Manca un anno e un mese al compiersi del quinquennio dalle elezioni politiche e inevitabilmente, anche sulla base della riforma elettorale in discussione, si preparano aggregazioni soprattutto nell'area moderata e riformista, create pure allo scopo di favorirne altre, più grandi e strutturate. Sembra il caso della Federazione dei Riformatori, il cui manifesto è stato pubblicato giusto un mese fa - il 24 luglio - a pagina 5 del Riformista. Non sempre documenti di questo tipo trovano spazio su quotidiani, anche di area, dunque ci si permette di riportare il testo per intero di seguito.
PREAMBOLO
L’Italia attraversa una stagione di profonde trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche. La crisi delle culture politiche tradizionali, la crescente sfiducia nelle istituzioni e il progressivo impoverimento del confronto democratico impongono la costruzione di una nuova proposta riformatrice.
La Federazione dei Riformatori nasce per riunire le grandi culture politiche che hanno edificato la Repubblica e accompagnato lo sviluppo democratico del Paese. Non nasce per alimentare nostalgie né per aggiungere un nuovo simbolo al panorama politico italiano. Nasce per ricostruire una cultura di governo capace di coniugare libertà, giustizia sociale, responsabilità, competenza ed europeismo.
L’obiettivo è superare il bipolarismo degenerato in bipopulismo e restituire centralità alla politica, alle istituzioni e all’interesse nazionale.
I. LE NOSTRE RADICI
«Il fiume ritorna alla sorgente» scriveva Pietro Nenni. Quel ritorno rappresenta oggi il senso della nostra iniziativa politica.
La Federazione dei Riformatori si riconosce nella tradizione del socialismo democratico, del repubblicanesimo, del liberalismo sociale, del popolarismo democratico e della cultura laica dello Stato. Le nostre radici affondano nell’opera di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, di Giacomo Matteotti, Carlo Rosselli, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Riccardo Lombardi, Guido Calogero, Norberto Bobbio, Bettino Craxi, Gianni De Michelis, Claudio Martelli, Claudio Signorile e Rino Formica. Una tradizione che ha difeso la democrazia liberale, il garantismo, l’europeismo, la libertà individuale e la giustizia sociale contro ogni forma di totalitarismo. Nel segno di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini intendiamo ricostruire l’incontro tra le grandi culture riformatrici italiane.
II. PERCHÉ NASCE LA FEDERAZIONE
La lunga diaspora socialista e la crisi del riformismo hanno lasciato un vuoto politico che nessuno è riuscito a colmare. La Federazione nasce per dare rappresentanza a quella vasta area di cittadini che non si riconosce né nella destra sovranista né nella sinistra massimalista. Non nasce contro qualcuno, ma per restituire centralità alla cultura di governo.
Il nostro avversario politico è il bipopulismo, che ha sostituito il confronto con la propaganda, la responsabilità con la demagogia, il governo con la comunicazione permanente.III. UN NUOVO RIFORMISMO PER L’ITALIA
L’Italia ha bisogno di una nuova stagione di riforme. Occorre ricostruire il ceto medio, rilanciare il lavoro, rafforzare lo Stato sociale, ridurre le disuguaglianze, sostenere imprese, innovazione e ricerca.
Il riformismo significa crescita economica accompagnata dalla giustizia sociale. Non esiste libertà senza sviluppo, né sviluppo senza equità.IV. SICUREZZA, IMMIGRAZIONE E LEGALITÀ
La sicurezza è un diritto fondamentale.
L’immigrazione deve essere governata attraverso accordi con i Paesi di origine e di transito, controllo dei flussi, rimpatri per chi non ha diritto a restare e reali percorsi di integrazione per chi entra legalmente.
Accoglienza e legalità non sono alternative. Sono due principi che devono procedere insieme.V. ENERGIA, INDUSTRIA E TRANSIZIONE ECOLOGICA
La transizione ecologica non può trasformarsi in deindustrializzazione. L’Italia deve perseguire un mix energetico fondato sulle fonti rinnovabili, sul nucleare di nuova generazione e sul rafforzamento delle infrastrutture strategiche. L’ambiente va tutelato senza compromettere competitività, occupazione e sviluppo.
VI. L’EUROPA CHE VOGLIAMO
L’Europa deve diventare una vera Unione politica. Occorre rafforzare il Parlamento europeo, costruire una politica estera e di difesa comune e superare progressivamente il diritto di veto nelle materie strategiche.
L’europeismo non può convivere con il sovranismo. L’Italia deve tornare a essere protagonista del processo di integrazione europea.VII. LE RIFORME DELLA REPUBBLICA
La Federazione dei Riformatori considera indispensabile una nuova stagione di riforme istituzionali e costituzionali. Da oltre trent’anni il Paese discute della necessità di modernizzare l’assetto della Repubblica. Dai progetti promossi dai governi di Silvio Berlusconi alla revisione costituzionale proposta da Matteo Renzi, fino al premierato sostenuto dal governo di Giorgia Meloni, tutti i tentativi sono falliti perché trasformati in uno scontro politico e in un referendum sul governo del momento. Le riforme costituzionali non possono appartenere alla maggioranza di turno. Devono nascere dal più ampio consenso parlamentare e culturale possibile.La Federazione propone istituzioni più efficienti, un Parlamento restituito alla sua centralità, una legge elettorale capace di coniugare rappresentanza e governabilità, il rafforzamento dei contrappesi democratici, una giustizia autonoma e imparziale e un equilibrio tra i poteri dello Stato coerente con i principi della Costituzione repubblicana. Le regole della democrazia appartengono all’intera comunità nazionale e non possono diventare terreno di scontro tra maggioranza e opposizione.VIII. UNA NUOVA CULTURA DI GOVERNO
La Federazione dei Riformatori vuole contribuire al rinnovamento della politica italiana. Non intende essere una forza di testimonianza né una semplice aggregazione elettorale. Vuole costruire una nuova cultura di governo fondata sulla libertà, sulla responsabilità, sulla competenza, sul garantismo, sulla laicità dello Stato, sull’europeismo e sulla giustizia sociale.
Il socialismo riformista non guarda al passato con nostalgia. Guarda alla storia come patrimonio da cui ripartire. La sua ambizione è costruire il riformismo del XXI secolo. Superare il bipopulismo. Restituire dignità alle istituzioni. Rimettere al centro la persona, il lavoro, la libertà e la Repubblica. Questa è la ragione della nascita della Federazione dei Riformatori.
Il termine "Riformatori" non è di frequente uso nella politica italiana recente - a dispetto del termine "riformisti" - come denominazione di un soggetto collettivo: fatta eccezione per i Riformatori sardi (tuttora esistenti), si possono ricordare il Movimento dei Club Pannella - Riformatori (e il simbolo della lista Riformatori) del 1994, i Riformatori liberali di Marco Taradash, Benedetto Della Vedova e Peppino Calderisi nati oltre dieci anni dopo e i Popolari europeisti riformatori di Ettore Rosato ed Elena Bonetti (usciti da Italia viva e approdati in Azione).
Chi è parte di questo progetto? Innanzitutto la Federazione socialista riformista, raggruppamento erede del Comitato Giuliano Vassalli per il Sì (sorto tra figure di sensibilità socialista e garantista in occasione del referendum costituzionale in materia di giustizia celebrato a marzo). In un articolo del 26 giugno scorso, scritto da Aldo Torchiaro e pubblicato sul Riformista, Stefano Venturini - uno dei rappresentanti di quell'area - aveva dichiarato che occorreva "la costituente di una federazione tra tutti coloro che si richiamano all'area riformista", indicando quali interlocutori privilegiati Carlo Calenda (con il suo progetto di Azione), Pina Picierno (con Spazio Pubblic) e Luigi Marattin (con il Partito liberaldemocratico). Questa formazione, nata "dall'incontro tra socialismo liberale, liberalismo democratico, solidarismo cattolico ed europeismo riformatore, per sottrarsi alla logica dei due poli", ha scelto come emblema un'imbarcazione navigante, con vele blu sfumate connotate da un elemento rosso, in un cerchio bianco racchiuso da una circonferenza nera e rossa.
Un altro contributore rilevante alla federazione appena nata è il Movimento socialista liberale, evoluzione dell'Associazione socialista liberale, fondata a dicembre del 2022 e guidata da Oreste Pastorelli, a lungo tesoriere del Partito socialista italiano (2008-2022), fino a quando scelse di dimettersi a novembre del 2022 (ritenendo che fosse più coerente costruire un "terzo polo", piuttosto che rimanere legati al Pd); insieme a Pastorelli ci sono figure di rilievo, come gli ex parlamentari Mauro Del Bue e Giovanni Crema. Pastorelli, che ora è sindaco di Forano (Ri), ha scritto in un testo le ragioni alla base della Federazione: "Il bipolarismo italiano è morto. O meglio: è vivo, ma ci sta uccidendo. Da 30 anni la politica italiana è un pendolo. Ogni 2-3 anni si va da una parte, poi si torna indietro. Ogni governo cancella il precedente. Ogni maggioranza governa col fiato sul collo dell’opposizione. Risultato: zero riforme strutturali, debito al 140%, crescita zero, istituzioni delegittimate. È il momento di archiviare questa stagione e costruire un grande centralità politica. Una federazione dei riformatori. Non per fare il terzo polo. Ma per fare il primo partito del Paese reale. [...] Questa grande federazione non può essere un contenitore vuoto. Deve avere una spina dorsale ideale fatta di valori. [...] E deve avere un metodo: niente veti, niente tabù. Governare con chi vuole bene all’Italia, dall’opposizione al governo. Ma la vera difficoltà è culturale: convincere gli italiani che esiste una terza via tra la paura del cambiamento e la paura del passato. L’alternativa al bipolarismo non è l’ingovernabilità. È la responsabilità. Se la politica non costruisce questa casa, la costruiranno i cittadini da soli, votando sempre meno e delegando sempre di più a poteri non eletti. Tocca a noi riformatori. Prima che sia troppo tardi".
Altro promotore legato alla stessa area politica, o per lo meno affine, è Socialdemocrazia, formazione politica sorta nel 2022 (quando depositò il contrassegno al Viminale per le elezioni politiche) "sulle orme di Turati, Matteotti, Saragat e tanti altri che hanno creduto nell'idea di una società migliore, bandendo estremismi di ogni tipo e recuperando le battaglie sociali senza sostituirle a quelle civili". Il partito, guidato da Umberto Costi come segretario e Antonio Esposito come presidente, ha da poco celebrato il suo terzo congresso (considerando pure quello costitutivo) che ha innovato lo statuto; non è stato però innovato il simbolo, che oggi come alle origini è una versione aggiornata del sole nascente dal mare, su fondo rosso, con la sigla "SD" in enorme evidenza.
Sulla base delle notizie circolate in rete partecipano al progetto federativo anche realtà locali riferite alla medesima area politica, quali ad esempio il movimento
Risorsa Umbria, qualificato come "Associazione di libera informazione e libero pensiero" e guidato da Federico Novelli, già segretario regionale del Partito socialista italiano per l'Umbria, uscito dal Psi poco più di un anno fa in disaccordo con la linea del partito. Il simbolo, molto bianco al suo interno, è dominato dalle iniziali del nome (la "R" nera, con gamba allungata, e la "U" rossa), collocate sopra il nome verde dell'associazione.
Non va trascurata nemmeno la presenza di un altro soggetto politico di recente costituzione, denominato Popolari Socialisti Liberali, che nel simbolo a fondo azzurro ha collocato una rosa rossa su una bandiera italiana pennellata. Il varo si è verificato a metà aprile a Napoli, non come "sommatoria di storie differenti, ma [con] la volontà di ricondurre a unità le grandi tradizioni politiche, quella popolare, quella socialista e quella liberale. Per costruire una proposta politica alta, seria, organizzata sul presente. La tradizione popolare, primato della comunità, delle autonomie, dei corpi intermedi e del radicamento territoriale. La tradizione socialista rimette al centro il lavoro, la dignità della persona, la giustizia sociale e la tutela dei diritti. La tradizione liberale richiama il principio della libertà, il senso dello Stato, il merito, la necessità di una classe dirigente competente. Tre culture, rilette con spirito riformatore per una proposta di governo per Napoli e per l’intera regione Campania. Non un’operazione di testimonianza, né sentimentale, sfuggendo alla nostalgia. Al contrario, costruire una presenza moderna, concreta, unendo radicamento e progetto, partecipazione e competenza, libertà e giustizia sociale, organizzazione e slancio ideale". Tra i promotori ci sono Salvatore Sannino e l'ex parlamentare e sottosegretario Felice Iossa.
Tra il firmatari nel manifesto fondativo della federazione, peraltro, non sfugge la presenza di Corrado De Rinaldis Saponaro e di Luciana Sbarbati, segretari rispettivamente del Partito repubblicano italiano e del Movimento Repubblicani europei. Se la seconda formazione era nata nel 2001 proprio con l'idea di distinguersi dal Pri, alla fine di giugno i due leader hanno firmato un documento comune, volto a superare definitivamente la diaspora prodottasi un quarto di secolo prima, "ricongiunti sotto l’unico simbolo della gloriosa Edera del Partito Repubblicano Italiano".
L'ex parlamentare socialista Biagio Marzo, già tra i promotori del comitato Vassalli, ha sottolineato come quella varata da un mese sia una "federazione politica, aperta e pluralista, nella quale possono convivere partiti, associazioni culturali e politiche, movimenti civici, club e singoli cittadini", un progetto che "non nasce dalla somma di nostalgie, ma dall’incontro delle grandi culture politiche che hanno costruito la Repubblica: il socialismo democratico, il repubblicanesimo laico, il liberalismo sociale, il cattolicesimo popolare e il riformismo europeo. Tradizioni diverse, unite da un principio comune: la libertà senza giustizia sociale è privilegio, mentre la giustizia sociale senza libertà rischia di trasformarsi in autoritarismo". E se "negli ultimi anni il Partito Democratico ha progressivamente abbandonato la cultura riformista" (tanto da provocare "l'allontanamento di numerosi esponenti riformisti, che hanno preferito lasciare il partito piuttosto che rinunciare alla propria cultura politica") e "nemmeno il centrodestra può rivendicare una superiorità sul terreno della moderazione" (per la presenza di "pulsioni sovraniste e populiste che spesso privilegiano la propaganda alla capacità di governo"). Entrambi gli schieramenti finiscono "per alimentare quello che può essere definito il bipopulismo, il vero tratto dominante della politica italiana. È un sistema che ha paralizzato il Paese e reso sempre più difficile affrontare le grandi riforme". La missione della Federazione dei Riformatori, invece, sarebbe "non limitarsi a occupare uno spazio politico, ma proporre un diverso paradigma culturale. Costruire un'opposizione che non viva soltanto di tattica quotidiana, ma sappia elaborare una strategia, una visione del Paese e una nuova cultura di governo": non sarebbe nata "per aggiungere una sigla alle tante già presenti sulla scena politica", ma "per ricostruire una classe dirigente, una cultura di governo e una visione dell’Italia nel XXI secolo".
Che la citata Federazione dei Riformatori non intenda essere un nuovo partito lo conferma Mauro Del Bue, tra i promotori del Movimento socialista liberale e direttore del periodico online La Giustizia: "Non nasce un nuovo partito - ha scritto - e men
che meno dunque nasce un nuovo partito socialista. [...] Il Psi può rinascere, e mai sarà quello del passato,
solo se verrà restaurato il vecchio sistema identitario, che peraltro
non è affatto stato distrutto nelle altre nazioni europee. E l’unità dei
socialisti é un sogno che rimanda ai rimpianti della nostra giovinezza. [...] Se si pensa invece ad una
collocazione di un'area più vasta, dove anche la componente socialista é
presente, che é rappresentata da un pensiero che unisce socialismo
liberale, democratico e riformista, radici risorgimentali, riformismo
laico e cattolico, allora questo è il momento di una scelta. Perché è scelta di autonomia, perché è coraggiosa e coerente lotta per l’Europa
politica, perché si contrappone al bipolarismo malato e oggi anche
pericoloso. Malato perché a un bipolarismo di stampo anglosassone, tra
liberali e riformisti, si oppone un bipolarismo in cui in un polo i
liberali sono esigua minoranza e se il generale suona la carica sono
destinati alla fuga e dall’altro i riformisti non solo non vengono
invitati a cena, a pranzo e a colazione ma sono oggetto di
discriminazione politica e destinati o ad essere marginali o a uscire
dal campo ristretto a tre. Pericoloso perché la politica estera che è la
madre di tutte le politiche trova i due poli lacerati. [...] Noi non siamo un partito e neanche una lista elettorale. Noi
siamo il contributo disinteressato e sincero alla nascita di una
alternativa a questo bipolarismo bastardo. E se il premio di maggioranza
della nuova legge elettorale dovesse essere non troppo basso, diciamo
non sotto il 45%, rappresenteremmo, con tutti coloro che si schierano su
questa posizione e formando un’unica lista, anche il perno per
disgregare il bipolarismo e costruire un governo riformista e liberale". Anche se non c'è l'idea di costituire un partito, tuttavia, non si può non notare che il segno distintivo scelto per identificare questo progetto federativo è rotondo e somiglia davvero molto a quelli utilizzati da partiti e liste: in basso c'è un segmento tricolore pur di linea, in alto una piccola fila di stelle disposte ad arco, ma l'elemento grafico principale è costituito dalla "R" (carattere graziato elegante, blu e azzurra) che evoca la parola "Riformatori" e il concetto che essa esprime.
Ancora prima che il manifesto della federazione fosse pubblicato, il progetto della Federazione socialista riformista è stato accostato a un altro progetto nascente, che aveva mosso i suoi passi già prima: quello del Movimento degli Europeisti Italiani, più noto con la denominazione abbreviata Europeisti.eu (che è anche il sito della piattaforma collegata). Promossa, tra gli altri, da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli (e qui i #drogatidipolitica fino all'ultima goccia non possono che essere colti da un colpo fortissimo, dato dallo sblocco improvviso di un ricordo: quello della Sinistra liberale - con tanto di ape stilizzata su fondo cielo - poi Sinistra delle Libertà, del 1995), il movimento europeista - nulla a che vedere con il gruppo parlamentare degli Europeisti della scorsa legislatura - è nato "per trasformare un europeismo ormai maggioritario ma disperso in una iniziativa militante e organizzata, capace di incidere sulle scelte che contano", volto a proporre non "una retorica identitaria, ma una linea di azione pragmatica: difesa comune, potenza tecnologica, energia sicura, istituzioni capaci di decidere". Se l'evento realmente fondativo - "Operazione Polo Europeista" - è del 18 luglio e si è svolto a Roma al centro congressi Cavour, l'evento di presentazione si era tenuto un mese prima, il 15 giugno a Milano (teatro Franco Parenti), ma già il 9 maggio sul sito era stato pubblicato il manifesto degli Europeisti italiani. E anche questo lo mettiamo per intero:
L'Italia si vanta spesso di essere Paese fondatore dell'Unione Europea. Oggi però non basta rivendicarlo: occorre candidarsi a essere un Paese «rifondatore» dell'Europa, a contribuire alla sua trasformazione invece di subirla. Questa responsabilità richiede innanzitutto un salto di qualità nel dibattito politico nazionale. Le due principali coalizioni che si contenderanno nel 2027 il governo del Paese sono in larga misura infiltrate e condizionate da forze apertamente ostili al progetto dell'UE. Movimenti che, nel momento più pericoloso per la democrazia europea, hanno legittimato la strategia di potenza di Vladimir Putin, giustificato l'aggressione russa in Ucraina come reazione a una minaccia occidentale, ostacolato il progetto di difesa comune in nome di un pacifismo ipocrita e tenuto l'Italia in una posizione ambigua, anche quando Parigi, Berlino e Londra promuovevano l'iniziativa dei Volenterosi per rimediare al disimpegno americano. Il risultato è che milioni di italiani europeisti — che sono maggioranza nei sondaggi — non trovano rappresentanza politica adeguata. Votano turandosi il naso, si astengono, o si rassegnano a una scelta tra schieramenti incapaci di dire con chiarezza da che parte sta l'Italia. Il 2027 è l'occasione per cambiare.Perché una rivoluzione, non una riforma
Non vogliamo riformare l'Europa. Vogliamo che viva la sua rivoluzione e la stagione della sua vera indipendenza. Il tempo che stiamo attraversando richiede un salto di qualità — nella visione, nelle istituzioni, nella volontà politica — che nessuna riforma parziale è in grado di produrre.Cosa vogliamo
Non siamo affezionati alle istituzioni di Bruxelles, ma all'Europa come civiltà: lo spazio politico in cui libertà, stato di diritto, laicità, creatività e tolleranza hanno trovato la loro forma più stabile. La nostra bussola è semplice: vogliamo un'Europa che sappia difendersi e innovare.
Crediamo che la sovranità, oggi, si eserciti insieme o non si eserciti affatto. Nessuno Stato europeo da solo ha la dimensione per garantire sicurezza militare, autonomia energetica, competitività tecnologica o protezione dei propri lavoratori dalla pressione dei mercati globali. La guerra in Ucraina, la dipendenza energetica dai regimi autoritari e la concentrazione tecnologica nelle mani di pochi colossi extra-europei hanno reso tutto questo evidente.
Per questo sosteniamo una difesa comune europea credibile, perché la pace si costruisce con la forza e non con le intenzioni. Sosteniamo il pieno supporto all'Ucraina, perché difendere Kyiv oggi significa non dover difendere Roma domani. Vogliamo un'Europa che realizzi e governi la propria infrastruttura tecnologica — intelligenza artificiale, dati, semiconduttori — invece di dipendere da scelte prese altrove. Che costruisca la propria indipendenza energetica come precondizione di qualsiasi autonomia politica. Che governi i flussi migratori con metodo e pragmatismo, sottraendo questo tema alla strumentalizzazione populista di destra e di sinistra. Che semplifichi le regole per liberare l'iniziativa economica, favorire la crescita dimensionale delle imprese, abbattere la pressione fiscale su lavoro e innovazione. Che difenda senza ambiguità la laicità dello Stato e la società aperta da ogni forma di estremismo, antisemitismo e islamismo politico. E che affronti la crisi delle nascite per quello che è: non una questione ideologica, ma un problema di condizioni materiali — salari, alloggi, servizi, conciliazione tra lavoro e famiglia. Non è un programma visionario. È una lista di priorità per il prossimo decennio.
L'appello per il 2027 e oltre
Le elezioni del 2027 non sono un appuntamento come gli altri. L'Italia arriverà a quel voto in un'Europa che o avrà accelerato la propria trasformazione in una potenza capace di decidere, o si sarà ulteriormente frammentata sotto la pressione delle guerre ibride, dei ricatti energetici e delle divisioni interne alimentate dall'esterno.
Chiediamo a chi condivide questa visione — indipendentemente dalla propria storia politica — di fare una scelta concreta: non basta essere europeisti nei valori, bisogna esserlo nell'azione. Ci proponiamo di costruire adesso un movimento politico organizzato, impegnato su pochi chiari obiettivi, capace di portare questa voce in Parlamento e di far pesare l'Italia in Europa con il protagonismo che un Paese rifondatore deve avere. Nel 2027 e oltre.
La maggioranza silenziosa degli italiani europeisti esiste già. Manca solo la volontà di darle una casa.
Da qui alle elezioni, l'area centrista subirà di certo altre evoluzioni, tenendo conto anche degli altri attori politici, a partire da Spazio Pubblico di Pina Picierno, del Partito liberaldemocratico guidato da Luigi Marattin e - inevitabilmente - da Azione guidata da Carlo Calenda, unico partito a godere dell'esenzione dalla raccolta firme. Sempre che non scelga di guardare a quell'area un'altra formazione riformista, Italia viva.








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