domenica 22 settembre 2019

Liberisti italiani, pennellata gialla su fondo blu per le libertà economiche

Se nel giro di poche settimane l'area liberaldemocratica si è popolata di almeno due nuovi soggetti politici (Siamo europei di Carlo Calenda nuovamente autonomo e Italia viva di Matteo Renzi), da una manciata di giorni qualcuno ha pensato di avventurarsi nel terreno del liberismo. Così le agenzie - a partire dalla Dire - il 18 settembre hanno dato notizia del lancio di un nuovo movimento politico, denominato Liberisti italiani: l'iniziativa è nata nell'alveo di SOS partita IVA, ossia "l'organizzazione politica di tutti i contribuenti produttivi italiani, che si sono costituiti e stanno lavorando per ribaltare la posizione di forza dello stato nei loro confronti", così almeno si presenta sul proprio sito web.
"Noi non siamo mai stati un’associazione di categoria, i problemi che ci attanagliano riguardano tutti. Riguardano la libertà di fare impresa, il diritto di crederci, la possibilità di lavorare e produrre in questo Paese. Libertà compresse e diritti che ci vengono negati, tutti siamo ricacciati in un inferno fiscale dove il cappio dello stato oramai ci sta strangolando. È ora di organizzarci in un vero e proprio movimento politico. Con Liberisti italiani amplieremo il perimetro solcato con successo da Sos partita Iva".
A spiegare le ragioni alla base dell'iniziativa politica è il presidente e fondatore dell’associazione Sos partita Iva, Andrea Bernaudo: "l'unico spazio politico inesplorato in Italia è quello liberista. E infatti siamo fermi col Pil e fanalino di coda quanto a libertà economiche. Hanno prevalso gli statalisti di destra, di centro, di sinistra e a 5 stelle. Quello spazio non può coprirlo nessuno degli attuali partiti, non sono credibili, e sulle libertà economiche hanno fallito, oppure sono fieri avversari del liberismo, dottrina politica ed economica mai applicata in Italia. Siamo costretti a farlo noi, con umiltà e determinazione. A partire dall’esperienza di Sos partita Iva da oggi siamo online con un appello e un modulo di adesione". 
Occorre andare sul sito internet www.liberistitaliani.it per trovare - oltre al modulo di adesione - l'appello di cui parla Bernaudo, che si riporta di seguito: 
Che tu sia freelance, professionista, commerciante o artigiano, micro-piccolo, medio o grande imprenditore, ma anche dipendente privato o pubblico, sei sottoposto ad un'oppressione fiscale e burocratica divenuta da molto tempo inaccettabile. 
Per chi vuole produrre, per chi decide di contribuire alla crescita, al benessere e alla libertà di tutti, l'Italia è diventato uno "stato canaglia".
Siamo ostaggio degli statalisti e di tutto il loro apparato parassitario, clientelare e sotto il giogo di un capitalismo di relazione che è il contrario del liberismo economico. 
Un apparato feroce, che ci seppellisce di tasse, strozza l'economia e mortifica la nostra creatività imprenditoriale. Un’idea invasiva dello stato, divenuta potere dominante su di noi, sui nostri diritti sulle nostre libertà. 
Ora è arrivato il momento di alzarci e far sentire la nostra voce, per vedere quanti siamo e quello che possiamo fare per ribaltare questa assurda condizione nella quale siamo stati ricacciati.
Lì dove tutti hanno mentito sapendo di mentire, tradito i propri valori, o nella migliore delle ipotesi hanno miseramente fallito, noi vogliamo costruire. 
Tutte queste idee dovrebbero essere rappresentate da un simbolo semplice, per una volta non nazionalpopolare: c'è sì il fondo blu, ma è l'unico tocco cromatico italiano e su quello sfondo emerge bene una pennellata gialla, tinta non di rado associata al liberalismo (in Italia lo aveva usato soprattutto la lista Pannella, anche negli emblemi della Lista Bonino). Il nome del partito è scritto in un insolito carattere Gabriola - font mai apparsa in un simbolo politico, a quanto risulta - associato a un Century Gothic, entrambi un po' leggeri e sottili, soprattutto in chiave di stampa, ma certamente eleganti. Sarà questa grafica, salvo aggiustamenti successivi, ad accompagnare il percorso di costituzione del movimento verso l'assemblea fondativa, prevista dopo che un primo nucleo rilevante di adesioni sarà raggiunto. Invece che puntare sul "popolo delle partite Iva" (già alla base di almeno un altro soggetto politico), si mira a un progetto più ampio e - guardando al nome scelto - con un minimo di riflessione in più nell'ambito delle teorie economiche: si vedrà quanto riuscirà a fare presa tra gli elettori-contribuenti.

sabato 21 settembre 2019

Democrazia e socialismo: le origini di Rifondazione comunista

Se si parla di Rifondazione comunista, è inevitabile che la mente pensi al simbolo che al centro porta una bandiera rossa - con falce, martello e stella - stilizzata a rombo, con asta diagonale altrettanto rossa. Eppure, prima del simbolo storico disegnato da Alberto Lombardi (dell'agenzia milanese LNPR Advertising Marketing), c'è stato un tempo in cui il simbolo era molto più simile a quello del Partito comunista italiano. Anche perché, in quel periodo, Rifondazione comunista era ancora il nome di una delle tre mozioni presentate al XX congresso del Pci, svolto a Rimini: apertosi il 29 gennaio 1991, alla chiusura del 2 febbraio fu chiaro che sarebbe stata l'ultima assise con quel nome, cambiato proprio lì in Partito democratico della sinistra.
Si diceva delle tre mozioni presentate: la prima, Per il Partito democratico della sinistra, era ovviamente quella presentata - tra gli altri - dal segretario in carica, Achille Occhetto, nonché dall'ex direttore dell'Unità Massimo D'Alema. La seconda mozione, Rifondazione comunista appunto, era profondamente contraria alla svolta prefigurata da Occhetto; la terza, nota spesso come "intermedia" e guidata da Antonio Bassolino, era denominata Per un moderno partito antagonista e riformatore. La seconda, tuttavia, merita un po' di attenzione in più, se non altro per capire che partito avesse in mente e come intendeva rappresentarlo.
Innanzitutto, scorrendo i nomi dei presentatori, colpisce trovare Gavino Angius come primo firmatario - e non solo per ragioni di ordine alfabetico, visto che subito dopo di lui vengono nomi che sarebbe stato logico trovare prima. Alla fine del congresso sarebbe rimasto nel Pds e, quando i Ds avrebbero dovuto decidere se concorrere alla nascita del Pd, sarebbe toccato a lui presentare una mozione intermedia, interlocutoria, che lo avrebbe portato prima nel Ps e poi a entrare nel Pd nel 2009; quella volta però era per la linea "dura e pura", tanto da far decidere ai firmatari che il suo nome fosse il primo. Non ci si stupisce affatto, ovviamente, della presenza di Katia Bellillo, Luciano Canfora, Guido Cappelloni (già tesoriere del Pci), Luciana Castellina, Armando Cossutta, Famiano Crucianelli (futuro leader scissionista dei Comunisti unitari), il futuro segretario Sergio Garavini, Pietro Ingrao, Lucio Libertini, Lucio Magri (già Pdup come Castellina), Roberto Musacchio, Alessandro Natta, Ersilia Salvato, Rino Serri (altro comunista unitario), Aldo Tortorella, Niki Vendola (era scritto così); non passano inosservate, con gli occhi di oggi, nemmeno i nomi di Carla Nespolo (presidente Anpi), Luigi Pestalozza (partigiano e musicologo, scomparso due anni fa) e Walter Tocci (in futuro vicesindaco di Roma nelle giunte Rutelli), nonché la femminista Maria Luisa Boccia e Franca Chiaromonte.
"Occorre dare nuova sostanza agli obiettivi di pace, di libertà, di riscatto e di liberazione umana che sono propri di una forza che agisce per la democrazia e per il socialismo". Così si leggeva all'inizio della mozione, che proseguiva subito con un'affermazione di principio impossibile da fraintendere: "Non si risponde a questi grandi compiti senza contrapporsi ad ogni rischio di slittamento a destra dell'opinione pubblica, delle forze politiche, del nostro stesso partito". Era necessaria una rifondazione comunista, proponendosi il problema dell'identità, perché occorreva "dare nuovo  vigore alla sinistra italiana ed europea e per contribuire a gettare le basi di un nuovo internazionalismo, pacifista e non-violento". 
Di fronte al crollo "dei regimi dispotici dell'Est" (frutto dell'azione di Gorbaciov ma anche "della domanda di libertà, di democrazia, di migliori condizioni di vita da parte di interi popoli"), alla crisi del Golfo e ai problemi dell'intero Sud del mondo, ai rischi legati all'estensione del modello di produzione e di vita occidentale a tutto il mondo e all'intrusione del capitalismo nell'informazione, nella formazione e in generale nella vita, non bastava più l'opera iniziata e portata avanti da Berlinguer: non si erano colti a sufficienza "i tratti specifici dell'offensiva neo-liberista" (che aveva portato a esaltare la modernità e l'individualismo) e si erano manifestate difficoltà a confrontarsi con domande di libertà diverse da quelle tradizionali del movimento operaio (tra tutte, il femminismo, l'ambientalismo, la non-violenza). Eppure, davanti alla proposta di cambiare nome e abbandonare l'identità comunista, per i "rifondatori" non si era ottenuto di allargare o riaggregare il campo della sinistra, né si era sbloccata la democrazia (con la possibilità per il Pci di aspirare realmente al governo): al contrario, si era persa la capacità di "un'aggiornata analisi di classe della società", ci si era avvicinati a posizioni "subalterne a ideologie moderate" e ci si era fatti tentare da "un'idea verticistica della politica, che privilegia l'uso dei media e le funzioni del leader" (già allora...).   
Come bisognava cambiare? "Per noi oggi - continuava la mozione - la parola 'comunista' indica la costruzione nel presente di un punto di vista e di una pratica autonoma in grado di realizzare, qui e ora, forme di liberazione da tratti di oppressione e di dominio propri dei rapporti sociali capitalistici". Qualcosa che nell'Europa dell'Est non era riuscito perché quella società aveva alla base "una concezione del socialismo che ha posto come centrali la presa del potere statale e la statizzazione dei mezzi di produzione", avendo come conseguenza "un totalitarismo burocratico", il contrario della liberazione umana. Occorreva invece che il socialismo fosse "una scelta storicamente possibile, che deve misurarsi però con altre scelte e dunque essere il risultato di un libero e consapevole convincimento". La via italiana al comunismo doveva passare attraverso una "critica della crescita quantitativa come unico parametro del progresso, della divisione rigida tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, della crescente subordinazione e alienazione dello stesso lavoro intellettuale, dell'esclusione dal sapere della maggioranza del genere umano", ma anche la "critica di un modello di stato al di sopra dei cittadini e di una democrazia affidata ai più forti e del primato dell'economia su ogni altra dimensione sociale e umana". Si trattava, insomma, di "rendere storicamente concreta l'aspirazione ad una più autentica democrazia", ben piantata nella realtà e nei suoi problemi. 
Tutto ciò si traduceva in una serie di punti di riflessione, lungamente sviluppati: Conquistare la pace (no alle guerre, attenzione al Sud del mondo e al modello di sviluppo, questione ambientale, superamento della Nato e ripensamento dell'Onu, Europa come democrazia sovranazionale, non-violenza concreta); Tempi di lavoro, salari, programmazione (con attenzione all'occupazione, ai nuovi nodi dell'economia, alla redistribuzione delle risorse a favore dello stato sociale); un nuovo ciclo democratico (contro le violazioni dello stato di diritto costituzionale, compresa la vicenda "Gladio" ancora viva; per una reale e possibile alternanza di governo, per una Camera legislativa e un Senato delle Regioni, per un nuovo investimento nella cultura e nella formazione). Tra i punti fondamentali del nuovo corso, per un vero partito-comunità, la necessità per la maggioranza di tenere conto delle ragioni espresse dalla minoranza e il riconoscimento dell'esistenza "di due soggetti: le donne e gli uomini. Questo per gli uomini - notava sempre la mozione - equivale a prendere atto della loro parzialità, rinunciando a parlare in nome dell'altro sesso. Per le donne, al contrario, significa farsi pienamente protagoniste della vita del partito". Partito che "non è un condominio", ma "una realtà vivente e come tale va abitata da ciascun iscritto e iscritta".
Tutto ciò, sul piano identitario, si traduceva nel mantenimento del nome "Partito comunista italiano", mentre su quello simbolico si suggeriva il mantenimento della grafica storica - dunque le bandiere sovrapposte e sventolanti, con tanto di aste - aggiungendo le parole "Democrazia" e "Socialismo" (gli obiettivi, guarda caso, citati all'inizio della mozione) e, guardando all'immagine allegata alla mozione, "rinfrescando" la sigla del Pci: rimaneva puntata, ma si adottava il carattere Helvetica Black, lo stesso usato per il nuovo elemento testuale; se la mozione Occhetto proponeva ovviamente il simbolo dell'albero della sinistra - poi identificato in una quercia - disegnato da Bruno Magno, la mozione Bassolino non aveva proposto un simbolo proprio, lasciando che gli aderenti scegliessero tra l'emblema storico e quello di Magno.
La prima tessera di RC
L'esito del congresso è ben noto: Occhetto riuscì a raccogliere il 67,46% dei voti, con una maggioranza netta; a questa si aggiunse il 5,76% della mozione Bassolino. La mozione Rifondazione comunista di Ingrao, Cossutta e Garavini, invece, si fermò al 26,77%, meno di quanto avevano ottenuto - separate - le mozioni contrarie al cambio di linea del Pci al XIX congresso celebrato a Bologna nel 1990. Gli sviluppi di quella storia sono altrettanto noti: il Pci divenne Partito democratico della sinistra, ma volle conservare al di sotto dell'albero di Magno il simbolo del Pci; una parte dei contrari all'evoluzione del partito scelse di rimanere, un'altra invece abbandonò. Questi il 3 febbraio fondarono una nuova associazione con atto notarile, denominandola sempre Partito comunista italiano e rivendicando, anche in sede giudiziaria, l'uso esclusivo dei vecchi segni distintivi. Si dovette attendere il 26 aprile 1991 perché il Tribunale di Roma, con una delle ordinanze più note in tema di scissioni e uso dei simboli politici, precisasse che il Pds non aveva affatto dismesso nome e simbolo (rimasto in miniatura sotto l'albero), che il giudice non poteva valutare quanta continuità ideologica ci fosse tra i soggetti politici, rilevando solo quella giuridica: i segni identitari di un partito, anche se usati meno del passato o messi da parte, restano del partito (anche se cambia idea) perché lo hanno identificato fino a quel momento, mentre chi se ne va non può rivendicare nulla sul patrimonio nominale e grafico (come su quello economico) e, anzi, deve evitare di creare confusione adottando nomi o simboli confondibili.
Svanita la possibilità di chiamarsi Pci, il gruppo degli scissionisti decise di tornare al nome della mozione di riferimento, Rifondazione comunista dunque. In un primo tempo, tuttavia, prima che si elaborasse il simbolo poi effettivamente impiegato, si proseguì nell'uso della doppia bandiera con falce martello e stessa, stavolta senza riferimenti al Pci e - come si era fatto nel simbolo della mozione - alla democrazia e al socialismo: non a caso, proprio le due bandiere erano l'unico segno grafico presente nella prima tessera di Rifondazione comunista, datata 1991. Di questa in rete è rimasta traccia; curiosamente, invece, del simbolo proposto dalla mozione non c'era più memoria.

Grazie a Riccardo Gandini per l'indicazione originaria e a Roberto Pagano della Fondazione Nevol Querci - Archivio storico e iconografico del socialismo per aver messo a disposizione il materiale necessario per questo articolo.  

venerdì 20 settembre 2019

Il cantiere democristiano di Cesa e una proposta a tre per ripartire

Che periodicamente la politica italiana sia investita da ventate di "voglia di passato e di storia" è cosa nota: lo dimostra la sopravvivenza o il tentativo di contendersi i simboli che per anni hanno caratterizzato i lavori nelle aule parlamentari e a livello locale, cercando peraltro di ricaratterizzarli in senso attuale o futuro. Il fenomeno è particolarmente marcato in area post-democristiana, o anche semplicemente democristiana, visto che chi si riconosce in quei valori continua a chiamarsi democristiano, anche se in Parlamento un partito con quel nome non c'è più stabilmente dall'inizio del 1994
Si prenda, per esempio, una dichiarazione fresca di Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc dal 2005 (quasi un record, di questi tempi) e reduce dalla festa del partito intitolata "La forza della ragionevolezza", svoltasi a Fiuggi il 14 e 15 settembre. Ieri, dopo un incontro con vari esponenti di forze politiche riconducibili al centro che si sarebbe svolto il 18 settembre e che lui stesso avrebbe promosso, ha dichiarato quanto segue a Roberta Lanzara di Adnkronos:  
"Ieri si è deciso di mettere in piedi un cantiere di area democristiana, di centro. Fare un patto federativo per dare forza ad un'area popolare - democratico - cristiana - riformista - liberale che argini la sinistra ed i sovranisti. Vogliamo riaggregare quel settore che militava nella Democrazia Cristiana e metteva al centro della politica la difesa delle fasce più deboli. Il sogno e l'obiettivo? Una Dc proiettata nel futuro. Lo scudo crociato? Naturalmente sarà il simbolo, perché senza memoria non c'è avvenire. Io credo ci debba essere, ma sarà oggetto di discussione tra noi. All'incontro c'era una quarantina di persone. Ieri nessun parlamentare, dell'Udc solo io. Tra i partecipanti, rappresentanti di Dc, Cdu, Mir, Popolari per l'Italia, Popolari per la Puglia, anche repubblicani e liberali di area democristiana, Politica Insieme, Movimento per la Vita con i presenti alla festa dell'Udc a Fiuggi e all'incontro organizzato da Bassetti... Mi sono trovato circondato... C'è bisogno di buon senso, di un partito della ragionevolezza che si richiami ai valori del popolarismo cattolico. Non intravediamo nella politica attuale partiti e persone che si stiano preoccupando dei problemi della gente. Vediamo solo tatticismi. Per questo, stiamo costruendo un partito moderato ed europeista che si muovi su alcuni binari: il valore e l'importanza dell'Europa, il lavoro e la crescita, la scuola, la sanità, la famiglia, la vita. Ci rivedremo tra una decina di giorni invitando i leader delle altre associazioni che non hanno partecipato all'incontro di ieri, per vedere chi ha interesse o no. Noi come Udc stiamo facendo lo sforzo di 'unire', senza pretese di primogenitura. Entro una settimana, dieci giorni allargheremo il tavolo di ieri anche ai parlamentari di area cattolica dei vari partiti. Li coinvolgeremo in questo progetto politico e vedremo chi ci sta e chi no".
La domanda è sempre la stessa e tocca ripeterlo: stavolta si fa sul serio? Difficile dirlo, perché tutte le volte sembrano esserci ingredienti utili, come sembrano mancarne altri. Qui l'intenzione c'è, come sembrano mostrare le parole di Paola Binetti, senatrice iscritta all'Udc (anche se fa parte del gruppo di Forza Italia), rilasciate sempre ad Adnkronos: 
"La nuova sfida è rioccupare un'area che ci appartiene che è quella del centro. Non ero né alla cena della Carfagna né alla riunione di Renzi, ma accanto a Cesa, rivedendo la realtà del mondo dell'associazionismo cattolico. Oggi è chiaro che non sono le due aree estreme quelle che parlano agli italiani che non vanno a votare. Le capriole di questi giorni in tutti i sensi dimostrano il disagio istituzionale diffuso, che porta a riscoprire chi da sempre ha conservato una posizione che è geograficamente, politicamente e culturalmente facilmente identificabile con valori facilmente strutturabili nell'Udc. La festa dell'Unione di Centro a Fiuggi è stata una presa di coscienza sulla nostra responsabilità di uscire per strada ed andare a cercare le persone ed intercettare il loro consenso. Oggi questa realtà dice ai suoi potenziali elettori: noi siamo qua e vi aspettiamo in modo inclusivo. Prima eravamo in attesa passiva, abbiamo sbagliato perché siamo rimasti ad aspettare. Stiamo prendendo posizione, stiamo cercando di evitare quello che è il rischio più grosso del centro che è essere insipido, anonimo e poco attrattivo. Viceversa Cesa sta rilanciando la forza della tranquillità operativa, di una fedeltà costante ai valori e alla capacità di dialogo costante con tutti. Senza che ciò faccia fare capriole a destra e a sinistra".
Il riferimento di Binetti a Fiuggi è interessante, per quello che contengono le sue parole e anche per altre ragioni, sempre legate alla possibilità che torni, in qualche modo, una nuova Dc. A Fiuggi, tra i presenti, c'era anche Pellegrino Leo, già sindaco democristiano di Caltabellotta dal 1992 al 1994 e più volte citato in questo sito per il suo contributo dato alla causa della riattivazione della Democrazia cristiana, sia partecipando a iniziative altrui (a costo di contestarle quando prendevano pieghe o seguivano percorsi diversi da quelli da lui suggeriti), sia proponendone di proprie (come il "risveglio dal basso", riaprendo le sedi locali per arrivare via via al rinnovo dei vertici). 
"Sono andato a Fiuggi - spiega Leo - dopo aver incontrato una prima volta Lorenzo Cesa in Sicilia, regione in cui l'Udc conta sei deputati regionali e due assessori, una situazione decisamente più florida rispetto alla non buona salute dimostrata nel resto del paese - spiega -. Già parlando con alcuni di quegli eletti avevo fatto notare che se l'Udc aveva difficoltà a livello nazionale, noi della Dc combattiamo da oltre 15 anni per esistere, quindi sarebbe il caso di unire le forze, perché le liti non portano da nessuna parte. In fondo per l'Udc si tratterebbe solo di togliere una U al suo nome... Ho detto le stesse cose a Cesa, invitandolo a rifare la Dc, precisando che la mia era una proposta politica e non di posti in lista da ottenere: lui ha detto di essere sempre stato disponibile a questo e mi ha dato appuntamento a Fiuggi".
In effetti nel fine settimana di Fiuggi si respirava la "voglia di Dc": dopo la tavola rotonda di domenica mattina - moderata da Marco Frittella del Tg1 - tra Stefano Andreotti, Flavia Piccoli e Maria Fida Moro, nella memoria dei rispettivi padri, Cesa ha iniziato marcando la distanza della politica attuale da quella di allora ("dobbiamo parlare di Di Maio, Di Battista, Salvini: è il segno dei tempi"), evidenziando che "è il segno di quanto sia ancora attuale quello scudo crociato e di quanto dobbiamo impegnarci per ricostruire qualcosa di serio in questo Paese"; ha aggiunto che "l'Italia degli estremi ha fatto solo danni e purtroppo, lo abbiamo visto, anche negli ultimi anni continua a produrne. In questi due giorni, nel nostro piccolo, abbiamo dato una dimostrazione che si può ancora fare politica in un altro modo, coinvolgendo ed includendo anziché insultando e demonizzando ed è così che abbiamo il dovere di continuare a fare... da democristiani", sottolineando dopo una minipausa "... ché noi siamo democratici cristiani". Il concetto è tornato poco dopo, nel rivendicare l'impegno leale per il centrodestra ("un contributo non sempre valutato per l'apporto numerico e per la valenza politica dell'Udc: questo non deve più accadere!") e con una convinzione: "Nessuno di noi vuole morire sovranista: eravamo, siamo e saremo nell'alveo del popolarismo europei, eravamo, siamo e saremo sempre democratici cristiani!".
Proprio a Fiuggi, Pellegrino Leo ha parlato più volte con Paola Binetti: "Lei ha riconosciuto - spiega Leo - che a metà degli anni '90 la Chiesa sbagliò nell'abbandonare il partito di riferimento dei cattolici e gli effetti negativi di quella scelta si vedono ancora oggi. Ci sarebbe bisogno di un partito di centro forte e con appoggi importanti; questo però finora non si è potuto fare perché sulla scena ci sono tanti nani che vogliono fare i giganti e questo ha bloccato tutto". Leo è convinto che quel partito non possa nascere senza forti sostegni come quelli che un tempo la Dc aveva dalla Chiesa e dalla Coldiretti e pensa che proprio Binetti possa essere una buona ambasciatrice nei confronti del mondo religioso, per sanare quella frattura di un quarto di secolo fa
La stessa senatrice, tuttavia, secondo Pellegrino Leo potrebbe essere la persona giusta per convincere a un impegno diretto quei tre figli di padri nobili che sono intervenuti alla festa dell'Udc: "Io ho parlato con Stefano Andreotti, Flavia Piccoli e Maria Fida Moro, ho condiviso con loro pensieri e ricordi, ma li ho sollecitati a parlare di attualità e non di memoria, invitandoli a impegnarsi in prima persona, in una sorta di triumvirato di pregio. In effetti Flavia Piccoli ha manifestato dei dubbi, ricordando che il padre Flaminio aveva provato a rimettere in piedi la Dc e non ci era riuscito: conosco bene quella storia, perché c'ero anch'io a diverse riunioni ai Frentani con lui, ma il fatto che l'operazione non sia riuscita a Flaminio Piccoli non significa che non possa essere politicamente valida ed efficace se la propone la figlia assieme ad altre persone". Leo è convinto che molti sarebbero interessati a una "nuova" Dc con un programma politico serio, che si occupasse dei problemi attuali, fosse guidata da quelle tre persone e si distinguesse, come sempre, con lo scudo crociato: "Ovviamente occorre la collaborazione di Cesa, visto che, piaccia o no, il simbolo negli ultimi anni lo ha usato l'Udc ed è stata tutelata in questo dai vari uffici elettorali: se lui fosse disposto a mettere lo scudo a disposizione per un progetto solido, guidato da persone di valore come i figli di Andreotti, Moro e Piccoli, chi potrebbe mettersi di traverso? Tornerebbero a casa tante persone deluse, che negli ultimi anni hanno guardato ad altri partiti o che speravano di rivedere la Dc in azione e finora non sono state accontentate". 
I progetti di Cesa andranno nella direzione sperata da Leo? In ogni caso non c'è dubbio: una nuova puntata è in arrivo nella storia dello scudo crociato, stavolta ben lontana dalle aule di tribunale.

giovedì 19 settembre 2019

Psi - Italia viva, un nome per un gruppo, nonostante il regolamento

Formalmente non esiste ancora, nel senso che nel sito del Senato ancora non si vede perché probabilmente manca ancora qualche passaggio, ma la strada che darà a Italia viva, il nuovo soggetto politico concepito e guidato da Matteo Renzi, un gruppo parlamentare autonomo anche al Senato è ormai tracciata e deve molto tanto a Riccardo Nencini, quanto al Partito socialista italiano, senza i quali la nuova compagine non si sarebbe nemmeno potuta concepire.
Innanzitutto vale la pena ragionare sui fatti, dunque a partire dalla dichiarazione rilasciata dallo stesso Nencini, eletto in Senato a marzo del 2018 nel collegio uninominale di Arezzo mentre era ancora segretario del Psi, e da Enzo Maraio, attuale segretario del Psi dopo l'ultimo congresso (straordinario): 
E' stato costituito un nuovo gruppo al Senato: Partito Socialista-Italia Viva. In merito alle indiscrezioni stampa degli ultimi giorni non è mai stata all'ordine del giorno la confluenza del Psi nel movimento che fonderà l'ex premier Matteo Renzi. Il Psi manterrà la sua autonomia politica e la propria identità. Il sostegno del Psi al Governo giallo-rosso rimane responsabile e leale. Il gruppo parlamentare avrà un taglio riformista che rafforzerà la nostra azione politica, nell'ottica dell’allargamento del campo del centrosinistra. Continueremo a vigilare affinché i punti inseriti dai socialisti nel programma di governo siano rispettati, a cominciare da lavoro, sanità, infrastrutture.
Nell'ultimo mese si era parlato a lungo della possibilità che Renzi costituisse un nuovo gruppo alla Camera mentre avesse più difficoltà al Senato, a causa delle modifiche regolamentari approvate alla fine della scorsa legislatura che scoraggiano la formazione di gruppi in corso di mandato; si era però già detto che quelle stesse norme sembravano concedere uno spazio per trasformare comunque in gruppo un partito nato dopo le elezioni, a patto di abbinare il nome della propria formazione politica a quello di uno dei "partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati"
In effetti si era pensato soprattutto che allo scopo di consentire la nascita del nuovo gruppo fosse adatto Insieme - Italia Europa, la lista-cartello alla quale il Psi aveva partecipato col proprio simbolo insieme a Verdi, Area civica e “ulivisti”: il nome neutro avrebbe potuto facilitare la formazione di un gruppo autonomo, aperto anche all'ingresso di altri parlamentari, e non avrebbe esposto direttamente il partito. Viene dunque da chiedersi come mai non si sia seguita quella strada, che oggettivamente aveva punti di forza: probabilmente una spiegazione si trova considerando anche gli aspetti critici di quella soluzione. 
Il contrassegno di Insieme era stato depositato su mandato di Nencini, allora segretario Psi, ma anche di Natale Ripamonti (Verdi) e di Maurizio D’Amoreconfondatore dell'associazione EuropaNow! per gli Stati Uniti d'Europa, già dirigente del settore grandi eventi della Protezione civile e riconducibile all'area "prodiana" ("cresciuto con la Fabbrica del Programma, 2006" scrisse Silvia Bignami su Repubblica nel 2017); se si guarda la dichiarazione di trasparenza depositata al Viminale nel 2018 assieme all'emblema della lista, proprio D’Amore risulta essere tanto il legale rappresentante di Insieme, quanto il titolare del contrassegno. Ora, si deve considerare che Riccardo Nencini è stato eletto in Senato in quanto candidato vittorioso nel collegio uninominale di Arezzo, mentre non è risultato eletto nel collegio plurinominale Lombardia-02, dove era candidato per la lista Insieme che, come è noto, non ha raggiunto la soglia del 3%. Insieme, dunque, non poteva contare su nessun eletto proprio, visto che Nencini è entrato in Senato in rappresentanza della coalizione. Questo, in base al nuovo testo del regolamento, avrebbe comunque potuto consentire a Nencini di far valere il suo collegamento alla lista Insieme per costituire su quella base un gruppo; era però difficile pensare che l'uso del nome di un partito rimasto senza rappresentanti diretti in parlamento per consentire la nascita di un nuovo gruppo "in deroga" - per giunta a componente maggioritaria di una compagine politica diversa - non dovesse dipendere almeno in parte dal consenso dello stesso D'Amore, in quanto legale rappresentante di Insieme. Nessuno può sapere cosa avrebbe potuto rispondere D'Amore a un'eventuale richiesta di consenso all'operazione; si può però dire che avrebbe ben potuto negare il suo avallo a un'operazione non condivisa, da lui o da chi è vicino a lui
Il problema è però rimasto sulla carta, visto che il Psi ha permesso l’uso del suo nome e legherà il suo simbolo - quello che il consiglio nazionale deciderà, dopo l'esito della consultazione che ha visto prevalere il garofano - a quello che Renzi presenterà tra un mese. Se si bada al risvolto politico della questione, è evidente che con quest'operazione il Partito socialista acquista maggiore visibilità (nei lavori parlamentari e sui media) e, volendo, si assume una responsabilità ben maggiore pur continuando a essere in una situazione di "appoggio esterno" (il che, ovviamente, non significa affatto che sia prossima la nomina di un ministro o di un sottosegretario del Psi, né è stato chiesto, ma certamente ora le proposte socialiste possono avere una tribuna più rilevante). Una situazione, questa, che ha anche i suoi contro, se si considera che non pochi aderenti o simpatizzanti socialisti hanno accolto con piacere la notizia.
Al di là dell'aspetto politico, non può non colpire come una disposizione regolamentare introdotta meno di due anni fa con un chiaro intento restrittivo abbia permesso la nascita di un nuovo gruppo che rappresenta innanzitutto un partito che ha avuto un unico eletto (per giunta non sotto le proprie insegne), mentre la quasi totalità della nuova compagine rappresenta un partito nuovo, che non ha corso alle elezioni. Le regole nuove, insomma, non hanno affatto impedito una delle eventualità che si sarebbero volute bloccare. Difficile dire se la regola sia stata scritta (più o meno volutamente) male, se – come aveva scritto Salvatore Curreri su LaCostituzione.info prima delle elezioni, paventando uno scenario simile, ma pur sempre meno forzato – sia il sistema politico a essere irriformabile o se i problemi siano altri. Di certo, qualcuno in uno spiraglio di una regola nuova e dallo scopo ben chiaro è stato capace di vedere la via d’uscita, senza preoccuparsi di quanto fosse stretta o poco confortevole. Se sia stato bravo o furbo, ognuno la pensi come vuole; le regole, in ogni caso, non hanno funzionato come avrebbero dovuto. O come si pensava dovessero funzionare. 

Dc e scudo crociato: riassunto (e la mia tesi) una volta per tutte (1)

Anche le vicende di questi giorni hanno confermato un punto fondamentale: la storia della Democrazia cristiana e del suo simbolo, lo scudo crociato, non cessa mai di riservare novità, sorprese e colpi di scena. Chi segue questo sito lo sa molto bene, ma l'affastellarsi di tante vicende, anche contorte e dalle radici lontane, ha portato qualche lettore a chiedermi un riassunto delle puntate precedenti, che ormai sono davvero un numero considerevole.
In questo post, il primo di una serie, cerco di offrire un quadro cronologico della situazione, per spiegare come si è arrivati alla situazione intricata di oggi (che peraltro dura da molti anni e puntualmente si complica, tra tentativi successivi che spesso sono portati avanti dalle stesse persone): la ricostruzione, ovviamente, è basata sui molti documenti che ho raccolto nel corso degli anni, su centinaia di pagine prodotte da parti diverse o dai giudici via via chiamati a intervenire
Ho iniziato a studiare la vicenda giuridica dello scudo crociato e dell'intero mondo Dc nel 2010: mi ha fatto capire che occuparsi di simboli e di "diritto dei partiti" (anche se ancora non sapevo che ne esistesse uno) poteva equivalere a scavare un filone inesauribile. L'ho fatto da persona del tutto esterna ed estranea alla storia democristiana, per età (nel 1994, quando la Democrazia cristiana è stata messa da parte, non avevo 11 anni) e per scelta (non mi sono mai iscritto a partiti che, in un modo o nell'altro, si ritenevano eredi politici o continuatori giuridici della Dc). Da studioso, ho avuto contatti con varie parti (di oggi, di ieri e dell'altro ieri) della querelle democristiana e coi loro avvocati, per avere informazioni e leggere atti e documenti utili: a volte ho trovato grande collaborazione, magari dopo aver vinto qualche diffidenza, altre volte i risultati sono stati ben peggiori. 
Prima di iniziare, una precisazione mi pare dovuta. In tutti questi anni, non ho mai sposato le tesi di chi cerca in vari modi di far tornare operante la Dc "dormiente" dal 1994 e che si riteneva risvegliata già nel 2012 e - quanto al tentativo attuale - di nuovo tra il 2017 e il 2018. Il mio non riconoscere la bontà di quelle idee, unitamente al fatto che nel 2018 e nel 2019 io abbia commentato le decisioni del Viminale e degli altri uffici elettorali che hanno tutelato il simbolo dell'Udc, ha indotto qualcuno a pensare che io parteggi per il partito di Cesa o almeno per le loro tesi. Il pensiero è legittimo, ma garantisco che non è così: non parteggio affatto per l'Udc (anzi, nella mia lunga ricerca, una collaborazione rasente lo zero l'ho avuta proprio dall'Udc). La mia non è una posizione di parte, ma non può essere neutrale: leggendo e studiando mi sono fatto un'idea piuttosto chiara e le vicende che nel tempo si sono succedute l'hanno confermata sempre di più, in una storia - tra l'altro - in cui tutte le parti esistenti e i vari personaggi che le rappresentano ritengono di avere ragione (in tutto o in parte) e spesso accusano altri di non conoscere documenti o sentenze che loro stessi sembrano non aver letto o compreso appieno.

1) Il peccato originale: cambiare nome nel modo sbagliato

Se della querelle sulla Dc non si vede la fine, si può individuare almeno l'inizio o - volendo - l'inizio degli inizi. Una sorta di peccato originale (così lo si è chiamato a Report, in una nota puntata a cura di Sabrina Giannini che trattò l'argomento dal punto di vista del patrimonio), che nessun battesimo ha cancellato. Datarlo è facile: si tratta dell'arco di tempo tra il 18 e il 29 gennaio 1994, periodo nel quale il partito nato nel 1943 e denominato "Democrazia cristiana" ritenne di aver cambiato nome in "Partito popolare italiano". Ritenne, perché in quel periodo, in cui il pensiero fisso era salvare il partito dagli scandali adattando la linea politica e recuperando l'etichetta delle origini, non si fece l'unica cosa necessaria: un congresso nazionale
18 gennaio 1994: Assemblea nazionale
Si voleva un partito nuovo (rinnovato) senza fare un nuovo partito sciogliendo quello esistente, così si pensò di modificare giusto il nome da Dci a Ppi. Per farlo, però, occorreva cambiare lo statuto (il nome è parte di quel documento fondativo): il solo organo del partito titolato a modificarlo era il congresso nazionale. Il 18 gennaio (giorno in cui, nel giro di poche ore, sulla scena spuntarono il Ppi e il Ccd) si riunì l'assemblea nazionale della Dc; il 21 gennaio la direzione nazionale; il 29 gennaio il consiglio nazionale. I tre organi approvarono il cambio di nome, ma mai la questione fu posta in un congresso (e ciò non avvenne nemmeno nel primo congresso del Ppi, che si tenne dal 27 al 29 luglio 1994). Se qualcuno avesse impugnato direttamente una di quelle delibere - specie quella del Consiglio nazionale - sarebbe riuscito a vederla dichiarare nulla, perché quell'iter di cambio di nome non poteva produrre effetti: sarebbe bastato solo che un giudice lo accertasse (a patto, ovviamente, che qualcuno glielo avesse chiesto espressamente). 
La Dc, insomma, credeva di chiamarsi Partito popolare italiano e tutti la trattavano come tale, ma in realtà era ancora la Democrazia cristiana, di fatto (era lo stesso soggetto giuridico) e di nome (anche se non se ne rendeva conto). Per iniziare una metafora corporea che ci porteremo dietro durante tutta la storia, è come se un tale che si chiama Franco Porta volesse abbandonare il suo nome (non importa il motivo) e per farlo ritenesse sufficiente lasciare sulla porta di casa sua un avviso per due settimane, in cui si dice che lui dal tal giorno si chiamerà Marco Cerri. Una procedura simile non può avere effetti, ma le persone che conoscono Franco Porta, sapendo della sua volontà di cambiare nome, lo chiameranno Marco Cerri: nessuno però metterà in dubbio che la persona è la stessa perché il corpo è lo stesso, a dispetto del cambio di nome. In altre parole, a prescindere dall'errore (grave) nel modo in cui si è cambiato il nome, non c'è nessun "cadavere abbandonato" da risvegliare.

2) Due menomazioni in due anni  

Il corpo, si diceva, è lo stesso, anche se ormai non è più integro, per due menomazioni successive: Franco Porta infatti, quando ha scelto di chiamarsi Marco Cerri, ha perso un avambraccio e un dito. Un anno dopo, in un trauma, Cerri (che in realtà è Porta, anche se non ci pensa e quasi nessuno intorno a lui dà importanza alla cosa) finisce per perdere un'intera gamba: una perdita dolorosa, che sparge molto sangue e per anni non riesce a sanarsi del tutto. In effetti la vicenda politica, a grandi linee, può essere rappresentata proprio così, anche se già qui le questioni si fanno complicate e non è facile seguirle in tutti i loro passaggi senza avere i documenti in mano.
L'avambraccio perso, nel 1994, è il Centro cristiano democratico di Pierferdinando Casini e Francesco D'Onofrio, staccatosi in corrispondenza con la scelta di cambiare nome e corso per il partito dei democratici cristiani (l'evento fondativo si fa risalire al 18 gennaio 1994, con l'assemblea tenuta al Grand Hotel de la Minerve, a 450 metri a piedi dall'Istituto Sturzo, in cui la Dc si sta trasformando in Ppi): si tratta dunque di una scissione da un soggetto politico-giuridico che rimane esistente e attivo (a prescindere dal nome che ha). Nessun dubbio, dunque, sul fatto che la Dc, che dal 18-29 gennaio 1994 ritiene di chiamarsi Ppi, sia rimasta lo stesso soggetto, anche se ha perso parte dei suoi iscritti e anche se questi si sono riorganizzati in un altro partito, per l'appunto il Ccd. 
Accordo Ppi-Cdu del 1994
Qui liti sostanzialmente non se ne conoscono, anche se qualche scaramuccia sui soldi comunque c'era stata, ma la si era appianata abbastanza in fretta. Coloro che alla Camera avevano formato da pochi giorni il gruppo parlamentare autonomo del Ccd, il 30 gennaio si erano accordati con il Ppi sul piano economico (ai fuoriusciti non spettava un soldo, ma in spirito di amicizia si era comunque fatto un patto firmato da Rosa Jervolino per il Ppi e da D'Onofrio, presidente del neogruppo dei cristiano democratici a Montecitorio), confermando che del vecchio scudo il Ccd poteva continuare a usare solo l'immagine "in negativo" sulla vela.
In quegli stessi giorni, peraltro, si era registrata anche la perdita di un dito, rappresentato dai Cristiano sociali di Ermanno Gorrieri, che mai hanno rivendicato nome è simbolo della vecchia Dc e dunque con il seguito della vicenda qui riassunta hanno poco o nulla a che fare (per questo non se ne parlerà più nelle prossime righe: ci si limita a dire che anche i Cs erano un partito nuovo, distinto dal Ppi già chiamato Dc).
Il "patto di Cannes"
La perdita dolorosissima dell'intera gamba, invece, si ebbe nel 1995 e inizia con la spaccatura tra Rocco Buttiglione, eletto segretario del Ppi nel primo congresso alla fine di luglio del 1994, e la sinistra del partito, che al suo posto aveva eletto Gerardo Bianco dopo che Buttiglione era stato sfiduciato in consiglio nazionale per la sua scelta di allearsi   con il centrodestra  che comprendeva An: una vicenda complessa, fatta di accuse reciproche di violazioni dello statuto, che approdò in tribunale (prima e dopo le elezioni regionali e amministrative di primavera) e si protrasse tra serrature cambiate, porte sfondate, utenze tagliate e amenità simili. Il Ppe, scandalizzato, impose alle parti una tregua, raggiunta il 24 giugno 1995 a Cannes: Buttiglione e Bianco, prendendo atto "della insanabile divisione insorta all'interno" del Ppi e scegliendo di viverla "con uno stile di rispetto reciproco, di tolleranza e di cristiana fraternità", si accordarono perché al gruppo di Gerardo Bianco fosse lasciata la denominazione Ppi e a quello di Buttiglione non fosse contestato lo scudo crociato; il "patto di Cannes" fu tradotto in accordo giuridico il 14 luglio, precisando certe questioni economiche (sulla divisione del patrimonio, dei lavoratori, delle testate) e che l'uso del nome "Democrazia cristiana" sarebbe stato precluso a tutti. 
Il 4 ottobre 1995 la menomazione iniziata in primavera si completò - anche se soltanto sul piano politico-giuridico - con la nascita del nuovo partito guidato da Rocco Buttiglione, i Cristiani democratici uniti (Cdu)un soggetto giuridico nuovo, distinto dal Ppi, fondato con atto costitutivo notarile: se il nome scelto per l'occasione era nuovo (anche se ricordava volutamente quello della Cdu tedesca), non poteva sfuggire lo scudo crociato - la stessa versione in uso nel 1992 e nell'emblema elettorale del Ppi del 1994, nel pieno rispetto degli accordi di Cannes - in bella vista all'interno del simbolo, ancora una volta su fondo blu come ormai avveniva almeno dal 1992. 
Il Ppi, intanto, per evitare problemi di confondibilità, già alle elezioni di primavera aveva adottato un emblema con gonfalone e scudo - e per evitare confusione con il fisco aveva pure adottato per sé un nuovo codice fiscale - ma era lo stesso soggetto giuridico di prima (non c'è mai stato un congresso di fondazione o un atto costitutivo di un nuovo partito). Riprendendo l'immagine di prima, Marco Cerri (che in realtà si chiamerebbe ancora Franco Porta) è rimasto lo stesso, anche se nel frattempo ha perso un avambraccio e un braccio e ha cambiato la foto sul suo documento d'identità.   

3) Se la gamba non si stacca del tutto

La prima "ordinanza Macioce"
La situazione, obiettivamente già intricata, fu complicata ancora di più da alcune decisioni dei giudici, ragionevoli ma difficili da applicare. Già il 25 marzo 1995, nella prima ordinanza sullo scontro Bianco-Buttiglione (resa prima del turno elettorale di primavera) era intervenuto il giudice del tribunale di Roma Luigi Macioce, su richiesta del gruppo di Bianco che voleva impedire a Buttiglione di continuare a guidare il partito e decidere sulle candidature. Annullando o dichiarando nulli vari deliberati di organi interni al Ppi, il giudice Macioce disse in sostanza che Rocco Buttiglione era rimasto segretario del partito, ma avrebbe dovuto attuare in pieno la linea del consiglio nazionale (che aveva sbarrato la strada ad accordi politici con Alleanza nazionale e Rifondazione comunista, intese come forze estreme), che era ben diversa dalla sua (accordo con tutto il Polo, dunque anche con An). Il che equivaleva ad avere due partiti litiganti in uno o, se si preferisce, un segretario tanto in carica quanto "paralizzato", non potendo seguire il proprio indirizzo politico.  
La seconda "ordinanza Macioce"
Tra giugno e luglio, lo stesso tribunale si occupò di una nuova azione intentata da Bianco e dal nuovo tesoriere Pierluigi Castellani, che chiedevano di inibire l'attività di segretario e tesoriere a quelli che invece si ritenevano regolarmente in carica, rispettivamente Buttiglione e Alessandro Duce (che, tra l'altro, era diventato tesoriere del Ppi perché era stato scelto come ultimo segretario amministrativo nelle ultime due riunioni degli organi della Dc, il 21 e il 29 gennaio 1994). Dopo una prima decisione favorevole a Buttiglione, il tribunale di Roma dovette riaffrontare la vicenda in sede di reclamo: in un collegio di tre giudici, fu ancora Macioce a scrivere la motivazione dell'ordinanza sul caso, datata 24 luglio 1995. In quella decisione si disse che, visto che in quella fase le due fazioni (vicine a Bianco e a Buttiglione) si stavano organizzando in due partiti diversi ma non esistevano ancora due soggetti giuridici autonomi (il Cdu, lo si è visto, nacque in ottobre di quell'anno), la soluzione più corretta e opportuna sembrava la "co-gestione obbligatoria dei due tesorieri", che fotografava "l'originale, inusuale e certamente transitoria condizione dell'unico Ppi in procinto di divisione": ogni atto di ordinaria e straordinaria amministrazione sul patrimonio avrebbe dovuto avere l'adesione (scritta) di Duce e di Castellani.
La transazione del 1999
Quella situazione di cogestione, in realtà, durò ben oltre la costituzione giuridica del Cdu. Lo stesso Macioce, in effetti, aveva precisato nell'ordinanza che quell'agire congiunto "imposto" dal giudice sarebbe stato superabile con un diverso accordo tra le parti: l'accordo, però, per molto tempo non ci fu. Tanto per dire, Ppi-gonfalone e Cdu soltanto il 12 ottobre 1999 chiusero con una transazione un'ulteriore causa iniziata sempre nel 1995 (dopo la seconda ordinanza scritta da Macioce) sulla corretta rappresentanza del Partito popolare e, in quel documento transattivo, misero nero su bianco che la co-gestione "imposta" nel 1995 era ancora "un soddisfacente assetto": pare che non si sentissero garantiti da una diversa configurazione dei rapporti, perché evidentemente non si fidavano abbastanza. Nella stessa transazione - firmata per il Ppi (per procura) dal segretario Pierluigi Castagnetti e dai suoi predecessori Bianco e Franco Marini, nonché dal primo tesoriere Castellani e da quello allora in carica Romano Baccarini, mentre per il Cdu la sottoscrisse l'allora tesoriere Gianfranco Rotondi, in nome e per conto anche del suo predecessore Duce e del segretario Buttiglione - i due partiti si riconobbero entrambi titolari del partito della Dc (nonché della denominazione e del simbolo storici) e, in nome di questa contitolarità, si impegnarono ad agire legalmente contro chi avesse voluto usare nome ed emblema della Dc (e qualcuno tra il '96 e il '98 aveva iniziato a farlo, come si vedrà).
In questa fase lunga - che doveva essere breve - è come se il Marco Cerri della nostra storia (anche se in realtà continua a chiamarsi Franco Porta, contro la sua volontà) avesse continuato a vivere e operare a dispetto delle due menomazioni, ma qualcuno avesse mantenuto la sua gamba legata a lui, anche se questa si era del tutto staccata; un legame che, peraltro, si manifestava solo in determinate occasioni, che richiedevano che la persona apparisse con entrambe le gambe. La gestione patrimoniale del Ppi-Gonfalone e del Cdu, infatti, fu del tutto autonoma per le nuove risorse (a partire da quelle ricevute con il finanziamento pubblico), mentre il regime di co-gestione proseguì per il patrimonio del Ppi - ex Dc: così era intestato il bilancio - pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale - presentato alla Camera con riguardo all'anno 1995 e firmato da Castellani e Duce. Negli anni successivi, peraltro, non è stato più presentato un bilancio di quel tipo, resistendo soltanto i rendiconti di Ppi-gonfalone e Cdu (anche se la co-gestione patrimoniale sarebbe finita solo nel 2002).


4) La prima sentenza di Cassazione che, se letta male, inganna

Nel corso di questi anni, peraltro, le liti giudiziarie non riguardavano soltanto gli esponenti dei partiti, ma anche - e soprattutto - gli ex dipendenti della Dc che avevano intentato contro il partito cause di lavoro, non risolte prima della trasformazione in Ppi e delle vicende traumatiche coeve e successive. Una delle cause fu decisa in via definitiva dalla sezione lavoro della Corte di cassazione il 27 giugno 1998: un anno prima della transazione di cui si è detto e dodici anni e mezzo prima che sia emessa la nuova pronuncia di Cassazione che, per alcuni, fa rivivere la Dc. C'è addirittura chi crede che la sentenza in questione - la n. 6393/1998 - abbia anticipato ciò che la Suprema corte avrebbe detto nel 2010 e, se qualcuno l'avesse letta allora, la Dc si sarebbe risvegliata molto prima.
Le cose non stanno così e conviene leggere bene quella decisione, nota come "sentenza Laudani", dal nome dell'uomo che aveva iniziato la causa contro la Dc negli anni '80, Placido Laudani (lamentando come non gli fosse stata riconosciuta una certa qualifica, con tutte le conseguenze economiche del caso); prima che intervenisse la sentenza di secondo grado (il 25 settembre del 1995), si erano verificati i fatti raccontati sopra, in base ai quali per il ricorrente Ppi, Ccd e Cdu erano tutti successori allo stesso modo della Dc e quindi dovevano partecipare tutti al processo (mentre in appello si era costituito solo il Ppi, cosa che secondo Laudani comportava nullità di tutto il procedimento). 
Per la Cassazione, invece, non c'era motivo di far partecipare tutti al processo (non era cioè una situazione di "litisconsorzio necessario"), poiché ciò avrebbe richiesto, a monte, che ci fosse stata "una successione universale", cioè - volendo banalizzare - un decesso e degli eredi (o un trasferimento di tutte le posizioni giuridiche da un soggetto a un altro). Non poteva essere erede di nulla il Ccd, essendo stato costituito - lo si è visto - in seguito al recesso collettivo di vari soci della Dc; nemmeno per il Cdu (nella sentenza erroneamente chiamato Partito cristiani unitari) poteva parlarsi di successione universale perché ciò, come detto, presupporrebbe "la scomparsa del dante causa come soggetto giuridico e la trasmissione dell'universum ius nel patrimonio dell'avente causa". 
Proprio a partire da questa frase più di qualcuno ha sostenuto che la Dc non era mai stata sciolta e aspettava solo qualcuno che la svegliasse dal torpore, mentre gli altri partiti (Ppi compreso) erano andati avanti per la loro strada. In realtà non è così: i giudici, poche righe prima, avevano notato che la Democrazia cristiana aveva semplicemente cambiato nome in Partito popolare italiano, quindi era normale che fosse stato il solo partito a partecipare al processo; tutti gli altri soggetti erano nati da recessi collettivi dall'associazione che nel frattempo aveva semplicemente cambiato nome, senza che nessuno pensasse di scioglierla (e senza che allora ci si interrogasse su come quel cambio di nome era stato fatto). In pratica, i giudici di Cassazione hanno confermato che il Ppi e la Dc erano la stessa cosa e che quest'ultima non era mai stata sciolta, sì, ma perché appunto aveva continuato ad agire con un altro nome. In altre parole, nessuno si poteva considerare erede di Franco Porta, perché Porta - che nel frattempo aveva cambiato "male" il suo nome in Marco Cerri e con quest'ultimo era identificato da tutti - era ancora vivo e operante. 


5) Fine della co-gestione: la gamba si stacca del tutto 

Anche dopo la sentenza di Cassazione del 1998, la transazione Ppi-Cdu del 1999 e un paio di tentativi altrui di utilizzare il nome e il simbolo storici della Dc, i tesorieri dei due partiti continuarono a gestire insieme il patrimonio. Nel corso degli anni ne cambiarono vari: per il Ppi a Pierluigi Castellani succedettero Severino Lavagnini, Romano Baccarini e, nell'ultimo periodo del 2002, Luigi Gilli; dopo Alessandro Duce, invece, tesorieri del Cdu furono Tancredi Cimmino e, già nel 1999 (dopo che Cimmino aveva aderito all'Udeur), Gianfranco Rotondi. Tutti loro, nelle rispettive permanenze in carica, furono chiamati a gestire tutte le questioni patrimoniali legate ai beni che erano stati della Dc (e qualche ruolo continuavano a mantenere di fatto i tesorieri precedenti, almeno quelli che non avevano trasferito ai successori le quote a loro intestate delle società proprietarie degli immobili legate al partito).
La scrittura privata del 2002
La co-gestione patrimoniale terminò soltanto il 5 luglio 2002 (dopo che, a marzo, nel giro di pochi giorni si era costituita l'Udc e la Margherita aveva celebrato il suo primo congresso trasformandosi in partito, mentre i soggetti che l'avevano creata continuavano a esistere pur non operando più politicamente) con una scrittura privata firmata dai legali rappresentanti del Ppi (segretario Castagnetti, tesoriere Luigi Gilli, segretario generale Nicodemo Oliverio) e del Cdu (segretario Buttiglione, tesoriere Rotondi). Nel documento si legge che "il Cdu rinuncia con effetto immediato in favore del PPI-Gonfalone alla gestione nonché ad ogni diritto (...) sul patrimonio (...) del Ppi ex Dc" e che, per questo, "la gestione e la rappresentanza del Ppi ex Dc", attività e passività "restano fin d'ora in capo al Ppi-Gonfalone e per esso ai suoi legali rappresentanti". 
Certo è che in quei sette anni di co-gestione patrimoniale si sono poste le basi per le vicende travagliate del patrimonio immobiliare che era stato della Dc e che sono finite più volte oggetto delle cronache giudiziarie. La questione, però, è delicatissima e chi scrive non ha in mano abbastanza documenti per commentarla, quindi si eviterà di parlarne. Anche perché nel 2002, anno della scrittura privata con cui terminò la co-gestione dei tesorieri (o, se si preferisce, in cui la gamba di Marco Cerri - Franco Porta fu definitivamente staccata dal suo corpo), ci si dovette occupare seriamente di chi voleva di nuovo la Dc operante e, per giunta, sembrava avere le carte in regola per poterlo fare. Meglio, però, occuparci di questo in un'altra puntata... 


(1 - continua)

mercoledì 18 settembre 2019

è Viva: guida al racconto di una nuova identità politica

Salvo sorprese, oggi i parlamentari che hanno scelto di seguire Matteo Renzi nella sua nuova sfida politica abbandoneranno i gruppi del Pd di Camera e Senato, in attesa di costruire la loro nuova casa. Da ieri sera si sa che si chiamerà Italia viva, ma in Parlamento già da aprile un soggetto si autoproclama "vivo". Si tratta di è Viva - appunto - cioè il movimento frutto dell'impegno degli "autoconvocati" di Liberi e Uguali rappresentata a Montecitorio da Luca Pastorino e a Palazzo Madama da Francesco Laforgia (che ne è anche il coordinatore nazionale): proprio lui, ieri sera, su Twitter ha fatto gli auguri a Renzi per il varo, ma ha tenuto a rimarcare che la sua compagine e quella nascente del collega d'aula hanno "nomi simili ma direzioni molto diverse", come a rimarcare cortesemente che l'idea della vita come segno identitario e di distinzione l'aveva scelta per primo il suo movimento, già qualche mese fa.
Ma come si era arrivati a quel nome - è Viva - così particolare e inconsueto nella storia della politica italiana? In aprile era stata sottoposta a potenziali elettori e appassionati la scelta dell'emblema, all'interno di una terna di opzioni nominali e grafiche offerte (le altre erano In piedi e Plus), ma a monte c'era stato molto lavoro per giungere a quella consultazione. Questo sito ha chiesto all'agenzia di comunicazione barese Moscabianca, cui il progetto #perimolti si era rivolto per elaborare il nome e l'emblema, di raccontare quel percorso, per far capire meglio a chi frequenta questo spazio come una o più idee possano trasformarsi in un segno di riconoscimento politico e quanti sforzi concorrano a quel risultato. Gli ideatori hanno accettato e quella che segue è la loro narrazione dei passaggi che hanno portato a dire che la passione politica (e la sinistra) è Viva, certo non meno dell'Italia.


* * *

Raccontare l'identità di un nuovo Partito non è mai un'operazione semplice e lo è ancor meno per un Partito di sinistra. L'immaginario di quest'area politica è saturo di riferimenti culturali, è materia densa, altamente strutturata, venata in certi casi da un'aura nostalgica, in cui trovare un varco per esprimere una novità può risultare estremamente complesso.
La squadra di lavoro era formata da alcuni allievi del laboratorio di comunicazione politica di Moscabianca che, affiancati dai membri dell'agenzia, hanno contribuito attivamente a tutte le fasi di lavoro.

Il lavoro ha conosciuto più fasi.
La prima è consistita in un'indagine sugli ancoraggi culturali dei partiti e dei movimenti progressisti nei paesi Occidentali per individuarne le principali direttrici. Ne sono emerse tre: la prima suggeriva la costruzione di un’identità capace di creare un’immediata connessione emotiva col passato (si veda, a tal proposito, l’analisi contenuta nell'opera di Zygmunt Bauman).
La seconda, stimolata dalle analisi della filosofa politica Chantal Mouffe e dalle esperienze di Sanders, Corbyn, Mélenchon e Podemos, indicava la direzione di un'identità dalle forti connotazioni popolari e dalle rivendicazioni sociali più radicali.
La terza, illuminata dal rinnovato vigore delle forze ecologiste e dei movimenti per i diritti civili e sociali transnazionali, suggeriva di lavorare a un'identità capace di raccontare il futuro desiderato, come meta da raggiungere insieme.


Dopo questa fase, l'attenzione si è concentrata sulle identità visive e sulle scelte di nome.
Fondamentali, da questo punto di vista, sono state le indicazioni che provenivano dal percorso deliberativo con la piattaforma attraverso la quale i militanti della nuova forza politica erano chiamati a raccontare la loro idea di Sinistra.
Nel giro di un paio di settimane, gli utenti hanno scelto le parole chiave della «nuova sinistra» (raccolte in una nuvola di
tag) e indicato le preferenze cromatiche per il marchio logo, ma è dal questionario di 9 domande aperte che sono emersi gli spunti più ingaggianti, su temi di stringente attualità come l'Europa, l'immigrazione e l'impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro. A colpirci sono state, però, le risposte più personali, che hanno restituito lo spaccato di una base elettorale disillusa, ma ancora fortemente legata all'immaginario della sinistra e ai suoi valori più tradizionali: alla domanda «Qual è la cosa più di sinistra che hai fatto?» c'è chi risponde «Mia figlia», e chi invece auspica nuove politiche per eliminare le disuguaglianze e abbattere i muri, anche a costo di prenderli «a spallate».

Le fasi di
brainstorming sono state fondamentali per giungere alle tre proposte. Nel lavoro di raccolta dati e indagine, osservazione puntuale della realtà presente e passata, i momenti informali, come sempre accade nei lavori creativi, si sono rivelati più che proficui.
La proposta "In piedi!", ad esempio, nasce negli ultimi minuti di un lunghissimo turno pomeridiano. Alcuni di noi avevano intenzione di cercare il senso più intimo della sinistra oltre le parole, oltre le lingue che irrimediabilmente esprimono in modi diversi (talvolta intraducibili in italiano) uno stesso concetto. Allora "to stand for something", credere fermamente in qualcosa, evocava una posizione fisica che significa rispetto ma anche prontezza. Il punto esclamativo poi rendeva la perifrasi un invito accorato, un'esortazione, quasi una chiamata alle armi a cui il popolo della sinistra avrebbe sentito il dovere morale di rispondere. Il viola invece, per quanto in Italia sia poco presente in politica e risulti legato a doppio filo ad un significato negativo, sia nel mondo sacro della liturgia cristiana che in quello profano del teatro e della televisione, ha avuto grande fortuna in Polonia, dove il movimento Wiosna ha indicato la strada da percorrere per un recupero dei diritti civili di alcune soggettività sociali.



La fase del referendum, nella quale i militanti e i simpatizzanti del nuovo soggetto, è stata poi il punto d’approdo di un percorso che assumeva un significato politico preciso. L’idea, appunto, che la partecipazione è una mera sommatoria di posizioni, ma un processo che punta a innalzare la qualità della decisione, intrecciando varie fasi e contributi. Quella libera, appunto, del questionario iniziale; il lavoro di professionisti che utilizzano quella base come un brief collettivo; l’ideazione di tre proposte che poi vengono portate a referendum tra coloro che hanno risposto al questionario.
Complessivamente la piattaforma ha registrato 9.000 visite al sito, 23.000 interazioni e 1000 contributi di idee. Un dato non da poco, per un percorso che comunque aveva una sua complessità e richiedeva più fasi d’attivazione.
Un modello sicuramente positivo, che potrebbe essere replicato anche in altre occasioni sia come metodologia dell'agenzia che come forma di coinvolgimento dei militanti.


Grazie all'agenzia Moscabianca per la collaborazione e a Paolo Inno, Leoluca Armigero e Vittorio Polieri, allievi del laboratorio di comunicazione politica "Candidati in terapia" per la testimonianza. Per approfondire la vicenda (e per trovarne un resoconto grafico, dal quale sono tratte le immagini precedenti), si può visitare questa pagina: https://www.moscabianca.info/portfolio/il-mio-partito/.