venerdì 17 novembre 2017

La Mossa del cavallo: Ingroia e Chiesa per una Lista del Popolo

Era stata annunciata pochi giorni fa la presentazione - avvenuta ieri alla sala stampa della Camera - di una nuova iniziativa politica, denominata La Mossa del cavallo. Al di là della particolarità del nome scelto, di ascendenze scacchistiche e camilleriane, non aveva mancato di scatenare ironie e critiche feroci in ambienti politici e giornalistici il fatto che a guidare il progetto fossero Giulietto Chiesa, cronista di lunghissimo corso e già parlamentare europeo eletto nel 2004 nella lista Di Pietro-Occhetto (esperienza peraltro chiusa male sul piano dei rimborsi elettorali, come cronache anche recenti hanno ricordato) e soprattutto Antonio Ingroia, già magistrato antimafia, scelto come capo della lista Rivoluzione civile nel 2013 (fuori dal Parlamento, essendo rimasta sotto al 4%) e tuttora a capo del suo movimento Azione civile, erede di quella non fortunata avventura politica.
Cosa stia dietro a quel nome "apparentemente bizzarro e intenzionalmente provocatorio", l'ha spiegato Ingroia, sgombrando subito il campo da alcune ipotesi: "Noi non siamo e non saremo mai un partito, anzi, con questo appello al popolo noi proponiamo un'alleanza tra cittadini contro i partiti, principali responsabili del disastro in cui ci troviamo". Ha negato anche con convinzione che il progetto politico nascente sia di sinistra, a dispetto della storia politica sua e di Chiesa: "Oggi la parola sinistra non significa più nulla, noi guardiamo a quel 60% di elettori che hanno già deciso oggi di non votare alle prossime elezioni, un vulnus alla democrazia e vogliamo dare un contributo per cercare di cambiare la situazione".
Il contributo, dunque, non passa attraverso la costituzione di un partito ("e nemmeno di un movimento, almeno per ora, quindi non chiediamo ai cittadini di iscriversi"), ma si traduce nella proposta della "necessità che quel 60% di possibili astenuti dal voto di non essere vittime delle scelte altrui: tutti noi cittadini - ha continuato Ingroia - abbiamo diritto di dire la nostra, ribellandoci a un sistema ignobile che ha stracciato e quotidianamente straccia la Costituzione italiana". Inevitabile il riferimento al referendum sulla riforma costituzionale: "noi abbiamo vinto, è stata una vittoria straordinaria", ha rimarcato Ingroia, cercando di proporre il nuovo progetto politico come (unico e ideale?) collettore apartitico e antipartitico dell'esito di quella consultazione, a dispetto delle posizioni nette prese dai partiti sul fronte del No. Quello del 4 dicembre, tuttavia, sarebbe stato solo un punto di partenza, occorrendo una "offensiva costituzionale" di cui La Mossa del cavallo vuole essere un punto di partenza.  
Il nome del progetto politico, però, non sarà l'etichetta della formazione elettorale che il gruppo spera di riuscire a presentare nel 2018 (ammesso che si riescano a raccogliere le firme, "un carro armato che ci è stato messo sulla testa", ha denunciato Chiesa). Il nome scelto è Lista del Popolo per la Costituzione, ma ci sarà comunque un cavallo con cavaliere nel simbolo, "che non sarà quello definitivo", ha precisato una volta di più Ingroia (e forse è un bene, visto che il risultato grafico non pare dei migliori, anche per il fondo arancione, che sicuramente spicca ma non pare troppo armonico). 
Chi si aspettava l'immagine di un cavallo da scacchiera è rimasto deluso (giusto il loghino tricolore a quadrati presente sull'appello agli elettori contenuto nella cartella stampa, volendo usare molta fantasia, può rimandare alla scacchiera), anche se l'ex magistrato ha tenuto a precisare che "Giulietto e io siamo appassionati di scacchi" e ha rivendicato la necessità di una mossa "a sorpresa, non prevedibile, che scavalca le file nemiche". La scelta del cavaliere - con la minuscola - sul destriero che spicca un salto (immagine tratta da un affresco, chissà quale, e sormontata da un arcobaleno tricolore) è invece stata fatta come emblema di quell'offensiva costituzionale che il gruppo ha in mente, per esigere e ottenere l'attuazione "totale" della Carta entrata in vigore il 1° gennaio del 1948 e che aveva, sempre per Ingroia, "un contenuto rivoluzionario, rimasto inascoltato".  
Il gruppo che ha dato vita all'iniziativa presentata ieri si sarebbe allargato giorno per giorno sulla base di una "situazione anomala", denunciata da Giulietto Chiesa: "Siamo in pieno colpo di stato, senza carri armati ma portando il paese per la quarta volta a un'elezione illegale, con una legge elettorale anticostituzionale, prodotta da un Parlamento 'illegale' che darà un altro Parlamento di nominati". Ha contrastato con forza il giornalista l'accusa di voler dividere gli elettori: "Non siamo stati noi a dividere il Paese, semplicemente il Paese non è rappresentato democraticamente, per questo oltre metà degli elettori non va a votare". 
L'idea è di mettere in piedi una lista di persone illustri, oneste, competenti e coraggiose, lo stesso coraggio che per Chiesa avranno gli italiani che voteranno la Lista del Popolo: "Il populismo è importante, è una rivolta dei popoli contro una politica che li ha espropriati. Noi non siamo di destra o di sinistra, stiamo con quelli che sono di sotto per combattere con quelli che stanno di sopra". Due gli obiettivi principali: il primo, voltare pagina rispetto alla situazione di "colonia degli Stati Uniti" per una nuova condizione di neutralità, senza nemici e senza sanzioni ("Spendiamo 60 milioni di euro al giorno per tenere in piedi un sistema difensivo che non ci consentirebbe di combattere nemmeno per una settimana"); il secondo, dire chiaramente che i trattati europei risultano contrari alla Costituzione e devono essere tutti rinegoziati ("Non siamo antieuropeisti, siamo per un'Europa forte e per un'Europa diversa: abbiamo delegato la nostra sovranità e rinunciato alla nostra democrazia a favore di istituzioni che non sono democratiche").   
A presentare il progetto, assieme a Ingroia e Chiesa, c'erano Sandro Diotallevi (avvocato del cattolicesimo sociale, convinto che in Parlamento nessuno stia difendendo i principi ispiratori della Costituzione e che sia necessaria una nuova e diversa partecipazione dei cattolici), Carlotta Balzani (europrogettista, presidente del Comitato salute casentinese, certa della necessità di smetterla con la sanità come "uno dei più grandi business in Italia") e Nicolò Gebbia, generale dei carabinieri in congedo (sostenitore della necessità di dichiarare pubblicamente, per ogni titolare di ufficio pubblico, l'appartenenza a qualunque tipo di loggia massonica). Sostegno all'iniziativa è arrivata anche da storici come Aldo Giannuli (spesso citato come legato al MoVimento 5 Stelle, specie nella fase di revisione della normativa elettorale) e il medievista Franco Cardini, noto per non essere proprio di sinistra (a dispetto di una sua fase guevarista); ci sono anche giornalisti come Fulvio Scaglione (già giornalista di Famiglia Cristiana) e artisti come Davide Riondino
La tabella di marcia prevede il ritrovarsi circa tra un mese - dopo le prime assemblee sui territori - con i cittadini interessati, per un'assemblea ampia che permetta di entrare nel merito dei punti del programma e avvii la costruzione di "un Comitato di liberazione nazionale sul modello di quello che si costruì all'indomani delle macerie del regime fascista": l'idea è di ricostruire il Paese a seguito di un altro ventennio, quello berlusconiano "con gravissime responsabilità della sinistra, anche radicale, che continua a fare gli stessi errori", come ha sostenuto con convinzione Ingroia. Toccherà agli elettori valutare la credibilità della proposta; gli ideatori della lista, nel frattempo, lavoreranno per portare sulla scheda il cavallo che salta, sperando che le zampe non restino imbrigliate dalle firme da raccogliere. 

mercoledì 15 novembre 2017

L'impronta di Pirozzi verso la Regione Lazio

Si candiderà e non si ritira, anzi, ora ha presentato pure il simbolo che dovrebbe contrassegnare la propria candidatura. Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, la partita delle elezioni regionali del Lazio vuole giocarla in prima linea, senza relegarsi nella panchina a bordo campo su cui normalmente siede nelle sue vesti di allenatore.
Certo, presentare un possibile emblema elettorale alla stampa non equivale alla candidatura (basti pensare alle ultime elezioni comunali a Roma, con Guido Bertolaso che alla fine si è ritirato pur avendo già l'emblema per la propria lista e quello "personalizzato" di Forza Italia), ma di sicuro è un passo necessario - un simbolo serve comunque - e importante, perché è la prima occasione per comunicare la propria identità, il proprio progetto.
Pirozzi ha dunque scelto di candidarsi e lo ha fatto con un simbolo molto semplice, d'impatto, di chiara leggibilità e immediatamente riconoscibile. Il fondo è bianco, come sempre più raramente è accaduto negli ultimi anni: su di esso spicca la dicitura "Sergio Pirozzi presidente", con il nome e soprattutto il cognome in grande evidenza, in font Twentieth Century Black (un carattere di per sé netto e imponente, tagliato ad angolo vivo). Sul piano grafico, tra il cognome e "presidente" c'è giusto una striscetta tricolore, elemento molto meno evidente di una chiara impronta di scarpone da montagna, con il classico carrarmato, dalla campitura sgranata come quella che si lascia dopo un contatto con un terreno non omogeneo (come quello coperto da macerie) o, semplicemente, man mano che si continua a camminare.
Lungi dall'essere una semplice calzatura, gli scarponi per il sindaco di Amatrice e aspirante presidente della Regione Lazio sono da sempre un simbolo del suo territorio e della sua gente: "Non conoscono i territori, non hanno gli scarponi", aveva dichiarato neanche due settimane fa per criticare i governanti che avrebbero predisposto misure del tutto inefficaci per rilanciare le imprese delle zone terremotate; gli stessi scarponi sono stati regalati in aprile al ministro Franceschini (in visita ad Amatrice), "perché queste sono le scarpe per stare su questa terra". Il concetto, poi, si accompagna a quello dell'impronta, che nella conferenza stampa è stato adeguatamente enfatizzato: "Penso sia giusto ridare voce ai territori, ai sindaci, al mondo del volontariato, dei professionisti che hanno lasciato nella loro vita un'impronta". Lasciare un segno, dunque, come programma e come carattere necessario dei candidati che dovranno costituire la compagine di Pirozzi.
Unico elemento che può lasciare un po' perplessi è il colore dell'impronta; nell'immagine proiettata sullo schermo del Sgm Conference Center di via Portuense sembra risultare rossa, cosa che potrebbe ricordare il sangue e non tranquillizzare gli elettori. Il sindaco di Amatrice però preferisce sottolineare un altro dettaglio: "Nel mio logo c'è l'orma di uno scarpone che va avanti, andrò avanti comunque", in risposta alle critiche arrivate dal centrodestra dopo la notizia della sua candidatura, accusata di spaccare l'elettorato di quell'area politica. L'impronta, non a caso, sarà pure di un piede sinistro ma "punta a destra", come Pirozzi ha tenuto a sottolineare. 
Le prossime settimane saranno decisive per dare concretezza alla corsa del sindaco di Amatrice - che non sarebbe obbligato a dimettersi, visto che la nuova legge elettorale regionale impone le dimissioni prima del deposito delle candidature ai soli sindaci dei comuni sopra i 20mila abitanti - verso la Pisana; il primo passo, intanto, è stato fatto e la prima impronta (di scarpone) è stata lasciata. 

venerdì 11 agosto 2017

An pronta a sparire da Fratelli d'Italia?

Se ne parla da tempo, tra auspici, "si dice", timori e appelli, ma forse il momento di una nuova evoluzione politica per Fratelli d'Italia si sta avvicinando davvero. Il percorso verso una destra nuova, sufficientemente svincolata dal passato, sarebbe messo in luce dalla decisione di togliere la "pulce" di Alleanza nazionale (con tanto di riferimento alla fiamma del Msi), che dovrebbe - o, almeno, potrebbe - avvenire nei prossimi mesi. Lo ha scritto giusto oggi Alberto Custodero in un suo articolo sulla Repubblica, sostenendo che al posto del riferimento al partito che costituì l'evoluzione del Msi sarebbe stato inserito il nome di Giorgia Meloni:
Via Alleanza Nazionale (con annessa 'fiamma'), dal simbolo di Fratelli d'Italia. Al suo posto, il logo "Giorgia Meloni". La decisione è stata presa in queste ore dai fondatori del partito, Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Guido Crosetto, e sarà ufficializzata in occasione del Congresso nazionale di novembre. Non è la prima volta che si parla di questo 'ritocco' del simbolo, in casa Fdi. Ma con le elezioni politiche in vista, è stata impressa una accelerazione. 
Quella anticipata da Custodero non sarebbe certo una mera scelta di maquillage grafico (anche se sarebbe tutt'altro che inopportuna, visto che con i tre cerchi uno dentro l'altro sembrava un cannocchiale o - definizione di Alessandro Gilioli - una matrioska; il nome di Meloni, poi, starebbe molto meglio in basso, piuttosto che incastrato in alto com'era alle europee del 2014), bensì "una vera operazione politica di vasta portata" con tre obiettivi strategici. 
Il primo sarebbe attirare all'interno del partito soggetti di area centrista, non più intimoriti dalla presenza di un elemento grafico chiaramente di destra come è l'emblema di An: "non è certo un mistero - scrive Custodero - che da mesi Guido Crosetto sia regista di una diplomazia sotterranea che prevede un pressing su Raffaele Fitto e Giulio Tremonti per convincerli a un eventuale ingresso nel partito di Giorgia Meloni, una volta fatto sparire il simbolo, per loro incompatibile, di An". Ed è curioso e significativo che tutto questo sia attribuito a Crosetto che, pur essendo stato uno dei fondatori di Fratelli d'Italia e pur avendo avuto familiarità politica con Fitto e Tremonti negli anni dell'ultimo governo Berlusconi, è ufficialmente lontano dalla politica dal 2014. 
Il secondo obiettivo sarebbe la costruzione di "una grande e (possibilmente) vincente coalizione di centrodestra": non che questo, per carità, non si potesse o non si possa fare con la "pulce" di An (che, anzi, in un primo tempo ha sicuramente dato più consenso a Fdi, al di là di quello che si dirà tra poco), ma probabilmente questo fine è conseguenza del primo, nel senso che imbarcare più soggetti politici di quanto non sia stato in passato potrebbe portare più voti e, magari, la vittoria. 
Il terzo obiettivo sarebbe quello più delicato: "dare un segnale di discontinuità con Gianfranco Fini, il cui nome è legato a filo doppio ad An". Il partito vorrebbe insomma evitare ulteriori "danni all'immagine" legati alla figura dell'ex presidente della Camera, prima per le vicende legate al "caso Tulliani", poi per la sua scomoda posizione di indagato per complicità in riciclaggio per episodi collaterali all'affaire della "casa di Montecarlo". 
Certo, il problema potenzialmente era già presente quando Fratelli d'Italia aveva chiesto per la prima volta l'uso del simbolo alla Fondazione An (alla fine del 2013), ma allora - così come nel 2015 - si era probabilmente valutato che i vantaggi dall'acquisizione del simbolo erano maggiori rispetto agli svantaggi: ci si poteva accreditare come "il partito della destra", recuperando un po' di voti di coloro che in passato avevano scelto An e non si trovavano più in alcuna forza politica, ma soprattutto si toglieva quello stesso simbolo dalla disponibilità di altri gruppi (prima Storace, Poli Bortone e altri potenziali rifondatori di An, poi Alemanno, i "quarantenni" e altri che miravano a un diverso contenitore politico). A distanza di qualche anno, il simbolo "in comodato" probabilmente ha esaurito il suo effetto propulsivo e, anzi, può tarpare le ali, quindi può essere più opportuno rimetterlo a riposo. Sarà così?

lunedì 7 agosto 2017

LiberaItalia, insieme (verso l'Europa) per superare la diaspora liberale

Vietato, assolutamente vietato credere che l'area liberale - essendo moderata e di antica tradizione - sia noiosa: al contrario, è in continuo movimento, nel senso che di iniziative ne nascono spesso e non di rado cercano di tradursi anche in soggetti politici, insomma in movimenti o partiti. L'ultimo è nato la settimana scorsa e si chiama LiberaItalia: il nome è già un biglietto da visita, il simbolo che circola anche.
La grafica, molto più semplice e leggera rispetto a quella di molti delle ultime formazioni sorte, si è fatta notare e ha destato curiosità. A prima vista, sul fondo bianco chiuso da una circonferenza blu scura emerge sì il nome (sempre in blu), ma soprattutto la parola "lib", abbreviazione universale per definire i liberali in tutto il mondo, che con il nome condivide la font utilizzata, AR Blanca, pennellata e leggermente mossa, come strisciata dal vento. A segnalare l'italianità del progetto politico, oltre al nome stesso, provvede il tricolore che tinge le tre lettere dell'abbreviazione, ma a ben guardare, al posto del pallino della "i" c'è una corona circolare con le dodici stelle d'Europa all'interno: un modo semplice di tenere insieme il progetto liberale italiano e quello europeo.
Guardando ancora meglio, peraltro, chi ha seguito un minimo di eventi politici dei mesi scorsi potrebbe riconoscere nel nome del partito qualcosa di già visto: Liberaitalia (allora con la minuscola) era infatti la parte più evidente dell'etichetta di un evento - Liberaitalia, Europa Fisco Giustizia idee per liberare l’Italia da populismo statalismo giustizialismo - svoltosi lo scorso 6 maggio al teatro Carcano di Milano e organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi. Quel giorno l'ospite d'onore era Guy Verhofstadt, capogruppo Alde al Parlamento europeo e proprio davanti a lui si era iniziato a parlare dell'opportunità di formare un nuovo soggetto liberale, che avesse proprio il simbolo che ora sta avendo maggiore circolazione e che era stato proiettato alla fine del convegno. Persino Verhofstadt sembrava esserne rimasto colpito, dicendo che Liberaitalia "non è male per un partito politico. Ha un nome che funziona e bei colori...".
In quell'occasione si è discusso di economia, pensieri, idee, progetti, ma soprattutto di quanto sia importante dare di nuovo una casa ai liberali: una casa europea, che creda profondamente nel progetto iniziato all'indomani della seconda guerra mondiale e oggi in una fase di pericoloso stallo. Soprattutto, una casa ampia e accogliente, che cerchi di porre rimedio e fine alla diaspora dei liberali consumatasi dal 1994 (anno di scioglimento del Pli) in avanti. 
Tra coloro che hanno costituito l'associazione, in base a quanto divulgato dall'Adnkronos, ci sono i due soggetti di vertice della citata Fondazione Luigi Einaudi: il presidente Giuseppe Benedetto, avvocato penalista a Roma, e il vicepresidente Davide Giacalone, ben noto come giornalista ed esperto di comunicazioni (ma con un passato repubblicano, visto che per sei anni fu segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana). Lo stesso Benedetto, intervistato sempre dall'agenzia, si è premurato di dire che ''la Fondazione Einaudi non c'entra con questo progetto perché vive e continua a vivere di propria vita e a svolgere una funzione prettamente culturale. Non da oggi, però, riteniamo che anche nelle istituzioni, a iniziare dal Parlamento, e non solo dunque nel dibattito culturale, sia importante la presenza di una forza autenticamente liberale, che si richiami e si ispiri all'Alde".
Non stupisce che, tra i presenti all'evento milanese di maggio, si ritrovino molti di coloro che in questi giorni sono stati indicati come fondatori del nuovo soggetto politico. Si sono fatti i nomi, ad esempio, di Alessandro De Nicola (avvocato, docente a contratto, editorialista, nonché presidente della Adam Smith Society), di Flavio Pasotti (imprenditore, candidato con Fare per Fermare il declino e poi impegnato in Ali), di Andrea Pruiti (avvocato anch'egli, membro del cda della Fondazione Einaudi); si è parlato però anche di Enzo Palumbo (civilista, già senatore liberale e membro del Csm, fondatore della Rete liberale e già dirigente del Pli in anni recenti, noto a molti per la sua battaglia contro l'Italicum e da tempo impegnato per costruire l'equivalente italiano dell'Alde) e di Niccolò Rinaldi (già eurodeputato indipendente con l'Idv e vicepresidente del gruppo Alde, oggi dirigente del Parlamento europeo e leader dell'associazione Libericittadini).
Pare che le adesioni al gruppo dei fondatori siano aperte sino al 15 settembre e si attendano altri arrivi significativi. In effetti a Milano c'erano altri nomi di rilievo, a partire da Enrico Zanetti di Cittadini per l'Italia (in quella sede aveva annunciato la confluenza dell'evoluzione di Scelta civica nel nuovo contenitore liberale) e Flavio Tosi con il suo Fare!; non mancavano poi esponenti repubblicani, membri individuali dell'Alde (ciascuno infatti può iscriversi al partito europeo).
Non vogliono parlare di alleanze i pionieri di LiberaItalia: farlo senza sapere con quale legge elettorale si vota è quasi inutile, ma in ogni caso per i promotori è meglio parlare dei contenuti del programma. Dunque più Europa, meno vincoli all'economia, più diritti civili, più giustizia perseguendo con convinzione la separazione delle carriere. Chi porterà avanti il programma e ci metterà la faccia, a parte i primi promotori, è ancora presto per dirlo: se la casa liberale sarà costruita solida, il panorama partitico potrebbe semplificarsi notevolmente, almeno per i Lib di tutt'Italia pronti a unirsi e a rinunciare alle proprie insegne.

mercoledì 26 luglio 2017

Se Salvini pensa alla Lega dei Popoli (ma se ne parla da tre anni)

Da tempo, forse da sempre, quella fondata da Umberto Bossi, passata a Roberto Maroni prima e a Matteo Salvini poi, il partito di Alberto da Giussano è sempre stata "La Lega" (maiuscole ben avvertibili anche nella voce), un po' come dire la Lega per eccellenza, che non ha bisogno di altre specificazioni. Anche per questo, ogni volta che qualcun altro ha provato a presentare simboli con la parola "Lega" all'interno (fin da quando nel 1992 ci fu un'invasione di Leghe sui tavoli del Viminale), i fedeli di Alberto da Giussano hanno sempre cercato di impedirglielo, anche se di solito non ci sono riusciti perché "Lega" è un termine generico, che per commissioni elettorali e giudici non può essere riservato a nessuno.
Certo, ai militanti basta sentir evocare la Lega perché, all'inizio, c'era stata la Lega lombarda e prima ancora la Liga Veneta (e ci sono ancora, beninteso, ma come Leghe "nazionali"), dunque il passaggio alla Lega Nord ha mantenuto in vita la prima parola come elemento di continuità, dunque è normale identificarsi in quella. E sarà normale farlo anche in futuro, visto che - a quanto pare - il Nord sta per essere dismesso dal nome e dal simbolo. Lo ha scritto ieri Andrea Rossi sulla Stampa:
Il logo, da qualche giorno, circola tra i dirigenti della Lega. Dicono che Matteo Salvini avrebbe dovuto presentarlo nelle settimane passate, poi il lancio è stato via via rimandato, forse perché ci sono ancora aggiustamenti da fare, valutazioni da soppesare. E magari la versione definitiva sarà un po’ diversa. La svolta, però, è nei fatti: la Lega Nord sta per essere definitivamente archiviata.  
Non è dato sapere come sia quel bozzetto che gira, così come non si sa quali possano essere le ragioni che hanno suggerito di rimandare il lancio (si spera non per colpa dell'incidente che involontariamente questo sito ha creato, credendo che fosse vero il simbolo di Italia sovrana, che si immaginava condiviso da Lega Nord e Fratelli d'Italia). Ora però sembra che il passo, più volte annunciato o accennato, sia decisamente più vicino: lo stesso articolo sulla Stampa cita alcune dichiarazioni del segretario federale che andrebbero in quella direzione: "Di certo resterà il marchio della Lega, che è la nostra storia"; "sento parlare di agenzie di comunicazione, ma ce lo faremo da noi, ne siamo capaci" (cosa vera, perché così è avvenuto finora). 
Ma quale sarebbe il nome nuovo che ci si deve attendere? Rossi, nel suo articolo, parla così del futuro del Carroccio:
Si chiamerà, probabilmente, Lega dei Popoli, nome che racchiude la svolta consacrata dal congresso federale di Parma, a maggio. Salvini vuole un contenitore che sia capace di dare voce e spazio a tutte le autonomie d’Italia, da Nord e Sud. [...] A Parma, quando un plebiscito (83%) l’ha confermato segretario, Salvini ha sfoderato uno slogan che solo qualche tempo fa sarebbe stato eresia pura: «Prima gli italiani». Non prima il Nord. La base, a quanto pare, è con lui: «Ho vinto il congresso sulla base di una piattaforma che dichiarava di voler unire tutti i popoli d’Italia». E su questa base sta andando avanti. Sta girando il Paese. Sta solcando il Sud. La settimana scorsa era in Calabria: Vibo Valentia, Lametia Terme, Tropea, e altro ancora. È stato in Molise. Era stato in Sicilia, dove «Noi con Salvini» - il simbolo utilizzato finora al Sud e destinato a scomparire - oggi può contare su una sessantina di eletti nei comuni dell’isola. E ancora, Ladispoli, la Toscana, L’Aquila prima di risalire la penisola e fiondarsi in agosto da una festa all’altra della Lega, soprattutto in Lombardia. Una campagna martellante, segno di una strategia chiara, che punta a unire Nord e Sud su alcuni fronti cari al Carroccio delle origini.  
Intuizioni sensate, senza dubbio. Certo è che di una possibile Lega dei Popoli si parla almeno dall'autunno del 2014, soprattutto da quando a nome di Matteo Salvini è stato depositato presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi un simbolo che contiene la dicitura "Popoli e identità". Ora, la domanda di marchio risulta respinta (non è dato sapere perché; al più si può sospettare che c'entri la forma rotonda del segno, visto che a suo tempo il Ministero dell'interno aveva chiesto al Ministero dello sviluppo economico di respingere le domande di marchio per segni politici dalla forma simile a quella usata per le elezioni, onde evitare confusioni nell'applicazione delle norme) e, comunque, il progetto sembrava latente, così nessuno ne aveva più parlato, ma ora il tutto potrebbe tornare di attualità.
Tra l'altro, curiosamente, nella banca dati dei marchi non si vede nemmeno più la grafica che il depositante aveva allegato alla domanda di marchio nel 2014; quando, a mesi di distanza dal deposito della domanda, era stata caricata sul server del Mise, ero però riuscito a scaricarla e posso riproporla qui. E' facile vedere che già questo segno corrispondeva ai pochi tratti che Salvini - sempre secondo La Stampa - avrebbe svelato: il mantenimento della parola "Lega" e il riferimento al segretario (elementi che erano presenti con evidenza anche nel simbolo della Lega Noi con Salvini che ha corso a Roma l'anno scorso). Quanto al nome, più che "Lega dei popoli" (che suonerebbe blasonato ma un po' antiquato) si era preferito mettere in evidenza la parola "Lega", lasciando in alto l'espressione "Popoli e identità". 
Naturalmente è tutto meno che scontato che il simbolo che sta girando in via Bellerio - ammesso che giri davvero - sia simile a questo; il dato di fatto, però, è che questo è il solo emblema che la Lega abbia direttamente prodotto o fatto produrre in modo "ufficiale", anche se il fatto che risalga a tre anni fa induce a pensare che molto nel frattempo possa essere cambiato, dai colori ai contenuti (anche il riferimento a "Basta Euro" è molto legato alla simbologia adottata nel 2014; oggi il tema è altrettanto sentito, ma sembra meno destinato a finire sull'emblema). In ogni caso, se davvero l'idea è di presentarsi "con un unico simbolo in tutta Italia", la Lega Nord dovrà essere davvero pronta a rinunciare all'ultima parola: tra qualche settimana si vedrà a cosa hanno pensato i dirigenti del Carroccio. 

domenica 23 luglio 2017

Anche la strada di Italia civica passa per Moncalieri?

Nemmeno a farlo apposta, è bastato aspettare giusto un paio di giorni dalla notizia - data dalla Stampa - in base alla quale Niccolò Ghedini starebbe lavorando per conto di Silvio Berlusconi alla creazione di un movimento politico contenitore per alfaniani di ritorno e altri centristi, da collocare nel centrodestra e battezzare Italia civica, per avere conferma del fatto che il nome non era esattamente nuovo, avendolo già usato qualcun altro.
Già il giorno stesso in cui il progetto era stato svelato, Formiche.net aveva fatto notare che il sito www.italiacivica.it era già stato acquistato da un ex montiano ora iscritto al Pd; su questo sito avevo già scritto che Civica Italia era un marchio registrato da Italia futura, la fondazione di Luca Cordero di Montezemolo. La partenza non era delle migliori, ma ora si sa che il nome Italia civica aveva già fatto la comparsa alle elezioni amministrative di Moncalieri nel 2007. Era stata chiamata Italia civica, infatti, la lista che sanciva l'alleanza tra Italia popolare e l'Italia di mezzo, la formazione nata qualche mese prima su impulso di Marco Follini, nel frattempo passato a sostenere l'ultimo governo Prodi.
Detta così, i berlusconiani potrebbero non avere molto da preoccuparsi: la giurisprudenza non è certo priva di decisioni in cui si dice che un uso isolato di un nome o di un simbolo in comuni non toglie la novità a segni impiegati successivamente. Il fatto è che, come detto, il simbolo in questione era stato presentato da Italia popolare e il suo candidato sindaco era Giancarlo Chiapello, il referente piemontese e responsabile organizzativo di quello stesso movimento, fondato nel 2004 da Alberto Monticone, dopo che quest'ultimo aveva rifiutato due anni prima la confluenza del Ppi nella Margherita e aveva scelto di restare "semplicemente" popolare.
Ebbene, Chiapello e Italia popolare, negli ultimi anni, hanno reagito puntualmente a ogni tentativo di vari personaggi politici di utilizzare nomi già impiegati da loro. E l'entourage di Berlusconi dovrebbe saperlo bene: all'inizio del 2011 secondo i media lui - nel tentativo di liberarsi di una sigla poco appetibile come il Pdl - aveva pensato di ribattezzare il suo partito "Popolari", volendo porsi come riferimento italiano al Ppe, ma Monticone e Chiapello si misero di traverso. Dopo qualche giorno non ci fu più traccia sui giornali o altrove dell'uso di quel nome: forse era solo una boutade, forse qualcuno ci aveva fatto davvero un pensierino ma dopo quell'avvertimento aveva fermato tutto per non avere grane. 
Alla fine del 2012, ci cascò Gianni Alemanno, organizzando una manifestazione dal titolo Italia popolare e, forse, pensando di chiamare così il suo nascente partito. Partì puntuale una nota firmata da Chiapello, per "diffidare chiunque dall'utilizzo di tale denominazione, in particolare da parte di chi è ben lontano dalla tradizione politica del popolarismo, che mai ha assunto connotazioni o interpretato posizioni di destra". Manco a dirlo, quel nome Alemanno non lo usò più, optando per Prima l'Italia (etichetta usata come slogan nel 2012 dal Pd e vent'anni prima dalla Dc).
Alla fine del 2013 Mario Mauro, uscito da Scelta civica, volle far nascere i Popolari per l'Italia: Chiapello e Monticone avviarono contatti informali, per avvertire i fondatori del nuovo partito che altri Popolari esistevano già da prima e non si erano mai sciolti. Mauro - che intanto si era preso una diffida anche da Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario politico del Ppi, perché la sigla dei Popolari per l'Italia era identica a quella dei vecchi Popolari - in effetti decise di andare avanti comunque, ma il progetto non riuscì mai a decollare: il simbolo, negli anni, si è visto pochissimo e a marzo l'ex ministro è tornato in Forza Italia.
L'ultima battaglia, per ora, è stata ingaggiata a gennaio di quest'anno, quando si seppe che tra i tanti simboli depositati come marchio da Angelino Alfano c'era anche - guarda un po' - Italia popolare. Chiapello così per sicurezza dichiarò per l'ennesima volta - anche al Tempo, intervistato da Carlantonio Solimene - che la denominazione era già occupata, con tanto di atto costitutivo notarile, dunque non era il caso di provare a usarla.
Il cerchio, dunque, sei anni dopo in qualche modo si chiude, tornando là dov'era partito: a Silvio Berlusconi. E' vero, quell'unico uso del 2007 potrebbe non fare molta paura (e la grafica sfoggiata all'epoca era francamente dimenticabile): quell'episodio moncalierese, questa volta, più che di una pietra d'inciampo ha le sembianze di qualche granellino di sabbia. Eppure, com'è noto, i granellini possono bloccare gli ingranaggi di un meccanismo, mentre una domanda risuona quasi obbligatoria: ma possibile che le strade politiche di tanti passino per Moncalieri? Sarà solo un caso o qualcuno, da quelle parti, ci ha visto lontano?

sabato 22 luglio 2017

L'Italia civica berlusconiana per chi torna all'ovile (ma già opzionata)

Il simbolo scelto non sarà così,
#sischerza ma neanche troppo
Che si voterà nel 2018 ormai è chiaro; il problema è capire come, cioè con quale legge elettorale, dopo che nelle scorse settimane gli accordi sono saltati. La questione, per prevedere gli schieramenti elettorali, non è di poco conto. 
Con un proporzionale, anche nella forma del sistema tedesco, probabilmente si vedrebbero varie liste (specie se lo sbarramento non fosse esagerato): ognuno correrebbe per sé, poi "si vedrà". Un maggioritario potrebbe complicare le cose, specie se non consentisse di coalizzarsi: si dovrebbero inventare contenitori o accoppiare simboli per aggregare consensi e vincere. Se spuntassero le coalizioni, però, il discorso cambierebbe: si potrebbe correre "a più punte" e colpire uniti, sperando che ciascuno guadagni qualcosa; varrebbe per il maggioritario, ma anche in caso di sistema proporzionale, visto che al Senato in qualche modo le coalizioni sono rimaste e oggi allearsi conviene ai partiti minori, visto che si abbatte la soglia di sbarramento (ma sono i partiti grandi a decidere se la coalizione si fa e, dunque, se l'asticella si abbassa). 
Nel caso di un sistema a premio di maggioranza eventuale, con possibilità di coalizioni, non ci sarà spazio per gli schizzinosi: se qualcuno vorrà tornare nell'area di origine dopo un'avventura (vantaggiosa) nello schieramento avverso, non sarà facile lasciarlo alla porta. Silvio Berlusconi lo sa, fin dal giorno del ritorno a Forza Italia. La platea dell'ultimo consiglio nazionale Pdl gridava "Tra-di-to-ri" ad Angelino Alfano e compagni, usciti il giorno prima per creare il Nuovo centrodestra, ma lui la placò: "Non fate dichiarazioni nei loro confronti: quel gruppo ora apparirà un sostegno al Pd, ma dovrà poi necessariamente far parte della coalizione dei moderati, comportiamoci con loro come facciamo abitualmente con la Lega e con Fratelli d’Italia". I suoi non gli hanno dato troppo retta (e anche lui, a volte, si è dimenticato delle sue parole), ma ora le elezioni si avvicinano e la musica cambia.
Non ci si stupisce, allora, se ieri La Stampa, in un articolo a firma di Ugo Magri, parla di un Berlusconi pronto a lanciare "una vasta offensiva che mira a impossessarsi rapidamente dell’area centrista, sgretolando lo Stato cuscinetto di Alfano". Un'operazione che mira a costruire un nuovo contenitore che in breve tempo "prenderà le sembianze di un vero e proprio movimento, destinato a fiancheggiare il partito berlusconiano". 
Lo spazio per gli alfaniani pentiti (e magari anche per lo stesso Alfano, anche se a qualche forzista convinto il suo ritorno potrebbe provocare una gastrite) e per altri soggetti interessati viene definito, da parlamentari in vena di facezie, alternativamente "un bel secchio in cui accogliervi a braccia aperte" (parole molto trash di Franco Carraro) o "la bad company di Forza Italia" (copyright di Fabrizio Cicchitto, che chiama così l'eventuale casa degli "impresentabili" del centrodestra). Eppure il piano ci sarebbe e, per Magri, il nome già pronto sarebbe Italia civica. Il nome ricorda le esperienze civiche che ormai da anni fioriscono nei comuni, a volte solo per nascondere i partiti che non vogliono mostrarsi come tali. Da un po' di tempo a questa parte qualcuno aveva cercato di portare lo stesso spirito nella politica nazionale, a partire dalla montiana Scelta civica, il cui cammino non è stato proprio glorioso. 
Anche questo dettaglio, peraltro, potrebbe non essere un passo falso. Perché per quel progetto politico, cui starebbe lavorando Niccolò Ghedini con pieno mandato berlusconiano, quel nome potrebbe calzare a pennello. Intanto consentirebbe di far entrare un ampio spettro di soggetti: oltre agli alfaniani, infatti, l'articolo della Stampa cita anche il gruppo di Flavio Tosi, l'Udc rimasta fedele al segretario Lorenzo Cesa, addirittura il Partito pensionati (negli ultimi anni stabilmente nel centrodestra) e forse addirittura il Movimento animalista di Michela Vittoria Brambilla (la sorpresa ovviamente non sarebbe lei, ma quella sigla, lanciata con tanto clamore per poi essere destinata a stemperarsi in un italico civismo, con relative candidature).
Quei voti farebbero comodo - l'articolo azzarda una quota intorno al 2% - ma Berlusconi sarebbe più interessato a mantenere la partnership con Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Così, il nome Italia civica servirebbe a non inquietare i leader di Lega Nord e Fratelli d'Italia (hanno ripetuto sempre "niente riciclati", è il caso di confonderne le insegne d'origine) e soprattutto a far "pagare dazio" a certi figliuoli prodighi di ritorno a casa: per candidarsi nel centrodestra e sperare nell'elezione, dovrebbero accettare di stare in un contenitore anonimo e dal blasone nominale poco appetibile. E, pure se non si parla (ancora) di simboli, il colmo sarebbe se a Italia civica venisse data la veste grafica del Popolo della libertà, una sigla che Berlusconi aveva voluto, ma l'ha cambiata dopo essersi reso conto che "il Pdl" non suscitava emozioni. Quale miglior nemesi, per gli ex alfaniani e altri compari aggregati, del dover accettare un nome similmontiano con una grafica pidiellina?
Unico ostacolo sulla strada del progetto, al momento, sembra essere il fatto che qualcuno sul nome avrebbe già messo una bandierina. Lo si legge in un articolo pubblicato sempre ieri da Formiche.net, scritto da Lorenzo Bernardi:
Quel nome è già stato opzionato, e non certo da un berlusconiano. Semmai, ironia della sorte, da un montiano, o ex montiano. Si tratta di Gianmarco Gabrieli. È lui il titolare del dominio Italiacivica.it, e digitando il nome del sito su Google spunta proprio il suo blog personale. Gabrieli, classe 1974, è un imprenditore nel settore informatico, navale e dell’abbigliamento, attivo nell'associazionismo imprenditoriale e già presidente dei Giovani di Confindustria Bergamo. Sul fronte politico, è stato membro del comitato di presidenza di Scelta Civica, oltre che portavoce regionale della Fondazione Italia Futura, che fa capo a Luca di Montezemolo. Attualmente iscritto al Pd, ma l’unica etichetta che gradisce vedersi appuntata è “semplicemente liberale”. 
Se fosse così, al momento in realtà Berlusconi potrebbe sempre utilizzare quel nome. In fondo gli era già andata bene quando aveva pensato di utilizzare l'espressione "Partito della libertà", dopo che la Federazione dei liberali aveva già acquistato il dominio www.partitodellaliberta.it: la questione finì in tribunale e i giudici decisero che aver acquistato il sito senza averlo realmente usato - come qui: c'è un semplice redirect - e senza aver utilizzato il nome in altre occasioni fa sì che un eventuale uso della stessa etichetta da parte di altri non produca alcuna usurpazione.
Certo è che qualcuno dell'entourage di Luca Cordero di Montezemolo, nel momento in cui guardava alla politica, a fare qualcosa di italiano e di civico doveva averci pensato prima di Monti: il 7 novembre 2012 risulta depositata la domanda di marchio per Civica Italia, ossia per il marchio che è riportato a destra ("un'impronta raffigurante la dicitura Civica Italia in caratteri di fantasia, le due porzioni essendo poste l'una sopra l'altra e racchiuse tra due segmenti verticali, rientranti verso l'interno rispettivamente alle estremità superiore ed inferiore"). Titolare del segno distintivo risulta essere proprio Italia Futura, la fondazione legata a Montezemolo. Potrebbe mettersi di traverso rispetto al disegno berlusconiano? Non è dato saperlo, anche perché - tanto per dire - "Civica Italia" e "Italia civica" non sono esattamente la stessa cosa; in passato, però, Carlo Giovanardi ha dovuto rinunciare a denominare i suoi Popolari liberali, dopo il ricorso (accolto) dei Liberal popolari. Previsioni, allora, è meglio non farne: tanto, magari, tempo qualche settimana e tutto cambia, nomi compresi.