venerdì 17 agosto 2018

Rileggere Cencelli, con la mente allo scudo crociato (e a Cossiga)

Anche in pieno agosto, lo si è visto, si deve parlare dello scudo crociato, della Dc che qualcuno vuol far tornare, mentre qualcun altro vuol vedere di nuovo viva ma non nel modo proposto dai primi (che vengono dunque spernacchiati, se non portati direttamente in tribunale); altri ancora vorrebbero semplicemente non sentirla nominare mai più, ritenendo che sia stata una pagina poco onorevole della storia italiana o, al contrario, che sia un'idea troppo seria e nobile - rispetto, se non altro, alla politica di oggi - per rovinarla ulteriormente con liti, tentativi a rischio di naufragio e polemiche con o senza carte bollate. 
Nemmeno gli archivi possono stare tranquilli: a fine luglio Gianfranco Rotondi ha fatto sapere che, dopo una serie di intimidazioni personali susseguitesi nel corso degli anni, qualcuno si è introdotto nei locali della Fondazione Fiorentino Sullo ad Avellino, in cui è custodito tanto l’archivio del Cdu, quanto parte dell'archivio che fu della Dc ed era stato "salvato" da Buttiglione e Rotondi dopo l'abbandono di Palazzo Cenci Bolognetti a Piazza del Gesù (sulle agenzie si legge che una parte è stata consegnata all'istituto Sturzo di Roma, questo sebbene l'Udc non avesse deciso di rinunciare allo scudo crociato per trasferirlo allo stesso istituto, come aveva chiesto proprio Rotondi nel 2014 e aveva ribadito due anni dopo, rendendo nota al Tempo parte di quei documenti). Gli indesiderati visitatori hanno lasciato molto disordine, probabilmente hanno rubato qualche carta dall'archivio (ma un inventario non è mai stato fatto, quindi capire cosa manca sarà difficile) e Rotondi è convinto che si tratti di un segnale per ostacolare il ritorno della Dc.
E' forte allora, fortissima, la tentazione di tornare a un'altra Dc (e a un'altra politica), quella che aveva indubbiamente i suoi difetti - e tanti - ma aveva anche una levatura diversa, di stile e di preparazione di chi operava, persino nelle sue pagine più deprecate. Tra le espressioni che in politica, da ormai molto tempo, sono utilizzate in senso assai dispregiativo, evocando subito concetti negativi come "lottizzazione", "spartizione", "correntismo" (frequenti nel lessico delle opposizioni e, da un po' di anni a questa parte, dell'antipolitica in generale), un posto di rilievo spetta a "manuale Cencelli"
Come i veri drogati di politica sanno, si trattava di una sorta di metodo di calcolo, elaborato tra il 1967 e il 1969 da Massimiliano Cencelli, allora segretario particolare del deputato Adolfo Sarti, per determinare quanti ministri e sottosegretari sarebbero spettati nel nuovo governo (a seconda che si fosse trattato di un esecutivo di centrosinistra o un monocolore Dc) alla corrente legata a Paolo Emilio Taviani (o dei "pontieri"), cui Sarti apparteneva. Fu proprio Sarti a creare l'espressione scherzosa "manuale Cencelli", parlando con la stampa parlamentare; fu però uno dei suoi membri più autorevoli, Renato Venditti, a trasformare quel metodo di calcolo e un numero impressionante di appunti e fogli manoscritti e dattiloscritti in un libro, Il manuale Cencelli appunto, che uscì (con il sottotitolo "Il prontuario della lottizzazione. Un documento sulla gestione del potere") per i tipi "rossi" degli Editori Riuniti nel 1981. 
Due anni fa, dopo che per anni il volume è stato introvabile, l'ha ristampato Aliberti compagnia editoriale, arricchendolo di un'interessante intervista allo stesso Cencelli di Mariella Venditti, a lungo notista politica del Tg3 e figlia di Renato: l'ex collaboratore di Sarti, classe 1936, oltre a ricordare come nacque il suo "manuale", si concede varie escursioni nell'attualità politica di due anni fa (ma l'affermazione "Ora nei partiti i conti si fanno con le primarie" è ancora valida e fa riflettere). Sul fatto che il suo "manuale" non sia passato di moda non ha cambiato idea: un mesetto fa è apparso a L'aria che tira, su La7, dicendo che il ministero dell'Interno oggi è prezioso quasi quanto lo era quello delle Poste decenni fa ("Allora si facevano tutte le assunzioni a chiamata diretta, Remo Gaspari non lo voleva mollare perché decideva decine di assunzioni di postini"), che le Ferrovie dello Stato contano meno della Rai e che Lega e M5S "il mio manuale l'hanno letto bene, ma si devono mettere d'accordo sul 'bilancino' del potere per ogni ministero", precisando che Salvini ha imparato meglio "perché ha la grinta, Di Maio è giovane, non ha grandi esperienze".
L'edizione originale del libro
Scriveva all'inizio del suo libro Renato Venditti: "ogni corrente tende a chiedere una presenza e uno spazio per sé, dando vita a un periodo di autentica disgregazione interna. Il fenomeno del tesseramento gonfiato corre parallelo all'involuzione politica. Avere più tessere di corrente significa avere più ministeri. Avere più posti di governo vuol dire disporre di maggiori quote di potere. Il potere serve ad alimentare un consenso un po' reale e un po' artefatto. Un circolo vizioso senza soluzione". Oggi magari non si parla di correnti, ma di aree, come se fosse poi molto diverso; le pratiche spartitorie, più che essere interne a un singolo partito, riguardano una coalizione; non sono spariti del tutto i "signori delle tessere", almeno nei partiti che le tessere le fanno ancora; certamente non si sono cancellate le pretese di chi - a livello nazionale o locale - pretende presenze, spazi, visibilità sulla base della forza dei numeri che ha, che aveva (al momento delle elezioni, ma magari non più al momento in cui rivendica) o che finge di avere. Allora in Italia non si parlava ancora di spoil system, ma cambiando lingua non sono cambiati gli appetiti; tutt'al più si sono diversificati e, puntualmente, sono aumentati.
Di tutto questo, ovviamente, l'inventore del calcolo non aveva e non ha alcuna colpa. "Se un presidente - scriveva sempre Venditti - si serve del Cencelli per mettere in un posto un incompetente o un ladro, la scelta trascende la responsabilità dell'autore. Il fatto che quel personaggio salito al vertice del potere sia un disonesto non accusa Cencelli, ma mette in causa il meccanismo che finisce per imporre il ladro o incompetente. Cencelli fa solo il conto dei ministri, ma non ne conosce la biografia e il certificato penale." Prendetevela con il presidente e non con il ragioniere del potere, chiosa l'autore, e magari attaccate - si aggiunge qui - chi grida allo scandalo quando sta all'opposizione, ma se si trova sui banchi della maggioranza, finisce a rispolverare lo stesso manuale. Come gli altri, come tutti.
Non stupisce affatto, dunque, trovare meno stroncature del previsto tra le testimonianze di parlamentari democristiani e di altri partiti che Renato Venditti raccolse nel libro, svelando che alcuni detrattori del metodo Cencelli e del gioco correntizio (come Gerardo Bianco e Bartolo Ciccardini) avevano potuto dire la loro e ottenere posizioni di rilievo perché, di fatto, di correnti ne avevano fondata una. Così come non fa una piega il giudizio definitivo di Giulio Andreotti: "Il manuale Cencelli? Uno dei libri da dimenticare (purché lo dimentichino tutti)": ricorda tanto discorsi come "Occorre ragionare di programmi, ma se gli altri ragionano di nomi, dobbiamo farlo anche noi". Come dire, 'cca nisciuno è fess', ma di certo un romano de Roma con ascendenze papaline come Cencelli lo direbbe in un altro modo.
Tutto questo, per chi frequenta la politica, pare del tutto normale. Chi se ne importa, in fondo, se applicando il manuale di cui sopra o versioni simili si violano un paio di norme costituzionali, per cui di fatto i ministri li scelgono i capicorrente o i segretari di partito e non il Presidente del Consiglio (art. 92) e in quella pratica di "metodo democratico" nella determinazione della politica nazionale (art. 49) ce n'è poco, specie se si guarda alla "democrazia interna" ai partiti. Roba da costituzionalisti alla Leopoldo Elia (che, da studioso e democristiano, dei partiti si occupò fino alla morte e non a caso è citato più volte da Venditti), non da politici che, per poter contare, devono far quadrare i conti delle sedie. 
Così è istruttivo rileggere gli interventi all'assemblea nazionale della Dc del 2 novembre 1965 a Sorrento (quando Oscar Luigi Scalfaro propone di istituire in quel giorno la "festa del socio", visto il gran numero di tessere fatte a morti o presenti sull'elenco telefonico): lì tanti se la prendono con il sistema correntizio, ufficialmente vietato dallo statuto fino al 1978 ma che, con il sistema di elezione degli organi interni con mozioni e liste concorrenti, di fatto ne favorisce la nascita; tra i maggiori accusatori di quel sistema a Sorrento, peraltro, c'era proprio Adolfo Sarti, che due anni dopo avrebbe fatto nascere il "manuale Cencelli". 
E altrettanto interessante è il racconto - frammisto ad alcuni brandelli di lettere dalla prigionia brigatista di Aldo Moro, che proiettano in faccia al lettore tutta l'amarezza del politico per il trattamento ricevuto dalla Dc e dagli stessi tavianei nel corso degli anni - del famoso congresso democristiano milanese del 1967 (23-26 novembre), che si chiude con la vittoria dello schieramento di centrodestra, con a capo i dorotei, ma soprattutto vede emergere una nuova corrente - quella dei "pontieri" - che vede uniti Paolo Emilio Taviani, Remo Gaspari, Adolfo Sarti, Francesco Cossiga (salterà fuori di nuovo), Filippo Micheli e, tra i due delegati romani, anche il nostro Cencelli. 
Nel 1967 lui si esercita su indicazione di Sarti, come si è visto, ma nel 1969, dopo il congresso di Roma (27-30 giugno) e a partire dal secondo governo di Mariano Rumor, il segretario particolare di Adolfo Sarti è già un vero fuoriclasse: Cencelli fissa i rapporti di forza tra le correnti in base alla composizione finale del consiglio nazionale Dc (e non ai voti dei delegati al congresso, come avrebbe fatto in seguito, per esempio nel 1973) e li applica ai totali previsti di ministri e sottosegretari spettanti al partito, sia che si prepari un governo monocolore sia che si ripeta un esecutivo coi socialisti. La distribuzione dei ministeri e dei posti di sottosegretario tiene conto di una loro graduazione in quattro fasce per importanza, un elemento che può servire a riequilibrare i conti quando a una corrente spettano, magari, due poltrone e mezza e non si sa come fare; e se proprio non si riesce altrimenti, si aumentano i ministeri senza portafoglio. Il tutto non per amore dei conti e delle regole, ma sulla base di un principio: i partiti non saranno una società per azioni, ma se all'interno dei partiti un gruppo ha una certa quota di eletti, la stessa quota deve averla nel governo.
Quel meccanismo, un po' adattato e aggiornato, continua a funzionare anche quando l'elezione del segretario della Dc si fa diretta, anche quando Bettino Craxi - divenuto nel frattempo segretario del Psi - pretende "pari dignità" coi democristiani nella formazione del governo (ovviamente il metodo Cencelli riguarda solo i posti targati diccì e, con meno poltrone a disposizione, si fa più rigoroso, anche nelle compensazioni con incarichi di partito e parlamentari, come quello di capogruppo), persino quando il governo per la prima volta è presieduto da un non-democristiano (Giovanni Spadolini). Anche oltre un decennio dopo il libro, il "manuale" e il "ragioniere della politica" avrebbero goduto - loro malgrado - di richiami ciclici sui media: tra i momenti di maggior gloria, il primo governo D'Alema, entrato in carica nel 1998 - anche grazie all'ex pontiere Cossiga, come si vedrà - con un organico già numeroso (oltre a D'Alema, 25 ministri, 56 sottosegretari e 1 viceministro) e l'esecutivo Prodi-bis, il più affollato della storia della Repubblica (102 elementi in tutto oltre al Presidente: 26 ministri, 10 viceministri e 66 sottosegretari al momento dell'entrata in carica). Compagini numerose e, soprattutto, distribuite con attenzione anche alle virgole. E ogni volta che qualcuno nomina il suo metodo, generalmente per parlarne male e accusare chi lo usa, a qualche giornalista viene in mente di intervistare direttamente Cencelli, che non si sottrae. Le cose, in fondo, è bene che le dica chi le conosce e chi le sa fare.


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Chi volesse rileggere Il manuale Cencelli, dunque, da un paio d'anni può farlo di nuovo con una certa facilità (il libro è stato commercializzato da Aliberti anche in formato epub). Ma chi temesse di perdersi tra correnti, conteggi e maneggi d'epoca, dovrebbe comunque procurarsi questo libro e non solo per l'intervista di Venditti figlia a Cencelli. Questa edizione del manuale merita anche solo per la prefazione in cui Luca Telese racconta di quando, giusto vent'anni fa, dovette andare a intervistare a Palazzo Giustiniani Francesco Cossiga in occasione del suo settantesimo compleanno: lui aveva da poco fondato l'Udr e solo pochi mesi dopo, senza aver evitato la caduta del primo governo Prodi, avrebbe consentito al primo ex comunista - Massimo D'Alema - di andare a Palazzo Chigi e lo avrebbe fatto sedendo dalla stessa parte del Pdci di Cossutta. 
Insomma l'ex Presidente della Repubblica, allora senatore a vita, si divertiva come un matto e certamente si è divertito Telese a raccontare l'episodio che segue, anche se quel giorno probabilmente la tensione era decisamente maggiore, a partire dal fatto che nella delegazione ammessa a Palazzo Giustiniani c'erano anche il fotografo Gerald Bruneau e la moglie-assistente Adriana Faranda, che il servizio di vigilanza guardava con sospetto e non voleva far entrare per il suo passato nelle Brigate Rosse. A un certo punto fece la comparsa il simbolo per eccellenza, al centro di tutta questa storia e dello stesso "manuale Cencelli", lo scudo crociato e l'apparizione, come si vedrà, fu decisamente pirotecnica, a dispetto del sapore dolce. Cosa accadde è il caso di farlo raccontare a Telese ed è giusto leggerlo proprio oggi: Francesco Cossiga, infatti, si è spento giusto otto anni fa e questo, probabilmente, è un buon modo per ricordarlo sotto ogni aspetto. La citazione è un po' lunga - e sono grato all'editore e all'autore per avermi gentilmente permesso di riportarla - ma vale la pena non perdersi nemmeno una riga:
Mi era venuta in mente l'idea di far preparare dalla pasticceria "Giolitti" una enorme torta da venti chili, sagomata a forma di scudo crociato, con i colori del simbolo, e un piccone di glassa collocato proprio al centro della croce rossa. Speravo che Cossiga non la trovasse sacrilega. Ma c'era un problema: nell'orario in cui la torta doveva essere ritirata, io avrei dovuto trovarmi già a Palazzo Giustiniani. Così avevo chiesto alla mia ragazza dell'epoca, Betta Fonck, di aiutarmi, passando a prendere la torta da "Giolitti", per raggiungerci nello studio del presidente emerito appena possibile. Avevo chiesto a Betta anche di fermarsi sulla strada a comprare delle candeline, e non immaginavo certo quale effetto imponderabile avrebbe prodotto questa scelta. La mia ragazza, infatti, quando le avevano domandato se preferiva gli stoppini da interno o da esterni, aveva scelto le seconde, perché le avevano assicurato (vero) che la fiamma avrebbe tenuto di più. 
Più o meno a mezzogiorno, la torta (e Betta) avevano fatto il loro ingresso trionfante a Palazzo Giustiniani, di fronte ai commessi - curiosi ma diffidenti - e alla scorta del presidente, sempre più perplessa. Gli agenti, scrupolosissimi [...], avevano addirittura chiesto di ispezionare il pacco della pasticceria. Troppe cose fuori posto: un ragazzino giornalista e un presidente emerito, una ex terrorista e una torta misteriosa. Ovvio che non gli tornasse. 
Mentre intervistavo Cossiga, il presidente emerito aveva citato il nome di Cencelli definendolo "Maestro di politica e di vita". Lo faceva per spiegare che la sua UDR avrebbe preso parte a un governo solo se fossero stati rispettati i "buoni precetti del manuale". Mi aveva anche detto: "Molti, erroneamente, e seguendo una vulgata da analfabeti, pensano che il manuale Cencelli sia una equazione spartitoria. In realtà è un metodo, uno strumento di conoscenza profonda della politica". 
E poi, con una punta di malizia che in quel momento non potevo indovinare, Cossiga mi aveva chiesto: "Ma tu lo conosci Cencelli, Luca?". Ovviamente, mi accingevo a cadere nel'errore che tutti ancora oggi replicano. Avevo detto che sapevo bene cos'era il manuale, anche se non ero mai riuscito a trovare una copia dell'edizione (vero, già all'epoca era una rarità bibliografica) del libro di Renato Venditti pubblicato dagli Editori Riuniti nella sua collana bianca. E avevo anche aggiunto che nulla sapevo della vita del suo autore dal momento successivo alla scrittura, fino alla scomparsa. Cossiga si era fatto una grandissima risata, poi era andato alla scrivania, aveva composto un interno del senato, tuonando con a sua voce più teatrale: "Dottor Cencelli, mi può fare la cortesia di salire? Vorrei presentarle un giovane giornalista che ha estremo bisogno di fare la sua conoscenza". Subito dopo aver attaccato il telefono aveva commentato soddisfatto: "Sta salendo!". Per non fare altre brutte figure, mi ero trattenuto dal chiedere "Da dove?". 
Subito dopo, gli eventi avevano iniziato a precipitare. Qualcuno aveva bussato alla porta, e Betta aveva fatto il suo ingresso nella stanza, compita ed elegante, con la nostra torta scudocrociatosa. Po, la mia ragazza e la portavoce di Cossiga, avevano iniziato a piazzare, con cura, le candeline sopra la glassa, facendo attenzione a non infrangere il simbolo. Quindi la porta si aprì di nuovo e aveva fatto il suo ingresso sulla scena un uomo di mezza età, con un'aria molto giovanile, subito salutato da un grido del presidente emerito: "Massimiliano!". Quindi le candeline erano state accese. Cossiga si era avvicinato allo scudo crociato per soffiarle, e qui, sorprendentemente, era deflagrata nell'imponderabile. Gli stoppini da esterni e le fiamme, forse per qualche misteriosa interazione con le correnti dell'impianto di areazione del Senato, avevano prodotto subito una vampata e una nuvola di fumo fittissimo e chiaro. Un allarme antincendio aveva iniziato a suonare. Gli uomini della scorta di Cossiga, che stazionavano davanti alla porta dell'ufficio, come se tutti i loro sospetti fossero confermati, avevano fatto irruzione con un tempismo incredibile, pistola in pugno - in mezzo alla nuvola di fumo, puntando sulla incolpevole Faranda. Cossiga, tranquillissimo, aveva preso Cencelli sottobraccio, com'era sua abitudine, e si era messo a soffiare su quelle fiamme, ottenendo l'effetto di aumentare la composizione, invece che sedarla. 
Rideva, felice come un bambino, e Gerald, quasi ipnotizzato dalla scena, aveva scattato a raffica con certi suoi obiettivi grandangolari che - complici le luci - avevano ottenuto una resa sensazionale. In pochi secondi la scorta aveva capito tutto, la Faranda era stata scagionata, le candeline spente e lo scudo crociato di glassa era stato sporzionato e ingerito dai presenti. [...] Ma a parte gli altri sviluppi, io avevo regalato la torta a Cossiga, e Cossiga mi aveva regalato Cencelli.

giovedì 16 agosto 2018

Il Partito fascista repubblicano: una storia da conoscere meglio

In questo sito ci si è sempre occupati del presente o di un passato non troppo remoto, al di là di alcune storie archiviate da tempo che meritavano di essere raccontate; ci si è comunque limitati alla storia della Repubblica (Prima, Seconda o seguenti, non importa), per non allargare troppo il campo di indagine e mantenere anche, sul piano dei simboli, un minimo di omogeneità grafica (a partire dalla forma circolare che ha caratterizzato quasi tutta la storia repubblicana) e normativa. Ciò non significa, però, che temi che esulano da questo periodo di interesse non siano degni di approfondimento: è il caso, ad esempio, del Partito fascista repubblicano, relativo dunque alla Repubblica sociale italiana.
Di quella formazione politica si è occupato relativamente di recente Roberto D'Angeli, studioso di storia contemporanea e tra i collaboratori storici di questo sito. Nel 2016 Castelvecchi ha pubblicato la sua Storia del Partito fascista repubblicano, in cui sono ripercorsi poco meno di due anni di vicende politico-partitiche nel contesto della Repubblica di Salò e relative a un soggetto politico  nato soprattutto per volontà e opera di Alessandro Pavolini, prima ancora che di Benito Mussolini: anzi, quando il partito nacque, l'ex Duce era ancora prigioniero sul Gran Sasso.

Il volume ha colmato di fatto una lacuna nella letteratura, visto che gli studi in precedenza si erano concentrati su altre istituzioni della Repubblica di Salò; ciò è stato possibile nonostante alcune oggettive criticità nelle ricerche, che però l'autore ha condotto in modo rigoroso e il più possibile completo. La maggiore difficoltà incontrata è consistita nella distruzione di gran parte degli archivi centrali e federali dell'epoca, ordinata dai vertici del partito stesso: D'Angeli ha confrontato le carte a qualunque titolo rimaste (quelle sul Pfr e su Pavolini, nonché quelle - non bruciate - sulla federazione del partito di Milano all'Archivio centrale dello Stato; i documenti relativi alla federazione di Pesaro, sequestrate dai partigiani di Crema e ora depositate presso l'Istituto di Storia contemporanea di Pesaro e Urbino), integrate con pubblicazioni dell'epoca, memorie delle persone che avevano fatto parte della struttura del partito (soprattutto Pino Romualdi, che visse tutta l'esperienza del Pfr, e Vincenzo Costa) e con opere che hanno trattato la Repubblica sociale in modo più ampio (scritte, tra gli altri, da Renzo De Felice e William Deakin).


Le origini e l'evoluzione

Alessandro Pavolini
Il 14 settembre 1943 Mussolini - liberato due giorni prima - incontrò Hitler a Rastenburg e si sentì dire che avrebbe dovuto riprendere il potere per costruire un nuovo Stato fascista; il giorno dopo lo stesso Mussolini emanò cinque ordini del giorno con i quali, tra l'altro, nominò Pavolini (che entrò di diritto nel nuovo governo) "segretario provvisorio del Partito nazionale fascista, il quale assume d'ora innanzi la dizione di 'Partito repubblicano fascista'", partito che doveva essere immediatamente ricostituito. Fin dal 9 settembre (e ancor di più nei giorni immediatamente successivi), all'indomani dell'annuncio dell'armistizio, il Partito era però già stato riattivato in molte città del Nord (a partire da Trieste) e in alcune del Centro; alla fine di settembre, come segnala l'autore, "la ripresa dell’attività fascista nel territorio compreso tra Napoli e Bolzano può dirsi compiuta".
L'immagine di questo soggetto politico appare diversa rispetto a quella del precedente Partito nazionale fascista: contava la periferia assai più del centro (la ricostruzione era partita dai gruppi locali e si voleva evitare di ripartire con una struttura burocratizzata). Protagonisti della ricostituzione, più che gli ex gerarchi (che spesso temevano di subire conseguenze negative e il cui ruolo non era granché riconosciuto dai nuovi attivisti), erano "gli squadristi della vecchia guardia, l’ala più intransigente ed estremista", in più c'era l'espresso diktat di Pavolini di reclutare i nuovi iscritti "prevalentemente tra gli operai, i contadini, i piccoli impiegati e i professionisti, tenendo rigorosamente lontani i plutocrati, gli arricchiti, tutti coloro che con la sola presenza nei ranghi potrebbero creare localmente una falsa impressione di riviviscenze reazionarie, agrarie, capitaliste, mentre il Partito vuole avere e avrà un netto e radicale contenuto sociale" (come dimostrato anche dalla dedica di 10 dei 18 punti del Manifesto di Verona proprio a questioni sociali). Nel libro si citano come fascisti repubblicani pure i giovani "cresciuti all’ombra del Fascio littorio, spesso consapevoli che la partita è ormai persa, che scelgono il Pfr […] come gesto di coerenza politica e ideale, di sfida contro la rassegnazione passiva all’inevitabile, di battaglia estrema in difesa del proprio onore, per cancellare con le armi l’accusa di tradimento mossa dai tedeschi".
Il Partito fascista repubblicano, dunque, presentava elementi di novità rispetto al Pnf, ma appariva ugualmente nuovo a chi vedeva il nuovo corso come "un Fascismo che saprà realizzare quella rivoluzione che il regime non ha potuto o voluto attuare e che porterà all’adesione piena delle masse". Il nuovo soggetto politico, nelle intenzioni di Pavolini, avrebbe dovuto essere "partito di lavoratori, partito proletario, animatore di un nuovo ciclo sociale, senza più remore plutocratiche" e senza compromessi con i Savoia di turno. 
Nuova era anche l'organizzazione interna, con l'archiviazione del sistema gerarchico e la preferenza per dirigenti eletti dalle assemblee locali (sostituiti da un commissario solo ove la situazione locale lo richiedeva, anche se i capi delle province - figure che sostituivano i prefetti, ma dotate anche di poteri politici - erano comunque nominati dal ministero dell'interno, di concerto con il ministro segretario del partito), oltre che - in una prima fase - con uno spazio maggiore al diritto di critica, pur senza far venir meno un atteggiamento generalmente ritenuto estremista (che, per esempio, spense le velleità conciliatorie di "pacificazione nazionale" on gli antifascisti che da alcune parti si erano fatte strada). 
Il Pfr restò una realtà provvisoria fino al 23 gennaio 1944, quando fu riconosciuto attraverso un decreto legislativo di Mussolini (con cui fu assegnata la personalità giuridica); seguì la nomina del direttorio nazionale. Lo scorrere del tempo, peraltro, aveva mutato almeno in parte l'organizzazione del partito, anche grazie alla convocazione del primo e unico congresso (ma Mussolini volle chiamarlo "assemblea nazionale") che nel frattempo si era svolto a novembre del 1943 a Verona: lì Pavolini precisò che per far coincidere la carica di capo delle forze fasciste in una provincia e quella di capo dell'amministrazione provinciale, occorre dare a quella figura "carattere continuativo" e che in nessuno stato essa era elettiva, trattandosi della rappresentanza del governo. 
Lo stesso Mussolini, peraltro, in più di un'occasione tentò di limitare il potere del partito, cercando di riequilibrare la situazione tenendo conto anche di altre istanze, a partire da quelle del governo che non gradiva ingerenze partitiche (così come il Pfr reagì fin dall'inizio a quelle che qualificava come interferenze governative e amministrative) e, soprattutto, ritenendo il partito - come scrive D'Angeli - "troppo irrequieto ed esigente, a parole e nei fatti". Il Duce arrivò persino a pensare che - così scrisse Renzo De Felice - "per la Rsi il nemico più pericoloso era costituito dal Partito", pur avendo assolutamente bisogno di questo per governare; anche per questo, a gennaio del 1944 arrivò a pensare di sostituire alla segreteria Pavolini con il militare Fulvio Balisti per dare al partito una linea diversa (ma la mossa non piacque ai tedeschi, che temevano un disimpegno di Mussolini, quindi tutto rientrò). 
Lo stesso decreto legislativo n. 38/1944 che, sempre a gennaio, attribuì la personalità giuridica al Pfr, ne limitò però le attribuzioni: al partito fu sottratto, sulla carta, il controllo totalitario sulle strutture dello Stato (e la successiva scelta di militarizzare il partito, concentrando tutte le energie della Repubblica sociale italiana nel combattimento, avrebbe ulteriormente cambiato le cose). Nonostante questo, almeno di fatto, la Repubblica sociale italiana continuò a operare secondo un programma che, secondo la ricercatrice Dianella Gagliani (citata da D'Angeli) "di fatto - più che programma di Partito - era un programma dello Stato, a riprova della commistione tra l’ordine istituzionale della Repubblica sociale e l’ordine politico del Partito fascista: fu il Pfr a definire il funzionamento costituzionale della Rsi e a dettarne la struttura economico-sociale, oltreché a decretare il proprio carattere di Partito unico".


Il Pfr alla luce di Mortati

E' interessante ripercorrere le parole della relazione di Alessandro Pavolini al congresso del Pfr, citate da Roberto D'Angeli nella parte del primo capitolo dedicata alla funzione del partito: "Il Partito, in quanto tale, noi lo vogliamo unicamente e solamente politico: è un’assemblea di uomini, che parlano, che esprimono le proprie idee, di uomini i quali, per il resto della loro vita, esercitano nelle loro sfere di azione e osservazione il controllo politico, che fanno da animatori in senso politico". A ciò si può affiancare, volendo, il contenuto dell'articolo 5 del Manifesto di Verona scritto da Mussolini: "L’organizzazione a cui compete l’educazione del popolo ai problemi politici è unica. Nel Partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’Idea rivoluzionaria". 
Costantino Mortati
Per uno studioso di diritto dei partiti, viene assolutamente naturale leggere queste affermazioni alla luce di altre riflessioni, pubblicate solo pochi anni prima (per l'esattezza nel 1940), da Costantino Mortati, probabilmente il più importante studioso italiano di diritto costituzionale del '900. Il suo saggio più importante, La costituzione in senso materiale, si era preoccupato di prestare attenzione, oltre che al quadro istituzionale che discende dal testo della legge fondamentale, anche e soprattutto dal modo concreto in cui sono intesi e regolati i rapporti sociali e, dunque, dalla conformazione reale e "vivente" dei rapporti di potere all'interno di una comunità.
Tra gli elementi organizzativi necessari necessari per "ordinare" la comunità, così che possa farsi Stato, Mortati individuava con certezza il partito: lo studioso poneva proprio la nascita di una forza politica - intesa come il prodursi di "una specificazione nella posizione dei consociati, in base alla quale alcuni riescono a esercitare un potere sugli altri in modo da ottenere obbedienza - all'origine della formazione degli altri elementi necessari per poter parlare di Stato. Per Mortati i partiti erano "associazioni che, assumendo come propria una concezione generale, comprensiva della vita dello Stato in tutti i suoi aspetti, tendono a tradurla nell'azione concreta statale": nell'Europa del '900, di fronte alle masse, i partiti erano "costretti ad assumere un'organizzazione che [...] ponga come elemento predominante un'idea politica generale [...] capace non solo di tenere unito il gruppo che l'assume e di differenziarlo dagli altri, ma soprattutto di costituire il centro di attrazione per l'acquisto di nuovi aderenti e per la conquista del potere dello Stato". Se si poneva come "necessario" per far assumere all'istituzione originaria una forma politica, per Mortati il partito non poteva "che essere unico" e porsi come "elemento strumentale" dello Stato moderno, necessario perché questo potesse realizzare i suoi fini.
Le riflessioni di Mortati erano figlie del loro tempo, riferendosi al regime fascista e al suo partito unico, il Pnf; la bontà di quel pensiero ne avrebbe consentito l'applicazione anche allo stato democratico della Repubblica, pur coi necessari adattamenti alla nuova condizione di multipartitismo. Facendo un passo indietro, però, è facile vedere che le parole del costituzionalista si adattavano bene anche al Partito fascista repubblicano: quando Pavolini diceva degli uomini del Partito che "esercitano nelle loro sfere di azione e osservazione il controllo politico, che fanno da animatori in senso politico", si rivedeva l'idea mortatiana del partito che si propone di tradurre in azione concreta (anche mediante il controllo di ciascuno nelle proprie sfere di azione) la loro concezione dello Stato; quando Mussolini rivendicava l'unicità dell'organizzazione cui spettava "l’educazione del popolo ai problemi politici", si ritrovava il Mortati che vedeva il partito (unico) come "centro di attrazione per l'acquisto di nuovi aderenti" e per il mantenimento, più che la conquista, del potere dello Stato. Una conferma, una volta di più, della validità del ragionamento di Costantino Mortati, ma anche la dimostrazione che il ruolo del Pfr era stato pensato in modo tutt'altro che superficiale e improvvisato. Anche se, come ricorda D'Angeli nel libro, non si arrivò mai alla redazione dello statuto del Partito fascista repubblicano (la riunione che avrebbe dovuto discuterne non si tenne mai). 

Tra assistenza e antisemitismo

Nella consapevolezza che, come ha scritto nella sua introduzione Giuseppe Parlato, "la Repubblica sociale non fu solo Stato, anzi lo Stato [...] spesso fu posto in posizione di sudditanza dal Partito fascista repubblicano, la realtà forse più importante e significativa della Rsi", il libro dipinge uno scenario caratterizzato dalla "presenza di numerosi centri di potere, emanazioni di personaggi e interessi influenti, spesso in contrasto e in concorrenza tra di loro", anzi, addirittura evoca l'immagine forte di "una babele politico-amministrativa - scrive sempre Parlato - con innumerevoli linguaggi, uniformi e burocrazie".
Tutto ciò è visibile nel corso del libro, che dedica i capitoli successivi al primo ad approfondimenti ampi e ricchi di testimonianze da varie fonti. L'autore tratta innanzitutto degli sforzi del Partito fascista repubblicano per "andare verso il popolo", soprattutto con gli sforzi profusi - ma spesso non percepiti dalla popolazione - nel prestare assistenza al popolo italiano e, in particolare, alle categorie di persone più colpite in quel periodo (riferendosi ad esempio "ai profughi, agli sfollati, ai sinistrati e agli internati"): si iniziò creando l'Ente nazionale di assistenza fascista, legato a doppio filo al Pfr (che non si voleva appesantire troppo, anche se altri avrebbero preferito che il partito si occupasse direttamente dell'assistenza), per poi affidare la cura delle Forze armate all'Opera nazionale dopolavoro e distaccare maggiormente l'attività degli enti da quella del partito (fino al distacco quasi completo, dopo la militarizzazione del partito nel giugno 1944, con l'assistenza affidata ai comuni e a vari enti, compresi i Gruppi fascisti femminili). 
Il terzo capitolo è invece dedicato all'antisemitismo del Partito fascista repubblicano, un sentimento dichiarato (e condensato nell'inequivocabile articolo 7 del Manifesto di Verona: "Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica") che si tradusse in una vera e propria guerra contro gli ebrei - in un'escalation che D'Angeli testimonia molto bene con grande quantità di documenti. Ciò dimostra quanto - a differenza di quanto desunto da De Felice dalla mancanza di discussione da parte dell'assemblea di Verona - con tutta probabilità le dure affermazioni antisemitiche fossero pienamente condivise dalla base fascista repubblicana; alle parole seguirono i fatti, con la disposizione di internare gli ebrei in campi di concentramento provinciale, sequestrando loro i beni, e i conseguenti arresti (effettuati dalla polizia, ma con l'azione attiva del partito). 
Sulla propaganda antisemita si diffonde l'intero quarto capitolo, che si apre con la stretta alla libertà di stampa - di partito e non - nella Rsi impressa alla fine del 1943 (anche se la censura preventiva sarà ufficialmente reintrodotta solo il 31 maggio 1944), per poi riportare vari esempi di quella propaganda (non gradita, al pari della radicalizzazione nella persecuzione degli ebrei, dalla maggioranza della Chiesa cattolica, che divenne essa stessa bersaglio delle critiche della stampa); da ricordare come la diffamazione colpì anche la massoneria, messa spesso in collegamento con l'ebraismo.
La Storia del Partito fascista repubblicano si occupa poi della militarizzazione del partito a metà del 1944 (e dei suoi precedenti, con la nascita delle squadre e della polizia federale, in una situazione tutt'altro che ordinata dal punto di vista della divisione dei compiti, fino alla nascita della Guardia nazionale repubblicana, e di malcontento interno al partito mai davvero sopito), con la nascita delle Brigate nere (la cui costituzione è narrata nei dettagli). L'ultimo capitolo è dedicato infine alla c.d. "ultima resistenza", con gli ultimi mesi di vita della Repubblica sociale italiana improntati - secondo Mussolini a tre parole d'ordine: "Italia, Repubblica, Socializzazione" (e "fascismo" non c'era), il tentativo di gettare un ponte verso l'antifascismo (o, comunque, finalizzato alla riconciliazione) con la costituzione del Raggruppamento nazionale repubblicano socialista - mai particolarmente amato dai fedelissimi del Pfr - e la nomina dei due vicesegretari del partito, tra i quali Pino Romualdi, fino alla seconda e ultima riunione del direttorio nazionale del partito, il 3 aprile 1945 (in cui si discusse anche della possibilità per il Duce e le forze della Rsi di ritirarsi in Valtellina in caso di ripiegamento disordinato su pressione di alleati e partigiani, progetto poi naufragato).


Lo strumento per un "nuovo inizio", anche nei simboli

E' significativo notare, come giustamente fa D'Angeli nelle sue conclusioni, che "per ricostruire uno Stato fascista dalle ceneri del 25 luglio 1943 e dall'abulia e il disorientamento seguiti all'armistizio, Mussolini si affida proprio al Partito, primo strumento ad essersi riorganizzato, anche autonomamente, e che viene posto alla base della nascente Repubblica". La funzione strumentale del Pfr, riprendendo la dottrina di Costantino Mortati, emerge con chiarezza, pur nel continuo rapporto conflittuale con lo stesso Duce che, pur sapendo di avere bisogno del partito, cerca a più riprese di limitarlo (anche soffocandone i dissensi all'interno) per non compromettere gli altri obiettivi che ha in animo. Ma "sarà invece proprio a quello spirito di parte e a quell'intransigenza ideale - così si chiude il libro - che si appellerà nei tre momenti più critici dell’ultima avventura del Fascismo: la riorganizzazione, lo sbandamento dell’estate del 1944 e l’agonia della Repubblica".
Fasci italiani di combattimento
(1919; da P. Corbetta, M.S. Piretti,
Atlante storico-elettorale d'Italia
1861-2008
, 2009)
Quello spirito e quell'intransigenza concretizzarono una sorta di "ritorno alle origini" del fascismo, quelle cioè che avevano preceduto l'instaurazione del regime: ciò era stato marcato anche dal punto di vista simbolico. L'assenza di eventi elettorali in quel periodo non consente di parlare ovviamente di contrassegni di partito o di lista nel modo in cui siamo abituati a farlo, ma ciò non toglie che un'iconografia del partito ci fosse. E' la stessa copertina del libro di Roberto D'Angeli a mostrare una tessera del Partito fascista repubblicano dominata dall'immagine di un fascio romano repubblicano (con una legatura "a Z"), da cui promana la luce in un cielo plumbeo. Che si tratti di un fascio repubblicano lo mostra la posizione della scure, piantata al centro delle verghe tenute legate tra loro: la stessa immagine che era stata adottata dalla Repubblica Romana di Mazzini e che, nel 1919, divenne simbolo dei Fasci italiani di combattimento fondati da Mussolini.
Sulle schede elettorali del 1924 era presente, per la Lista nazionale, il solo fascio repubblicano (senza più i legacci liberi nella parte inferiore), ma quando fu instaurato il regime, si consolidò la scelta di adottare come emblema grafico per il Partito nazionale fascista il fascio imperiale, che aveva una forma diversa: in particolare, la scure era fissata al fascio in posizione laterale. Caduto il regime e dopo la decisione di mettere in piedi la Rsi, occorreva segnalare anche sul piano visivo che, più che di continuità con il regime fascista, si trattava di tornare alle origini, con meno burocrazia e meno compromessi: la scelta di tornare al primo fascio, mazziniano, romano repubblicano e prima ancora etrusco, era tutt'altro che motivata da ragioni solo estetiche.
Con la sua ricerca accurata, Roberto D'Angeli permette a chi conosce poco o nulla delle vicende del Partito fascista repubblicano - al di là dei tratti fondamentali della cornice storico-politica in cui esse si collocano - di riempire di contenuti poco noti il periodo che va dall'8 settembre 1943 alla Liberazione, normalmente associato solo alle lotte partigiane, alle rappresaglie e all'avanzata degli alleati. Quelle vicende rappresentano un antecedente di cui tenere conto quando si studia il sistema politico degli inizi della Repubblica italiana: il libro sottolinea come Pino Romualdi, già all'ultima riunione del Direttivo nazionale del Pfr, avesse in animo di creare "un vero e proprio Partito o movimento clandestino fornito di quadri, di potentissimi mezzi finanziari, specificatamente preparato per la lotta politica anche in caso di totale invasione dell’intero territorio nazionale. Una forza che avrebbe potuto permettere al Fascismo di vivere anche dopo e malgrado la sconfitta militare" e non stupisce che proprio Romualdi, con il suo impegno, abbia poi dato un contributo fondamentale a riorganizzare chi era stato (e rimasto) fascista, co-fondando nel 1946 il Movimento sociale italiano. Lì come emblema sarebbe stata adottata la fiamma tricolore, ma questa - ovviamente - è un'altra storia. 

lunedì 13 agosto 2018

Scudo crociato "liquidato?" La diatriba continua

Inutile negarlo, anzi, tocca ripeterlo per l'ennesima volta: occuparsi delle vicende legate alla Democrazia cristiana equivale a parlare di una fonte pressoché inesauribile, un filone aurifero (nessun riferimento al patrimonio democristiano, per carità: la pratica ha dimostrato che lo tocca, muore) che consentirà sempre di trovare qualcosa, che si tratti di pepite o di semplici pagliuzze. La nuova puntata, a dire il vero, riguarda innanzitutto il simbolo che fu della Dc, vale a dire lo scudo crociato, ma in seconda battuta si arriva inevitabilmente a parlare della possibilità che sulla scena politica italiana "una" Democrazia cristiana torni ancora, con il suo corredo di inevitabili polemiche sul "come" e sul "chi". 
Tutto è iniziato giovedì scorso, il 9 agosto, quando Il Tempo ha pubblicato un'intervista di Pietro De Leo a Gianfranco Rotondi, leader di Rivoluzione cristiana, attualmente incaricato di cercare un dialogo con l'Udc e altre componenti politiche per far tornare operativo un partito con il nome e il simbolo della vecchia Dc. Ma soprattutto, almeno per quanto rileva in questa sede, ultimo tesoriere dei Cristiani democratici uniti, insomma del Cdu, che si scopre essere ancora vivo e vegeto (e non, a dispetto di quanto si può credere, per mano dell'irriducibile Mario Tassone). Tesoriere ancora per poco, in realtà, visto che l'idea è di andare verso la liquidazione.
Così ha dichiarato Rotondi a De Leo:
Lo scudo crociato venne ereditato dal Cdu del Professor Rocco Buttiglione nel 1995, per effetto della scissione dal Ppi. Il Cdu, partito che era rimasto vivo in tutti questi anni, dal '99 ha avuto come tesoriere nonché rappresentante legale un certo Gianfranco Rotondi, fiduciario del segretario politico Buttiglione. Quest'ultimo, che come è noto ha scelto di non ricandidarsi quindi è fuori dal Parlamento, ha riunito gli organi, tra cui il sottoscritto, il presidente Tassone, e mi ha dato incarico di liquidarlo.
Partiamo dalla fine: se si arriva alla liquidazione, o meglio allo scioglimento dell'associazione partito, è inevitabile che questa debba considerarsi ancora in vita. Che il Cdu avesse continuato a esistere nel corso degli anni era, anche prima della conferma di Rotondi, assai probabile: se il Ccd, partito relativamente piccolo nato nel 1994, aveva continuato a esistere giuridicamente circa fino alla fine del 2010 pur avendo politicamente contribuito a fondare l'Udc nel 2002, si poteva prevedere che il Cdu, essendo stato parte per anni della gestione del patrimonio che era stato della Dc e avendo partecipato a un maggior numero di processi relativi alla complessa vicenda scudocrociata, avrebbe avuto bisogno di più tempo per chiudere le proprie pendenze attive e passive.   
Allo stesso tempo, la scelta di sciogliere il partito convocando gli ultimi organi in carica, compreso il presidente del consiglio nazionale Mario Tassone, ricorda e chiarisce che quello guidato tuttora dallo stesso Tassone non è il Cdu di cui era segretario Rocco Buttiglione. In effetti, nella prima fase, quella della "rinascita", Tassone aveva proposto ai media - e anche a chi scrive ora - l'idea della riconvocazione del "suo" consiglio nazionale (precisando però che né Buttiglione né Rotondi erano parte di quel disegno) e di riprendere l'uso dello scudo crociato, anche in considerazione del fatto che l'Udc aveva di molto ridotto la sua visibilità dopo aver partecipato al progetto di Mario Monti; già dal 2014, però, era stato adottato un nuovo emblema, con una colomba ad ali spiegate e il nome era diventato Nuovo Cdu. All'inizio si poteva pensare che, a dispetto del cambio di simbolo per evitare nuove grane elettorali e giudiziarie, si trattasse comunque dello stesso soggetto giuridico che aveva sospeso nel 2002 la sua attività politica; evidentemente, però, si dev'essere aperto un partito nuovo, del resto lo stesso sito del Nuovo Cdu parla di "ricostituzione", dunque dev'essere così.
Quanto allo scudo crociato ricevuto "in eredità" dopo la scissione del 1995 all'interno del Ppi, questo è il punto più discutibile. Si tratta, ovviamente, della tesi che Rotondi sostiene da sempre, che giornalisticamente (dunque per una comunicazione breve) può anche avere senso e che conviene soprattutto ai nuovi scenari che lo stesso Rotondi ha in mente; nella realtà, però, le cose sono andate in modo diverso. 
Primo simbolo del Cdu
Nel ben noto "patto di Cannes" del 24 giugno 1995, infatti, si fa riferimento all'impegno preso da Gerardo Bianco a proporre al congresso del Ppi "di non contendere alla formazione politica dell'on. Buttiglione l'uso del simbolo dello scudo crociato e a non adottare tale simbolo o altro equivalente per la propria formazione politica"; nell'accordo del 14 luglio 1995, che ratificava anche sul piano giuridico quell'intesa, si è scritto che il partito legato a Buttiglione "adotterà quale suo unico simbolo visivo derivato dall'originario comune il disegno allegato che non potrà essere, in qualsiasi occasione d'uso, modificato anche solo in parte, sia nella conformazione grafica (esempio combinazione delle linee, loro intensità, distanze tra le une e le altre, ampiezza di esse, dimensione dei caratteri, ecc.) sia nella colorazione, sia nella intensità delle singole parti cromatiche". 
Per gli studiosi di diritto, l'impegno a "non contendere l'uso del simbolo" non significa affatto trasferire all'utilizzatore dell'emblema la proprietà dello stesso; in ugual modo, l'adozione dell'emblema con lo scudo crociato quale "unico simbolo visivo derivato dall'originario comune" riguarda l'uso dello stesso, ma non comporta l'automatico acquisto della proprietà sullo scudo. Questo perché, in quell'accordo di luglio, si ribadisce la "qualità di parti separate del Partito Popolare Italiano" ed è immaginabile che proprio lo scudo crociato facesse parte del patrimonio comune del Ppi - ex Dc, anche in considerazione del fatto che solo dieci giorni dopo quell'accordo - il 24 luglio 1995 - il tribunale di Roma avrebbe emesso la nota ordinanza (c.d. "Macioce-bis") con cui avrebbe instaurato il regime di "co-gestione obbligatoria dei due tesorieri" di Ppi e del futuro Cdu su ogni atto ordinario e straordinario riguardante il patrimonio. Questo senza contare che la sentenza n. 1305/2009 della Corte d'appello di Roma, resa definitiva nel 2010 dalla Cassazione, avrebbe poi precisato che il patto di Cannes del giugno 1995, come l'accordo di luglio che ne è seguito, "non era certamente idoneo a trasferire l'uso di un segno distintivo ma, al più, ad impegnare reciprocamente le sole formazioni politiche che ad esso partecipavano."
Quel regime di co-gestione obbligatoria, che sarebbe dovuto durare pochi mesi, giusto il tempo dell'effettiva e completa separazione dei due partiti e dei loro patrimoni, sarebbe invece durato ben sette anni. Nel frattempo, nella transazione che il 12 ottobre 1999 aveva posto fine a un nuovo processo civile iniziato nel 1995 tra i Popolari di Bianco e quelli di Buttiglione (dopo l'ordinanza Macioce-bis), le due parti - trasformate ormai in Ppi-gonfalone e Cdu - avevano convenuto che entrambe continuavano "ad avere la titolarità del partito della Democrazia cristiana, ivi compreso il nome di Democrazia cristiana [...] ed il noto simbolo dello scudo crociato con la scritta Libertas". Quell'atto, in cui Ppi e Cdu dicono chiaramente che lo scudo crociato è di entrambi - a prescindere dall'uso - è stato firmato anche da Gianfranco Rotondi, proprio in qualità di tesoriere e legale rappresentante del Cdu.
Quando poi - nata ormai l'Udc, iniziate varie cause relative a un possibile risveglio della Dc, prima ad opera di Flaminio Piccoli e poi di Alessandro Duce, e divenuta sempre più onerosa la partita degli immobili da gestire - le parti decisero di arrivare alla definitiva "separazione dei beni", intervenne una scrittura privata datata 5 luglio 2002, anch'essa firmata pure da Rotondi. La parte dispositiva dell'atto inizia in un modo che più chiaro non potrebbe essere: "Nel rispetto dei richiamati atti e ferma la titolarità esclusiva, giuridica, politica e morale, in capo al Ppi ex Dc, il Ppi/Gonfalone conferma al Cdu la possibilità di utilizzare il simbolo della ex Democrazia cristiana, contraddistinto dallo scudo crociato con la scritta 'Libertas'". In quelle poche righe, insomma, si dice chiaramente che al Cdu era confermato l'uso dello scudo crociato, ma non certo la sua titolarità, che rimaneva in capo al Ppi - ex Dc, la cui rappresentanza legale (e la gestione del patrimonio) veniva assunta soltanto dai legali rappresentanti del Ppi-gonfalone (vale a dire Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio).
Tutto questo per dire, insomma, che il Cdu non ha ereditato un bel niente, se non la possibilità di usare senza disturbo lo scudo e anche di apportarlo a formazioni riconducibili all'alveo democristiano, come aveva fatto contribuendo a fondare l'Udc. Quel diritto all'uso in ogni caso rimane (almeno fino a nuove deliberazioni del Ppi di cui non si ha notizia) e, per capire come si potrebbe procedere, occorre continuare a leggere l'intervista a Rotondi, che così ha risposto a Pietro De Leo che gli chiedeva se lo scudo crociato sarebbe stato archiviato:
Non esattamente. E' stato deliberato che se si dà vita ad un partito unico dei democristiani rimasti in campo, con l'unione dell'Udc e di Rivoluzione cristiana e di altre formazioni, un progetto che è in gestazione ed è condiviso anche dall'onorevole Cesa, allora il simbolo sarà riutilizzato per quello. Poi c'è anche un "piano B". [...] Se, per le imprevedibili variabili della politica, questo partito non si riuscisse a fare, allora lo scudo crociato finirà in una fondazione che è già stata individuata ma è tenuta riservata, che comunque ne farà un uso sempre pubblico, ma non politico. E' già stato deciso tutto.
Si tratta, ovviamente, del richiamo a un progetto di cui qui si è parlato più volte, a partire dall'idea di Rotondi di unire le forze di chi finora ha visto riconosciuto l'uso dello scudo crociato come simbolo (l'Udc, che poteva vantare l'apporto ad opera del Cdu di Rotondi) e di chi ritiene di essersi vista riconoscere la titolarità del nome "Democrazia cristiana" (lo stesso Rotondi, che in realtà anche qui può vantare soltanto la legittimità dell'uso). Non è dato sapere se e come quel progetto andrà avanti, anche se è sempre Rotondi ad assicurare che "giuridicamente è tutto fatto": se ne prende atto, ma qualche dubbio è lecito averlo.

* * *

Come nelle migliori tradizioni, le parole di Gianfranco Rotondi hanno provocato reazioni da parti di chi ha in mente tutt'altro percorso per riportare in attività la Democrazia cristiana. Questa volta, in particolare, si dà conto della risposta di Emilio Cugliari, tra coloro che da anni sostengono il tentativo di riattivare la Dc attraverso la richiesta al giudice di convocare l'assemblea dei soci fatta dal 10% degli iscritti in base all'ultimo elenco disponibile. Com'è noto, quella richiesta era stata accolta dal Tribunale di Roma a dicembre e alla fine di febbraio quell'assemblea si era svolta a Roma all'hotel Ergife (Cugliari ne era stato il segretario verbalizzante), portando all'elezione di Gianni Fontana alla presidenza dell'associazione (retta al momento dalle sole norme del codice civile in materia), oltre che al consueto nugolo di polemiche interne, scatenate da chi riteneva sbagliato quel modo di procedere, e all'annuncio di azioni legali, tuttora in corso. Vale la pena precisare che, come già si è detto, lo stesso Fontana guarda con interesse al percorso che ora è guidato da Rotondi (e fortemente voluto da vari gruppi, a partire dall'Associazione iscritti alla Democrazia cristiana del 1993 di Raffaele Cerenza e Franco De Simoni), ma prima di aderire ha detto di dover ottenere il consenso della "sua" Dc.

Di seguito si ospita dunque lo scritto di Cugliari, senza ovviamente che questo sito faccia propri - anche in termini di responsabilità - i suoi contenuti o i suoi toni:
Il caro on. Gianfranco Rotondi, ex Dc, o è disinformato o è in malafede, ma sia nell'uno che nell'altro caso parla a sproposito e non si rende conto delle sciocchezze che dice. Io capisco tutto, capisco anche che l’on. Gianfranco Rotondi, in questa fase politica non se lo fila nessuno ed ha bisogno e cerca in un modo come un altro di avere visibilità a qualunque costo e con qualunque mezzo; parlare della storica Democrazia Cristiana fa sempre un certo effetto. L’on. Rotondi sa però perfettamente che, per effetto dei tre gradi di giudizio egli è erede del nulla, men che meno del simbolo e del nome della gloriosa Democrazia Cristiana.L’on. Gianfranco Rotondi è un ex Dc "disertore", nel senso che nei momenti di difficoltà (Tangentopoli) non ha esitato un attimo ad abbandonare il Patito per andare a trovarsi un posto al sole in altri lidi. Oggi, senza vergogna alcuna, si riscopre Democratico cristiano e vuole fare il salvatore della Patria per dire a Berlusconi che gli porta la Democrazia cristiana.Non è così: la Democrazia Cristiana, dopo oltre 16 anni trascorsi nelle aule di Tribunale e 7 anni circa di ulteriori vicissitudini, è pronta per andare a Congresso, presumibilmente, il 29 Settembre prossimo. L’on. Rotondi, or che la tavola è imbandita e Forza Italia è in difficoltà, è pronto a sedersi a tavola e - non solo - vuole un posto di comando decisionale. Beh l’on. Rotondi non ha capito nulla: la Democrazia Cristiana non gli appartiene e per fortuna lui non la rappresenta. Lui dovrebbe sapere che un vecchio adagio recita "Dove hai fatto l'estate, vai a fare l'inverno".L’on. Rotondi, inseguito da qualche millantatore ex Dc oggi non iscritto, pensa di poter prendere in mano il timone della Democrazia Cristiana, ma sbaglia tutto: la Democrazia cristiana il suo timoniere ce l’ha e si chiama Gianni Fontana.Quando l'on. Rotondi o chiunque altro vorrà un sereno confronto pubblico, per disquisire sulla quaestio, sarò a disposizione. So, e lo do per certo, che non lo farà mai, sono troppe le risposte che dovrebbe dare. Faccio presente che l'on. Gianfranco Rotondi fa parte ora di Rivoluzione cristiana, nata dopo che gli è stato notificato l’atto di significazione stragiudiziale avente per oggetto "l’adempimento degli obblighi civili derivante dal provvedimento del Giudice". L'on. Gianfranco Rotondi oggi non è un iscritto della Democrazia cristiana, mi domando quindi di cosa stiamo parlando. Dopo il Congresso nazionale, se vorrà farne parte, come chiunque altro, presenterà la sua richiesta di iscrizione e, se ci saranno i presupposti, ne riparleremo. 
Emilio Cugliari, iscritto Dc dal maggio 1959

domenica 12 agosto 2018

Italia in Comune, in piazza tra nazione e comunità

Alle elezioni amministrative di quest'anno non lo si è visto sulle schede, ma proprio in quelle settimane un nuovo partito stava muovendo i suoi primi passi proprio a partire dai territori: si tratta di Italia in Comune, quello che fin dall'inizio di dicembre - quando a Roma era iniziata la sua fase costituente - era stato definito "il partito dei sindaci" e che ora intende qualificarsi sempre di più come il "partito degli amministratori". Non solo e non tanto i singoli volti di chi guida i comuni, per intendersi, ma l'unione di coloro che spendono tempo ed energie nell'amministrare le città e ritengono che quello sia il partito che li rappresenta davvero.
Se in questo sito si era parlato del progetto - che nelle prime fasi si chiamava L'Italia in Comune, con l'articolo davanti: non si tratta di un dettaglio, come si vedrà - appunto dopo la prima assemblea romana di presentazione, la vera data di nascita (quella giuridica) del nuovo soggetto politico risale al 15 aprile 2018: in quel giorno, infatti, è stato firmato l'atto costitutivo, con relativo statuto, permettendo così al partito di esistere. Il gruppo dei fondatori ha indicato come presidente Federico Pizzarotti, attuale sindaco di Parma, mentre Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri, sarà coordinatore nazionale (in quello stesso giorno si è proceduto anche a nominare come vicepresidente il sindaco di Latina Damiano Coletta e Rosa Capuozzo, già sindaca di Quarto, come tesoriera). 
Tutte le cariche indicate, in realtà, sono pro tempore: l'atto fondativo, come sempre accade, ha aperto in effetti una fase transitoria, realmente costituente. Tra l'autunno e l'inverno è prevista la prima assemblea nazionale di Italia in Comune, che avrà il compito - tra l'altro - di eleggere per la prima volta le cariche da parte di una platea più ampia rispetto ai fondatori. Nel mezzo si snoderà e già è iniziato il percorso precongressuale: sono già iniziati gli eventi di presentazione del partito nelle varie regioni, per consentire l'avvio del tesseramento agli amministratori e ai cittadini di tutta l'Italia.  
Primo simbolo di L'Italia in Comune
Già ad aprile, peraltro, con la firma dell'atto costitutivo è stato adottato un simbolo nuovo, che non è affatto una semplice rivisitazione del primo. "Diventando ufficialmente partito, era naturale che anche il simbolo evolvesse, per diventare qualcosa di più compiuto", spiega Marcello Frigeri, portavoce di Federico Pizzarotti.
Ogni elemento grafico del nuovo emblema ha un preciso significato: "Il simbolo innanzitutto - nota Frigeri - adotta in pieno i colori della bandiera italiana, in modo più netto e deciso rispetto al primo logo: il tricolore tinge la circonferenza di contorno, ma soprattutto quella specie di nastrino al di sotto del nome. Questo sventola, come una bandiera, dando un senso di movimento e dinamicità; in più, avere declinato il tricolore in una forma così allungata su quel nastrino, anzi, su quella coppia di nastri, sembra quasi richiamare una strada, quella che dobbiamo percorrere. Proprio il tricolore sta a indicare uno dei due poli irrinunciabili di Italia in Comune, cioè la nazione; l'altro è il territorio. Questo è simboleggiato visivamente dal cerchio che racchiude gli altri elementi grafici: per noi è il simbolo della piazza, dell'agorà che raccoglie la comunità che parla di politica e di futuro". 
Il nuovo emblema, dunque, cerca di tenere insieme il generale e il particolare: "Del resto - continua il portavoce di Pizzarotti - anche il nome fa la stessa cosa: il Comune è il livello amministrativo più vicino al cittadino, quello della partecipazione, ma volevamo comunicare anche l'idea che tutto il paese è 'in comune' tra tutti. Questo, nelle nostre intenzioni, è un partito che non nasce a Roma soltanto, ma nasce tanto a Parma, quanto a Roma, quanto a Bitonto. Nel nome, tra l'altro, non c'è più l'articolo iniziale perché vogliamo mettere sullo stesso piano la nazione e la comunità: dire 'L'Italia in Comune' sembrava avvicinare soprattutto la nazione e l'ente locale, dando poco rilievo alle persone e alla comunità, ma per noi c'era bisogno di un passaggio in più".
La nuova grafica è stata ideata da Gianluca Signaroldi, esperto di comunicazione (tra l'altro legato al partito e già responsabile della comunicazione elettorale di Pizzarotti), ma il gruppo dei fondatori tiene a sottolineare che il professionista ha lavorato seguendo le indicazioni ricevute dal coordinamento del partito, quindi di fatto il simbolo è stato scelto proprio dal partito. Tra le ipotesi scartate, ce n'erano alcune con grafie diverse del nome (che magari era scritto tutto in maiuscolo), altre con diverse soluzioni cromatiche o che non prevedevano la stilizzazione della piazza; non si trattava, in ogni caso, di soluzioni troppo distanti da quella che alla fine è stata scelta.
Questo simbolo, come si diceva, non si è visto alle elezioni amministrative di giugno, proprio perché il partito era soltanto agli inizi. L'obiettivo è costruire la struttura del partito per arrivare preparati alle elezioni amministrative del 2019 (si tratta del turno più nutrito, con il maggior numero di realtà locali chiamate al voto) e magari alle regionali dello stesso anno: l'idea, come lo scorso dicembre, è di offrire agli elettori, anche e soprattutto in competizioni sovracomunali, un programma basato sull'esperienza acquisita sui territori e sull'approccio concreto dei sindaci, per mettere al centro le persone e le comunità. Il percorso non sarà semplice, ma il cammino di Italia in Comune, tra una piazza e l'altra, è appena iniziato.

venerdì 3 agosto 2018

A Zoppè di Cadore, sulle schede con "i scarpet"

Nei comuni più piccoli, lo si è visto, sulla scheda elettorale la fantasia si scatena: a volte si esprime il minimo indispensabile (come con i contrassegni letterali a fondo bianco visti nei post precedenti), altre volte investe molto di più e produce ben altri risultati. In quelle condizioni, nei simboli adottati può trovarsi davvero di tutto, anche la calzatura tradizionale del luogo. Come è accaduto per due turni elettorali - nel 2005 e nel 2010 - a Zoppè di Cadore, comune del bellunese che conta tra i 200 e i 300 abitanti. 
In quella zona, da tempo immemore, si producono gli scarpet, calzature appunto che si sono tramandate nel corso dei decenni, con oltre dieci strati di stoffa resistente sovrapposti, cuciti insieme con un filo di canapa, e velluto consistente per la tomaia. Un pezzo di storia quotidiana, per qualcuno irrinunciabile: era intitolata "Senza scarpet... no se camina" una mostra realizzata nel 2013 proprio a Zoppè di Cadore, nello stesso comune che ha ospitato tra l'altro dal 2004 - all'interno del proprio museo etnografico - la "scola de scarpet", per insegnare agli interessati a dare forma con pazienza a quelle calzature. Non è affatto un caso che in quegli anni il sindaco in carica fosse espresso proprio dalla lista I scarpet. Su fondo verde, dal bordo un po' mosso e molto artigianale, c'era proprio una coppia di calzature storiche, sobrie e non ricamate, più da lavoro quotidiano che da ricorrenza tradizionale, tracciate un po' come se fossero state a china. 
Di certo, un simbolo più legato al territorio era difficile da trovare e non era affatto impossibile che fosse il più gradito dagli abitanti del comune: in effetti il vicesindaco uscente, Renzo Bortolot, con i suoi scarpet vinse 72 voti a 49, tanti furono i consensi per il principale sfidante, Gabriele Livan, in rappresentanza della lista La Schirata. Principale perché, a quel turno, di liste se n'erano viste altre due e di autoctono dovevano avere ben poco: l'unico voto sfuggito a Bortolot e Livan se lo prese Angelo Geracitano, del Movimento idea sociale, mentre rimase a bocca asciutta Stefano Fochi, della lista Pensionati riformisti - Lista consumatori. La dinamica era la stessa già vista in molti comuni sotto i mille abitanti, agevolata dalla non necessità di raccogliere le firme per presentare liste: proprio a Zoppè, tra l'altro, negli anni precedenti ciò aveva portato a un blocco dell'amministrazione proprio a causa di una lista "foresta", che nulla aveva a che fare con il territorio, ma questa - assieme all'episodio del "pareggio" del 2000 - è una storia che merita di essere raccontata a parte. 
Alle elezioni del 2005 l'affluenza si fermò poco sotto il 50% (arrivò al 47,5%) e, se ci fosse stata una sola lista in corsa, si sarebbe finiti di nuovo in mano a un commissario. Così non accadde, ma per gli abitanti di Zoppè il problema era chiaro: tutta colpa del Parlamento che, approvando la legge n. 120/1999, aveva di fatto costretto tutti i comuni a votare in un unico periodo dell'anno, in primavera (precisamente tra la metà di aprile e la metà di giugno), mentre prima era previsto anche un turno autunnale. Ragioni di economia avevano suggerito ai parlamentari di ridurre le finestre elettorali da due a una soltanto, ma questo aveva messo in seria difficoltà molti comuni, soprattutto quelli interessati da una forte emigrazione stagionale: vari comuni della Provincia di Belluno, come Zoppè, vedevano in primavera molti abitanti impegnati all'estero, soprattutto in Germania come gelatieri, per cui difficilmente sarebbero tornati a casa per votare. La questione era talmente sentita da finire al centro di un ordine del giorno del consiglio comunale: poco dopo le elezioni, l'organo si riunì, deliberando - come aveva già fatto in passato - di segnalare al governo ch la scelta dell'unica finestra di voto aveva comportato "una limitazione del diritto di voto per una larga parte degli iscritti alle liste elettorali". L'appello non servì a molto, i gelatai continuarono a partire senza poter votare nei periodi di assenza, ma il gruppo continuò ad amministrare il paese.  
Nel 2010, alle nuove elezioni, il simbolo è stato mantenuto, ma il gruppo di Bortolot ha pensato di rinfrescarlo giusto un po': scurite leggermente le calzature, queste furono posizionate su uno sfondo non più verde squillante, ma sfumato tra l'azzurro e il verdino (e con una scritta, al di sotto, meno di gusto tradizionale e più moderna, con la sua font Helvetica Bold). In quell'occasione il sindaco uscente è riuscito a ottenere più dell'81% dei voti (83 su 107, per l'esattezza), ma soprattutto si è evitato il commissariamento del comune grazie alla presenza di una seconda lista locale, Insieme per Zoppè, depositata anche con il dichiarato scopo di evitare che ne fosse presentata un'altra "foresta", magari in grado di entrare in consiglio.
Attualmente Renzo Bortolot, virtuoso dell'organo, è ancora primo cittadino di Zoppè di Cadore: è stato infatti rieletto nel 2015, ma in quell'occasione le insegne che lo hanno confermato sindaco erano diverse. Sul contrassegno, infatti, campeggiava il disegno di una stella alpina (a colori e su fondo blu, a differenza di quella classica della Svp) e non a caso Stella alpina era il nome della lista che si sarebbe aggiudicata le elezioni. Batté di nuovo la formazione Insieme per Zoppè, la cui presentazione elettorale sarebbe stata di fatto concordata con la lista vincitrice, sempre al fine di evitare il rischio di commissariamento (che sarebbe scattato, visto che sarebbero andati a votare 100 elettori su 231).
Il terzo mandato consecutivo di Bortolot non è dunque iniziato nel segno degli scarpet, ma di certo non sono stati messi in soffitta: qualcuno li ha accantonati solo per un attimo, quasi certamente con la possibilità di ritirarli fuori al momento più opportuno. Anche solo per distinguersi da eventuali liste venute da fuori, certamente con altre calzature.