martedì 22 gennaio 2019

Sardegna, la carica dei 24 simboli (dei 26 depositati)

Ieri sera si è chiusa la fase di deposito delle liste relativa alle elezioni regionali in Sardegna. Al di là delle possibili esclusioni, di cui si occuperanno in queste ore gli uffici elettorali, quest'operazione chiarisce il quadro delle candidature e, per quanto interessa qui, definisce quali simboli compariranno sulle schede sarde dei 26 che erano stati depositati in Corte d'appello a Cagliari entro le 20 del 14 gennaio: com'è noto, infatti, per le regionali sarde è prevista una procedura simile a quella dettata per le consultazioni politiche, con la presentazione dei contrassegni come primo atto del cammino verso le elezioni.
Ora si può dire che le liste in campo saranno 24 - per 7 aspiranti presidenti di regione - dunque quasi tutti gli emblemi ipotizzati in un primo tempo sono stati legati effettivamente a una lista che si presenterà agli elettori: soltanto due contrassegni di quelli originariamente depositati, infatti, non arriveranno sulle schede (e così nessuno potrà vederli, perché non sono stati divulgati). Si tratta dei simboli di Sardegna di Ines Pisano, unica formazione in origine legata a Ines Simona Pisano e venuta meno quando la magistrata ha scelto di non presentare la sua candidatura (per sostenere di fatto Massimo Zedda), e di Giovani sardi con Massimo Zedda, lista che avrebbe dovuto ampliare la compagine a sostegno dell'attuale sindaco di Cagliari. Gli altri simboli, invece, ci saranno: vale la pena vederli tutti, in una rapida carrellata.


Massimo Zedda

Campo progressista

Chi pensava che, fallito il progetto politico di Giuliano Pisapia, il nome Campo progressista fosse definitivamente tramontato, si sbagliava. A portare avanti quell'etichetta provvede Massimo Zedda, sindaco di Cagliari e fra i maggiori sostenitori dell'idea dell'ex primo cittadino di Milano. Sul piano grafico, per la verità, i due emblemi non sono affatto coerenti: oltre al bianco (e a un tocco di nero, quello per scrivere il nome della lista), unico colore presente in questo contrassegno - il primo depositato - è il rosso, che tinge le due "mezzelune" che quasi racchiudono, "a campo", la parte di fondo che comprende il titolo del progetto politico, come se fosse proprio un campo da delimitare.

Partito democratico

Nella coalizione a sostegno di Massimo Zedda era inevitabile che ci fosse il partito di maggioranza del centrosinistra, vale a dire il Partito democratico. In questo caso, il gruppo dirigente sardo ha scelto di modificare leggermente l'emblema, riducendo il logo di Nicola Storto e spostandolo in alto, per lasciare spazio in basso a un segmento verde con il riferimento al candidato presidente (una soluzione molto "veltroniana") e, subito sopra, una banda rossa con il nome della regione chiamata a rinnovare Presidenza e Consiglio regionale: gli stessi colori, ovviamente, della sigla del logo.

Liberi e Uguali - Sardigna

Alla fine il "sequestro" del simbolo di Liberi e Uguali è stato evitato e il gruppo di persone interessate è riuscito a presentare la lista con l'emblema desiderato: l'uso è stato concesso dalle quattro componenti originarie di LeU (compreso Possibile che in un primo tempo sembrava di altro avviso). In un certo senso la variante scelta rappresenta il "ritorno alle origini" per il simbolo di LeU: ciò non per il nome (semplicemente ridotto) e nemmeno per l'inserimento del riferimento "Sardigna", quanto piuttosto per la presenza evidente del nome del candidato da sostenere per la guida della regione. Quanto varrà la battaglia antisequestro?

Cristiano popolari socialisti

All'interno della coalizione a sostegno di Zedda sono solo due i simboli che non contengono riferimenti al candidato presidente. Uno dei due è proprio quello dei Cristiano popolari socialisti, stesso nome del gruppo che si era formato nel 2015 in consiglio regionale (non senza polemica, visto che le due forze originarie sembravano avere p. La traduzione in lista di quel gruppo vede l'impegno del Partito socialista italiano e dell'Unione popolare cristiana (tutt'altro che rara in Sardegna, da non confondere con i Cristiano popolari di Mario Baccini). Decisamente filoeuropeo appare il fondo circolare blu, con le stelle d'Europa disposte intorno alla sagoma bianca dell'isola.



Progetto comunista per la Sardegna

Ci si creda o no, in questo turno elettorale non ci sarà una sola coppia di falce e martello: ce ne saranno addirittura due. Una, quella di Progetto comunista per la Sardegna, è schierata a sostegno di Zedda (ed è l'altra formazione a non inserire nessun riferimento al candidato presidente). Al di là di quest'assenza, a colpire graficamente è soprattutto la coppia falce-martello (non troppo proporzionata) accostata alle immagini stilizzate, modernizzate e "specchiate" dei quattro mori: anche grazie al martello che ricorda la croce, sembra richiamato e "rinfrescato" il motivo centrale dello stemma regionale. In pratica si dice che il comunismo, lungi dall'essere un ferro vecchio, può essere una soluzione per un territorio; non tutti i comunisti rimasti, però, si schiereranno in questa lista.


Sardegna in comune

Con le liste citate sin qui, Sardegna in comune condivide la natura più politica che civica, anche se qui le due nature finiscono per mescolarsi. In questo caso, infatti, la formazione è il frutto dell'unione delle forze di Italia in Comune - il partito di amministratori guidato da Alessio Pascucci e Federico Pizzarotti - e di alcuni gruppi che prima erano legati a LeU, in particolare Possibile e Futura, la rete costituita da Laura Boldrini. La struttura grafica, tuttavia, non ricorda affatto quella di Italia in comune (e non si capisce bene il senso del "ventaglio" che contiene il nome della lista); tutt'al più, il semicerchio rosso inferiore rimanda in parte alla grafica di Sel, specie alla versione che conteneva il nome di Nichi Vendola.

Noi, la Sardegna con Massimo Zedda

Tra le liste dichiaratamente civiche a sostegno della corsa dell'attuale sindaco di Cagliari, Noi, la Sardegna con Massimo Zedda spicca per avere il simbolo in cui il cognome del candidato è più evidente. Il nome della formazione è chiaramente identitario, ma l'emblema non fa uso di alcuna grafica particolare legata alla Sardegna: niente sagome dell'isola, niente mori, nessun colore dello stemma (a parte il bianco ovviamente), ma un abbinamento cromatico blu-verde che è molto rilassante per l'occhio e in ogni caso ha una buona resa. 

Futuro comune con Massimo Zedda

Praticamente gli stessi colori, sia pure in tonalità un po' più chiare, sono alla base dell'ultimo degli otto simboli della coalizione politico-civica di centrosinistra, Futuro comune con Massimo Zedda. Qui, sul piano grafico, si ricerca una sorta di "effetto etichetta" che, assieme alle linee oblique e al segmento blu curvilineo, movimenta l'intero contrassegno. In questo caso, la parola "comune" sembra rimandare più al senso di comunità che all'esperienza amministrativa, ma in ogni caso si vuole sempre dare l'idea di una formazione dal carattere civico e costruita dalla base.


Christian Solinas

Partito sardo d'Azione

Principale forza a sostegno della candidatura di Christian Solinas, a capo di una nutrita coalizione di centrodestra (11 liste, la più ampia di questo turno elettorale), non poteva che essere il suo partito di provenienza, che però storicamente non fa certo parte di quell'area. Il Partidu sardu - Partito sardo d'azione sceglie di confermare lo schieramento già adottato alle politiche del 2018, a fianco della Lega (nelle cui liste è stato eletto al Senato); per l'occasione, il simbolo della croce con i quattro mori - il più antico d'Italia - contiene il riferimento alla candidatura a presidente di Solinas. L'unico, peraltro, di tutta la coalizione.


Forza Italia

Anche se ormai il centrodestra appare ovunque - e a maggior ragione in Sardegna - a trazione leghista, Forza Italia non poteva certo rinunciare a presentare proprie liste. Ecco allora l'emblema che rappresenta una variazione del simbolo utilizzato alle ultime politiche: la bandierina occupa metà del contrassegno, subito sotto c'è il nome di Silvio Berlusconi - del resto, la Sardegna è o non è la terra in cui lui ha annunciato la sua ricandidatura alle europee e in cui ha la sua residenza estiva a Porto Rotondo? - e al di sotto, al posto della parola "presidente", la dicitura "per la Sardegna".


Lega

Queste sono le elezioni regionali sarde del debutto per la Lega, che parte peraltro dal 10-11% delle scorse politiche (dietro Forza Italia, almeno in Sardegna, ma ora chissà...). Anche la Lega si presenta con il suo contrassegno che da oltre un anno la caratterizza, senza la parola "Nord", con Alberto da Giussano esportato senza troppi problemi anche in terra sarda e il nome di Matteo Salvini in grande evidenza. Ovviamente anche qui è stato tolto il riferimento alla candidatura a "premier" del leader leghista, sostituito da quello alla Sardegna. 


Fratelli d'Italia

Se nella coalizione di centrosinistra si è scelto di mettere su quasi tutti i contrassegni il nome del candidato Massimo Zedda, in questo caso i partiti principali hanno accentuato il più possibile il ruolo dei loro leader. Così non stupisce che Fratelli d'Italia abbia scelto, per le proprie liste, il contrassegno utilizzato alle elezioni politiche, che riduce il simbolo per fare spazio al nome di Giorgia Meloni. Evidentemente si è pensato che, in questo modo, il risultato sarà migliore. 


Unione di centro

In questo centrodestra allargato ad alcune componenti civiche non può mancare un altro attore politico tradizionale, cioè l'Unione di centro, che ha resistito alle proposte di coalizione più ampia fatte da Zedda ed è rimasto nel centrodestra. A dire il vero non si sono ancora viste in giro grafiche dell'Udc, per cui viene da supporre che l'emblema utilizzato in questo turno elettorale sia lo stesso di cinque anni fa, che nella parte superiore ha sostituito il riferimento all'Italia con quello alla Sardegna. Lo scudo crociato, in ogni caso, è sempre lì.

Riformatori sardi

Un altro grande classico della politica della Sardegna è costituito dai Riformatori sardi, tuttora guidati da Massimo Fantola, tradizionalmente schierati nel centrodestra e anche in questo caso si trovano dalla stessa parte. Il simbolo da molti anni a questa parte è sempre lo stesso, con i tre "conci" a formare il tricolore e un "sorriso" di sei stelle posato sopra la dicitura "Liberal democratici": una scelta cromatica e grafica che ricorda molto i simboli legati a Mariotto Segni (in particolare il Patto - Partito dei liberaldemocratici), dal quale Fantola e i Riformatori sardi non sono certo lontani.


Energie per l'Italia

Non poteva passare inosservato il simbolo di Energie per l'Italia, e non solo perché di fatto si riaffaccia sulla scena politica dopo quasi un anno di silenzio. I malati di grafica noteranno che è cambiata la font (da Nexa ad Arial Black); i #drogatidipolitica non possono non vedere le "pulci" del Pli di Stefano De Luca e Giancarlo Morandi (con la grafica precedente a quella ora in uso), del Pri e, addirittura, di Alleanza liberaldemocratica italiana, vale a dire il partito fondato da Silvia Enrico e Oscar Giannino (attualmente guidato da Franco Pasotti e Franco Turco), uno dei rarissimi casi in cui l'aeroplanino di carta finirà sulle schede elettorali. In tutto ciò, le lampadine del partito di Stefano Parisi sono sempre spente...


Unione democratica sarda

Tra le forze che fanno parte della compagine di centrodestra non manca nemmeno, come nel 2014, Unione democratica sarda - Progetto nazionalitario, nato nel 2002-2003 come evoluzione della sezione sarda dell'Udr cossighiana (non a caso, Uds ricorda molto Udr e la font usata è piuttosto somigliante, anche se manca il tricolore) e sempre presente dal 2004 in consiglio regionale. Sull'emblema spicca l'immagine del bronzetto del guerriero che rimanda all'epoca dei "popoli del mare", radice di unità del popolo sardo, come la scritta nel simbolo testimonia.


Fortza Paris

Parte della coalizione è anche il partito Fortza Paris ("Avanti insieme"), che nel 2014 aveva invece sostenuto la candidatura di Mauro Pili, ma in generale si è attestato su posizioni di centrodestra. Il simbolo del partito regionalista nato nel 2004 (dalla confluenza di Partito del Popolo Sardo, Sardistas e Unità del Popolo Sardo) è come sempre molto semplice, ma per quest'occasione è stato utilizzato un carattere più old fashioned ed è stata aggiunta la parola "Federalisti", inserita nel semicerchio rosso dove normalmente sta la parola "Fortza". 


Sardegna civica

Parte della coalizione a sostegno di Solinas è anche la lista Sardegna civica. Il nome non deve ingannare, nel senso che sarebbe facile pensare a una riedizione locale di Scelta civica (anche se l'idea dovrebbe essere subito accantonata, visto lo scarso successo del partito montiano a livello nazionale); in realtà si tratta di un progetto politico, guidato da Franco Cuccureddu, nato per "dare rappresentanza istituzionale alle migliori esperienze civiche, maturate nei comuni della Sardegna". Nel simbolo spicca la sagoma di un nuraghe che si staglia sul cielo azzurro sfumato, in un emblema in cui il rosso della bandiera sarda prevale sul verde.


Sardigna 2020 - Tunis

Ultimo emblema dell'affollata coalizione a sostegno di Solinas è uno dei più discussi: Sardegna 20Venti - Tunis, infatti, è la lista civica legata al consigliere regionale uscente di Forza Italia: inizialmente possibile candidato forzista alla presidenza della regione, ha comunque presentato questa formazione con la "benedizione" del coordinatore regionale forzista Ugo Cappellacci, cosa che ha accentuato non pochi malumori all'interno del partito. Interessante, nel contrassegno, la rilettura della bandiera sarda con l'anno 2020.


Francesco Desogus


MoVimento 5 Stelle

Si presenta sostenuto da un'unica lista Francesco Desogus e ciò era inevitabile, trattandosi del MoVimento 5 Stelle, che per l'occasione ha utilizzato l'emblema sfoggiato l'anno scorso per le elezioni politiche. Al di là di questo, è il caso di ricordare che il M5S è l'unica forza che in questo caso ha avuto bisogno di raccogliere le firme: com'è noto, nel 2014 il MoVimento non ha partecipato alle elezioni e nessuno dei consiglieri uscenti si è dichiarato rappresentante del gruppo politico, quindi nessuna esenzione è scattata. La raccolta, in ogni caso, è stata completata a tempo debito.


Paolo Maninchedda

Partito dei sardi

Nel 2014 aveva sostenuto il candidato del centrosinistra e presidente uscente Francesco Pigliaru. Questa volta, invece, il Partito dei sardi ha scelto una candidatura autonoma, presentando come aspirante guida della regione Paolo Maninchedda, presidente della forza politica indipendentista. Come allora, il simbolo è costituito dalla sagoma della Sardegna circondata dalle dodici stelle d'Europa e dal motto "Facciamo lo Stato". Perché, come si legge nel sito, "la sovranità della Nazione Sarda, essendo fondata sul consenso dei sardi, è originaria e non delegata dallo Stato italiano".


Andrea Murgia

AutodetermiNatzione

Altra candidatura autonoma è quella di Andrea Murgia, funzionario della Commissione europea sostenuto da AutodetermiNatzione, progetto politico originariamente voluto da Antony Muroni, presentatosi alle politiche del 2018 e poi proseguito con minore determinazione e varie defezioni (attualmente è guidato dal presidente Fabrizio Palazzari e dal segretario Bustianu Cumpostu). Se nel 2018 il simbolo era uno scarabeo, questa volta c'è la sagoma della sardegna campita a onde, con un risultato cromatico decisamente interessante.


Mauro Pili

Sardi Liberi

Ritenta la corsa per la presidenza della regione Mauro Pili, stavolta sostenuto non da quattro liste come nel 2014, ma da un unico emblema, quello del nuovo cartello elettorale Sardi liberi, frutto del cammino comune dei piliani di Unidos, di Progres (nel 2014 avevano sostenuto Michela Murgia) e di alcuni ex sardisti. I colori dominanti sono il verde e il blu scuro, la struttura è quella di un cerchio aperto, "tagliato" dalla fascia bianca in cui è contenuto il nome dell'aspirante presidente. All'interno dell'emblema ci sono anche il volto di uno dei mori bendati e un albero che ricorda l'albero sradicato che rappresenta proprio i "sardi liberi" (una rappresentazione simile era già presente nel simbolo di Irs).



Vindice Lecis


Sinistra sarda

Ultimo candidato alla presidenza a essere emerso è Vindice Lecis, scrittore e giornalista di lungo corso, per oltre trent'anni impegnato in testate del gruppo l'Espresso (tanta Sardegna ma non solo). Correrà sostenuto dalla lista Sinistra sarda, stesso simbolo che nel 2014 aveva sostenuto la candidatura di Pigliaru: in filigrana si legge la bandiera dei quattro mori, in primo piano c'è il simbolo composito di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani. Che nel frattempo hanno cessato l'attività, proseguita con il Pci; mantenere il vecchio simbolo, però, consentiva più facilmente di evitare la raccolta firme. Così riecco la Sinistra sarda, che si pone come "unico antidoto all'avanzata della destra".

sabato 19 gennaio 2019

Fratelli d'Italia, la fiamma (per ora) resta dov'è

Mentre nei giorni scorsi ci si è occupati della questione del simbolo del Pd, che per Zingaretti non è un dogma mentre per Martina è un patrimonio da non disperdere, non ci sono dubbi sul fatto che alle prossime europee il simbolo di Fratelli d'Italia non cambierà, per cui al massimo l'unica alternativa sarà l'uso della versione ufficiale o di quella - utilizzata alle elezioni politiche - con il nome di Giorgia Meloni all'interno. Al momento, invece, nessuno sembra voler seriamente rimuovere la fiamma tricolore contenuta all'interno del cerchio, a 24 anni dalla svolta di Fiuggi e a quasi 25 dalle prime elezioni - quelle del 27-28 marzo 1994 - senza più la denominazione Movimento sociale italiano. 
Sul futuro meno prossimo, in realtà, qualche pensierino è stato fatto: lo ha fatto capire una settimana fa Guido Crosetto, coordinatore di Fdi, dichiarando ad AdnKronos che "nel percorso individuato da Giorgia Meloni insieme ad altre realtà presenti nelle liste per le europee, da Fitto a Storace, si è parlato di un futuro che passa anche per il simbolo", questo perché si tratta - anche in questo caso, come in passato - di creare "un soggetto più ampio", per cui "in questo allargamento la possibilità di discutere sulla evoluzione del simbolo c’è". Nessun cambiamento però è previsto alla vigilia delle elezioni europee, anche perché - è sempre Crosetto a parlare - per il partito permane "un problema di riconoscibilità", per cui al momento la fiamma e, più in generale, il simbolo "non si può mettere in discussione subito, perché a differenza di altri partiti non disponiamo di 'cannoni comunicativi'".
Da un certo punto di vista, il fatto che a parlare della questione sia stato proprio Crosetto, che ha contribuito alla nascita di Fratelli d'Italia senza essere mai stato parte di quella storia, poteva far pensare a idee diverse all'interno del partito. Anche per questo, altre voci si sono affrettate a precisare che la fiamma, ora e più in là, resterà dov'è: "Abbiamo ipotizzato che un domani si possa modificare, anche solo parzialmente, il simbolo di Fratelli d'Italia - precisa Ignazio La Russa - ma forse l'ultima cosa da fare sarebbe quella di togliere la fiamma che oggi rappresenta, non solo per i figli e i nipoti della destra italiana, il segno indiscusso di una coerenza e di un attaccamento ai valori nazionali e la normale prosecuzione di un impegno politico in cui onestà e coraggio sono stati riconosciuti da tutti". E, su questa base, non può non riecheggiare la massima larussiana a suo tempo riportata da Filippo Ceccarelli, di fronte alla prospettazione di far sparire la fiamma dal simbolo di An: "Ma lei sarebbe disponibile a tagliarsi i propri attributi?".  
"Il nostro non è un brand perdente come quello del Pd. Una cosa sono i brand scaduti, un'altra quelli vincenti...". A parlare qui è Adolfo Urso, che pure annuncia liste alle europee "in gran parte aperte a esponenti esterni al partito", compresi i rappresentanti delle "forze politiche con cui abbiamo siglato accordi programmatici politico-elettorali" e gli "esponenti della società civile, produttiva e culturale del Paese" che hanno scelto di impegnarsi con Fdi. A livello europeo, si è annunciata l'adesione al gruppo europeo dei Conservatori e sovranisti e si è anticipata la presenza nelle liste - oltre che di "esponenti della società civile, produttiva e culturale del Paese" - almeno di alcuni esponenti di Direzione Italia, compreso Raffaele Fitto, precisando che il patto con loro "va oltre le elezioni europee".
Stupisce poco, infine, la risposta che sempre all'AdnKronos ha dato Giuliana De’ Medici, figlia di Giorgio e Assunta Almirante, segretaria della fondazione intitolata al padre: "Abbandonare la fiamma significherebbe perdere una marea di voti, sarebbe un errore madornale. Se lo fanno, non arrivano nemmeno al 4%. La base auspica e chiede un partito unico della destra: la gente è affezionata alla fiamma e si riconosce in quel simbolo, per il quale sono morti tanti ragazzi. Rimuoverlo non mi sembra un cosa corretta"; la mossa di chi non esclude di togliere il fregio dal simbolo è bollata da lei come "molto diplomatica: cercano di dare un colpo alla botte e una al cerchio dicendo nì".
Evidentemente, anche se alcuni in Fratelli d'Italia si libererebbero volentieri di quel segno (che, pur riletto alla luce del presente, è comunque un riferimento al passato che i giovani non hanno vissuto nemmeno in parte), altri sono convinti che a quel riferimento non si debba rinunciare. Se è vero che nel simbolo del Pd c'era ben poco di solido e di identitario - al di là del rametto d'Ulivo, che peraltro era stato inserito "a forza" nel logo creato da Nicola Storto ed è rimasto lì contro la volontà del suo creatore, Andrea Rauch - è altrettanto vero che chi difende un segno identitario di solito lo fa stando in una nicchia che comprensibilmente non si vuole perdere, ma se ci si vuole allargare quell'emblema può stare stretto a chi entra o si desidera far entrare. Per carità, ci sono le eccezioni, a partire da Alberto da Giussano, che era sull'emblema della Lega quando questa non era riuscita a superare le soglie di sbarramento ed è rimasto lì anche ora che le percentuali sono ben diverse; se il guerriero di Legnano ha resistito, tuttavia, è stato messo in soffitta il Nord, non meno simbolico pur non essendo di natura grafica. Si può pensare che questo percorso Fdi l'abbia già fatto, scegliendo come nome una delle espressioni più "nazionali" che esistano, cioè il primo verso dell'inno di Mameli (dandogli peraltro una connotazione politica che non aveva): basterà? 

venerdì 18 gennaio 2019

Congresso di +Europa, i simboli delle liste: "di tutto" non rende l'idea

Le date sono già previste da tempo: dal 25 al 27 gennaio 2019, all'Hotel Marriott di Milano, si terrà il primo congresso di +Europa. Che, volendo, potrebbe essere preso come data di nascita del soggetto politico come partito vero e proprio, visto che quello che aveva partecipato alle elezioni politiche del 2018 altro non era che una federazione - in forma di associazione - tra Radicali italiani, Forza Europa e Centro democratico. "Potrebbe", si diceva: il condizionale è d'obbligo, perché tra le proposte in campo c'è persino quella di trasformare l'attuale associazione +Europa in una società per azioni. Così scrive, tra il serio (poco) e il faceto (molto), nelle proprie note programmatiche una delle ben 11 liste che si confronteranno all'assise. 
Ogni lista, che entro oggi dovrà ottenere le firme a proprio sostegno, si è dotata di una rappresentazione grafica diversa, quasi sempre elaborata a partire dal simbolo di +Europa; anche solo per questo, vale la pena far passare tutte le proposte, dando almeno in parte conto delle posizioni in gioco. C'è davvero di tutto, sul piano ideale e soprattutto - come si vedrà - personale. Piùeuropeisti, il viaggio inizia (rigorosamente nell'ordine proposto nel sito di +Europa)!

LSD - Libertà, Stato di diritto, Democrazia - L'acronimo e il simbolo di questa lista sono inevitabilmente destinati a catturare l'attenzione e creare scalpore (un po' come i Beatles con Lucy in the Sky with Diamonds), quasi quanto il fucsia di fondo, con il quale finora aveva osato (e male) solo Civica popolare di Lorenzin. Alla base della lista c'è l'idea di chiedere all'Europa di esigere - dagli Stati e anche da se stessa - il rispetto dei parametri di libertà e di civiltà democratica (avendo la Federazione come approdo finale), la promozione di iniziative "per la liberazione delle vite, dei corpi, degli affetti", contro il proibizionismo e a favore della ricerca; il tutto con +Europa come "soggetto politico attivatore della cittadinanza europea". Il nome più noto tra i promotori è quello di Wilhelmine Schett, nota come Mina Welby, vedova di Piergiorgio, già presidente dell'associazione Luca Coscioni, ma ci sono anche attivisti di area radicale come Leonardo Monaco, Yuri Guaiana e Matteo Mainardi, ricercatori come Claudia Basta e Federico Binda, giuristi come Alexander Schuster e Giulia Crivellini, giornalisti come Palmira Mancuso.

Europa in comune - Qui si è scelto di non adottare un simbolo circolare, ma non si è rinunciato alla texture geometrica di +Europa per il riempimento delle lettere, questa volta però solo con giallo, arancione e blu, a tinte molto più europee. Il gruppo chiede appunto "un'Europa unita, federale e democratica. Gli Stati Uniti d’Europa. Una cittadinanza europea fondata sul pluralismo culturale, sul rispetto degli autonomi principi e delle differenze", che sappia guardare alle sue responsabilità verso la società e le generazioni future, che contemperi unità e autonomie, combatta protezionismi e neo-nazionalismi e garantisca diritti umani, civili e politici in ogni Stato (nonché sostenga la crescita sostenibile, l'autodeterminazione della persona e il diritto alla ricerca). Tra i promotori c'è l'ex tesoriere di Radicali italiani Valerio Federico, ma non mancano attivisti ambientalisti come Stella Borghi, giuristi come Marco Scarpati, giornalisti come Michele Avola.

Contare di + con +Europa - Anche qui niente cerchio, soltanto testo, ma con meno inventiva grafico-cromatica rispetto all'emblema precedente: si è solo utilizzata la stessa font, aggiungendo il motto "Contare di +". La lista sostiene la candidatura a segretario del deputato di +Europa Alessandro Fusacchia: vuole che il suo partito sia "capace di crescere e appassionare alla politica migliaia di cittadini ormai delusi da tutto"; per far ciò occorre che sia inclusivo, in grado di ascoltare e di spendersi per i diritti, con un gruppo dirigente che lavori per l'unità del partito, contro i populisti e a favore di una politica pan-europea. Tra le persone espressamente citate nella pagina della lista, quello di Fusacchia è il solo legato alla dirigenza; gli altri, tuttavia, appaiono come una squadra compatta e determinata.

Per una Europa futura - Libera, democratica federale - Qui si torna al cerchio di fondo e, pur non essendo riportato il nucleo del simbolo di +Europa, lo sfondo a pezze geometriche di colore ("alla Arlecchino" insomma) ricorda molto il motivo di riempimento della dicitura di +E; l'aver evidenziato il "tu" nella parola "futura" mette al centro la persona e l'apporto del singolo. Il gruppo vuole che +E sia un partito d'azione e non d'opinione, che si batta contro leggi "liberticide e securitarie", operi per ricucire la società e il territorio, per conservare l'Europa per poterla rendere "democratica, federale, aperta a tutti" e intransigente sui diritti umani "in Italia e nel Mediterraneo". Il capolista è Giovanni D'Anna, ma in lista si trovano anche Riccardo Magi (deputato ed ex segretario di Radicali italiani) e Cristiana Alicata (imprenditrice, autrice, attivista lgbt, già militante Pd). 

Italia Europea - Si tratta della lista che maggiormente coglie il legame tra l'Italia e l'Europa, per capire come si vuole la prima se si guarda alla seconda: non a caso, nell'emblema - anch'esso circolare - trovano posto la stilizzazione pennellata delle due bandiere. La lista vede quatto obiettivi chiave per +E: definirsi come partito stabile e competitivo; avanzare "idee, proposte e iniziative di libertà e progresso, capaci di conciliare crescita e sviluppo sostenibile, diritti e merito, innovazione e protezione"; promuovere l'integrazione politica dei cittadini europei (verso gli Stati Uniti d'Europa); creare una classe dirigente di partito concreta e non di "somma di componenti". Il capolista qui è Piercamillo Falasca, fellow dell'istituto Bruno Leoni, già molto vicino a Benedetto Della Vedova e direttore editoriale di Strade, ma tra i promotori della lista spicca anche il giurista Andrea Mazziotti, già deputato di Scelta civica - Civici e innovatori.

Orgoglio europeista - Ecco l'emblema che si distingue di più. Nell'invisibile forma circolare, il solo elemento di continuità con +E è la font; peculiare è il disegno di Paolo Cardoni, con biplano a tinte europee. Contro l'idea di un'Europa "'processata' per i suoi pregi, non per i suoi difetti", si vuole un partito che lotti contro i nemici del mercato comune, della competizione economica, dell'equilibrio tra poteri, delle politiche ambientali avanzate e rispettose degli interessi delle generazioni future, di un'uguaglianza tra pari "che riconosce e non discrimina le diversità personali e le differenze culturali", di un sistema sociale equo che non rinnega il progresso. E lo faccia chiedendo "più Europa": con più "integrazione nelle politiche economico-sociali, di difesa e di sicurezza, un accresciuto ruolo delle istituzioni europee nel governo dei problemi comuni a tutti i cittadini del continente". Candidato segretario è Benedetto Della Vedova, capolista è il giornalista Carmelo Palma (Forza Europa); tra i candidati emergono l'ex Pdl e Scelta civica Giuliano Cazzola, l'ex segretario del Partito radicale Olivier Dupuis e l'ex parlamentare radicale Lorenzo Strik Lievers.

+Europa Shitposting - Anche questo simbolo non passa inosservato, per i messaggi provocatori che intende portare. Il nome è tutto un programma, lo slogan al di sotto del simbolo e il sito della lista - www.piueuropamenofi.ga - pure. Nel manifesto trovano posto: l'abolizione degli stati nazionali e, in prospettiva, anche gli Stati Uniti d'Europa (verso il trionfo della Sovranità individuale); la tensione verso la libertà totale, anche di disposizione del proprio corpo ("Perché lo Stato non si fa i cazzi suoi?"); la convinzione che sia "sia sacrosanto permettere ai poveri di arricchirsi, fregandocene che i ricchi si arricchiscano ancora di più"; il superamento di conservatori e progressisti, sapendo che "il faro che ci guida è la Libertà di fare quello che ci pare"; l'idea di amore come "vedere l'Altro: non più uomo, donna, etero, gay, cristiano, islamico, buono o cattivo, ma nella sua straordinaria individualità"; dulcis in fundo, in aperto odio verso le "stanze dei bottoni", il progetto di trasformare +E "in una società per azioni". Ciliegina della provocazione: "+Europa Shitposting sostiene l'idea di un mondo nel quale le coppie transessuali con bambini acquistati su Amazon possano difendere liberamente i propri campi di papaveri da oppio con dei fucili d'assalto M4". Volete i nomi? Non possiamo farli. Perché non ne è stato svelato nemmeno uno.


Europa radicale - Questo è l'unico emblema che, pur non essendo circolare, rimandi al patrimonio iconografico radicale: la rosa non ha il pugno né il disegno di Marc Bonnet ma è ben riconoscibile. Il gruppo crede "nella nobiltà di una politica che sappia recuperare il valore del 'SÌ' - così si spiega il 'sì' nella corolla - per contrastare chi costruisce il proprio successo con i 'NO' che condensano e riuniscono le contrarietà diffuse a 'qualcosa', senza provare a ragionare su come affrontare i problemi". Contro l'ondata antipolitica nazionalsovranista, si vuole "far riscoprire ai cittadini la passione per l’impegno comune, diventando protagonisti con la voglia di pensare, discutere, lottare, lavorare e contare insieme": si guarda agli Stati Uniti d'Europa come una priorità assieme a un'economia di mercato che non abbandoni nessuno, ai diritti umani da garantire ovunque, ai diritti civili da conquistare e difendere, alla libertà di scelta in amore, nella sessualità e nella maternità, alla laicità, alla "giustizia giusta" e alla legalità, ai porti aperti e alla cooperazione internazionale, fino alle grandi opere e all'antiproibizionismo. La capolista è Silvja Manzi, segretaria di Radicali italiani; tra i candidati spicca Gianfranco Spadaccia, già segretario del Partito radicale. 


Stiamo Uniti in Europa - L'idea degli Stati Uniti d'Europa torna nel nome di quest'altra lista, che contorna le stelle europee con il tricolore e usa la font di +E per la stessa denominazione (in bianco). Qui si propone l'idea di un'Europa che "è un terzo del mondo per potenza economica, difende la democrazia e i diritti conquistati con tanta fatica. È attenta al nuovo codice ambientale. Ha creato e ancora sostiene il miglior sistema di welfare del mondo" ed è "vecchia perché vecchi sono i suoi abitanti [...], ma è saggia e inizia ad essere combattiva". Si condanna l'idea di dare "soldi a tutti senza redistribuire nulla" o di un governo che passi "mesi interi a discutere di pensioni, reddito di cittadinanza ed immigrazione", senza lavorare in concreto per trasformare il Sud in "avamposto logistico e strategico verso l’area afromediterranea", potenziando le infrastrutture e valorizzando le ricchezze naturali, culturali ed intellettuali che ci sono, così che dalla crescita del Mezzogiorno tragga beneficio tutta l'Italia, ma anche tutta l'EuropaCapolista è Bruno Tabacci, segretario di Centro democratico; con lui c'è Fabrizio Ferrandelli, già sfidante di Leoluca Orlando a Palermo sostenuto dal centrodestra, e - chicca per #drogati di politica, salvo omonimia - rispunta Diego Masi, parlamentare per due legislature del Patto Segni. 


In Europa sì, ma non così - Davvero imperdibile quest'ultima lista. Al di là del segno grafico del tutto amorfo (ma non è un vero emblema, è solo un "segnaposto", visto che la lista non ha consegnato la grafica), colpisce il nome, il contrario di ciò che i maggiori esponenti di +E hanno detto dall'inizio ("Europa sì, anche così"). Il documento politico comprende pochi punti: "favorire l’accesso al credito per i giovani e le imprese minori" modificando "le regole di Basilea 3"; "garantire e proteggere le vittime di reato, modificando l’art. 111 della Costituzione sul giusto processo introducendo il principio che la legge garantisce i diritti e le facoltà delle vittime"; sostenere a livello europeo i giovani "meritevoli ma impossidenti" nel loro percorso di formazione, in chiave meritocratica; far corrispondere Europa geografica ed Europa politica in una "federazione leggera" che adotti un'unica politica estera e di difesa e sia dotata di una polizia di frontiera europea per il controllo delle merci e delle persone ai confini dell'Unione. La candidata segretaria è Paola Renata Radaelli, il capolista è Gerardo Meridio, uno dei dirigenti del Mir di Gianpiero Samorì; ci sono poi ex esponenti dell'Italia dei valori (Matteo Riva, Liana Barbati) e - anche qui, salvo omonimia - Candida Pittoritto, già esponente del Msi di Saya e Cannizzaro e poi a capo di Futuro della Nazione. 

giovedì 17 gennaio 2019

Rispetto per tutti gli animali, anche sulla scheda elettorale

Alle elezioni amministrative del prossimo maggio e, magari, alle regionali del Piemonte (e forse di qualche altra regione) sulle schede potrebbe comparire un emblema elettorale chiaramente animalista, con un orso bruno in bella vista, con cui pochi ancora hanno familiarità. Quel simbolo è legato al movimento politico Ora rispetto per tutti gli animali, che ha sede a Racconigi, in provincia di Torino, ed è presieduto a livello nazionale da Giancarlo De Salvo: il soggetto politico nasce per proporre una nuova sensibilità ambientale e nei confronti degli animali e cercherà di cogliere l'occasione del turno elettorale amministrativo più nutrito per presentare la sua proposta agli elettori.
L'emblema, dominato dall'orso e da una X gialla - quasi a ricordare che il tempo attuale è una sorta di "ora X", di punto di svolta ineludibile per la tutela degli animali - ha avuto una prima notorietà a livello nazionale lo scorso anno, proprio in questi giorni: il 20 gennaio 2018, infatti, è finito nella bacheca del Ministero dell'interno tra il centinaio di emblemi depositati prima delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 (ed era l'unico animale presente in chiave ambientalista,  almeno in quel turno elettorale). Purtroppo allora la partecipazione al voto non riuscì perché risultò troppo difficile raccogliere le firme entro la scadenza fissata dalla legge, ma non per questo il gruppo si è fermato e già la presenza al Viminale non era stata un traguardo da poco per una realtà esistente da un anno e con una storia di pochi mesi in più.
Alla base del movimento, infatti, c'era l'associazione Rispetto animali, nata solo a settembre del 2016 "per rispondere - così si legge nel sito - alla grande sensibilità e partecipazione popolare per i temi della tutela degli animali e dell’ambiente". Tra le idee di base, fin dall'inizio, c'era l'eliminazione di "ogni forma di violenza sugli animali, come la caccia o i maltrattamenti" e il desiderio di portare progetti di sensibilizzazione verso gli animali nelle scuole, "così da poter originare generazioni migliori e con una consapevolezza maggiore". Per poter ottenere tutto questo, però, ci si era resi conto dall'inizio che i comportamenti non nascono da soli e, per indurli o conservarli, sono necessarie regole nuove e precise, che marchino la distanza rispetto al passato.
Le prime iniziative dell'associazione, in ogni caso, sembrano aver riscosso un successo significativo, al punto tale da consigliare i fondatori dell'associazione di utilizzare i valori di quell'esperienza come punto di partenza per costituire un movimento politico, appunto Rispetto per tutti gli animali, sorto a gennaio del 2017. Animali, sì, ma al centro del programma del movimento c'è l'esigenza forte di attivarsi per preservare l'ambiente e l'intero pianeta, nel bel mezzo dei cambiamenti che lo stanno interessando. Gli animali sono il punto di partenza del discorso: "vanno considerati - si legge sempre nel sito - esseri senzienti, cioè anime che provano sensazioni, che capiscono, che hanno una loro intelligenza, provano dolore, sofferenza, felicità, tristezza: giungere a questa consapevolezza è un grande atto di civiltà e di crescita, significa ampliare i nostri valori e avere maggiore attenzione per ciò che ci circonda". 
Anche per questo, a detta dei promotori, bisogna inserire questo principio nella Costituzione e servono norme e pene più severe "per chi maltratta, sfrutta, uccide deturpa, brucia, devasta, sia gli animali che l’ambiente" (per cui il movimento, anche sul piano simbolico, propone di modificare la rubrica del titolo IX-bis del codice penale da "Delitti contro il sentimento per gli animali" a "delitti contro gli animali", come se fosse semplice per il diritto considerarli soggetti al pari degli umani, anche se questi ultimi spesso di umano hanno ben poco...); di contro, si propone l'assicurazione sanitaria nazionale per gli animali da compagnia e un servizio veterinario pubblico h24, retto da volontari e con servizi convenzionati per chi adotta animali.
Altre proposte, più in generale, riguardano l'ambiente, la salute e la sicurezza: si va dall'istituzione di nuovi parchi nazionali e altre aree protette al blocco delle grandi opere (e non potevano che essere citate la Tav e il Ponte sullo Stretto di Messina) a fronte di investimenti su trasporti pubblici ecosostenibili, fino al controllo del territorio (per evitare deturpazioni mosse dal denaro), alla tutela della biodiversità e alla promozione di prodotti locali a km 0 (nonché alla divulgazione "del danno che il consumo della carne ha sull'impatto ambientale, sanitario e sulla salute"). Nel programma non mancano peraltro spunti in materia economica, a favore di "un'economia circolare che privilegia le risorse nazionali e limita gli sprechi" (e scoraggia pesticidi e Ogm), e sul tema della partecipazione del popolo, per cui si vorrebbe promuovere "una piattaforma ufficiale governativa per le petizioni on line".
In quest'ultimo anno, l'associazione e il movimento hanno ampliato il loro raggio di azione, attraverso la Rete - la pagina Facebook conta oltre 296mila "mi piace" - e l'attività sui territori: nelle varie regioni sono state attuate varie iniziative, come le raccolte di alimenti per animali destinate a coloro che non hanno le risorse per sfamare i loro compagni di vita, o progetti ben mirati come quello a favore dell'orso marsicano (anche in affinità al simbolo stesso del movimento); in occasione del nuovo anno, è stato stampato anche un calendario con immagini di animali da compagnia molto espressive. Sul piano elettorale, l'idea di base è partecipare alle elezioni in Piemonte (la regione da cui tutto è partito) e in Emilia Romagna (previste in autunno, per avere più tempo a disposizione); non è impossibile che il simbolo torni nelle bacheche del Viminale prima delle europee - anche se l'ostacolo delle firme questa volta sarà ben peggiore - e magari approdi alle consultazioni in qualche comune, proprio in forza delle iniziative svolte in giro per l'Italia in questi dodici mesi. Quell'orso, in fondo, è davvero inconfondibile e i bambini, c'è da giurarlo, davanti a un manifesto impazzirebbero...

mercoledì 16 gennaio 2019

Europee 2019, la Dc correrà sotto la bandiera del Ppe?

Non sarà così, ovvio,
ma a qualcuno piacerebbe...
Ogni tanto è sempre opportuno dare uno sguardo a cosa accade in casa democristiana, anzi, tra coloro che ritengono di essere i continuatori, politici e anche giuridici, della Democrazia cristiana. A meno di tre mesi dalla presentazione dei simboli per le elezioni europee e a poco più di quattro mesi dal voto congiunto di europee e amministrative (il turno più nutrito, quanto a numero di comuni coinvolti), qualcosa sembra muoversi in quell'area, in termini politici, elettorali e organizzativi ed è il caso di darne conto.
Su questo sito si è già parlato della conferenza stampa che il 19 dicembre Gianfranco Rotondi ha tenuto alla Camera per presentare non un nuovo partito o una lista, ma un patto programmatico tra le varie forze politiche e sociali che si richiamano alla Democrazia cristiana. Il documento, cui sta lavorando l'ex europarlamentare Vitaliano Gemelli, sarà al centro anche dell'evento Popolari. Oggi. Da Sturzo al Nuovo Millennio che si terrà dopodomani all'auletta dei gruppi sempre della Camera, a partire dal centenario della nascita del Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo: tra i relatori, oltre a Rotondi e Gemelli, il programma prevede anche il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, figure Dc storiche come Rocco Buttiglione, Calogero Mannino e Roberto Lagalla, nonché il segretario del Nuovo Cdu Mario Tassone e Renato Grassi, qualificato come "segretario nazionale Democrazia cristiana". Vale a dire della Dc che, dopo l'assemblea convocata all'Ergife nel febbraio 2017 su disposizione del tribunale di Roma, in ottobre ritiene di aver celebrato il proprio XIX congresso eleggendo un nuovo segretario (appunto Grassi) dopo che all'Ergife era stato scelto come presidente provvisorio dell'assemblea dei soci l'ex ministro Gianni Fontana.  
Proprio questa Democrazia cristiana, al momento, sarebbe impegnata in una doppia azione. A livello locale, a detta di chi è parte di quest'impresa, l'attività di ricostruzione ferve: "Ci stiamo impegnando - spiega Emilio Cugliari, membro della direzione nazionale - perché in ogni regione ci sia un coordinamento, abbiamo necessità di ricostruire la base del partito dopo un quarto di secolo dal 1994. Certo, non possiamo pensare di ricostruire la Dc di allora, anche solo per un fatto di età: occorre coinvolgere in questo progetto i giovani, per poter formare una classe politica locale che possa essere credibile e spendibile sui territori e in seguito anche ai livelli superiori. Penso sia questa l'unica via possibile: parafrasando le parole di papa Francesco, credo sia meglio essere atei che cattivi democristiani". 
Se dalla scala locale si passa a quella nazionale, le ambizioni di coloro che ritengono di avere riattivato la Dc non vengono nascoste e passano anche attraverso le prossime elezioni europee: "La Dc - continua Cugliari - oltre che concorrere al voto amministrativo per essere presente nei comuni, vuole partecipare alle elezioni sotto la bandiera del Ppe, proprio a partire da quel patto programmatico di cui Rotondi ha parlato a dicembre e che coinvolge, oltre che lui e noi Dc, anche il Nuovo Cdu di Tassone, Costruire insieme di Ivo Tarolli e altre realtà, compresi anche i Popolari per l'Italia di Mario Mauro. Se ci saranno le condizioni per una collaborazione più lunga la proseguiremo, ma per noi è i valori della Dc devono prevalere su tutti, non vogliamo signorie di altro tipo". 
Un progetto ideale, dunque? Anche, ma forse non solo. Perché Cugliari - che nel partito rappresenta il gruppo "Uniti al centro - Dc", presente assieme ad altri due raggruppamenti vicini rispettivamente al segretario Grassi, che ora gode della maggioranza relativa, e al presidente del consiglio nazionale Fontana - insiste particolarmente sulla costruzione di una lista "sotto le insegne del Ppe", facendo capire che potrebbero essere in preparazione candidature autonome rispetto alle altre liste che saranno in campo (in particolare rispetto a quella di Forza Italia cui potrebbe partecipare l'Udc e, forse, la Svp) e con all'interno del simbolo un riferimento grafico al Ppe (al quale oggi appartengono Svp, Patt, Forza Italia, Alternativa popolare, Udc e Popolari per l'Italia). Non viene detto espressamente, ma è probabile che l'inserimento di quel simbolo avrebbe lo scopo di evitare la raccolta firme, vero primo ostacolo da superare per partecipare alle elezioni europee; accanto al simbolo del Ppe dovrebbe esserci il nome "Democrazia cristiana", che Rotondi ritiene di avere diritto a usare, e secondo Cugliari è necessario che ci sia anche lo scudo crociato, senza avere paura del contenzioso che inevitabilmente ne scaturirebbe. 
Certo, la raccolta firme non sarebbe l'unico problema da affrontare: ancora più difficile sarà trovare le risorse per la campagna elettorale e, soprattutto, superare lo sbarramento al 4%: "Purtroppo la Consulta l'ha mantenuto e questo per noi è un problema - ammette Cugliari - ma ci affidiamo al lavoro di 50 anni di Dc, potremo scrivere nuove pagine gloriose, riportando il partito e l'Italia ai posti che competono loro. Non dovremo più rivendicare i nostri principi e la nostra dignità: credo vada tenuta alta la nostra Costituzione che avventurieri della politica, dopo Tangentopoli, hanno bistrattato e tentato di riformare in modo sbagliato". 
Cugliari vede per la Dc un grande lavoro davanti, avendo soprattutto presente la sovranità popolare e la ricostruzione del paese (lui in particolare ritiene necessari investimenti per "completare l'unità nazionale" e non "ghettizzare" più il Sud, mettendo risorse soprattutto sulla mobilità ferroviaria): per farlo però occorre essere messi in condizione di partecipare pienamente alla vita politica, con un nome e - possibilmente - con un simbolo che hanno caratterizzato gran parte della storia politica italiana. 

* * *
Nel frattempo, peraltro, anche altro si muove in casa Dc. Venerdì e sabato, infatti, presso la "Casa tra noi" a Roma (via Monte del Gallo 113), si svolgerà una manifestazione denominata Stati Generali della Democrazia cristiana, cui gli organizzatori vorrebbero prendessero parte tutte le associazioni e tutti i movimenti interessati alla riunificazione della Dc. La grafica del simbolo utilizzata e il riferimento di posta elettronica indicato per la partecipazione consente di ricondurre l'organizzazione alla Dc che riconosce come proprio segretario politico nazionale Angelo Sandri, che infatti ha provveduto ampiamente a diffondere la notizia dell'evento in rete.
A dispetto del nome, tuttavia, non si tratterebbe esattamente degli Stati Generali che Gianfranco Rotondi aveva immaginato mesi fa, quando si era parlato di costruire una Federazione della Democrazia cristiana (con lui stesso a capo) tra tutti i soggetti che volevano arrivare al ritorno della Dc. Quella Federazione doveva essere costituita con atto notarile, ma non risulta che ciò sia mai avvenuto; la stessa iniziativa sui cent'anni del Partito popolare pare stata programmata in sostituzione - come spiegano in una nota Raffaele Cerenza e Franco De Simoni, dell'Associazione iscritti alla Democrazia cristiana del 1993 - proprio degli Stati Generali, che si dovevano svolgere proprio in quegli stessi giorni. Insomma, viene in mente una frase attribuita a Giulio Andreotti, di cui giusto due giorni fa si è celebrato il centenario della nascita: "Amo talmente la Germania che ne preferivo due". Sarà per questo che la Dc si prova a farla in mille modi?