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lunedì 18 maggio 2020

La libertà sulla croce: il progetto popolare secondo Preziosi

In questo sito ci si è occupati molte volte del simbolo della Democrazia cristiana e delle dispute giuridiche nate intorno a esso e alla sopravvivenza del partito. Spesso, tuttavia, non ci si ferma a riflettere sull'origine di quello scudo crociato, che risale - com'è noto - a ben prima della sua adozione come emblema della Dc. La prima adozione dell'emblema nell'area che più l'avrebbe utilizzato nel corso dell'ultimo secolo, infatti, si deve a don Luigi Sturzo, con la fondazione del Partito popolare italiano. Lo scorso anno, del resto, era facile ricordarlo, essendo trascorso giusto un secolo dal noto appello "ai liberi e ai forti", datato 18 gennaio 1919. 
Proprio la ricorrenza tonda è stata l'occasione per tracciare bilanci su cent'anni di presenza dei cattolici nella politica italiana, una riflessione che evidentemente non si è arrestata con la fine del 2019. Si spiega così, evidentemente, l'uscita nei mesi scorsi di Cattolici e presenza politica, saggio (pubblicato da Scholé, marchio dell'editore Morcelliana, 228 pagine) di Ernesto Preziosi, presidente del Centro studi storici e sociali (Censes) e già docente a contratto di Storia contemporanea all'Università di Urbino, oltre che deputato Pd nella XVII legislatura. Come si intende anche dal sottotitolo (La storia, l'attualità, la spinta morale dell'Appello ai "liberi e forti"), l'anniversario - non più "tondo" ma pur sempre rilevante - dell'appello di Sturzo è soprattutto l'occasione per uno sguardo d'insieme sul rapporto tra cattolici e politica e vedere dove si è arrivati, essendo ormai passato un quarto di secolo dalla fine dell'unità partitica e politica dei cattolici stessi. 


Lo "stile di rispetto reciproco" che si è perso per strada

Anche per questo, Preziosi può dire che oggi l'appello di don Sturzo "non può essere piegato a questa o quella proposta formulata nel presente". Eppure da là bisogna partire per trovare l'origine di molti fili che poi si sono sciolti o sono rimasti legati, compreso quello simbolico; solo risalendo al punto d'inizio si può valutare il contesto di allora, apprezzando pure le differenze rispetto alla situazione di oggi, capendo così se abbia senso o no parlare di "eredità" della tradizione popolare. E chiedendosi se ora i cattolici si impegnino "per rendere visibile una loro rappresentanza" (esito non semplice né scontato, vista la diaspora partitica all'origine della lamentata irrilevanza di quell'area) o se lo facciano "per contribuire, accanto ad altri uomini e donne di buona volontà, a superare la crisi della democrazia italiana e quindi per costruire nuove opportunità di democrazia e di partecipazione". 
Tale strada per Preziosi è possibile, purché - secondo la lezione di Pietro Scoppola - non ci si limiti a ripetere ciò che Sturzo e altri maestri hanno detto (e fatto), ma si provi a "inventare e costruire il nuovo come hanno fatto essi stessi", rinunciando - qui parla l'autore - a "sterili forme di primazia e autoreferenziali e soprattutto favorendo uno stile di confronto che parta da una essenziale stima reciproca, che non si fa velo delle diversità". Ciò inevitabilmente cozza con le liti fuori e dentro i tribunali che si sono succedute in nome della Dc (da riattivare o da lasciar stare) negli ultimi vent'anni abbondanti e riporta alla mente lo "stile di rispetto reciproco, di tolleranza e di cristiana fraternità" con cui le due fazioni interne al Ppi (quello voluto da Mino Martinazzoli nel 1994) prendevano atto nel "patto di Cannes" della loro insanabile frattura e si preparavano a due percorsi separati, chi con Rocco Buttiglione e chi con Gerardo Bianco, salvo poi continuare per anni a litigare o a non riuscire nemmeno a dialogare con serenità.


Verso il Partito popolare

Il volume di Ernesto Preziosi si apre opportunamente con un'analisi delle esperienze che hanno preceduto la nascita del Partito popolare italiano, a partire dall'enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII (di cui proprio in questi giorni si ricorda l'anniversario, essendo datata 15 maggio 1891) che indusse a volgere lo sguardo verso la condizione lavorativa e sociale delle persone in un mondo in profonda trasformazione. In quelle condizioni, parte della Chiesa inizia a muoversi e gruppi di laici - che già, come sottolinea l'autore, avevano propiziato quel cambiamento rispetto all'astensione forzata da non expedit - intensificheranno la loro attività, avvicinandosi alla politica e preparandosi ad assumerne le forme che proprio in quel periodo si stavano sperimentando (il Partito socialista italiano nacque nel 1892 come Partito dei lavoratori italiani), anche per non lasciare quel terreno alla "conquista" delle altre idee. Oltre al pontefice che agli anatemi di Pio IX sostituì "un linguaggio nuovo" (parole di Sturzo, nel quale l'autore rileva le influenze leoniane in materia di dignità della persona, di diritti e doveri dei lavoratori, di diritto e funzione della proprietà, concezione dello Stato), figure come quelle di Giuseppe Toniolo, Giuseppe Talamo e Romolo Murri (che per primo praticò la denominazione "Democrazia cristiana") ricorrono tanto in quel periodo di transizione, quanto nella formazione dello stesso Sturzo (ma il libro non manca di cogliere altri fermenti in area cattolica presenti al Sud). 
Del sacerdote di Caltagirone si sottolinea soprattutto l'intuizione in base alla quale "l'economia non è una forma sociale a sé stante ma è derivata dalle forme superiori di socialità", quindi va compresa e le classi non vanno contrapposte, ma occorre comunque superare le disuguaglianze sociali, comprendendo tanto gli individui quanto la società: una via alternativa a quelle perseguite dai liberali e dai socialisti. Una parte, in ogni caso, della "traduzione in pratica" degli insegnamenti pontifici che portarono Sturzo - tra l'altro prosindaco di Caltagirone dal 1905 al 1920 - a operare le prime scelte anticipatrici del primo spazio per la presenza politica dei cattolici, senza che lo stesso suo ideatore lo vedesse come l'unico possibile: emergeva già allora la centralità del "metodo della libertà", che il sacerdote siciliano avrebbe praticato in tutta la sua esperienza.


"Una croce, uno scudo e la scritta Libertas"

Proprio quella "libertà", peraltro, sarebbe divenuta un ingrediente fondamentale nel varo del Partito popolare italiano e del suo simbolo. Il Ppi nacque l'anno dopo la fine della prima guerra mondiale (un periodo che, secondo Preziosi, divenne "un'occasione politica per i cattolici", che si integrarono assai di più nello Stato italiano ponendo le basi per il definitivo superamento del non expedit, anche grazie alla partecipazione al governo nazionale di Filippo Meda in quello stesso tempo) e, invece delle élite cattoliche, riuscì a movimentare le masse in una prospettiva "ben diversa da quella 'conservatrice'" legata al c.d. "patto Gentiloni" e prefigurando un'Italia assai distante da quella a guida liberale, da riformare marcatamente (come rende ben chiaro la lettura dell'Appello sturziano, di cui il volume ripercorre con precisione la genesi). Nacque con un chiaro riferimento alla libertà, come già l'incipit "A tutti gli uomini liberi e forti" testimonia, ma già prima era stato scelto come simbolo lo scudo crociato con la dicitura "Libertas": una decisione che, per l'autore del libro, era già "un programma che accompagna la nascita del partito con un'apertura nuova che affronta sì i temi dell'agenda politica, ma dischiude un orizzonte più vasto che va oltre i confini nazionali".
Ernesto Preziosi ripercorre con attenzione il "lungo percorso" del concetto di libertà "prima di comparire al centro della croce che sovrasta lo scudo del Partito Popolare e in seguito quello della Democrazia cristiana": un percorso che ritrova una parte essenziale nella Bibbia (come conquista, come condizione umana, come libero arbitrio), nella Tradizione (come frutto della regalità di Cristo), nella filosofia, nella storia dei comuni medievali, ma anche nelle riflessioni successive svolte tra Settecento e Ottocento. Tutto quel carico di significato e la considerazione che Sturzo ha per l'idea di "libertà" sono all'origine del suo inserimento nel simbolo, insieme alla croce, che già aveva fatto capolino nella testata La Croce di Costantino, fondata dal sacerdote nel 1897 per dare spazio alle sue idee sulle autonomie locali.
Preziosi - che mostra di avere letto con attenzione e attinto molto al saggio di Girolamo Rossi Lo scudo crociato (2014) e citato in un'occasione: questo merita però più attenzione e ci si tornerà sopra presto - sottolinea giustamente che "a sollecitare la scelta di un simbolo è la nuova legge elettorale in senso proporzionale" (la legge n. 1401/1919): essa introdusse lo scrutinio di lista e obbligò a depositare un contrassegno con le candidature, per poi riprodurlo sulle schede, a beneficio di tutti gli elettori, analfabeti inclusi (nel 1918 si era introdotto il suffragio universale maschile). Se Romolo Murri (che in quel periodo non era ben visto dalla gerarchia, ma ciò per l'autore non ebbe particolare peso nella scelta sturziana) per la sua Democrazia cristiana aveva adottato il garofano bianco - il bianco fiore dell'inno immortale dei democratici cristiani - il fondatore del Ppi preferì un'altra strada: si rivolse all'iconografia della Gioventù cattolica e soprattutto a quella della storia, dell'araldica e dell'antropologia ("La simbologia dello scudo e della croce [...] indica sul piano culturale e su quello antropologico un senso di protezione, di difesa, si riferisce a un contesto guerriero, di combattimento, di militanza anche in senso cristiano"). La croce sullo scudo era un riferimento al guelfismo e, a dispetto delle perplessità di alcuni (come Filippo Meda, che avrebbe voluto un simbolo "aconfessionale", oltre che facile e semplice), sarebbe stata un ingrediente fondamentale della presenza politica dei cattolici per decenni, grazie alla continuità ideale ed emblematica della Democrazia cristiana. Ciò sempre insieme alla libertas, "che è tutta la nostra aspirazione di libertà contro il centralismo e la oppressione statale soffocatrice di libertà nuova, di ogni tentativo di vita vissuta nella febbre della moderna società e non ultimo elemento provocatore dell'immane fenomeno della guerra" come scrisse il sacerdote ai comitati provinciali del partito nell'autunno del 1919.


Dopo il Ppi, dalla Dc a oggi

Sulle schede il simbolo era in bianco e nero (perché così esigeva la legge), ma nell'immaginario era colorato, con la croce rossa in campo bianco (e non passa inosservata la scelta di mettere in copertina una cartolina di propaganda del Ppi del 1920, che faceva riferimento alla nascita del partito l'anno precedente e alla sua rapida crescita - da pulcino a "galletto gagliardo" - con lo scudo crociato in bella vista) o anche a tinte invertite, seguendo ciò che effettivamente era raffigurato nelle grafiche elettorali. Quell'emblema caratterizzò tutta la vita del partito di Sturzo, anche dopo il suo abbandono della segreteria (1923) e della stessa Italia (1924): il volume dedica l'intero sesto capitolo all'esperienza del Ppi, in modo necessariamente breve ma cercando di coglierne i caratteri fondamentali. Il seguito del libro si occupa pure della Democrazia cristiana, dalla sua fondazione alle varie stagioni attraversate, fino alla "crisi dell'unità elettorale dei cattolici" (stimolata anche dalla trasformazione-scissione del Pci). Questa sarebbe iniziata solo ufficialmente con la trasformazione (con scissioni) della Dc in Ppi nel 1994 - sul modo in cui questa è avvenuta, su queste pagine, ci si è già intrattenuti molte volte - e sarebbe esplosa in modo irreversibile con l'ulteriore "divisione del 1995 di fronte alla nuova legge elettorale maggioritaria" e gli eventi successivi, con un crescente "spaesamento complessivo dell'elettorato cattolico" e la presenza di politici cattolici tanto in soggetti identitari, quanto in partiti "misti" e assai distanti tra loro; tutto ciò mentre muta l'atteggiamento della Chiesa verso la politica, senza scelta ufficiale di una precisa parte politica ma con uno schieramento netto dei vertici della Cei sul piano culturale (il che però avrebbe finito per indebolire l'azione dei laici e per proporre modelli più simili a "modalità distorte dell'impegno politico dei credenti").
In questo mondo profondamente trasformato, tanto nella società quanto nelle istituzioni, al popolarismo si è sostituito da tempo il populismo, cioè l'enfatizzazione strumentale dei caratteri identitari di un popolo e dei particolarismi che porta a scontri invece che al dialogo: nulla a che vedere, come si vede, con il tentativo di "ricomposizione di un tessuto sociale disarticolato" che ha caratterizzato il popolarismo, tenendo insieme dimensione individuale e collettiva. Per Preziosi è ancora possibile recuperare e reinterpretare la tradizione del popolarismo, ovviando all'irrilevanza "di una presenza politica cristianamente ispirata": ci si può riuscire puntando sulla formazione di base dei cristiani (che valorizzi sempre il legame tra pratica religiosa e pratica sociale), incentivando e incrementando l'impegno dei cristiani nella società e, infine, ripensando il ruolo dei partiti come corpi intermedi-mediatori, senza la pretesa di costruire una "forza cristiana" ma con la responsabilità dei singoli preceduta da un'opera comunitaria di "discernimento". 
Sarà sufficiente questo - in un'epoca in cui, a dispetto dell'irrilevanza partitico-elettorale dei cattolici, movimenti e associazioni di proposta sembrano proliferare, pur senza un disegno unitario - a proporre una qualche forma di progetto politico che possa trovare consenso tra le diverse sensibilità dei credenti? La risposta è difficile e non spetta certo a questo spazio: Ernesto Preziosi resta convinto dell'importanza di "avviare processi più che occupare spazi" lasciati liberi. Una scelta che certo costa fatica (come testimonia anche una bella citazione di don Tonino Bello riportata alla fine del libro), ma in teoria sul medio-lungo periodo dovrebbe dare maggiori frutti. Anche il progetto "popolare" di Luigi Sturzo, del quale era parte integrante la scelta come simbolo dello scudo crociato con "Libertas", è stato tutto meno che improvvisato, anche se poteva contare su un terreno più fertile e dissodato. Probabilmente, oggi più di allora, occorre sporcarsi le mani di quotidianità e comunità.

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