sabato 19 maggio 2018

Avellino, simboli e curiosità sulla scheda

Tra i comuni chiamati al voto il prossimo 10 giugno, uno dei più interessanti (di cui si è già in grado di dare il quadro esatto delle candidature, anche prima della pubblicazione del manifesto complessivo) è Avellino. L'interesse è dato dal numero di emblemi che finiranno sulla scheda - ben 18, a sostegno di 8 aspiranti sindaci - e anche dalle curiosità inevitabili che alcuni di essi suscitano nei veri #drogatidipolitica.

Vincenzo Ciampi

1) MoVimento 5 Stelle

Il sorteggio ha indicato come primo candidato sindaco per Avellino Vincenzo Ciampi, indicato come aspirante primo cittadino dal MoVimento 5 Stelle: normale dunque che il primo simbolo che gli avellinesi troveranno su manifesti e schede sia proprio quello del M5S. Simbolo che, ovviamente, è stato depositato per queste amministrative (ad Avellino come altrove) nell'ultima versione utilizzata, ossia quella presentata al Viminale a gennaio per le elezioni politiche, dunque con la dicitura Ilblogdellestelle.it. E, altrettanto ovviamente, l'emblema stellato è l'unico in appoggio al candidato sindaco, com'è prassi codificata fin dall'inizio della vita del MoVimento. 

Giuliano Bello

2) CasaPound Italia

Secondo candidato sindaco sorteggiato per le prossime elezioni avellinesi è Giuliano Bello, che come unica lista a suo sostegno ha CasaPound Italia. Si tratta della prima presentazione di questa lista nel comune capoluogo (mentre per il citato M5S è la seconda volta, anche se nel 2013 il risultato era stato poco soddisfacente, con la lista - fuori dal consiglio - di poco sopra il 3% e la candidata sindaca sopra al 5%), così finora gli avellinesi hanno potuto trovare l'emblema della tartaruga dal carapace-casa ottagonale solo sulle schede delle elezioni politiche, oltre che su manifesti e bandiere esibite durante i comizi. Sarà il responso delle urne a dire quanto l'emblema sarà penetrato tra i cittadini.

Luca Cipriano 

3) Mai più - Adesso cambia

In terza posizione apparirà il primo degli emblemi non noti a livello nazionale, perché creati appositamente per questa consultazione elettorale. Si tratta della lista Mai più - Adesso cambia (la prima in ordine cronologico a essere stata presentata), che sostiene la candidatura a sindaco di Luca Cipriano. "Mai più" era stato il leitmotiv della campagna di manifesti 6x3 che dall'inizio di aprile erano apparsi in città, accompagnati a un cerchio verde con il motto e il "+" sospeso morbidamente sopra la "U", a mo' di accento: una serie di manifesti che, nell'intenzione del fondatore dell'associazione "Ossigeno" (che vuole dare "aria nuova" alla città) intendevano marcare un cambio di passo rispetto alla gestione del comune. Si parlava di tre liste a sostegno di Cipriano; alla fine è sopravvissuta solo questa, con il protosimbolo "fagocitato" da un cerchio verde più scuro, chiuso quasi a pennellate, che contiene anche la rassicurazione "Adesso cambia" (se mi votate, ovvio).

Nello Pizza

4) Partito democratico

Il quarto candidato estratto è anche quello sostenuto dalla coalizione più ampia, con ben sette liste: si tratta dell'aspirante sindaco del centrosinistra Nello Pizza, che cerca così di dare continuità agli ultimi cinque anni di amministrazione di centrosinistra. La prima lista a essere estratta è quella del Partito democratico, il cui contrassegno occupa dunque la posizione numero 4 sulla scheda e sui manifesti. Per l'occasione, il Pd ha scelto di confermare la sua policy di cinque anni fa, presentando agli elettori il suo emblema nazionale, senza alcuna caratterizzazione locale: nel cerchio, dunque, c'è solo il logo ideato da Nicola Storto, anche se la stessa immagine in qualche modo sulla scheda ci sarà due volte (un po' di pazienza e si capirà perché).

5) Avellino libera è progressista


Il sorteggio ha collocato al secondo posto nella coalizione di centrosinistra la lista Avellino libera è progressista. A colpo d'occhio, chi ha buona memoria visiva può facilmente identificare il "marchio" di questo raggruppamento: il cerchio diviso in orizzontale in due parti, verde e azzurra, e l'aggettivo "libera" nella metà inferiore rimandano chiaramente alla lista Campania libera che nel 2010 e nel 2015 hanno caratterizzato la campagna elettorale per le regionali di Vincenzo De Luca. Per l'occasione, tuttavia, è stato aggiunto - a costo di squilibrare visivamente l'emblema - "è progressista", riferimento molto velato (assieme al colore rosso della "è") alla partecipazione alla compagine anche di Articolo Uno - Mdp.



6) Avellino democratica

Eppure sembrava che il simbolo del Pd ci fosse già... e infatti c'è, ma sulle schede gli elettori troveranno subito sotto - per uno scherzo impagabile del sorteggio, che a volte crea situazioni inimmaginabili -  anche l'emblema di Avellino democratica, formazione plasmata dall'ex consigliere Ettore Iacovacci. Se chi ha seguito la politica irpina sa che a lungo l'apparentamento con la coalizione di Pizza a trazione Pd non era stato affatto scontato, quello che non può non colpire è una sorta di reinterpretazione del concept grafico alla base del simbolo del Pd, con la prima lettera verde e la seconda ottenuta "in negativo" grazie al fondo rosso (circolare e non quadrato). In più, certamente senza volerlo, la sigla richiama un po' l'incidente grafico in cui incappò proprio il simbolo Pd, il cui autore fu ingiustamente accusato di essersi ispirato un po' troppo a un logo esistente basato proprio sulla sigla Ad.


7) Davvero Avellino

La lista di mezzo della coalizione di centrosinistra non è certo una novità per gli elettori di Avellino, per lo meno quanto al nome e alla grafica principale: già cinque anni fa Gianluca Festa si era candidato a sindaco (ed era stato eletto consigliere) trainato soprattutto dalla lista Per Avellino Davvero, con le due V di dimensioni diverse e semisovrapposte; lo stesso espediente grafico, unito a una tinta tricolore, è stato usato alle regionali 2015 per la lista Davvero - Verdi. Ora Festa è di nuovo della partita con Davvero Avellino, che al suo collaudato claim unisce il nome della città, riportato ombreggiato su una fascetta verde, tagliata seguendo il profilo della A.


8) Avellino è popolare

Non poteva assolutamente mancare, nel bel mezzo dell'Irpinia di Ciriaco e Giuseppe De Mita, una lista che fosse declinazione avellinese - dunque verace - del progetto ri-democristiano demitiano L'Italia è popolare: ecco dunque Avellino è popolare, con i suoi colori rosso e azzurro a individuare chiaramente una croce all'interno (nel cui braccio orizzontale è riportato il nome). Il simbolo nazionale, in effetti, si era già visto come "pulce" all'interno del contrassegno della Civica popolare di Beatrice Lorenzin, ma le dimensioni lo avevano reso difficilmente leggibile; questo, di fatto, è il vero battesimo elettorale per il progetto dei De Mita e toccherà agli elettori decretarne il radicamento.


9) Insieme protagonisti

Penultimo tra i simboli della coalizione di centrosinistra è quello di Insieme protagonisti, ispirata da Angelo Antonio D’Agostino (già deputato di Scelta civica, tra coloro che seguirono il segretario Enrico Zanetti nel gruppo unitario con Ala) e guidata da Armando Pirone. Questa si distingue sul piano grafico, più che per il riempimento blu sfumato, per il nome bianco e giallo e la lineetta tricolore (che ricorda un po' quella di Cittadini per l'Italia), soprattutto per lo schizzo persino elegante della fontana di Bellerofonte (o dei tre cannuoli) che occupa la parte superiore del cerchio. Un segno del territorio che per un avellinese non può certo passare inosservato.


10) Avellino rinasce

Ultima tra le liste a sostegno di Nello Pizza (il cui nome non appare su nemmeno un emblema) è Avellino rinasce, legata sempre all'area De Mita: non occorre nemmeno un occhio così attento per riconoscere nell'emblema, su fondo verdino, una margherita molto simile a quella varata da Lorenzo Dellai nel 1998 con la sua Civica per il governo del Trentino e conservata in seguito nella sua Unione per il Trentino. Verrebbe da chiedersi se l'operazione sia perfettamente regolare, anche se non risultano rilievi fatti dalla Commissione elettorale. Nel frattempo, però, è arrivato un comunicato piccato dell'associazione Avellino Rinasce, fondata nel 2015 da alcuni attivisti del Meetup di Avellino (dunque vicini al M5S) e poi cresciuta in modo trasversale, che ha lamentato di essere stata espropriata del nome dopo avere condotto varie battaglie "per la città su vari fronti", dall'ambiente al sociale: per ora il gruppo si limita a una diffida informale della lista "da qualsiasi azione o dichiarazione tesa a pescare nell'ambiguità creatasi: se qualcuno pensa di poter utilizzare il nostro nome per intestarsi anche le nostre battaglie si sbaglia di grosso".


Massimo Passaro

11) I cittadini in movimento

Subito dopo il candidato del centrosinistra, il sorteggio ha collocato il nome di Massimo Passaro, avvocato a capo dell'associazione I cittadini in movimento. E I cittadini in movimento è il nome della lista che sostiene Passaro, il cui simbolo è forse il più elaborato e il più "pieno" di queste elezioni. Basta vederne la descrizione: "un cerchio nel cui interno lungo la circonferenza superiore, lato destro, viene rappresentato un semicerchio di colore verde ed uno di colore rosso e tra i due semicerchi lo sfondo è bianco. In basso, lato sinistro, a forma di semicerchio si legge la scritta [...]. Nella parte interna è rappresentata la città composta da palazzine di varie misure, alberi ed uccelli. Nella parte centrale sono presenti n. 7 figure tra uomini e donne sistemate lungo un semicerchio di colore verde. Quest'ultimo nella parte terminale si divide in tre estremità". Tutto chiaro? Se sì - e sarebbe strabiliante - battete il cinque, come le due figure centrali...


Nadia Arace

12) Si può - Avellino

Nadia Arace è l'unica donna tra coloro che aspirano alla guida della città di Avellino. La sostiene la lista Si può, stesso nome del gruppo consiliare uscente e raccoglie le forze di sinistra avellinesi (Rifondazione comunista, Sinistra Italiana, Possibile): lo dimostra, in qualche modo, la stella rossa contenuta all'interno del simbolo - esattamente la stessa forma di quella di Potere al popolo!, anche se il colore cambia - posta accanto a un arco che ricorda un emiciclo, una parte del quale è colorata di rosso (più o meno quella che coincide con la "lunetta" rossa del Prc). Da segnalare anche che "Si" è tinto di rosso come Sinistra italiana, mentre "può" è dello stesso colore di Possibile, esprimendone lo stesso concetto.


Costantino Preziosi

13) Fratelli d'Italia

Penultimo candidato estratto, tra coloro che aspirano a diventare sindaco di Avellino, è Costantino "Dino" Preziosi, che si presenta dopo avere già tentato di diventare sindaco nel 2013, allora sostenuto da una coalizione di quattro liste, caratterizzata come civico-centrista. Questa volta le liste sono solo due e l'equilibrio sembra più spostato a destra. La prima formazione estratta, infatti, è quella di Fratelli d'Italia, che cinque anni fa aveva sostenuto lo stesso candidato del Pdl (Nicola Battista), mentre stavolta ha fatto una scelta diversa. Il partito, incidentalmente, ha scelto di presentarsi con l'ultima versione del suo simbolo ufficiale, privo del nome di Giorgia Meloni.


14) La svolta inizia da te!

La seconda lista in appoggio a Preziosi è anche l'unico elemento di continuità rispetto al turno elettorale precedente. Il simbolo di La svolta inizia da te!, infatti, era presente proprio tale e quale sulla scheda elettorale del 2013, sempre a sostegno della candidatura dell'avvocato ed ex manager dell'Air trasporti. Si tratta di una lista civica, come il nome stesso suggerisce, anche se a carattere personale (in un turno in cui l'unico altro emblema con il nome del candidato è quello, già visto, di Mai più): le strisce e i segmenti rossi e blu hanno il bordo curvilineo, probabilmente per dare l'idea del movimento, del cambiamento da imprimere (ragione che può spiegare anche l'uso del corsivo per il nome).

Sabino Morano

15) Democrazia cristiana - Udc

Sono quattro le liste che sostengono l'ultima candidatura estratta, quella di Sabino Morano, in corsa per il centrodestra. La più interessante è la formazione unitaria Democrazia cristiana - Udc, tradotta graficamente nel semplice - e un po' dozzinale, bisogna dirlo - inserimento della sigla del partito di Cesa nella parte alta del contrassegno della Dc, ma nella versione usata da Giuseppe Pizza (e fa un po' di impressione veder ricomparire quel simbolo in opposizione a Pizza, nel senso di Nello). Manco a dirlo, demiurgo dell'operazione è l'avellinese Gianfranco Rotondi (e un po' anche Giuseppe Gargani), il quale deve aver ritenuto di far mettere in atto il disegno che ha in mente da settimane: riunire in un'unica lista l'Udc (che utilizza lo scudo crociato) e la Dc (lo stesso Rotondi rivendica la possibilità di utilizzarne il nome in base a una sentenza dell'anno scorso), un test come preludio a un disegno politico più vasto e strutturato, che cerchi di mettere e tenere insieme tutti i partiti che si ispirano alla vecchia Dc. Un esperimento che non poteva che partire da Avellino, tanto per testarne il risultato "a casa".

16) Noi con Avellino

A volte il nome scelto per una formazione politica può sviare: chi lo legge o lo sente può immaginare un simbolo, che nella realtà si dimostra tutto diverso. Qualcosa di simile può dirsi per Noi con Avellino: ci si potrebbe aspettare una declinazione locale di Noi con l'Italia, con tanto di pennellata tricolore su fondo blu (ma senza Udc, visto che era già in un'altra lista); un arco che divide il cerchio c'è, ma il resto del simbolo è tutt'altra cosa, dominato dal verde (lo stesso che connota sportivamente Avellino e che marca il contorno di "Noi" quasi con un effetto neon) e dal nero. Si tratta di una lista legata al movimento omonimo, che inizialmente pensava di presentare un proprio candidato sindaco, il coordinatore Rocco Guerriero, da sostenere assieme al Msi e al cartello Italia agli italiani (Forza nuova e Fiamma tricolore), poi si era parlato di un'unica altra lista (della Fiamma); alla fine è rimasta solo Noi con Avellino, per di più in appoggio a Morano.

17) Forza Italia

Terzo simbolo della coalizione che sosterrà la candidatura di Sabino Morano (e penultimo di tutti quelli presenti sulla scheda) è quello di Forza Italia (che è anche il partito di Morano). Se altrove Fi ha scelto di presentare il proprio simbolo solo con la bandierina, ad Avellino si è preferito modificare il contrassegno utilizzato per le elezioni politiche, con il nome dell'appena riabilitato Silvio Berlusconi in primo piano (e la dicitura "per Avellino" al posto di "presidente"). Che sia stata, anche qui, un'idea - oltre che dei forzisti - di Gianfranco Rotondi, che non ha mai nascosto il suo personale vivo apprezzamento per Berlusconi (già suo testimone di nozze)?

18) Lega

Il sorteggio ha affidato la chiusura della coalizione di centrodestra, nonché dell'elenco di tutte le liste, alla Lega, che sbarca per la prima volta sulle schede di Avellino (almeno su quelle delle elezioni amministrative, visto che già il 4 marzo alle politiche l'ha votata il 5,13% degli avellinesi). Il simbolo utilizzato è lo stesso delle elezioni politiche, compreso il riferimento a Matteo Salvini; unica differenza, la sostituzione della parola "premier" con il riferimento alla Campania; sarà interessante vedere, con una consultazione di livello locale, quanto la proposta della Lega-non-più-Nord, che ha mantenuto al suo posto Alberto da Giussano, riuscirà a fare presa sugli elettori. Uno dei tanti elementi da tenere d'occhio in questa consultazione elettorale.

giovedì 17 maggio 2018

Serravalle Sesia, riprovarci (in quattro) un anno dopo

Tra i comuni che nel 2017 non riuscirono a eleggere il proprio sindaco perché, a fronte di una sola lista presentata, meno della metà degli aventi diritto al voto si era recata alle urne, c'era anche Serravalle Sesia. Non un paese qualunque in provincia di Vercelli, ma il primo in cui è stato sindaco (dal 1993 al 2002, cioè i primi due mandati seguiti all'elezione diretta della guida del comune) Gianluca Buonanno, allora non ancora noto come parlamentare leghista (con trascorsi nel Msi) e scomparso nel 2016. Ora il comune torna al voto per le amministrative e stavolta la consultazione sarà certamente valida, visto che le liste in corsa sono addirittura quattro.
Prova a tornare sulla poltrona che aveva occupato fino all'anno scorso Massimo Basso: proprio lui, già sindaco di Serravalle fino al 2017, amico fraterno di Buonanno e unico candidato nello scorso turno elettorale. Rispetto all'anno scorso, Basso ha scelto di cambiare simbolo e lo ha curato meglio graficamente: i colori dominanti sono sempre il giallo e il blu, ma cambia il nome (da Serravalle viva a Noi per voi, con un tocchino di verde Lega sul "per"), spunta un archetto tricolore (che fa un po' sindaco, un po' centrodestra) e soprattutto compare una silhouette dei principali monumenti della città. In particolare, a metà del contrassegno si possono riconoscere a sinistra il castello degli Avondo, al centro la Pieve di Naula e a destra, il santuario di Sant'Euseo.
Oltre a quella di Basso, da tempo era annunciata anche almeno una seconda lista, che candida come sindaca Lara Sauer. Se anche le formazioni in corsa fossero state solo queste due, ben difficilmente si sarebbe potuto parlare di contrapposizione: Sauer, infatti, era in lista con Basso nel 2017 (anzi, era stata la più votata in quell'occasione, anche se il risultato è servito a poco) e il padre della candidata (Amedeo, storico tesserato missino della locale sezione) era stato assessore nella prima giunta Buonanno. Per la sua campagna elettorale, Sauer ha scelto di distinguersi con un emblema particolare: la grafica della sua lista Eccoci! ricorda volutamente un timbro da annullo postale, con tanto di irregolarità nel riempimento.
Si qualifica nettamente come lista di destra un terzo gruppo di candidati, denominato Cambia Serravalle e qualificato espressamente come "lista civica". Persone del luogo spiegano che il candidato sindaco Dario Carnaghi e altre persone in lista, oltre che essere di area destra, sono vicine a Fratelli d'Italia, ma l'operazione non sarebbe stata appoggiata dai vertici provinciali del partito, per cui il simbolo di Fdi non c'è; difficile, in compenso, creare equivoci sulla collocazione della lista, visto che in primo piano - subito sopra a un castello stilizzato - c'è una rielaborazione tricolore della Fenice, simile (ma non identica) a quella utilizzata dal Movimento sociale per l'Europa e chiaramente "fiammeggiante".
C'è però anche una quarta lista, che fa invece riferimento al centrosinistra: si tratta di RinnoviAmo Serravalle, che candida a sindaco Ambrogio Ercoli. Il suo emblema, a conti fatti, sembra quello con il miglior risultato grafico: pur essendo chiaramente bidimensionale, dà l'idea della pulizia del segno grazie alla scelta di una font netta e leggibile (che, grazie all'uso del colore, rende gradevole anche l'escamotage di ricavare la parola "Amo" in ogni verbo alla prima persona plurale usato negli emblemi), alle pennellate rosse e gialle e persino al pennello tinto nel giallo che sottolinea Serravalle e dà quel giusto movimento che, in fondo, non guasta.

Valle d'Aosta, simboli e curiosità sulla scheda

Dopo le elezioni in Lombardia, Lazio, Molise e Friuli Venezia Giulia, ora tocca alla Valle d'Aosta rinnovare la propria amministrazione regionale. Sono 10 le liste che si contendono i 35 posti in consiglio regionale (una in meno di quelle depositate: c'era anche quella di CasaPound Italia, ma le firme non erano sufficienti); prima di passarle in rassegna, occorre ricordare che la regione ha previsto per sé un sistema interamente proporzionale (senza alcuna quota maggioritaria, fatto salvo un premio di 21 seggi alla lista o alla coalizione che abbia ottenuto almeno il 42% dei voti) a liste concorrenti. Non saranno poi gli elettori a indicare il nuovo Presidente della Regione, bensì i nuovi consiglieri regionali: anche per questo, alle liste non è collegato nessun candidato presidente.

1) Pour Notre Vallée - Area civica - Stella alpina

Il primo simbolo sorteggiato per essere inserito su schede e manifesti è una sorta di bicicletta, che riunisce l'emblema di Pour notre Vallée (formazione politica qualificata come centrista, nata da una scissione dell'Union valdôtaine alla fine del 2016, ma comunque rimasta a sostegno della stessa giunta regionale guidata da Augusto Rollandin) e quello della Stella alpina, altra formazione autonomista e centrista molto più risalente, nata nel 2001 e che via via si è allargata diventando sempre più popolare in regione. All'interno dell'emblema di Pnv, sotto i colori della Vallée, c'è anche il riferimento testuale ad Area civica, compagine nata in consiglio regionale alla fine di giugno dell'anno scorso, come sostenitrice di "una politica declinata con forme nuove al di fuori dei partiti tradizionali" (così l'ha definita il suo demiurgo, il consigliere Carlo Norbiato), in ogni caso qualificabile come "liberale e popolare, credibile alla società civile". All'interno del contrassegno, completato dai colori giallo e blu, si ricostituisce quindi il gruppo consiliare presente nell'assemblea in scadenza.

2) Centrodestra Valle d'Aosta (Forza Italia - Fratelli d'Italia - Nuova Valle d'Aosta)

Secondo contrassegno sorteggiato è quello che riunisce due dei simboli dell'area di centrodestra, ossia Forza Italia (eccezionalmente solo con la bandiera, ingrandita per l'occasione senza essere compressa in un cerchio) e Fratelli d'Italia (presentato nella versione "cannocchiale", che inserisce il simbolo di Fdi in un cerchio dalla struttura simile, con il nome di Giorgia Meloni in evidenza). Sotto agli emblemi dei due partiti, si trova anche il fregio un po' più piccolo del Movimento Nuova Valle d'Aosta, con il profilo azzurro della regione in primo piano (con tanto di ombra un po' naïve), contorno di otto stelle e bandiera con i colori locali: il soggetto politico era nato a dicembre per "abbattere la mancanza di lavoro che ha messo in ginocchio la regione", con una posizione sulla carta "al di là degli schieramenti politici" ma comunque qualificato come di centrodestra.

3) Partito democratico

Terzo emblema indicato dal sorteggio è quello del Partito democratico, ben riconoscibile, ma arricchito per l'occasione (anche se, in realtà, si tratta dello stesso contrassegno utilizzato cinque anni fa). Il logo disegnato da Nicola Storto, infatti, è stato "confinato" nel semicerchio superiore, mentre la parte inferiore del cerchio è stata riempita sia con una striscia dai colori della regione, con la scritta "Valle d'Aosta bene comune", sia con la dicitura "Sinistra VDA". Cinque anni fa l'espressione si riferiva ad altre forze politiche rappresentate in lista (Psi, Idv, Prc); oggi quelle forze non stanno lì, ma in lista sono comunque presenti persone chiaramente di sinistra pur non essendo tesserate Pd, dunque l'espressione è rimasta al suo posto.


4) Impegno civico

Subito dopo il Pd il sorteggio ha indicato al quarto posto Impegno civico, lista che è stata da più parti indicata come unico riferimento della sinistra radicale in questo turno elettorale (considerando che manca il simbolo di Potere al popolo!, che non è riuscito a raccogliere le firme; firme che invece qui non sono state raccolte, grazie alla formazione dell'omonimo gruppo consiliare alla vigilia del voto). La lista, qualificatasi come nata "dalla volontà di un gruppo di cittadin* che, unendo la loro passione per la res publica, le loro energie e le loro competenze, hanno deciso di formulare una nuova proposta di governo per la Valle d’Aosta", si distingue in modo geometrico, con tre cerchi di tre tonalità diverse di arancione, mettendo in evidenza i temi più cari al gruppo (lavoro, ambiente e uguaglianza).


5) Union valdôtaine progressiste

In seguito è stata sorteggiata la lista dell'Union valdôtaine progressiste, altra formazione autonomista e regionalista che da alcuni anni si distingue, oltre che per i colori della bandiera valdostana, per il profilo della testa di leone ("metallizzato", come il contorno del cerchio) che domina nell'emblema. Il partito è nato nel 2012 - da una scissione dell'Uv, come il nome e il concetto del leone lasciano facilmente intendere, così come se ne intuisce la sua posizione maggiormente vicina allo schieramento di sinistra - e ha partecipato anche alle precedenti elezioni con un buon risultato. Ora ci riprova, nell'attesa dell'esito che daranno le urne.


6) Alpe

Si resta in ambito zoologico, ma si cambia animale con la lista Autonomie - liberté - participation - écologie, abbreviata anche sul simbolo in Alpe. Si tratta di un altro partito regionalista, creato a tutti gli effetti nel 2010; il simbolo del gallo su fondo rosso-arancio (per ricreare il sole), tuttavia, lo si era già visto nel 2009 alle elezioni europee (ma era girato al contrario) e anche in alcune occasioni precedenti, legate in particolare alle candidature di Roberto Nicco e Carlo Perrin. Si tratta in ogni caso di un emblema inconfondibile e, in più, è tra i simboli valdostani (assieme a quelli di Uv, Stella alpina e Uvp) a essere stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale, essendo state le loro rispettive formazioni inserite nel Registro nazionale dei partiti politici.


7) Lega

Corre da sola, con un proprio emblema, la Lega di Matteo Salvini, anche se il nome del segretario federale deve ridursi di molto rispetto all'emblema depositato al Viminale a gennaio, perché occorre fare spazio all'espressione "Vallée d'Aoste". Tutto il contrassegno, tuttavia, si presenta decisamente più pieno e "ingombro": il segmento blu inferiore, ben più grande del solito, presenta il profilo seghettato dei monti, ma soprattutto lo spazio vuoto del fondo è ampiamente ridotto. Con Alberto da Giussano, infatti, devono convivere tanto una bandiera valdostana con tanto di croce di san Giorgio, quanto la "pulce" della è Jeune Vallée d'Aoste, movimento identitario (volto a conservare tradizioni e identità della regione) vicino al gruppo giovanile leghista: il suo simbolo è, come notato dall'Ansa, "un'aquila in volo sulle vette valdostane".


8) Union valdôtaine

Non poteva chiaramente mancare a queste elezioni del 2018 il contrassegno tradizionale dell'Union valdôtaine, presenza decisamente immancabile in regione fin dal 1945. L'emblema, al di là di alcune revisioni grafiche trascurabili, è sempre rimasto lo stesso: il leone rampante d'oro a lingua fuori ben riconoscibile sullo scudo a fondo rosso e nero, contornato da un cordone d'oro, il tutto collocato in un cerchio a fondo azzurro. Per i valdostani questo emblema è realmente un must, legato di fatto a ogni stagione di governo regionale; a questo giro, peraltro, dovrà vedersela sulla scheda e nelle urne con concorrenti molto combattivi, a caccia di voti.


9) Mouv'

Più misterioso, almeno per coloro che non abitano in Valle d'Aosta, è il simbolo sorteggiato al nono (e penultimo) posto, vale a dire quello di Mouv'. Nato oltre un anno fa come movimento politico o "pensatoio", poco prima delle elezioni si è trasformato in vero e proprio partito; il nome stesso, del resto, era la contrazione (con tanto di apostrofo in rosso) del concetto di Movimento
All'interno del simbolo, come spiegano alcuni dei promotori, "c'è una spirale, che oltre ad avere molti significati, può avere molti significati, da quello della mitologia celtica che l’associa al sole fino a quello legato al succedersi delle stagioni; vuole essere un punto d'incontro tra le generazioni". Anche questo soggetto politico, in ogni caso, si pone come forza autonomista, che si propone di capire "prima cosa vuol dire oggi essere autonomisti valdostani; poi agire". Senza perdersi nella spirale.


10) MoVimento 5 Stelle

Ironia della sorte, a chiudere l'elenco delle liste ammesse alle elezioni regionali è uno di quelli su cui c'è meno a dire, visto che la grafica è sempre rimasta più o meno sempre la stessa. L'ultimo simbolo, indicato dalla sorte, è quello del MoVimento 5 Stelle, assolutamente identico all'emblema che era stato depositato a gennaio al ministero dell'interno: unica differenza sensibile rispetto alle versioni nazionali precedenti del simbolo, infatti, è la presenza della dicitura "ilblogdellestelle.it", ora presente anche a livello locale; in più, si tratta dell'unico simbolo di partito nazionale riproposto "al naturale", senza varianti territoriali o accoppiamenti. Nel 2013 il M5S si era fermato poco al di sopra del 6,5%, ora - dopo il risultato delle politiche - punta decisamente più in alto. 

mercoledì 16 maggio 2018

Pomezia, la fiamma del Msi diventa una punta di lancia

Sembra non conoscere mai fine il contenzioso elettorale (e non solo) che oppone il Movimento sociale italiano di Gaetano Saya e Maria Antonietta Cannizzaro e Fratelli d'Italia, sempre imperniato sulla legittimità dell'uso della vecchia fiamma del Msi. L'ultimo episodio, solo in ordine di tempo (e c'è da giurare che non sarà affatto l'ultimo), si è svolto nei giorni scorsi a Pomezia, sul litorale romano, dopo la presentazione delle liste per le elezioni amministrative previste per il 10 giugno.
Da un comunicato emesso dal raggruppamento locale del partito di Saya e Cannizzaro, firmato dal presentatore della lista, Gennaro Sorrentino, si apprende infatti che il 13 maggio la Sottocommissione elettorale circondariale competente, che ha sede a Velletri, ha invitato il Msi a sostituire il proprio contrassegno elettorale, ritenendo che l'immagine della fiamma possa "trarre in errore l’elettore", essendo questa presente anche nel simbolo di Fratelli d'Italia.
La decisione era sostanzialmente prevedibile, come ogni altra volta in cui questo è accaduto: è ancora vigente l'art. 30, comma 1, lettera b) della legge n. 570/1960 (sull'elezione delle amministrazioni comunali), in base al quale la Commissione elettorale competente ricusa, tra l'altro, i contrassegni "riproducenti simboli o elementi caratterizzanti di simboli che, per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento, possono trarre in errore l'elettore". Si discute da anni, come è noto, sulla portata dell'avverbio "tradizionalmente" (quale lasso di tempo permette di parlare di "tradizione"? Basta una legislatura, magari nemmeno intera? Quale periodo di non impiego può far ritenere interrotto l'uso tradizionale?), ma da sempre è questa la disposizione che è stata utilizzata per chiedere al Msi-Saya la sostituzione dell'emblema, tanto a livello nazionale quanto alle elezioni amministrative (anche se non sono certo mancati casi in cui quel simbolo è stato ammesso, magari convivendo con quello di Fdi o addirittura come parte della stessa coalizione). 
Tutto chiarito? Sul piano normativo volendo sì, a livello pratico e concreto non tanto. Perché in modo altrettanto prevedibile i presentatori della lista del Movimento sociale italiano hanno lamentato nel loro comunicato stampa - significativamente intitolato La giustizia a volte è bendata come la Dea della Fortuna... - un'inadeguata valutazione del caso. In particolare, il comunicato fa riferimento all'ultima - salvo errore - decisione dei giudici civili sul "caso fiamma", ossia l'ordinanza del Tribunale di Roma del 7 giugno 2017, emessa nella causa n. 13731/2017 (e di cui su questo sito mi sono già occupato). Quella decisione, originata da un ricorso ex art. 700 c.p.c. in via d'urgenza del Msi (e non di Fratelli d'Italia, come è scritto invece nel comunicato) volto a impedire che Fratelli d'Italia continuasse a usare l'antica fiammella, si era in realtà chiusa male per il partito di Cannizzaro, il cui ricorso era stato rigettato con tanto di condanna alle spese (cioè l'esatto opposto di quanto riportato nel comunicato); ciò non toglie, tuttavia, che per la giudice Cecilia Pratesi che si era espressa in merito, la "sintetica e globale comparazione" dei contrassegni del Msi e di Fdi ne consentisse "agevolmente una efficace distinzione (stante la preponderanza del colore azzurro nel simbolo di Fdi [...] e la diversa proporzione che assume il simbolo della fiamma [...])". 
Quelle osservazioni, fatte sulla base dei simboli in uso allora, possono essere riferite senza alcuna modifica anche al nuovo emblema adottato da Fratelli d'Italia (sia nella versione ufficiale, sia - a maggior ragione - in quella elettorale nazionale, in cui è preponderante il nome di Giorgia Meloni), che peraltro adotta la fiamma senza più base trapezoidale: per questo, riprendendo ancora le parole dell'ordinanza, non si dovrebbe parlare di "effetto decettivo [...] sul piano elettorale per la netta distinguibilità dei due contrassegni". Era inevitabile, dunque, che il Msi, pur non essendo uscito vincitore da quella decisione, scegliesse di far valere almeno la parte di questa che gli risultava favorevole, se non altro per difendere a livello teorico la propria posizione. 
Visto però che la teoria è una cosa, la pratica è un'altra, per evitare di restare fuori dalle prossime elezioni amministrative (magari anche dopo aver impugnato la decisione della Commissione elettorale davanti al Tar, senza certezza sull'esito), il Msi locale ha concluso che "ad oggi l’unica strada percorribile, a malincuore, è la modifica del contrassegno": per questo, il depositante ha presentato un nuovo emblema, che mantiene la scritta "Destra nazionale" e, al posto della fiamma, piazza al centro del simbolo una punta di lancia (così la chiama Il Caffè) tinta da un tricolore a bande diagonali. La partecipazione è così assicurata, ma il gruppo locale del Msi non rinuncia a esprimere per altre vie le proprie ragioni: è stato infatti annunciato un esposto al prefetto di Roma (cui è legata la Sottocommissione che si è espressa sul contrassegno) su quanto è avvenuto. Non servirà granché, visto che ormai le decisioni sono state prese e le elezioni si svolgeranno con il simbolo modificato, ma almeno resterà traccia.

martedì 15 maggio 2018

Bordighera, due palme al posto della chiesetta, ma era necessario?

Nella fase di deposito dei contrassegni per le prossime amministrative, la Liguria ha dato grandi soddisfazioni: oltre al caso relativo ad Alassio, di cui si è detto ieri, un altro contenzioso è stato evitato a Bordighera, comune inferiore imperiese molto vicino a Sanremo. La questione ha riguardato l'emblema scelto dalla lista Bordighera vince, che ha candidato a sindaco Vittorio Ingenito: nessun problema con il nome della lista - più simile a un auspicio, che toccherà ovviamente agli elettori confermare o smentire - ma proprio con il simbolo scelto settimane prima per marcare questa campagna elettorale.
Si trattava, a ben guardare, di un emblema piuttosto ben congegnato, con il fondo blu per richiamare un cielo rassicurante e la parte inferiore azzurra a ricordare il mare, solcato a sinistra da tre vele, inserite una dopo l'altra per formare il tricolore. Il problema, casomai, poteva venire da quanto era riportato sulla destra, ossia la sagoma bianca di una chiesetta che i bordigotti (ossia gli abitanti di Bordighera) conoscono bene: si trattava della chiesa di Sant'Ampelio, patrono cittadino, costruita proprio sul capo omonimo. 
Qualcuno, a un certo punto, deve aver ricordato all'aspirante sindaco e ai promotori della lista - anche se l'emblema era già stato ampiamente utilizzato su manifesti e altro materiale di propaganda, cartaceo o digitale - che la legge elettorale per le amministrative prevede il divieto di utilizzare nel contrassegno "immagini e soggetti religiosi". Sui quotidiani è spuntato addirittura il riferimento a una sentenza dei giudici amministrativi, la n. 1366/2012, emessa dalla sezione V del Consiglio di Stato (anche se sui media, vai a capire perché, si era parlato del Tar Abruzzo, che si era espresso sì sulla questione attraverso la sezione di Pescara, ma con la decisione n. 487/2011), in base alla quale "i contrassegni, per essere ricusati, devono avere un significato religioso univoco e costituire un richiamo immediato e diretto per la popolazione che abbia a riferimento quel credo religioso". 
Tanto è bastato a qualcuno e a vari giornalisti per scrivere che, essendo la chiesetta "inequivocabilmente luogo di culto, ancora attivo", si era certamente di fronte a un simbolo religioso, dunque a rischio di ricusazione. Forse, però, la sentenza del Consiglio di Stato - che tra l'altro confermava la legittimità dell'uso di una statua di San Giorgio in lotta nella lista Popoli democratica - era il caso di leggerla tutta: "La natura religiosa di una 'rappresentazione' - si legge nella pronuncia - [...] va quindi necessariamente definita in base alla sua evoluzione storico-sociale, e non già in base all'intera possibile espansione della 'sfera culturale-religiosa' accumulata in una storia millenaria, con mutevoli rivolgimenti di assetto sociale e politico", considerando pure che le norme che vietano l'uso di immagini o soggetti di natura religiosa limitano una libertà, sia pure con ragione ("giustificata sia dal rispetto per le immagini ed i soggetti religiosi, che devono restare estranei alle competizioni politiche, sia dall'intento di evitare ogni forma di suggestione sugli elettori") e dunque la loro lettura dev'essere restrittiva. 
Perché un emblema sia bocciato, dunque, "occorre che le immagini abbiano - non una semplice somiglianza con immagini religiose o una risalente radice nelle stesse, ma - una valenza religiosa univoca, diretta e attuale per la popolazione". Una chiesa è certamente un soggetto religioso, ma è anche un segno del territorio. La chiesetta in questione, in particolare, per la sua posizione singolare si connota certamente come un elemento del paesaggio, che marca un particolare luogo: se riportata in una raffigurazione complessiva, non evoca certo il sentimento religioso dei fedeli, ma soltanto il territorio in cui si trova e la sua identità. Francamente, dunque, i margini per una bocciatura erano decisamente risicati. 
Qualcuno, probabilmente, ha preferito evitare grane, dunque ai primi dubbi ha tolto la chiesetta della discordia. Sul Secolo XIX si legge che all'interno del gruppo si era proposto di mettere al suo posto l'immagine del "Marabutto", ossia dell'ex polveriera e dei tre cannoni che si trovano nella pineta comunale e rimandano alle storiche difese dei bordigotti contro i saraceni (e uno dei candidati si era affrettato a precisare: "noi non vogliamo fare la guerra a nessuno"). Alla fine, però, al posto della chiesa sono state messe due palme, che a Bordighera non mancano di certo: stavolta niente da dire per nessuno, anzi, per il candidato sindaco il nuovo simbolo "mantiene la sua impostazione originaria e rimane pienamente riconoscibile". Magari qualche sostenitore convinto, se la lista vincerà, invece che un salto alla chiesetta per ringraziare, farà una festa sotto le palme...

lunedì 14 maggio 2018

Alassio, un cuore al posto dei colori della Casa delle libertà

Si usa dire che gli elettori a volte hanno la memoria corta, cosa che quasi sempre accade invece ai politici. Accade dappertutto, ma evidentemente non ad Alassio, rinomata località balneare in provincia di Savona. Lì il sindaco uscente, Enzo Canepa, era di centrodestra e nei prossimi giorni cercherà la riconferma, schierando tutti e quattro i simboli del centrodestra visti a livello nazionale all'interno del proprio contrassegno. Strada in discesa? Non del tutto, considerando che si è ricandidato anche Marco Melgrati, già sindaco della città dal 2001 al 2010 e in seguito consigliere regionale fino al 2015 per il Pdl: lui riteneva di rappresentare Forza Italia sul territorio, ma ha scelto di presentarsi con una lista civica dopo che i vertici locali del partito hanno ritirato l'appoggio a lui. 
Il simbolo che Melgrati ha depositato nei giorni scorsi in comune sembra piuttosto sobrio e abbastanza neutro, tipico di una lista civica: unica concessione allo stile, la fettuccia tricolore mollemente piegata a forma di cuore, non sgradevole alla vista e più efficace probabilmente dell'ormai consueto "SiAmo" che spunta in tanti emblemi. Se però quel cuore arriverà sulle schede, lo si deve alla questione della memoria corta che, ad Alassio, sembra essere assai poco diffusa. Perché inizialmente il simbolo di Melgrati era un altro e non si può certo accusare di memoria corta né lui, né gli esponenti forzisti che quell'emblema non l'avevano proprio mandato giù.
L'emblema inizialmente adottato, infatti, era graficamente la copia carbone del simbolo della Casa delle libertà, adottato da Silvio Berlusconi alle elezioni politiche del 2001. A Melgrati l'11 maggio, lo stesso giorno in cui si è aperto il deposito delle liste per le elezioni, è arrivata una simpatica diffida dal vertice provinciale di Fi, firmata dal coordinatore Santiago Vacca (si noti che del partito Melgrati figura come vice coordinatore regionale). "Quando mi è stato segnalato il simbolo - ha spiegato Vacca ai media - ho immediatamente interpellato i vertici di Roma  chiedendo come comportarmi. Mi è stato risposto che per utilizzare un logo che fa parte del ‘patrimonio’ del centrodestra serve l’autorizzazione, e mi è stata inviata la documentazione necessaria per la diffida". 
Anche i vertici nazionali di Forza Italia, dunque, erano d'accordo per togliere di mezzo quel vecchio simbolo, che Melgrati aveva clonato quasi per intero: uniche differenze percettibili, il segmento tricolore in basso (l'originale aveva il profilo a "onda" meno pronunciato) e l'uso delle font (tonde nel simbolo della Cdl, corsive in quello della lista civica), pur trattandosi di due caratteri bastoni senza grazie; qualcuno, anzi, nel trovare sull'account Facebook della lista un primissimo emblema con le scritte in tondo aveva notato come quel primo fregio fosse ancor più facilmente confondibile con la grafica della Cdl degli anni 2000. Il che non sarebbe poi uno scandalo, considerando che proprio nel 2006 Melgrati era stato rieletto sindaco sostanzialmente con quel simbolo (sul sito del Ministero dell'interno, risulta che la sua lista Casa delle libertà vinse con il 70% dei voti).
Il diffidato ha risposto a modo suo, reagendo con dichiarazioni piuttosto irritate - "La paura fa 90. Quello messo in atto è un vergognoso episodio di terrorismo elettorale; attaccarsi alla similitudine di un simbolo è sinonimo di grandissima debolezza e insicurezza" - e raccogliendo di nuovo le firme per il simbolo che nel frattempo era stato leggermente modificato (anche se la nuova raccolta non sarebbe stata necessaria: bastava sostituire l'emblema dopo l'invito della Commissione elettorale). Tutto risolto? Mica tanto: per Forza Italia, infatti, avere ribaltato in orizzontale la struttura del simbolo (mettendo il segmento tricolore, stavolta a base piatta, in alto e la parte bianca in basso) non avrebbe fatto venire meno l'impressione di somiglianza, quindi gli interventi grafici dovevano essere più incisivi. 
A quel punto, quando mancava davvero una manciata di ore alla chiusura del deposito, Melgrati ha scelto di modificare di nuovo la grafica, stavolta in senso sostanziale e senza alcuna concessione a somiglianze con simboli e contrassegni nazionali. Anche il cuore tricolore, unico elemento grafico riconoscibile, non sembra affatto scelto a caso, almeno a spulciare il comunicato stampa diffuso dallo staff di Melgrati: "Alla luce delle recenti polemiche scaturite da alcune diffide prive di fondamento pervenute dai locali referenti della lista avversaria [...], la lista per Melgrati Sindaco, nel pieno rispetto dei rapporti di correttezza che devono contraddistinguere i momenti più delicati di un clima da campagna elettorale, ha deciso di aderire spontaneamente e senza inutili ricorsi giudiziari sul tema (pur essendovene gli estremi a termini di legge), alla predisposizione di un nuovo simbolo elettorale. Perché alle cattiverie e all'invidia, si risponde con il cuore". E proprio il cuore è stato piazzato nella parte alta del simbolo, con la certezza che in quel caso nessuno avrebbe più avuto da ridire. 
Aveva probabilmente ragione Melgrati nel dire che il nuovo emblema era sufficiente a sfuggire a eventuali contenziosi sulla somiglianza: a livello locale sono stati accettati emblemi ben più problematici, senza contare che si pone molta più attenzione alla somiglianza quando colpisce un emblema che continua a essere usato, mentre si considera
meno problematico un riferimento grafico a un fregio caduto in disuso. Certamente nessuno contesterà più all'ex sindaco l'uso del vecchio contrassegno, ma la battaglia simbolica che per qualche manciata di ore ha movimentato Alassio porta inevitabilmente con sé una domanda: quanti elettori avrebbero riconosciuto un emblema sparito dalla circolazione da dieci, quindici anni? E quanti l'avrebbero votato proprio per quella somiglianza (o, al contrario, quanti lo avrebbero evitato per lo stesso motivo)? Questo, forse, nemmeno Melgrati lo sa.

sabato 12 maggio 2018

Ma è davvero vietato essere nazionalsocialisti in Italia?

Il simbolo depositato
per le elezioni politiche 2018
Uno degli ultimi atti rilevanti del governo Gentiloni, datato 30 marzo, è stato fissare con decreto del ministro dell'interno uscente Marco Minniti la data delle prossime elezioni amministrative: i seggi saranno aperti il 10 giugno, con l'eventuale ballottaggio previsto per il giorno 24 dello stesso mese. Liste e simboli, dunque, devono essere depositati nei comuni entro oggi (gli uffici li hanno ricevuti da ieri), per poi essere esaminati subito dopo. In quei giorni, tra le varie questioni da considerare, ci sarà probabilmente quella legata alla presentazione di contrassegni "che fanno riferimento ad ideologie di stampo fascista o nazista": così recita l'ultima edizione delle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature predisposte dal Ministero dell'interno. Una questione che non parte da una disposizione scritta definita, ma che inevitabilmente interessa da vicino più di una formazione: se in passato hanno cozzato contro questo divieto - esplicitato pur essendo implicito - soprattutto Fascismo e libertà e i Fasci italiani del lavoro, oggi a dolersi della situazione è anche il partito Nsab - Mlns Movimento Nazionalista e Socialista dei Lavoratori, che incontra problemi analoghi pur non utilizzando immagini "a rischio". La questione si porrà probabilmente in più di un caso, ad esempio in qualcuno dei 123 comuni la cui popolazione legale risulta inferiore ai 1000 abitanti, nei quali dunque non sarà necessario raccogliere le firme per presentare una lista: anche solo per questo, vale la pena interrogarsi un po' più a fondo. 


Le Istruzioni: una soluzione o il problema? 

Nelle Istruzioni diffuse dal Viminale prima delle amministrative del 2017 c'era scritto solo "sono vietati anche i contrassegni in cui siano contenute espressioni, immagini o raffigurazioni che facciano riferimento a ideologie autoritarie (per esempio, le parole 'fascismo', 'nazismo', 'nazionalsocialismo' e simili), come tali vietate dalla XII disposizione transitoria e finale, primo comma, della costituzione e dalla legge 20 giugno 1952, n. 645"; l'edizione 2018, invece, riprende quanto scritto alla vigilia delle elezioni politiche
Quelle Istruzioni, stampate dopo il "caso Sermide", contenevano un sottoparagrafo ad hoc: "Sono tassativamente vietati i contrassegni in cui siano contenute parole, espressioni, immagini, disegni o raffigurazioni che facciano riferimento a ideologie autoritarie: per esempio, le parole 'fascismo', 'nazismo', 'nazionalsocialismo' e simili, nonché qualunque simbologia che richiami anche indirettamente tali ideologie. Infatti, la presentazione dei contrassegni che contengono, anche in parte, tali elementi, parole o simboli deve considerarsi vietata a norma della XII disposizione transitoria e finale, primo comma, della Costituzione e dalla legge 20 giugno 1952, n. 645, e successive modificazioni". Le stesse Istruzioni richiamavano per intero le sentenze del Consiglio di Stato, Quinta Sezione, 6 marzo 2013, nn. 1354 e 1355 (di cui si è dato conto altrove). Oggi il testo è il seguente (abbastanza simile, con l'aggiunta della decisione del Tar Brescia sulla lista Fasci italiani del lavoro presentata nel comune di Sermide e Felonica):
Sono tassativamente vietati i contrassegni in cui siano contenute espressioni, immagini o raffigurazioni che facciano riferimento a ideologie autoritarie: per esempio, le parole «fascismo», «nazismo», «nazionalsocialismo» e simili, nonché qualunque simbologia che richiami, anche indirettamente, tale ideologia. Infatti, la presentazione dei contrassegni che contengono, anche in parte, tali elementi, parole o simboli deve considerarsi vietata a norma della XII disposizione transitoria e finale, primo comma, della costituzione e dalla legge 20 giugno 1952, n. 645. Su tali fattispecie devono richiamarsi in toto le sentenze del Consiglio di Stato, sezione quinta, 6 marzo 2013, n.1354 [pagina 222] e n. 1355, e, da ultimo, quella del T.a.r. per la Lombardia, sezione staccata di Brescia, sezione prima, 25 gennaio 2018, n. 105.
Uno dei primi simboli riportati
nel vecchio sito di Nsab
Il problema è che manca una disposizione scritta chiara, essenziale se si vuole limitare una libertà, come quella di manifestazione del pensiero o di concorrere a determinare la politica. L'art. 1 della legge n. 645/1952, definendo la fattispecie di "riorganizzazione del disciolto partito fascista" prevista dalla XII disposizione finale, l'ha individuata "quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista".
La disposizione, ovviamente, è dettata per la "vita ordinaria" del partito o dell'associazione, affidando alla magistratura l'accertamento della condotta criminosa e - compiuto l'accertamento con sentenza passata in giudicato - al Ministero dell'interno lo scioglimento dell'associazione condannata. Far decidere però a un organo politico-amministrativo - magari in mancanza di condanne o di procedimenti - che un'associazione, un partito o una lista non può concorrere alle elezioni (momento chiave delle libertà politiche) essenzialmente per il contenuto del suo emblema, può sembrare apprezzabile come precauzione a difesa della democrazia, ma anticipa fin troppo la tutela dell'ordinamento, perché impedisce a un gruppo politico di partecipare al voto anche se magari le sue regole di base, i suoi fini e i suoi mezzi non sono antidemocratici. 


La questione del "disciolto" 

Prima di procedere, non si può tralasciare un passaggio rilevante: nella XII disposizione finale della Costituzione - non si parli di "disposizione transitoria", magari lamentando che questa sia ancora applicata a settant'anni dalla sua entrata in vigore: qui non si è indicato un periodo di transizione, non ci sono limiti temporali e quando si è voluto far terminare l'effetto di una disposizione la si è dovuta eliminare, come la XIII sull'ingresso in Italia dei discendenti maschi di casa Savoia - recita al primo comma "E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista". Essa serviva (anche) ad adempiere all'impegno sottoscritto col trattato di pace successivo alla seconda guerra mondiale: "l'Italia la quale, in conformità dell'art. 30 della Convenzione di armistizio, ha preso misure per sciogliere le organizzazioni fasciste in Italia, non permetterà, in territorio italiano, la rinascita di simili organizzazioni, siano esse politiche, militari o militarizzate, che abbiano per oggetto di privare il popolo dei suoi diritti democratici" (art. 17).
Tra i costituzionalisti si è autorevolmente rilevato - lo ha fatto Alessandro Pizzorusso - che quel divieto costituisce una deroga tanto all'art. 21 della Costituzione (alla libera manifestazione del pensiero) quanto all'art. 49, relativamente alla libertà di costituire partiti: una "discriminazione", ammette Pizzorusso, ma che "lo stesso Costituente ha ritenuto giustificata dalle circostanze, nel rispetto del principio di ragionevolezza, e pertanto essa non può essere considerata come una lesione del principio di eguaglianza di cui all'art. 3".
Detto ciò, va ripercorsa la genesi della disposizione. La prima proposta è del 25 settembre 1946: il socialista Pietro Mancini propose - nella prima Sottocommissione della Commissione dei 75 - di inserire nel testo costituzionale il periodo "Non sono consentite le associazioni a carattere militare e fascista". Se ne riparlò il 19 novembre 1946: il comunista Palmiro Togliatti, intervenendo sul testo di Lelio Basso che avrebbe costituito la base del vigente art. 49 Cost., suggerì di dire "che è proibita, in qualsiasi forma, la riorganizzazione di un partito fascista, perché si deve escludere dalla democrazia chi ha manifestato di essere il suo nemico", riferendosi "ad un fatto preciso storicamente determinato. Il partito fascista ha dimostrato di voler distruggere le libertà umane e civili del cittadino ed ha portato il Paese alla rovina: per questo gli si deve negare il diritto all'esistenza". 
La grafica adottata da Nsab
a partire dal 2003 sui materiali
di propaganda (il fondo bianco
è stato utilizzato soltanto lì)
L'idea, appoggiata dallo stesso Basso, fu precisata da Togliatti - sollecitato dal Dc Giuseppe Dossetti - in "è proibita sotto qualsiasi forma la riorganizzazione del partito fascista" e non "di un partito fascista": l'esponente comunista spiegò di non voler "definire il contenuto di un movimento o di un partito fascista", altrimenti "qualunque partito [avrebbe potuto] essere ricondotto sotto la figura del partito fascista attraverso disquisizioni dialettiche", mentre lui si limitava "al richiamo storico del partito fascista quale si è manifestato nella realtà politica del Paese dal 1919 al 1943". La formula, votata all'unanimità, si sarebbe tradotta nel testo contenuto nel Progetto di Costituzione, quasi identico a quello attuale (solo la riorganizzazione era "proibita" e non "vietata"); nella redazione del Progetto, da parte del "Comitato dei 18", era stato però inserito l'aggettivo "disciolto", senza che del dibattito su quell'aggiunta esistano tracce scritte. 
Evidentemente i costituenti che hanno steso il testo da sottoporre all'Assemblea vollero precisare senza lasciare dubbi che a essere vietato dalla disposizione finale era proprio quel partito fascista, magari non con quel nome ma con quegli stessi metodi, non altre formazioni che potessero considerarsi equivalenti. Questo pensando anche agli interpreti futuri, secondo una dichiarazione fatta in aula dallo stesso Dossetti per esprimere alcuni dubbi sulla proposta di Togliatti (poi dissolti, come visto, dopo le modifiche al testo): "non saranno i Commissari ad interpretare i termini della formula in discussione, ma altri uomini politici i quali, quando si trovassero di fronte ad un partito comunista non più governato dall'onorevole Togliatti, il quale oggi può richiamarsi ai suoi 25 anni di antifascismo, potrebbero ritenere che esso nel suo indirizzo riproducesse il partito fascista, e volessero sopprimerlo proprio in base alla formula proposta dall'onorevole Togliatti". Dalla XII disposizione finale, insomma, per i costituenti era chiaro che non potesse discendere una norma che sbarrasse genericamente la strada a un partito ritenuto autoritario.


Una scelta nazionalista e socialista

Su queste basi, ci si chiede se la XII disposizione finale della Costituzione  può consentire di dichiarare fuorilegge l'azione di un partito che non pretenda di riconnettersi all'esperienza del Partito nazionale fascista, ma ai partiti nazionalisti e socialisti sorti nell'Europa centrale tra la fine dell'800 e i primi anni del '900, legati o ispirati alla figura di Georg Schoenerer, tra i promotori del primo partito di quel genere nel 1893. Questo è infatti il riferimento per nulla celato del Nsab - Mlns Movimento Nazionalista e Socialista dei Lavoratori, costituito a Vanzaghello (comune del milanese al confine con la provincia di Varese) il 5 gennaio 2002 - anche se sviluppava un'idea sorta a ottobre del 1999 e sviluppata nei mesi successivi - tra nove persone, compreso l'attuale legale rappresentante Pierluigi Pagliughi (allora indicato come "dirigente generale nazionale"). 
La denominazione sopra indicata è quella depositata all'Ufficio riconoscimento persone giuridiche di Milano il 17 gennaio 2002 (contiene anche la versione in tedesco del nome, Nationalistische und Sozialistische Arbeiter Bewegung, stretta parente della denominazione, National Sozialistische Deutsche Arbeitspartei, ossia il Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, guidato in Germania da Adolf Hitler dal 1920 e che guardava anch'esso alle formazioni nazionaliste e socialiste nate negli anni precedenti): con l'atto costitutivo è stato depositato anche lo statuto del soggetto politico, documento che - i vertici del partito tengono a sottolineare - non sarebbe mai stato oggetto di rilievi o provvedimenti dell'amministrazione, della magistratura o delle forze dell'ordine. Sempre nel 2002 va datata la prima presenza della formazione all'interno delle istituzioni: proprio a Vanzaghello un consigliere eletto con una lista civica di minoranza scelse di abbandonare il proprio gruppo di costituirne un altro con la dicitura Nsab, anche se poi puntualmente nei discorsi la sigla veniva modificata in "Snab" per questioni di pronuncia ("Anche in consiglio comunale ci chiamavano sempre 'la Snab', al femminile perché siamo un'associazione - spiega Pagliughi - a meno che la sigla non venisse scandita lettera per lettera; tra l'altro, la sigla Mlns e' stata formulata in questo modo perché Mnsl risultava illeggibile"). 
Simbolo utilizzato nel 2002
a Magnago (Mi)
La prima volta in cui il partito scelse invece di presentare una lista, alle elezioni amministrative del 26 maggio 2002 nel comune di Magnago (nel milanese, confinante con Vanzaghello), lo fece con un simbolo che non poteva passare inosservato, a dispetto della grafica inesistente. Si distingueva, infatti, soprattutto per il colore rosa vivo del fondo: pare che alla base ci sia stato un errore del tipografo incaricato di stampare il contrassegno elettorale da depositare, una non coincidenza tra la tinta vista sullo schermo e quella stampata dalla macchina; ciò avrebbe costretto a stampare tutti i manifesti e il materiale elettorale su fogli di quel colore, per mantenere un'omogeneità cromatica minima. La sigla in tedesco e quella in italiano erano ancora dello stesso rilievo grafico, mentre emergeva una piccola discrasia tra nome riportato e acronimo: il gruppo, infatti, aveva scelto di indicare sul simbolo il solo aggettivo "nazionalista", non anche socialista. "Ma non avevamo alcuna volontà di non farci riconoscere - spiega ora Pagliughi - solo il desiderio di non essere confusi con quello che restava dei socialisti, un'area che ancora in quegli anni era in piena burrasca". 
Quel simbolo fu ammesso così com'era e alle elezioni di quell'anno ottenne 80 voti (pari all'1,65%). Quell'esperienza elettorale, in ogni caso, non mancò di procurare le prime ansie giudiziarie al movimento, dovute a una denuncia penale per violazione della XII disposizione finale della Costituzione e della "legge Scelba"; a dispetto di questo, tuttavia, il caso fu archiviato. Da allora si è inaugurata la possibilità di usare come denominazioni in modo equivalente tanto "Movimento nazionalista e socialista dei lavoratori", quanto "Movimento nazionalista dei lavoratori" (come del resto previsto dallo statuto); a partire dal 2003 si è iniziato a impiegare sul contrassegno anche la dicitura "Movimento nazionalsocialista dei lavoratori", mantenendo intatta la denominazione integrale (almeno fino a quando alcune commissioni elettorali non hanno iniziato a contestare la difformità tra il nome e le scritte sul simbolo, come accadde a Cercino, in provincia di Sondrio, nel 2005: da allora i presentatori hanno fatto in modo di far coincidere sempre denominazione e nome riportato sul simbolo, qualunque delle tre versioni ricordate fosse utilizzata).
Graficamente, nel frattempo, il simbolo di Nsab era cambiato: si era scelto di far prevalere la sigla tedesca, mettendo decisamente in primo piano Nsab rispetto al suo equivalente italiano. Questo era diventato il segno distintivo di quell'emblema, sia nella versione elettorale, sia in quella leggermente diversa, destinata al materiale di propaganda: questa riduce il nome del partito (compresso in un semicerchio e chiamato a convivere con un arco che occupa l'altra parte) e prevede tuttora il cerchio a fondo bianco, concepito apposta per essere inserito su uno sfondo rosso e risaltare agli occhi anche a distanza. 
Il simbolo utilizzato nel 2004
a Castano Primo e a Nosate
Proprio il rosso scuro, dal 2005-2006 in avanti, sarebbe diventato il colore di fondo del contrassegno elettorale, così da renderlo ancora più evidente sulle schede elettorali che l'avessero ospitato (e contemporaneamente è stato cambiato il verso della denominazione inserita nel cerchio); ciò non ha impedito che nel 2004, a Nosate (Mi), la versione precedente - rosa, con "nazionalsocialista" nel nome - sfiorasse il 7% dei voti (le liste in corsa erano 3), riuscendo a eleggere due consiglieri. Andò anche meglio nel 2006 a Belgirate (Vco), comune in cui Nsab - con lo stesso simbolo depositato alle elezioni politiche del 2018 - era l'unica lista oltre a quella vincitrice e con il suo 8% riuscì a ottenere tutti e 4 i consiglieri di minoranza; in quello stesso anno, la lista corse anche a Duno (Va) senza ottenere nemmeno un voto, ma qualcuno presentò un'altra denuncia al tribunale di Varese (anche per il tentativo di presentarsi alle elezioni a Inarzo, non andato in porto per problemi sulla documentazione) che portò all'apertura di un procedimento, al sequestro di manifesti e altri materiali nel 2007 (poi dissequestrati otto anni dopo). 
Nel complesso il partito si è presentato a una cinquantina di elezioni amministrative, utilizzando soprattutto le diciture con "nazionalsocialista" e "nazionalista e socialista". Ciò è accaduto anche dopo la comparsa nelle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature - a partire dall'edizione stampata nell'ottobre 2013, la prima successiva alle sentenza del Consiglio di Stato citata in alto (che peraltro parlava solo di fascismo, al pari della "legge Scelba"), a varie segnalazioni dell'Anpi e a interrogazioni parlamentari - dell'indicazione per le commissioni elettorali di ricusare "i contrassegni in cui siano contenute espressioni, immagini o raffigurazioni che facciano riferimento a ideologie autoritarie (per esempio, le parole 'fascismo', 'nazismo', 'nazionalsocialismo' e simili), come tali vietate a norma della XII disposizione transitoria e finale, primo comma, della Costituzione e dalla legge 20 giugno 1952, n. 645, e successive modificazioni"
Al di là dell'avere contestato in più occasioni il contenuto di quelle Istruzioni, che sarebbe andato oltre quanto previsto dalle decisioni di Palazzo Spada del 2013 e del 2018, c'è chi ricorda persino che, se ad Alagna (Pv) nel 2013 furono presenti contemporaneamente sulla scheda il Movimento fascismo e libertà (nella versione con fascio e sigla tricolore) e Nsab (che però non ottenne nessun voto), in alcuni casi il simbolo di Mfl fu ricusato o ne fu comunque chiesta la sostituzione, cosa che non avvenne per Nsab, a dispetto delle parole ben evidenti nel simbolo: "segno questo - commenta Pagliughi - che la dicitura 'Nazionalista e socialista' o 'Nazionalsocialista' era ed è totalmente legittima in Italia, anche alle elezioni! Siamo stati eletti in due comuni, in uno siamo stati presenti per cambio di denominazione del gruppo consiliare: abbiamo avuto consiglieri comunali per 9 anni consecutivi, anche con l'avallo delle commissioni elettorali legate alle prefetture. Come facciamo ad essere illegali?".

Il caso delle elezioni politiche del 2018

Il contrassegno sostitutivo inviato
da Nsab al Viminale per posta
La questione della legittimità del contrassegno di Nsab si è posta per la prima volta a livello nazionale - al di là delle interrogazioni parlamentari - a ridosso delle ultime elezioni politiche: il 19 gennaio il partito ha depositato il proprio contrassegno al Viminale in vista del voto del 4 marzo 2018, scegliendo di includervi la dicitura completa. Si è già scritto che la Direzione centrale dei servizi elettorali aveva invitato il partito a sostituire il contrassegno, ritenendo che violasse le Istruzioni ministeriali proprio per il riferimento a un'ideologia autoritaria; la ricusazione è stata confermata nei giorni successivi e in molti hanno pensato che la forza politica avesse ritenuto di non agire di fronte ai rilievi. 
"Non è andata affatto così! - dichiara risoluto Pagliughi - Quando il 23 gennaio il ministero ci ha notificato l'invito a sostituire il contrassegno, pur non essendo assolutamente d'accordo con le ragioni alla base della decisione, abbiamo deciso di modificare l'emblema solo per evitare che fosse definitivamente respinto: in particolare, abbiamo usato la denominazione ridotta Movimento nazionalista dei lavoratori, senza alcun riferimento al socialismo. Abbiamo inviato il nuovo contrassegno per posta, senza ricevere alcuna comunicazione di ammissione o di ricusazione; semplicemente, nei giorni successivi il nostro simbolo è rimasto nella bacheca dei non ammessi e a quel punto ci siamo rivolti all'Ufficio elettorale centrale nazionale, per contestare quel risultato".
L'organo, costituito presso la Corte di cassazione, si è espresso tre volte sull'opposizione del partito Nsab (ma nessuna decisione si trova nel sito della Corte di cassazione), in senso sempre sfavorevole al partito: nel primo provvedimento - n. 5, del 2 febbraio - si legge che il contrassegno sostitutivo sarebbe "pervenuto al Ministero dell'interno il giorno 29 gennaio 2018", oltre dunque il termine delle 48 ore concesse dal Viminale. Pagliughi ha chiesto di rivalutare la sua opposizione, sostenendo - prove alla mano - che la spedizione era stata ricevuta dal Viminale il 25 gennaio (nei termini); l'Ufficio il 3 febbraio - nella decisione n. 5-bis - ha però creduto al ministero che sosteneva di aver ricevuto pure un'altra raccomandata da Nsab proprio il 29 gennaio, senza che il mittente avesse provato che il contrassegno fosse contenuto nel plico arrivato a tempo debito (ma ce n'erano due dunque? Pagliughi assicura di no). 
In un'ultima decisione - n. 5-ter, del 6 febbraio - dopo una nuova richiesta di riesame da parte del legale rappresentante del partito, l'Ufficio elettorale centrale nazionale si limitava a un'esplicita censura alla scelta di depositare il simbolo sostitutivo non di persona, ma a mezzo posta: per i giudici, anche la sostituzione dei contrassegni presentava le stesse "esigenze di certezza, consentanee al corretto e trasparente svolgimento delle operazioni pre-elettorali" che nella prima fase richiedono per legge la presentazione dell'emblema da parte di una persona che abbia titolo per depositare o che abbia ricevuto apposito mandato (autenticato) dai vertici del partito. Questa censura non era stata rilevata nelle due decisioni precedenti (benché il profilo fosse "assorbente", come nota lo stesso Ufficio, rispetto a ogni altra questione controversa), eppure è stata sufficiente per respingere l'opposizione senza dover tirare in ballo la data di ricezione dell'emblema.
Come mai il contrassegno sostituito è stato spedito e non consegnato a mano? "Il problema era innanzitutto pratico - spiega Pagliughi -. Per poter procedere alla modifica del contrassegno, che dev'essere fatta in 48 ore, occorre avere a disposizione il materiale per la modifica, compresi i file grafici e gli strumenti per trattarli; noi li avevamo in sede e la sede è a 600 km da Roma. Al di là di questo, la legge non esige il deposito personale dell'emblema sostitutivo, visto che si è già provveduto a identificare con certezza il presentatore del simbolo; nemmeno le Istruzioni, che in altri passaggi contestiamo, impongono l'obbligo di deposito personale in fase di sostituzione, quindi non vedo perché non si possa ritenere accettabile la spedizione postale". Il legale rappresentante di Nsab, poi, ribadisce di aver scritto sui moduli della raccomandata il contenuto del plico e di avere la prova che lo stesso è stato consegnato all'accettazione del ministero dell'interno il 25 gennaio, ritenendo improbabile che la Direzione centrale dei servizi elettorali abbia ricevuto i contrassegni quattro giorni dopo.


I ricorsi e il problema della giurisdizione

Evidentemente insoddisfatto del giudizio dei magistrati di Cassazione, Pagliughi si è rivolto con ricorso al Tar del Lazio, chiedendo la riammissione del proprio emblema. Il leader di Nsab, tuttavia, si è infilato - suo malgrado - nel più grande bug mai risolto relativo al procedimento preparatorio alle elezioni politiche: per i contenziosi relativi a questo, infatti, manca un giudice (per lo meno, un giudice che voglia occuparsene davvero). 
L'art. 129 del codice del processo amministrativo, infatti, prevede la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo sugli atti propedeutici alle elezioni amministrative, regionali ed europee, ma non per le politiche: in effetti il governo era stato delegato dalle Camere a regolare anche quell'ipotesi (ed era stata prevista nella prima bozza del testo del codice), ma ha scelto di non farlo; in questa situazione, i giudici ordinari o amministrativi puntualmente si sbarazzano delle questioni a loro sottoposte, ritenendo che - dopo che ci si è rivolti all'Ufficio elettorale centrale nazionale - tocchi alle Camere e alle rispettive Giunte delle elezioni esprimersi (posizione condivisa anche dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 259/2009), ma le Giunte negli ultimi anni si sono sempre dichiarate prive di giurisdizione, ritenendo che questa spettasse al giudice amministrativo. Uno scaricabarile infinito, insomma: l'unica volta in cui un giudice ha accettato di occuparsene, peraltro senza spiegare troppo bene perché (il Consiglio di Stato, quando nel 2008 riammise temporaneamente il simbolo della Dc-Pizza), la questione è stata portata davanti alla Corte di cassazione che, in sede di regolamento di giurisdizione, ha detto che nessun giudice ha giurisdizione sugli atti che precedono le elezioni politiche (Sezioni unite, sentenza n. 9151/2008), quindi si rischia davvero di non uscirne sani.
"Noi in effetti ci saremmo rivolti alla Giunta delle elezioni della Camera - riconosce Pagliughi - ma è stata proprio la Segreteria dell'Ufficio elettorale centrale nazionale ad indicarci il Tar e noi, basandoci su alcuni studi e anche in considerazione del poco tempo che avevamo, abbiamo scritto in fretta i ricorsi e li abbiamo presentati appena in tempo; in più, se ci fossimo rivolti alla Giunta delle elezioni, probabilmente avrebbero esaminato il nostro ricorso a elezioni già svolte, quindi troppo tardi, senza contare che per noi quell'organo non è affatto imparziale, visto che si esprime su potenziali concorrenti che, se riammessi, potrebbero portare a invalidare le elezioni, con conseguente perdita dei seggi". Puntualmente, il Tar del Lazio ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto assoluto di giurisdizione (sezione II-bis, sentenza n. 1645/2018) e altrettanto ha fatto il Consiglio di Stato (sezione III, sentenza n. 999/2018). 


Il "dopo-non-Fiano": questioni ancora aperte

A questo punto a Pagliughi non è rimasto che rivolgersi - oltre che alle Giunte parlamentari, presso le quali il caso è tuttora pendente, se non altro perché quegli organi non sono ancora stati costituiti, in attesa del nuovo governo e dell'individuazione di maggioranza e minoranza - alla Corte di Strasburgo e denunciare quelle che per lui sono irregolarità inaccettabili all'Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea). Nel frattempo, lui nota che né il ministero, ne gli altri organi interpellati si sono pronunciati sull'ammissibilità del nuovo contrassegno ("nazionalista"): questo a suo dire significherebbe che il nuovo emblema non è illegittimo (come, sempre secondo lui, in realtà non lo era nemmeno quello originale), anche perché, se ci fossero stati motivi di illegittimità ideologica del simbolo, il ministero avrebbe potuto contestare anche quelli, per rafforzare i vizi di forma fatti valere (qualora magari non fossero risultati validi). A dire il vero, il mancato pronunciamento del Viminale significa soltanto che questo non ha detto nulla, ma è tutto meno che scontato che - se fosse stato consegnato a mano - l'emblema sarebbe stato ammesso senza questioni.
Al di là della vergognosa situazione di stallo, per cui di fatto i contenziosi pre-elettorali politici restano ancora senza un vero giudice, resta aperta la questione di fondo: è lecito applicare la XII disposizione finale della Costituzione e le sue norme attuative (la "legge Scelba") al di fuori delle fattispecie che queste espressamente prevedono, ossia la ricostituzione del disciolto partito fascista? Al di là delle convinzioni personali di chi scrive, occorre domandarsi seriamente se sia corretto applicare analogicamente le norme sul partito fascista a ipotesi diverse (qui non possiamo nemmeno parlare di interpretazione estensiva, si è ben oltre): a mio modo di vedere, non è corretto e non è opportuno.
Quest'osservazione, ovviamente, è fatta sulla base del diritto vigente. Il che impone, tra l'altro, di tenere conto che non si è mai completato il percorso del disegno di legge a prima firma del deputato Pd Emanuele Fiano (atto Camera n. 3343): il testo, modificato a Montecitorio, è arrivato in Senato ma non ha terminato nemmeno l'esame in Commissione. Posto che nemmeno in quest'occasione il testo prevedeva l'introduzione esplicita di una disposizione per ricusare simboli di stampo fascista, è vero che una parte significativa del Parlamento avrebbe voluto punire - accostando per la prima volta fascismo e nazionalsocialismo - chiunque avesse propagandato "i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero dei relativi metodi sovversivi del sistema democratico, anche attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti" anche solo "richiamandone pubblicamente la simbologia o la gestualità" (e quindi si poteva immaginare che non fosse consentito nemmeno l'uso elettorale di quegli emblemi), ma è altrettanto e soprattutto vero che quelle intenzioni non si sono mai tradotte in norme vigenti. Questo non si può assolutamente passare sotto silenzio: regole che vietino espressamente l'uso di simboli di natura fascista sulle schede elettorali (ove non siano accompagnati a una reale volontà di ricostituire il disciolto partito fascista) non ci sono, regole che facciano lo stesso con riguardo a partiti che non si ispirino al partito fascista men che meno. 
Era e resta legittima la paura di chi crede che liste come Fascismo e libertà o Nsab (o gli stessi Fasci italiani del lavoro) possano essere pericolose; pretendere che queste siano bandite in assenza di alcuna condanna penale, sulla base di norme che non ci sono (o che dicono altro) appare molto meno legittimo. Si tratterebbe, in fondo, di conoscere meglio le norme, prima di parlare o, più spesso, di gridare.

Ringrazio Pierluigi Pagliughi per il molto materiale fornito.