mercoledì 24 maggio 2017

Forza Avezzano, il caso della bandierina sparita

Certe decisioni a volte si prendono a malincuore, ma lo si fa soprattutto per evitare grane di qualunque tipo; qualcosa di simile è accaduto, probabilmente, nei giorni scorsi ad Avezzano, centro importante della provincia aquilana. Sulla scheda elettorale, infatti, non ci sarà il simbolo di Forza Italia; ci sarà qualcosa che lo richiama, ma non troppo da vicino, perché un emblema più somigliante è stato cambiato all'ultimo minuto, prima ancora che le liste fossero depositate, per evitare di dover affrontare opposizioni e ricorsi.
Il problema, in effetti, si era manifestato già nelle settimane precedenti. A febbraio, infatti, i militanti locali di Forza Italia erano divisi al loro interno. Qualcuno riteneva opportuno appoggiare la candidatura di Gabriele De Angelis, per ottenere uno schieramento unitario di centrodestra; la condizione posta a tutti i potenziali alleati, tuttavia, era la rinuncia al simbolo ufficiale del partito, utilizzando lo strumento della lista civica. Questo non era gradito a un'altra fazione forzista, che a lungo ha cercato un altro candidato per una corsa autonoma (con tutti i rischi che ciò aveva, in termini di risultato elettorale), ma certamente riconoscibile: era questa la posizione, per esempio, di Paola Pelino, senatrice di Forza Italia di Sulmona.
L'11 marzo, tuttavia, la situazione si è fatta più delicata: da una parte, la stessa Pelino e il coordinatore regionale forzista Nazario Pagano avevano convenuto sull'opportunità di utilizzare un simbolo "civico" per "la specificità della competizione elettorale di Avezzano"; dall'altra, il consigliere regionale Emilio Iampieri e i consiglieri comunali uscenti Mariano Santomaggio e Vincenzo Ridolfi avevano scelto di sostenere De Angelis. Questo aveva provocato la protesta di Maurizio Bianchini, coordinatore locale di Fi, sostenitore della corsa con la tradizionale bandierina: visto il diverso orientamento dei vertici regionali e degli eletti locali del partito, lui si è dimesso da coordinatore, parlando di impossibilità di seguire "chiari percorsi politici, sacrificandoli all’altare dell’inciucio, della confusione e dell’interesse particolare".
Per mantenere comunque una certa riconoscibilità, si era deciso di presentare un simbolo civico molto simile a quello di Forza Italia. La lista, infatti, era stata chiamata Forza Avezzano e il nome si trovava proprio sulla bandierina forzista, al posto del nome tradizionale, con in basso l'indcazione del candidato sindaco. In qualche modo l'emblema sembrava andare incontro alle esigenze di riconoscibilità manifestate dalla senatrice Pelino (diventata commissaria del partito), senza compromettere del tutto le richieste di De Angelis, che puntava ad aggregare più forze possibili senza insegne di partito. 
Qualcosa però non dev'essere andato liscio, visto che il 12 maggio è stato lo stesso coordinatore regionale forzista Pagano a disporre la sostituzione del contrassegno, alla vigilia del deposito delle candidature (prima dunque che intervenisse in qualunque modo la sottocommissione elettorale circondariale). I giornali hanno parlato di "timore di possibili ricorsi", anche se non era ben chiaro chi avrebbe potuto farli, visto che a decidere era l'autorità che aveva competenza sul simbolo a livello locale, come da statuto.
Sta di fatto che è sparita la bandierina, ma il nome è rimasto, bianco su fondo azzurrino; peraltro, "Forza Avezzano", con tanto di striscia tricolore tra le parole giusto per non perdere i riferimenti politici nazionali, abbandona il carattere Arial per prendere l'Helvetica, proprio come il simbolo forzista tradizionale. Certo, il potere evocativo della bandiera era decisamente maggiore, ma il riferimento al partito di Berlusconi non sfugge a un occhio abbastanza attento. E se questo fa dormire sonni tranquilli, al riparo dai ricorsi, ben venga.

sabato 20 maggio 2017

Movimento animalista, marchio nuovo, nome vecchio

Se facciano sul serio non si sa, se ci sia l'idea di proporsi davvero agli elettori sulle schede non è ancora dato sapere. Per ora accontentiamoci di sapere che da oggi tutti gli italiani hanno appreso dell'esistenza del Movimento animalista, fondato da Michela Vittoria Brambilla e che ha come primo socio (co-fondatore) Silvio Berlusconi. 
Non si tratta, a dire il vero, del primo soggetto politico animalista, anche se di solito si è trattato di formazioni diffuse soprattutto a livello locale (mentre gli ambientalisti avevano raggiunto ben altre dimensioni). Nessuna di queste, tuttavia, ha potuto annoverare tra i fondatori un ex Presidente del Consiglio. Non stupisce allora che la presentazione, all'Istituto dei Ciechi a Milano, abbia visto inevitabilmente prevalere l'attenzione per le parole di Berlusconi rispetto a quelle di Brambilla. Al di là della promessa di appoggio incondizionato in futuro ("A quello che farete come forza politica saremo vicini e come Fi sosterremo le vostre proposte di legge", con un uso sapiente del "voi" e del "noi" che fa subito capire che, in ogni caso, il "capo" non sarà mai candidato sotto la nuova insegna"), merita di essere analizzato almeno in breve il resto. 
Sapere che "una famiglia su due in Italia ha animali di affezione" basta all'ex capo del governo per dar credito a un sondaggio ("effettuato su un campione di 2mila") in base al quale, "se alle prossime elezioni si presentasse un movimento per la difesa dei diritti degli animali e dell'ambiente avrebbe il 20%": da lì Berlusconi, come un novello incrocio tra Liedholm (che peraltro nel 1987 fu cacciato dal Milan proprio dal Cav, un anno dopo il suo arrivo alla presidenza) e Oronzo Canà, ha sentenziato che "secondo questi dati" agli animalisti spetterebbero "160 deputati e 63 senatori" (con il Consultellum, il Rosatellum o con altri sistemi a noi ancora sconosciuti?) e che, pur non essendo "così tanti", avrebbero potuto "inviare in Parlamento un nucleo compatto per combattere da dentro le vostre battaglie di civiltà". 
Tutto pronto, insomma, per la lotta agli "allevamenti intensivi per le mucche, i maiali e le galline" (che fanno inorridire l'ex presidente) e per cercare un'alternativa alla sperimentazione sugli animali; non poteva mancare un riferimento sacro, che stavolta ha pescato dal repertorio di madre Teresa ("Se amerete gli animali come meritano vi accorgerete di essere più vicini a Dio") e all'immagine del (mancato) presidente bucolico, che di mattina passeggia nel parco di Arcore circondato dagli animali che, in un'esplosione d'amore, si baciano tra loro.
Al di là degli scherzi, che Brambilla pensasse da tempo a un soggetto politico animalista è facile da scoprire: il 28 febbraio 2013, infatti, ha depositato quattro domande di registrazione come marchi dell'espressione "Movimento animalista" e delle sue varianti "Movimento animalista ambientalista", "Movimento italiano animalista" e "Movimento animalista italiano"; tutte e quattro le richieste, peraltro, sono state rifiutate (non è dato saperne i motivi). La domanda di marchio relativa alla grafica del Movimento animalista, invece, risale giusto a tre giorni fa.
Certo, il risultato finale lascia un po' perplessi: il tricolore (sbilenco) di fondo è seminascosto dalle sagome bianche bordate d'azzurro di un cane (che non somiglia a Dudù), di un gatto (almeno così pare) e di un uccello, unica figura che farebbe escludere - per evidenti ragioni tecniche - il paragone con un adesivo da auto del tipo "Animali a bordo". Il nome scritto - in Bodoni - sulla fascetta azzurrina in primo piano, poi, non potrebbe mai finire così sulle schede, visto che le istruzioni del Viminale obbligano a contenere tutti gli elementi del contrassegno all'interno della circonferenza. Il movimento politico dedicato c'è, il fondatore famoso pure, i sondaggi a suo favore anche. Ma chi lo spiega agli amanti degli animali di ogni colore che devono votare per Bramblla, anche se prima votavano Forza Italia, Pd, 5 Stelle o - magari - avrebbero riservato a tutti i politici giusto le gabbie dei peggiori canili, riservando tutte le loro cure agli amici a quattro zampe?

Morciano di Romagna, simboli in evoluzione

Si era votato per l'ultima volta nel 2014 a Morciano di Romagna, comune di poco più di 7mila abitanti in provincia di Rimini; eppure, tra i comuni che torneranno alle urne tra meno di un mese c'è anche quel piccolo centro, dopo che un'indagine delicata ha portato alle dimissioni del sindaco uscente (al secondo mandato) Claudio Battazza: era stato sostenuto nel 2009 e nel 2014 da una lista di centrosinistra, Morciano futura, ma era finito agli arresti domiciliari (poi revocati) per una vicenda legata ad alcuni atti delle sue due esperienze amministrative. Benché non poche persone gli avessero chiesto di restare, Battazza ha confermato le sue dimissioni, aprendo la sfida per la successione.
Anche senza di lui, la lista in ogni caso è rimasta e torna sulle schede, a sostegno della candidatura di Evi Giannei; rispetto alle due tornate precedenti, tuttavia, anche il simbolo è stato rinnovato, soprattutto nei colori (anzi, tutto il fondo viene colorato di rosso e azzurro, suddiviso come fosse il Tajitu). Al centro c'è sempre un elemento grafico che ricorda il "Colpo d'ala al vento", importante monumento dello scultore Arnaldo Pomodoro (nativo di Morciano), tra gli emblemi principali del paese. La stilizzazione ovviamente non è fedele (anche nell'arcobaleno cromatico utilizzato), ma non lo era nemmeno quella tendente al verde del vecchio emblema del 2009, per lo meno della sua versione definitiva: c'è chi ricorda ancora che in quella originale - presentata agli elettori prima di depositare le liste - il richiamo grafico al Colpo d'ala era molto più esplicito, ma Pomodoro fece capire di non essere molto d'accordo (forse per evitare di colorare politicamente la sua opera), per cui si dovette correggere il disegno in fretta e furia, facendo nascere quello strano elemento geometrico. 
Se Morciano futura ha innovato la propria immagine, anche le grafiche delle altre liste sono frutto in qualche modo di un'evoluzione, anche se il simbolo non lo mostra direttamente. Si prenda, ad esempio, il centodestra che si presenta sotto le insegne di Morciano Viva, con un paesaggio più tradizionale, che mostra i monumenti principali del centro abitato; quel profilo, tra l'altro, sembra avere base su uno dei ponti tradizionali eretti sul Conca (il fiume che caratterizza quelle quelle terre), mentre sulla superficie dell'acqua si riconosce una striscia tricolore, resa irregolare dallo scorrere dell'acqua, ma in ogni caso ristretta nella "luce" di una sola campata.
Più che concentrarsi sul simbolo, qui merita di essere segnalato il fatto che il nome della lista era apparso più o meno un mese prima, anche se in quella fase non si parlava (ancora) di una lista alle elezioni: un'associazione, infatti, aveva scelto di chiamarsi proprio Morciano viva, esperienza di cui la lista rappresenta in effetti la continuazione. La grafica che era stata scelta, tuttavia, non è stata trasfusa in alcun simbolo elettorale e, a ben guararla, non sembrava nemmeno particolarmente identitaria: si trattava semplicemente delle iniziali minuscole del nome scelto, fuse tra loro e tinte dei colori dell'iride, con un minimo di resa tridimensionale e abbondanza di sfumature. 
Terza lista in corsa è quella del MoVimento 5 Stelle, che ovviamente a sostegno del proprio candidato Guido Ripa schiererà l'emblema depositato come marchio, essendo queste le regole indefettibili interne al MoVimento. Nelle settimane precedenti al deposito della lista (quando ancora era indicato come aspirante primo cittadino Leonardo Mariani, comunque tea i candidati consiglieri), tuttavia, la certificazione da parte dello staff di Beppe Grillo non era ancora cosa certa e sulla pagina Facebook di Morciano di Romagna in MoVimento era apparso un emblema ben diverso da quello attuale, forse senza reale intenzione di presentarlo alle urne: all'interno della circonferenza rossa c'era proprio l'immagine reale del già visto "Colpo d'ala al vento" di Pomodoro, mentre sotto figurava il nome del comune, nella stessa posizione in cui di solito è scritto Movimento5Stelle.it. La certificazione, ovviamente, ha fatto comparire il simbolo ufficiale del M5S, lasciando che il monumento fosse presente solo sul simbolo della lista dell'amministrazione uscente.

Grazie a Ivan Tagliaferri per le informazioni utilissime che mi ha fornito

venerdì 19 maggio 2017

Mondovì, troppa gente "in comune" (e con gli stessi colori)

Quando una commisione elettorale chiede a una lista di sostituire un contrassegno, non è assolutamente una cosa grave: non è certo una decisione irreparabile e a volte bastano piccole modifiche per salvare la partecipazione alle elezioni. In altri casi, bisogna ammetterlo, la questione è più delicata, specialmente quando oggetto della contesa è un simbolo di partito o un emblema che gli somiglia molto: chi viene invitato a sostituirlo, non di rado, si sente limitato nei propri diritti, come se gli si impedisse di identificarsi con quel particolare fregio e di presentarsi agli elettori sotto quelle insegne (anche se, a volte, l'unico vero dispiacere riguarda i voti che la perdita del simbolo non riuscirebbe a intercettare).
A volte, peraltro, capita che le somiglianze si abbiano anche con riguardo a simboli dalla portata interamente locale. E' quello che è accaduto nei giorni scorsi a Mondovì, comune superiore della provincia di Cuneo, governato da una giunta di centrodestra, con un sindaco - Stefano Viglione - giunto alla fine del suo secondo mandato. Tra le liste a sostegno della sua candidatura c'era anche Fiducia in comune, lista civica che è stata ripresentata anche questa volta, in appoggio alla candidatura di Donatella Garello. I suoi sostenitori, tuttavia, avevano lamentato la comparsa, all'interno della coalizione che sosteneva l'avversario Paolo Adriano, di un'altra civica denominata Ideali in comune
Il nome piuttosto simile e il fatto che fosse scritto in giallo su fondo blu, simile all'azzurro di Fiducia in comune (e anche in quel caso con i riflessi di luce), aveva scatenato le proteste dei i rappresentanti della lista del centrodestra: "Copiare o presentare simboli che possano confondere l'elettore - avevano scritto in una nota - non è consentito dalla legge. Al fine di tutelare la riconoscibilità del nostro simbolo e con essa la regolarità del voto, abbiamo chiesto alla commissione di pronunciarsi in merito". Per stare sul sicuro, il gruppo ha anche fatto in modo di essere il primo a depositare la lista, per tutelarsi anche attraverso la regola del "chi prima arriva meglio alloggia"; la commissione elettorale, in effetti, ha chiesto alla lista a sostegno di Adriano di modificare l'emblema per eliminare il rischio di confondibilità.
La reazione di Ideali in comune, mediante il suo promotore Ignazio Aimo, è stata soft, ma netta: "Si sostiene che i simboli delle due liste siano facilmente confondibili. E’ vero, non lo neghiamo. Ma da parte nostra non vi era certo la volontà di copiare il lavoro degli altri. A un certo punto pareva che la lista Fiducia in Comune non si sarebbe presentata. Era già nostro intento utilizzare i colori blu e giallo, peraltro tra i più diffusi nelle campagne elettorali. Così abbiamo lavorato su un simbolo che comprendesse quella gradazione cromatica. Chi vuole speculare su quest'aspetto, lo fa solo in malafede". 
Dopo il primo pensiero di "sostituire il giallo e blu con una scritta bianca su sfondo verde", si è alla fine optato per una scritta blu su fondo azzurrino sfumato; se cromaticamente non c'è più alcuna somiglianza, l'espressione "Lista civica" è stata portata in alto come nell'emblema che appoggia Garello, così come è stato aggiunto il riferimento al candidato sindaco. "Nonostante siamo ancora convinti che l’elettorato fosse stato pienamente in grado di distinguere i due simboli - ha detto Aimo dopo la sostituzione dell'emblema - abbiamo preferito apporre delle modifiche cromatiche, così come suggerito dalla Commissione. Restituiamo al mittente le insinuazioni di tutti coloro che hanno voluto speculare su una faccenda di semplice opportunità tecnica. Abbiamo sentito parlare di tutela della regolarità del voto e dell’elettorato come se fossero state accertate delle irregolarità. Se qualcuno pensa di fare propaganda elettorale sulle spalle degli altri si sbaglia di grosso".
Archiviata la polemica cromatica, dunque, a Mondovì la campagna elettorale può proseguire con più calma, verso l'apertura delle urne. Tanto, è pur sempre "in comune" che si dovrà finire.

Verso il "Grande Nord" di Bernardelli (che però è già un marchio da 5 anni)

Che tra leghisti, ex leghisti e altri esponenti del Nord potesse muoversi qualcosa e ci fosse giusto qualche giorno da aspettare, lo si è appreso con discreta certezza il 15 maggio. In quel giorno, infatti, AdnKronos ha battuto un lancio in cui si dava conto di un evento previsto per il 27 maggio - tra otto giorni dunque - in cui sarebbe stato presentato un nuovo movimento politico, voluto da Roberto Bernardelli. Il nome non è e non può risultare nuovo ai veri drogati di politica: imprenditore da sempre, ora soprattutto nel settore alberghiero, e politico per passione, è stato deputato della Lega Nord tra il 1994 e il 1996 e consigliere regionale in Lombardia dal 2000 al 2005, ma prima aveva contribuito a fondare il Partito pensionati e in seguito ha legato il suo nome a varie formazioni politiche di impronta autonomista (a partire dalla Lega Padana Lombardia) e contrarie all'Euro (No Euro con Renzo Rabellino). 
Il 27 maggio, dunque, presso l'Hotel dei Cavalieri di Milano - appunto di Bernardelli - sarà svelata la grafica del nuovo movimento, che dovrebbe chiamarsi Grande Nord. Dopo aver fondato l'associazione "Far tornare grande il Nord", infatti, Bernardelli il 3 aprile ha depositato come marchio un disegno la cui descrizione ufficiale è la seguente: "un cerchio diviso in due sezioni da un tratto ondulato, con la scritta gialla 'Grande' nella parte superiore di colore verde, e la scritta verde 'Nord' in quella inferiore, di colore bianco". Allegata alla descrizione c'era anche un'immagine, che è quella riportata in alto; non è detto che nel frattempo il disegno non abbia subito cambiamenti, ma tra otto giorni sarà il momento di rendersene conto.
E' ovviamente interessante leggere Bernardelli che - sempre nel lancio di AdnKronos - assicura "Il mio movimento? Non sarà la 'Lega 2: la vendetta', questo è sicuro", annuncia che alla giornata i proponenti avranno soprattutto il compito di ascoltare la gente che lavora, ci saranno "persone che hanno avuto esperienze politiche, ma non politici di professione"; incuriosisce leggere che in quel giorno (e al laboratorio di idee "Le Officine del Nord") ci saranno ex leghisti di lungo corso come Marco Reguzzoni (già capogruppo alla Camera) e l'ex sottosegretaria Francesca Martini, così come non mancheranno ex aderenti al Carroccio fondatori di altri movimenti simbolicamente rilevanti, come Fabrizio Comencini (Liga Fronte Veneto - Liga veneta Repubblica), Giulio Arrighini (Progetto Lombardia, Unione padana) e Angelo Alessandri (Io cambio, dopo essere stato presidente della Lega bossiana e segretario nazionale dell'Emilia). L'attenzione non poteva essere che tutta per la presenza di Umberto Bossi: per Bernardelli "Il Senatur è molto interessato al nostro progetto e il 27 sarà con noi", anche se AdnKronos immagina che il fondatore della Lega non pensi comunque a lasciare il suo partito. 
Mentre si attende di sapere quale sarà la "proposta di una raccolta firme che farà molto male ai partiti, li ridimensionerà parecchio" annunciata da Bernardelli, sorge però spontaneo un dubbio: al di là dell'evento del 27, riuscirà l'albergatore milanese a utilizzare indisturbato il suo Grande Nord? La domanda è legittima, dopo avere scoperto che il 6 luglio 2012 l'Ufficio italiano brevetti e marchi aveva accolto e registrato una domanda di marchio presentata poco meno di un anno prima per il simbolo Grande Nord. A presentarla era stato Pippo Fallica, tra i fondatori nel 2010 di Forza del Sud con Gianfranco Miccichè e, l'anno dopo, di Grande Sud. La grafica del simbolo è esattamente la stessa dei due partiti precedenti e il deposito della domanda di marchio segue di un mese e mezzo quello relativo a Grande Sud e di sei mesi quello della domanda per Forza del Sud, sempre con l'ex sodale di Micciché che figura come titolare.
Ora, potrebbe Fallica - che, in base alle ultime notizie reperite in rete, nel 2015 era finito assunto come dipendente del gruppo Pd all'Assemblea regionale siciliana, pur restando di Forza Italia ... ora chissà dov'è? - lamentarsi con Bernardelli e impedirgli di usare quel nome? E' pur vero che Grande Sud è da tempo confluito in Forza Italia e, per giunta, non risulta che il Grande Nord di Fallica sia mai stato usato; il titolo di registrazione, tuttavia, è ancora valido. Va ammesso che "Grande Nord" può essere considerato una espressione di magnificazione generica ottenuta con due parole di uso comune, per cui potrebbe rientrare tra i marchi "deboli", tutelati essenzialmente dall'imitazione pedissequa: in questo caso la grafica è evidentemente diversa, ma non sono mancati casi in passato in cui il solo nome simile a quello di altre associazioni ha indotto i partiti a modificare il nome (si veda Diritto e libertà di Massimo Donati, prima di contribuire al Centro democratico di Tabacci). In ogni caso, per il momento (e fino a eventuali rimostranze di Fallica), Bernardelli può continuare tranquillo a pensare come far tornare grande il Nord...

giovedì 18 maggio 2017

Uniti per Rieti, un emblema di ispirazione egiziana?

Negli anni si sono sprecate interpretazioni non coincidenti sulle (poche) norme di legge che regolano l'ammissione dei contrassegni elettorali, in particolare sul concetto di confondibilità e sulla sua traduzione in pratica; solo negli ultimi anni, per dire, si è precisato che, tra le varie cose, il simbolo non deve imitare marchi registrati (ovviamente senza il consenso dell'avente diritto). Ma che succede se a essere imitato, più o meno consapevolmente, è il simbolo di un'associazione o comunque di un ente straniero? Se lo è chiesto qualcuno nei giorni scorsi a Rieti, dopo che sulla testata Rietinvetrina è apparsa una segnalazione, in base alla quale un emblema che correrà alle prossime elezioni sarebbe incredibilmente simile a quello di un'associazione egiziana.
La lista in questione è Uniti per Rieti, una delle nove formazioni in appoggio alla candidatura a sindaco di Antonio Cicchetti. Nel cerchio si vedono, al centro, tre figure umane stilizzate a forma di V (per enfatizzare le braccia), disposte l'una accanto all'altra e tinte in modo da comporre il tricolore, mentre al di sopra si vede una "mezzaluna" celeste; a chiudere il cerchio in alto c'è il nome, in basso due elementi color amaranto, simili a fiamme o a mani stilizzate.  
Tutto bene? All'apparenza sì. Almeno finché tale Marco Rossi ha segnalato a Rietinvetrina che l'emblema della lista di cui ci si sta occupando sembra essersi ispirato quasi per intero "a quello di un’Associazione egiziana - si legge nel sito - che mira allo sviluppo di una provincia che si trova vicino alle sponde del Nilo, precisamente quella del villaggio di Sheikh Issa nel centro meridionale di Qena". Le differenze, obiettivamente, non sono molte: il verde al posto del nero nella sagoma umana di sinistra, l'amaranto al posto del verde nelle mani/fiamme in basso, la mancanza dell'arco celeste in alto e - ovviamente - l'inserimento in un cerchio e la parte testuale; per inciso, sempre stando a quanto ha scritto la testata online, la frase riportata nell'emblema egiziano significherebbe "Il nostro futuro nelle nostre mani".
Ora, a discolpa almeno parziale di chi ha disegnato il simbolo per la lista di Cicchetti bisogna dire che quella forma di sagoma umana stilizzata è tutto meno che rara nella grafica elettorale: il primo esemplare che viene in mente è questo emblema usato nel 2015 ad Albano Laziale; se le figure sono tre, può venire naturale tingerle coi colori della bandiera. Certo è che gli elementi di somiglianza sono davvero troppi per parlare solo di coincidenze. Può essere semplicemente che i responsabili della lista si siano affidati interamente a chi si è occupato della grafica, non potendo conoscere eventuali "ispirazioni": chissà se farà piacere ai candidati sapere a cosa somiglia il loro simbolo...

mercoledì 17 maggio 2017

"Sostituite Forza Schiappa", polemiche a Mondragone

Volendo stilare una classifica dei casi più singolari in cui si siano imbattuti i funzionari delle varie commissioni elettorali, rientrerà certamente nella Top Ten un caso verificatosi a Mondragone, comune superiore in provincia di Caserta. Tutto ruota attorno alla ricandidatura del sindaco uscente, Giovanni Schiappa, eletto nel 2012 al primo turno, sostenuto da Pdl, Nuovo Psi e tre liste civiche. Nel tentativo di cercare la propria rielezione, Schiappa ha cambiato l'intero parco liste: lo sostengono sempre cinque formazioni, ma nessuno dei simboli finiti sulla scheda un lustro fa vi tornerà tra meno di un mese. Uno dei nuovi emblemi, tuttavia, è finito al centro di una polemica che ha tenuto banco per alcuni giorni.
Il sindaco uscente, infatti, aveva scelto di contrassegnare una delle sue liste con l'emblema Forza Schiappa, chiaramente ricavato modificando il simbolo presentato da Forza Italia alle elezioni europee del 2014, sostituendo "Italia" con "Schiappa" e "Berlusconi" con "Mondragone". Tutto bene? Non troppo, visto che la citata commissione elettorale ha chiesto di sostituire l'emblema. Si è saputo poi che lo stesso organo aveva ricevuto un'istanza presentata da una lista concorrente, Pronti per Mondragone, formazione civica di centrodestra a sostegno - all'interno di una coalizione civica più ampia - dello sfidante Virgilio Pacifico: il gruppo riteneva che quella di Schiappa fosse una vera e propria mistificazione, non avendo egli titolo politico (prima ancora che giuridico) per utilizzare quell'emblema.
Il problema, a quanto si capisce, sarebbe di doppia natura. Da una parte Pronti per Mondragone, nella sua istanza, aveva lamentato la confondibilità del simbolo di Forza Schiappa con quello notoriamente usato da Forza Italia (rappresentato in Parlamento), ritenendo che l'emblema locale fosse stato "graficamente concepito, per grandezza dei caratteri, grafica utilizzata e qualità cromatiche, per indurre l’elettorato a credere" che la lista facesse riferimento a Fi, mentre il gruppo in questione "nulla ha a che vedere con detta formazione politica". Posto che in seguito l'istanza chiedeva anche che la lista fosse caducata perché le firme erano state raccolte con un simbolo diverso (ma questo non segue la prassi comune: di solito è ovvio che le firme raccolte per un emblema si trasmettono anche al simbolo sostitutivo), la questione della lista che "nulla ha a che vedere" con Forza Italia evidentemente fa emergere un'altra questione.
La lista istante, infatti, non ha dimenticato che Schiappa, eletto nel 2012, già nel 2013 aveva avviato una collaborazione con gli eletti del Partito democratico (ma per gli avversari si è trattato di un vero "ribaltone"). Il legame sarebbe proseguito fino a questa campagna elettorale: i dem locali, infatti, sostengono Schiappa con una propria lista, Democratici per Mondragone, senza dunque il simbolo nazionale del Pd (che pare non sia stato concesso da chi di dovere).
Diversa, prevedibilmente, la posizione di Schiappa: "Certamente il sindaco è di Forza Italia - spiegano dal suo entourage - anzi, poteva contare pure sul consenso a usare sia il simbolo ufficiale che quello creato appositamente per Schiappa. Ed aveva scelto di presentare il secondo, più attinente alla consultazione locale e rispettoso degli alleati che già governano con lui la città al di là delle parti". Lo staff ricorda vari precedenti di personalizzazione dell'emblema alle amministrative e accusa gli avversari di avere la memoria corta e di avere instaurato un confronto poco civile.
Certo, un richiamo della Commissione dev'esserci stato, diversamente non ci sarebbe stato alcun bisogno di sostituire l'emblema: non è dato sapere se sia stata ravvisata confondibilità o se mancasse il documento che delegava la lista all'uso del simbolo di Fi. In ogni caso, il simbolo è stato modificato "per evitare ogni possibile strumentalizzazione e per stroncare sul nascere ogni polemica", a dispetto della rivendicata legittimazione a usare la bandierina forzista. La denominazione "Forza Schiappa" è rimasta (e chissà se sarebbe davvero piaciuto a Forza Italia vedere associato il proprio logo a una frase che - non si sapesse che Schiappa è il cognome - oggettivamente non suonerebbe come un complimento), ma ora sormonta "una barca a vela che solca il mare di Mondragone. Il mare della nostra città - spiegano ancora dal gruppo di Schiappa - simboleggia la trasparenza che abbiamo sempre perseguito nel nostro impegno politico e amministrativo. Le vele spiegate sono la speranza di continuare a navigare per il rinnovamento e il rilancio di Mondragone con la forza dei nostri valori, vento e motore della nostra coalizione". Ci vorrà meno di un mese per sapere dove portino il vento e le vele; la polemica, intanto, si sta spegnendo, senza essere dimenticata del tutto.