martedì 12 dicembre 2017

Alternativa popolare al capolinea, e i simboli che fine fanno?

Non è dato sapere quanti avessero creduto davvero che l'avventura iniziata alla fine del 2013 da un gruppo di parlamentari guidati da Angelino Alfano, allontanatosi da Silvio Berlusconi e convinto dell'opportunità di proseguire l'esperienza di governo a fianco del centrosinistra, sarebbe durata a lungo o, almeno, senza perdere troppi pezzi rilevanti. 
In realtà non è durata così poco: il simbolo del Nuovo centrodestra - il primo, quello rettangolare - fu presentato il 5 dicembre 2013, dunque si contano giusto quattro anni (quasi come la montiana Scelta civica, che però si era condannata all'irrilevanza molto prima). Quel periodo, va detto, è stato vissuto in modo tutt'altro che tranquillo, con varie defezioni di peso (da Renato Schifani a Nunzia De Girolamo, fino a Gaetano Quagliariello), l'alleanza con l'Udc non proprio baciata dalla fortuna (al punto tale da finire per spaccare anche quel partito) e il cambio di nome in Alternativa popolare - anticipato dall'etichetta Area popolare già abbinata al cuore simil-Ppe, inizialmente in condominio con l'Udc e poi sempre più appannaggio dei soli alfaniani - che ha finito per togliere ogni traccia di centrodestra dal nome di un partito alleato con il Pd. Dopo la giornata di oggi, tuttavia, il capolinea è arrivato e, se per un po' il simbolo di Ap rimarrà visibile, avrà vita dura dalle prossime settimane in poi.  
Già ieri si era capito che i giochi ormai erano finiti e c'era poco da stare allegri (anzi, Happy, per ricordare la singolare scelta musicale fatta ai tempi di Ncd). Uno dei massimi esponenti del partito, l'ex ministro Maurizio Lupi, aveva sintetizzato la situazione annunciando che il giorno dopo si sarebbe lavorato a "un documento unitario che salvaguardi le due coerenze politiche emerse nella discussione di oggi" (parole pronunciate anche da Alfano). 
Suona strano parlare di "due coerenze politiche" - che se non si temesse di fare torto ad Aldo Moro si potrebbero parafrasare come "divergenze parallele" - con riferimento a due posizioni che inciampano in incrociate accuse di incoerenza: la prima, quella di "appartenenza alla propria storia politica e alla nascita del partito", nel rivendicare la coerenza con il proprio passato di centrodestra è tacciabile di incoerenza per il passato prossimo e per la scelta di tornare accanto a Berlusconi, dal quale ci si era voluti distinguere proprio con la nascita di Ncd; l’altra "di prosecuzione nell'azione riformista di governo, iniziata cinque anni fa", nel voler essere coerente con la scelta di allora (più volte rinnovata) si è attirata da tempo gli strali di chi ha ritenuto quella condotta incompatibile con la storia di centrodestra e moderata dei vari esponenti.
La direzione nazionale di oggi di Ap, più che alla riunione di un organo collegiale, è sembrata una seduta di tribunale che ha sancito - parole usate da molti, anche dalla ministra Beatrice Lorenzin - la separazione consensuale tra le due coerenze divergenti. Il tutto sancito da regolare sentenza, ossia dal famoso documento unitario annunciato ieri:
La direzione di Alternativa Popolare ha approvato all'unanimità la proposta unitaria su cui ha riferito il coordinatore Maurizio Lupi a nome del gruppo (Lorenzin, Cicchitto, Gentile) delegato dalla direzione di ieri, che prevede:1. La prosecuzione dell'unità dei gruppi parlamentari sino al termine della legislatura e l'accordo per cui un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra.2. Un patto di consultazione e di confronto permanente e un approfondimento tecnico-regolamentare delegato ai fondatori del partito su eventuali questioni residue, tra cui i simboli, nelle disponibilità del presidente Alfano.
A limitarsi a queste righe, sembra davvero la scissione politica più serena e pacifica mai vista: tutt'altro clima, insomma, rispetto alle lotte senza quartiere in seno al Partito popolare italiano del 1995 o alle baruffe ripetute (e manesche) all'interno del Nuovo Psi a partire dal 2005. Le due strade, dunque, si dividono: Maurizio Lupi si prepara a ritraslocare nel centrodestra, Beatrice Lorenzin e Fabrizio Cicchitto (forse memore del suo passato remoto socialista non berlusconiano) restano invece a fianco del Pd, ma fino alla fine della legislatura i gruppi resteranno uniti; sembra un po' inquietante, tuttavia, la frase in base alla quale "un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra", come se davvero i due gruppi parlamentari potessero ragionevolmente fare scelte diverse senza subire accuse di schizofrenia (a meno che, ovviamente, i sostenitori di una posizione fossero concentrati in un ramo del Parlamento e quelli dell'idea opposta fossero quasi tutti nell'altro).
Certo è che questa situazione di "due partiti in uno" - che ricorda tanto, questa sì, quella del Ppi nel 1995, fino alla nascita del Cdu dopo le ordinanze della magistratura e il "patto di Cannes" tra Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco per dividere nomi, simboli, testate e cercare di limitare i danni - non sarà priva di problemi. In quanto legale rappresentante di Alternativa popolare, infatti, il simbolo attuale di Alternativa popolare e anche quello precedente del Nuovo centrodestra (di cui Ap rappresenta l'evoluzione, ma in piena continuità giuridica) sono nella titolarità di Angelino Alfano, che ha scelto di non candidarsi e ora si ritrova "arbitro" della scissione; Alfano li ha anche registrati a proprio nome come marchi, ma al di là di questo è chiaro che chi seguirà Lupi, nel fondare un nuovo soggetto politico di fatto abbandonerà Ap e, come scissionista, non avrà diritto su nessun nome o simbolo.
In effetti sembra improbabile che Lupi e gli altri siano interessati a utilizzare il cuore di Alternativa popolare, mentre più di qualcuno sostiene che l'ex ministro sia più interessato a valersi del primo nome, quello di Ncd (che, tra l'altro, nel 2011 era stato depositato da Italo Bocchino e da questi concesso ad Alfano), più adatto alla nuova collocazione del gruppo; Alfano non sarebbe assolutamente obbligato a concederlo, anche se potrebbe farlo in spirito di cortesia. Non è affatto scontato, però, che al centrodestra guidato da Berlusconi e con i "duri e puri" Salvini e Meloni vada a genio la convivenza con quel simbolo o anche solo con quel nome (l'ex Cavaliere non aveva avuto parole gentili per quell'etichetta): a quel punto, forse, converrebbe trovare un'altra soluzione. 
Tutto questo, naturalmente, ammesso che il troncone di centrodestra riesca a vincere la sfida più impegnativa, quella delle firme da raccogliere: trattandosi di un gruppo nuovo e scisso da Ap, infatti, Lupi non sarebbe esentato dalla raccolta delle sottoscrizioni per la sua lista (magari creata assieme ai fittiani di Direzione Italia) e non è scontato che dagli alleati arrivi qualche forma di aiuto. Alla peggio, il gruppo di centrodestra di ritorno potrebbe contribuire alla lista nota come "quarta gamba" della coalizione e a quel punto non ci sarebbero problemi di nomi, ma la visibilità e le speranze di risultati favorevoli (anche in termini di eletti) sarebbero ridotte al lumicino; anche Lorenzin e Cicchitto, però, non dormono sonni tranquilli, soprattutto dopo la pessima prova delle regionali siciliane. Da una parte e dall'altra, insomma, c'è poco da stare Happy.

domenica 10 dicembre 2017

Liberi e Uguali, foglioline (al femminile?) su fondo amaranto

Raramente la presentazione di un singolo contrassegno elettorale ha avuto l'onore della ribalta televisiva in una delle fasce orarie di maggior ascolto (quella delle 21 o giù di lì), per giunta su uno dei canali più seguiti, com'è Rai1. Questa possibilità l'ha avuta e l'ha sfruttata Pietro Grasso, presidente del Senato uscente ma soprattutto leader della nascente lista per la quale da alcuni giorni era diventato definitivo il nome Liberi e Uguali: proprio questa sera, l'ex magistrato ha mostrato il simbolo al pubblico di Che tempo che fa, di cui era ospite, dando così maggior concretezza elettorale al progetto che da alcune settimane impegna soprattutto Possibile, Sinistra italiana, Articolo 1 - Mdp (e probabilmente, dopo la ritirata di Giuliano Pisapia, anche qualche soggetto proveniente dall'esperimento non compiuto di Campo progressista).
Le telecamere hanno ripreso dunque uno dei primi simboli la cui presenza sulla scheda elettorale sembra quasi certa. Il "quasi" è dovuto essenzialmente a eventuali ritocchi dell'ultimo minuto, ma non solo: resterebbe il problema non piccolo dell'esenzione dalla raccolta firme. Posto che non si è di fronte a un partito costituito in gruppo in entrambe le Camere, l'esenzione speciale prevista dalla legge elettorale - valida dunque solo per le elezioni in arrivo - si applica ai "partiti o ai gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 15 aprile 2017" e certamente non esisteva al 15 aprile 2017 un gruppo parlamentare con il nome "Liberi e Uguali". E' vero che Articolo 1 e Sinistra italiana il gruppo parlamentare ce l'hanno ed è stato costituito prima di quella data, ma il loro nome è diverso e, con questo simbolo, non si potrebbe certo sostenere che la lista presentata è di Mdp o Si (il tenore letterale della disposizione non sembra concedere, come avviene in certe leggi elettorali regionali, al gruppo di esentare una lista in qualunque modo collegata). Unico modo per essere certi di non dover raccogliere le firme, insomma, sarebbe inserire da qualche parte una "pulce" di Articolo 1 o Sinistra italiana o, comunque, qualcosa che ne richiami in modo esplicito la grafica.
Certamente non vale come richiamo grafico a Si la scelta grafica e cromatica, dal momento che i due emblemi più o meno deliberatamente si somigliano: in entrambi, infatti, gli elementi testuali e grafici sono bianchi su fondo rosso (anche se Grasso, ospite da Fazio, ha tenuto a precisare che il suo colore esatto è "amaranto": in bocca al lupo ai grafici e agli stampatori delle schede...), stessa cosa che era avvenuta nel 2014 con la lista L'Altra Europa con Tsipras: a ben pensarci, anzi, probabilmente l'antecedente grafico più vicino a Liberi e Uguali è proprio la formazione costituita in vista delle ultime elezioni europee. Anche allora, tra l'altro, si scelse - non senza travagli - di citare l'idea della sinistra con il colore, ma di non inserire la parola "sinistra" nel contrassegno (ed è questo il motivo che esclude completamente la possibilità che all'emblema sia aggiunta la "pulce" di Si): si è dunque di fronte a un profilo di somiglianza ulteriore, che si unisce all'indicazione espressa del leader del progetto politico.
Al di là della tonalità di rosso utilizzata, l'emblema di oggi si distingue da quello del 2014 anche per l'uso di caratteri minuscoli (allora non impiegati), di due differenti font bastoni (lo dimostrano le fattezze delle due G) e, soprattutto, per l'esistenza di un pur minimo vezzo grafico. Il riferimento è alle tre "foglioline" bianche, appoggiate alla "i" di "Liberi", che richiamano la E del nome senza utilizzarla direttamente: queste, a detta di Grasso, "rappresentano il nostro legame con l’ambiente ma anche l’importanza che diamo alle pari opportunità, essendo un simbolo femminile". Se certamente quell'espediente grafico consente di "muovere" almeno un po' l'impianto del simbolo, altrimenti piuttosto statico (unico altro elemento movimentante è la sottolineatura discreta sotto la parola "Uguali"), nelle intenzioni di chi ha chiesto e creato il simbolo dovrebbe anche sopire le polemiche dei giorni scorsi sulla scarsa presenza e rappresentazione femminile della nascente lista.
Sul punto si erano espresse voci storiche come Norma Rangeri, studiose autorevoli come Nadia Urbinati e varie esponenti femministe, ma si era fatto notare anche uno scritto di Nicola Fratoianni, il quale sul manifesto aveva invitato a "leggere e pronunciare [il nome], fin da subito, come 'Libere e Liberi e Uguali'" e a trasformare "quella 'e' da semplice congiunzione in piena soggettivazione". La sua voce, a quanto pare, è stata ascoltata: la "E" non emerge più come lettera/parola autonoma, le foglioline appoggiate alla "i" di "Liberi" la trasformano in "E" (facendo accettare la stranezza di una lettera minuscola che si comporta da maiuscola) e la forma foliare dà alla lettera più leggerezza.
L'espediente grafico, oggettivamente, è gradevole, ma se lo si vede con gli occhi della polemica dei giorni scorsi rischia di somigliare - soprattutto per chi ritiene che l'adesione alla causa femminile sia almeno in parte superficiale e di facciata - più a una strizzata d'occhio o a un cerotto un po' improvvisato sulle critiche, che a un vero gesto significativo. In più, in questo modo sul simbolo il nome che emerge è "Liberi Uguali", che somiglia un po' di più al già esistente "LibertàEguale" di quanto non accadesse con la versione che aveva la "e" ben visibile: chi vorrà attaccare briga in tribunale non mancherà di farlo notare, chi riterrà la questione ridicola o inesistente rimarcherà le differenze nominali (e soprattutto grafiche) che permangono. Per un motivo o per l'altro, insomma, il simbolo di Liberi e Uguali potrebbe far ancora discutere.

domenica 3 dicembre 2017

Fratelli d'Italia, il nuovo simbolo con quattro anni di ritardo

Quale tempo migliore dei congressi per adottare nuovi simboli o, magari, dare una sistemata a quelli che ci sono già? In casa di Fratelli d'Italia lo sanno molto bene: alla vigilia del primo congresso, tenutosi a marzo del 2014, venne ufficializzata la scelta di integrare il contrassegno con cui avevano partecipato alle elezioni politiche dell'anno precedente con l'emblema di Alleanza nazionale, concesso dalla Fondazione An in uso all'evoluzione di Fdi, in base ai risultati delle "primarie" svolte tra i simpatizzanti; ora, tra gli atti conclusivi della seconda assise nazionale - svoltasi in questo fine settimana a Trieste - c'è stata la presentazione del nuovo fregio politico (e probabilmente elettorale, nel senso che sulle schede dovrebbe restare tale), che cerca di contemperare lo sguardo al passato (per ricordare e dimenticare) e quello al futuro. Per Giorgia Meloni, confermata presidente del partito, quello appena adottato "è un simbolo che va avanti: mantiene la fiamma ma non fa più riferimento al partito che è venuto prima di noi. La nostra storia resta ma si va avanti".
Analizzando nel dettaglio il nuovo emblema, emerge subito che esso mantiene il nome originale (già da anni privato dell'espressione "Centrodestra nazionale" presente nei primi mesi, retaggio dei Circoli promossi da Massimo Corsaro nel 2012), ma lo semplifica e, in un certo senso, lo depura: sparisce, infatti, ogni riferimento nominale ad Alleanza nazionale. Le ragioni di quel passaggio sono varie, la prima delle quali è generazionale: all'interno di Fdi sono molti, ormai, i giovani che hanno aderito al partito senza essere mai stati iscritti ad An o simpatizzato per essa, perché si sono avvicinati alla politica dopo il 2009 (anno in cui lo scioglimento fu deliberato) o, semplicemente, prima avevano militato altrove.  Inutile sottacere, peraltro, che sulla scelta hanno pesato considerazioni di opportunità politica: il nome di Alleanza nazionale rischiava di essere piuttosto ingombrante, d'inciampo per la strada di Meloni e del suo partito, specialmente dopo gli ultimi sviluppi delle vicende patrimoniali e giudiziarie che hanno riguardato il leader indiscusso di An, Gianfranco Fini, quanto al noto affaire della "casa di Montecarlo". Ricordare troppo il vecchio partito di Fini, da cui peraltro Meloni e vari altri dirigenti di Fdi provengono, certamente sarebbe stato imbarazzante, forse quanto lo sarebbe stato negare ogni legame con il passato, almeno come evoluzione.
Anche per questo, è rimasto un richiamo solo visivo ad An, mantenendo la struttura del simbolo precedente, che ricalcava a sua volta quella concepita tra il 1993 e il 1994 da Massimo Arlechino per Alleanza nazionale. Il blu del segmento circolare superiore è più scuro rispetto a quello delle origini, forse per far risaltare meglio il testo, così come è rimasto il riferimento alle radici del Movimento sociale italiano con l'inconfondibile fiamma tricolore, ma un po' diversa rispetto a prima. Nell'emblema, infatti, non figura la base trapezoidale della fiamma con la sigla Msi (che la tradizione identificava con la bara di Mussolini), soltanto richiamata da un piccolo segmento di base: aver inserito la sola fiamma - tra l'altro decisamente ingrandita - vorrebbe ottenere l'effetto di richiamare un simbolo tradizionale della destra italiana (in cui certamente si identificano i vecchi militanti di Msi e An, ma che non è sconosciuto ai più giovani, che magari hanno visto la fiamma del Front National di Marine Le Pen, forse senza sapere che era stata "importata" proprio dall'Italia), senza però evocare anche l'eredità del vecchio partito, troppo polverosa e superata. Anche quest'uso, peraltro, è rispettoso del deliberato dell'assemblea dei soci della Fondazione An del 2015, in cui si concedeva "l'utilizzo del simbolo", senza obbligare all'uso totale o completo dello stesso (questo, ovviamente, fatte salve eventuali obiezioni che la fondazione dovesse sollevare in seguito).
La nuova grafica, che sarebbe stata curata da un'agenzia di comunicazione, appare più gradevole rispetto al passato. Sparisce certamente l'effetto "cannocchiale" o "matrioska" precedente, che era dovuto alla presenza di tre cerchi uno interno all'altro (e, per evitare comunque rischi del genere, il cerchio bianco in cui è inserita la fiamma non è stato bordato di nero ed è leggibile solo come "vuoto"); della grafica precedente è conservato anche l'elemento tricolore inizialmente costituito dalle tre corde annodate, ma ora è stato stilizzato in una fascetta coperta dal cerchio bianco (paradossalmente una soluzione analoga, anche allora senza basamento per la fiammella, provò a utilizzarla la Fiamma tricolore nel 2009, in un emblema che fu bocciato dal Ministero dell'interno). Meno felice, a dire il vero, sembra l'uso della font Nexa Black - la stessa di Scelta civica ed Energie per l'Italia - per il nome del partito, che rispetto al passato mette in evidenza il riferimento all'Italia, quasi a voler accentuare l'aspetto "sovranistico" del programma: il carattere utilizzato sembra poco armonico rispetto al resto della struttura del contrassegno.  
Nel complesso, in ogni caso, il risultato grafico ottenuto è soddisfacente. Il fatto è che l'emblema adottato oggi arriva, in un certo senso - almeno per l'idea grafica fondamentale - con quasi quattro anni di ritardo. Tra le tante proposte grafiche che nel 2013 erano state inviate a Fratelli d'Italia perché fossero valutate per l'adozione, ce n'era una che aveva preso come base il simbolo di Alleanza nazionale e si era limitata a sostituire il nome di An con quello di Fdi. L'autore della prova era il giovane militante Enea Paladino e la sua idea aveva riscosso un certo successo, per cui molti si erano profondamente stupiti - e qualcuno aveva protestato con una certa veemenza - per non aver trovato il suo logo tra gli otto che furono sottoposti a iscritti e simpatizzanti.
Ora che, quasi quattro anni dopo, la sua idea è stata ripresa (senza base della fiamma e con la striscia tricolore, ma si tratta oggettivamente di particolari trascurabili), Paladino - che nel frattempo è diventato consigliere della provincia di Perugia per Fdi - non nasconde la sua soddisfazione: "Direi che sono felice, il nuovo simbolo è molto simile a quello che produssi io - dichiara a questo sito - già all'epoca quel logo era voluto da tutta la base, ora anche dai vertici del partito... La 'matrioska' non era ben vista dai militanti e non capita dal nostro elettorato. Per me Fratelli d'Italia con la fiamma è una sintesi efficace tra tradizione ideologica e futuro politico". Sulla tradizione non ci sono dubbi, il futuro - saldamente nel centrodestra - si costruirà da domani.

mercoledì 29 novembre 2017

Liberi e Uguali a sinistra? Ma LibertàEguale c'è già...

In Italia, come appassionati e archeologi di musica leggera sanno bene, periodicamente spuntano accuse di plagio e copiatura varia. In quei casi, la linea difensiva del presunto copiatore contiene quasi sempre un certo ragionamento: le note sono sette, 12 a voler considerare anche le alterazioni, dunque gli accordi armonici e orecchiabili, così come le linee melodiche gradevoli sono limitati, quindi non c'è dolo se due brani si somigliano, magari senza che il secondo autore abbia mai conosciuto il brano che si presume vittima di plagio. Qualcosa di vero nel ragionamento c'è, ma non per questo le condanne per plagio non sono state emesse.
Qualcosa di simile sembra accadere anche con riguardo ai simboli politici, ma anche semplicemente per i nomi di partiti e movimenti. L'ultimo episodio, fresco fresco, riguarderebbe una creatura politica non ancora nata, anzi nascitura, questione di giorni. Il nuovo soggetto politico nascente a sinistra, che dovrebbe raccogliere Possibile, Sinistra italiana, Articolo 1 e magari anche alte cariche istituzionali (a partire da Pietro Grasso e Laura Boldrini), potrebbe chiamarsi Liberi e Uguali. Niente simbolo grafico, per quanto se ne sa, anche se la presentazione ufficiale del logo potrebbe esservi sabato: si è parlato del nome su fondo rosso. Gli appassionati di grafica politica non sono contenti, ma per qualcuno è proprio il nome a essere inopportuno. Perché da 18 anni esiste già la LibertàEguale. Con tutte le maiuscole. Si tratta di una associazione attiva in ambito politico, nata nel 1999 da "riformisti provenienti dalle più diverse esperienze nell’ambito del centrosinistra italiano", come si legge nel sito, per "fare dell’Italia una nazione con maggiore Libertà e maggiore Eguaglianza".
Nell'organo di presidenza sono rappresentate varie culture politiche, a partire da quelle confluite nei dem. Ci sono ex parlamentari (tra gli altri Franca d'Alessandro Prisco, Claudio Petruccioli, Luigi Covatta), altri in carica (come Pietro Ichino, Alessandro Maran, Lia Quartapelle); ci sono filosofi, giuristi ed economisti come Michele Salvati. A presiedere l'associazione è l'attuale viceministro all'economia Enrico Morando, mentre vicepresidente vicario è Stefano Ceccanti. Ed è proprio il docente di Diritto costituzionale comparato ed ex senatore Pd che, dalle pagine del suo blog personale, rivendica la primogenitura, prima ancora che del nome, dell'idea che gli sta dietro: "Vorrei gentilmente avvisare, se fosse vero, che l’associazione Libertà Eguale compie 18 anni domani, si riunisce sabato, in contemporanea a loro (tanti auguri, comunque) a Orvieto e, tra le tante differenze, non aspetterebbe mai le scelte di un magistrato per guidarla". L'avviso è ancora relativamente amichevole, ma poco disposto ad acquiescenze: "Ovviamente - continua Ceccanti - se si tentasse di impadronirsi del nome ci sarebbero consequence".
Di grane giuridiche e giudiziarie legate all'uso di un nome che sembrava troppo simile a qualcosa di già esistente se ne sono viste altre, anche in tempi relativamente recenti. Uno dei casi che avevano fatto maggiormente discutere risale al 2008, quando un gruppo di politici di area cattolica, guidato dall'ex segretario Cisl Savino Pezzotta, nonché dagli ex Udc Mario Baccini e Bruno Tabacci, aveva avuto in mente di costruire la Rosa Bianca, mettendo proprio quel fiore nel simbolo su fondo blu. Il riferimento, forse, era a metà tra il Bianco fiore della Dc degli esordi e la weisse rose cristiana e antinazista, ma i promotori avevano dimenticato un piccolo particolare: in Italia la Rosa Bianca esisteva già da almeno 30 anni, essendo un'altra associazione "per l'educazione alla politica e alla democrazia" nata sempre in ambito cattolico e tra i suoi fondatori annoverava Paolo Giuntella, per anni cronista al Popolo e a lungo quirinalista al Tg1. La sua associazione si rivolse al Tribunale di Roma per far valere il preuso del nome e, già che c'era, anche del sito internet, lamentando un elevato rischio di confondibilità, soprattutto a causa del comune impegno in ambito politico e per il bagaglio ideologico affine. I giudici accolsero quella domanda e il gruppo di Pezzotta dovette rapidamente modificare il proprio nome in Rosa per l'Italia.
In ambito cattolico, in effetti, le polemiche sui nomi non sono mancate. Si pensi, ad esempio, a quando Gianni Alemanno volle fondare il movimento Prima l'italia, dimenticandosi che quell'espressione era già stata utilizzata in ambito politico negli ultimi tesseramenti e nelle ultime campagne della Democrazia cristiana, prima che scegliesse di ribattezzarsi (facendolo male) Partito Popolare italiano. Per non parlare, tra l'altro, di tutte le volte in cui qualcuno ha cercato di chiamare la propria iniziativa Italia Popolare o semplicemente Popolari: tutti quanti, si chiamassero Alemanno, Berlusconi, Mauro, Alfano o in altra maniera, si sono puntualmente trovati una diffida da parte dell'associazione Italia popolare, legata all'ex parlamentare Ppi Alberto Monticone e attualmente portata avanti da Giancarlo Chiapello.
Certo, in quei casi il nome era proprio identico ed era più facile sostenere il preuso, mentre qui da una parte ci potrebbero essere i Liberi e Uguali, dall'altra c'è già da tempo la Libertà Eguale. Tutto risolto allora? Beh, non proprio. Si tratta pur sempre della combinazione degli stessi concetti, pur se espressi con parole appena un po' diverse,  all'interno dello stesso ambito politico, per cui la confondibilità non può essere affatto esclusa. Ne sa qualcosa Il Senatore Carlo Giovanardi, a suo tempo fondatore del partito Popolari Liberali, con il quale entro nel Pdl berlusconiano. Poco tempo dopo, infatti, si vede recapitare una diffida dall'Associazione Liberal popolari, già esistente, che gli intimava di abbandonare l'uso del nome. Le due denominazioni, per quanto simili, oggettivamente non erano identiche, eppure il tribunale di Roma in un'ordinanza diede torto a Giovanardi (che da allora infatti ha utilizzato molto meno il simbolo inizialmente creato), proprio perché i giudici avevano dato rilievo alla combinazione dei concetti, oggettivamente più proteggibile rispetto ai concetti singoli. 
La scena proposta oggi, tra l'altro, dovrebbe essere un déjà vu per chi pochi mesi fa ha fondato Articolo 1, visto che il nome inizialmente scelto, Movimento Democratico Progressista, è stato messo in secondo piano dopo il pronto avviso di un gruppo di democratici vicini a Renzi che in Calabria alle regionali aveva presentato la lista Democratici progressisti. 
Per evitare l'ennesima diffida con strascico legale, in un tempo pericolosamente vicino allo scioglimento delle Camere e che richiede la piena disponibilità del nome e del simbolo che si usa, forse per il nascente rassemblement di sinistra è meglio correre ai ripari e sforzare un po' di più la fantasia; in fondo, forse, le combinazioni interessanti in politica non sono ancora terminate.

lunedì 20 novembre 2017

Nicola Storto: Il simbolo Pd nacque senza Ulivo, Renzi cambi pure tutto

L'anniversario è tondo tondo, di quelli che andrebbero festeggiati. Domani, infatti, saranno passati dieci anni dal giorno in cui, con grande gioia del segretario-fondatore Walter Veltroni, fu presentato il simbolo del Partito democratico a Roma. Sulla carta doveva essere l'inizio del sogno di chi voleva archiviare le ostilità tra gli eredi della sinistra, nella sua versione progressista, e il cattolicesimo sociale che rifiutava categoricamente l'idea di allearsi con Silvio Berlusconi. Doveva essere un partito a vocazione maggioritaria, lasciandosi alle spalle le alleanze pletoriche stile Unione; perse invece le elezioni del 2008 e non vinse quelle del 2013, dovendo occuparsi subito delle sue ferite, senza vederle guarite del tutto (riuscendo poi a impantanarsi in infinite discussioni interne e a perdere pezzi per strada).
Se in dieci anni il partito è passato dalle mani di Veltroni a quelle di Franceschini e di Bersani, poi - dopo l'interregno di Epifani - di Matteo Renzi dalla fine del 2013, non è invece mai cambiato il simbolo, costretto al più a convivere con adattamenti grafici più o meno azzeccati (molti dei quali, specie a livello locale, sono stati analizzati in questo sito). A disegnare l'emblema, nel 2007, fu il creativo molisano Nicola Storto, allora solo 25enne: dopo un decennio il simbolo - unica sua vera creazione politica - gli piace ancora, ma riconosce che politicamente si è molto deprezzato, come del resto tutti gli emblemi politici. E il partito di oggi c'entra talmente poco con il Pd delle origini e con l'Ulivo - che in origine nel simbolo nemmeno c'era - che Renzi avrebbe tutte le ragioni di voltare pagina e proporre una grafica del tutto diversa. Questo, però, assieme alla storia del simbolo, ce lo facciamo spiegare direttamente da lui.  

Nicola Storto (dal profilo Linkedin)
Nicola, dieci anni fa esatti veniva presentato il simbolo del Pd, il "tuo" simbolo. Con che occhio lo guardi adesso?
Lo vedo come un simbolo che ha poco valore, nel senso che non si parla più di emblemi, ma di personaggi. Invece che alla sinistra o alla destra si fa riferimento esclusivamente ai leader politici.
Ovviamente non è colpa del simbolo, ma della dinamica in cui questo è inserito.
Assolutamente sì. Se ci pensi, lo stesso Renzi quando fa le convention non espone il simbolo, ma la comunicazione della propria campagna promozionale: le grafiche, da "cambia verso" al trolley, non hanno più nulla a che fare con il Pd. Un po' dispiace, nel senso che i simboli dei partiti non hanno più la forza che avevano un tempo, proprio perché il partito si identifica con il personaggio e non con il simbolo.
Dal sito www.nicolastorto.com
Com'eri arrivato a disegnarlo?
Dieci anni fa lavoravo in un'agenzia, Inarea, una realtà molto forte su Roma, tra le più grandi, che si occupava esclusivamente di branding, dunque di loghi e sistemi d'identità. 
Inarea, lo stesso soggetto che nel 2001, quando si chiamava ancora AReA, curò gli ultimi aggiustamenti per la grafica della Margherita, concepita da Andrea Rauch. 
Esattamente, proprio loro. In quel periodo Inarea lavorava molto con il comune di Roma, di cui era sindaco Walter Veltroni, e ha prodotto tanto materiale di comunicazione. Quando la candidatura di Veltroni come leader del Pd e aspirante Presidente del Consiglio emerse con nettezza, fu lui a chiedere ad Antonio Romano, titolare dello studio Inarea, di realizzare il simbolo per il nascente Partito democratico: fu lì che la commessa arrivò in agenzia. Io lavoravo per Inarea da pochissimo, ero entrato a settembre e a ottobre già finii a occuparmi di quel logo, mentre alla presentazione si arrivò circa un mese dopo.
Cosa vi era stato chiesto esattamente?
Il brief era abbastanza chiaro: dovevamo realizzare un logo molto semplice, leggibile e riconoscibile anche da persone con un basso livello di istruzione, memorabile e con i colori istituzionali italiani. Da quel momento in poi abbiamo fatto un benchmark, dunque ricerche sullo "stato dell'arte" sui vari simboli italiani ed europei, intuendo l'indirizzo grafico che si stava muovendo in quel periodo; uno dei simboli più forti era Forza Italia, il must come comunicazione, come impatto visivo, totalmente duttile, facilmente riconoscibile
Ma si può escludere che qualcuno di voi, nel concepire il logo del Pd, si sia ispirato a Forza Italia?
No, non lo possiamo escludere: in fondo i colori sono quelli della bandiera italiana. Al di là di questo, fatto quel benchmark si è iniziato a lavorare in team: eravamo molti ragazzi e ognuno portava avanti le proprie idee; ogni due o tre giorni ci si incontrava e si faceva il punto della situazione. Da lì è nato il simbolo, partendo dalle semplici iniziali. 
Dal sito www.nicolastorto.com
Tu come entrasti in gioco? 
Io ebbi l'intuizione di usare la tecnica del disegno a completamento amodale, con la lettera D che si legge dalla sua assenza. Il simbolo piacque all'interno dell'agenzia e fu portato ai dirigenti del nascente partito per una prima presentazione, assieme a varie altre proposte che erano state elaborate all'interno del team. Dopo quell'incontro ci fu una prima scrematura delle proposte sul tavolo, se ben ricordo la rosa si ridusse a tre o quattro alternative. 
Ricordi quali altre proposte erano in ballo?
C'era un simbolo che poteva ricordare un disco circolare, che si apriva e lasciava vedere all'interno una bandiera tricolore;  altri, non entrati nella shortlist, erano essenzialmente tipografici. Dopo la prima presentazione, in ogni caso, affinammo alcune delle idee in campo e formulammo altre proposte, fino a una seconda presentazione, nella quale fu scelto il mio simbolo.
Insomma ha vinto la tua idea del tratto amodale. Ma il simbolo era già come quello di adesso?
Non del tutto: il logo era costituito dalla sigla PD con sotto la scritta "Partito Democratico", era nato dunque senza l'Ulivo. Questo è stato aggiunto dopo, poco prima della presentazione ufficiale alla stampa, perché fu una richiesta espressa del cliente.
Era stato Veltroni a volere l'Ulivo?
No, in realtà non ricordo chi fosse stato ma non era stato Veltroni a insistere. Certamente fu qualcuno dei dirigenti o dei massimi esponenti del nascente Pd; poteva essere lo stesso Prodi, chissà.
Voi eravate contrari?
Non eravamo pienamente convinti, perché ritenevamo potesse "sporcare" la grafica: avevamo difficoltà a inserire questo ramoscello d'ulivo perché aveva tratto e colori diversi, nonché forme non propriamente geometriche. Dopo una serie di prove grafiche, trovammo la soluzione più indolore possibile ed esteticamente più gradevole.
Tornando al nome del partito, come sceglieste il carattere?
E' una font Univers, stile condensed [dunque compresso in orizzontale, ndb]. Lo scelsi io: durante i miei studi allo Iuav di Venezia frequentai diversi corsi in cui l'aspetto tipografico era rilevante; questi mi diedero conoscenze approfondite e le misi in pratica anche in quell'occasione. Individuai così un tipo di carattere classico, non abusato, ma con una storia importante: lo aveva disegnato Adrian Frutiger, uno dei type designer più importanti del '900, autore di tante altre font rilevanti che utilizziamo ancora oggi, magari senza saperlo [come President, Egyptienne e Avenir, ndb].
A prescindere dal testo, penso che il logo che avevi ideato per il Pd sia nato e cresciuto "fuori dal cerchio", o sbaglio?
Assolutamente sì. Ovviamente l'uso principale del simbolo di partito è sulla scheda elettorale, con la necessità dunque di dargli forma circolare o, almeno, di poterlo inscrivere in un cerchio, ma volevamo comunque creare qualcosa di diverso da quello che già c'era nel panorama di allora. La nostra creazione nasceva all'interno di una griglia rettangolare, ma poteva essere inscritta in un cerchio. In questo layout il simbolo ha dei limiti per i vuoti che si creano, ma eravamo convintissimi del risultato e andammo comunque avanti così, perché il logo restava unico nel panorama di allora ed estremamente leggibile anche a distanza.
Veltroni alla presentazione del simbolo Pd
Parlavi di limiti: non sarà un caso che in seguito nei contrassegni elettorali siano stati aggiunti spesso segmenti circolari o fascette in cui magari inserire il nome del candidato.
Già, poi quando i simboli vengono utilizzati a livello locale spesso si creano disastri, perché ognuno interpreta il simbolo a modo proprio. Facemmo un manuale di identità visiva e preparammo anche alcune simulazioni che prevedevano la presenza del nome del candidato accanto al logo, ma non furono prese in considerazione. 
Cosa ricordi della presentazione del 21 novembre 2007? 
La presentazione si fece allo spazio Etoile a Roma, fui chiamato a illustrare il simbolo assieme ad Antonio Romano; ricordo che c'erano Veltroni, Anna Finocchiaro ed Ermete Realacci. Di quell'occasione ricordo vari complimenti, tante foto, pacche, abbracci e qualche intervista a emittenti locali: un momento di gloria assoluto (ride)
Non male, per chi aveva iniziato da pochissimo...
Vero, ero al mio primo incarico importante e non avrei mai immaginato di arrivare in fondo. Incarico che, in un certo senso, era arrivato del tutto a caso, poteva capitare a me come a qualunque altra persona: sono stato molto fortunato ad azzeccare la soluzione che poi sarebbe piaciuta a Veltroni, rispetto ad altre soluzioni più "costruite" e meno logiche.
Vi è stato chiesto di rimettere le mani sul simbolo o siete usciti di scena?
Usciti totalmente, ricordo che demmo tutti i materiali all'ufficio comunicazione del Pd e tutto è stato gestito lì in autonomia. Ricordo che in seguito mi chiamò soltanto un esponente Pd, molisano come me, proprio in qualità di autore del simbolo, per partecipare ad alcune iniziative sue, ma mi rifiutai.
Prima hai detto di ritenerti fortunato per la scelta della tua idea: pensi che disegnare il simbolo del Pd ti abbia portato più benefici o più problemi in seguito, magari sentendoti dire "Così giovane e già piddino"?
A parte che l'hanno detto, in effetti direi danni. Ci furono grosse critiche a livello nazionale: una delle più brutte venne da Oliviero Toscani, che disse che mi avevano regalato la tessera del Pd per fare quel simbolo, ma fu una critica del tutto gratuita. 
Ci fu poi un fatto molto spiacevole: online qualcuno, presumo della mia università, fece circolare la voce secondo la quale io, per fare il logo del Pd, avrei copiato quello di una testata online olandese, Ad New Media. Anche quella era un'insinuazione davvero gratuita, visto che l'unica somiglianza poteva essere vista in quella D amodale su fondo quadrato arancio. Da lì però ci fu il caos, il panico, sembrava fosse crollato il mondo, ma poi passò tutto e amen; io, che ero giovanissimo, subii un colpo molto forte da quella vicenda, ma ogni volta che in questo ambito della comunicazione si crea qualcosa, c'è sempre qualcuno che lamenta somiglianze o copie, un vero campo minato.
Dopo questa commessa per il Pd, ti è capitato di disegnare altri simboli o loghi politici?
Sul piano politico feci il logo per la Fondazione Craxi e, volendo allargare l'ambito, curai la brand identity per la Cisl; dopo aver lasciato Inarea, però, non me ne sono più occupato, ho fatto proprio altro.
Come hai visto cambiare i simboli dei partiti in questi dieci anni, con l'occhio del creativo?
Alcune volte in peggio, altre in meglio, nel senso che quando i dettagli sono stati più curati, il segno grafico è risultato più gradevole. Il fatto è che è molto facile arricchire di vezzi grafici i simboli, ma si rischia di perdere il concetto: tutto sta a togliere il più possibile, rendere il simbolo essenziale, asciutto e pulito, perché sia subito identificabile. Ho l'impressione che questo ultimamente manchi.
In questo decennio qualche simbolo ti è sembrato graficamente efficace?
Mi ha molto colpito per originalità il simbolo di Fare per Fermare il declino. Durò poco, nel senso che il leader si "suicidò" politicamente, però fu molto interessante con quella freccia bianca su fondo rosso. Mi è poi sempre piaciuta molto l'identity di Rifondazione comunista, per la semplicità nel segno pur nella complessità della comunicazione.
Per contro, qualche fallimento clamoroso sul piano grafico?
Francamente non mi viene in mente nulla di particolare.
Mesi fa Andrea Rauch mi disse di aver chiesto nel 2013 a Renzi, fresco segretario del Pd, di togliere dal simbolo il rametto di ulivo che aveva disegnato lui nel 1995, perché era un disturbo grafico e non c'era più legame tra Pd e Ulivo. Che ne pensi?
Credo sia una cosa giusta, giustissima. L'Ulivo non ha nulla a che fare col Pd, è un retaggio culturale di qualcosa che non esiste più.
Nelle ultime settimane erano circolate voci sulla possibilità di rinnovare in parte o cambiare del tutto il simbolo del Pd. Come la vedi?
Secondo me è giusto che si faccia un simbolo nuovo, secondo le esigenze politiche e personali di chi guida il Pd, cioè di Matteo Renzi. Lui non crede più in quel Pd, dunque ha bisogno di una comunicazione che sia più in linea con la sua posizione. 
Quali regole dovrebbe seguire chi si cimentasse nella creazione di un nuovo logo?
Credo esistano solo regole del buon gusto, unendo anche una buona conoscenza della storia della comunicazione, cosa e come è stato fatto, l'uso dei colori e delle font.
Al di là di tutto, il tuo simbolo di dieci anni fa ti piace ancora?
Sì, mi piace ancora, almeno per quanto riguarda la P e la D: il resto lo eliminerei.
E il nome?
Via anche quello: solo il logotipo tricolore, basta.

Un ringraziamento di cuore a Nicola Storto per il tempo concesso e anche per aver messo a disposizione il file di presentazione del simbolo e dell'identità visiva del Pd (2007), dal quale sono tratte le immagini prive di altra indicazione.

venerdì 17 novembre 2017

La Mossa del cavallo: Ingroia e Chiesa per una Lista del Popolo

Era stata annunciata pochi giorni fa la presentazione - avvenuta ieri alla sala stampa della Camera - di una nuova iniziativa politica, denominata La Mossa del cavallo. Al di là della particolarità del nome scelto, di ascendenze scacchistiche e camilleriane, non aveva mancato di scatenare ironie e critiche feroci in ambienti politici e giornalistici il fatto che a guidare il progetto fossero Giulietto Chiesa, cronista di lunghissimo corso e già parlamentare europeo eletto nel 2004 nella lista Di Pietro-Occhetto (esperienza peraltro chiusa male sul piano dei rimborsi elettorali, come cronache anche recenti hanno ricordato) e soprattutto Antonio Ingroia, già magistrato antimafia, scelto come capo della lista Rivoluzione civile nel 2013 (fuori dal Parlamento, essendo rimasta sotto al 4%) e tuttora a capo del suo movimento Azione civile, erede di quella non fortunata avventura politica.
Cosa stia dietro a quel nome "apparentemente bizzarro e intenzionalmente provocatorio", l'ha spiegato Ingroia, sgombrando subito il campo da alcune ipotesi: "Noi non siamo e non saremo mai un partito, anzi, con questo appello al popolo noi proponiamo un'alleanza tra cittadini contro i partiti, principali responsabili del disastro in cui ci troviamo". Ha negato anche con convinzione che il progetto politico nascente sia di sinistra, a dispetto della storia politica sua e di Chiesa: "Oggi la parola sinistra non significa più nulla, noi guardiamo a quel 60% di elettori che hanno già deciso oggi di non votare alle prossime elezioni, un vulnus alla democrazia e vogliamo dare un contributo per cercare di cambiare la situazione".
Il contributo, dunque, non passa attraverso la costituzione di un partito ("e nemmeno di un movimento, almeno per ora, quindi non chiediamo ai cittadini di iscriversi"), ma si traduce nella proposta della "necessità che quel 60% di possibili astenuti dal voto di non essere vittime delle scelte altrui: tutti noi cittadini - ha continuato Ingroia - abbiamo diritto di dire la nostra, ribellandoci a un sistema ignobile che ha stracciato e quotidianamente straccia la Costituzione italiana". Inevitabile il riferimento al referendum sulla riforma costituzionale: "noi abbiamo vinto, è stata una vittoria straordinaria", ha rimarcato Ingroia, cercando di proporre il nuovo progetto politico come (unico e ideale?) collettore apartitico e antipartitico dell'esito di quella consultazione, a dispetto delle posizioni nette prese dai partiti sul fronte del No. Quello del 4 dicembre, tuttavia, sarebbe stato solo un punto di partenza, occorrendo una "offensiva costituzionale" di cui La Mossa del cavallo vuole essere un punto di partenza.  
Il nome del progetto politico, però, non sarà l'etichetta della formazione elettorale che il gruppo spera di riuscire a presentare nel 2018 (ammesso che si riescano a raccogliere le firme, "un carro armato che ci è stato messo sulla testa", ha denunciato Chiesa). Il nome scelto è Lista del Popolo per la Costituzione, ma ci sarà comunque un cavallo con cavaliere nel simbolo, "che non sarà quello definitivo", ha precisato una volta di più Ingroia (e forse è un bene, visto che il risultato grafico non pare dei migliori, anche per il fondo arancione, che sicuramente spicca ma non pare troppo armonico). 
Chi si aspettava l'immagine di un cavallo da scacchiera è rimasto deluso (giusto il loghino tricolore a quadrati presente sull'appello agli elettori contenuto nella cartella stampa, volendo usare molta fantasia, può rimandare alla scacchiera), anche se l'ex magistrato ha tenuto a precisare che "Giulietto e io siamo appassionati di scacchi" e ha rivendicato la necessità di una mossa "a sorpresa, non prevedibile, che scavalca le file nemiche". La scelta del cavaliere - con la minuscola - sul destriero che spicca un salto (immagine tratta da un affresco, chissà quale, e sormontata da un arcobaleno tricolore) è invece stata fatta come emblema di quell'offensiva costituzionale che il gruppo ha in mente, per esigere e ottenere l'attuazione "totale" della Carta entrata in vigore il 1° gennaio del 1948 e che aveva, sempre per Ingroia, "un contenuto rivoluzionario, rimasto inascoltato".  
Il gruppo che ha dato vita all'iniziativa presentata ieri si sarebbe allargato giorno per giorno sulla base di una "situazione anomala", denunciata da Giulietto Chiesa: "Siamo in pieno colpo di stato, senza carri armati ma portando il paese per la quarta volta a un'elezione illegale, con una legge elettorale anticostituzionale, prodotta da un Parlamento 'illegale' che darà un altro Parlamento di nominati". Ha contrastato con forza il giornalista l'accusa di voler dividere gli elettori: "Non siamo stati noi a dividere il Paese, semplicemente il Paese non è rappresentato democraticamente, per questo oltre metà degli elettori non va a votare". 
L'idea è di mettere in piedi una lista di persone illustri, oneste, competenti e coraggiose, lo stesso coraggio che per Chiesa avranno gli italiani che voteranno la Lista del Popolo: "Il populismo è importante, è una rivolta dei popoli contro una politica che li ha espropriati. Noi non siamo di destra o di sinistra, stiamo con quelli che sono di sotto per combattere con quelli che stanno di sopra". Due gli obiettivi principali: il primo, voltare pagina rispetto alla situazione di "colonia degli Stati Uniti" per una nuova condizione di neutralità, senza nemici e senza sanzioni ("Spendiamo 60 milioni di euro al giorno per tenere in piedi un sistema difensivo che non ci consentirebbe di combattere nemmeno per una settimana"); il secondo, dire chiaramente che i trattati europei risultano contrari alla Costituzione e devono essere tutti rinegoziati ("Non siamo antieuropeisti, siamo per un'Europa forte e per un'Europa diversa: abbiamo delegato la nostra sovranità e rinunciato alla nostra democrazia a favore di istituzioni che non sono democratiche").   
A presentare il progetto, assieme a Ingroia e Chiesa, c'erano Sandro Diotallevi (avvocato del cattolicesimo sociale, convinto che in Parlamento nessuno stia difendendo i principi ispiratori della Costituzione e che sia necessaria una nuova e diversa partecipazione dei cattolici), Carlotta Balzani (europrogettista, presidente del Comitato salute casentinese, certa della necessità di smetterla con la sanità come "uno dei più grandi business in Italia") e Nicolò Gebbia, generale dei carabinieri in congedo (sostenitore della necessità di dichiarare pubblicamente, per ogni titolare di ufficio pubblico, l'appartenenza a qualunque tipo di loggia massonica). Sostegno all'iniziativa è arrivata anche da storici come Aldo Giannuli (spesso citato come legato al MoVimento 5 Stelle, specie nella fase di revisione della normativa elettorale) e il medievista Franco Cardini, noto per non essere proprio di sinistra (a dispetto di una sua fase guevarista); ci sono anche giornalisti come Fulvio Scaglione (già giornalista di Famiglia Cristiana) e artisti come Davide Riondino
La tabella di marcia prevede il ritrovarsi circa tra un mese - dopo le prime assemblee sui territori - con i cittadini interessati, per un'assemblea ampia che permetta di entrare nel merito dei punti del programma e avvii la costruzione di "un Comitato di liberazione nazionale sul modello di quello che si costruì all'indomani delle macerie del regime fascista": l'idea è di ricostruire il Paese a seguito di un altro ventennio, quello berlusconiano "con gravissime responsabilità della sinistra, anche radicale, che continua a fare gli stessi errori", come ha sostenuto con convinzione Ingroia. Toccherà agli elettori valutare la credibilità della proposta; gli ideatori della lista, nel frattempo, lavoreranno per portare sulla scheda il cavallo che salta, sperando che le zampe non restino imbrigliate dalle firme da raccogliere. 

mercoledì 15 novembre 2017

L'impronta di Pirozzi verso la Regione Lazio

Si candiderà e non si ritira, anzi, ora ha presentato pure il simbolo che dovrebbe contrassegnare la propria candidatura. Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, la partita delle elezioni regionali del Lazio vuole giocarla in prima linea, senza relegarsi nella panchina a bordo campo su cui normalmente siede nelle sue vesti di allenatore.
Certo, presentare un possibile emblema elettorale alla stampa non equivale alla candidatura (basti pensare alle ultime elezioni comunali a Roma, con Guido Bertolaso che alla fine si è ritirato pur avendo già l'emblema per la propria lista e quello "personalizzato" di Forza Italia), ma di sicuro è un passo necessario - un simbolo serve comunque - e importante, perché è la prima occasione per comunicare la propria identità, il proprio progetto.
Pirozzi ha dunque scelto di candidarsi e lo ha fatto con un simbolo molto semplice, d'impatto, di chiara leggibilità e immediatamente riconoscibile. Il fondo è bianco, come sempre più raramente è accaduto negli ultimi anni: su di esso spicca la dicitura "Sergio Pirozzi presidente", con il nome e soprattutto il cognome in grande evidenza, in font Twentieth Century Black (un carattere di per sé netto e imponente, tagliato ad angolo vivo). Sul piano grafico, tra il cognome e "presidente" c'è giusto una striscetta tricolore, elemento molto meno evidente di una chiara impronta di scarpone da montagna, con il classico carrarmato, dalla campitura sgranata come quella che si lascia dopo un contatto con un terreno non omogeneo (come quello coperto da macerie) o, semplicemente, man mano che si continua a camminare.
Lungi dall'essere una semplice calzatura, gli scarponi per il sindaco di Amatrice e aspirante presidente della Regione Lazio sono da sempre un simbolo del suo territorio e della sua gente: "Non conoscono i territori, non hanno gli scarponi", aveva dichiarato neanche due settimane fa per criticare i governanti che avrebbero predisposto misure del tutto inefficaci per rilanciare le imprese delle zone terremotate; gli stessi scarponi sono stati regalati in aprile al ministro Franceschini (in visita ad Amatrice), "perché queste sono le scarpe per stare su questa terra". Il concetto, poi, si accompagna a quello dell'impronta, che nella conferenza stampa è stato adeguatamente enfatizzato: "Penso sia giusto ridare voce ai territori, ai sindaci, al mondo del volontariato, dei professionisti che hanno lasciato nella loro vita un'impronta". Lasciare un segno, dunque, come programma e come carattere necessario dei candidati che dovranno costituire la compagine di Pirozzi.
Unico elemento che può lasciare un po' perplessi è il colore dell'impronta; nell'immagine proiettata sullo schermo del Sgm Conference Center di via Portuense sembra risultare rossa, cosa che potrebbe ricordare il sangue e non tranquillizzare gli elettori. Il sindaco di Amatrice però preferisce sottolineare un altro dettaglio: "Nel mio logo c'è l'orma di uno scarpone che va avanti, andrò avanti comunque", in risposta alle critiche arrivate dal centrodestra dopo la notizia della sua candidatura, accusata di spaccare l'elettorato di quell'area politica. L'impronta, non a caso, sarà pure di un piede sinistro ma "punta a destra", come Pirozzi ha tenuto a sottolineare. 
Le prossime settimane saranno decisive per dare concretezza alla corsa del sindaco di Amatrice - che non sarebbe obbligato a dimettersi, visto che la nuova legge elettorale regionale impone le dimissioni prima del deposito delle candidature ai soli sindaci dei comuni sopra i 20mila abitanti - verso la Pisana; il primo passo, intanto, è stato fatto e la prima impronta (di scarpone) è stata lasciata.