di quel partito, "accontentandosi" del consenso esplicito e formale del legale rappresentante di un partito al sorgere di una componente con quel nome. Oggettivamente al Senato dovrebbe avere un rilievo assai ridotto: a Palazzo Madama, a differenza di quanto previsto per la Camera, le componenti non sono automaticamente dotate di risorse e spazi per il loro funzionamento, quindi dovrebbe esserci meno interesse alla costituzione o al mantenimento di una componente. Certo è che qualche persona eletta al Senato, magari fuoriuscita dal proprio gruppo originario, potrebbe essere interessata a costituire una componente per avere un minimo di visibilità (e, in qualche caso, di tempo riservato per gli interventi in dissenso) e così potrebbe incrociare l'interesse di un soggetto politico esterno alle Camere ad apparire nei lavori di aula: in questo senso, potrebbero aver interesse - anche solo per provocazione - ad entrare in aula senza aver eletto nessuno CasaPound Italia e Forza Nuova (anche per cercare di "blindare" la loro esistenza attraverso la presenza a Palazzo Madama), come pure il Partito comunista dei lavoratori, il Partito valore umano o il vecchio Pri. 
La formulazione del parere, tra l'altro, in teoria potrebbe essere interpretata come l'art. 14, comma 5 del regolamento della Camera, per cui la componente deve rappresentare il partito che ne consente il sorgere, ma si tollera che a quel nome ne sia abbinato un altro, cioè quello in cui effettivamente si identificano i membri della componente. Il fenomeno è noto fin dalla XV Legislatura e si è ripetuto anche in quella attuale (si pensi alle componenti nate grazie a 10 volte meglio, Alternativa popolare e Federazione dei Verdi), anche se al Senato la ricordata assenza di risorse dedicate alle componenti non incoraggerebbe operazioni simili; esse potrebbero comunque essere tentate - visto che il parere non parla in alcun modo di elezione di senatori, dunque qui non si potrebbe far valere alcuna differenza rispetto al regolamento della Camera - dai rappresentanti di formazioni politiche nate in corso di legislatura. L'unica certezza, infatti, è che partiti e movimenti nati dopo le elezioni non possono costituire alcuna componente con il proprio nome, come denunciato in aula da Mattia Crucioli, che si riconosce in L'alternativa c'è e ha parlato di interpretazione "liberticida", perché non consente in alcun modo alle compagini nate in corso di legislatura, di maggioranza e soprattutto di opposizione, di avere visibilità (nessuno di L'alternativa c'è, tra l'altro, partecipa alla Giunta: per il gruppo misto l'unico membro presente è la presidente Loredana De Petris, di Leu). 
Proprio Crucioli e le altre persone elette in Senato che rappresentano L'alternativa c'è - forza politica che, incidentalmente, non ha ancora scelto il suo simbolo - stanno protestando da ore, soprattutto per (ri)ottenere la possibilità di parlare in dissenso rispetto alla posizione del gruppo misto (della questione si occuperà la Conferenza dei capigruppo); sulla questione della componente, tuttavia, potrebbero cercare di percorrere la strada prima ricordata dell'abbinamento dei nomi - a patto, ovviamente, di trovare tra le formazioni che si sono presentate alle elezioni un soggetto disponibile -  visto che ciò è stato permesso per il gruppo di Italia viva e alla Camera continua a essere praticato senza troppi problemi (ricordando, come si diceva, che per le componenti non ci sarebbe nemmeno il problema di dover annoverare tra i membri una persona eletta con il partito che si vuole rappresentare, ma basterebbe la dichiarazione del legale rappresentante del partito che si prestasse a un'operazione simile). Non si tratterebbe, bisogna dirlo, di una pagina splendida del diritto parlamentare, ma c'è chi potrebbe ritenere che sia ancora peggio consentire solo a una parte dell'opposizione di esprimersi in modo visibile, comprimendo in sostanza le posizioni dell'altra parte, magari nata proprio in occasione della formazione del nuovo governo. In ogni caso, ora che una regola pur minima è stata fissata - almeno temporaneamente - anche al Senato, qualcuno nell'aula di Palazzo Madama potrebbe perfino adottare come grido di battaglia, alla Jeeg Robot, "Lanciami le componenti!"

giovedì 13 maggio 2021

Coraggio Italia, il progetto di Brugnaro: tre marchi e un nome non nuovo

Una manciata di ore fa la notizia si è diffusa: Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, è pronto a "scendere in campo", a impegnarsi in politica per qualcosa di più ampio rispetto alla città lagunare e con un progetto - un partito? Una semplice associazione? Qualcosa di diverso - denominato Coraggio Italia. Magari insieme a Giovanni Toti, incontrato proprio mercoledì a Roma. A dare la notizia è stata, come spesso accade in questo ambito, l'agenzia Adnkronos, che ha ricondotto a Brugnaro tre domande di marchio, depositate quasi un mese fa - il 15 aprile - a nome dell'Associazione Un'impresa comune.
I primi commentatori hanno già proposto - inevitabili? - collegamenti con il percorso che tra il 1993 e il 1994 aveva riguardato Silvio Berlusconi: la comune matrice imprenditoriale di successo, l'interesse per il centrodestra, la scelta di depositare con un certo anticipo la base per il futuro marchio politico (e non a proprio nome: le prime versioni, ancora acerbe, del simbolo di Forza Italia erano state depositate il 24 giugno e il 13 settembre 1993 a nome di una società milanese denominata Novelty Service) e l'opzione per un nome enfatico ed esortativo. "Coraggio Italia", in fondo, non è molto diverso da "Forza Italia", al punto che la versione veneta di Roberto Benigni, di fronte a un'arzilla signora anziana dal nome Italia Ballarin - sul calco dell'Italia Ceccarini citata dall'attore toscano in Tutto Benigni '95-'96 - potrebbe essere tentato di incoraggiarla dicendole "Energia Ballarin!" invece che "Coraggio Italia!", per non rischiare di essere scambiato per un sostenitore del nuovo, possibile progetto di Brugnaro.
Che Coraggio Italia si possa ricollegare all'attuale sindaco di Venezia
(confermato da una manciata di mesi), per Adnkronos si deduce dal fatto che l'associazione Un'impresa comune, con sede a Mestre, risulta anche aver registrato - il 5 febbraio scorso - il dominio Brugnarosindaco.it (che pure esiste dal 2015, cioè dal tempo della prima candidatura alle elezioni comunali veneziane). Si tratta ovviamente di un indizio, ma piuttosto significativo. E che si stia intanto ragionando su un progetto - politico, partitico, elettorale o cos'altro - con varie declinazioni di uso lo dimostrerebbe anche il fatto che la citata associazione ha depositato tre domande di marchio per lo stesso concetto, espresso in tre maniere diverse.
La prima non è altro che la denominazione scelta, nuda e cruda: "
Una impronta - recita la descrizione - raffigurante la dicitura Coraggioitalia, in caratteri di fantasia, essendo la seconda lettera I della dicitura Coraggioitalia di dimensioni maggiori". La seconda è minimamente più elaborata, cioè "una impronta raffigurante la dicitura 'Coraggio Italia', in caratteri di fantasia, essendo la dicitura Coraggio posta superiormente alla dicitura Italia di dimensioni maggiori, essendo il tutto racchiuso entro una impronta quadrata". La terza risulta essere l'immagine più affine a un contrassegno elettorale: "il marchio - si legge sempre nella descrizione - consiste in una impronta raffigurante la dicitura 'Coraggio Italia, in caratteri di fantasia, essendo la dicitura Coraggio posta superiormente alla dicitura Italia di dimensioni maggiori, essendo il tutto racchiuso entro una impronta circolare attorno alla quale è presente una fascia circolare aperta superiormente".
La descrizione oggettivamente non è scritta in modo piano, per giunta non c'è alcuna indicazione di natura cromatica (del resto non è stato rivendicato alcun colore nelle domande); tuttavia, a ben guardare, non è difficile immaginare come il simbolo pronto per le schede elettorali potrebbe risultare in technicolor: la "fascia circolare aperta superiormente", infatti, potrebbe tranquillamente essere tinta con un tricolore nella parte alta (con il bianco a dare l'impressione dell'apertura, ove non ci fosse una circonferenza di chiusura), mentre la parte inferiore della fascia potrebbe essere colorata di blu, giusto per completare gli ingredienti cromatici di un potenziale partito catch all, che voglia rivolgersi in modo rassicurante a tutti i moderati grazie ai quattro colori nazionali. Quanto al cerchio centrale contenente il nome scelto, se la font scelta - Din - per la dicitura "Coraggio Italia" non è troppo lontana dal carattere simil-Gill utilizzato per il simbolo della "lista personale" Luigi Brugnaro sindaco, da quell'esperienza si è seriamente tentati di prendere anche il colore fucsia-magenta, scelto nel 2015 da Mauro Ferrari e Paolo Bettio per la prima campagna elettorale di Brugnaro e confermato cinque anni dopo, sempre con successo. Anche il Gazzettino, in un articolo a firma di Michele Fullin, dà per probabile il dominio del colore fucsia che ha portato fortuna nella città lagunare e si è legato a Brugnaro più che a chiunque altro.
Mentre il sindaco di Venezia - che tale comunque resterebbe - si limita a dire di aver intenzione - magari con il contributo di Toti, che conta su una piccola pattuglia parlamentare - di "dare rappresentanza politica a quel 30% di italiani di centro che oggi non ha un partito di riferimento", è sempre il Gazzettino a ricordare che però il nome non è nuovo. Perché il Movimento Coraggio Italia è stato costituito nel 2014 a Bari: aveva un suo sito (ora non accessibile) e ha tuttora una pagina Facebook (il cui aggiornamento è fermo al marzo 2020). L'idea era di costituire un movimento "
a totale servizio del cittadino": chissà come la prenderanno dopo queste notizie, aderendo al progetto nascente di Brugnaro o rivendicando il loro precedente e prolungato uso del nome...