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sabato 3 settembre 2016

Dopo Genzano, il Pci pronto a tornare sulle schede

Genzano di Roma è un comune di circa 24mila abitanti, uno dei centri più noti dei Castelli Romani e puntualmente citato – sia pure un po' di fretta, tra Marino e Albano Laziale, senza nemmeno un aggettivo a contorno – nella canzone simbolo di quel territorio, 'Na gita a li Castelli (o Nannì, da Petrolini in poi). Proprio da Genzano è partita, a giugno, l'avventura elettorale del Partito comunista italiano, prima ancora della sua fondazione ufficiale. Il primo turno delle elezioni amministrative, infatti, si era tenuto il 4 giugno, mentre l’assemblea nazionale che ha costituito il Pci si è svolta a San Lazzaro di Savena venti giorni dopo (dal 24 al 26), giusto all'indomani del ballottaggio.
Il progetto della costituente comunista era stato già naturalmente avviato da tempo, ma il simbolo ufficiale della nuova formazione è stato reso noto soltanto alla fine di maggio, mentre simboli e liste dovevano essere depositati all'inizio del mese. Per quell'antipasto elettorale, dunque, si decise di utilizzare un simbolo di passaggio, chiaramente connotato territorialmente. La base grafica era quella del Partito comunista d’Italia – nuovo partito, anche sul piano giuridico, evoluzione del Partito dei comunisti italiani – con la bandiera rossa con falce, martello e stella sovrapposta al tricolore ed entrambe ondeggianti, con aste bianche alla loro sinistra; la sigla nella parte inferiore aveva già cambiato carattere rispetto al passato (quello usato poteva essere un Corbel), ma aveva mantenuto i punti dopo ogni lettera; nella corona esterna blu, per non lasciare spazio a dubbi sulla collocazione, figuravano l’indicazione "Comunisti italiani" (giusto per chiarire da che storia si veniva) e il sostegno al candidato sindaco scelto. 
In quell'occasione, infatti, i comunisti del Pci avevano deciso di appoggiare Flavio Gabbarini, candidato comune di quasi tutto il centrosinistra. Anche se la coalizione al primo turno era nettamente davanti alle altre compagini (ottenne il 42,67%), al ballottaggio il Comune è stato conquistato dal MoVimento 5 Stelle. A dispetto del risultato poco incoraggiante per il centrosinistra, tuttavia, il Pci poteva essere soddisfatto per un buon 6,45% (755 voti su 11691): il dato è particolarmente significativo, se solo si considera che all'interno della stessa coalizione Sel e Rifondazione comunista avevano presentato una loro lista (assieme ai Verdi), ottenendo solo il 2,36%. 
Il risultato ottenuto non è stato sufficiente a ottenere seggi, ma il Pci da quella prima elezione ha tratto un messaggio di incoraggiamento. In fondo, il simbolo storico del partito di Togliatti era apparso per l’ultima volta sulle schede elettorali in occasione delle elezioni regionali e amministrative del 6/7 maggio 1990 (e, per giunta, era ancora in bianco e nero). Quelle del 12/13 maggio dell’anno dopo, infatti, erano già successive al XX (e ultimo) congresso di Rimini, per cui l’emblema si era ridotto a una "pulce" alla base dell’albero della sinistra – poi identificato con una quercia – disegnato da Bruno Magno per il Partito democratico della sinistra: sarebbe rimasto lì fino a tutti gli appuntamenti elettorali del 1997 (l’ultimo fu il voto amministrativo in Sicilia, celebrato il 30 novembre e il 14 dicembre), prima della sostituzione con la rosa del socialismo europeo nell'emblema dei Democratici di sinistra. Certo, dal 1991 in avanti falci e martelli non sono mancati (da quelli di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani, fino agli "arnesi" riproposti da formazioni più piccole), ma il simbolo originale non si era più visto.
Il gruppo che a giugno ha deciso di ridare vita al Pci, eleggendo segretario il bolognese Mauro Alboresi, ha invece scelto di puntare proprio su quell'emblema storico, senza alcun dubbio: "l simboli sono importanti: dicono cosa siamo, cosa vogliamo – ha spiegato ieri sera Alboresi alla Festa dell’Unità Comunista a Labaro, a Roma Nord –. Noi facciamo riferimento alla falce e al martello non solo perché sono storicamente i simboli del lavoro, ma perché sono stati per tanta parte del mondo simboli di emancipazione, di affrancamento dallo sfruttamento e dalle diseguaglianze: sostanzialmente, un simbolo di speranza. Abbiamo deciso di rimetterlo in campo, facendo riferimento alla parte migliore di quella storia, quella dei comunisti italiani e internazionali, perché siamo convinti che quando quel simbolo e quello che rappresentava sono stati messi da parte, ad esempio con la sciagurata scelta di superare il Partito comunista italiano, le condizioni di quel blocco sociale di riferimento, di quelle persone che hanno vissuto quel simbolo nei termini che dicevo non sono migliorate, anzi, sono drammaticamente peggiorate. Siamo davvero convinti che ci sia bisogno di ridare spazio e vita a quel simbolo, proprio perché i simboli sono importanti".
A ben guardare, in realtà, il contrassegno scelto non è proprio identico a quello storico: le aste sono diventate nere, la sigla è senza punti e con una font più elegante e moderna, anche se il nucleo grafico e visivo dell’emblema è ben riconoscibile. “Dal punto di vista della sostanza – ha precisato Alboresi – non cambia nulla: noi siamo e vogliamo restare comunisti, convinti più che mai che oggi ci sia bisogno di un partito comunista che, memore della sua storia ma senza nostalgie o inutili attaccamenti al passato, guarda avanti; abbiamo fatto questa scelta per guardare al futuro, nostro e dei nostri figli”. 
Le modifiche tuttavia ci sono e, ovviamente, non sono state fatte a caso: “Dal punto di vista formale – ha continuato il segretario – è cambiato il colore delle aste che si sono anche leggermente rimpicciolite, sono scomparsi i puntini: lo si è fatto non solo per rendere un po’ più ‘fresco’ quel simbolo, ma anche per evitare che, stupidamente, qualcuno ci ponesse un problema rispetto all'utilizzo di quel simbolo. Non è stato fatto e mi fa piacere, ma se qualcuno avesse messo in discussione questa nostra scelta, la prima domanda che avrei fatto sarebbe stata: perché non possiamo usare un simbolo che altri abbiamo deciso di accantonare?”. Alboresi non cita mai esplicitamente Ugo Sposetti, tuttora legale rappresentante di ciò che resta dei Democratici di sinistra, giuridicamente titolari del simbolo tradizionale del Pci: in effetti avrebbero potuto e potrebbero ancora contestare in qualche sede la scelta di nome ed emblema fatta da questo nuovo partito, ma le dichiarazioni rese da Sposetti al Fatto Quotidiano a maggio ("Se quando il loro simbolo verrà registrato sarà identico al nostro, faremo quello che dovremo fare. Purtroppo, se c’è qualche variazione sul simbolo non gli puoi dire nulla") lasciano immaginare che non ci saranno azioni legali.
Una volta ripreso e leggermente "rinfrescato" l’emblema storico, il Pci sta lavorando per la sua presenza capillare su tutto il territorio nazionale, sul piano organizzativo ma soprattutto elettorale: "Non credo sia sufficiente di per sé avere sulla scheda una falce e un martello – ammette Alboresi – diverse esperienze ci hanno dimostrato che così non è. Noi però vogliamo ovviamente presentare il simbolo del Pci, cui abbiamo deciso di ridare vita con l’assemblea costituente nazionale, e di presentarci con esso alle elezioni ogni volta che sarà possibile, perché siamo convinti che ci sia bisogno di far rivivere, prima ancora che il simbolo, le ragioni profonde dell’essere il Partito comunista italiano". Certamente non si tratta (ancora) della riunione sotto lo stesso fregio di tutti coloro che si ritengono comunisti: Rifondazione comunista rimane e probabilmente ha altre mire (guardare a Sinistra italiana, per esempio), il Partito comunista di Marco Rizzo continuerà per la sua strada così come vari altri soggetti politici. Il vecchio simbolo, tuttavia, è pronto per finire di nuovo sulle schede, con la convinzione che falce e martello non siano affatto arrugginiti.

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