venerdì 15 dicembre 2017

Domani torna l'Udeur di Mastella (ma povera grafica...)

Poi all'improvviso arrivano quelle notizie che, sul piano politico, ti rivoluzionano la giornata: a livello nazionale non sposteranno che qualche manciata di decimali - a voler essere ottimisti - ma qua e là potrebbero rappresentare una svolta attesa da anni (non proprio da tutti, suvvia, ma da qualcuno sicuramente sì). Così, leggendo che Clemente Mastella ha deciso di ridare vita all'Udeur - anzi, di varare "l'Udeur 2", come lo ha chiamato lui stesso - il vero drogato di politica non può non provare, almeno per un secondo, un moto di entusiasmo. 
Intendiamoci: sarebbe facile dire, in modo beffardo, che "se ne sentiva il bisogno!", gridare contro il tentativo di rilanciare un partito scivolato su varie disavventure giudiziarie o rovesciare ettolitri di contumelie marroni su uno degli uomini simbolo di quella Prima Repubblica (e anche della Seconda) che non vuole proprio saperne di giungere alla consunzione. Il fatto è che qualcuno è veramente entusiasta di questo nuovo, ennesimo annunciato ritorno in scena di Mastella con una propria creatura politica. Tra i democristiani impenitenti, i proporzionalisti convinti, i nostalgici delle preferenze si annidano non poche persone che vedono nel desiderio di Mario Clemente da Ceppaloni l'avverarsi almeno parziale del loro sogno: respirare di nuovo un po' di "sana" (de gustibus...) atmosfera primorepubblicana, per spazzare via le ultime, residue tentazioni di maggioritario, che ancora permangono tra chi ha voluto reinserire i collegi uninominali nell'applicatura legge elettorale. Se ci si lascia prendere la mano dal desiderio di distruzione del passato, si rischia di perdere la poesia e il lirismo di questo plotone di reduci, che non necessariamente hanno passato gli "anta" (e qualche volta nemmeno gli "enta").  
Ecco dunque cosa ha pubblicato Mastella sulla sua pagina Facebook:


Fa quasi commuovere - in senso reale o ironico, fate vobis - l'idea che qualcuno si prenda la briga di fare giustizia a "tutti quei militanti Udeur che sono stati ostracizzati e vilipesi in questi anni" e a chi ha frequentato l'ex guardasigilli esperto di pernacchi. Niente rancori o rivincite, per carità: basta dare al Campanile la possibilità di rispuntare. 
Già, il campanile - con la minuscola stavolta - ma non quello colorato delle origini, inaugurato nel 1999 e rimasto sulla scena politica per una decina di anni, bensì quello in bianco e nero con cui Mastella l'anno scorso è riuscito a tornare di nuovo in pista, facendosi eleggere sindaco di Benevento. Anzi, per l'esattezza, il simbolo di quella che si potrebbe definire "Udeur 2" (una sigla divenuta marchio, col serio rischio che qualcuno non si ricordi nemmeno di cosa fosse acronimo) sembra fatto sul calco del contrassegno elettorale di Noi sanniti per Mastella: stesso campanile (che non è dato sapere se rappresenti un monumento del territorio oppure no), stessa campitura azzurro cielo a pennellate della parte superiore del cerchio interno, stessa corona blu (con la sigla Udeur, assai meno visibile rispetto al passato, al posto di "Mastella sindaco"). 
I sogni dei democristiani impenitenti, tuttavia, sono a serio rischio di incrinarsi o sgretolarsi alla semplice vista di un paio di particolari del contrassegno che non possono passare inosservati, ma sarebbe meglio non vederli. Innanzitutto il cognome di Mastella, passato dalla corona blu al cerchio interno, ha una qualità grafica decisamente peggiore rispetto al resto del disegno e, con la sua font Helvetica condensed black schiacciata in altezza, sembra davvero fuori contesto. Il colpo di grazia tuttavia lo assesta l'elemento tricolore collocato a metà del cerchio: una fascia ondulata che dovrebbe stare dietro al campanile, ma in realtà è costituita da due elementi simmetrici dai contorni smangiucchiati - guardare ai limiti della corona blu, per rendersene conto - evidentemente copia-incollati da un'altra immagine.
Saranno pure particolari, saranno pure dettagli, ma da soli sono capaci di far scemare tutta l'atmosfera da Prima Repubblica. Allora nessun grafico - rigorosamente di partito - sarebbe mai caduto in un errore visivo così dozzinale, mentre qui l'aggiustamento grafico con il tricolore - tutt'altro che migliorativo rispetto alle varie versioni del contrassegno che si sono succedute dal 1999 in avanti - sembra piuttosto frutto della fretta di "rinfrescare" un emblema già usato, giusto per dare l'idea che qualcosa si stia muovendo. La speranza, nemmeno tanto segreta, in fondo è proprio questa: che quella diffusa in rete sia solo una soluzione grafica provvisoria e che domani, alla presentazione ufficiale, spunti il simbolo vero. Un simbolo che, non ci fosse stato l'obbligo di raccogliere le firme, sarebbe sicuramente finito sulle schede delle prossime elezioni politiche in appoggio al centrodestra; anche senza liste alle elezioni politiche, tuttavia, è quasi certo che nei prossimi mesi da qualche parte spunterà. Auspicabilmente, senza questi piccoli obbrobri grafici.

giovedì 14 dicembre 2017

Psi, Verdi e civici "Insieme" e rispunta l'Ulivo

Dopo il ritiro di Giuliano Pisapia e del suo Campo progressista - e in attesa di sapere se Emma Bonino e Riccardo Magi riusciranno a raccogliere le firme per presentare la loro lista di PiùEuropa - da oggi accanto all'emblema del Pd c'è almeno un altro simbolo quasi certo: quello della lista Insieme, che si propone di raccogliere il consenso degli elettori socialisti, ambientalisti e persino - cosa che non mancherà di suscitare interesse - di coloro che ancora si ritengono o sono definiti "prodiani".
A parlare è proprio il contrassegno elettorale in sé, che è stato presentato questa mattina a Roma. I drogati di elezioni potrebbero facilmente ricordare che per la prima volta si appresta a comparire sulle schede elettorali nazionali, anche se miniaturizzato, il simbolo del Partito socialista italiano di Riccardo Nencini (l'ultima apparizione nel 2008, a dire il vero non troppo fortunata - poco al di sotto dell'1% - era stata del quasi identico simbolo del Partito socialista, ancora guidato da Enrico Boselli, con un nome più corto e senza tricolore): proprio la presenza della "pulce" del Psi, tra l'altro, dovrebbe consentire alla lista di essere esentata dalla raccolta firme, vista la presenza consolidata al Senato del gruppo Per le autonomie - Psi - Maie (sperando che il Maie non ambisca allo stesso beneficio); mancava invece dalle europee del 2009 il simbolo della Federazione dei Verdi, quando fu utilizzato - accanto alla rosa del Ps-Pse - per esentare dalle firme la (non fortunata) lista Sinistra e libertà, ma al successivo turno elettorale per l'Europarlamento il sole che ride era comunque presente all'interno della lista Verdi europei (altrettanto sfortunata).
Al di là dei simboli appena citati (accanto a quello dell'Area civica volta a rappresentare le candidature di sindaci ed esponenti della società civile, a partire da Massimo Zedda: si tratta di ciò che resta dell'area Pisapia e il colore arancione non è scelto a caso), anche chi non si ritenesse a ogni effetto un election addicted, tuttavia, non potrebbe non rimanere colpito dalla decisa connotazione "prodiana" della lista - che ha tra i suoi promotori l'ex ministro Giulio Santagata - e dello stesso contrassegno elettorale. Lo dice forte e chiaro il rametto di ulivo, anzi, proprio quel rametto di Ulivo (rigorosamente con la maiuscola) creato alla fine del 1995 da Andrea Rauch e ora posto in decisa evidenza, lo dice il riferimento all'Europa nel simbolo, lo dice anche in qualche modo il nome scelto, "Insieme" - scritto tra l'altro in blu con il puntino rosso della "I", ricordando sia l'apostrofo dell'Ulivo sia la I dei Democratici, successiva reincarnazione dei prodiani. "Insieme", accanto alla parola "Italia", finisce per ricordare lo slogan "Insieme per l'Italia" posto nel simbolo dell'Ulivo nel 2001 (e chissà se è stato lasciato da parte per evitare rimandi alla sconfitta rutelliana, visto che per qualcuno inizialmente il nome usato per la nascente lista era proprio quello).
Potrebbe sembrare strano per qualcuno vedere l'Ulivo "duplicato", in miniatura nel simbolo del Pd (dove sta dal 2007 e dov'è tuttora, a dispetto delle richieste di rimuoverlo da parte del suo creatore) e molto più grande in quello della lista Insieme, al punto che i funzionari del Ministero dell'interno potrebbero anche chiedere alla lista di rimuovere il rametto, per non ingenerare confusione tra le due listeL'ipotesi è estrema, ma non del tutto infondata, visto il metro di giudizio severo impiegato in alcuni casi: alle europee del 2009, per dire, il Viminale si era impuntato anche per far rimuovere una fiammella alta tre millimetri dal contrassegno del cartello L'Autonomia, in cui era presente anche La Destra (in un anno in cui Alleanza nazionale nemmeno si presentava più), così come nel 2013 aveva momentaneamente ricusato il simbolo della Lega perché il cognome di Giulio Tremonti (nella pulce di 3L) era stato scritto con la M in evidenza e avrebbe potuto confondersi con le liste di Mario Monti, Presidente del Consiglio uscente.
Il fatto che l'ipotesi sia fondata, tuttavia, non la rende comunque plausibile: dal momento che la lista sosterrà proprio con il Pd gli stessi candidati all'interno dei collegi uninominali, è molto probabile che il Ministero dell'interno scelga di non ricusare un simbolo verosimilmente concordato con i vertici dem (non è da escludere che vi sia un accordo formalizzato sulla coesistenza dei due Ulivi). Proprio il Pd, del resto, dalla lista Insieme avrebbe tutto da guadagnare: i voti dati a questa, infatti, andranno a vantaggio dei comuni candidati uninominali, mentre la lista stessa rischia di non capitalizzare i consensi ottenuti (la soglia del 3% non è proprio alla portata di questo progetto, ma non si può mai sapere). Ironia della sorte, colpisce vedere rispuntare l'Ulivo in una lista dei prodiani diversa dal Pd (nelle cui candidature si libererebbero tra l'altro dei posti), quando nell'associazione L'Ulivo il rappresentante dei prodiani - e legale rappresentante della stessa, nonché titolare del simbolo assieme al Ppi Nicodemo Oliverio e al (P)Ds Lorenzo Simula - era Stefano Ceccanti, oggi convinto sostenitore del Pd e di Matteo Renzi. Ma dal costituzionalista, a differenza di quanto capitato nei giorni scorsi dopo la comparsa di Liberi e Uguali - certamente questa volta non arriveranno moniti al non uso dell'antico simbolo creato da Rauch.

martedì 12 dicembre 2017

Alternativa popolare al capolinea, e i simboli che fine fanno?

Non è dato sapere quanti avessero creduto davvero che l'avventura iniziata alla fine del 2013 da un gruppo di parlamentari guidati da Angelino Alfano, allontanatosi da Silvio Berlusconi e convinto dell'opportunità di proseguire l'esperienza di governo a fianco del centrosinistra, sarebbe durata a lungo o, almeno, senza perdere troppi pezzi rilevanti. 
In realtà non è durata così poco: il simbolo del Nuovo centrodestra - il primo, quello rettangolare - fu presentato il 5 dicembre 2013, dunque si contano giusto quattro anni (quasi come la montiana Scelta civica, che però si era condannata all'irrilevanza molto prima). Quel periodo, va detto, è stato vissuto in modo tutt'altro che tranquillo, con varie defezioni di peso (da Renato Schifani a Nunzia De Girolamo, fino a Gaetano Quagliariello), l'alleanza con l'Udc non proprio baciata dalla fortuna (al punto tale da finire per spaccare anche quel partito) e il cambio di nome in Alternativa popolare - anticipato dall'etichetta Area popolare già abbinata al cuore simil-Ppe, inizialmente in condominio con l'Udc e poi sempre più appannaggio dei soli alfaniani - che ha finito per togliere ogni traccia di centrodestra dal nome di un partito alleato con il Pd. Dopo la giornata di oggi, tuttavia, il capolinea è arrivato e, se per un po' il simbolo di Ap rimarrà visibile, avrà vita dura dalle prossime settimane in poi.  
Già ieri si era capito che i giochi ormai erano finiti e c'era poco da stare allegri (anzi, Happy, per ricordare la singolare scelta musicale fatta ai tempi di Ncd). Uno dei massimi esponenti del partito, l'ex ministro Maurizio Lupi, aveva sintetizzato la situazione annunciando che il giorno dopo si sarebbe lavorato a "un documento unitario che salvaguardi le due coerenze politiche emerse nella discussione di oggi" (parole pronunciate anche da Alfano). 
Suona strano parlare di "due coerenze politiche" - che se non si temesse di fare torto ad Aldo Moro si potrebbero parafrasare come "divergenze parallele" - con riferimento a due posizioni che inciampano in incrociate accuse di incoerenza: la prima, quella di "appartenenza alla propria storia politica e alla nascita del partito", nel rivendicare la coerenza con il proprio passato di centrodestra è tacciabile di incoerenza per il passato prossimo e per la scelta di tornare accanto a Berlusconi, dal quale ci si era voluti distinguere proprio con la nascita di Ncd; l’altra "di prosecuzione nell'azione riformista di governo, iniziata cinque anni fa", nel voler essere coerente con la scelta di allora (più volte rinnovata) si è attirata da tempo gli strali di chi ha ritenuto quella condotta incompatibile con la storia di centrodestra e moderata dei vari esponenti.
La direzione nazionale di oggi di Ap, più che alla riunione di un organo collegiale, è sembrata una seduta di tribunale che ha sancito - parole usate da molti, anche dalla ministra Beatrice Lorenzin - la separazione consensuale tra le due coerenze divergenti. Il tutto sancito da regolare sentenza, ossia dal famoso documento unitario annunciato ieri:
La direzione di Alternativa Popolare ha approvato all'unanimità la proposta unitaria su cui ha riferito il coordinatore Maurizio Lupi a nome del gruppo (Lorenzin, Cicchitto, Gentile) delegato dalla direzione di ieri, che prevede:1. La prosecuzione dell'unità dei gruppi parlamentari sino al termine della legislatura e l'accordo per cui un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra.2. Un patto di consultazione e di confronto permanente e un approfondimento tecnico-regolamentare delegato ai fondatori del partito su eventuali questioni residue, tra cui i simboli, nelle disponibilità del presidente Alfano.
A limitarsi a queste righe, sembra davvero la scissione politica più serena e pacifica mai vista: tutt'altro clima, insomma, rispetto alle lotte senza quartiere in seno al Partito popolare italiano del 1995 o alle baruffe ripetute (e manesche) all'interno del Nuovo Psi a partire dal 2005. Le due strade, dunque, si dividono: Maurizio Lupi si prepara a ritraslocare nel centrodestra, Beatrice Lorenzin e Fabrizio Cicchitto (forse memore del suo passato remoto socialista non berlusconiano) restano invece a fianco del Pd, ma fino alla fine della legislatura i gruppi resteranno uniti; sembra un po' inquietante, tuttavia, la frase in base alla quale "un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra", come se davvero i due gruppi parlamentari potessero ragionevolmente fare scelte diverse senza subire accuse di schizofrenia (a meno che, ovviamente, i sostenitori di una posizione fossero concentrati in un ramo del Parlamento e quelli dell'idea opposta fossero quasi tutti nell'altro).
Certo è che questa situazione di "due partiti in uno" - che ricorda tanto, questa sì, quella del Ppi nel 1995, fino alla nascita del Cdu dopo le ordinanze della magistratura e il "patto di Cannes" tra Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco per dividere nomi, simboli, testate e cercare di limitare i danni - non sarà priva di problemi. In quanto legale rappresentante di Alternativa popolare, infatti, il simbolo attuale di Alternativa popolare e anche quello precedente del Nuovo centrodestra (di cui Ap rappresenta l'evoluzione, ma in piena continuità giuridica) sono nella titolarità di Angelino Alfano, che ha scelto di non candidarsi e ora si ritrova "arbitro" della scissione; Alfano li ha anche registrati a proprio nome come marchi, ma al di là di questo è chiaro che chi seguirà Lupi, nel fondare un nuovo soggetto politico di fatto abbandonerà Ap e, come scissionista, non avrà diritto su nessun nome o simbolo.
In effetti sembra improbabile che Lupi e gli altri siano interessati a utilizzare il cuore di Alternativa popolare, mentre più di qualcuno sostiene che l'ex ministro sia più interessato a valersi del primo nome, quello di Ncd (che, tra l'altro, nel 2011 era stato depositato da Italo Bocchino e da questi concesso ad Alfano), più adatto alla nuova collocazione del gruppo; Alfano non sarebbe assolutamente obbligato a concederlo, anche se potrebbe farlo in spirito di cortesia. Non è affatto scontato, però, che al centrodestra guidato da Berlusconi e con i "duri e puri" Salvini e Meloni vada a genio la convivenza con quel simbolo o anche solo con quel nome (l'ex Cavaliere non aveva avuto parole gentili per quell'etichetta): a quel punto, forse, converrebbe trovare un'altra soluzione. 
Tutto questo, naturalmente, ammesso che il troncone di centrodestra riesca a vincere la sfida più impegnativa, quella delle firme da raccogliere: trattandosi di un gruppo nuovo e scisso da Ap, infatti, Lupi non sarebbe esentato dalla raccolta delle sottoscrizioni per la sua lista (magari creata assieme ai fittiani di Direzione Italia) e non è scontato che dagli alleati arrivi qualche forma di aiuto. Alla peggio, il gruppo di centrodestra di ritorno potrebbe contribuire alla lista nota come "quarta gamba" della coalizione e a quel punto non ci sarebbero problemi di nomi, ma la visibilità e le speranze di risultati favorevoli (anche in termini di eletti) sarebbero ridotte al lumicino; anche Lorenzin e Cicchitto, però, non dormono sonni tranquilli, soprattutto dopo la pessima prova delle regionali siciliane. Da una parte e dall'altra, insomma, c'è poco da stare Happy.

domenica 10 dicembre 2017

Liberi e Uguali, foglioline (al femminile?) su fondo amaranto

Raramente la presentazione di un singolo contrassegno elettorale ha avuto l'onore della ribalta televisiva in una delle fasce orarie di maggior ascolto (quella delle 21 o giù di lì), per giunta su uno dei canali più seguiti, com'è Rai1. Questa possibilità l'ha avuta e l'ha sfruttata Pietro Grasso, presidente del Senato uscente ma soprattutto leader della nascente lista per la quale da alcuni giorni era diventato definitivo il nome Liberi e Uguali: proprio questa sera, l'ex magistrato ha mostrato il simbolo al pubblico di Che tempo che fa, di cui era ospite, dando così maggior concretezza elettorale al progetto che da alcune settimane impegna soprattutto Possibile, Sinistra italiana, Articolo 1 - Mdp (e probabilmente, dopo la ritirata di Giuliano Pisapia, anche qualche soggetto proveniente dall'esperimento non compiuto di Campo progressista).
Le telecamere hanno ripreso dunque uno dei primi simboli la cui presenza sulla scheda elettorale sembra quasi certa. Il "quasi" è dovuto essenzialmente a eventuali ritocchi dell'ultimo minuto, ma non solo: resterebbe il problema non piccolo dell'esenzione dalla raccolta firme. Posto che non si è di fronte a un partito costituito in gruppo in entrambe le Camere, l'esenzione speciale prevista dalla legge elettorale - valida dunque solo per le elezioni in arrivo - si applica ai "partiti o ai gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 15 aprile 2017" e certamente non esisteva al 15 aprile 2017 un gruppo parlamentare con il nome "Liberi e Uguali". E' vero che Articolo 1 e Sinistra italiana il gruppo parlamentare ce l'hanno ed è stato costituito prima di quella data, ma il loro nome è diverso e, con questo simbolo, non si potrebbe certo sostenere che la lista presentata è di Mdp o Si (il tenore letterale della disposizione non sembra concedere, come avviene in certe leggi elettorali regionali, al gruppo di esentare una lista in qualunque modo collegata). Unico modo per essere certi di non dover raccogliere le firme, insomma, sarebbe inserire da qualche parte una "pulce" di Articolo 1 o Sinistra italiana o, comunque, qualcosa che ne richiami in modo esplicito la grafica.
Certamente non vale come richiamo grafico a Si la scelta grafica e cromatica, dal momento che i due emblemi più o meno deliberatamente si somigliano: in entrambi, infatti, gli elementi testuali e grafici sono bianchi su fondo rosso (anche se Grasso, ospite da Fazio, ha tenuto a precisare che il suo colore esatto è "amaranto": in bocca al lupo ai grafici e agli stampatori delle schede...), stessa cosa che era avvenuta nel 2014 con la lista L'Altra Europa con Tsipras: a ben pensarci, anzi, probabilmente l'antecedente grafico più vicino a Liberi e Uguali è proprio la formazione costituita in vista delle ultime elezioni europee. Anche allora, tra l'altro, si scelse - non senza travagli - di citare l'idea della sinistra con il colore, ma di non inserire la parola "sinistra" nel contrassegno (ed è questo il motivo che esclude completamente la possibilità che all'emblema sia aggiunta la "pulce" di Si): si è dunque di fronte a un profilo di somiglianza ulteriore, che si unisce all'indicazione espressa del leader del progetto politico.
Al di là della tonalità di rosso utilizzata, l'emblema di oggi si distingue da quello del 2014 anche per l'uso di caratteri minuscoli (allora non impiegati), di due differenti font bastoni (lo dimostrano le fattezze delle due G) e, soprattutto, per l'esistenza di un pur minimo vezzo grafico. Il riferimento è alle tre "foglioline" bianche, appoggiate alla "i" di "Liberi", che richiamano la E del nome senza utilizzarla direttamente: queste, a detta di Grasso, "rappresentano il nostro legame con l’ambiente ma anche l’importanza che diamo alle pari opportunità, essendo un simbolo femminile". Se certamente quell'espediente grafico consente di "muovere" almeno un po' l'impianto del simbolo, altrimenti piuttosto statico (unico altro elemento movimentante è la sottolineatura discreta sotto la parola "Uguali"), nelle intenzioni di chi ha chiesto e creato il simbolo dovrebbe anche sopire le polemiche dei giorni scorsi sulla scarsa presenza e rappresentazione femminile della nascente lista.
Sul punto si erano espresse voci storiche come Norma Rangeri, studiose autorevoli come Nadia Urbinati e varie esponenti femministe, ma si era fatto notare anche uno scritto di Nicola Fratoianni, il quale sul manifesto aveva invitato a "leggere e pronunciare [il nome], fin da subito, come 'Libere e Liberi e Uguali'" e a trasformare "quella 'e' da semplice congiunzione in piena soggettivazione". La sua voce, a quanto pare, è stata ascoltata: la "E" non emerge più come lettera/parola autonoma, le foglioline appoggiate alla "i" di "Liberi" la trasformano in "E" (facendo accettare la stranezza di una lettera minuscola che si comporta da maiuscola) e la forma foliare dà alla lettera più leggerezza.
L'espediente grafico, oggettivamente, è gradevole, ma se lo si vede con gli occhi della polemica dei giorni scorsi rischia di somigliare - soprattutto per chi ritiene che l'adesione alla causa femminile sia almeno in parte superficiale e di facciata - più a una strizzata d'occhio o a un cerotto un po' improvvisato sulle critiche, che a un vero gesto significativo. In più, in questo modo sul simbolo il nome che emerge è "Liberi Uguali", che somiglia un po' di più al già esistente "LibertàEguale" di quanto non accadesse con la versione che aveva la "e" ben visibile: chi vorrà attaccare briga in tribunale non mancherà di farlo notare, chi riterrà la questione ridicola o inesistente rimarcherà le differenze nominali (e soprattutto grafiche) che permangono. Per un motivo o per l'altro, insomma, il simbolo di Liberi e Uguali potrebbe far ancora discutere.

domenica 3 dicembre 2017

Fratelli d'Italia, il nuovo simbolo con quattro anni di ritardo

Quale tempo migliore dei congressi per adottare nuovi simboli o, magari, dare una sistemata a quelli che ci sono già? In casa di Fratelli d'Italia lo sanno molto bene: alla vigilia del primo congresso, tenutosi a marzo del 2014, venne ufficializzata la scelta di integrare il contrassegno con cui avevano partecipato alle elezioni politiche dell'anno precedente con l'emblema di Alleanza nazionale, concesso dalla Fondazione An in uso all'evoluzione di Fdi, in base ai risultati delle "primarie" svolte tra i simpatizzanti; ora, tra gli atti conclusivi della seconda assise nazionale - svoltasi in questo fine settimana a Trieste - c'è stata la presentazione del nuovo fregio politico (e probabilmente elettorale, nel senso che sulle schede dovrebbe restare tale), che cerca di contemperare lo sguardo al passato (per ricordare e dimenticare) e quello al futuro. Per Giorgia Meloni, confermata presidente del partito, quello appena adottato "è un simbolo che va avanti: mantiene la fiamma ma non fa più riferimento al partito che è venuto prima di noi. La nostra storia resta ma si va avanti".
Analizzando nel dettaglio il nuovo emblema, emerge subito che esso mantiene il nome originale (già da anni privato dell'espressione "Centrodestra nazionale" presente nei primi mesi, retaggio dei Circoli promossi da Massimo Corsaro nel 2012), ma lo semplifica e, in un certo senso, lo depura: sparisce, infatti, ogni riferimento nominale ad Alleanza nazionale. Le ragioni di quel passaggio sono varie, la prima delle quali è generazionale: all'interno di Fdi sono molti, ormai, i giovani che hanno aderito al partito senza essere mai stati iscritti ad An o simpatizzato per essa, perché si sono avvicinati alla politica dopo il 2009 (anno in cui lo scioglimento fu deliberato) o, semplicemente, prima avevano militato altrove.  Inutile sottacere, peraltro, che sulla scelta hanno pesato considerazioni di opportunità politica: il nome di Alleanza nazionale rischiava di essere piuttosto ingombrante, d'inciampo per la strada di Meloni e del suo partito, specialmente dopo gli ultimi sviluppi delle vicende patrimoniali e giudiziarie che hanno riguardato il leader indiscusso di An, Gianfranco Fini, quanto al noto affaire della "casa di Montecarlo". Ricordare troppo il vecchio partito di Fini, da cui peraltro Meloni e vari altri dirigenti di Fdi provengono, certamente sarebbe stato imbarazzante, forse quanto lo sarebbe stato negare ogni legame con il passato, almeno come evoluzione.
Anche per questo, è rimasto un richiamo solo visivo ad An, mantenendo la struttura del simbolo precedente, che ricalcava a sua volta quella concepita tra il 1993 e il 1994 da Massimo Arlechino per Alleanza nazionale. Il blu del segmento circolare superiore è più scuro rispetto a quello delle origini, forse per far risaltare meglio il testo, così come è rimasto il riferimento alle radici del Movimento sociale italiano con l'inconfondibile fiamma tricolore, ma un po' diversa rispetto a prima. Nell'emblema, infatti, non figura la base trapezoidale della fiamma con la sigla Msi (che la tradizione identificava con la bara di Mussolini), soltanto richiamata da un piccolo segmento di base: aver inserito la sola fiamma - tra l'altro decisamente ingrandita - vorrebbe ottenere l'effetto di richiamare un simbolo tradizionale della destra italiana (in cui certamente si identificano i vecchi militanti di Msi e An, ma che non è sconosciuto ai più giovani, che magari hanno visto la fiamma del Front National di Marine Le Pen, forse senza sapere che era stata "importata" proprio dall'Italia), senza però evocare anche l'eredità del vecchio partito, troppo polverosa e superata. Anche quest'uso, peraltro, è rispettoso del deliberato dell'assemblea dei soci della Fondazione An del 2015, in cui si concedeva "l'utilizzo del simbolo", senza obbligare all'uso totale o completo dello stesso (questo, ovviamente, fatte salve eventuali obiezioni che la fondazione dovesse sollevare in seguito).
La nuova grafica, che sarebbe stata curata da un'agenzia di comunicazione, appare più gradevole rispetto al passato. Sparisce certamente l'effetto "cannocchiale" o "matrioska" precedente, che era dovuto alla presenza di tre cerchi uno interno all'altro (e, per evitare comunque rischi del genere, il cerchio bianco in cui è inserita la fiamma non è stato bordato di nero ed è leggibile solo come "vuoto"); della grafica precedente è conservato anche l'elemento tricolore inizialmente costituito dalle tre corde annodate, ma ora è stato stilizzato in una fascetta coperta dal cerchio bianco (paradossalmente una soluzione analoga, anche allora senza basamento per la fiammella, provò a utilizzarla la Fiamma tricolore nel 2009, in un emblema che fu bocciato dal Ministero dell'interno). Meno felice, a dire il vero, sembra l'uso della font Nexa Black - la stessa di Scelta civica ed Energie per l'Italia - per il nome del partito, che rispetto al passato mette in evidenza il riferimento all'Italia, quasi a voler accentuare l'aspetto "sovranistico" del programma: il carattere utilizzato sembra poco armonico rispetto al resto della struttura del contrassegno.  
Nel complesso, in ogni caso, il risultato grafico ottenuto è soddisfacente. Il fatto è che l'emblema adottato oggi arriva, in un certo senso - almeno per l'idea grafica fondamentale - con quasi quattro anni di ritardo. Tra le tante proposte grafiche che nel 2013 erano state inviate a Fratelli d'Italia perché fossero valutate per l'adozione, ce n'era una che aveva preso come base il simbolo di Alleanza nazionale e si era limitata a sostituire il nome di An con quello di Fdi. L'autore della prova era il giovane militante Enea Paladino e la sua idea aveva riscosso un certo successo, per cui molti si erano profondamente stupiti - e qualcuno aveva protestato con una certa veemenza - per non aver trovato il suo logo tra gli otto che furono sottoposti a iscritti e simpatizzanti.
Ora che, quasi quattro anni dopo, la sua idea è stata ripresa (senza base della fiamma e con la striscia tricolore, ma si tratta oggettivamente di particolari trascurabili), Paladino - che nel frattempo è diventato consigliere della provincia di Perugia per Fdi - non nasconde la sua soddisfazione: "Direi che sono felice, il nuovo simbolo è molto simile a quello che produssi io - dichiara a questo sito - già all'epoca quel logo era voluto da tutta la base, ora anche dai vertici del partito... La 'matrioska' non era ben vista dai militanti e non capita dal nostro elettorato. Per me Fratelli d'Italia con la fiamma è una sintesi efficace tra tradizione ideologica e futuro politico". Sulla tradizione non ci sono dubbi, il futuro - saldamente nel centrodestra - si costruirà da domani.

mercoledì 29 novembre 2017

Liberi e Uguali a sinistra? Ma LibertàEguale c'è già...

In Italia, come appassionati e archeologi di musica leggera sanno bene, periodicamente spuntano accuse di plagio e copiatura varia. In quei casi, la linea difensiva del presunto copiatore contiene quasi sempre un certo ragionamento: le note sono sette, 12 a voler considerare anche le alterazioni, dunque gli accordi armonici e orecchiabili, così come le linee melodiche gradevoli sono limitati, quindi non c'è dolo se due brani si somigliano, magari senza che il secondo autore abbia mai conosciuto il brano che si presume vittima di plagio. Qualcosa di vero nel ragionamento c'è, ma non per questo le condanne per plagio non sono state emesse.
Qualcosa di simile sembra accadere anche con riguardo ai simboli politici, ma anche semplicemente per i nomi di partiti e movimenti. L'ultimo episodio, fresco fresco, riguarderebbe una creatura politica non ancora nata, anzi nascitura, questione di giorni. Il nuovo soggetto politico nascente a sinistra, che dovrebbe raccogliere Possibile, Sinistra italiana, Articolo 1 e magari anche alte cariche istituzionali (a partire da Pietro Grasso e Laura Boldrini), potrebbe chiamarsi Liberi e Uguali. Niente simbolo grafico, per quanto se ne sa, anche se la presentazione ufficiale del logo potrebbe esservi sabato: si è parlato del nome su fondo rosso. Gli appassionati di grafica politica non sono contenti, ma per qualcuno è proprio il nome a essere inopportuno. Perché da 18 anni esiste già la LibertàEguale. Con tutte le maiuscole. Si tratta di una associazione attiva in ambito politico, nata nel 1999 da "riformisti provenienti dalle più diverse esperienze nell’ambito del centrosinistra italiano", come si legge nel sito, per "fare dell’Italia una nazione con maggiore Libertà e maggiore Eguaglianza".
Nell'organo di presidenza sono rappresentate varie culture politiche, a partire da quelle confluite nei dem. Ci sono ex parlamentari (tra gli altri Franca d'Alessandro Prisco, Claudio Petruccioli, Luigi Covatta), altri in carica (come Pietro Ichino, Alessandro Maran, Lia Quartapelle); ci sono filosofi, giuristi ed economisti come Michele Salvati. A presiedere l'associazione è l'attuale viceministro all'economia Enrico Morando, mentre vicepresidente vicario è Stefano Ceccanti. Ed è proprio il docente di Diritto costituzionale comparato ed ex senatore Pd che, dalle pagine del suo blog personale, rivendica la primogenitura, prima ancora che del nome, dell'idea che gli sta dietro: "Vorrei gentilmente avvisare, se fosse vero, che l’associazione Libertà Eguale compie 18 anni domani, si riunisce sabato, in contemporanea a loro (tanti auguri, comunque) a Orvieto e, tra le tante differenze, non aspetterebbe mai le scelte di un magistrato per guidarla". L'avviso è ancora relativamente amichevole, ma poco disposto ad acquiescenze: "Ovviamente - continua Ceccanti - se si tentasse di impadronirsi del nome ci sarebbero consequence".
Di grane giuridiche e giudiziarie legate all'uso di un nome che sembrava troppo simile a qualcosa di già esistente se ne sono viste altre, anche in tempi relativamente recenti. Uno dei casi che avevano fatto maggiormente discutere risale al 2008, quando un gruppo di politici di area cattolica, guidato dall'ex segretario Cisl Savino Pezzotta, nonché dagli ex Udc Mario Baccini e Bruno Tabacci, aveva avuto in mente di costruire la Rosa Bianca, mettendo proprio quel fiore nel simbolo su fondo blu. Il riferimento, forse, era a metà tra il Bianco fiore della Dc degli esordi e la weisse rose cristiana e antinazista, ma i promotori avevano dimenticato un piccolo particolare: in Italia la Rosa Bianca esisteva già da almeno 30 anni, essendo un'altra associazione "per l'educazione alla politica e alla democrazia" nata sempre in ambito cattolico e tra i suoi fondatori annoverava Paolo Giuntella, per anni cronista al Popolo e a lungo quirinalista al Tg1. La sua associazione si rivolse al Tribunale di Roma per far valere il preuso del nome e, già che c'era, anche del sito internet, lamentando un elevato rischio di confondibilità, soprattutto a causa del comune impegno in ambito politico e per il bagaglio ideologico affine. I giudici accolsero quella domanda e il gruppo di Pezzotta dovette rapidamente modificare il proprio nome in Rosa per l'Italia.
In ambito cattolico, in effetti, le polemiche sui nomi non sono mancate. Si pensi, ad esempio, a quando Gianni Alemanno volle fondare il movimento Prima l'italia, dimenticandosi che quell'espressione era già stata utilizzata in ambito politico negli ultimi tesseramenti e nelle ultime campagne della Democrazia cristiana, prima che scegliesse di ribattezzarsi (facendolo male) Partito Popolare italiano. Per non parlare, tra l'altro, di tutte le volte in cui qualcuno ha cercato di chiamare la propria iniziativa Italia Popolare o semplicemente Popolari: tutti quanti, si chiamassero Alemanno, Berlusconi, Mauro, Alfano o in altra maniera, si sono puntualmente trovati una diffida da parte dell'associazione Italia popolare, legata all'ex parlamentare Ppi Alberto Monticone e attualmente portata avanti da Giancarlo Chiapello.
Certo, in quei casi il nome era proprio identico ed era più facile sostenere il preuso, mentre qui da una parte ci potrebbero essere i Liberi e Uguali, dall'altra c'è già da tempo la Libertà Eguale. Tutto risolto allora? Beh, non proprio. Si tratta pur sempre della combinazione degli stessi concetti, pur se espressi con parole appena un po' diverse,  all'interno dello stesso ambito politico, per cui la confondibilità non può essere affatto esclusa. Ne sa qualcosa Il Senatore Carlo Giovanardi, a suo tempo fondatore del partito Popolari Liberali, con il quale entro nel Pdl berlusconiano. Poco tempo dopo, infatti, si vede recapitare una diffida dall'Associazione Liberal popolari, già esistente, che gli intimava di abbandonare l'uso del nome. Le due denominazioni, per quanto simili, oggettivamente non erano identiche, eppure il tribunale di Roma in un'ordinanza diede torto a Giovanardi (che da allora infatti ha utilizzato molto meno il simbolo inizialmente creato), proprio perché i giudici avevano dato rilievo alla combinazione dei concetti, oggettivamente più proteggibile rispetto ai concetti singoli. 
La scena proposta oggi, tra l'altro, dovrebbe essere un déjà vu per chi pochi mesi fa ha fondato Articolo 1, visto che il nome inizialmente scelto, Movimento Democratico Progressista, è stato messo in secondo piano dopo il pronto avviso di un gruppo di democratici vicini a Renzi che in Calabria alle regionali aveva presentato la lista Democratici progressisti. 
Per evitare l'ennesima diffida con strascico legale, in un tempo pericolosamente vicino allo scioglimento delle Camere e che richiede la piena disponibilità del nome e del simbolo che si usa, forse per il nascente rassemblement di sinistra è meglio correre ai ripari e sforzare un po' di più la fantasia; in fondo, forse, le combinazioni interessanti in politica non sono ancora terminate.

giovedì 23 novembre 2017

+Europa, nonostante tutto (e firme permettendo)

Quando, a febbraio, Benedetto Della Vedova lanciò il suo nuovo progetto politico - precisando che non si trattava di un partito o di un movimento - con il nome Forza Europa, furono in molti a chiedersi se quell'etichetta fosse nata per arrivare alle elezioni (che ancora non si sapeva quando si sarebbero tenute, anche a causa delle incertezze legate alla legge elettorale) e trasformarsi almeno in lista (magari non con quel nome, perché sarebbe stato fin troppo facile un accostamento indebito a Forza Italia), con l'apporto di altre persone che all'idea di Europa non hanno mai smesso di credere, a dispetto delle storture degli ultimi anni. Compagni di viaggio ideali potevano essere i Radicali italiani, che sugli Stati Uniti d'Europa puntano da sempre, generalmente poco ascoltati se non da sparuti soggetti e gruppi.
Oggi quell'idea si è fatta più concreta: questa mattina all'hotel Minerva Della Vedova, che - prima di creare nel 2005 i Riformatori liberali, di entrare con questi nel Popolo della libertà, salvo poi uscirne per aderire al finiano Futuro e libertà, fino alle elezioni del 2013 che lo hanno visto candidato ed eletto nella lista Con Monti per l'Italia, con la successiva adesione a Scelta civica, abbandonata nel 2015 - era stato a capo dei Club Marco Pannella - Riformatori, europarlamentare per la Lista Bonino e portavoce di Radicali italiani, ha presentato proprio con Emma Bonino e il segretario di Radicali italiani Riccardo Magi il progetto di una nuova lista - anzi, una "proposta elettorale autonoma" - con relativo emblema, +Europa (il cui sito è www.piueuropa.eu).
Il messaggio lanciato è chiaro: "Per affrontare le grandi questioni del nostro tempo occorrono risposte più ampie che può dare solo un’Italia più europea in un’Europa unita e democratica". In uno dei periodi più euroscettici in assoluto, con forze dichiaratamente antieuropeiste, Benedetto Della Vedova ha coniato una sintesi ancora più diretta: "Europa sì anche così", in contrapposizione ai molti che - non senza ragioni - invocano istituzioni europee diverse da quelle attuali. Il motivo della scelta lo ha spiegato Emma Bonino: "più Europa vuol dire più pace, più sicurezza, più diritti, più crescita, più efficienza, più cultura, più libertà", anche se ora il raccolto europeo può sembrare magro e insoddisfacente e le regole imposte da Bruxelles (comprese quelle finanziarie, della cui bontà il nuovo progetto politico è convinto) possono apparire difficili da rispettare.
Queste idee vengono rappresentate con un emblema tutto basato sul lettering e sui colori: il nome scelto è scritto in una font "bastoni" e stondata, con il segno del "più" giallo che si fonde con la E di Europa, lettera in cui domina il blu, così da richiamare nel segno essenziale i colori europei (senza nemmeno una stella, a differenza dell'abitudine degli ultimi anni di vari partiti); le altre lettere, invece, sono tinte dei colori dell'iride in un motivo a quadrati obliqui. Certamente quello presentato somiglia molto più a un marchio che a un contrassegno elettorale e, se inserito da solo nel cerchio di prammatica, lo lascerebbe piuttosto vuoto: è più probabile che il logo mostrato oggi sia solo un elemento di un eventuale contrassegno elettorale, magari composito con i fregi di altre forze o con l'inserimento di un nome (possibilmente quello di Emma Bonino, la persona più illustre e più nota tra chi ha promosso il progetto-lista e che nel 1999 aveva portato la lista con il suo nome a un ottimo risultato). 
Perché il simbolo, comunque sia fatto, arrivi sulle schede, è tuttavia necessario superare il durissimo ostacolo della raccolta delle firme, dal momento che la lista non può vantare alcun collegamento con gruppi parlamentari esenti da quell'onere. A dispetto dell'abitudine consolidata a raccogliere le firme per chi ha avuto una storia radicale, il compito con il passare del tempo si è fatto molto più arduo e, soprattutto, il tempo per la raccolta è ridotto a poche settimane. Se non si è di fronte a una "missione impossibile" (parole di Emma Bonino), centrare l'obiettivo di una presenza della lista in tutte le circoscrizioni sarà comunque difficile. La situazione sarà identica sia che la lista cerchi di presentarsi da sola, sia che scelga - possibilità non esclusa, ma non facile per alcune divergenze sul programma - di apparentarsi con il Pd nel sostegno ai singoli candidati dei collegi uninominali. Il nucleo del simbolo, in ogni caso, c'è; il gruppo spera di poterlo utilizzare, per presentarsi agli elettori con la sua idea di Europa.