domenica 11 novembre 2018

Liberi e Uguali, come liberare il simbolo e consegnarlo agli elettori?

A otto mesi dalle elezioni, per Liberi e Uguali sembra urgente una domanda molto leninista, di sinistra: che fare? Ancora più urgente, però, appare un altro quesito: come fare con il partito e, incidentalmente, con il simbolo? 
Già, perché fin dalle settimane successive al non esaltante risultato delle elezioni del 4 marzo la formazione elettorale guidata da Pietro Grasso e frutto del concorso di Sinistra italiana (già Sel), Possibile e Articolo 1 - Movimento democratico e progressista ha avviato un confronto al proprio interno, mostrando di non essere esattamente compatta sul progetto di trasformare l'alleanza elettorale in partito. L'idea, in realtà, interessa molto alla base, mentre crea qualche difficoltà ai vari gruppi dirigenti che hanno contribuito a fondare il nuovo soggetto, perché hanno idee diverse su come procedere, dove collocarsi (anche a livello europeo) e con chi dialogare (in particolare, su quali rapporti avere con il Pd).

Incidenti di percorso

Quel cammino era stato intrapreso con maggiore convinzione tra giugno e luglio, dopo la nuova batosta - per tutto il centrosinistra - alle amministrative. Il processo per costituire il nuovo partito, nel quale sarebbero dovute confluire le tre forze che avevano contribuito al sorgere di LeU, aveva previsto come prima tappa la formazione di un Comitato promotore nazionale, composto da 35 persone, le cui riflessioni sono state compendiate nel manifesto Un partito. Di sinistra (redatto dal Grasso). Nel frattempo, però, si sarebbe dovuto spingere il più possibile sulle adesioni individuali a LeU, impegnandosi a costruire comitati territoriali in tutta l'Italia e, a metà ottobre, votare sul manifesto in modo da capire quale sarebbe stato il "nucleo certo" del nuovo partito, che avrebbe dovuto iniziare il vero percorso congressuale subito dopo, a partire dal basso.
Qualcosa, però, non è andato per il verso giusto. Il 19 ottobre il Coordinamento nazionale di Articolo 1 aveva approvato un ordine del giorno in cui si dava "mandato al gruppo dirigente di verificare definitivamente le condizioni per una svolta e un rilancio democratico del progetto di LeU in vista delle elezioni europee, regionali ed amministrative", puntando a un soggetto politico "definitivamente liberat[o] dalle rendite di posizione, dagli accordi pattizi e dalle nomine dall'alto, per dare voce ai nostri iscritti e militanti" (e schierato in Europa con il Pse), ma giusto ieri Roberto Speranza ha lanciato per il 16 dicembre un'assemblea per costruire una forza "rosso-verde", "ecosocialista". Il 27 ottobre, invece, l'assemblea nazionale di Sinistra italiana ha approvato un documento in cui ha puntato il dito contro "la sostanziale inerzia del percorso" verso la trasformazione di LeU in partito ("un paralizzante gioco del cerino") e ha confermato la propria proposta definita venti giorni prima, un contenitore per le forze di sinistra, ambientaliste e civiche (da collocare a livello europeo nel gruppo Gue, ben distinto dal Pse) che dialoghi con progetti simili - come quello di Luigi De Magistris - e si ponga come alternativa credibile all'avanzata delle destre. Queste due posizioni, evidentemente contrarie alla prosecuzione di LeU così com'è stata, si sommano alla linea uscita dal congresso di Possibile di maggio: la nuova segretaria, Beatrice Brignone, si era già espressa con nettezza per l'uscita del suo partito dal percorso di costituzione di un soggetto politico unitario.
A fronte di queste posizioni delle tre forze politiche che avevano dato impulso al progetto di LeU, c'è però la posizione ben distinta di Grasso e di molti militanti che si sono spesi in campagna elettorale e nei mesi successivi: per loro, guardando alle elezioni europee, occorre "arrivare a quel momento forti di un’identità, un gruppo dirigente, un’organizzazione. In una sola parola: un partito". Il passaggio è contenuto in una lettera che il 4 novembre 2018 Pietro Grasso ha indirizzato ai comitati promotori territoriali di Liberi e Uguali: quel documento è arrivato il giorno seguente al documento formato dal coordinamento provvisorio degli stessi comitati promotori territoriali, nato il 20 ottobre e autoconvocatosi a Roma appunto il 3 novembre. In tre pagine si denunciava, tra l'altro, la difficoltà di dare "una casa nuova, plurale, unitaria, inclusiva, aperta, alle molte anime della sinistra", a causa di veti, conte e del mancato scioglimento dei tre partiti originari: "È legittimo non riconoscersi più nel percorso pensato per LeU - si legge - ma non è accettabile impedire che tale percorso si articoli e si sviluppi".

Il problema del simbolo

Se si passa alla "parte impegnativa" del documento degli autoconvocati, peraltro, emerge con potenza la consapevolezza che quello di Liberi e Uguali è anche un problema giuridico e simbolico. Dopo aver chiesto a Grasso, come rappresentante e garante dell'associazione Liberi e Uguali che ha partecipato alle elezioni, di avviare comunque il processo di costituzione del partito, gli autori del documento gli chiedono espressamente anche di "intervenire sui soggetti sottoscrittori, affinché, nell'arco di poche settimane, liberino il simbolo per restituirlo nelle mani dei suoi elettori".
Per capire perché il simbolo debba essere liberato, occorre tornare alla terza assemblea di LeU, del 26 maggio, la stessa in cui proprio l'ex presidente del Senato ufficializzò la sparizione del suo nome dal simbolo
Voi sapete che io ho accettato di inserire il mio nome nel simbolo perché a poche settimane dal voto si sperava di dare maggiore riconoscibilità a una lista nuova [...] ma abbiamo depositato sin da subito anche la versione senza il nomeperché il simbolo non è mio, né di chi era con me dal notaio quel giorno: questo simbolo è vostro e delle centinaia di militanti che hanno passato l'inverno impegnandosi in campagna elettorale, che hanno montato gazebo, distribuito volantini e che ci hanno scritto di andare avanti e non disperdere le energie raccolte. Questo simbolo è di quel milione di persone che lo hanno barrato in cabina elettorale, questo simbolo è di tutti noi. C'è la tentazione da parte di qualcuno di tenerlo in ostaggio: c'è in questa tentazione tutta la tattica che ha per ora tarpato le ali del nostro progetto. E allora rendiamolo davvero di tutte e di tutti: lo faccio io per primo, in modo pubblico davanti a voi, rinunciando al mio diritto di veto. Non sarò io, né ora né mai, a mettere un qualsiasi ostacolo al percorso costituente di Liberi e Uguali. [...] Questo percorso inizia oggi: sono certo che Nicola, Roberto e Beatrice faranno lo stesso, liberando il simbolo dalla stessa possibilità di veto che riconosce loro l'atto notarile.
Le parole di Grasso, pronunciate in quell'occasione, fanno capire che nell'atto costitutivo dell'associazione Liberi e Uguali, di poco successivo alla presentazione dell'iniziativa di lancio della lista elettorale (3 dicembre 2017), è scritto che la scelta dell'uso del simbolo è nelle mani dei quattro firmatari dell'atto stesso, vale a dire Pietro Grasso, Nicola Fratoianni, Roberto SperanzaPippo Civati, il primo come capo della forza politica, gli altri come rappresentanti rispettivamente di Sinistra italiana, Articolo 1 e Possibile (e non, come probabilmente era in un primo tempo, in nome proprio). Se Grasso ha parlato di veto, significa che - o almeno si suppone che sia così, non essendo pubblico il testo di quell'atto notarile - il simbolo è sì proprietà dell'associazione, ma è stato messo per iscritto che ogni singolo uso dell'emblema avrebbe dovuto ricevere l'assenso di tutti e quattro i fondatori dell'associazione (che il 2 marzo ha depositato la domanda di marchio per entrambe le versioni dell'emblema, con e senza la dicitura "con Pietro Grasso"). Questo nonostante l'unico documento finora accessibile, ossia la dichiarazione di trasparenza depositata da LeU al Ministero dell'interno contestualmente alla presentazione dei simboli, indichi Pietro Grasso come unico legale rappresentante e titolare del contrassegno.
In quella stessa assemblea, Speranza disse che il simbolo andava liberato subito ("io sono disponibile ad andare stasera stessa dal notaio a rinunciare a qualsiasi tipo di potestà"); Fratoianni era stato un po' più sfumato, dicendo che si doveva aprire "un percorso largo, democratico che consenta a tutti e a tutte di discutere, confrontarsi e decidere: nessuna passione per i veti, per riflessi proprietari o per l'idea che qualcuno o qualcuna possa sequestrare un percorso collettivo", senza citare la parola "simbolo". La preghiera di liberare il simbolo era stata condivisa da varie persone, da Cecilia Guerra a Francesco La Forgia, anche se non era mancata la riflessione amara di Stefano Fassina ("ma chi riusciamo ad appassionare, se noi alla prima Assemblea dopo il voto parliamo di come mettere i veti ai nomi e ai simboli?").
Da allora, però, nulla è cambiato e dal notaio i quattro titolari non ci sono mai andati (se non per delegare due persone le procedure di concessione dell'emblema per le elezioni amministrative, così da snellire le pratiche). Ecco perché gli autoconvocati hanno chiesto con forza la restituzione del simbolo agli elettori, chiedendo nel contempo a Grasso, qualora qualcuno dei fondatori non avesse rinunciato al "veto", di "registrare un nuovo simbolo che faccia esplicito riferimento a Liberi e Uguali, al fine di permettere a tutti noi di procedere ad avviare la fase costituente del nuovo soggetto politico senza ulteriori ritardi e ripensamenti dell’ultima ora". Su questo punto l'ex presidente del Senato non si è espresso direttamente; tuttavia, nel dire che si dovrebbe procedere a un incontro nazionale con i Comitati territoriali che faccia nascere un organo costituente, cui ciascuno dei "responsabili nazionali dia finalmente, con atto pubblico, la sovranità su nome e simbolo, impegnandosi nel contempo a prevedere lo scioglimento dei partiti di provenienza", fa capire che solo quell'organo deciderà cosa fare e non certo lui.

Come restituire il simbolo agli elettori?

A questo punto, dunque, non si tratterebbe più soltanto di "liberare", "dissequestrare" il simbolo, ma di restituirlo davvero agli elettori di Liberi e Uguali. L'idea, l'immagine è affascinante, ma sfugge dalle mani: rischia seriamente di sembrare, come ha scritto pochi giorni fa Cesare Maffi su ItaliaOggi, una formula "indecifrabile [...], tanto oscura quanto bizantina". Come fare allora?
In queste settimane c'è chi ha studiato a fondo la questione, per cercare di tradurre in concreto quella richiesta, quell'esigenza. Non è un caso che a farlo sia stato soprattutto Gabriele D'Amico, avvocato, dottorando in Diritti umani e diversità culturale che sul sito di Articolo 1 aveva posto il tema del simbolo in un articolo oltre un mese prima che ne parlasse Grasso in assemblea. "Credo che lo strumento giuridico migliore per attuare questa restituzione non sarebbe l'associazione, com'è stata LeU finora, ma una fondazione: precisamente, l'associazione Leu dovrebbe essere trasformata da coloro che l'hanno costituita in una fondazione di comunità, che permetta di tenere insieme una componente patrimoniale e una personale. Il simbolo sarebbe a tutti gli effetti parte del patrimonio della fondazione, assieme ai contributi di coloro che partecipano al processo costituente; allo stesso tempo si dovrebbe definire una serie di regole e strutture interne di gestione, così da assicurare che l'emblema, come parte del patrimonio, non sia 'snaturato' con il suo uso rispetto a determinati parametri da fissare, anche se a chiederlo fosse un'ampia maggioranza di aderenti. Una cosa simile, per esempio, sarebbe più difficile da fare con un'associazione, perché si finirebbe per comprimere troppo il metodo democratico e si rischierebbe un contenzioso; la fondazione, invece, consente l'adozione di strumenti più 'aristocratici', per dirla alla Olivetti". 
La componente personale, peraltro, non sarebbe aperta a chiunque, sempre per evitare rischi di snaturamento: "dovrebbe trattarsi - continua D'Amico - di persone che si dichiarino militanti, sostenitori o almeno elettori di Liberi e Uguali. Se ora i componenti dell'associazione sono solo i quattro fondatori, ci si dovrebbe aprire sicuramente almeno a coloro che hanno accettato di candidarsi con il simbolo di LeU, ma per esempio anche a quelli che, pur non essendo stati candidati, si erano messi a disposizione e si sono spesi sui territori; si potrebbe poi discutere se affidare un ruolo, in questa fase, alle forze politiche che hanno contribuito o dovessero contribuire alla reale costituzione di LeU come partito, possibilmente come incentivo a sciogliersi e a confluire nella nuova realtà. Questi, naturalmente, sono però discorsi politici, che dovrebbero essere affrontati concretamente dai soggetti coinvolti".
La soluzione proposta da D'Amico appare affascinante, anche se sembra un po' farraginosa (o forse, inevitabilmente, "complessa per un problema complesso") e, probabilmente, non semplice da spiegare a militanti e sostenitori. Essa, poi, pone alcune questioni non secondarie: se i partiti, in base alle norme oggi vigenti, sono espressamente definiti "associazioni" e comunque le norme elettorali precisano che alla base delle candidature ci sono partiti o "gruppi politici organizzati", non è scontato che una fondazione, anche di comunità, possa presentare candidati alle elezioni (e di certo finora non è mai accaduto). D'Amico ne è consapevole, ma nota che la giurisprudenza ha assimilato sempre di più le fondazioni di comunità ad altre forme associative, quindi non è detto che l'accesso alle candidature sia precluso (anche se quelle elettorali sono norme speciali, che poco si prestano ad assimilazioni con altre). "In più - continua - è noto il format in base al quale accanto alla fondazione, cui è conferito il patrimonio, nasce un'associazione degli 'amici' di quella fondazione: i due soggetti sono giuridicamente distinti, ma i loro statuti codificano reciproche influenze, per cui la fondazione nomina parte della dirigenza dell'associazione e alcune figure dell'associazione sono di diritto membri del consiglio d'amministrazione della fondazione. In questo modo, sarebbe comunque l'associazione a presentare liste e candidature, contrassegnandole con il simbolo messo a disposizione dalla fondazione ed entro i limiti da questa stabiliti". L'associazione, in particolare, dovrebbe essere costituita dall'organo costituente di cui parlava Grasso.

Una questione delicata

La vicenda del simbolo, come si è visto, non è proprio semplice, ma affrontarla è importante, a prescindere dall'effettivo valore dell'emblema in questione: "Oggi se ne parla a proposito di LeU - conclude D'Amico - ma in seguito può toccare a un altro partito, il problema permane. Sul piano filosofico equivale a interrogarsi su cosa sia la democrazia, se sia giusto affidarsi a criteri quantitativi, per cui tutti valgono allo stesso modo e in fondo i loghi valgono relativamente, oppure se si debbano introdurre parametri qualitativi che però oggi sono visti con grande sospetto e sfavore perché appaiono classisti e spocchiosi. Con riguardo al simbolo di cui si parla ora, mi sento di affermare con certezza scientifica che l'emblema di LeU nasce vivo, con un enorme valore programmatico e di politica internazionale: 'liberi e uguali in dignità e - io direi - doveri anziché diritti' è il cuore dinamico della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e l'unico vero antidoto ideale alla componente più subdola e pericolosa del populismo, il cultural-sovranismo; anche per questo, credo si ponga una questione supplementare di garanzia di utilizzo di un simbolo in modo coerente con la sua genesi".
Non è ancora chiaro quale soluzione verrà trovata e cosa effettivamente saranno disposti a fare i leader dei tre partiti fondatori, in tema di "liberazione" del simbolo: avendo formato l'atto costitutivo in nome e per conto delle loro formazioni, dovranno comunque ricevere formalmente mandato dagli organi di queste a rinunciare al "veto" o, se il progetto di LeU non interessasse più, a recedere dall'associazione; tra l'altro, il cambio alla guida di Possibile da Pippo Civati a Beatrice Brignone dovrebbe far passare a lei il ruolo di contraente del patto associativo alla base di Liberi e Uguali (ma siamo pur sempre nel paese della litigiosità politico-giuridica assoluta: e se, nello scenario fantapolitico più spinto, rispuntasse Pippo Civati per rivendicare il proprio diritto di veto in qualità di fondatore?).
La vicenda, in ogni caso, dovrebbe essere risolta quanto prima, così come si sarebbero dovute discutere meglio e a tempo debito determinate opzioni politiche, senza arrivare alla conta in sede congressuale. Un altro passaggio della lettera di Grasso è molto rilevante, anche dal punto di vista simbolico:
Una delle questioni dirimenti riguarda la collocazione europea e la conseguente scelta per le prossime elezioni. A questo proposito rilevo che le posizioni in campo sono varie e confliggenti soprattutto su due scelte: adesione al Pse o alla Gue; lista singola o perno della costruzione di un lista di sinistra composita. Se, in assenza della prima fase, si confrontassero in un congresso tali opzioni, chiaramente alternative e inconciliabili, registreremmo, un minuto dopo l’esito finale, l’ennesima scissione. Temo che sia inutile e strumentale ipotizzare una conta che, alle condizioni date, non sarebbe un congresso, ma una sorta di asta per il simbolo. Sarebbe, onestamente, un finale poco dignitoso e ancor meno utile. 
Anche per evitare l'asta, probabilmente, si chiede di consegnare il simbolo agli elettori. Loro, si spera, sapranno valorizzarlo meglio.

venerdì 9 novembre 2018

Udc e Dc-Rotondi, ecco il simbolo della lista unitaria (ma con scudo di Pizza)

In uno degli ultimi post si è parlato del progetto dell'Udc guidata da Lorenzo Cesa e della ridestata Democrazia cristiana di Gianfranco Rotondi (ogni volta che si chiama in causa un partito con quel nome, ormai è chiaro, bisogna sempre precisare la paternità per evitare sicure confusioni) di presentare una lista unitaria alle prossime elezioni regionali in Abruzzo. E di farlo, soprattutto, riunendo il nome storico e il simbolo dello scudo crociato, avvalendosi della "doppia copertura" dell'uso parlamentare del simbolo da parte dell'Udc e del preuso legittimo del nome da parte della Dc di Rotondi. 

Lo spirito della lista lo ha spiegato bene Rotondi alla conferenza: "Noi stiamo cercando, senza enfasi né retorica, di creare una condizione per cui questo nostro ideale sopravviva nella Terza Repubblica. Non ha senso presentare due liste filo-democristiane alle elezioni, quindi siamo qui per dire che ce ne sarà una. E non sarà la lista di Cesa e Rotondi, ma sarà la lista dei democristiani". Due liste avrebbero preso inevitabilmente meno, rischiando che i voti raccolti singolarmente dal nome e dallo scudo non bastassero a entrare in consiglio; un'unica lista dei democristiani, a questo punto, sembra avere più chance di ottenere almeno un seggio.
Quello abruzzese, peraltro, dovrebbe essere secondo Cesa un banco di prova per un'opera più ampia, cioè il rilancio di "un soggetto politico di centro, un progetto che vada oltre l'appartenenza ai due partiti Udc e Dc" e guardi di nuovo alla politica come servizio (e il segretario Udc cita l'esempio di Remo Gaspari e Lorenzo Natali "che fecero dell'Abruzzo la prima regione del Mezzogiorno", anche se alla storia è passata soprattutto la loro capacità raccomandatoria, al pari della rivalità, anche autostradale).
Si vota il 10 febbraio 2019, tre mesi abbondanti prima delle elezioni europee, ma già da una decina di giorni, dopo la conferenza stampa di presentazione dell'iniziativa - svoltasi il 29 ottobre a Pescara - circola il contrassegno che dovrebbe essere utilizzato in questo appuntamento elettorale dalla lista unitaria Dc-Udc. Il modello, almeno in parte, è il simbolo congiunto utilizzato nei mesi scorsi in alcune elezioni comunali, con il fondo blu (più scuro rispetto all'Udc), ma qui il nome dell'Unione di centro è riportato per intero - non solo con la sigla - ed è collocato nella parte inferiore, mentre in quella superiore è stato inserito quello della Dc. Lo scudo utilizzato, vai a capire perché, non è quello dell'Udc, ma quello inaugurato nel 2004 dalla Dc guidata da Giuseppe Pizza: lo dimostrano il carattere Helvetica - utilizzato in tutto il contrassegno - e i bracci della croce molto stretti. C'è ancora tempo, in ogni caso, per ritocchi al simbolo più o meno visibili, così come bisognerà capire cosa faranno "le altre Dc", a partire dalle altre anime della federazione guidata da Rotondi (in primis l'associazione degli iscritti del 1993 guidata da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni) e dalla "riattivata" Dc ora guidata da Renato Grassi: potrebbero arrivare diffide da loro? 

sabato 3 novembre 2018

"Unità socialista" per il Psi: un cambio di parola che non passò inosservato

D'accordo, per dire che un simbolo cambia ci si riferisce soprattutto alla sua grafica: se un suo elemento compare, sparisce, si sposta, si modifica, difficilmente sfugge all'occhio. Ma se cambia il testo, è possibile che la mutazione passi inosservata? Oggi non è da escludere, persino se la modifica riguarda il nome di un partito: in un'epoca in cui etichette ed emblemi hanno finito per somigliare in tutto e per tutto a dei marchi, tutto sembra piegato alle esigenze di marketing e il senso di questo o di quel cambiamento facilmente sfugge. Nella Prima Repubblica, invece, quando i simboli erano soprattutto segni identitari, non esistevano dettagli trascurabili: bastava cambiare una parola per lanciare un messaggio, chiaro e inequivocabile.
Si prenda, per esempio, un cambiamento che oggi potrebbe davvero risultare irrilevante, se non addirittura impercettibile. Il 4 ottobre 1990, infatti, il segretario del Partito socialista italiano Bettino Craxi propose che, nella corona rossa del suo simbolo, la scritta si modificasse da "Partito socialista" a "Unità socialista". Una parola sola, appunto, che però pesava come un macigno, per tante ragioni. Innanzitutto perché, di fatto, con la sostituzione del riferimento al partito compreso nell'emblema sembrava quasi che a cambiare fosse stato proprio il nome, anche se la sigla Psi era rimasta al suo posto e si era innanzitutto voluto togliere il riferimento visibile al concetto stesso di "partito", già poco gradito agli elettori prima ancora che scoppiasse il bubbone di "Mani pulite". Anche l'acronimo del Psi, peraltro, era parso "a rischio", perché in quel momento si era puntato su una trasformazione in senso federale del partito, per cui nella parte bassa del simbolo al posto della sigla avrebbe potuto trovare posto il riferimento alla singola regione (così almeno scriveva il 5 ottobre Sandra Bonsanti sulla Repubblica). 
Dietro quella scelta, però, c'era ben altro e il messaggio era rivolto ben al di fuori del partito socialista. Testimonianze di quel passaggio si ritrovano, tra l'altro, nel libro Il crollo. Il PSI nella crisi della Prima Repubblica, pubblicato da Marsilio nel 2012 - in occasione dei 120 anni di storia del socialismo in Italia - e curato da Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta. Il volume, decisamente ponderoso - ha oltre 1000 pagine - se nella seconda parte raccoglie vari saggi di studiosi (storici, internazionalisti, economisti) sul ruolo del Psi nella  crisi della Prima Repubblica, nella lunga parte iniziale ospita un gran numero di interviste a testimoni dell'epoca craxiana e, soprattutto, della sua fine. Proprio dalle parole dei personaggi intervistati (e dalle frequenti domande degli intervistatori, Livio Karrer, Alessandro Marucci e Luigi Scoppola Iacopini) emerge, tra l'altro, anche la portata dell'inserimento dell'unità socialista nell'emblema del partito.
La testimonianza più importante, forse, è quella resa da Ugo Intini, che - sempre per la stampa dell'epoca - fu il primo ad annunciare il cambiamento simbolico, in qualità di portavoce di Bettino Craxi. "Lui - spiega - ha messo sotto il simbolo del nostro partito 'Unità socialista', come per dire: 'Qui dovete venire'". Ad andare verso il Psi, ovviamente, dovevano essere innanzitutto dirigenti e militanti di un partito che si chiamava ancora comunista, stava per trasformarsi in Partito democratico della sinistra (ma la quercia sarebbe stata mostrata solo il 9 ottobre 1990, dunque dopo l'annuncio craxiano) ed era in profondo travaglio. Non si era ancora deciso esattamente "il nome della Cosa" e già Via del Corso, con mossa fulminea, piantava una bandierina per farsi notare da Botteghe Oscure e, magari, convincere parte della base a cambiare indirizzo.
Lo stesso Intini, peraltro, nel libro spiega di non aver "mai creduto troppo al lancio della proposta dell’unità socialista con gli ex comunisti": gli era parsa una "forzatura poco realistica", ritenendo che il mutando Pci fosse "distantissimo da una revisione vera". L'ex direttore dell'Avanti! ritiene che Craxi "abbia sempre avuto in mente l’alternativa di sinistra e lo schema Mitterrand", con la creazione di un sistema bipolare in cui il leader della sinistra, per avere più possibilità di vittoria, doveva essere "quello che sta più verso il centro", cioè lui. Un disegno che dopo il crollo del muro di Berlino sembrava più realizzabile, ma per proporre un'alternativa di sinistra a guida socialista ci sarebbe voluto un Psi forte circa quanto il Pci (mentre era decisamente più debole) e la guerra del Golfo vide il Pds su posizioni ben distanti da quelle dei socialisti (molti si astennero, qualcuno votò contro l'invio dei militari in Iraq) e anche da quelle di molti altri paesi europei, anche a guida di sinistra: all'inizio degli anni '90 non si poté arrivare a nessuna unità, poi arrivò Tangentopoli e la scena sarebbe stata rivoluzionata. Quella che ad alcuni era parsa una bomba, insomma, si sarebbe rivelata - secondo le parole di Achille Occhetto - soltanto "un petardo".
Nel libro anche altri dirigenti socialisti commentano quel passaggio: per Valdo Spini "la stessa dizione 'Unità socialista' che è apposta nel simbolo del Psi è chiaramente ostile a un'eventuale convergenza" tra socialisti e comunisti; l'ex dirigente Uil Giorgio Benvenuto ricorda "le forti preoccupazioni di molti compagni" quando Craxi propose l'unità socialista, un voto unanime della direzione nazionale ma anche un atteggiamento inerte nel partito su quel tema ("Non ci fu negli organismi dirigenti, tranne alcune eccezioni, nessun desiderio di approfondimento, nessun confronto, nessuna dialettica"). L'ex leader della sinistra socialista Claudio Signorile imputa a Craxi l'errore di non aver sfilato il Psi dal governo, dando il segno che non voleva cambiare davvero: "tu non puoi fare l'Unità socialista e stare a governare con i democristiani e i ministri socialisti". 
Il simbolo al congresso del 1978
Quanto all'ex vice di Craxi, Giulio Di Donato, vedeva l'unità socialista come "una prospettiva", considerando che per lui "falce e martello non aveva più alcun senso". La stessa cosa che Craxi aveva pensato fin dalla fine degli anni '70: come riconosce nella propria intervista l'ex sindaco di Milano Carlo Tognoli"il timbro craxiano fu la proposta di mettere il garofano, proprio a Torino, nel simbolo del partito. Era un richiamo alla tradizione socialista pre 1917, prima della Rivoluzione sovietica, ed era il collegamento con quel Partito socialista, che aveva una forte anima riformista, cui si dovevano la creazione delle cooperative, la nascita del sindacato e dell'Avanti!, la formazione di una classe di amministratori locali di grande valore e le prime riforme a vantaggio dei lavoratori". 
Tratto dal canale YouTube
dell'utente Bluecheer90
Al congresso di Torino del 1978 a Torino Craxi non era riuscito a far sparire del tutto falce e martello, al punto tale che Ettore Vitale, viste le proteste dei delegati, dovette poi ritoccare il simbolo dando maggior evidenza agli antichi segni rivoluzionari, a danno del fiore. Nel 1987, invece, i tempi erano apparsi maturi per togliere di mezzo gli arnesi e, tre mesi prima delle elezioni, Filippo Panseca mostrò a tutti da Rimini, all'ombra del tempio da lui creato come scenografia per il congresso del partito, il nuovo simbolo socialista, con il fiore dal gambo lungo e senza altri elementi grafici. "Onorevole, ma perché ha scelto solo il garofano come simbolo per il suo partito?", chiese a Craxi Giovanni Minoli in uno degli spot della famosa campagna - "Cresce l'Italia" - che precedette le elezioni di quell'anno: "Il garofano - rispose - è un grande e antico simbolo del mondo del lavoro italiano e internazionale. Il suo significato, il suo messaggio è fede nel progresso, fede nella libertà e speranza nell'avvenire: forse è bene che se lo mettano in tanti!", chiosava, sorridendo a modo suo.  Un sorriso simile a quello sfoderato - sempre con garofano in mano - nel 1989 accanto a Claudio Martelli, Giuliano Amato e Gianni De Michelis davanti all'avveniristica e teleschermica piramide pensata sempre da Panseca per il nuovo congresso del Psi a Milano, nell'area Ansaldo: la stessa immagine che figura sulla copertina del volume curato da Acquaviva e Covatta e che non lasciava presagire che, tempo meno di tre anni, sarebbe finito tutto, garofano compreso. Altro che unità socialista... 

mercoledì 31 ottobre 2018

Dc, cariche rinnovate per ridare corpo allo scudo crociato

Alla fine il tanto evocato - per volerlo o scongiurarlo - XIX congresso della Democrazia cristiana è stato celebrato (il 14 ottobre) e, di seguito (il 27), si è tenuto anche il primo consiglio nazionale che da quella riunione sarebbe derivato: in queste due occasioni, il partito si sarebbe dato di nuovo un segretario politico (Renato Grassi) e avrebbe ricostituito gli organi nazionali, a partire dalla direzione nazionale e dal segretario amministrativo (Nicola Troisi), con l'intenzione di ritornare pienamente operativo a livello nazionale per poter riutilizzare il simbolo dello scudo crociato nella vita politica ordinaria e agli appuntamenti elettorali. 
Naturalmente, trattandosi di vicende democristiane, c'è da sospettare che avranno strascichi in tribunale, non appena a qualcuno verrà in mente di presentare ricorso o se atti precedenti a quelli relativi a quest'assise saranno dichiarati nulli o annullati (in particolare, quelli relativi all'assemblea degli iscritti del 26 febbraio 2017, impugnati da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni, la cui ultima udienza è prevista per il 19 marzo 2019).  
Volendoci fermare ai fatti, questa volta la Dc si è data come segretario un suo dirigente del passato, che peraltro nel corso del tempo ha militato anche in altri partiti che hanno rivendicato l'eredità almeno politica dello scudo crociato, al punto da adottarlo come emblema: risultò, in particolare, tra i fondatori dell'Udc, di cui è stato anche segretario organizzativo nazionale. La candidatura di Grassi, alla fine, è risultata l'unica rimasta in campo: si era infatti presentato anche Nino Luciani (già primo firmatario della richiesta di convocazione dell'assemblea Dc e candidatosi anche allora come presidente dell'assemblea dei soci), ma all'ultimo momento sarebbe stata eccepita la mancanza di una lista di candidati a suo sostegno e non ci sarebbe più stato tempo per sanare il problema. 
La mozione approvata alla fine del congresso - così come la si legge nel sito www.democraziacristiana.cloud - rilancia l'idea di riproporre "un progetto di società nel quale i diritti di tutti vengano difesi e i doveri di tutti attuati: insomma una nuova fase costituente dei doveri", da attuare superando "le tentazioni nostalgiche accompagnate da silenziose lamentele" e considerando il partito riattivato come "una tenda, un luogo includente e aperto a tutti i democristiani, senza costruzione di confini, senza preclusioni ed esclusioni". Occorre dunque verificare in concreto la possibilità di ricostruire, sotto l’unico nome e simbolo dello scudo crociato nella memoria dei Padri Fondatori che hanno fatto la Democrazia Cristiana, l’unità di tutti i democristiani che sino ad oggi, in differenti modi e con diverse iniziative, hanno tuttavia tenuto desto il nome della Dc dopo la diaspora del 1994": ciò dovrà essere fatto aprendo innanzitutto il tesseramento "a tutti coloro che vorranno partecipare a questo progetto e assumere sul serio 'la politica come la più alta forma della carità' (Paolo VI) orientati dalla stella polare della Dottrina Sociale della Chiesa aderendo allo statuto e al codice etico della Dc".
Si sarebbe alla fine trovato un accordo per legare questo progetto a un nuovo nome, quello appunto di Renato Grassi (già scelto, peraltro, per presiedere l'assemblea del 26 febbraio 2017 al posto di Luciani), ma anche per non escludere del tutto Gianni Fontana, che fino a questo momento dell'assemblea dei soci Dc era stato il presidente, pur se ampiamente discusso da più parti. Fontana, alla fine, è stato eletto presidente del consiglio nazionale del partito (non senza polemiche e proteste, tanto da parte di chi lo avrebbe voluto ancora alla guida della Dc, quanto soprattutto da chi lo aveva sostanzialmente accusato dell'inattività del partito e di aver depositato per le politiche del 2018 un simbolo diverso da quello tradizionale, bocciato dal Viminale). 
Non è ancora dato sapere come il partito (che ritiene di essersi) riattivato intenderà percorrere la via della "ricomposizione della diaspora" democristiana, se con una federazione con altre forze o con l'invito a chi si ritiene parte della storia Dc a iscriversi al partito. Anche questa volta non mancano, a dire il vero, polemiche per lamentate irregolarità nelle convocazioni dei soci e nei congressi locali; può essere che siano superate, come può essere che si trasformino in nuove carte bollate. Tra i motivi di polemica, c'è anche la contestazione mossa da alcuni in base alla quale il sito del Nuovo Cdu guidato da Mario Tassone indicherebbe ancora Renato Grassi come titolare del dipartimento organizzativo del partito ed è possibile che lo sia stato anche al momento del congresso democristiano: ciò, secondo alcuni, comporterebbe l'ineleggibilità di Grassi alla segreteria della Dc (ma sul sito dei democristiani è apparso il riferimento alla decisione del Nuovo Cdu di azzerare le cariche nazionali già dall'aprile scorso). 
Nel frattempo, il consiglio nazionale ha deliberato di riaprire il tesseramento (sarà la direzione nazionale del 10 novembre a decidere come fare operativamente) e deciso che tutte le convocazioni degli organi del partito avverranno attraverso la posta elettronica (per non spendere altri soldi che non ci sono). In Abruzzo, peraltro, si continua a parlare della possibilità di presentare una lista unitaria da parte dell'Udc e della Dc riattivata da Gianfranco Rotondi, magari con la candidatura di quest'ultimo alla presidenza e con l'unione del nome e del simbolo storici. Una mossa che a chi ritiene di essere in piena continuità giuridica con la Dc storica non è piaciuta per niente. Sarà un'altra occasione per far sorgere contrasti?

domenica 28 ottobre 2018

La rosa nel pugno: simbolo forte, costato 60 milioni di lire

L'ultima volta che la si è vista per intero su un contrassegno elettorale, per lo meno in una competizione di un certo rilievo, è stata cinque anni fa, alle elezioni regionali in Basilicata. Eppure la rosa nel pugno, o se si preferisce "il simbolo col pugno e la rosa" - così scriveva nel 1976 Notizie Radicali - per oltre vent'anni consecutivi (più molti anni sparsi in seguito) è stato l'emblema grafico che più di tutti ha riassunto il credo e le battaglie del Partito radicale in Italia. Fu proprio nel 1976 che quell'emblema apparve per la prima volta tra le scelte offerte agli elettori (pur se in bianco e nero e dopo varie liti e scazzottate con il Pci per la conquista del primo posto sulla scheda); allora quasi nessuno, tuttavia, sapeva che quel segno grafico era stato utilizzato senza che il suo autore avesse dato l'assenso e avesse ricevuto denaro e che qualche anno dopo la vicenda sarebbe finita in tribunale.


Le prime rose

Già, l'autore. Il suo nome è Marc Bonnet, grafico e illustratore. Stando alla minuziosa ricostruzione fatta da Frédéric Cèpéde nel 1996 sulla rivista storica francese Vingtième Siècle, il disegno - che sarebbe stato conosciuto con l'espressione le poing à la rose, o anche la rose au poing e, in seguito, le poing et la rose - vide la luce alla fine del 1969, su richiesta di un militante socialista francese, Yann Berriet, e fu adottato l'anno dopo in una campagna di affissioni del "nuovo" Partito socialista, a seguito di un periodo di grande difficoltà delle forze politiche di quell'area. Fu solo dopo il profondo rinnovamento seguito al congresso di Épinay (11-13 giugno 1971), quello dal quale François Mitterrand uscì eletto segretario, che quell'emblema divenne sempre di più parte della comunicazione del Parti socialiste, fino a essere adottato come suo simbolo ufficiale. 
Negli anni seguenti, i socialisti apparvero assai più in salute, al punto che Mitterrand sfiorò la vittoria alle presidenziali nel 1974: con lui crebbe anche la notorietà del simbolo, al punto tale che proprio nel 1974 Marc Bonnet scelse di depositarlo come titolo di proprietà industriale e come segno di partito politico e l'anno dopo - il 22 maggio 1975 - ricevette 50mila franchi dal Partito socialista francese in cambio della cessione dei diritti di riproduzione della grafica "le poing à la rose". In particolare, il partito francese avrebbe avuto il diritto esclusivo, per tutto il mondo, a riprodurre con tutti i mezzi, in bianco e nero e a colori, ma l'autore - che rinunciava espressamente a ogni pretesa o azione contro i socialisti di Mitterrand per l'uso fatto in precedenza del segno - avrebbe conservato tutti i suoi diritti "con riguardo a tutti gli altri partiti socialisti stranieri o ogni altro partito che dovrà ottenere il suo preventivo assenso formale in caso di utilizzo del disegno", né il Psf avrebbe potuto cedere l'emblema ad altri partiti (esclusi quelli che avesse contribuito a fondare o cui si fosse associato).
Il simbolo della rosa nel pugno, che per una delle pubblicazioni dei socialisti francesi relativa alla loro comunicazione politica incarnava "la forza e la dolcezza, il mondo del lavoro e la qualità della vita, il dinamismo e l'innovazione, la risoluzione alla lotta e la volontà di cambiare la vita, le preoccupazioni quantitative e qualitative" era però già arrivato in Italia due anni prima rispetto all'accordo tra Bonnet e il Psf del 1975. Con tratti molto simili, infatti, era apparso accanto alla testata di Liberazione, prima quotidiano poi bisettimanale che fu pubblicato dall'8 settembre 1973 al 28 marzo 1974: la grafica della rosa - molto simile a quella francese, con la corolla senza gli spessi tratti neri di contorno e piccole modifiche anche alle foglie e al pugno - e dell'intera pubblicazione fu curata da Piergiorgio Maoloni, maestro imprescindibile di grafica (editoriale e non solo: in quel periodo era una delle figure fondamentali al Messaggero).
"Quando cessarono le pubblicazioni - ricorda Vincenzo Zeno-Zencovich, oggi ordinario di diritto comparato all'università di Roma Tre e allora tra i quattro redattori di Liberazione - si decise di trasferire il logo dalla testata al partito." In effetti, già la tessera del 1974 del Partito radicale conteneva una reinterpretazione della rose au poing, sia pure con tratti molto più fini e delicati: per quel che se ne sa, anche in quell'occasione la grafica fu opera di Maoloni. Nel frattempo doveva già esserci stato il famoso incontro tra Marco Pannella e Mitterrand, cui era presente anche il socialista Giacomo Mancini: in quell'occasione a entrambi fu offerta dal futuro presidente francese la possibilità di adottare la rosa nel pugno come simbolo, ma il Psi non era ancora disposto a rinunciare alla falce e al martello (li avrebbe ridotti, non senza polemiche, solo alla fine degli anni '70 per fare posto al garofano di Ettore Vitale, fino a toglierli con la nuova grafica di Filippo Panseca), così la rosa stretta nel pugno fu politicamente affidata ai radicali.


Se l'accordo politico non basta

L'accordo tra il Psf di Mitterrand e i radicali di Pannella (che in quel periodo del Pr era presidente: segretario era invece Gianfranco Spadaccia), tuttavia, era solo di natura politica, non certo anche civilistica: l'atto di quietanza con cui nel 1975 Marc Bonnet aveva riconosciuto il diritto del Parti socialiste all'uso del poing à la rose, infatti, aveva riservato all'autore del segno ogni diritto relativo all'uso che del disegno avrebbero potuto fare altri partiti (socialisti e non) al di fuori della Francia.  
Di certo la notorietà dell'uso dell'emblema di Bonnet in Italia avrebbe potuto essere limitata e, magari, non arrivare mai all'orecchio del creatore; la campagna elettorale del 1976 impossibile da non notare, la conquista di quattro deputati e i loro metodi ostruzionistici entrati negli annali delle procedure parlamentari diedero invece ampia risonanza all'attività del Partito radicale e anche al suo simbolo. A quel punto, fu inevitabile che la notizia arrivasse pure all'ideatore francese e che questi reagisse, per non aver potuto sfruttare economicamente anche in Italia la sua creazione. 
In effetti sarebbe bastato poco per evitare che il contenzioso sorgesse: "Pur non essendomi mai occupato di questa vicenda - ricorda ancora Zeno-Zencovich - già quando si pensò di trasferire il logo da Liberazione al partito consigliai di reinterpretare la grafica: in fondo l'idea del pugno e della rosa non era originale, era sufficiente darne una diversa lettura visiva, magari affidando la grafica di nuovo a Maoloni o ad Aurelio Candido, allora giovane collaboratore dello stesso Maoloni". Com'è noto, invece il simbolo rimase pressoché identico a quello francese, così Bonnet - dopo aver avuto contezza di ciò che stava succedendo in Italia - invitò una prima volta il Partito radicale a prendere contatti con lui per rimediare a quella situazione.
Di risposte, da Via di Torre Argentina, non ne arrivarono, così in seguito Bonnet scelse di portare la questione in tribunale. A novembre del 1979, gli avvocati italiani del disegnatore citarono il Partito radicale per aver adottato e continuato a usare il disegno della rose au poing "senza alcuna autorizzazione, usurpando e violando così i diritti del Bonnet sulla sua opera d'ingegno": si riteneva violato tanto il suo diritto morale d'autore (non era indicato il nome del creatore accanto al disegno), quanto quello patrimoniale. Il fatto che il Pr non ricavasse denaro dall'impiego del simbolo non faceva venir meno, secondo Bonnet, la lesione dei propri diritti, che dovevano essere risarciti: "il Partito socialista italiano era il più naturale acquirente dell'opera - si legge nella citazione, che tra l'altro sosteneva che con la rosa nel pugno il Psi avrebbe evitato anche ogni rischio di confondibilità con l'Unione rifondazione socialista democratica, che aveva già adottato il garofano negli anni '70 e aveva portato il Psi craxiano in tribunale -. Una volta utilizzato il disegno dal Partito radicale, non solo il Psi è un cliente perduto, ma la rose au poing di Bonnet ha un ben difficile sbocco sul mercato italiano, con conseguente grave danno per l'attore".
Chi avesse pensato a una manovra per bloccare l'attività politico-elettorale degli "scostumati" radicali in Italia, sarebbe rimasto deluso: nell'atto di citazione, infatti, si legge anche che l'idea di fare causa era sorta nella primavera del 1979, ma Bonnet aveva preferito aspettare perché "procedere contro il Partito radicale durante un periodo tanto delicato come quello elettorale avrebbe creato a controparte un inutile aggravio"; pur ritenendo di non poter tollerare oltre l'usurpazione del proprio disegno, l'autore non volle richiedere nemmeno in quel caso provvedimenti d'urgenza per tutelare i suoi diritti "per non incidere in una sfera di interessi pubblici di livello diverso da quello del Bonnet". Un gesto di fair play, quasi inimmaginabile al giorno d'oggi, ma anche una strategia per ottenere ragione più facilmente: la richiesta di inibire con urgenza l'uso della rosa nel pugno, con l'effetto sostanziale di bloccare l'attività politico-elettorale del Pr, avrebbe potuto indurre un giudice a una decisione sfavorevole proprio per non compromettere l'attività di un partito rappresentato in Parlamento, mentre la scelta di far valere i propri diritti senza chiedere ai giudici nulla di immediato avrebbe avuto maggiori probabilità di successo.

L'accordo (salato) dopo la sconfitta

Ben altra, ovviamente, fu la posizione del Partito radicale, rappresentato dall'allora segretario Giuseppe "Geppi" Rippa e difeso tra gli altri da Mauro Mellini, tra i primi deputati radicali. Per Via di Torre Argentina nella rose au poing di Bonnet non c'erano originalità e creatività, mancando a prima vista "una rappresentazione originale di un determinato contenuto di idee, sensazioni e sentimenti che dovrebbe contraddistinguere l'opera d'arte", come pure il "riflesso della personalità dell'autore", requisiti ritenuti necessari dagli avvocati per applicare la tutela del diritto d'autore. Si tratterebbe solo di un segno distintivo, dunque di un marchio, essendo dotato il disegno se non altro di capacità distintiva, ma per i radicali non era applicabile la disciplina dei marchi, non essendo in presenza di merci o prodotti. 
Di più, la novità - nell'ambito dei marchi e del diritto d'autore - sarebbe stata negata anche dall'uso incontestato della rosa nel pugno nella testata di Liberazione, iniziato nel 1973 prima del deposito fatto dall'autore nel 1974; né si sarebbe stati di fronte a un'opera d'arte applicata da tutelare, perché la legge avrebbe tutelato l'applicazione "all'industria" e comunque in presenza di originalità e novità. Da ultimo, l'uso politico-elettorale fatto dal Partito radicale sarebbe sottratto all'applicazione delle norme sul diritto d'autore o sui marchi, essendo sottoposto alle norme speciali dettate per le elezioni: queste si basano sulla "abitualità dell'uso di un simbolo come contrassegno elettorale" e sarebbero improntate "a finalità esclusivamente pubblicistiche", volte all'identificazione chiara e precisa del partito da parte degli elettori.
Per la prima sezione del tribunale di Roma, tuttavia, il Partito radicale aveva torto. Nella sentenza n. 3649/1981, decisa però alla fine del 1980 (curiosità, il relatore era Vittorio Metta: lo stesso finito molti anni dopo al centro delle cronache per la sentenza della Corte d'appello di Roma sul "lodo Mondadori"), i giudici ritennero inverato nel disegno i requisiti della creatività, intesa come "individualità della rappresentazione", e della capacità di sentire ed esprimere in modo personale un'idea: "è un disegno plastico e stilizzato allo stesso tempo; le linee sono grossi tratti essenziali, semplificate al massimo; l'insieme è armonico e rende con tutta evidenza [...] il contrasto tra la robustezza della mano e la delicatezza del fiore", il tutto con "un effetto estetico singolare, assolutamente originale, che non trova riscontro in alcun precedente". 
Il disegno di Bonnet, con tanto di firma del creatore, fu poi usato dal Psf già dal 1971, prima che dai radicali in Italia: il diritto d'autore, in ogni caso, si genera dalla data della creazione e non da quella del deposito come opera dell'ingegno. Quanto alle norme elettorali, pur imponendo ai partiti l'uso come contrassegno del simbolo di norma utilizzato, non permettono affatto "ai partiti di usurpare i diritti altrui" o di far prevalere il diritto all'uso di un'espressione artistica altrui sui diritti del creatore. Infine, pur in mancanza di un ritorno economico per il Partito radicale, l'uso fatto della rose au poing per i giudici violava effettivamente i diritti di Bonnet, per la mancanza della sua firma accanto al disegno (che, evidentemente, solo in seguito a un accordo con il creatore poteva essere omessa) e perché l'impiego da parte dei radicali non consentiva all'autore di trarre profitto dalla sua opera.
Il tribunale di Roma inibì al Partito radicale l'ulteriore uso del simbolo e lo condannò a risarcire Marc Bonnet, anche se una successiva ordinanza avrebbe dovuto stabilire l'entità della somma. Evidentemente, però, dalle parti di Torre Argentina si considerava imprescindibile quel disegno: il 17 settembre 1982, dunque, si arrivò a un accordo con il disegnatore. Questi ricevette dai radicali l'enorme somma di 60 milioni di lire, a titolo di cessione del diritto di riprodurre la rosa nel pugno in Italia. L'atto di quietanza era quasi identico a quello già indirizzato al Psf di Mitterrand, comprensivo anche della rinuncia a ogni azione contro il Pr per l'uso passato del simbolo (cosa che fa supporre che il corrispettivo pagato a Bonnet comprendesse anche parte dei risarcimenti per l'uso pregresso). Simbolo che, nel frattempo, era stato leggermente cambiato: nel 1980, il 23° congresso straordinario del introdusse il "preambolo" allo statuto (tuttora presente) e diede un segno tangibile della partecipazione del Partito radicale alla lotta contro lo sterminio per fame e guerra perseguito dai "signori della guerra" e dai "potenti del mondo e d’Italia", stabilendo nella mozione di abbrunare a lutto l'emblema fino alla sconfitta di detta politica di sterminio, "a testimonianza di pietà, di umana consapevolezza e civile dignità". 
Alle elezioni del 1983, dunque, il partito si presentò con il simbolo listato a lutto (e ancora in bianco e nero), ottenendo 11 deputati e un senatore; un risultato inferiore rispetto a quello del 1979 (18 deputati e 2 senatori), ma comunque di tutto rispetto. Chissà quanti, tra gli oltre 800mila italiani che avevano messo la loro croce sulla rosa nel pugno, sapevano che quel simbolo, solo un paio di anni prima, avevano rischiato di non vederlo più e che la sua permanenza sulle schede era costata cara; e chissà che in futuro, anche in virtù degli sforzi di quasi quarant'anni fa, non faccia di nuovo la sua comparsa sulle schede...

Si ringrazia il Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito, soprattutto attraverso Maurizio Turco, per aver fornito il materiale che ha finalmente permesso di raccontare nei dettagli questo pezzo di storia.

martedì 16 ottobre 2018

Viaggio nella Lega di Salvini, tra novità e punti fermi

Il 31 maggio 2018 Giuseppe Conte ha ricevuto da parte del Presidente della Repubblica l'incarico di formare un governo: lo compongono in gran parte esponenti della Lega (anche se ufficialmente ad avere partecipato alle elezioni è la Lega Nord) e del MoVimento 5 Stelle, due soggetti politici che il 4 marzo sulle schede elettorali erano in concorrenza e, sommando i voti ottenuti nelle urne, hanno raccolto il consenso di un votante su due (guardando ai dati della Camera). E se certamente il M5S ha manifestato una crescita del tutto rilevante, in termini assoluti e relativi, bisogna ammettere che l'incremento più significativo e meritevole di studio, dal 4,09% (e 1,39 milioni di voti, sempre considerando la sola Camera senza la Valle d'Aosta) del 2013 al 17,35% (e 5,7 milioni di voti) del 2018, ha riguardato la Lega, per la prima volta sopra a Forza Italia quanto a consensi ricevuti. Giuridicamente si tratta dello stesso partito delle elezioni politiche precedenti (anche se dal nome è sparita la parola "Nord"); politicamente, a colpo d'occhio, è cambiato molto, con la presenza elettorale del partito anche al Sud e con una collocazione non più semplicemente definibile come di centrodestra. Eppure, secondo alcuni, uno sguardo più approfondito potrebbe svelare che le cose non stanno esattamente così: gli elementi di continuità con il passato sarebbero assai più rilevanti rispetto alle differenze effettivamente apprezzabili a vario livello.
La tesi è sostenuta da Gianluca Passarelli (professore associato alla Sapienza di Roma) e Dario Tuorto (professore associato all'università di Bologna): i due politologi si sono occupati a lungo della Lega Nord in un gran numero di saggi e in una monografia pubblicata dal Mulino nel 2012, Lega & Padania. Storie e luoghi delle camicie verdi. Da poco la stessa casa editrice bolognese ha pubblicato l'ultima ricerca a loro firma, intitolata La Lega di Salvini e che fin dal sottotitolo - Estrema destra di governo - mette in luce il nucleo della tesi del libro. 


Mutazioni accelerate, punti fermi mantenuti

E' opportuno sgombrare subito il campo da equivoci: i cambiamenti ci sono stati eccome, anche gli autori ne sono convinti e sanno che tutti questi passano attraverso la segreteria federale di Matteo Salvini, iniziata alla fine del 2013: "Salvini - scrivono - è stato abilissimo. Ha condotto una campagna elettorale impeccabile. Capace di risultare innovatore agli occhi e alle orecchie degli elettori, proprio perché ha innovato" anche grazie all'opera di chi ha curato la sua immagine. Soprattutto, "è stato veloce, coniugando ambizione e capacità di riempire un vuoto generatosi tanto nel partito quanto nella coalizione di centro-destra": il tramonto della leadership di Umberto Bossi (in uno dei periodi più difficili in assoluto per il partito e con la mancanza di sfidanti realmente in grado di contendere la vittoria a Salvini) e la crisi conosciuta da Forza Italia hanno permesso a Salvini di farsi strada grazie alla sua velocità e a un linguaggio diretto, riuscendo ad apparire nuovo pur essendo stato consigliere comunale a Milano dal 1993 al 2012 ed europarlamentare dal 2004 (con un crescente successo personale, come testimoniato dalle preferenze ricevute, non solo al Nord).
In effetti, secondo Passarelli e Tuorto, già Bossi aveva capito che, a dispetto del nome, non si poteva puntare tutto e solo sul Nord (al di là delle azioni per caricare la base nella campagna elettorale) se si voleva stare al governo dell'Italia, per cui già dall'inizio degli anni 2000 aveva parzialmente corretto il tiro rispetto all'azione del periodo precedente, avvicinandosi organicamente al centrodestra (e non, come da più parti si è sospettato, per l'esigenza di "disinnescare" le cause forziste nei confronti del Carroccio e della Padania e garantirsi le risorse necessarie all'attività del partito); solo dopo la fine della segreteria di Bossi e sull'onda degli scandali che avevano colpito il partito si sarebbe arrivati a formalizzare lo slogan "Prima gli italiani" (dopo il maroniano "Prima il Nord"), come passo determinante verso un'alleanza "dell'Europa delle patrie", avendo come maggiore interlocutrice Marine Le Pen. 
Nel frattempo, con il cambio di segreteria, secondo gli autori il partito muta innanzitutto all'interno, passando dall'autorevolezza e dal carisma (riconosciuto dai militanti) di Bossi all'autorità e alla popolarità (indiscutibile) di Salvini, un processo simile a quello riscontrabile proprio all'interno del Front National francese, nel passaggio della leadership da padre a figlia. Salvini di fatto si pone come unica vera figura di spicco all'interno della "sua" Lega, pur in presenza di personaggi ben noti della "vecchia guardia" (a partire da Roberto Calderoli) che però sono molto meno in luce di prima; il tutto mentre è via via cresciuta (anche prima di Salvini) la presenza leghista nelle istituzioni regionali e locali e, a dispetto del calo sensibile del numero di sezioni presenti sul territorio (segno che la generale crisi della militanza non ha risparmiato la Lega, anche per le vicende che l'hanno direttamente riguardata), si è comunque mantenuta una base solida, compatta e ben contornata da un popolo di elettori-non-militanti.   


Un partito che resta del Nord e a destra

Le ultime elezioni hanno dimostrato certamente una presenza del partito in tutte le regioni, ma per Passarelli e Tuorto si è comunque di fronte a "un partito del Nord e radicato principalmente nel Nord", che rimarrebbe comunque il centro pulsante, propulsivo (e ricco) del partito. Il terzo capitolo del volume analizza nel dettaglio i risultati elettorali leghisti e, se riconosce che alle ultime elezioni le percentuali del voto ottenute dal partito nelle varie regioni d'Italia sono state molto più simili tra loro rispetto al passato - con un "indice di nazionalizzazione" pari allo 0,71 -, sottolinea che le regioni del Centro-Sud continuano a pesare molto meno in termini di voti apportati rispetto al Nord (arrivando quasi a pareggiare il conto con i consensi raccolti in ciò che resta della "zona rossa", che però è molto più ristretta territorialmente), anche se di certo sono molto più rilevanti che in passato, essenzialmente nelle aree del Centro. Il baricentro della zona d'influenza leghista, in ogni caso, non si è spostato di molto, limitandosi a un viaggetto dall'area cremo-mantovana a quella parmigiana e, se si va a "esplodere" il risultato delle ultime elezioni politiche nei vari comuni, si scopre che è sempre nel Nord che si concentra la stragrande maggioranza degli enti locali in cui la Lega è risultata il primo partito o tra le tre formazioni più votate (con prevalenza assoluta dei piccoli comuni, mentre al Centro-Sud le proporzioni si equivalgono).    
Altri punti di cambiamento da osservare con più attenzione riguardano la collocazione politico-ideologica e il linguaggio utilizzato dalla "nuova" Lega. Per Passarelli e Tuorto "già da alcuni anni il partito ha assunto i tratti di una formazione di estrema destra, con tratti razzisti, xenofobi, politicamente e socialmente violenti": una posizione, questa, che certamente ha alla base la scelta fatta tra il 2000 e il 2001 di collocarsi stabilmente nel centrodestra, fino a raccogliere via via l'interesse e il consenso di vari elettori di destra che - dopo la confluenza di An nel Pdl - non si ritrovavano perfettamente nel nuovo partito berlusconiano e non hanno trovato altre "case" politiche (la Destra, Fli, Fratelli d'Italia). Ne sarebbe un buon esempio la cosiddetta "rivoluzione del buonsenso", applicata soprattutto in materia di immigrazione e di difesa dell'italianità (che ha portato, nella base leghista, a un recupero dei concetti di unità nazionale e patria assolutamente non immaginabile solo una manciata di anni prima): un'italianità che, però, secondo gli autori, sarebbe ancora declinata "decisamente in chiave settentrionale" ("quali e quante sono le industrie in grado di competere sul mercato internazionale difendendo il Made in Italy? Sono quelle insediate nel Triveneto, in Lombardia e in Emilia Romagna. E la stessa flat tax [...] rappresenta una soluzione che se adottata rischierebbe di enfatizzare più che di ridurre le differenze economiche realizzando l'agognata secessione non con i 'fucili' e le ampolle di bossiana memoria, ma con la divisione de facto tra le aree deboli e forti del paese").
A fronte di una netta collocazione nell'area destra della politica italiana ed europea (anzi, estrema destra, anche se probabilmente i protagonisti rifiuterebbero quell'etichetta; si veda però con attenzione il quarto capitolo che analizza anche il profilo degli elettori della Lega di Salvini e li ritrova tanto tra i benestanti quanto tra i dipendenti, li qualifica in gran parte liberisti e soprattutto "ostili e tradizionalisti" in materia di immigrazione, diritti e religione), occorre guardare con attenzione ai rapporti con le altre forze del centrodestra italiano, a partire ovviamente dai partiti nel tempo guidati da Silvio Berlusconi. Se, come si è detto, non è stata in discussione la collocazione in quell'area a partire dal 2001 (nonostante la scarsa affidabilità mostrata dal 1994 in poi, quando il primo governo Berlusconi durò pochi mesi proprio per lo sfilarsi del Carroccio e nel 1996 il partito corse da solo in pieno "estremismo di centro", come notato da Piero Ignazi) e al più si è assistito a vari tentativi di insidiare la leadership berlusconiana della coalizione, le elezioni del 2018 sembrano avere ribaltato i termini della categoria del forzaleghismo teorizzata con lucidità da Edmondo Berselli, cioè il "nordismo sbrigativo che accomuna il mondo della Lega con l'insediamento politico ed elettorale di Forza Italia". Il concetto, beninteso, cambia poco, ma qui casomai secondo gli autori abbiamo il "leghismo forzista": personalmente preferirei il "legaforzismo" perché la posizione ufficiale di Forza Italia non vorrebbe mai rischiare di "scimmiottare" Salvini, mantenendo piuttosto una sua identità; il recente caso di "Forza Salvini", tuttavia, dà ragione a Passarelli e Tuorto nel dire che anche nel partito di Berlusconi c'è chi si è fatto contagiare dalla popolarità e dall'impatto salviniani.
L'ultimo capitolo guarda inevitabilmente ai rapporti tra Lega e MoVimento 5 Stelle, i due contraenti dell'accordo per il "governo del cambiamento" qualificati dall'inizio come frères ennemis, fratelli nemici, ma che certamente condividono la natura di partito di protesta: la prima, tuttavia, presentandosi come "partito pro sistema al Nord, dove governa" in varie regioni e in moltissimi enti locali, mentre il secondo avrebbe "tratti di protesta coltivati e alimentati dal disagio", in chiave di protesta soprattutto "antiélite" e "anticasta" (tema che in parte la Lega ha dovuto riesumare, dopo averlo abbandonato a lungo nei periodi di permanenza al governo). Hanno mostrato alle ultime elezioni di avere distribuzioni elettorali quasi speculari, con un forte radicamento in una parte d'Italia (il Centro-Nord per la Lega, il Centro-Sud per il M5S) e l'aumento della presenza nelle altre zone del paese (anche se là dove il MoVimento è più debole risulta comunque più forte rispetto alle aree a minor densità leghista e gli elettori stellati sono più forti nei comuni mediograndi rispetto a quelli piccoli o grandi) e con una diversa distribuzione in base alla struttura territoriale dell'economia (la Lega prevale nelle aree con migliori performance del mercato del lavoro, il M5S in quelle con un maggiore tasso di disoccupazione). 
Sotto vari punti di vista, le due forze politiche finiscono per risultare complementari (anche e soprattutto dal punto di vista dell'elettorato) e in quella posizione hanno stipulato il loro accordo che ha portato al governo presieduto da Conte, "affiancato" da Salvini e Di Maio. Il "contratto", che appare per vari commentatori più una "dichiarazione di intenti" volta a non scontentare troppo i reciproci elettori (soprattutto per la mancanza di indicazioni specifiche sul reperimento delle risorse necessarie), per Passarelli e Tuorto mette davanti i due soggetti politici a una sfida molto delicata: da una parte, la Lega potrebbe avere da guadagnare dall'alleanza, se si dimostrasse duratura, per poter rimanere al governo, dal momento che avrebbe comunque bisogno di un alleato forte non potendo governare da sola (per cui se l'alleanza saltasse avrebbe comunque bisogno di Forza Italia o, almeno, dei suoi elettori); dall'altra parte, il MoVimento 5 Stelle dovrà essere in grado di far digerire all'ala più movimentista lo smacco dell'aver accettato di concludere un'alleanza (andando contro a quando dichiarato per anni) e di aver rinunciato a punti importanti del proprio programma a favore dei compagni di avventura leghisti, mettendo piuttosto in luce i risultati ottenuti stando al governo che non sarebbero mai arrivati dai banchi dell'opposizione. Una sfida oggettivamente rischiosa per il M5S (che potrebbe anche implodere e finire in parte inglobato dalla Lega), ma non facile nemmeno per un partito come la Lega: essa ha una lunga storia - la più lunga tra i partiti presenti sulla scheda - e una classe dirigente nazionale e locale comunque con una certa esperienza, oltre che un elettorato compatto e fidelizzato, ma potrebbe non trarre sempre giovamento dall'arroccarsi su posizioni ritenute "di destra estrema" e faticare a trovare una ricetta davvero in grado di comporre gli interessi dell'intero paese.   

La portata dei cambiamenti simbolici

Qualche passaggio del volume è dedicato anche alle questioni legate al simbolo, a partire dalle "forzature simboliche" che Salvini avrebbe attuato per mostrare in modo visibile "l'abbandono tattico della battaglia secessionista per l'indipendenza della Padania": per gli autori, "l'eliminazione del simbolo del partito" (probabilmente riferendosi al Sole delle Alpi, che faceva ancora parte del simbolo ufficiale allegato allo statuto registrato nel 2015) e "della parola 'Nord' dal nome" dovevano rendere tangibile il passaggio dall'indipendentismo al sovranismo e ai temi classici della destra nazionalista, anche se al fondo c'è la convinzione che, a dispetto delle potature grafiche e nominali, "il comunitarismo valligiano tornerà comodo quando il vento in poppa calerà".
Soprattutto, però, per Passarelli e Tuorto "non è sufficiente togliere tatticamente dal simbolo del partito il termine 'Nord' per diventare, automaticamente, un partito nazionale", perché il Nord "rimane, eccome, nel voto e nelle politiche del partito guidato temporaneamente da Salvini": posto che "la genetica politica segnala inequivocabilmente quanto sia resistente al cambiamento, soprattutto quando è mera cosmesi elettorale e non profonda revisione", accanto ai segni di discontinuità rispetto al passato, infatti, gli autori colgono altri indizi di continuità che li confermano nelle loro tesi.
Un altro simbolo in qualche modo messo da parte, pur se diverso da quelli di natura grafica, è individuato nell'incontro annuale al pratone di Pontida, che negli ultimi anni avrebbe cambiato significativamente natura pur restando abbastanza simile a se stesso: da "rito (ri)fondativo irrinunciabile che dava al suo variegato popolo l'occasione per toccarsi, contarsi e attualizzare la tradizione popolare delle origini", infatti, sarebbe poi stato celebrato con meno enfasi, affinché "non fungesse da stigma e intimorisse gli elettori più urbanizzati o a sud del Po". Una scelta, dunque, che marcherebbe una maggiore distanza da parte della base del partito, senza però rinunciare del tutto - e non solo per opportunità - al pratone, perché "rappresenta un luogo dell'anima, cui tornare e ritornare". Perché anche nel tempo della "turbopolitica" (secondo la definizione di Edoardo Novelli) e dei social network, a guardare bene, ai luoghi e ai simboli dell'anima non è stato dato il foglio di via: non a caso, Alberto da Giussano - o, comunque, la statua del guerriero di Legnano - è ancora lì, al suo posto.