sabato 21 dicembre 2019

Lega Nord: il congresso straordinario, lo statuto, il simbolo e le idee

Certe date, a loro modo, rimangono impresse e si conquistano un posto magari non nella storia, ma nella cronologia degli eventi notevoli. In quella della Lega Nord certamente la giornata di oggi, 21 dicembre 2019, sarà ricordata come quella del congresso federale straordinario svoltosi questa mattina a Milano, all'hotel Da Vinci, principalmente per modificare lo statuto del partito. L'assise di oggi segna un punto importante nella storia iniziata ufficialmente dall'8 al 10 febbraio 1991 all'hotel Ripamontidue di Pieve Emanuele, al primo congresso della Lega Nord (anche se ufficialmente la data del primo statuto del Movimento politico federalista Lega Nord post congresso è il 25 febbraio, ma il movimento con quel nome era stato costituito il 4 dicembre 1989). 
Sia chiaro, nessun funerale del Carroccio forgiato da Umberto Bossi nel 1991, con alle spalle la storia della Lega Lombarda (costituita giuridicamente a Varese il 12 aprile 1984) e della Liga Veneta (al punto tale che proprio Bossi ha potuto dire, intervenendo dal tavolo della presidenza, "Oggi non si chiude nessun partito. Alcuni giornalisti che si sono fermati a parlare chiedevano: oggi è il funerale della Lega? Col cazzo il funerale, è il funerale per gli altri! Non c'è nessun funerale alle porte"; magari s'inizierà a discutere, "ma le discussioni sono normali in un un partito"). Il soggetto giuridico "Lega Nord per l'indipendenza della Padania" (la denominazione è rimasta intatta) continuerà a esistere; è assai probabile, tuttavia, che ad agire e a presentare candidature d'ora in avanti sia soltanto l'altro soggetto esistente dal 2017, cioè la Lega per Salvini Premier. Vale la pena, tuttavia, cercare di analizzare l'intero contenuto della giornata di ieri, per raccogliere i punti salienti di questa trasformazione, che per molti è un nuovo inizio.


Perché modificare lo statuto?


Nel suo discorso di stamattina, Roberto Calderoli ha dato alcune indicazioni utili per capire la ragione di un congresso straordinario, motivato principalmente dalla necessità di modificare lo statuto: una riforma studiata per un paio d'anni "guardando punti e virgole con estrema attenzione" dalla commissione statuto (Calderoli ha citato come componenti Aldo Morniroli, Alessandro Panza, Lorenzo Fontana, Andrea Manzoni) e con il supporto di avvocati e docenti universitari. E non stupisce affatto che sia stato Calderoli a illustrare le modifiche, come responsabile federale organizzativo, ma soprattutto per la sua consolidata esperienza in materia: "Con questo sono quasi trent'anni che mi occupo di statuti e di regolamenti del movimento", ha esordito scherzando, ma non troppo, soprattutto pensando alle critiche che il regolamento congressuale aveva ricevuto nei giorni precedenti, soprattutto in materia di ammissibilità di interventi e modifiche allo statuto ("i regolamenti che abbiamo usato per oggi sono gli stessi che abbiamo usato anche in precedenza: se andavano bene prima continueranno ad andare bene anche oggi").
Per Calderoli la riforma statutaria aveva innanzitutto ragioni concrete organizzative, senza voler in alcun modo concludere la storia della Lega: "Lo statuto che noi andiamo a modificare oggi, tranne che per interventi molto parcellari, è figlio del 2002 e di una Lega che era al 3,98%", mentre oggi il partito supera ampiamente il 30%, risultato che il vicepresidente del Senato attribuisce al lavoro e alla presenza di Matteo Salvini. In quasi vent'anni "sono cambiati i contenuti e gli obiettivi, è cambiato tutto il contorno". Soprattutto, sul piano elettorale la Lega è diventato un partito nazionale. C'è molta concretezza nelle parole di Calderoli: "Lo voglio dire con tutto il cuore rispetto a coloro che hanno nostalgia della Lega Nord: due terzi dell'elettorato in Italia sono al centro e al sud, quindi se noi vogliamo cambiare veramente le cose dobbiamo prendere il voto anche di quella parte del Paese, perché se tu non arrivi a livello dalla guida del Paese tu le cose non le puoi cambiare". Se il responsabile organizzativo ha accettato l'etichetta di partito "sovranista" ("i termini che finiscono per "-isti" non mi piacciono mai, ma se questo vuol dire la difesa dei nostri confini, dei nostri diritti a livello europeo a livello internazionale, viva anche il sovranismo"), ha rivendicato soprattutto quella di partito "popolare", ma ha preso atto che i contenuti sono cambiati "e la scatola che è il nostro Statuto non corrisponde più" alle esigenze del movimento. 
A chi rilevava che sarebbe stato sufficiente aggiungere allo statuto della Lega Nord le nazioni equivalenti alle nove regioni italiane ora non contemplate nella geografia leghista, Calderoli ha opposto altre ragioni, più formali di quelle precedenti ma mosse da bisogni altrettanto concreti: "Bisogna anche ricordarsi i processi, le sentenze e i sequestri a cui siamo stati sottoposti". Qui è evidente il riflesso della cd. "vicenda Belsito", con conseguente richiesta di restituzione da parte della Lega Nord di quasi 49 milioni di euro, risorse pubbliche relative ai "rimborsi elettorali" erogati negli anni 2010-2012, a causa della presentazione di rendiconti irregolari riferiti agli anni 2008-2010 (irregolarità che, se emerse a tempo debito, avrebbero portato alla sospensione dei finanziamenti). Per Calderoli la questione non è affatto chiusa: per lui se qualcuno si è impossessato di risorse della Lega Nord e le ha impiegate in modo illegittimo avrebbe dovuto restituirle, invece "alla Lega sono stati contestati e sequestrati tutti i rimborsi elettorali a cui abbiamo avuto diritto"; ha poi lamentato una differenza di trattamento rispetto al caso della Margherita (anche se, non disponendo di tutte le carte della vicenda, non si può dire con certezza che le due dinamiche siano state sovrapponibili, cioè che anche nel caso della Margherita ci siano stati bilanci "truccati"). Anche per questo, il responsabile organizzativo federale ha annunciato che il partito intraprenderà comunque altre strade di natura giudiziaria per evitare che la confisca del denaro sia eseguita, in particolare interpellando la Corte di giustizia dell'Unione europea e la Corte europea dei diritti umani, ritenendo che vi sia almeno un caso simile a quello della Lega ma con esito del tutto diverso (con tanto di "restituzione del 'maltolto', tra virgolette"). 
Proprio la scelta di rivolgersi ad altre giurisdizioni, tuttavia, è tra le ragioni che impongono alla Lega Nord di continuare a esistere: perché il partito possa eventualmente non dover (più) restituire i 49 milioni in forza di una sentenza, deve sopravvivere e difendere la propria posizione. In più, com'è noto, a settembre gli avvocati della Lega Nord hanno raggiungo un accordo con la Procura di Genova, per cui la restituzione della somma sarà graduale, rateizzata in versamenti di 100 mila euro ogni due mesi: per onorare l'impegno "come il buon padre di famiglia fa" (parole di Calderoli), la Lega Nord deve continuare a esistere giuridicamente, anche se di fatto si tratta di un impegno lungo ottant'anni. In questi giorni da più parti - "sardine" comprese - si è fatta balenare l'idea che la Lega Nord, dopo la trasformazione statutaria, dopo poco tempo venga messa in liquidazione, per arrivare in sostanza a non pagare i debiti; la situazione, tuttavia, sarebbe difficilmente percorribile per il partito - a prescindere dalla sua permanenza all'opposizione o da un suo eventuale arrivo al governo - soprattutto per l'attenzione mediatica cui è inevitabilmente sottoposto.  
Se però è certo che la Lega Nord (r)esisterà, Calderoli ha chiarito ciò che è chiaro da oltre due anni: "vi devo dire che c'è l'esigenza di avere due soggetti giuridici diversi e quindi avremo la Lega Nord e la Lega per Salvini Premier". Al di là della sua funzione giuridica, già ricordata, la Lega Nord continuerà a esistere anche come soggetto politico "e sarà collegata comunque a un gruppo parlamentare di riferimento". In queste parole di Calderoli è emerso il ruolo identitario di quella formazione originaria: "sarà il custode e il detentore di trenta, quasi quarant'anni della nostra storia e io credo che quel valore identitario sia enorme".


Come cambia lo statuto? (primi cenni)

Chiarite le ragioni che hanno reso necessario intervenire sullo statuto della Lega Nord, Roberto Calderoli è passato a illustrare le principali innovazioni statutarie, ispirate al principio di semplificazione: alla base ci sono i contenuti essenziali dello statuto di un partito, richiesti dall'art. 3, comma 2 del decreto-legge n. 149/2013, così come convertito dalla legge n. 13/2014. Proprio il responsabile organizzativo federale ha ricordato il percorso che oggi è necessario perché il partito sia "riconosciuto" e possa godere, tra l'altro, delle provvidenze pubbliche (a partire dal 2 per mille o dei vantaggi fiscali legati alle donazioni): per l'accesso alle risorse occorre essere rappresentati in Parlamento, ma prima occorre rispettare le condizioni richieste dalla legge. "Abbiamo la necessità di semplificare le cose: tutto quello che nello statuto è obbligatorio per legge continua a esistere; tutto quello che non è obbligatorio per legge cessa di esistere". 
Un'analisi puntuale dello statuto modificato della Lega Nord sarà possibile solo avendo a disposizione il testo completo (alcune agenzie e testate lo hanno ottenuto, ma non sembra prudente affidarsi ai loro pur meritori articoli), quindi la si rinvia; ci si basa qui essenzialmente su ciò che ha notato Calderoli nel suo intervento. Innanzitutto alcune figure, organi e articolazioni non figurano più nello statuto, con una soppressione di fatto (cariche come il responsabile organizzativo federale - cioè il ruolo di Calderoli stesso - o il responsabile del tesseramento, organi come la segreteria politica); lo stesso può dirsi per le organizzazioni territoriali delle varie Leghe nazionali vengono soppresse, "ma - ha sottolineato Calderoli - è nella disponibilità della singola nazione, col beneplacito ovviamente del Consiglio federale, mantenerle o meno a seconda delle esigenze di quel territorio".  
Restano invece il congresso federale, il consiglio federale, il presidente federale, il segretario federale, il comitato amministrativo federale (di cui fa parte l'amministratore federale che assumerà la rappresentanza legale del partito), il comitato disciplinare e di garanzia, la commissione statuto e regolamenti (Calderoli ha segnalato anche la persistenza del responsabile del trattamento dei dati personali, che invece per Francesco Saita di Adnkronos non sarà più previsto). Il segretario federale avrà "un ruolo politico e per quello che riguarda la composizione delle liste elettorali" (mentre, come sottolinea Adnkronos, non gli toccherà più riscuotere "i finanziamenti pubblici ed i rimborsi elettorali per la Lega Nord", né esprimere "un parere vincolante sulle candidature alle cariche elettive esterne"), ma durerà in carica cinque anni e non più tre, "per non continuare troppo spesso a congressi elettivi"; quanto al presidente federale, già prima espressamente identificato in Umberto Bossi, non si dice più - è sempre Saita a precisarlo - che "promuove, con ogni idoneo mezzo, l'identità padana in collegamento con il Parlamento della Padania e di intesa con il Consiglio Federale" né ha più il potere di convocare il congresso in caso di impedimento o dimissioni del segretario federale. Calderoli ha segnalato invece, tra le modifiche "puntuali", la riduzione dei membri di diritto del congresso: "oggi per fortuna i numeri, tra consiglieri regionali, deputati, sindaci di capoluoghi di provincia e presidenti di provincia sono diventati forse fin troppi, quindi bisogna riequilibrarli rispetto alla componente elettiva".
Tra tutte le modifiche sottoposte all'approvazione del congresso, tuttavia, due sono state identificate come "principali" dallo stesso Roberto Calderoli: innanzitutto il superamento dell'incompatibilità tra qualifica di Associato ordinario militante della Lega Nord e l'iscrizione a qualunque altro partito o movimento politico, con la possibilità per la Lega Nord di riconoscere come affini altre forze politiche che ne condividano fini e obiettivi, così da permettere ai militanti di iscriversi anche ad altri partiti riconosciuti da parte della Lega; secondariamente, la facoltà per il consiglio federale di concedere il simbolo della Lega Nord "ai fini elettorali, in tutto o in parte, alle nazioni regolarmente costituite ai sensi del presente Statuto, nonché ad altri Movimenti politici le cui affinità con gli obiettivi di Lega Nord". Alberto da Giussano, dunque, senza cambiare padrone, potrebbe essere ufficialmente utilizzato anche da altri soggetti, in particolare dalla Lega per Salvini premier (si vedrà poi come).
Il congresso di questa mattina riguardava soltanto la Lega Nord, ma Calderoli ne ha approfittato per tracciare anche parte del cammino futuro della Lega per Salvini premier, partito che, come si diceva, è stato fondato alla fine del 2017: lo stesso vicepresidente del Senato (che il 3 novembre 2017 appunto aveva costituito da solo l'omonima componente del gruppo misto a Palazzo Madama) ha qualificato se stesso come uno "dei cinque kamikaze" che hanno costituito il soggetto politico (gli altri dovrebbero essere Giulio Centemero, Giancarlo Giorgetti, Lorenzo Fontana e, ovviamente, Matteo Salvini) e ha precisato che "in contemporanea sono nate 9 associazioni regionali che coincidono con le regioni del centro e del sud". Dopo il congresso di oggi, caduto il divieto della doppia tessera, partirà anche per la Lega Salvini premier il tesseramento per i soci ordinari militanti per tutto il territorio nazionale, presupposto per far nascere altre 13 associazioni (già previste dallo statuto) relative alle "nazioni" che oggi compongono la Lega Nord, cosa che finora non era possibile proprio per il divieto di doppia tessera. Calderoli ha segnalato che non ci sarà alcun automatismo nell'associazione ai due partiti: "chi era o è socio della Lega Nord può diventare socio e anche militante della Lega Salvini premier, ma lo dovrà chiedere, non c'è nulla di dovuto e nulla di obbligatorio"; peraltro nei regolamenti si farà in modo che la militanza accumulata nella Lega Nord sia valida anche nella Lega per Salvini premier, riconoscendo in pieno il percorso storico e politico di ciascun militante. Esperiti questi passaggi, si potranno celebrare i congressi nei vari livelli territoriali, fino a quello federale.


Bossi, la Lega, il simbolo (e la non-questione delle firme)

Le modifiche statutarie sono state approvate intorno alle 12 e 20: al voto per alzata di mano, chiamato dal presidente del congresso Giancarlo Giorgetti, l'approvazione è risultata unanime risulta che siano state approvate all'unanimità dai presenti (che probabilmente erano più dei 126 congressisti, accreditati alle 10 dalla Commissione verifica poteri presieduta da Alessandro Panza, responsabile organizzativo nazionale della Lega Nord). Tra gli interventi che si sono succeduti in mattinata, era particolarmente atteso quello di Umberto Bossi, fondatore e presidente federale. Al di là del primo - e molto ripreso - riferimento alle "sardine", a suo dire troppo facilmente liquidate dalle parole di chi lo aveva preceduto ("Non sono una cosa da poco o superficiale, sono una mossa intelligente perché crea una spinta sociale e lo avevamo fatto anche noi, quando chiedevamo l'indipendenza: il palazzo spontaneamente non dà niente, per cui bisogna essere forti politicamente, avere tanti parlamentari e avere una spinta sociale molto forte al di fuori"), Bossi si è concentrato su altri punti rilevanti per tracciare un ritratto della Lega Nord tra passato, presente e futuro.
"La Lega - ha affermato - non era, non è un partito come gli altri, basato sulle differenze sociali; è una forza identitaria, ha puntato sull'identità e quindi sull'appartenenza, due concetti che saranno indispensabili per l'uomo almeno per i prossimi mille anni"; lo stesso Bossi ha segnalato come la Lega delle origini (allora Lombarda) fosse stata favorita anche dalla reazione a vari fatti di cronaca nera avvenuti negli anni '70 in Lombardia - in particolare i rapimenti di Emanuele Riboli a Buguggiate e di Cristina Mazzotti vicino a Erba -per cui ci si ribellò al soggiorno obbligato dei mafiosi nei paesi del Nord e si creò la spinta sociale di cui si diceva. Una spinta che ha portato a risultati, "anche se dobbiamo ammettere che sull'economia non siamo riusciti a ottenere niente", ma non è tempo di arrendersi: "Siamo qui per vincere, andiamo di nuovo all'attacco e Matteo Salvini è uno di quelli che vogliono combattere ancora", con l'idea di "battere il centralismo e fare in modo che il paese sia davvero democratico (qui si è inserita la considerazione, pluricitata e criticata, in base alla quale "Aiutare anche il sud è giusto, perché se non li aiuti poi straripano qui; è un po' come l'Africa, che non è stata aiutata e ci arriva tutto addosso. Prevenire con scelte giuste e sagge fa in modo che stiano meglio loro e anche noi"). 
In questo senso, si capisce perché Bossi abbia rifiutato, nel modo che gli è proprio, l'idea del funerale della Lega Nord, che per lui è diventata casomai "il partito nazionale dei popoli del Nord": una definizione che cerca di tenere insieme tutte le fasi della storia, in un equilibrio per nulla facile. Quanto alle modifiche statutarie, per Bossi il congresso "nella sostanza chiede solo una cosa, la possibilità di avere il doppio tesseramento, tutto lì, essere iscritti alla Lega Nord e alla Lega per Salvini, questo glielo possiamo concedere". E che "i popoli del Nord" - e, pur senza dirlo, il gruppo dei fondatori - per Bossi abbiano ancora un'importanza cruciale, alla pari della base originaria, è emerso chiaramente dalla frase che segue e dai suoi toni: "Oh, siamo noi che concediamo, non è Salvini che ci impone: lui non può imporci un cazzo, diciamolo con franchezza, e non penso che voglia imporci qualcosa, le cose imposte non funzionano". 
Col doppio tesseramento, insomma, "non salterà il mondo" e non si corre il rischio dello snaturamento. Qui si è innestata l'altra questione cruciale, quella del simbolo, che peraltro ha dato adito a dubbi e incomprensioni. Non sono mancate infatti varie letture in base alle quali Bossi avrebbe detto che, per ottenere il simbolo leghista, Salvini avrebbe dovuto raccogliere le firme: in realtà non è affatto così. Se si riascoltano le parole di Bossi - rilanciate da molti siti in vari spezzoni filmati - si sente che ha detto esattamente queste parole: "Salvini, per il partito che sta facendo, vuole avere la possibilità del simbolo della Lega per non dover raccogliere le firme: non ho niente particolarmente in contrario", aggiungendo che era d'accordo nel dare un aiuto a Salvini, che "si è dimostrato almeno coraggioso". 
Con spirito molto pragmatico, dunque, Bossi ha subito ricondotto la richiesta di Matteo Salvini, tradotta in nuove norme statutarie, alla possibilità di trasmettere l'esenzione dalla raccolta firme alla Lega per Salvini premier, considerando che le liste che hanno ottenuto seggi alle elezioni politiche del 2018 sono quelle della Lega Nord: in questo senso, non stupisce che Bossi possa aver acconsentito alla concessione del simbolo. In effetti è probabile che, più che per poter avere l'esenzione dalle firme (che potrebbe essere data, a legge vigente, dalla semplice esistenza di un gruppo parlamentare con lo stesso nome in entrambe le Camere: in fondo il nome, dall'inizio, è sempre stato "Lega - Salvini premier"), la concessione del simbolo serva a non far presentare più liste (anche) alla Lega Nord, ma soltanto alla Lega per Salvini premier, con ciò che ne consegue in termini anche economici; questa supposizione sarà però meglio sviluppata non appena si disporrà del testo dello statuto.


Identità e sovranismo per il futuro

Se, per Umberto Bossi, "il prossimo congresso sarà sulle idee del futuro", è molto probabile che al centro ci saranno anche le riflessioni contenute nell'intervento programmatico di Paolo Becchi, ordinario di filosofia del diritto presso l'Università degli Studi di Genova, già noto per essere stato dal 2013 al 2016 accostato al MoVimento 5 Stelle, mentre negli ultimi tempi si è occupato soprattutto di sovranismo. Al di là dell'incipit, che ha quasi la forma della captatio benevolentiae ("Questo è il mio primo a un congresso di partito, spero non sia l'ultimo!"), Becchi è stato incaricato da Matteo Salvini di dimostrare la mancanza di fondamento delle tesi in base alle quali "chi parla oggi di nazione passa per uno xenofobo, chi parla di stato lo fa solo per infangare il buon nome dell'Unione Europea, chi parla di sovranismo è un fascista; nazioni e stati sovrani non hanno più ragione di esistere in Europa, chi rivendica una maggiore autonomia nazionale è un pericolo per la democrazia".
La persistenza in Europa di lingue diverse, di "popoli che rivendicano il senso della loro appartenenza e che anzi la sentono maggiormente a causa dei flussi migratori incontrollati", di nazioni (come la Catalogna o la Scozia) che rivendicano l'indipendenza o - pensando a Brexit - di Stati che vogliono sottrarsi ai meccanismi dell'UE per Becchi non ha nulla di nazionalista, fascista o nazista: "l'Europa dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dello stalinismo si è trasformata in un impero neoliberale a guida franco-tedesca formato da Stati molto eterogenei tra loro che, entrando a farne parte, erano obbligati ad astenersi dall'intervento dello Stato nelle proprie economie; la moneta unica era parte integrante di questo progetto". La risposta a questo pensiero tuttora dominante sarebbe proprio "il nuovo sovranismo" di cui parla Becchi, un ordine politico che non può prescindere dagli stati nazionali, naturale reazione nei confronti di "un'Europa che ha perso lo spirito delle sue origini" e a cui i popoli non vogliono più sottostare: si tratterebbe di applicare il modello della "differenza tra le identità", non quello della "identità delle differenze", per cui ogni territorio è popolato da esemplari di "un cittadino globale identico".
Insiste Becchi sul concetto di sovranismo, pur se ritenuto da più parti "malfamato", lasciando da parte l'idea simile, ma non sovrapponibile, di sovranità. Se il concetto di stato sovrano, che sul proprio territorio ha il monopolio della forza legittima, si è costituito tra l'XI e il XV secolo, per poi essere teorizzato da pensatori come Jean Bodin e Thomas Hobbes, si era di fronte a "un'idea assolutistica di sovranità", oltre che - alla Bossi - centralistica. In alternativa, Becchi ha proposto un'altra concezione, sulla scorta del pensiero di Johannes Althusius: per lui "lo Stato non nasce da un contratto da individui singolarmente considerati", ma dall'unione di "entità territoriali più piccole che si federano tra loro, conservando gran parte della loro autonomia"; una "sovranità debole", insomma, che nulla ha a che vedere con i nazionalismi del '900. 
Quanto all'Italia, se per Becchi in Mazzini si fusero concettualmente l'idea di nazione e quella di Stato centrale sovrano, il federalismo di Carlo Cattaneo rimase ai margini; il suo disegno, tuttavia, non disconosceva i valori della nazione, ma li interpretava diversamente. Per Cattaneo "popoli diversi, vale a dire le diverse popolazioni che componevano l'Italia, potevano decidere di unirsi e dar luogo ad una federazione nazionale: da questa sarebbe scaturito lo Stato", senza arrivare alla sovranità nazionale "eliminando le piccole patrie". 
Sovranismo e federalismo, dunque, per il filosofo del diritto sarebbero strettamente connessi: falliti i modelli centralistici e assolutistici di sovranità, occorre ripensare a quel concetto e allo stesso principio di sussidiarietà, per cui "sono sempre gli enti locali ad essere titolari, almeno in linea di principio, dei poteri e che saranno essi a delegare allo Stato l'esercizio di alcune funzioni fondamentali", senza che ci siano concessioni del livello superiore a quelli inferiori. Tutto ciò senza disconoscere "un'eredità preziosa" del pensiero liberale: il riconoscimento della libertà individuale, "indispensabile per una società decente". 
Quanto al rapporto tra Italia e Unione Europea, secondo Becchi "oggi in Italia abbiamo ceduto la nostra sovranità senza aver neppure discusso le condizioni di una tale cessione": ciò sarebbe frutto prima dell'intervento della Corte costituzionale (con la "sentenza Granital" del 1984), in base alla quale, attraverso una lettura estensiva dell'art. 11 della Costituzione (nella parte in cui consente le limitazioni della sovranità nazionale "necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni"), "la sovranità dallo Stato italiano si sarebbe autolimitata nel senso di lasciare che in determinate mattine la competenza ad emanare norme spetti soltanto all'Unione e noi dobbiamo sottometterci a quello che l'Unione decide"; successivamente si è fatto perno sulla modifica dell'art. 117, comma 1 della Carta, per cui le leggi statali e regionali devono rispettare pure i "vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali". Una situazione che per Becchi deve finire: "recuperare la nostra sovranità significa anzitutto rimuovere il vincolo esterno dalla costituzione". 
Il sovranismo, dunque, lungi dall'essere una parolaccia, dovrebbe essere il concetto chiave del programma della Lega per il futuro, purché non si fondi solo sull'identità: "i popoli -sottolinea Becchi - hanno bisogni che devono essere soddisfatti". Per lui occorre anche "un sovranismo sociale", che recuperi le "migliori tradizioni del riformismo sociale, ponendo al centro dell'attenzione politica il lavoro e le sue trasformazioni": si tratta di un tema storico della sinistra eppure, per il filosofo del diritto, da questa del tutto abbandonato a favore della questione morale, anticamera del giustizialismo ("e quando lo ha fatto la sinistra è morta"). 
Così considerato, il sovranismo potrebbe porsi come via alternativa al liberismo e allo statalismo nei tempi d'oggi. Una via che, secondo Becchi, tiene pienamente conto della storia leghista: "Ho cercato di rivitalizzare le tradizioni della Lega in un discorso nuovo, ciò che in fondo viene meno oggi è soltanto il secessionismo: l'idea federale cui mi sono richiamato serve a unire, nel passato invece, almeno per un certo periodo, serviva a dividere". Un discorso, insomma, "oltre Miglio, perché oggi non c'è più una questione settentrionale e neanche meridionale, ma c'è una questione nazionale".
Una questione nazionale che per Matteo Salvini richiede il massimo dell'impegno, mettendo da parte "approssimazione, personalismi, litigi, pigrizia" che ha lamentato di aver incontrato qua e là nel suo continuo viaggio per l'Italia: "non abbiamo diritto di dare nulla per scontato. Il primo requisito per vincere la guerra è capire che si è in guerra: qualcuno non lo ha capito ed è chiuso nel suo orticello, guardando in cagnesco quelli di fianco"; nella stessa ottica rientra la stoccata rivolta agli assenti, per cui "se qualche parlamentare ha preferito andare in vacanza piuttosto che al congresso del partito che lo ha portato in Parlamento, secondo me non ha capito niente". Per il resto, l'arrivo con il presepe, le dichiarazioni sulla Lega come "ultima ancora di salvezza per il popolo cristiano occidentale", sulla necessità di aprire il partito "con testa e intelligenza ma aprire, perché non possiamo lavorare col 30% dei voti e ragionare come se ne avessimo ancora il 3%", la proposta di autodenuncia di massa se il "caso Gregoretti" andrà avanti e i continui riferimenti alla sfida del 26 gennaio in Emilia-Romagna e in Calabria sono elementi soprattutto di cronaca; l'evento di oggi era motivato dalle regole del gioco da cambiare e quelle, assieme alle riflessioni sulle idee (che secondo Salvini non avrebbero trovato spazio sui "giornaloni"), meritavano di essere messe al centro ora. Così come saranno meglio approfondite a tempo debito, anche qui.

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