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mercoledì 31 maggio 2017

Genova, simboli e curiosità sulla scheda

Come lo scorso anno, inizio a dare conto dei simboli presentati nei comuni più importanti tra quelli chiamati al voto l'11 giugno. Si inizia da Genova, test importante per varie ragioni. Da una parte, la mancata ricandidatura di Marco Doria rende molto interessante la battaglia tra l'aspirante primo cittadino del centrosinistra, Gianni Crivello, e quello del centrodestra, Marco Bucci; dall'altra, la nota disputa anche legale tra il MoVimento 5 Stelle e la vincitrice delle comunarie, Marika Cassimatis, poi finita con la presentazione di una lista autonoma da parte di quest'ultima e il simbolo ufficiale del M5S affidato al suo sfidante, Luca Pirondini, introduce un elemento di imprevedibilità nella competizione.

Arcangelo Maria Merella

Il primo candidato sindaco a essere stato sorteggiato è Arcangelo Merella, sostenuto da una sola lista, quella dei Ge9Si - SìAmo Genova (uno dei tanti casi in cui la parola "Siamo" è stata spacchettata tra l'affermazione e l'amore). Merella, assessore quando era sindaco Pericu e iscritto al Psi, partecipa con un progetto civico articolato in nove punti (come suggerisce il 9 inserito nel nome, chiaramente rivolto ai cittadini) e con una proposta in chiave costruttiva, più per dire dei "sì" che per una politica dei "no", ritenuta per troppo tempo padrona di Genova. E' riconoscibile, anzi, riconoscibilissimo il porto (addirittura con la gru), assieme ad altri segni notevoli come la Lanterna; i colori evidenti del simbolo sono quelli della città, anche se il grigio dello sfondo è un po' avvilente.


Paolo Putti

Secondo, nell'ordine di sorteggio, è risultato Paolo Putti, già consigliere del M5S, ma uscito dal MoVimento alcuni mesi fa per dar vita a una lista civica propria che - per le stesse dichiarazioni del candidato sindaco - intende puntare al ballottaggio. "Chiamami Genova" (virgolette comprese) è il nome scelto per un progetto che si pone in modo confidenziale, proiettato verso i cittadini, poco artificiale e molto vissuto (lo mostra anche la scelta della font manuale per scrivere il nome del comune). Nella lista, accanto a esponenti di Sinistra Italiana, Possibile, Rifondazione Comunista e altri fuoriusciti dal M5S, ci sono esponenti della società civile, come Sara Gallo, nipote di don Andrea, e Andrea Podestà, docente e saggista di musica d'autore.


Marco Bucci

Tocca poi al candidato del centrodestra unito occupare il terzo posto nel manifesto e sulla scheda. A sostegno di Marco Bucci, manager, amministratore delegato di Liguria digitale, sono state presentate cinque liste, il numero più alto in questo turno elettorale a Genova. La prima tra le liste sorteggiate è quella della Lega Nord, che utilizza come di consueto il suo simbolo tradizionale, con il riferimento al segretario Salvini nel segmento su cui sembra sostenersi Alberto da Giussano. L'emblema, peraltro, è personalizzato con la bandierina bianca con croce rossa della nazione Liguria, più evidente del "Sole delle Alpi", relegato in basso a destra.
La seconda lista della coalizione sarà quella di Fratelli d'Italia, anch'essa impegnata nel sostegno al candidato comune di centrodestra. Per l'occasione - e anche in altre città per questo turno elettorale - l'emblema è stato in parte modificato e, bisogna ammetterlo, non in meglio. In alto è rimasto il riferimento alla leader Giorgia Meloni, anche se è stata cambiata la font e ora la scritta è meno schiacciata ma meno spessa, un po' in contrasto con il nome. Il riferimento alla candidatura di Bucci sta nel segmento lasciato bianco (com'era avvenuto, per esempio, l'anno scorso a Roma proprio con Meloni), per cui la "pulce" di Alleanza nazionale è stata spostata in alto, sulle corde tricolori, proprio là dove doveva stare il nodo. Ma, a parte che il nodo non sporge nemmeno dalla parte della corda rossa (al punto che sembra essere stato tolto del tutto), l'emblema di An è ancora più piccolo rispetto al passato, al punto tale che il suo azzurro si confonde con quello dello sfondo. In queste condizioni, forse è meglio toglierlo del tutto...
Dopo Fratelli d'Italia, l'altro simbolo tradizionale sorteggiato è quello di Forza Italia, sul quale c'è davvero pochissimo da dire, anzi, quasi nulla: si tratta infatti della versione dell'emblema forzista inaugurata alle elezioni europee del 2014, con la bandierina classica a onde (senza ombre nel testo) e il solo cognome di Silvio Berlusconi. Non c'è altro in questo caso: non l'indicazione della città in cui si presenta la lista, non il nome del candidato sindaco (benché Bucci sia fortemente sostenuto da Giovanni Toti, uomo forte di Forza Italia nella regione di cui è presidente). Si dà quasi l'idea che per i dirigenti locali di Fi la lista sarà votata già solo per il suo simbolo. O così, forse, loro sperano.
Si incontra poi l'unica formazione realmente civica, almeno a guardare il simbolo, a sostegno di Bucci. Si tratta, per l'esattezza, della sua "lista personale", per la quale è stato scelto il nome - tra la profezia e la speranza - Vince Genova (per dire che il voto andrebbe a favore della città, prima ancora che del candidato): fondo arancione, scritte blu a prova di vista appannata (le dimensioni del cognome del candidato in questo cerchio battono ogni altro emblema inserito nella scheda); nel mezzo, una bandiera con la croce di San Giorgio - quella della Repubblica di Genova, per chi se lo fosse dimenticato - separa il nome della lista dall'indicazione del candidato, ma i bordi a doppia curva ricordano un po' la bandiera forzista. 
La coalizione a favore di Marco Bucci si completa con l'emblema composito della Lista Enrico Musso - Direzione Italia. E' ben identificabile - e occupa la maggior parte del contrassegno - il logo del partito di Raffaele Fitto, anche se il leone da bianco che era diventa azzurro, come se fosse presente in trasparenza, rischia di non essere percepito al meglio. La parte superiore del contrassegno, invece, è riservata alla Lista Musso - la prima parola è stata resa più evidente, come colore - che aveva corso nel 2012 e al quale si può in parte ricondurre anche l'elemento tricolore che separa le due aree (solo per la forma però, il colore è più legato a Direzione Italia). Musso, che si è legato al partito di Fitto, non è candidato, ma a quanto pare ha voluto dare continuità al suo impegno per la città.


Marco Mori

Dopo i simboli della coalizione a sostegno di Bucci, è stato sorteggiato il nome di Marco Mori, nato a Rapallo (quindi nemmeno troppo lontano). da poco meno di un anno segretario di Riscossa Italia - Euroexitpartito - rappresentato in Senato da Paola De Pin - che si può qualificare come "sovranista", anche se in generale intende ripristinare la piena applicazione della Costituzione così com'era stata scritta, abbandonando così l'UE, l'euro e l'ideologia e la pratica neoliberiste. Il simbolo è proprio quello nazionale, con il tricolore a forma irregolare su fondo giallo e cerchio interno azzurro in posizione eccentrica. Quello di Genova per Riscossa Italia è il primo appuntamento importante, per vedere in concreto che seguito può avere il progetto.


Marika Cassimatis

Praticamente a metà del manifesto e della scheda si colloca il simbolo della concorrente più discussa delle ormai prossime elezioni genovesi, Marika Cassimatis. Benché un'ordinanza del tribunale di Genova l'avesse in sostanza rimessa nelle condizioni di partecipare al voto con il M5S, la candidata ha scelto di correre comunque e da sola, con la Lista Cassimatis Genova. Si è già detto in passato che, ben lungi dal voler sfruttare un emblema simile a quello del MoVimento 5 Stelle, anche solo per quanto riguarda i colori (il giallo, è vero, c'è anche nel simbolo del partito di Beppe Grillo, ma è decisamente poco per parlare di copia), la lista Cassimatis scglie come proprio segno di riconoscimento una fenice, che più che dal fuoco e dalle sue ceneri sembra nascere dal mare di Genova abbastanza mosso.


Stefano Arrighi

Altra corsa solitaria, dopo quelle viste prima e continuando con l'analisi del manifesto elettorale, è quella di Stefano Arrighi, candidato sindaco espresso dal Popolo della Famiglia. L'emblema, manco a dirlo, è quello che dallo scorso anno abbiamo iniziato a veder spuntare alle amministrative delle grandi città (ma non solo). In particolare, sul simbolo c'è ancora la famiglia tradizionale (con tanto di madre vestita di rosa e di padre in blu), con due figli (vestiti nello stesso modo) che nel disegno sembrano contenti di essere lì buoni e cari, senza combinare marachelle o altri colpi di testa. Sarà merito dell'auspicio "No gender nelle scuole"?


Cinzia Ronzitti

Tutt'altra atmosfera si respira con l'emblema sorteggiato subito dopo, quello del Partito comunista dei lavoratori, che non poteva mancare a Genova: proprio di quella città, infatti, è originario il leader storico della formazione, Marco Ferrando. A sostegno di Cinzia Ronzitti c'è il simbolo consueto, con il globo blu sullo sfondo, la falce e il martello rossi in primo piano. La particolarità di queste elezioni, volendo, è di "arnesi" sulla scheda non ce ne sono altri: Ronzitti, infatti, è l'unica candidata a dirsi apertamente comunista, così come non ci sono altr* aspirant* prim* cittadin* con il sostegno di formazioni comuniste. Cinque anni fa, per dire, di coppie falce-martello se n'erano viste tre...

Giovanni Crivello

Al penultimo posto tra i candidati è stato sorteggiato Gianni Crivello, candidato del centrosinistra e assessore uscente alla protezione civile. La prima lista sorteggiata è A sinistra, che fa capo ad Articolo 1 - Mdp e a Genova che osa, esperienza politica generata dall'iniziativa del gruppo "giovane" di Rete a sinistra, vista alle regionali del 2015. E se il nome ricorda quello della lista presentata allora, altrettanto fa la struttura a tre colori e tendenzialmente curvilinea del contrassegno; questa volta, però, è ben riconoscibile la stilizzazione del "Grande Bigo" progettato da Renzo Piano per le Colombiadi del 1992, ispirandosi alla gru da carico e scarico dello stesso porto di Genova.
Segue poi quella che è facilmente identificabile come formazione personale dell'aspirante primo cittadino: Lista Crivello sindaco. La grafica è decisamente essenziale e poco fantasiosa, ma se non altro l'immagine che esce è pulita ed equilibrata: i colori sono quelli della città (e del Genoa), il carattere "bastoni" usato - un Franklin Gothic - è netto e chiaro per il lettore. Certo, con un look così scarno non c'è posto per un'identificazione territoriale o per dire - come l'entourage della lista fa sapere - che la compagine "rappresenta tanti mondi, professioni e competenze diverse" e si pone come "lista del fare, per Genova e il suo futuro". Se non altro, però, sa farsi riconoscere bene dagli elettori.
Terza delle quattro liste che sostengono Crivello è la civica Genova cambia, guidata da Simone Leoncini, presidente del municipio Centro Est e possibile candidato sindaco. Il simbolo si fa notare per l'uso accorto dei colori, tra rottura (soprattutto per l'arancione) e attenzione negli effetti (si guardi l'area campita di verde, a "onde sovrapposte"). Stranisce la font secondaria - Grilled Cheese, un po' da cartoon - utilizzata per l'espressione "lista civica", ma è molto più interessante l'hashtag #Noisindaco inserito in basso, con totale identificazione tra cittadini e amministrazione. Come nel simbolo di Ge9si, colpisce la sfilata dei segni territoriali di Genova, forse anche troppo affollata (la Lanterna, il Bigo, la stazione di Brignole, la fontana di Crosa di piazza De Ferrari, porta Soprana...), senza che ci sia spazio per dire che la lista, priva di tesserati di partito, si impegna soprattutto per il sociale e tutti i diritti civili.
Ultimo emblema della coalizione in appoggio a Crivello è quello del Partito democratico, anche in questo caso (come per Forza Italia) senza alcuna caratterizzazione personale e territoriale. Quello del Pd, dunque, è l'unico emblema di partito tra quelli schierati dal centrosinistra. Una scelta che in qualche modo colpisce, soprattutto considerando le parole dello stesso candidato sindaco: "Sono molti anni che non ho una tessera partito, orgoglioso di venire dal partito Comunista di Enrico Berlinguer che diceva: si può essere conservatori purché si conservino valori irrinunciabili della vita". Non vedere falci e martelli ma solo l'emblema dei dem, obiettivamente, un certo effetto lo fa.


Luca Pirondini

L'ultimo candidato estratto per i manifesti è Luca Pirondini. Perché alla fine, dopo tutto il caos delle settimane scorse legato alle comunarie annullate e finite in tribunale, il MoVimento 5 Stelle è comunque arrivato sulle schede della città di Beppe Grillo. E ci è arrivato con l'altra lista che era in gioco nella consultazione interna, unica rimasta disponibile dopo l'annullamento delle comunarie del 14 marzo e della perdita dei requisiti di candidabilità della lista guidata da Marika Cassimatis. Il simbolo tradizionale - ovviamente con la scritta "Movimento5stelle.it", come da votazione in rete - dunque è rappresentato dal candidato che Grillo avrebbe voluto. Toccherà agli elettori dire se la scelta è stata giusta.

lunedì 29 maggio 2017

La diaspora del socialismo italiano, una storia (simbolica) dolorosa

Le divisioni, le scissioni, le fratture sono da sempre un fenomeno doloroso, per la quantità di litigi, scontri, silenzi e accuse che portano con sé; quando, poi, la ripetizione di questo fenomeno tra i seguaci di un'idea politica è tanto frequente da permettere di parlare di una diaspora, è quasi inevitabile che un militante autentico, voltandosi e guardando tutta la strada lasciata alle spalle, provi per le ferite vecchie e nuove e per i compagni di viaggio persi una sensazione che varia dalla tristezza al dolore, fino alla rassegnazione, mitigata solo dalla ferma convinzione delle proprie idee.
Quanto detto vale per qualunque idea politica, dunque anche tra i socialisti d'Italia. Tra di loro si chiamano ancora "compagni", eppure è persino difficile tenere il conto delle scissioni e spaccature che hanno interessato quell'area politica. "Il socialismo non può morire: finché ci saranno ingiustizie nel mondo, ci sarà un socialista pronto a battersi contro di esse. Ma le organizzazioni umane, i partiti politici che nel corso della storia se ne sono intestati gli ideali, quelli sì, possono sgretolarsi". E' l'amara consapevolezza di Ferdinando Leonzio, classe 1939, già professore e da tempo emigrato in Slovacchia, che non ha mai perso l'interesse e la passione per la ricerca storica, anche locale (si è occupato a lungo del suo paese, Lentini). Autore di articoli per varie testate - tra cui Avanti! (cui continua a collaborare, di quando in quando, nella sua versione online) e L'Ora - ha scritto anche una decina di libri. L'editore siciliano ZeroBook ha da poco ripubblicato La diaspora del socialismo italiano, che di quella storia di cui Leonzio si sente pienamente parte cerca di raccontare le varie vicende, per quanto dolorose, con ottima volontà nel non voler smarrire il filo (ovviamente rosso, come si vede anche dalla copertina) che le lega tutte.
Leonzio, nel suo libro, parte da una considerazione: "Mentre un popolo, anche se diviso, conserva, in qualunque parte del mondo, i suoi immutati tratti etnici e culturali, le divisioni nel campo socialista hanno comportato mutamenti assai profondi nei diversi raggruppamenti che ne sono scaturiti". Il che, a ben guardare, è la smentita - altrettanto amara - dell'idea che la riunificazione sotto un'unica bandiera di tutti i movimenti socialisti rimasti sarebbe possibile e ridarebbe forza all'idea: "chi ha scelto la destra dello schieramento politico non può dirsi socialista se non forzando la Storia" sottolinea con risolutezza Leonzio, citando Turi Lombardo e Ottaviano Del Turco.
Non era strettamente questo il caso della prima, fragorosa scissione evocata nel libro, quella di Palazzo Barberini e datata 1947: da lì nacquero i socialdemocratici (prima come Partito socialista dei lavoratori italiani, poi come Partito socialista democratico italiano) e rimasero legati per oltre quattro decenni al loro sole nascente, anche se - secondo l'autore - Giuseppe Saragat e altri fuoriusciti "da destra", avendo un po' di pazienza, avrebbero potuto conquistare il partito senza indebolirlo uscendone.
Il volume di Leonzio, tuttavia, sceglie di concentrarsi soprattutto sulle fratture dell'ultimo quarto di secolo, seguite al terremoto politico generato - non solo in area socialista - dalle inchieste sulle tangenti. Se l'autore aveva già analizzato ancora più nel dettaglio quel periodo - concentrandosi soprattutto sulle varie figure che lo hanno animato - nell'ancor più monumentale lavoro dedicato a Segretari e leader del socialismo italiano (pubblicato sempre da ZeroBook), in questo caso la ricostruzione si focalizza soprattutto sulle diverse formazioni nate in seguito all'implosione del Psi, sciolto per inchieste, ma soprattutto per debiti. 
Il volume si fa carico, per ogni scissione, di ricostruire con buona precisione (corroborata dalla passione di chi, all'ideale socialista, non ha mai smesso di credere) il percorso che ha portato a ogni frattura o comunque alla nascita di una nuova formazione: ci sono date, dati legati ai congressi, alle elezioni e alla rappresentanza parlamentare, e naturalmente tanti nomi, alcuni ben presenti nella memoria, altri scoloriti e fissati dal'autore nel testo prima che svaniscano dal nostro ricordo. 
Lo stesso libro, tra l'altro, permette di ricordare che quella della diaspora socialista è stata (anche) una storia "simbolica": ogni volta che è stato possibile, Leonzio ha abbinato al racconto della fondazione di un nuovo partito o movimento l'inserimento del relativo simbolo e altrettanto ha fatto quando quelle compagini decidevano di cambiarlo o di modificarlo per le elezioni; fa piacere segnalare che l'autore ha indicato anche questo sito come fonte di quegli emblemi o per altre notizie legate alla diaspora socialista.
Il racconto di Leonzio si spinge fino a tempi recentissimi, fino al 2016 e ai nuovi soggetti nati negli ultimi anni (dai Riformisti italiani a Risorgimento socialista a Convergenza socialista), con l'amara constatazione che il tasso di litigiosità non era diminuito rispetto al passato, ma a differenza che nei decenni precedenti "nel 2015 si lavorava alla divisione dell'atomo, verso operazioni di cui forse i telegiornali non avrebbero neanche parlato".
Il presente, e anche il passato prossimo, sembra un tempo in cui il socialismo, assunto schietto, senza essere mescolato con altro, non va più di moda: "Sono rimasti in pochi, almeno in Italia, a definirsi semplicemente socialisti - rileva Leonzio verso la fine -. I più si dichiarano socialdemocratici, socialisti democratici, socialisti liberali, liberalsocialisti, socialriformisti. Come se il socialismo avesse bisogno di aggettivi!". L'autore, evidentemente, appartiene alla ristretta, ma convinta schiera di coloro che si definiscono "socialisti e basta", "semplicemente socialisti" (niente aggettivi) e che vorrebbero contare su un partito che non rinunci alla propria identità e, magari, accetti la sfida di concorrere alle elezioni con il proprio simbolo, che sia il garofano di ieri o le varie versioni della rosa di oggi. Tutto, in fondo, per Leonzio si riassume in un'antica frase di Pertini, in ogni caso ancora attuale: "I giovani non hanno bisogno di sermoni: hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo". Riguarda innanzitutto le persone, ma anche le formazioni in cui militano: presentarsi con il proprio nome e le proprie insegne, in fondo, è un grande esercizio di coerenza. 

mercoledì 24 maggio 2017

Forza Avezzano, il caso della bandierina sparita

Certe decisioni a volte si prendono a malincuore, ma lo si fa soprattutto per evitare grane di qualunque tipo; qualcosa di simile è accaduto, probabilmente, nei giorni scorsi ad Avezzano, centro importante della provincia aquilana. Sulla scheda elettorale, infatti, non ci sarà il simbolo di Forza Italia; ci sarà qualcosa che lo richiama, ma non troppo da vicino, perché un emblema più somigliante è stato cambiato all'ultimo minuto, prima ancora che le liste fossero depositate, per evitare di dover affrontare opposizioni e ricorsi.
Il problema, in effetti, si era manifestato già nelle settimane precedenti. A febbraio, infatti, i militanti locali di Forza Italia erano divisi al loro interno. Qualcuno riteneva opportuno appoggiare la candidatura di Gabriele De Angelis, per ottenere uno schieramento unitario di centrodestra; la condizione posta a tutti i potenziali alleati, tuttavia, era la rinuncia al simbolo ufficiale del partito, utilizzando lo strumento della lista civica. Questo non era gradito a un'altra fazione forzista, che a lungo ha cercato un altro candidato per una corsa autonoma (con tutti i rischi che ciò aveva, in termini di risultato elettorale), ma certamente riconoscibile: era questa la posizione, per esempio, di Paola Pelino, senatrice di Forza Italia di Sulmona.
L'11 marzo, tuttavia, la situazione si è fatta più delicata: da una parte, la stessa Pelino e il coordinatore regionale forzista Nazario Pagano avevano convenuto sull'opportunità di utilizzare un simbolo "civico" per "la specificità della competizione elettorale di Avezzano"; dall'altra, il consigliere regionale Emilio Iampieri e i consiglieri comunali uscenti Mariano Santomaggio e Vincenzo Ridolfi avevano scelto di sostenere De Angelis. Questo aveva provocato la protesta di Maurizio Bianchini, coordinatore locale di Fi, sostenitore della corsa con la tradizionale bandierina: visto il diverso orientamento dei vertici regionali e degli eletti locali del partito, lui si è dimesso da coordinatore, parlando di impossibilità di seguire "chiari percorsi politici, sacrificandoli all’altare dell’inciucio, della confusione e dell’interesse particolare".
Per mantenere comunque una certa riconoscibilità, si era deciso di presentare un simbolo civico molto simile a quello di Forza Italia. La lista, infatti, era stata chiamata Forza Avezzano e il nome si trovava proprio sulla bandierina forzista, al posto del nome tradizionale, con in basso l'indcazione del candidato sindaco. In qualche modo l'emblema sembrava andare incontro alle esigenze di riconoscibilità manifestate dalla senatrice Pelino (diventata commissaria del partito), senza compromettere del tutto le richieste di De Angelis, che puntava ad aggregare più forze possibili senza insegne di partito. 
Qualcosa però non dev'essere andato liscio, visto che il 12 maggio è stato lo stesso coordinatore regionale forzista Pagano a disporre la sostituzione del contrassegno, alla vigilia del deposito delle candidature (prima dunque che intervenisse in qualunque modo la sottocommissione elettorale circondariale). I giornali hanno parlato di "timore di possibili ricorsi", anche se non era ben chiaro chi avrebbe potuto farli, visto che a decidere era l'autorità che aveva competenza sul simbolo a livello locale, come da statuto.
Sta di fatto che è sparita la bandierina, ma il nome è rimasto, bianco su fondo azzurrino; peraltro, "Forza Avezzano", con tanto di striscia tricolore tra le parole giusto per non perdere i riferimenti politici nazionali, abbandona il carattere Arial per prendere l'Helvetica, proprio come il simbolo forzista tradizionale. Certo, il potere evocativo della bandiera era decisamente maggiore, ma il riferimento al partito di Berlusconi non sfugge a un occhio abbastanza attento. E se questo fa dormire sonni tranquilli, al riparo dai ricorsi, ben venga.

sabato 20 maggio 2017

Movimento animalista, marchio nuovo, nome vecchio

Se facciano sul serio non si sa, se ci sia l'idea di proporsi davvero agli elettori sulle schede non è ancora dato sapere. Per ora accontentiamoci di sapere che da oggi tutti gli italiani hanno appreso dell'esistenza del Movimento animalista, fondato da Michela Vittoria Brambilla e che ha come primo socio (co-fondatore) Silvio Berlusconi. 
Non si tratta, a dire il vero, del primo soggetto politico animalista, anche se di solito si è trattato di formazioni diffuse soprattutto a livello locale (mentre gli ambientalisti avevano raggiunto ben altre dimensioni). Nessuna di queste, tuttavia, ha potuto annoverare tra i fondatori un ex Presidente del Consiglio. Non stupisce allora che la presentazione, all'Istituto dei Ciechi a Milano, abbia visto inevitabilmente prevalere l'attenzione per le parole di Berlusconi rispetto a quelle di Brambilla. Al di là della promessa di appoggio incondizionato in futuro ("A quello che farete come forza politica saremo vicini e come Fi sosterremo le vostre proposte di legge", con un uso sapiente del "voi" e del "noi" che fa subito capire che, in ogni caso, il "capo" non sarà mai candidato sotto la nuova insegna"), merita di essere analizzato almeno in breve il resto. 
Sapere che "una famiglia su due in Italia ha animali di affezione" basta all'ex capo del governo per dar credito a un sondaggio ("effettuato su un campione di 2mila") in base al quale, "se alle prossime elezioni si presentasse un movimento per la difesa dei diritti degli animali e dell'ambiente avrebbe il 20%": da lì Berlusconi, come un novello incrocio tra Liedholm (che peraltro nel 1987 fu cacciato dal Milan proprio dal Cav, un anno dopo il suo arrivo alla presidenza) e Oronzo Canà, ha sentenziato che "secondo questi dati" agli animalisti spetterebbero "160 deputati e 63 senatori" (con il Consultellum, il Rosatellum o con altri sistemi a noi ancora sconosciuti?) e che, pur non essendo "così tanti", avrebbero potuto "inviare in Parlamento un nucleo compatto per combattere da dentro le vostre battaglie di civiltà". 
Tutto pronto, insomma, per la lotta agli "allevamenti intensivi per le mucche, i maiali e le galline" (che fanno inorridire l'ex presidente) e per cercare un'alternativa alla sperimentazione sugli animali; non poteva mancare un riferimento sacro, che stavolta ha pescato dal repertorio di madre Teresa ("Se amerete gli animali come meritano vi accorgerete di essere più vicini a Dio") e all'immagine del (mancato) presidente bucolico, che di mattina passeggia nel parco di Arcore circondato dagli animali che, in un'esplosione d'amore, si baciano tra loro.
Al di là degli scherzi, che Brambilla pensasse da tempo a un soggetto politico animalista è facile da scoprire: il 28 febbraio 2013, infatti, ha depositato quattro domande di registrazione come marchi dell'espressione "Movimento animalista" e delle sue varianti "Movimento animalista ambientalista", "Movimento italiano animalista" e "Movimento animalista italiano"; tutte e quattro le richieste, peraltro, sono state rifiutate (non è dato saperne i motivi). La domanda di marchio relativa alla grafica del Movimento animalista, invece, risale giusto a tre giorni fa.
Certo, il risultato finale lascia un po' perplessi: il tricolore (sbilenco) di fondo è seminascosto dalle sagome bianche bordate d'azzurro di un cane (che non somiglia a Dudù), di un gatto (almeno così pare) e di un uccello, unica figura che farebbe escludere - per evidenti ragioni tecniche - il paragone con un adesivo da auto del tipo "Animali a bordo". Il nome scritto - in Bodoni - sulla fascetta azzurrina in primo piano, poi, non potrebbe mai finire così sulle schede, visto che le istruzioni del Viminale obbligano a contenere tutti gli elementi del contrassegno all'interno della circonferenza. Il movimento politico dedicato c'è, il fondatore famoso pure, i sondaggi a suo favore anche. Ma chi lo spiega agli amanti degli animali di ogni colore che devono votare per Bramblla, anche se prima votavano Forza Italia, Pd, 5 Stelle o - magari - avrebbero riservato a tutti i politici giusto le gabbie dei peggiori canili, riservando tutte le loro cure agli amici a quattro zampe?

Morciano di Romagna, simboli in evoluzione

Si era votato per l'ultima volta nel 2014 a Morciano di Romagna, comune di poco più di 7mila abitanti in provincia di Rimini; eppure, tra i comuni che torneranno alle urne tra meno di un mese c'è anche quel piccolo centro, dopo che un'indagine delicata ha portato alle dimissioni del sindaco uscente (al secondo mandato) Claudio Battazza: era stato sostenuto nel 2009 e nel 2014 da una lista di centrosinistra, Morciano futura, ma era finito agli arresti domiciliari (poi revocati) per una vicenda legata ad alcuni atti delle sue due esperienze amministrative. Benché non poche persone gli avessero chiesto di restare, Battazza ha confermato le sue dimissioni, aprendo la sfida per la successione.
Anche senza di lui, la lista in ogni caso è rimasta e torna sulle schede, a sostegno della candidatura di Evi Giannei; rispetto alle due tornate precedenti, tuttavia, anche il simbolo è stato rinnovato, soprattutto nei colori (anzi, tutto il fondo viene colorato di rosso e azzurro, suddiviso come fosse il Tajitu). Al centro c'è sempre un elemento grafico che ricorda il "Colpo d'ala al vento", importante monumento dello scultore Arnaldo Pomodoro (nativo di Morciano), tra gli emblemi principali del paese. La stilizzazione ovviamente non è fedele (anche nell'arcobaleno cromatico utilizzato), ma non lo era nemmeno quella tendente al verde del vecchio emblema del 2009, per lo meno della sua versione definitiva: c'è chi ricorda ancora che in quella originale - presentata agli elettori prima di depositare le liste - il richiamo grafico al Colpo d'ala era molto più esplicito, ma Pomodoro fece capire di non essere molto d'accordo (forse per evitare di colorare politicamente la sua opera), per cui si dovette correggere il disegno in fretta e furia, facendo nascere quello strano elemento geometrico. 
Se Morciano futura ha innovato la propria immagine, anche le grafiche delle altre liste sono frutto in qualche modo di un'evoluzione, anche se il simbolo non lo mostra direttamente. Si prenda, ad esempio, il centodestra che si presenta sotto le insegne di Morciano Viva, con un paesaggio più tradizionale, che mostra i monumenti principali del centro abitato; quel profilo, tra l'altro, sembra avere base su uno dei ponti tradizionali eretti sul Conca (il fiume che caratterizza quelle quelle terre), mentre sulla superficie dell'acqua si riconosce una striscia tricolore, resa irregolare dallo scorrere dell'acqua, ma in ogni caso ristretta nella "luce" di una sola campata.
Più che concentrarsi sul simbolo, qui merita di essere segnalato il fatto che il nome della lista era apparso più o meno un mese prima, anche se in quella fase non si parlava (ancora) di una lista alle elezioni: un'associazione, infatti, aveva scelto di chiamarsi proprio Morciano viva, esperienza di cui la lista rappresenta in effetti la continuazione. La grafica che era stata scelta, tuttavia, non è stata trasfusa in alcun simbolo elettorale e, a ben guararla, non sembrava nemmeno particolarmente identitaria: si trattava semplicemente delle iniziali minuscole del nome scelto, fuse tra loro e tinte dei colori dell'iride, con un minimo di resa tridimensionale e abbondanza di sfumature. 
Terza lista in corsa è quella del MoVimento 5 Stelle, che ovviamente a sostegno del proprio candidato Guido Ripa schiererà l'emblema depositato come marchio, essendo queste le regole indefettibili interne al MoVimento. Nelle settimane precedenti al deposito della lista (quando ancora era indicato come aspirante primo cittadino Leonardo Mariani, comunque tea i candidati consiglieri), tuttavia, la certificazione da parte dello staff di Beppe Grillo non era ancora cosa certa e sulla pagina Facebook di Morciano di Romagna in MoVimento era apparso un emblema ben diverso da quello attuale, forse senza reale intenzione di presentarlo alle urne: all'interno della circonferenza rossa c'era proprio l'immagine reale del già visto "Colpo d'ala al vento" di Pomodoro, mentre sotto figurava il nome del comune, nella stessa posizione in cui di solito è scritto Movimento5Stelle.it. La certificazione, ovviamente, ha fatto comparire il simbolo ufficiale del M5S, lasciando che il monumento fosse presente solo sul simbolo della lista dell'amministrazione uscente.

Grazie a Ivan Tagliaferri per le informazioni utilissime che mi ha fornito

venerdì 19 maggio 2017

Mondovì, troppa gente "in comune" (e con gli stessi colori)

Quando una commisione elettorale chiede a una lista di sostituire un contrassegno, non è assolutamente una cosa grave: non è certo una decisione irreparabile e a volte bastano piccole modifiche per salvare la partecipazione alle elezioni. In altri casi, bisogna ammetterlo, la questione è più delicata, specialmente quando oggetto della contesa è un simbolo di partito o un emblema che gli somiglia molto: chi viene invitato a sostituirlo, non di rado, si sente limitato nei propri diritti, come se gli si impedisse di identificarsi con quel particolare fregio e di presentarsi agli elettori sotto quelle insegne (anche se, a volte, l'unico vero dispiacere riguarda i voti che la perdita del simbolo non riuscirebbe a intercettare).
A volte, peraltro, capita che le somiglianze si abbiano anche con riguardo a simboli dalla portata interamente locale. E' quello che è accaduto nei giorni scorsi a Mondovì, comune superiore della provincia di Cuneo, governato da una giunta di centrodestra, con un sindaco - Stefano Viglione - giunto alla fine del suo secondo mandato. Tra le liste a sostegno della sua candidatura c'era anche Fiducia in comune, lista civica che è stata ripresentata anche questa volta, in appoggio alla candidatura di Donatella Garello. I suoi sostenitori, tuttavia, avevano lamentato la comparsa, all'interno della coalizione che sosteneva l'avversario Paolo Adriano, di un'altra civica denominata Ideali in comune
Il nome piuttosto simile e il fatto che fosse scritto in giallo su fondo blu, simile all'azzurro di Fiducia in comune (e anche in quel caso con i riflessi di luce), aveva scatenato le proteste dei i rappresentanti della lista del centrodestra: "Copiare o presentare simboli che possano confondere l'elettore - avevano scritto in una nota - non è consentito dalla legge. Al fine di tutelare la riconoscibilità del nostro simbolo e con essa la regolarità del voto, abbiamo chiesto alla commissione di pronunciarsi in merito". Per stare sul sicuro, il gruppo ha anche fatto in modo di essere il primo a depositare la lista, per tutelarsi anche attraverso la regola del "chi prima arriva meglio alloggia"; la commissione elettorale, in effetti, ha chiesto alla lista a sostegno di Adriano di modificare l'emblema per eliminare il rischio di confondibilità.
La reazione di Ideali in comune, mediante il suo promotore Ignazio Aimo, è stata soft, ma netta: "Si sostiene che i simboli delle due liste siano facilmente confondibili. E’ vero, non lo neghiamo. Ma da parte nostra non vi era certo la volontà di copiare il lavoro degli altri. A un certo punto pareva che la lista Fiducia in Comune non si sarebbe presentata. Era già nostro intento utilizzare i colori blu e giallo, peraltro tra i più diffusi nelle campagne elettorali. Così abbiamo lavorato su un simbolo che comprendesse quella gradazione cromatica. Chi vuole speculare su quest'aspetto, lo fa solo in malafede". 
Dopo il primo pensiero di "sostituire il giallo e blu con una scritta bianca su sfondo verde", si è alla fine optato per una scritta blu su fondo azzurrino sfumato; se cromaticamente non c'è più alcuna somiglianza, l'espressione "Lista civica" è stata portata in alto come nell'emblema che appoggia Garello, così come è stato aggiunto il riferimento al candidato sindaco. "Nonostante siamo ancora convinti che l’elettorato fosse stato pienamente in grado di distinguere i due simboli - ha detto Aimo dopo la sostituzione dell'emblema - abbiamo preferito apporre delle modifiche cromatiche, così come suggerito dalla Commissione. Restituiamo al mittente le insinuazioni di tutti coloro che hanno voluto speculare su una faccenda di semplice opportunità tecnica. Abbiamo sentito parlare di tutela della regolarità del voto e dell’elettorato come se fossero state accertate delle irregolarità. Se qualcuno pensa di fare propaganda elettorale sulle spalle degli altri si sbaglia di grosso".
Archiviata la polemica cromatica, dunque, a Mondovì la campagna elettorale può proseguire con più calma, verso l'apertura delle urne. Tanto, è pur sempre "in comune" che si dovrà finire.

Verso il "Grande Nord" di Bernardelli (che però è già un marchio da 5 anni)

Che tra leghisti, ex leghisti e altri esponenti del Nord potesse muoversi qualcosa e ci fosse giusto qualche giorno da aspettare, lo si è appreso con discreta certezza il 15 maggio. In quel giorno, infatti, AdnKronos ha battuto un lancio in cui si dava conto di un evento previsto per il 27 maggio - tra otto giorni dunque - in cui sarebbe stato presentato un nuovo movimento politico, voluto da Roberto Bernardelli. Il nome non è e non può risultare nuovo ai veri drogati di politica: imprenditore da sempre, ora soprattutto nel settore alberghiero, e politico per passione, è stato deputato della Lega Nord tra il 1994 e il 1996 e consigliere regionale in Lombardia dal 2000 al 2005, ma prima aveva contribuito a fondare il Partito pensionati e in seguito ha legato il suo nome a varie formazioni politiche di impronta autonomista (a partire dalla Lega Padana Lombardia) e contrarie all'Euro (No Euro con Renzo Rabellino). 
Il 27 maggio, dunque, presso l'Hotel dei Cavalieri di Milano - appunto di Bernardelli - sarà svelata la grafica del nuovo movimento, che dovrebbe chiamarsi Grande Nord. Dopo aver fondato l'associazione "Far tornare grande il Nord", infatti, Bernardelli il 3 aprile ha depositato come marchio un disegno la cui descrizione ufficiale è la seguente: "un cerchio diviso in due sezioni da un tratto ondulato, con la scritta gialla 'Grande' nella parte superiore di colore verde, e la scritta verde 'Nord' in quella inferiore, di colore bianco". Allegata alla descrizione c'era anche un'immagine, che è quella riportata in alto; non è detto che nel frattempo il disegno non abbia subito cambiamenti, ma tra otto giorni sarà il momento di rendersene conto.
E' ovviamente interessante leggere Bernardelli che - sempre nel lancio di AdnKronos - assicura "Il mio movimento? Non sarà la 'Lega 2: la vendetta', questo è sicuro", annuncia che alla giornata i proponenti avranno soprattutto il compito di ascoltare la gente che lavora, ci saranno "persone che hanno avuto esperienze politiche, ma non politici di professione"; incuriosisce leggere che in quel giorno (e al laboratorio di idee "Le Officine del Nord") ci saranno ex leghisti di lungo corso come Marco Reguzzoni (già capogruppo alla Camera) e l'ex sottosegretaria Francesca Martini, così come non mancheranno ex aderenti al Carroccio fondatori di altri movimenti simbolicamente rilevanti, come Fabrizio Comencini (Liga Fronte Veneto - Liga veneta Repubblica), Giulio Arrighini (Progetto Lombardia, Unione padana) e Angelo Alessandri (Io cambio, dopo essere stato presidente della Lega bossiana e segretario nazionale dell'Emilia). L'attenzione non poteva essere che tutta per la presenza di Umberto Bossi: per Bernardelli "Il Senatur è molto interessato al nostro progetto e il 27 sarà con noi", anche se AdnKronos immagina che il fondatore della Lega non pensi comunque a lasciare il suo partito. 
Mentre si attende di sapere quale sarà la "proposta di una raccolta firme che farà molto male ai partiti, li ridimensionerà parecchio" annunciata da Bernardelli, sorge però spontaneo un dubbio: al di là dell'evento del 27, riuscirà l'albergatore milanese a utilizzare indisturbato il suo Grande Nord? La domanda è legittima, dopo avere scoperto che il 6 luglio 2012 l'Ufficio italiano brevetti e marchi aveva accolto e registrato una domanda di marchio presentata poco meno di un anno prima per il simbolo Grande Nord. A presentarla era stato Pippo Fallica, tra i fondatori nel 2010 di Forza del Sud con Gianfranco Miccichè e, l'anno dopo, di Grande Sud. La grafica del simbolo è esattamente la stessa dei due partiti precedenti e il deposito della domanda di marchio segue di un mese e mezzo quello relativo a Grande Sud e di sei mesi quello della domanda per Forza del Sud, sempre con l'ex sodale di Micciché che figura come titolare.
Ora, potrebbe Fallica - che, in base alle ultime notizie reperite in rete, nel 2015 era finito assunto come dipendente del gruppo Pd all'Assemblea regionale siciliana, pur restando di Forza Italia ... ora chissà dov'è? - lamentarsi con Bernardelli e impedirgli di usare quel nome? E' pur vero che Grande Sud è da tempo confluito in Forza Italia e, per giunta, non risulta che il Grande Nord di Fallica sia mai stato usato; il titolo di registrazione, tuttavia, è ancora valido. Va ammesso che "Grande Nord" può essere considerato una espressione di magnificazione generica ottenuta con due parole di uso comune, per cui potrebbe rientrare tra i marchi "deboli", tutelati essenzialmente dall'imitazione pedissequa: in questo caso la grafica è evidentemente diversa, ma non sono mancati casi in passato in cui il solo nome simile a quello di altre associazioni ha indotto i partiti a modificare il nome (si veda Diritto e libertà di Massimo Donati, prima di contribuire al Centro democratico di Tabacci). In ogni caso, per il momento (e fino a eventuali rimostranze di Fallica), Bernardelli può continuare tranquillo a pensare come far tornare grande il Nord...

giovedì 18 maggio 2017

Uniti per Rieti, un emblema di ispirazione egiziana?

Negli anni si sono sprecate interpretazioni non coincidenti sulle (poche) norme di legge che regolano l'ammissione dei contrassegni elettorali, in particolare sul concetto di confondibilità e sulla sua traduzione in pratica; solo negli ultimi anni, per dire, si è precisato che, tra le varie cose, il simbolo non deve imitare marchi registrati (ovviamente senza il consenso dell'avente diritto). Ma che succede se a essere imitato, più o meno consapevolmente, è il simbolo di un'associazione o comunque di un ente straniero? Se lo è chiesto qualcuno nei giorni scorsi a Rieti, dopo che sulla testata Rietinvetrina è apparsa una segnalazione, in base alla quale un emblema che correrà alle prossime elezioni sarebbe incredibilmente simile a quello di un'associazione egiziana.
La lista in questione è Uniti per Rieti, una delle nove formazioni in appoggio alla candidatura a sindaco di Antonio Cicchetti. Nel cerchio si vedono, al centro, tre figure umane stilizzate a forma di V (per enfatizzare le braccia), disposte l'una accanto all'altra e tinte in modo da comporre il tricolore, mentre al di sopra si vede una "mezzaluna" celeste; a chiudere il cerchio in alto c'è il nome, in basso due elementi color amaranto, simili a fiamme o a mani stilizzate.  
Tutto bene? All'apparenza sì. Almeno finché tale Marco Rossi ha segnalato a Rietinvetrina che l'emblema della lista di cui ci si sta occupando sembra essersi ispirato quasi per intero "a quello di un’Associazione egiziana - si legge nel sito - che mira allo sviluppo di una provincia che si trova vicino alle sponde del Nilo, precisamente quella del villaggio di Sheikh Issa nel centro meridionale di Qena". Le differenze, obiettivamente, non sono molte: il verde al posto del nero nella sagoma umana di sinistra, l'amaranto al posto del verde nelle mani/fiamme in basso, la mancanza dell'arco celeste in alto e - ovviamente - l'inserimento in un cerchio e la parte testuale; per inciso, sempre stando a quanto ha scritto la testata online, la frase riportata nell'emblema egiziano significherebbe "Il nostro futuro nelle nostre mani".
Ora, a discolpa almeno parziale di chi ha disegnato il simbolo per la lista di Cicchetti bisogna dire che quella forma di sagoma umana stilizzata è tutto meno che rara nella grafica elettorale: il primo esemplare che viene in mente è questo emblema usato nel 2015 ad Albano Laziale; se le figure sono tre, può venire naturale tingerle coi colori della bandiera. Certo è che gli elementi di somiglianza sono davvero troppi per parlare solo di coincidenze. Può essere semplicemente che i responsabili della lista si siano affidati interamente a chi si è occupato della grafica, non potendo conoscere eventuali "ispirazioni": chissà se farà piacere ai candidati sapere a cosa somiglia il loro simbolo...

mercoledì 17 maggio 2017

"Sostituite Forza Schiappa", polemiche a Mondragone

Volendo stilare una classifica dei casi più singolari in cui si siano imbattuti i funzionari delle varie commissioni elettorali, rientrerà certamente nella Top Ten un caso verificatosi a Mondragone, comune superiore in provincia di Caserta. Tutto ruota attorno alla ricandidatura del sindaco uscente, Giovanni Schiappa, eletto nel 2012 al primo turno, sostenuto da Pdl, Nuovo Psi e tre liste civiche. Nel tentativo di cercare la propria rielezione, Schiappa ha cambiato l'intero parco liste: lo sostengono sempre cinque formazioni, ma nessuno dei simboli finiti sulla scheda un lustro fa vi tornerà tra meno di un mese. Uno dei nuovi emblemi, tuttavia, è finito al centro di una polemica che ha tenuto banco per alcuni giorni.
Il sindaco uscente, infatti, aveva scelto di contrassegnare una delle sue liste con l'emblema Forza Schiappa, chiaramente ricavato modificando il simbolo presentato da Forza Italia alle elezioni europee del 2014, sostituendo "Italia" con "Schiappa" e "Berlusconi" con "Mondragone". Tutto bene? Non troppo, visto che la citata commissione elettorale ha chiesto di sostituire l'emblema. Si è saputo poi che lo stesso organo aveva ricevuto un'istanza presentata da una lista concorrente, Pronti per Mondragone, formazione civica di centrodestra a sostegno - all'interno di una coalizione civica più ampia - dello sfidante Virgilio Pacifico: il gruppo riteneva che quella di Schiappa fosse una vera e propria mistificazione, non avendo egli titolo politico (prima ancora che giuridico) per utilizzare quell'emblema.
Il problema, a quanto si capisce, sarebbe di doppia natura. Da una parte Pronti per Mondragone, nella sua istanza, aveva lamentato la confondibilità del simbolo di Forza Schiappa con quello notoriamente usato da Forza Italia (rappresentato in Parlamento), ritenendo che l'emblema locale fosse stato "graficamente concepito, per grandezza dei caratteri, grafica utilizzata e qualità cromatiche, per indurre l’elettorato a credere" che la lista facesse riferimento a Fi, mentre il gruppo in questione "nulla ha a che vedere con detta formazione politica". Posto che in seguito l'istanza chiedeva anche che la lista fosse caducata perché le firme erano state raccolte con un simbolo diverso (ma questo non segue la prassi comune: di solito è ovvio che le firme raccolte per un emblema si trasmettono anche al simbolo sostitutivo), la questione della lista che "nulla ha a che vedere" con Forza Italia evidentemente fa emergere un'altra questione.
La lista istante, infatti, non ha dimenticato che Schiappa, eletto nel 2012, già nel 2013 aveva avviato una collaborazione con gli eletti del Partito democratico (ma per gli avversari si è trattato di un vero "ribaltone"). Il legame sarebbe proseguito fino a questa campagna elettorale: i dem locali, infatti, sostengono Schiappa con una propria lista, Democratici per Mondragone, senza dunque il simbolo nazionale del Pd (che pare non sia stato concesso da chi di dovere).
Diversa, prevedibilmente, la posizione di Schiappa: "Certamente il sindaco è di Forza Italia - spiegano dal suo entourage - anzi, poteva contare pure sul consenso a usare sia il simbolo ufficiale che quello creato appositamente per Schiappa. Ed aveva scelto di presentare il secondo, più attinente alla consultazione locale e rispettoso degli alleati che già governano con lui la città al di là delle parti". Lo staff ricorda vari precedenti di personalizzazione dell'emblema alle amministrative e accusa gli avversari di avere la memoria corta e di avere instaurato un confronto poco civile.
Certo, un richiamo della Commissione dev'esserci stato, diversamente non ci sarebbe stato alcun bisogno di sostituire l'emblema: non è dato sapere se sia stata ravvisata confondibilità o se mancasse il documento che delegava la lista all'uso del simbolo di Fi. In ogni caso, il simbolo è stato modificato "per evitare ogni possibile strumentalizzazione e per stroncare sul nascere ogni polemica", a dispetto della rivendicata legittimazione a usare la bandierina forzista. La denominazione "Forza Schiappa" è rimasta (e chissà se sarebbe davvero piaciuto a Forza Italia vedere associato il proprio logo a una frase che - non si sapesse che Schiappa è il cognome - oggettivamente non suonerebbe come un complimento), ma ora sormonta "una barca a vela che solca il mare di Mondragone. Il mare della nostra città - spiegano ancora dal gruppo di Schiappa - simboleggia la trasparenza che abbiamo sempre perseguito nel nostro impegno politico e amministrativo. Le vele spiegate sono la speranza di continuare a navigare per il rinnovamento e il rilancio di Mondragone con la forza dei nostri valori, vento e motore della nostra coalizione". Ci vorrà meno di un mese per sapere dove portino il vento e le vele; la polemica, intanto, si sta spegnendo, senza essere dimenticata del tutto. 

martedì 16 maggio 2017

Italia sovrana, il piano B di Salvini e Meloni? (prima che si rivelasse un gioco scambiato per realtà)

N.B. Questo articolo è frutto di un mio errore di valutazione, per aver ritenuto verosimile un simbolo che, in realtà, era totalmente prodotto della fantasia di un collaboratore della pagina Facebook Sinistra Cazzate Libertà. Alla fine dell'articolo - che lascio intatto, come era stato scritto all'inizio - darò conto, come è giusto, di cosa è accaduto.

Manca ancora l'ultimo atto - ossia il congresso - in casa della Lega Nord, ma la vittoria schiacciante di Matteo Salvini alle "primarie" del Carroccio rafforza ulteriormente la sua linea all'interno del partito. Una linea che consegna defintivamente al passato i "lunedì di Arcore" e l'immagine di "una Lega che chiede alleanze a Berlusconi con il cappello in mano". E se i rapporti di forza e i numeri per un eventuale voto con sistema maggioritario suggerirebbero di non chiudere del tutto il dialogo con l'ex Presidente del Consiglio, è innegabile che la forza politica parlamentare con cui la nuova Lega ha una maggiore affinità è Fratelli d'Italia.
Che tra i partiti guidati da Salvini e da Giorgia Meloni siano da tempo in atto tentativi di cammino comune non è un segreto. Che all'inizio di aprile si fosse parlato con una certa insistenza - dopo le indiscrezioni di Il Giornale e della Stampa - di una formazione sovranista unitaria a trazione Salvini-Meloni (con nome e simbolo allo studio) è cosa nota. Naturalmente allora i francesi non avevano ancora scelto Macron come nuovo presidente: l'idea che Marine Le Pen potesse vincere le elezioni poteva aver incentivato certe idee, poi messe da parte dopo l'esito delle presidenziali. Eppure, che qualcuno nell'entourage dei due leader sovranisti avesse realmente pensato a un progetto alternativo a una corsa unitaria del centrodestra sarebbe dimostrato da uno dei simboli circolati in privato nelle settimane scorse e che I simboli della discordia sceglie di mostrare.
Il nome ipotizzato, Italia sovrana, è lo stesso che personlmente avevo provato a immaginare in aprile per l'eventuale soggetto elettorale allo studio. La lettura grafica della bozza circolata è piuttosto semplice: la struttura di base è quella del simbolo di Noi con Salvini, con il fondo blu sfumato, la leggera circonferenza bianca interna e la "lunetta" in cui doveva trovare posto il nome della città alle amministrative. Oltre alla sostituzione del nome (con un'inversione dei colori tra alto e basso, ma si mantiene una font molto simile alla precedente, probabilmente Segoe UI Black), si nota l'aggiunta di una lunetta anche in alto, così da creare gli spazi per inserire due simboli: in alto la statua leghista di Alberto da Giussano, in basso la fiamma tricolore con base trapezoidale che fu del Msi e che nel 2015 Fratelli d'Italia si è fatta assegnare stabilmente dalla Fondazione An.
Proprio la presenza della fiamma, in realtà, fa pensare che questo emblema sia stato concepito essenzialmente in ambienti vicini al Carroccio (come, del resto, suggerirebbe l'uso del logo di Noi con Salvini come base): è noto che Meloni e una parte non trascurabile del partito non vedrebbero negativamente la dismissione del vecchio fregio, mentre per i leghisti Alberto da Giussano è da sempre irrinunciabile. Di certo, se la conservazione di entrambi i segni potrebbe far convergere gli elettori della Lega e di Fdi sul nuovo soggetto politico, la loro riduzione - rispetto all'imponenza del messaggio trasmesso dal nome - potrebbe attirare l'interesse di altre persone, soprattutto tra coloro che per il momento sono rimasti in Forza Italia e sono delusi dall'attuale corso berlusconiano (o vi sono entrati da poco, dopo anni di militanza difficile e poco fruttuosa in piccoli partiti di destra). 
Nell'ipotesi in cui si vada di nuovo verso un sistema maggioritario basato sulle liste (e non sulle coalizioni), magari con la previsione di un secondo turno aperto alle forze che abbiano superato una certa soglia, sarebbe interesse soprattutto della Lega preparare un "piano B" rispetto alla lista unitaria di centrodestra (con tutte le difficoltà del caso per trovare un simbolo che soddisfi tutti): se dal partito di Berlusconi arrivassero richieste considerate inaccettabili, a partire dal noto della leadership, il contrassegno sovranista concepito in "zona Salvini" potrebbe davvero tornare utile per costruire una proposta omogenea, che convinca gli elettori (specie i "forzaleghisti", bersellianamente parlando) e punti al secondo turno. 

lunedì 15 maggio 2017

Meno firme, più digitali: una proposta per tutelare la democrazia (e i simboli)

La proposta di testo base per le modifiche alla legge elettorale, curata dal presidente della I commissione di Montecitorio Andrea Mazziotti, non ha mancato di suscitare un certo dibattito in questi giorni. Lo ha fatto essenzialmente per quanto prevede a proposito della formula elettorale (con l'estensione al Senato di ciò che resta dell'Italicum, introducendo in entrambe le Camere l'elezione nel collegio con la minor cifra elettorale di lista in caso di capilista multieletti), ma si sarebbe dovuto parlare a fondo anche di un'altra importante innovazione, circa la raccolta delle sottoscrizioni a sostegno delle candidature: da una parte il testo propone di ridurre decisamente il numero di firme di elettori necessarie, dall'altra consentirebbe la raccolta digitale delle stesse, senza bisogno che le sottoscrizioni così ottenute siano autenticate.  
In questo sito mi è capitato spesso di parlare di striscio, come argomento connesso a quello dei simboli, di questioni legate alla raccolta delle sottoscrizioni per le candidature. Il tema, però, non è affatto secondario, per chi si occupa delle elezioni e di chi vi partecipa. Capire la ragione è facile: più è severa la selezione all'ingresso (più sono gravosi, dunque, i requisiti in tema di firme), più il numero dei contrassegni potenzialmente presenti sulla scheda elettorale si riduce.

Mortalità simbolica: esistere e non poter essere votati

Si pensi alle elezioni politiche (e, in misura minore, a quelle europee), che prevedono prima la presentazione dei contrassegni e due settimane dopo il deposito delle candidature, coi relativi documenti: nelle bacheche del Ministero dell'Interno finiscono molti emblemi, ma solo una parte riesce ad arrivare alla valutazione degli elettori. Per rappresentare il fenomeno, quattro anni fa avevo elaborato un parametro ad hoc (utilizzato in un contributo pubblicato dalla rivista Nomos del prof. Fulco Lanchester e in un intervento al seminario 2013 della Società italiana di studi elettorali): con "indice di mortalità simbolica" mi riferii alla percentuale dei simboli depositati, ma non utilizzati per contrassegnare candidature. Il destino accomuna i pochi emblemi depositati per precauzione (senza la volontà di utilizzarli, ma per evitare che altri se ne approprino) ai molti che, invece, si vorrebbero sottoporre agli elettori, ma non godono del numero di sottoscrittori richiesto per legge: si può dire, con un po' di approssimazione, che più la percentuale è alta, più nella società esistono istanze e proposte su cui gli elettori non possono esprimersi, perché non sono sottoposte loro.
Qualche numero illustra le dimensioni del fenomeno: nel 2013 il 57,1% dei contrassegni ammessi non è finito sulle schede: quasi 3 su 5. Non è stato il dato peggiore, ma neanche il più confortante: nel 1987 e nel 1992, ultimi anni di vigenza del sistema proporzionale, il tasso di mortalità simbolica toccò il 38% e (all'apice della crisi del sistema) il 57%; nel 1994, con l'introduzione del Mattarellum, l'indice scese al 48,7%, nei due appuntamenti successivi (2001 e 1996) risalì al 68,9%; l'adozione del Porcellum nel 2006 fece calare la mortalità al 56,9%, ma nel 2008 si toccò l'apice, a oggi imbattuto, del 73,4%. Leggendo questi dati (raramente inferiori al 50%), emerge come l'istituto della raccolta delle firme abbia effettivamente reso ardua la partecipazione alle elezioni alle forze politiche minori, specie a quelle di nuova costituzione. 

Semplificare il quadro o creare figli e figliastri? 

E' vero che le sottoscrizioni (all'inizio unico sistema previsto per identificare chi era legittimato a presentare candidature) dopo la diffusione dei partiti sono servite a dimostrare che la singola forza politica aveva un seguito minimo in un certo territorio, per cui i suoi candidati avevano un certo grado di serietà; è altrettanto vero, però, che negli anni la raccolta firme ha subito una mutazione genetica, da strumento di semplificazione ragionevole a mezzo di esclusione irragionevole.
Se, infatti, già negli anni '60 importanti studiosi come Giuseppe Ferrari facevano notare che il numero di sottoscrizioni richiesto per le elezioni politiche sembrava troppo basso per poter garantire davvero la serietà di tutti i concorrenti, a partire dalla metà degli anni '70 i partiti presenti in Parlamento hanno fatto proprio l'opposto. Considerando quelle operazioni elettorali preparatorie come una fatica da evitare, hanno introdotto le prime ipotesi di esenzione dalla raccolta firme, essenzialmente per agevolare il ritorno alle Camere dei gruppi maggiori rispetto alle formazioni minori o nate da poco; quando poi, specie a partire dalla fine degli anni '90, i partiti hanno preso atto della loro sempre minore presenza ed organizzazione territoriale, hanno previsto sconti generalizzati sul numero di sottoscrizioni, allargando però di molto (in certi periodi) il numero dei soggetti esentati, includendovi anche partiti di dubbia consistenza. Le percentuali di mortalità simbolica (e di non rappresentanza delle istanze) viste prima, in altre parole, avrebbero potuto essere ancora più alte se partiti e partitini non si fossero in parte semplificati la vita.

Miracolati e disgraziati di oggi

La disciplina attualmente in vigore per la Camera dei deputati prevede che in ciascun collegio per presentare una lista si debbano raccogliere tra le 1500 e le 2000 firme di cittadini iscritti alle liste elettorali di quello stesso territorio (il numero si dimezzerebbe se le Camere venissero sciolte con oltre 120 giorni di anticipo rispetto la scadenza naturale); sono sollevati dall'onere della raccolta delle sottoscrizioni, tuttavia, i partiti costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all'inizio della legislatura e quelli che rappresentino minoranze linguistiche che alle ultime elezioni abbiano avuto almeno un seggio, nonché - solo per le prime elezioni dopo l'entrata in vigore dell'Italicum - i partiti costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 1° gennaio 2014. 
Al momento, dunque, l'esenzione riguarderebbe certamente il Pd, il MoVimento 5 Stelle, la Lega Nord, i partiti delle minoranze linguistiche Svp, Union valdotaine, Patt e Stella alpina, nonché soggetti politicamente non più esistenti come Scelta civica (l'esenzione potrebbe trasmettersi a Cittadini per l'Italia o è stato fondato come nuovo partito?) e il Popolo della libertà; a questi partiti vanno aggiunti, solo per questa legislatura, anche Forza Italia, Sel (che però è soggetto diverso da Sinistra Italiana), Nuovo centrodestra (esenzione probabilmente girabile ad Alternativa popolare, ove si sia trattato di semplice cambio di nome) e Fratelli d'Italia. Vista la storia recente del Parlamento e le precedenti interpretazioni di norme simili, tuttavia, è possibile che cerchino di ottenere la deroga anche il Psi (essendo parte del nome di un gruppo più ampio al Senato, per il quale altri componenti non avrebbero interesse ad avere la deroga) e Democrazia Solidale (come sostanziale continuatore del gruppo Per l'Italia, alla fine del 2013 presente in entrambe le Camere), mentre sarebbe pressoché impossibile rivendicare un'esenzione attraverso il gruppo Gal del Senato. 
Basta questo, a ben guardare, per capire che l'istituto della raccolta firme, così come nel tempo si è evoluto (o, meglio, involuto), non appare più equo. Perché i fondatori di Articolo 1 - Mdp, partito appena costituito e presente come gruppo in entrambi i rami del Parlamento, dovrebbero dannarsi a raccogliere 1500 firme in ogni collegio alla Camera, quando invece qualcuno potrebbe presentarsi alle elezioni senza firme spolverando i vecchi emblemi di Scelta civica o del Pdl (al limite presentandoli come miniature nei loro contrassegni, visto che lo stratagemma della "pulce" era stato creato da Roberto Gremmo quando ancora non erano state dettate norme sui "contrassegni compositi")? Anche Possibile, Civici e innovatori, Ala e i Centristi per l'Europa potrebbero sentirsi non a torto sfavoriti (per ragioni diverse) rispetto ad altri soggetti, perché loro dovrebbero raccogliere le firme.

Una proposta di buon senso, anche se non basta

Stando così le cose, sarebbe da salutare con favore la proposta fatta da Mazziotti attraverso il testo base e maturata anche grazie ai suoi colloqui con Riccardo Magi (Radicali Italiani). Rendere più accessibile la candidatura a un numero maggiore di soggetti permetterebbe a un sistema di base proporzionale di fotografare in modo più fedele il quadro delle istanze diffuse tra il popolo, senza privilegiare coloro che sono entrati in Parlamento nel 2013 o senza penalizzare coloro che hanno esercitato il loro legittimo diritto di recedere dal partito con cui sono stati eletti. Allo stesso tempo, consentire la sottoscrizione in forma digitale permetterebbe di eliminare una buona parte dei problemi legati alle firme false (contro cui, per dire, i radicali si sono sempre battuti) e ci costringerebbe a colmare il ritardo disastroso con cui l'Italia da spazio a tecnologie altrove acquisite da tempo.
Certo - come ho sottolineato a Magi ancora prima che parlasse con Mazziotti - queste proposte sarebbero soltanto una prima parte dei passi da compiere per rendere la fase delle candidature realmente equa. Per prima cosa sarebbe necessario superare definitivamente il sistema delle deroghe: tutti i partiti - a prescindere dalla loro presenza in Parlamento - dovrebbero raccogliere (anche digitalmente, ovvio) un numero contenuto di firme, purché siano tutte regolari e si perseguano con durezza i falsi; questo dovrebbe accompagnarsi, però, a un maggior controllo sulle autenticazioni, evitando che a queste possano provvedere ancora i semplici consiglieri comunali (vera fonte, negli anni, di un numero imprecisato di episodi tra l'illecito, l'oscuro e l'imbarazzante).
Vero è che queste innovazioni (quelle proposte da Mazziotti e quelle suggerite da me) potrebbero non piacere ai partiti maggiori di oggi, non proprio entusiasti all'idea di allargare troppo la competizione ad altri concorrenti potenzialmente in grado di arrivare al 3% o, comunque, di sottrarre voti. Personalmente, però, resto convinto che la strada suggerita da Mazziotti e da Radicali italiani sia quella giusta: perché la democrazia sia genuina, occorre aprire le porte, non socchiuderle. Del resto, finire sulla scheda elettorale non è un lasciapassare per i seggi di Montecitorio o Palazzo Madama: i partiti e i cartelli elettorali rimasti fuori dalle Camere nel 2008 e nel 2013 hanno imparato a loro spese che gli elettori, all'occorrenza, sanno chi buttare fuori dal gioco. Ma se qualcuno non lo si fa nemmeno partecipare, come si fa a decidere di non votarlo?