mercoledì 17 aprile 2019

Alle europee senza firme, se la breccia del 2014 diventa uno squarcio

Quando, dopo il deposito del simbolo del "suo" Partito comunista, si è fermato a scambiare qualche battuta con giornalisti e studiosi soprattutto sulla possibilità che le liste del Pc fossero ammesse senza firme a sostegno (grazie alle aggiunte al contrassegno elettorale che questa volta, a differenza di cinque anni fa, aveva fatto), Marco Rizzo ha offerto ai presenti uno scampolo di saggezza torinese: "Dalle mie parti si dice: A pasa ün, a paso tüti. A pasa nen ün, a pasa niün!". E a chi gli faceva notare che, sì, era vero che il Kke (Partito comunista di Grecia) aveva nel 2014 eletto un rappresentante al Parlamento europeo, ma l'Iniziativa dei partiti comunisti e operai d'Europa non era ufficialmente un partito politico europeo (ma un'associazione di partiti), lui restava imperturbabile: o passano tutti o non passa nessuno e, visto che cinque anni fa erano passati i Verdi e si preparavano a farlo di nuovo assieme ad altre liste, doveva passare anche il Pc.  
Bene, alla fine sembra aver avuto ragione lui, visto che sono passati praticamente tutti, anche se al momento manca ancora il verdetto sulle liste di Forza Nuova (che rivendica l'affiliazione all'Alleanza per la Pace e la Libertà - Apf, presieduta da Roberto Fiore)Oltre alle liste che non avevano bisogno di raccogliere firme per la loro rappresentanza parlamentare italiana (Forza Italia, Fratelli d'Italia, Lega, MoVimento 5 Stelle, Partito democratico - Siamo Europei, +Europa - Italia in Comune, Svp, Autonomie - Uv) e a quelle di cui era acclarata la matrice europea dell'iniziativa (Europa Verde - European Green Party, La Sinistra - Gue - European Left, Destre Unite - CasaPound - Aemn), sono già state ammesse senza sottoscrizioni le candidature del Popolo della Famiglia - Alternativa popolare (grazie all'esenzione Ppe apportata proprio da Ap), dei Popolari per l'Italia (anche qui per l'appartenenza al Ppe del partito di Mario Mauro), del Partito pirata (grazie all'esenzione firmata direttamente a Roma dal Partito pirata europeo: l'ammissione certa per ora riguarda la circoscrizione Isole), del Partito animalista (che vorrebbe essere esente grazie all'inserimento nel contrassegno dei loghi del Partei Mensch Umwelt Tierschutz tedesco - il cui leader nel 2014 è stato eletto al Parlamento europeo - di Animal Politics Eu e del Partij voor de Dieren olandese: l'ammissione riguarderebbe le circoscrizioni Centro e Sud) e, ovviamente, del Partito comunista di Rizzo.
Proprio per quest'ultimo, in realtà, si nutrivano dubbi quanto all'ammissione: come detto, le Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature del Viminale richiedevano espressamente - a ricalco di quello che aveva deciso l'Ufficio elettorale nazionale nel 2014 sul caso dei Verdi europei - il collegamento e la presenza simbolica di un "partito politico europeo rappresentato nel Parlamento europeo con un proprio gruppo parlamentare", con tanto di "documentazione attestante il pagamento, da parte della forza politica nazionale, delle quote associative al partito o gruppo politico europeo". Ora, se da una parte si è detto che l'Iniziativa dei partiti comunisti e operai d'Europa non era esattamente un partito (e questo poteva essere un problema), dall'altra si poteva dire che il Kke era un "partito politico europeo" in senso lato (cioè un partito di un paese europeo) rappresentato al Parlamento europeo, ma sarebbe diventato difficile sostenere questa lettura perché non avrebbe consentito di produrre idonea documentazione per attestare "il pagamento delle quote associative", risultando difficile per un partito italiano associarsi a un partito di uno stato europeo.
L'auspicato chiarimento, tuttavia, non è arrivato: le decisioni degli Uffici elettorali circoscrizionali, infatti, si sono limitate a dichiarare che si è accertato, tra l'altro, che "non sussiste l'obbligo della sottoscrizione della lista da parte di elettori, ai sensi dell'art. 12, 4° co., L. 24.01.1979, n. 18 e succ. mod.". Tutto qui, nulla di più e nulla di meno, senza alcun cenno ai riferimenti europei inseriti nel contrassegno (del partito nazionale o del "partito" europeo) e nemmeno a quanto richiesto, con una certa precisione, dalle Istruzioni ministeriali, che certamente in alcuni casi non sono soddisfatte. Per esempio, non esistono i gruppi parlamentari dei Pirati europei, dell'Apf o dell'Aemn, che pure sarebbero richiesti dalle Istruzioni; si è già detto prima che non sembra essere a tutti gli effetti un partito l'Iniziativa dei partiti comunisti e operai d'Europa, mentre Apf e AemnAemn sono stati cancellati dal registro dei partiti politici europei (Aemn peraltro, a quanto si apprende, ha comunque i requisiti per essere partito europeo, mentre la cancellazione riguarderebbe solo l'accesso ai benefici economici) e - come si è detto - non è esattamente chiaro come un partito nazionale possa essere considerato affiliato - con tanto di pagamento di quota di adesione - a un altro partito nazionale che pure è rappresentato all'Europarlamento.
Di fatto, ci si sarebbe dovuti interrogare in modo approfondito sulla spettanza dell'esenzione e sui requisiti per ottenerla se gli Uffici elettorali circoscrizionali in prima istanza avessero deciso di ricusare le liste proprio a causa della contemporanea mancanza delle firme e dei requisiti per avere l'esenzione (com'era accaduto con i Verdi Europei e il Partito comunista nel 2014), provocando inevitabilmente l'opposizione dei soggetti esclusi dalla competizione elettorale e il successivo intervento dell'Ufficio elettorale nazionale. Non è invece in alcun modo prevista la possibilità di ricorrere contro la decisione di ammissione di una lista, né da parte del Ministero dell'interno, né da parte di altre liste ammesse o non ammesse: in questi casi, dunque, si possono fare semplici congetture su come abbiano ragionato i magistrati impegnati nel vaglio dei documenti.
Evidentemente gli uffici elettorali si sono accontentati, a quanto pare, di un'interpretazione non larga, ma larghissima di quanto previsto dalla legge elettorale per le europee (n. 18/1979). L'articolo 12, in particolare, nel disciplinare al suo comma 4 le ipotesi di esonero dalla raccolta firme, accorda il beneficio tra l'altro a una lista "contraddistinta da un contrassegno composito, nel quale sia contenuto quello di un partito o gruppo politico esente da tale onere", compreso uno dei "partiti o gruppi politici che nell'ultima elezione abbiano presentato candidature con proprio contrassegno ed abbiano ottenuto almeno un seggio al Parlamento europeo". Se fino al 2014 si era interpretata la disposizione con esclusivo riguardo a partiti italiani che avevano presentato candidature e ottenuto almeno un seggio in Italia, mentre le decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale del 2014 avevano accettato - in ragione di varie fonti europee - anche l'esonero attraverso partiti politici europei rappresentati all'Europarlamento a seguito dell'ultima elezione, questa volta sono caduti tutti i muri possibili: salvo novità, è stata ritenuta valida l'esenzione apportata da qualunque partito che in qualunque paese europeo abbia presentato candidature con il proprio contrassegno e abbia ottenuto almeno un seggio. 
Si tratta, oggettivamente, di una lettura possibile del testo normativo, forse anche meno "forzata" di quella che permetteva l'esenzione mediante i partiti europei (non i partiti dei paesi europei); certo è che, a questo punto, la breccia aperta dai Verdi nel 2014 si è trasformata in uno squarcio o in una voragine. Non solo è ormai accertato che lo stesso partito politico europeo può esentare anche più di una formazione tra quelle che vi aderiscono (il Ppe, come si è visto, ha sollevato dalla raccolta firme tanto il Popolo della famiglia, per il tramite di Alternativa popolare che ne è parte, e i Popolari per l'Italia, che nelle loro liste ospitano anche i Cristiani insieme per l'Europa di Piero Pirovano e Costruire insieme di Ivo Tarolli e, a quanto sembrava, anche qualche nome della Dc-Sandri): ora si può dire che, per essere presenti alle elezioni europee, basterà ottenere la delega da una qualunque delle liste nazionali presenti al Parlamento europeo (magari le forze più piccole di paesi come la Germania, con molti seggi e senza soglia di sbarramento) per l'inserimento del loro emblema nel contrassegno elettorale. 
In questo modo, il numero di liste presenti sulla scheda sarà potenzialmente enorme; di più, perde ogni significato la disposizione che richiede di raccogliere 30mila firme per ogni circoscrizione (questa volta ci ha provato solo il Pci e, a quanto è dato sapere, l'obiettivo non è stato centrato). O tutto resta così, e quell'istituto non ha davvero più senso, oppure per le prossime elezioni europee si cambia la legge: lo si può fare per regolamentare in modo più chiaro, serio (e magari più restrittivo) le esenzioni oppure per rimuovere l'ipocrisia e superare definitivamente la raccolta firme (quella per le europee oggettivamente è la più onerosa di tutte quelle previste in ambito elettorale), visto che a superarla scavalcandola ci hanno già pensato partiti e partitini. Che fanno la gioia di noi #drogatidipolitica, ma rischiano di consegnarci schede-lenzuolo, per giunta affollatissime.

martedì 16 aprile 2019

Europee 2019, il Fronte Verde partecipa alle liste di Europa Verde

Tra oggi e domani, com'è noto, presso le corti d'appello delle cinque circoscrizioni individuate dalla legge (Milano, Venezia, Roma, Napoli, Palermo) occorrerà depositare le liste per poter concorrere alle elezioni europee 2019. Le formazioni che hanno dovuto raccogliere le firme - essenzialmente il Partito comunista italiano, se ce la farà - hanno dovuto scegliere i candidati tempo fa, prima che i sostenitori sottoscrivessero quegli elenchi; le liste esenti dall'obbligo della raccolta, invece, potrebbero fino all'ultimo modificare i nomi (purché, ovviamente, il resto della documentazione sia corretto e completo). Anche per questo, proprio questa mattina il Fronte Verde - che aveva presentato il simbolo al Viminale ma non era nella condizione di presentare liste, vista la mancanza della dichiarazione di trasparenza - oggi ha potuto annunciare la sua adesione ufficiale al progetto politico del cartello ecologista Europa Verde, inserendo propri candidati nelle liste da questo presentate.
“Abbiamo deciso, mantenendo con coerenza la nostra idea di una futura Confederazione ecologista, di inserire nostri candidati nelle liste di ‘Europa Verde’, di cui condividiamo il programma ambientalista", spiega il presidente nazionale del Fronte Verde Vincenzo Galizia: l'accordo sembra essere stato facilitato - oltre che dalla mancata partecipazione dei Verdi al progetto elettorale della Sinistra europea - dalla caratterizzazione esclusivamente ecologista della formazione, senza alcun altro riferimento alle forze (come Possibile) che hanno comunque contribuito alle liste. 
Saranno espressione del Fronte Verde, in particolare, le candidature "di due qualificate donne da sempre impegnate - sottolinea ancora Galizia - su battaglie in difesa della Natura, degli animali e della giustizia sociale"; si tratta di Giuliana Farinaro (segretaria federale di Caserta) nella circoscrizione Sud ed Elvira Maria Vernengo (segretaria federale di Palermo) per la circoscrizione Isole, mentre nelle altre tre circoscrizioni saranno date indicazioni di voto. L'operazione, di fatto, è espressione di un accordo tra il Fronte Verde e la Federazione dei Verdi (capofila del progetto elettorale di Europa Verde): "un grazie particolare - continua Galizia - va all'amico Massimiliano Cacciotti, che si è adoperato in questi mesi come tramite tra le varie anime ecologiste. Noi del Fronte Verde siamo pronti a dare il nostro contributo, tutti gli ambientalisti uniti, in un'unica onda verde per la salvezza del Pianeta. Per una nuova Europa Verde dei popoli, fortemente impegnata sui temi della giustizia sociale e della solidarietà, favorevole a un'economia verde e circolare, che ponga come urgenza l'uscita dalla dipendenza dei combustibili fossili per puntare ancora di più su rinnovabili ed efficienza, che combatta in maniera concreta i cambiamenti climatici e che si liberi definitivamente dalla plastica". Anche senza il proprio arciere sulle schede, dunque, il Fronte Verde parteciperà alle prossime europee: si vedrà se sarà l'inizio di un cammino o solo un passaggio, comunque rilevante.

Europee, le altre decisioni della Cassazione (Liga Veneta Repubblica e Pensioni e lavoro)

Si è detto ieri della decisione con cui l'Ufficio elettorale nazionale presso la Corte di cassazione ha confermato l'esclusione del contrassegno depositato al Viminale dalla Democrazia cristiana in vista delle elezioni europee del 2019, per non averlo voluto sostituire con un altro che non contenesse lo scudo crociato (confondibile con quello dell'Udc) e il simbolo del Ppe (utilizzato senza espressa delega). Ora sono state rese note anche le altre decisioni in materia di contrassegni, che - alla pari di quella citata ieri - hanno confermato quanto la Direzione centrale dei servizi elettorali aveva già deciso, in merito all'ammissibilità del contrassegno della Liga Veneta Repubblica e, invece, all'esclusione dell'emblema di Pensioni & Lavoro.
Partendo da quest'ultimo caso, i funzionari del Ministero dell'interno avevano contestato a Ugo Sarao e a Gianluca Forieri (la persona delegata al deposito) la presenza all'interno del contrassegno la rosa stilizzata del Partito laburista inglese (vista anche la parola "Labour" in grande evidenza rispetto a tutte le altre), dal momento che non era stata dimostrata la legittimazione al suo uso; il depositante si era opposto all'invito a sostituire il contrassegno, sottolineando che la legge non prevedeva la mancata legittimazione all'uso di un emblema tra le cause di ricusazione di un contrassegno, che il divieto di confondibilità riguardava i partiti nazionali "e non quelli europei o mondiali" e che, comunque, esiste un collegamento ideale con il Partito laburista, al quale è stato fatto "un versamento solidale", con tanto di ricevuta ad attestarlo (mentre le regole stilate dal Viminale in materia di emblemi di partiti europei limiterebbero "l'apertura europeista" che l'Ufficio elettorale nazionale aveva attuato con la sua decisione sui Verdi europei del 2014).
I magistrati di cassazione, per parte loro, hanno sottolineato che il divieto di confondibilità vale anche nei confronti dei soggetti politici europei o stranieri, a maggior ragione "alla luce dell'attuale possibilità di affiliarsi ad altri partiti europei e al conseguente aumento del rischio di confusione dell'elettorato", dunque occorre sempre il consenso del soggetto collettivo di cui si inserisce l'emblema nel contrassegno, anche "per evidenti ragioni di equità" (e per questo la necessità di provare la legittimazione all'uso è stata indicata nelle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature). Prova della legittimazione che qui, appunto, manca, non valendo allo scopo la mail con cui il Labour Party ha ringraziato per la donazione ricevuta da Pensioni & Lavoro; la stessa decisione dell'Ufficio elettorale nazionale sui Verdi europei aveva precisato la necessità "del consenso della formazione estera con cui si allega il collegamento". 
Come la Dc, però, Pensioni & Lavoro ha presentato ricorso al Tar del Lazio, sostenendo che il divieto di confondibilità valga solo nei riguardi di partiti italiani, per cui "nulla impedisce, fino a norma contraria, di inserire in un contrassegno elettorale italiano una 'banana' se la banana fosse presente in un contrassegno elettorale dell'Honduras!"; per il ricorrente, la rosa sarebbe legata all'Internazionale socialista, dunque non occorrerebbero particolari autorizzazioni, di più l'elemento caratterizzante del contrassegno di Pensioni & Lavoro sarebbe la bicicletta, mentre nessun altro partito depositato avrebbe utilizzato la rosa (anche se in realtà ci sarebbe il Psi). Al pari della Dc, poi, il partito del Gran Cancelliere Sarao rivendica un concetto ideale e non tecnico-documentale di "affiliazione", di cui sarebbe ammessa la prova anche solo "per comportamenti concludenti" e individua come ragione "burocratica e politica" alla base della lettura restrittiva di quel concetto (nonché delle fonti europee in materia di affiliazione tra partiti nazionali ed europei) la volontà di ridurre l'accesso alla competizione elettorale a forze sollevate "per via europea" dall'onere di raccogliere le firme, per cui si sarebbe direttamente evitato alle corti di appello di esprimersi in materia: imperdibile il passaggio in cui si sospettava dall'inizio che "la bicicletta di Pensioni & Lavoro (forse l'unico contrassegno veramente ecologico europeo)" potesse non essere ammessa alla presentazione di liste "a causa della mancanza di qualche cosa... magari del fanale". 
Lo stesso collegio, invece, ha confermato l'ammissibilità del contrassegno della Liga Veneta Repubblica, respingendo l'opposizione alla sua accettazione presentata da Roberto Calderoli "nell'interesse di Lega Nord per l'indipendenza della Padania" e di "Lega per Salvini Premier": l'ex vicepresidente del Senato, infatti, aveva ribadito censure già mosse all'emblema della formazione di Fabrizio Comencini, in base alle quali il Leone di San Marco sarebbe confondibile con quello della Liga Veneta riportato sullo scudo di Alberto da Giussano nel contrassegno leghista e che la stessa denominazione "Liga Veneta" farebbe parte del "patrimonio immateriale di simboli e denominazioni della Lega Nord" (essendo in questa confluita la Liga Veneta), dunque il partito di Comencini se ne sarebbe indebitamente appropriato.
Non sono stati dello stesso avviso i componenti dell'Ufficio elettorale nazionale, che altro non ha fatto che confermare quanto già deciso dal medesimo organo - ovviamente in diversa composizione - nel 2008, in occasione delle elezioni politiche (il che dimostra, tra l'altro, che lo stesso emblema è stato ammesso più volte, a dispetto delle contestazioni ricevute). Se è vero che la confondibilità di due contrassegni va valutata non tanto sulla base della coincidenza di "uno o più disegni o elementi descrittivi contenuti nei simboli", ma con una visione complessiva di ciò che sta nel cerchio e del suo impatto visivo, in questo caso occorre considerare l'evoluzione grafica dei due emblemi (soprattutto quella dell'ex Carroccio), le diverse scelte cromatiche e la mutazione dei nomi. Tanto basta, per i magistrati, a escludere "ogni possibilità di concreta confondibilità dei contrassegni": il leone marciano alato ha un rilievo centrale per la Liga Veneta Repubblica mentre è un dettaglio dell'emblema della Lega; quanto alla parola "Lega"/"Liga", si tratta - come ribadito più volte - di un nome generico e di uso comune, su cui nessuno può vantare l'esclusiva. Da ultimo, nessun rilievo hanno le affermazioni contenute nello statuto leghista circa la rivendicazione relativa a tutti i nomi usati dalle formazioni confluite nel tempo nella Lega Nord (compresa la Liga Veneta): qui non ci si occupa di titolarità di nomi e segni, ma della tutela di una "corretta scelta dell'elettore - immune da sviamenti o confusioni - verso una determinata forza politica".
Chiusa la valutazione delle opposizioni in materia di contrassegni, l'Ufficio elettorale nazionale si prepara al ben più intenso lavoro che lo attenderà a breve, per la decisione in materia di liste e - tra l'altro - di esenzione dalla raccolta firme.

lunedì 15 aprile 2019

Europee 2019, anche la Cassazione dice no alla Dc (che ricorre al Tar Lazio)

Lo si era detto qualche giorno fa, quando sono state rese note le decisioni della Direzione centrale dei servizi elettorali sull'ammissibilità dei contrassegni per le elezioni europee: era facile prevedere che l'opposizione della Democrazia cristiana all'invito a sostituire il suo emblema, togliendo lo scudo crociato (troppo simile a quello dell'Udc) e il riferimento al Ppe (inserito indebitamente) sarebbe stata respinta dall'Ufficio elettorale nazionale presso la Corte di cassazione. Così effettivamente è stato: venerdì il collegio di magistrati di cassazione ha respinto l'atto presentato dal depositante del contrassegno Maurizio Benedettini e dal segretario amministrativo (e legale rappresentante) della Dc Nicola Troisi, aderendo pienamente alle osservazioni formulate dai funzionari del Viminale.
In particolare, per quanto riguarda l'illegittimità dell'uso dello scudo crociato, la decisione avrebbe fatto propria la posizione ministeriale: in base a essa, da una parte, si sarebbe ribadita la presenza nelle aule parlamentari dell'Udc dal 2002 (e, a seguito di elezioni, almeno dal 2006), per cui il suo uso consolidato sarebbe stato da tutelare nell'interesse degli elettori; dall'altra, l'organo avrebbe rilevato che dopo la fine del 1993 la Dc avrebbe cessato la propria attività, non avrebbe avuto eletti e nessun partito avrebbe dimostrato di agire in continuità giuridica con il partito attivo fino all'inizio del 1994, cosa che avrebbe potuto denotare un titolo all'uso dello scudo crociato di maggior valore rispetto a quello dell'Udc. 
Per quanto riguardava il secondo profilo contestato, cioè l'inserimento indebito del riferimento al Ppe (volto, come è facile immaginare, a evitare la raccolta firme per presentare le liste), l'Ufficio elettorale nazionale si sarebbe limitato a notare che, anche in base alle fonti europee rilevanti (raccomandazioni della Commissione europea 2013/142/UE e 2019/234/UE e la risoluzione del Parlamento europeo 2013/ 21 02 INI), i partiti che desiderano usare simboli o nomi di partiti europei devono fornire la prova del loro uso legittimo, facendo valere come precedenti vincolanti le sue decisioni precedenti del 2014 (relative ai Verdi europei e non solo), in cui si era considerato il pregio della posizione di chi aveva prodotto la dichiarazione di affiliazione al partito europeo (e conseguente delega all'uso dell'emblema) firmata dal legale rappresentante di quella stessa formazione. 
La querelle, peraltro, non si ferma qui: oggi stesso, infatti, Benedettini e Troisi hanno presentato ricorso al Tar del Lazio (cosa possibile per gli atti preparatori alle elezioni europee), contestando la decisione dei magistrati di cassazione sotto entrambi i profili. Sulla questione dello scudo crociato, per i ricorrenti la posizione del ministero - acriticamente recepita dall'Ufficio elettorale centrale nazionale - sembra avere "solo ed esclusivamente valore 'politico' per danneggiare gli interessi della Democrazia Cristiana, tralasciando una valutazione, indipendente, neutrale ed oggettiva di carattere tecnico-giuridico prendendo solo spunto e riferendosi ad una confermata valutazione di prassi e precedenti che solo privi di qualsivoglia base giuridica, favorendo in tal modo gli interessi dell'Udc". In particolare, Benedettini e Troisi contestano la cessazione dell'attività della Dc e la mancata continuità giuridica: lo fanno citando la nota sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 25999/2010, confermativa della sentenza n. 1305/2009 della Corte d'Appello di Roma, e ritenendo ancora valido quanto detto dalla decisione n. 19381/2006 del Tribunale di Roma (c.d. "sentenza Manzo", riformata dalla pronuncia di seconde cure), in base alla quale la Dc non si sarebbe mai estinta. Per i ricorrenti, insomma, l'uso tradizionale dello scudo crociato è quello della Dc, non quello derivato dell'Udc, mentre - a loro dire - con le sue valutazioni di natura politica "il Ministero dell'Interno avalla, permette e traghetta in modo amministrativo l'uso di un contrassegno che già di suo il sistema giudiziario italiano in ogni ordine e grado ha negato in modo definitivo".
Nel ricorso si sostiene che i funzionari del Viminale e i magistrati di cassazione non avrebbero nemmeno letto gli atti allegati dai rappresentanti della Dc; lo studioso che non ha alcun interesse di parte e si limita a mettere in gioco la propria conoscenza - approfondita... - della vicenda si permette di interrogarsi sul livello di lettura e di comprensione di quegli stessi atti da parte di chi intende farli valere. Non si capisce, infatti, in quale fase una sentenza abbia inibito all'Udc l'uso - men che meno in ambito elettorale - dello scudo crociato. La c.d. "sentenza Manzo" del 2006 - che pure partiva da presupposti sbagliati - si limitava a dire che il Cdu non poteva molestare la Dc (allora guidata da Giuseppe Pizza, anche se il processo era iniziato sotto la segreteria di Angelo Sandri), non certo che quest'ultima aveva diritto a un uso esclusivo del segno; la sentenza d'appello del 2009, nel riformare la "sentenza Manzo" e un'altra pronuncia sempre del 2006 (favorevole invece all'Udc), disse in sostanza che nessuna delle parti del processo - Dc, Cdu, Udc - aveva titolo per inibire alle altre l'uso - di diritto privato, non elettorale - dell'emblema perché nessuna poteva vantare su di esso un diritto esclusivo. 
La tanto citata sentenza della Cassazione a sezioni unite del 2010, nel dichiarare inammissibili (per ragioni solo formali) i ricorsi di tutte quelle parti, semplicemente ha consolidato la decisione del 2009, precisando anche - dichiarando infondato il ricorso del Partito popolare italiano - che le considerazioni sull'invalidità dell'atto con cui la Dc aveva cambiato nome in Ppi avevano valore solo tra le parti del processo e non avevano dichiarato nullo un bel niente: come dire che, in effetti, non è vero che la Dc ha concluso la propria esistenza giuridica dopo la fine del 1993, ma soltanto perché il soggetto giuridico Dc è lo stesso che dal 1994 si chiama Ppi (anche se ha cambiato nome nel modo sbagliato, in violazione dello statuto) e che dal 1995 ha adottato il gonfalone come suo simbolo (ed è attualmente ancora esistente). Nessuno dei procedimenti avviati nel corso del tempo per "risvegliare" la Dc, dunque nemmeno quello che ha visto la convocazione dell'assemblea dei soci disposta dal Tribunale di Roma e che aveva portato all'assemblea di febbraio 2017 (che elesse alla presidenza Gianni Fontana) e al congresso dell'ottobre 2018 (che ha portato alla segreteria Renato Grassi), ha mai seriamente contestato - e forse nemmeno preso sul serio - questo punto, che pure emerge con una certa chiarezza dalla sentenza di Cassazione del 2010 e da quella d'appello del 2009.
Il ricorso della Dc, invece, insiste nel dire che l'esclusione del proprio simbolo dalle elezioni comporta per il partito "un danno all'immagine ed un danno patrimoniale di ingenti quantità", perché di fatto si consente l'uso dello scudo crociato all'Udc nata ben dopo la Dc (ma non c'è una sola sentenza, tra quelle passate in giudicato, che accerti la continuità giuridica della Dc-Grassi-Fontana con la Dc del 1943: lo stesso Tribunale di Roma, disponendo alla fine del 2016 l'assemblea dei soci, si era basato sull'elenco degli iscritti del tentativo di riattivazione del 2012 e non aveva certo fatto alcuna valutazione sulla bontà di quella lista); proprio all'Udc, anzi, dovrebbe essere inibito l'uso dello scudo, protrattosi illegittimamente fino a oggi, perché prima della valutazione sulla presenza o meno in Parlamento di un partito dovrebbe venire quella sulla legittimazione originaria all'uso del segno, che per i ricorrenti è senza dubbio della Dc ora in attività (come se fosse esattamente lo stesso soggetto giuridico in opera dal 1943); nel ricorso peraltro si mette in dubbio l'effettivo uso tradizionale del simbolo dal parte dell'Udc ("il simbolo utilizzato negli anni [...] è stato modificato in tutte le tornate elettorali") e la stessa presenza del partito nelle aule parlamentari (i tre senatori ad esso riconducibili farebbero parte del gruppo di Forza Italia, dopo essere stati eletti nei collegi uninominali e non, come si legge nel ricorso, nella lista Noi con l'Italia, che non aveva raggiunto la soglia del 3%).
Sulla questione legata alla legittimazione all'uso del simbolo del Ppe, il ricorso sottolinea che l'onere di fornire la prova della legittimazione all'uso in capo ai partiti nazionali è contenuto in atti non vincolanti e obbligatori (raccomandazioni della Commissione europea e una risoluzione del Parlamento europeo), avendo questi mero valore di "indicazioni e riferimenti per lo sviluppo del fine e dello spirito europeo"; né sarebbero vincolanti, in questo senso, le decisioni precedenti dell'Ufficio elettorale nazionale citate in precedenza, anzi considerarle tali viene equiparato a "un delirio giuridico" in cui lo stesso ufficio sarebbe caduto. "L'unica norma di legge che deve essere rispettata da tutti in relazione all'indicazione di un contrassegno e/o denominazioni di partiti europei nel contrassegno nelle elezioni nazionali - si legge nel ricorso - è l'art. 3-ter della decisione (UE Euratom) n. 994 del 2018 nel quale si permette l’indicazione di un'affiliazione di un partito nazionale ad un partito europeo", mentre nessuna norma primaria interna impone obblighi di dare prova della legittimazione all'usol'affiliazione, anzi, sarebbe "una mera dichiarazione di volontà, un atto unilaterale e non un contratto tra le parti" (anche in senso etimologico, la parola indicherebbe "condivisione di valori, di etica, d'ideali e principi che non necessariamente richiede un'iscrizione formale tra le parti"), dunque sarebbero "ultronee ed irrituali" le osservazioni inviate dal Ppe, "in quanto non sono parte del procedimento e quindi non possono e non devono essere prese in considerazione".
In definitiva, i rappresentanti della Dc chiedono la riammissione del proprio contrassegno nella sua interezza (scudo crociato ed emblema del Ppe), la contestuale esclusione dell'emblema dell'Udc e, da ultimo, che "vengano sospese e congelate le operazioni elettorali preparatorie per le elezioni europee del 2019", ottenendo un termine di almeno 7 giorni dalla notifica della sentenza per depositare le liste per le europee. La decisione dovrebbe arrivare in un paio di giorni; difficile, in ogni caso, che la sentenza sia di segno diverso rispetto a quanto è stato deciso fin qui

sabato 13 aprile 2019

I simboli "bellissimi" nella Silicon Valley della propaganda, secondo Crozza

Da queste parti, come è noto e come sempre, si è presa maledettamente sul serio la presentazione dei simboli per le elezioni europee, come ogni altro rito elettorale, spargendo al più qua e là un po' di ironia, che in realtà è soprattutto autoironia, per chi appartiene all'eletta schiera (nomen omen) dei #drogatidipolitica. 
Altrove, invece, lo sberleffo è la sola regola praticata, se non altro perché è la chiave di lettura più semplice tra quelle possibili. La politica, quella fatta di scranni, poltrone, aule e riunioni, ha finito per meritarsi questo trattamento, rendendosi assai poco credibile e affidabile a causa delle sue azioni; di fatto, però, in un ipotetico trattamento generale del castigat ridendo mores, nei giorni che precedono le elezioni sono soprattutto le forze minori, dotate di nomi e simboli destinati a non passare inosservati, a essere "castigate", trattate come vittime sacrificali della scarsa credibilità della politica odierna (come se fossero davvero l'esempio delle degenerazioni della democrazia e non, soltanto, una delle tante manifestazioni della fantasia e del protagonismo umani). 
In questo filone - già toccato in passato, per esempio, da Giorgio Panariello nel suo ripetuto show natalizio - rientra perfettamente l'ultima esibizione televisiva di Maurizio Crozza, che ieri sera nel suo programma sulla Nove Fratelli di Crozza ha messo per bene alla berlina la politica di oggi, tra flat tax annunciata e poi sparita dal Def, la crescita che non c'è, le polemiche sul 25 aprile e il menù delle mense scolastiche finito in polemica politico-calcistica.    
In una situazione in cui è tutto fermo in economia, investimenti, sanità  salari, secondo Crozza "le uniche cose che ci vengono bene in questo paese sono le campagne elettorali, su quelle siamo la Silicon Valley della propaganda". Il che da un certo punto di vista è vero, considerata la frequenza degli eventi elettorali in Italia, tra votazioni di livello nazionale e locale; la fantasia certamente non manca, ma di certo è da intendere in un modo ben più ampio di quello in cui il comico genovese l'ha intesa.
Dopo aver decantato la produttività nostrana in materia di campagna elettorale, infatti, è da antologia l'espressione basita di Crozza per i "47 simboli elettorali depositati" in vista delle elezioni europee. Una reazione, la sua, che per un #drogatodipolitica non è affatto giustificabile, per almeno tre ragioni. Innanzitutto perché il divertimento dei veri #politicsaddicted è direttamente proporzionale al numero di simboli presentati; secondariamente, il numero è di molto inferiore rispetto a quelli registrati anni fa, quindi c'è poco da stupirsi (chissà come avrebbe reagito Crozza nel 1994 - anno in cui lui partecipava a Tunnel su Rai3 - nell'apprendere che, grazie al sistema elettorale a collegi uninominali, di contrassegni ne erano stati presentati 312...); in terzo luogo, a nessun conoscitore delle procedure elettorali verrebbe in mente di dire che "praticamente la scheda elettorale sarà grossa come l'elenco telefonico di Tokyo", visto che è ben noto come meno della metà dei simboli finiti nelle bacheche ministeriali riesca ad arrivare sulle schede (per mancanza di firme o anche solo per semplice desiderio di tutelare il simbolo o di mostrare la propria esistenza a funzionari, telecamere e fotografi).
Sta di fatto che, pur riconoscendo che qualche simbolo avrebbe rischiato la bocciatura da parte delle commissioni competenti, per Crozza al ministero sono stato presentati "simboli bellissimi": tra questi, il comico e la redazione del programma ne hanno scelti otto, tra quelli che meglio avrebbero potuto finire oggetto dell'ironia tagliente dell'interprete di Razzi e Bersani.
Così, ad aprire la galleria ha pensato il Movimento Poeti d'azione di Alessandro D'Agostini: "Praticamente quelli che vogliono fare gli Ungaretti del Parlamento europeo: Si sta come / d'autunno / su un albero / la Merkel" (chissà se D'Agostini ci ha pensato davvero, nel chiedere "meno Europa in Italia, più cultura italiana in Europa"); subito dopo è stato il turno dei Gilet Arancioni del generale dei Carabinieri Antonio Pappalardo: "Erano finiti i gilet gialli, - ha detto Crozza - si sono messi quelli dell'Anas", altro che il riferimento alle arance della Sicilia...
E' stato poi il turno del Partito internettiano di Francesco Miglino, che quest'anno è entrato al Viminale per primo: per il comico, i suoi seguaci sono "quelli che hanno il programma solo su cosa Applichi". Non poteva mancare, in questa carrellata, un riferimento al Sacro Romano Impero Cattolico di Mirella Cece: "Gente che guarda avanti - ha sottolineato con ironia Crozza - però loro almeno pensano in grande". 
Già, "perché poi ci sono quelli che hanno obiettivi un cicinin più di nicchia", come chi ha presentato il simbolo No riforma forense, No alla cassa forense (e resto mancia, per non riportare tutto il nome) dell'avvocato Pierluca Dal Canto (il cui indirizzo mail è stato tolto dal simbolo per l'occasione): "avvocati che vogliono andare in Europa perché ce l'hanno coi contributi previdenziali! Tu pensa che visione geopolitica globale che hanno!" Un giudizio tagliente, che però se non altro ha risparmiato il presentatore da una valutazione estetica ancora più impietosa sulla grafica del simbolo.
E' toccato poi al PPA di Antonio Piarulli, anche se il conduttore si è concentrato sulla dicitura Popolo Partite Iva, facendogli dire che si tratta di un partito "che raduna tutte le associazioni delle vittime delle fatture elettroniche". Osservazione quasi poetica per Ora rispetto per tutti gli animali di Giancarlo De Salvo, una formazione "che venera Licia Colò e si batte per l'abrogazione degli zampironi" (e, a questo punto, perché nessuno ha fondato mai un partito degli zampironi? In fondo se ne sentirebbe il bisogno...), mentre il giudizio è definitivo per La Catena di Franco Bruno: "tu la tiri e sparisce tutto". Un po' come in una delle ultime scene di Fantozzi subisce ancora, in cui il Ragioniere per antonomasia "occupa" la cabina per votare, si sforza, presumibilmente spinge e, alla fine, tira l'acqua, magari con la catena. Rigorosamente con la minuscola: nel 1983 - anno di uscita del film - Franco Bruno aveva solo tre anni e di certo non pensava di mettersi a fare politica o a portare il suo simbolo al Viminale...

venerdì 12 aprile 2019

35 anni fa nasceva la Lega (autonomista lombarda), spadone alla mano

Si immagini di riavvolgere la storia di 35 anni, tornando indietro allo stesso giorno di oggi, dell'orwelliano 1984: che Italia politica si troverebbe? Quali partiti? Una risposta indiretta si trova guardando i simboli depositati in vista delle elezioni europee del 17 giugno - presentati al Viminale tra il 29 e il 30 aprile - ed effettivamente utilizzati sulle schede. Gli elettori del 1984 potevano scegliere tra 11 emblemi: Partito comunista italiano, Democrazia cristiana (fu l'anno del famoso sorpasso comunista sui democristiani), Partito socialista italiano, Movimento sociale italiano - Destra nazionale, la bicicletta Pli-Pri ("per la Federazione europea"), Partito socialdemocratico italiano, Partito radicale, Democrazia proletaria, Südtiroler Volkspartei, l'alleanza Union Valdôtaine - Partito sardo d'azione e - unico partito a non conquistare seggi - la Liga Veneta  (che nel 1983 aveva ottenuto due parlamentari e in quell'occasione proponeva un rassemblement più ampio, denominato "Unione per l'Europa federalista"). Nelle bacheche del Viminale i contrassegni pervenuti erano poco più del doppio, cioè 27; tra questi però figuravano anche sei emblemi ricusati (comprese tre versioni della Liga Veneta e il vecchio simbolo del Psi precraxiano) e i fregi non accoppiati di Pli, Pri, Psdaz e Uv), dunque i simboli effettivamente non utilizzati erano solo 6
Tra questi, tuttavia, mancava un partito nato ufficialmente in uno studio notarile 35 anni fa esatti (appunto), cioè poco più di due settimane prima del deposito degli emblemi elettorali, anche se aveva iniziato a muovere i primi passi già un paio di anni prima: si trattava della Lega autonomista lombarda. Pochi avrebbero scommesso che, dieci anni esatti più tardi, il soggetto politico che ne costituiva l'evoluzione - ossia la Lega Nord - sarebbe stato parte integrante di un'ormai prossima maggioranza di centrodestra (guidata da Silvio Berlusconi), uscita dalle prime elezioni con sistema elettorale misto a prevalenza maggioritaria; ancora meno persone avrebbero potuto immaginare che, 35 anni dopo, una nuova evoluzione di quel partito si sarebbe trovata a co-guidare (ma da una posizione di maggior forza) un governo con una forza politica - il MoVimento 5 Stelle - che alle elezioni era sua avversaria.
Eppure, tutto iniziò quel 12 aprile 1984 a Varese, in via Giuseppe Bernascone 1, giusto a ridosso del centro storico; oggi, per riannodare i fili della storia, occorre spostarsi giusto di 200 metri, in via Luigi Sacco 10, dove ora si è trasferito lo studio della notaia Franca Bellorini. Davanti a lei, 35 anni fa, si presentarono sei persone, cioè Umberto Bossi (allora di professione "editore"), la sua futura moglie Manuela Marrone ("maestra elementare"), Pierangelo Brivio ("commerciante" e marito della sorella di Bossi, Angela), il rappresentante di commercio Marino Moroni, l'odontotecnico Emilio Benito Rodolfo Sogliaghi e l'architetto Giuseppe Leoni, futuro compagno di scorribande parlamentari di Bossi.
Quel giorno, dunque, ci si misero in sei a fondare la "Lega autonomista lombarda" (con sede provvisoria a Milano, in via Bardelli 1), che non aveva come scopo il lucro, "bensì il raggiungimento della autonomia amministrativa e culturale della Lombardia": questo stava scritto nell'atto costitutivo (documento di quattro pagine) e nell'art. 4 dello statuto ad esso allegato (altre dieci pagine), precisando che quel fine realizzava "le aspirazioni delle popolazioni locali ad un autogoverno che tenga contro della necessità di uno sviluppo sociale legato alle caratteristiche etniche e storiche del popolo lombardo". Peraltro, stando al successivo art. 5, chiunque - anche non lombardo o, in astratto, non del Nord Italia - poteva far parte della Lega (sì, perché dopo l'art. 1 il partito è sempre stato citato così, anche se il nome integrale era più lungo), purché condividesse "i principi fondamentali della causa autonomista", sottoscrivendone gli obiettivi e seguendone "il programma e l'azione"; ogni richiesta di adesione, tuttavia, doveva essere sottoposta al Consiglio federale - massimo organo politico esecutivo della linea dettata dal Congresso, nonché titolare della gestione amministrativa - dai responsabili delle organizzazioni periferiche, che doveva accompagnarla con il "proprio giudizio di merito". 
Questo mondo associativo era compendiato in un simbolo, descritto all'art. 2 dello statuto come "un cerchio racchiudente il profilo della Regione Lombardia con all'interno la figura di Alberto da Giussano come rappresentato nel monumento di Legnano e la scritta Lega Lombarda": non c'era alcuna grafica allegata allo statuto, ma era chiaro che si trattava del guerriero di legnano con lo spadone sguainato che nel corso degli anni si è stagliato - pur con qualche modifica nel disegno, a partire dalla sparizione del sasso su cui si poggiava il piede della statua - nel simbolo della Lega lombarda, dell'Alleanza Nord, della Lega Nord e, dal 2018, della Lega. Di certo, anche se nello statuto non era scritto, Alberto da Giussano faceva parte del patrimonio immateriale e morale del partito, mentre le risorse finanziarie dovevano derivare, oltre che dalle tessere e dalle offerte o dal finanziamento pubblico, dalla "vendita di pubblicazioni edite dal Movimento autonomista". E non c'era il rischio che il patrimonio del partito - allora davvero esiguo, se non quasi inesistente - potesse finire in mani "straniere": l'art. 24 dello statuto precisava che, in caso di scioglimento del partito - competenza del Congresso - si doveva disporre la destinazione del patrimonio "a beneficio della cultura lombarda". 
Quel giorno Emilio Sogliaghi uscì come presidente dell'associazione (e, come tale, legale rappresentante della stessa), mentre Umberto Bossi divenne il primo segretario ed entrambi, assieme agli altri quattro contraenti, risultarono i primi componenti del Consiglio federale del partito. Nemmeno lo stesso Bossi, forse, poteva immaginare che tre anni dopo sarebbe stato eletto al Senato - diventando, per antonomasia, il Senatùr - e dal 1987 sarebbe sempre stato nel Parlamento italiano o europeo, facendo pure due volte il ministro. Nel frattempo, il 4 dicembre 1989, era stata fondata - da un altro notaio, stavolta a Bergamo - la Lega Nord, di cui Bossi divenne segretario e legale rappresentante: in quell'occasione si federarono la Lega lombarda (che portò con sé il simbolo, stavolta abbinato al profilo del Nord Italia), la Liga veneta, nonché Piemont auonomista, la Lega emiliano-romagnola, l'Uniun ligure e l'Alleanza toscana, ma le prime due - che avevano un'esistenza acclarata e consolidata, anche sul piano economico - mantennero per un certo tempo autonomia giuridica ed economica, dipendendo dalla Lega Nord "soltanto per ciò che riguarda la linea politica e strategica definita dagli organi della Federazione". Sembra davvero una vita fa, invece sono solo trent'anni...

giovedì 11 aprile 2019

Europee 2019, i simboli promossi e (pochi) bocciati

Si sono concluse le operazioni di esame dei contrassegni depositati al Ministero dell'interno in vista delle elezioni europee del 26 maggio 2019. Se, come si è già potuto notare, gli emblemi sono molto diminuiti rispetto al passato (si è scesi da 64 a 47), i numeri sono calati anche per i casi di "patologia": in base a quanto si è appreso, infatti, si sono ridotti soltanto a 3 i casi di invito a sostituire il simbolo, legati a "vizi" dello stesso fregio; pochi di più - 6 in tutto - i casi in cui ai contrassegni non potrà seguire la presentazione di liste per carenza di documentazione.
Tra i pochi simboli "bocciati", c'è quello della Democrazia cristiana (a scanso di equivoci, quella che si riconosce nella segreteria di Renato Grassi), in effetti uno dei pochi casi di ricusazione facilmente prevedibili fin dall'inizio. Al depositante, infatti, è stato notificato l'invito a sostituire il contrassegno a causa della presenza, all'interno del cerchio, dello scudo crociato, confondibile con quello dell'Udc, a lungo presente in Parlamento e oggi comunque rappresentata al Senato con tre eletti nei collegi uninominali (anche se la lista Noi con l'Italia - Udc non ha superato lo sbarramento del 4%); mancherebbe poi anche la legittimazione all'uso del simbolo del Partito popolare europeo. A differenza dell'anno scorso, però, la Dc non ha alcuna intenzione di modificare l'emblema, per cui entro domani mattina presenterà opposizione all'invito ministeriale e toccherà all'Ufficio elettorale nazionale decidere entro 48 ore (anche se è molto probabile che la ricusazione sarà definitiva).
Disco rosso anche per il M.G.U.S.S., cioè il Movimento giustizia uguaglianza sociale sordi: a quanto pare, il presentatore ha portato al Viminale soltanto il simbolo, senza alcun altro documento, e non ci sarebbe stata alcuna delega da parte del soggetto politico. Bocciata anche la "bicicletta" (reale) di Pensioni & Lavoro, per la presenza del simbolo dei Labour inglesi, utilizzato senza che i depositanti, delegati da Ugo Sarao, avessero alcuna delega scritta. Tra i simboli inizialmente esclusi c'era anche, a quanto si apprende, Italia dei diritti, formazione per la quale è però stato sufficiente integrare la dichiarazione di trasparenza. 
Sono un po' di più, almeno al momento, i simboli che non potranno contrassegnare liste per incompletezza - più o meno voluta - della documentazione, generalmente per mancanza della dichiarazione di trasparenza, dell'indicazione dei delegati al deposito delle liste o per altre lacune (magari di qualche autenticazione da notaio) In particolare, rimangono "senza effetti" i contrassegni di La Catena, Movimento Poeti d'azione, Uniti per l'Italia, No riforma forense (etc...), Parlamentare indipendente e Fronte Verde. Da segnalare, tra questi, i casi di Uniti per l'Italia, che addirittura è l'unico simbolo a non avere nemmeno l'indicazione delle circoscrizioni in cui era stato presentato, e quello di Parlamentare indipendente: Lamberto Roberti, infatti, pare non aver depositato la dichiarazione di trasparenza, in quanto questa presupporrebbe l'esistenza di un partito o di un minimo di organizzazione, mentre lui non può dichiarare nulla, poiché conduce da oltre un decennio la battaglia per consentire le candidature individuali, senza che debbano per forza essere espressione di un partito.
Come si diceva, c'è tempo 48 ore dalla notifica della decisione ministeriale per sostituire i contrassegni (magari privi dell'elemento indebitamente contenuto), per consegnare la dichiarazione di trasparenza o, in alternativa, per presentare opposizione all'Ufficio elettorale nazionale presso la Corte di cassazione, che a sua volta deciderà entro le successive 48 ore. E' probabile che l'organo in questo frangente non avrà molto da fare (tanto nel 2014 quanto nel 2018, le decisioni erano state solo 3, se non si vogliono considerare quelle del 2018 relative a Nsab); non così, probabilmente, potrà dirsi per la presentazione delle liste, visto l'alto numero di formazioni che cercheranno di correre senza presentare le firme e in qualche caso si vedranno negare dagli uffici elettorali circoscrizionali (presso le corti d'appello di Milano, Venezia, Roma, Napoli e Palermo) questa possibilità. Quest'anno più che mai, dunque, sarà interessante vedere l'esito di quei contenziosi.