venerdì 14 aprile 2017

Palazzolo sull'Oglio, "Continuiamo insieme", inforcando gli occhiali

Per carità, non che nella politica ci sia granché da ridere - e infatti i soggetti troppo ridanciani non hanno avuto mai consensi troppo duraturi - ma sorridere, quello fa senz'altro bene. Così, colpisce che qualcuno abbia voluto caratterizzare la sua campagna attraverso "un tono leggero e scherzoso". E' il caso, per esempio di Gabriele Zanni, sindaco uscente di Palazzolo sull'Oglio, comune superiore del bresciano, che ha scelto di cercare la riconferma. "In fondo non è certo una guerra, come qualcuno ritiene che sia", scrive sul suo profilo, rispondendo ad attacchi di altri candidati in corsa (sottolineando che invece l'amministrazione di un comune è cosa seria e come tale va trattata, con gli atteggiamenti delle persone e il rispetto). 
Alle elezioni del 2012 (da Zanni vinte al ballottaggio, dopoun testa a testa con il candidato della Lega Alessandro Sala al primo turno) era stato sostenuto da due liste civiche - Palazzolo Città in testa e San Pancrazio con Zanni - e da una terza che aveva in bella vista il simbolo del Pd. Questa volta ci saranno sempre le due civiche, sia pure con una grafica leggermente rinfrescata, mentre non ci sarà l'emblema dem: l'assenza è frutto di una scelta precisa. 
"Sappiamo che è un rischio - ha dichiarato Zanni nei giorni scorsi - ma vogliamo continuare il più possibile su una logica di apertura a tutte le componenti della città, senza alcuna pregiudiziale ideologica". Così, al posto del logo Pd, ci sarà la lista Continuiamo insieme, con un look inconfondibile: un cerchio giallo con una sagoma di occhiali (con tanto di lenti bianche) e nome disposto "a sorriso" nella parte inferiore. Si tratta di un emblema singolare, anche se non del tutto nuovo, visto che riprende uno smile già apparso nella campagna elettorale del 2012: "Il tono vuole essere popolare e immediato - spiega Zanni sul suo profilo -. E' una scelta fuori dai canoni elettorali classici, pesanti e retorici, come vuole essere e sarà anche il tono della nostra campagna elettorale. E' facilmente riconoscibile; è un accenno al candidato serio ma non serioso. Abbiamo rinunciato ad icone di partito, frasi ad effetto, simboli come la torre, la rocchetta, il castello o il fiume, che richiamano si Palazzolo, ma sono già stati usati e si confondono tra loro. E allora semplicemente Continuiamo insieme". 
Quelle lenti, si diceva, non stanno lì a caso: sempre il candidato sindaco spiega come "continuare a usare le lenti" serve "da un lato per vedere ed affrontare più da vicino le difficoltà delle persone" e dall'altro per "guardare al futuro con progetti lungimiranti". Ma sono anche davvero un accenno al candidato, visto che Zanni porta gli occhiali e quella raffigurata somiglia abbastanza alla sua montatura. Una scelta non del tutto nuova: l'aveva fatta tradurre in grafica, per esempio, anche Mattia Palazzi, che nel 2015 è diventato sindaco di Mantova e, come emblema della sua lista personale, aveva messo proprio gli occhiali (di forma identica), assieme ai baffi e alla "mosca", il tutto sempre su fondo giallo.
Il simbolo che Zanni usa a Palazzolo ha una resa grafica migliore, più curata e meno "fluttuante" e coglie in pieno la sua sfida di proporre un segno distintivo originale, non banale e comunque in grado di spiccare. Eppure, chi è stato bambino alla fine degli anni '80, vedendo un logo con occhiali giganteschi, non può non pensare, anche solo per un attimo, a un altro emblema con un paio d'occhiali in primo piano: quelli di Mike Bongiorno, che sovrastavano il nome di una delle sue trasmissioni più famose, TeleMike. Ovviamente non c'è nessun collegamento tra il sindaco uscente e l'ex conduttore (anche la foggia degli occhiali è diversa), ma quando andò in onda la prima puntata - il 1° ottobre 1987 - Zanni aveva poco meno di quattordici anni: chissà se quel programma se lo ricorda anche lui e se l'ha visto almeno una volta. Non gli sarà venuto in mente di sicuro, altrimenti verrebbe spontaneo esclamare, alla Mike, "Colpo di scena!"...

giovedì 13 aprile 2017

Teolo, simbolo che vince non si cambia, ma si rinfresca

Non è dato sapere se si debba al venerato maestro del pallone e della panchina Vujadin Boškov anche l'elaborazione del famoso adagio "squadra che vince non si cambia". Di certo, in ambito elettorale, spesso c'è la tentazione di sentenziare che "simbolo che vince non si cambia", se non altro per una questione di riconoscibilità: soprattutto nei comuni medio-piccoli, far capire nettamente che una proposta già premiata dagli elettori è ancora in campo diventa un modo importante per non disperdere parte del consenso ottenuto la prima volta. 
Questo non significa, naturalmente, che gli emblemi siano intoccabili in tutto e per tutto: quelli delle formazioni civiche, in particolare, si usano essenzialmente una volta ogni cinque anni (oltre che per le iniziative che si svolgono in corso di consiliatura), per cui il tempo può anche farli invecchiare un po'. Anche chi non vuole cambiare la grafica, quindi, accetta almeno di dare una rinfrescata, per non dare l'impressione di essere rimasto indietro, pur senza aver rinnegato la propria identità.
E' quello che è avvenuto, per esempio, alla lista Continuità e rinnovamento per Teolo, comune del padovano di circa 9mila abitanti. Si tratta del gruppo politico che ha governato Teolo negli ultimi cinque anni, con il sindaco Moreno Valdisolo che nel 2012 era stato eletto con poco meno del 47% dei voti. Un risultato niente male, con un impegno che ora cerca la riconferma, con il primo cittadino uscente che si ripresenta agli elettori. Anche per questo, nessuno ha seriamente pensato di cambiare il nome della lista civica, che non passa inosservato: "A rigore si tratterebbe di un ossimoro linguistico - ammette Matteo Turetta, capogruppo di Continuità e rinnovamento - ma l'espressione comunica una sorta di "combinato disposto" tra l'esperienza e la partecipazione della continuità di governo, che nel 2012 si riferiva alle amministrazioni precedenti mentre ora guarda al gruppo uscente di maggioranza, e l'entusiasmo e la competenza del rinnovamento della squadra con nuove forze".
Il simbolo delle elezioni 2012
Se era giusto e normale che il nome rimanesse invariato, si è invece provveduto ad "aggiornare" il contrassegno elettorale rispetto a quello usato nel 2012. L'idea grafica di fondo, in realtà, è rimasta la stessa: "Il rilievo in verde - spiega sempre Turetta, che peraltro ha curato la realizzazione di quell'emblema - richiama sicuramente i colli Euganei in zona: per esser precisi, il simbolo di cinque anni fa ritraeva 'Rocca Pendice', celebre rilievo collinare che caratterizza il lato nord dei colli. Quest'anno si è scelto di stilizzare il disegno per renderlo più 'fresco' e leggibile. Si è anche poi messa in evidenza l'espressione 'per Teolo', mettendola su un fondo più scuro e lasciando solo lì il bordo tricolore che inizialmente colorava tutta la circonferenza: lo abbiamo fatto perché la volontà del nostro progetto, lungo dieci anni, è mettere e dare risalto alla nostra comunità e collocare il cittadino di Teolo - che vive un territorio, lo governa e ci lavora - al centro della nostra azione di governo".
Il risultato finale è interessante: la font bastoni non ordinaria riesce a rinfrescare l'emblema, senza però rinunciare a un tocco vintage in un contesto grafico comunque rinnovato (anche senza l'uso di sfumature); proprio la riduzione dello spazio per il tricolore (e l'eliminazione delle stelle) toglie staticità al disegno. Se magari non invita al voto, almeno il simbolo rinfrescato si fa notare, da chi lo conosce già come da chi non ha mai votato prima. In fondo, parte con il piede giusto.

mercoledì 12 aprile 2017

Cuneo per i beni comuni, un fumetto da circoscrivere

Non è mai un'impresa facile inserirsi nelle competizioni in cui gli avversari che contano sono essenzialmente due o, al massimo, tre: chi sceglie di buttarsi nella sfida sa che potrebbe non riuscire, ma generalmente lo fa mettendoci tutte le energie possibili, anche solo per le battaglie di testimonianza. Potrebbe essere il caso di Nello Fierro, che ha scelto di candidarsi a sindaco di Cuneo con la propria lista Cuneo per i beni comuni 
A lui toccherebbe sfidare il sindaco uscente in cerca di riconferma Federico Borgna e altre liste (compresa quella di CasaPound). L'idea di Fierro è di provare a candidarsi, lui e la sua squadra, "con tutte le nostre forze, per dare una scossa, essere un’alternativa non solo politica al centrosinistra e al centrodestra, ma un’alternativa di visione della città, della vita democratica e della gestione dei beni comuni”. 
Fierro ha presentato ieri le sue priorità, a partire “dall'attenzione agli ultimi, a quelli più colpiti dalla crisi, al mondo del lavoro, a chi quel lavoro l’ha perso o lo sta perdendo” e, più in generale, con attenzione alla lotta alle diseguaglianze. 
Il gruppo ha cercato di visualizzare tutto questo anche attraverso il suo simbolo, con un fumetto rosso (che riporta il nome del movimento e del candidato) su un cerchio verde. "Un simbolo - ha detto sempre Fierro - che rappresenta l’intenzione di dare voce a chi, in questi ultimi cinque anni, non si è sentito ascoltato. E sono tanti".
L'idea in sé è buona e, volendo, condivisibile; il gruppo, tuttavia, forse non ha considerato un problema grafico-giuridico. Nelle Istruzioni per la presentazione delle candidature predisposte dal Ministero dell'interno si legge, tra l'altro, che "anche eventuali diciture facenti parte del contrassegno dovranno risultare circoscritte dal cerchio": ciò significa che lo stesso fumetto dev'essere perfettamente inscritto nel cerchio di diametro di 3 centimetri (sulla scheda, mentre sui manifesti è di 10 centimetri). Sarà da vedere se sarà opportuno estendere il cerchio verde per farvi rientrare del tutto il fumetto, oppure inserire il tutto in un'altra circonferenza; la soluzione, in ogni caso, andrà trovata.

martedì 11 aprile 2017

A Catanzaro, per un'Italia (più) plurale (di Marco Chiumarulo)

Tenere il conto dei partiti (e dei simboli) che nascono appare un'impresa davvero ardua. Il 31 marzo, per dire, su alcuni siti di notizie (come Catanzaroinforma.it e Catanzaro.weboggi) è stata annunciata la nascita in Calabria, a Catanzaro, del Movimento Politico Italia Plurale: come promotori del movimento risultano, tra gli altri, Mario Astarita, Fabio Celi, Bruno Martino, Alessandro Paravati e Antonio Leone (solo omonimo dell'ex vicepresidente della Camera, prima in Forza Italia e Pdl, poi in Ncd, attualmente membro laico del Csm).
Nella nota da loro diffusa, i promotori rivendicano come il movimento abbia "tra le sue file studiosi, semplici cittadini, personalità della cultura locale e nazionale". Naturalmente, alla nascita, le ambizioni non possono essere contenute: l'idea è di "promuovere il nostro paese e di mostrare le sue eccellenze", si mira a "progredire ed ingrandirsi, dando a tutti l’opportunità di aderire al nostro progetto, in modo da confrontarsi e migliorarsi con vigore e gratificazione sia umana che personale". 
Già, ma di che progetto si parla? I fondatori, in un'epoca di incertezza, vogliono "raccogliere l’appello di sollecitazione e di stimolo che arriva dalla gente e capovolgere quella propensione di una politica disastrosa che negli ultimi anni ha portato il paese ed il Sud sul'orlo della rovina". La ricetta contro tutto questo sarebbe data dai punti programmatici del movimento, fissati per dare "risposte innovative e tangibili al paese"; si punta a far convergere "l'ardore politico" (sì, è scritto proprio così) su questioni come "il sociale, la sicurezza, la giustizia, il lavoro, i giovani, il mondo delle piccole imprese e degli artigiani", così da "partorire decisioni idonee ad una politica che riesca a restituire impulso a questi settori, servendosi del contributo diretto di cittadini e di associazioni di struttura regionale e nazionale che hanno ad interesse il bene ed il futuro dell’Italia".
L'attenzione è posta anche al patrimonio culturale e intellettuale, del luogo come dell'intero paese: "non va svenduto, come è stato fatto in passato, ma va valorizzato", dicono i promotori. E in questo c'è anche, volendo, la giustificazione del nome, certamente non scelto a caso: punto centrale del programma è la valorizzazione di quel patrimonio in un'ottica "plurale e pluralistica", coinvolgendo tutti i cittadini "di vecchia e nuova generazione", anche provenienti da altri paesi "o di altre razze ed etnie". Oltre a non (s)vendere il patrimonio, però, occorrerà "creare un nuovo baricentro concettuale, politico e sociale", restituendo lo stesso patrimonio agli italiani, e "abbattere il debito pubblico senza svenare gli italiani", così da riprendere a crescere.
E' probabile che il linguaggio del movimento miri ad attirare, con parole semplici e d’impatto, più persone possibili, senza che si percepisca lo schieramento politico. Di ciò risente anche la semplicità dell'emblema adottato: è vero che il soggetto si qualifica come "movimento politico" e non proprio come un partito, ma il simbolo ha già le sembianze di un contrassegno utilizzabile alle elezioni. Su uno sfondo viola, con sfumatura radile, sono utilizzati - com'è ormai consuetudine - i colori della nostra bandiera: la scritta "Movimento politico" più piccola e in alto in bianco, il nome "Italia Plurale" al centro in grassetto, con la prima parola rossa e la seconda verde (entrambe contornate di bianco); subito sotto al nome, infine, tre onde rappresentano, di nuovo, il tricolore.
Anche nei giorni seguenti il movimento ha cercato di ottenere visibilità: sempre sul sito di Catanzaroinforma.it, il 2 aprile, è uscita una nota a sostegno del governo Gentiloni. Italia plurale ha fatto sapere che si trova in sintonia con le parole pronunciate dal premier al "B7 Bussiness Summit": "La sfida riguarda direttamente l’azione del nostro governo che si tradurrà nelle prossime settimane attraverso le decisioni che il governo assumerà con l’obiettivo di tenere i conti a posto e contemporaneamente accompagnare la crescita finalmente in atto anche in Italia: accompagnarla, accudirla, consentire che abbia un ritmo più accelerato e non ci siano effetti depressivi dalle decisioni prese". Parlando del Def, il movimento precisa che "Bisogna spingere la crescita senza pensare a misure depressive ed evitando ogni equivocità su libero mercato. Il governo deve lavorare per fare scendere il costo del lavoro e la tassazione: per far sì che imprese, famiglie e lavoratori possano superare l’attuale situazione di crisi presente nell'economia italiana".
Anche i creatori del movimento, probabilmente, sentono aria di elezioni, per questo motivo cercano visibilità e quale buon modo di guadagnarsi la visibilità necessaria, se non allinearsi con il governo? In questo periodo l'esecutivo non gode di ottima salute, ma evidentemente il movimento crede che attaccarlo, come altri movimenti populisti, non sia un'ottima strategia concorrenziale. Non si dimentichi poi che, in fondo, la disciplina elettorale ora valida per la Camera dei Deputati favorisce la formazione di nuovi soggetti, anche se l'asticella del 3% risulta più difficile da raggiungere se aumentano i soggetti interessati a presentarsi alle elezioni (con la certezza che, per evitare dispersione dei voti, i partiti grandi invocheranno il voto "utile"). Soglia o non soglia, se nel 2013 si era quasi stabilito un record di soggetti politici presentatisi alle elezioni, di questo passo quel primato potrà essere eguagliato o persino battuto.

Marco Chiumarulo

lunedì 10 aprile 2017

Genova, il tribunale dà ragione a Cassimatis, ma forse cambia poco

Alla fine la decisione del tribunale di Genova è arrivata e ora si aprono scenari ancora più delicati in vista delle elezioni amministrative nel capoluogo ligure, per capire chi userà effettivamente il simbolo del MoVimento 5 Stelle
Poche ore fa, infatti, il giudice Roberto Braccialini ha sospeso in via cautelare la decisione di Beppe Grillo di escludere la lista di Marika Cassimatis - uscita vincitrice dalle "comunarie" - e la conseguente deliberazione che, in alternativa alla non partecipazione alle elezioni, ha scelto di presentare la lista guidata da Luca Pirondini. Forse la partita giudiziaria non è chiusa, ma intanto una prima decisione c'è e non è delle più leggere.

Le posizioni a confronto

Per Cassimatis e altri dieci ricorrenti - assistiti dall'avvocato Lorenzo Borrè, lo stesso che aveva ottenuto le ordinanze favorevoli agli espulsi di Roma e Napoli - quelle decisioni di Grillo erano illegittime sotto tre profili. La prima votazione (14 marzo) sarebbe stata annullata in violazione del regolamento, perché Grillo l'aveva fatto quale "Garante del Movimento", carica non prevista dal non-statuto o dal Regolamento integrativo (si prevede solo il capo politico); al contrario la votazione in rete espressa dall'assemblea sui candidati da presentare alle elezioni è tra le decisioni "vincolanti per il capo politico del MoVimento 5 Stelle e gli eletti sotto il simbolo del MoVimento 5 Stelle" (art. 2, ultimo comma del regolamento) e tutte le persone in lista sarebbero state candidabili in base alle regole interne. 
Non sarebbero stati poi dimostrati (e contestati in precedenza) i "comportamenti non consoni ai principi del Movimento" di alcuni componenti della lista. Il secondo voto (del 17 marzo), infine, non sarebbe avvenuto secondo quanto previsto dal Regolamento (cioè con avviso sul portale del MoVimento 5 Stelle e con e-mail inviata agli iscritti interessati dalla votazione, con preavviso di almeno 24 ore), senza contare che avrebbero dovuto rivotare solo gli iscritti certificati del territorio e non l'intera platea nazionale degli aderenti (né il capo politico, secondo l'art. 2, comma 5 del Regolamento, avrebbe potuto proporre un voto per decidere se presentare la lista seconda classificata alle "comunarie").
Alle lamentele dei ricorrenti il M5S ha ovviamente controbattuto, su profili procedurali (ma non secondari) e di merito. Innanzitutto i legali del MoVimento hanno segnalato che il 6 aprile (il giorno prima dell'udienza) erano intervenute due novità importanti. Innanzitutto il collegio dei probiviri ha cautelativamente sospeso Cassimatis e due aspiranti consiglieri (Loredana Massone e Cristina Camisasso) "per comportamenti che avevano compromesso l’immagine e l’azione politica": ciò avrebbe privato i tre dei requisiti di candidabilità richiesti dai documenti interni, dunque non si sarebbe potuta ripetere la votazione (e per Cassimatis non ci sarebbe stato spazio). In più la stessa consultazione online che aveva premiato la lista Cassimatis è stata annullata "per mancato rispetto dei termini di preavviso": non ci sarebbe stata alcuna votazione da far rivivere, essendo presentabile solo la lista Pirondini. 
Per la difesa del M5S, poi, "la figura del Garante [...] è collegata indissolubilmente al Grillo, quale co-fondatore del Movimento stesso" e prevista dal Codice etico; in quel documento si chiederebbe ai portavoce di astenersi "da comportamenti suscettibili di pregiudicare l'immagine e l'azione politica del Movimento 5 Stelle" e lo stesso garante sarebbe autorizzato a escludere dalla candidatura "in ogni momento fino alla presentazione della lista presso gli uffici del Comune di Genova, soggetti che non siano ritenuti in grado di rappresentare i valori del Movimento". Altre regole interne - art. 7 del "non-statuto", art. 2 del regolamento - permettono che le norme sulle candidature siano "meglio determinate dal capo politico del MoVimento 5 Stelle, d’intesa con il comitato d’appello, in funzione della tipologia di consultazione ed in ragione dell’esperienza che verrà maturata nel tempo": sarebbe stato legittimo che Grillo, come capo politico, non concedesse l'uso del simbolo (scelta che non integrava un provvedimento disciplinare, ma un "pieno diritto" del garante, esercitato a fronte di "comunicazioni di appartenenti alla lista Cassimatis di denigrazione dei rappresentanti del Movimento" e di una querela dell'aspirante sindaca contro Grillo e Alessandro Di Battista). Da ultimo, non si sarebbero dovute applicare le regole sulle votazioni per le candidature per decidere se non concorrere alle elezioni o farlo col secondo classificato; una scelta che avrebbe avuto portata nazionale, vista l'importanza di Genova.


La decisione del giudice

I confini dell'ordinanza

Dall'inizio il giudice ha messo dei paletti ben precisi, che - lo si vedrà - avranno effetti di rilievo. Oggetto dell'ordinanza emessa oggi sono solo la decisione di Grillo di escludere la lista Cassimatis e il voto che ha deciso di presentare la lista Pirondini: il pronunciamento del tribunale, insomma, non tocca l'efficacia delle sospensioni di Cassimatis (e delle due aspiranti consigliere) e dell'annullamento della votazione, comunicati da Grillo il 6 aprile.
Sul punto, in realtà, il magistrato si è espresso solo "di striscio": è vero che alle tre persone sospese è stato comunicato il provvedimento, ma trattandosi di atti "emessi immediatamente a ridosso dell’udienza", c'è tutto il tempo per le parti di impugnarli davanti agli organi interni o davanti al giudice civile. Sempre il giudice Braccialini esprime dubbi sull'autoannullamento da parte di Grillo - che non dichiarava in quale ruolo operava - della votazione che aveva premiato Cassimatis: all'annullamento avrebbe dovuto provvedere lo stesso organo che aveva investito la lista Cassimatis (cioè l'assemblea locale), non un organo "più elevato". Per il giudice, insomma, non sembra che gli ultimi atti comunicati da Grillo faccia venir meno il motivo del contenzioso sull'esclusione della lista Cassimatis e sul nuovo voto; le osservazioni fatte prima, peraltro, non fanno venir meno per ora l'operatività dell'annullamento della prima votazione e delle sospensioni (ma le persone sospese, per il giudice, hanno tutti i titoli per chiedere al giudice di esprimersi sulla legittimità del voto con cui è stata scelta la lista concorrente).

domenica 9 aprile 2017

Tutti insieme, per l'Italia e per Alternativa Libera

In qualche modo, in questo sito lo si era previsto; più esattamente, era una delle ipotesi in campo. Quando ad agosto si era provato a immaginare le nuove componenti del gruppo misto alla Camera, tra la dozzina di possibili formazioni che avevano partecipato alle ultime elezioni politiche e, dunque, potevano permettere la costituzione in componente anche a forze politiche con meno di 10 deputati e nate in corso di legislatura, si era citata anche Tutti insieme per l'Italia: dal 20 marzo 2017, quel soggetto politico è approdato alla Camera, dando luogo alla componente "Alternativa libera - Tutti insieme per l'Italia". 
Di che progetto si tratta? Si è di fronte a una lista civica che, come si legge nella sua pagina Facebook, "nasce con lo scopo di valorizzare, sostenere e promuove iniziative che garantiscono il Lavoro, l’Arte, la Musica, la Cultura e lo sviluppo turistico-culturale, le attività Teatrali, Danza, Letteratura Circensi e dello Spettacolo Viaggiante, il Volontariato, il Sociale inteso come: la dignità della persona, la centralità della famiglia, la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la legalità, la solidarietà", con l'obiettivo di creare posti di lavoro in ogni settore.
A fondarla è stato Antonio Corsi, dall'anno scorso al suo quinto mandato da sindaco nel piccolo comune frusinate di Sgurgola (gli ultimi mandati li ha conquistati con la lista Insieme per Sgurgola, di respiro certamente più locale). Corsi è noto soprattutto per il suo impegno nella musica: nel 1974 era entrato nella banda del suo paese, dopo il diploma in tromba (tra il conservatorio di Frosinone e Santa Cecilia) ha lavorato in sedi prestigiose (Accademia di Santa Cecilia e Teatro dell'Opera a Roma, Teatro San Carlo a Napoli), poi ha insegnato musica nelle scuole; col tempo è diventato un habitué anche della politica locale, visto che risale al 1997 il suo primo mandato da sindaco (su posizioni ritenute di centrodestra), ruolo in cui non ha trascurato la sua passione musicale (nel 2005 ha fatto nascere, sempre a Sgurgola, il Museo delle Bande Musicali). 
Lo stesso interesse musicale è stato trasfuso a livello nazionale: prima con il sostegno a un paio di proposte di leggi sulla musica popolare (nel 1998 e nel 2008, nessuna di queste ha compiuto l'iter parlamentare), poi con la nascita del progetto politico-civico Tutti insieme per l'Italia, la cui estrazione musicale è garantita dalla chiave di Sol bianca (collocata sopra la sagoma tricolore dell'Italia e, nella nuova versione, più discreta e trasparente). "In Italia - si legge nella pagina Facebook - esistono circa 4600 bande musicali, 3500 gruppi corali, 2500 cori Scolastici, 3000 cori parrocchiali e 750 gruppi folklorici", gruppi con una presenza capillare e che "rivestono un ruolo fondamentale nella nostra società in quanto depositari di cultura", risultando pure "un validissimo strumento d'aggregazione, di comunicazione e di socializzazione tra giovani, meno giovani, adulti e anziani", oltre che un vivaio per i conservatori. Si tratterebbe dunque di difendere queste realtà, dando rilevanza alla musica amatoriale e popolare (ma senza trascurare i cultori di altri generi) proponendo regimi fiscali agevolati, maggiori risorse, spazi nelle scuole, manifestazioni e convenzioni che garantiscano visibilità (anche a livello turistico), eccetera.  
Dal 20 marzo, si diceva, queste istanze possono avere in qualche modo ingresso in Parlamento, grazie all'accordo stipulato con Corsi dai deputati che fanno riferimento ad Alternativa libera, componente nata dopo la fuoriuscita degli stessi dal MoVimento 5 Stelle e che aveva proseguito la sua esistenza - da novembre 2015 - grazie all'ingresso di Giuseppe Civati e degli altri deputati di Possibile. Già il 17 marzo, tuttavia, l'abbandono di Toni Matarrelli (ex Sel, fino a poco fa aderente a Possibile) aveva fatto scendere la componente sotto i 9 membri, per cui si sarebbe dovuto procedere allo scioglimento. Cosa che è accaduta - e che sarebbe avvenuta a maggior ragione, considerando che i civatiani stavano per aggregarsi al gruppo di Sinistra italiana - ma nel giro di pochi giorni è stata trovata una diversa soluzione. 
Le ragioni della scelta di Alternativa libera sono spiegate in un comunicato che giustifica l'accordo tecnico in un modo molto schietto, perfino apprezzabile (rispetto all'oscurità di altre operazioni): "i parlamentari Massimo Artini, Marco Baldassarre, Eleonora Bechis, Samuele Segoni e Tancredi Turco, per evitare la decadenza della componente e il conseguente scioglimento dell'ufficio legislativo e dell'ufficio comunicazione hanno concluso un accordo a titolo gratuito con il signor Antonio Corsi per l'utilizzo del simbolo 'Tutti Insieme per l'Italia' nella composizione della componente parlamentare". Questo perché Corsi, con la sua lista, aveva partecipato alle elezioni del 2013: "raccolse lo 0,01% dei voti al Senato e lo 0,00% alla Camera - ha scritto Thomas MacKinson sul Fatto Quotidiano - posizionandosi terzultimo davanti alle liste Staminali d'Italia e Democrazia Atea". 
I deputati sottolineano che, per svolgere i compiti legati alla loro elezione, occorre "una squadra di professionisti competenti che lavori al nostro fianco e che in questi anni ci ha permesso di portare all'attenzione dell'opinione pubblica, tra le altre cose, il tentativo del governo di aiutare le banche ad appropriarsi delle case di chi era in difficoltà con il pagamento del mutuo". Una squadra di professionisti che, evidentemente, ha un costo che i fondi della Camera riservati alle componenti del gruppo misto aiutava a coprire (4 addetti stampa, 2 del legislativo, un archivista e un consulente per il sito, sempre secondo i dati consultati e forniti da MacKinson, "costano oltre 20mila euro al mese").  
L'accordo con Tutti insieme per l'Italia ha un contenuto piuttosto chiaro: da una parte, l'apporto del nome per la formazione della componente consente ad Alternativa libera di "continuare a pagare gli stipendi di coloro che ci aiutano quotidianamente a lavorare per la collettività con la consueta indipendenza che ci ha sempre contraddistinti"; dall'altra parte, Alternativa libera si è impegnata a "supportare il lavoro relativo alla realtà della Musica Popolare e Amatoriale delle Bande Musicali, Cori e Gruppi Folklorici, nonché dell'Arte, Cultura e Lavoro [...], anche tramite l'elaborazione di atti parlamentari e di sindacato ispettivo mirati a promuovere l'attività di 'Tutti Insieme per l'Italia'; consentire ad almeno un rappresentante di 'Tutti Insieme per l'Italia' l'accesso alla Camera; facilitare l'uso dei servizi a disposizione della Componente parlamentare (sale riunioni, organizzazione eventi e sala stampa); coordinare il lavoro parlamentare con gli uffici della componente parlamentare".
Un do ut des chiaro e trasparente dunque: apparentamento tecnico (con salvezza dei vantaggi destinati alla componente) in cambio di sostegno, visibilità e accesso alle istituzioni. Aspettiamoci a questo punto di vedere in qualche occasione in più il simbolo di Tutti insieme per l'Italia, in qualche conferenza tenuta nella sala stampa di Montecitorio, sui comunicati emessi da Alternativa libera, magari anche in qualche passaggio ai telegiornali. 

sabato 8 aprile 2017

Genova, primi simboli in gioco

Una delle piazze elettorali più importanti del 2017 sarà certamente Genova, con l'unica certezza che l'amministrazione cambierà la guida: il sindaco uscente Marco Doria, infatti, non cercherà la riconferma. Se al momento il MoVimento 5 Stelle è rappresentato dalla lista di Luca Pirondini (ammesso che il tribunale a giorni non intervenga sulla scelta di Beppe Grillo che di fatto ha estromesso dalla corsa Marica Cassimatis, già vincitrice delle comunarie) e gran parte del centrosinistra si riconosce nella candidatura dell'assessore uscente Gianni Crivello, vale la pena dare un'occhiata ad alcuni simboli che sosterranno altri due sfidanti.
In particolare, merita uno sguardo in più uno dei contrassegni a sostegno di Marco Bucci, candidato del centrodestra. Tra le liste che lo appoggeranno, ci sarà anche quella di Direzione Italia, il partito di Raffaele Fitto. Così il leone fittiano c'è, anche se virato all'azzurro, anche per permettere la lettura del nome scritto in bianco. In effetti nel simbolo originale non c'era bisogno di questo cambiamento, visto che il nome trovava posto sotto al leone, ma qui l'emblema del partito di Fitto deve convivere con un'altra grafica. In alto, infatti, si legge piuttosto bene "Lista Enrico Musso": l'ex senatore si era candidato due volte a sindaco di Genova (nel 2007 e nel 2012), arrivando sempre al ballottaggio pur senza vincere e da alcuni mesi si è avvicinato al progetto di Direzione Italia (partecipando anche al "battesimo" del nuovo corso, dopo i Conservatori e riformisti").
La grafica del contrassegno, presentato pochi giorni fa, riprende quella usata da Musso nel 2012 (per lui si è trattato di una scelta fatta "con intelligenza", visti i risultati che quel simbolo raccolse), anche se - bisogna dirlo - la peggiora un po'. Il nome di Musso resta giustamente evidente (più di quello del candidato sindaco, incastrato tra il leone e la circonferenza gialla), ma il cambio di font rende il testo meno gradevole; anche la trasformazione dell'elemento separatore in una striscia tricolore (forse per ricordare un particolare del simbolo di Direzione Italia) perde la leggerezza del volo dell'uccello - molto liberale - o della pagina di libro da sfogliare che era stata proposta dal simbolo di Musso cinque anni fa.
E' pronto da tempo, invece, il simbolo della lista Ge9si - SiAmo Genova, di Arcangelo Merella, già assessore della giunta Pericu e iscritto al Partito socialista italiano, ma in questo caso latore di un progetto civico. Il modo curioso scelto per rappresentare la parola "Genovesi" richiama, da una parte, i nove punti del suo programma elettorale; dall'altra parte, quella sorta di accento rosso sulla "I" blu fa uscire la parola "sì", intesa come in antitesi alla "politica del no", che secondo Merella ha caratterizzato per troppo tempo l'amministrazione di Genova e - come il candidato ha dichiarato alla testata Inchiostro Fresco - "ha portato isolamento e occasioni perse". E se il porto scompare dall'emblema legato a Enzo Musso, una rappresentazione del suo profilo, con tanto di gru, è ben visibile qui; i colori del contrassegno, in fondo, sono quelli della città (che tornano più o meno anche in quello di Musso-Bucci, anche se con rese cromatiche diverse), così la caratterizzazione civico-locale è ampiamente servita. Basterà?

venerdì 7 aprile 2017

Fronte sovranista italiano, una stella non ancora compiuta

Chi dice di seguire la politica, è bene che lo sappia: si può parlare in Italia di un fronte sovranista, a patto di sapere che esiste, da un annetto circa, il Fronte Sovranista Italiano. Che non è una semplice aggregazione di forze: la maiuscola, qui, serve a distinguere un partito vero e proprio, nato lo scorso anno, per l'esattezza il 5 giugno 2016. 
"Siamo cittadini - si legge nel 'Chi siamo' del sito - che avvertono l’esigenza di una riscoperta collettiva dei valori costituzionali. Ci poniamo come obiettivo la riconquista della sovranità nazionale in ogni sua forma, attraverso il ricollocamento della Costituzione al vertice dell'ordinamento. Siamo persone che cercano convergenze più che scontri".
In effetti, alla base del Fronte c'è un'esperienza più risalente, quella dell'Associazione Riconquistare la Sovranità, nata il 21 marzo 2012 tramite adesioni via email (ma ideata l'anno precedente) e con sede ad Avezzano (AQ). L'associazione, temendo che "l'Italia si avviterà in una spirale di tipo greco", con crescenti proteste, si preparava a ricondurre ad unità "autonomismo, localismo, corporativismo e proposte socialistiche", diffondendo "l'idea che la riconquista della sovranità è il fondamento e la condizione di ogni possibilità: riconquistata la sovranità si può far tutto; senza di essa non si può far nulla". 
Il gruppo si riservava il compito di diffondere le idee sovraniste "con pazienza, realismo e intelligenza [...] al fine di unire una massa critica di cittadini che sia la più ampia possibile e di promuovere quello che un giorno sarà il Fronte di Resistenza e Solidarietà del Popolo Italiano"; l'obiettivo immediato era coordinare i vari movimenti di protesta emergenti ed "essere parte dei tentativi di sollevazione o organizzazione di liste nazionali che i movimenti di protesta [...] tenteranno di organizzare".
L'idea di fondo era proprio l'organizzazione di una rete di persone interessate a riconquistare la sovranità politica ed economica - e proprio l'associazione ARS rivendica la scelta di avere individuato i neologismi "sovranismo" e "sovranista" "per designare l'istanza di riconquista della sovranità da parte del Popolo e dello Stato italiani". Un'istanza che parte da una considerazione costituzionale: ci sarebbe "un irrimediabile contrasto tra la Costituzione (in particolare tra il Titolo III dedicato ai rapporti economici) e i Trattati europei, in ragione del quale, da ormai più di venti anni, Parlamento e Governo italiani svolgono il diritto europeo, anziché il diritto costituzionale dei rapporti economici".
La rete-associazione, tuttavia, era solo il primo stadio, essendo l'obiettivo successivo la fondazione di un vero e proprio partito: il traguardo era stato annunciato a giugno del 2015 ed è stato raggiunto a un anno quasi esatto di distanza, con la presidenza di Stefano D’Andrea e la segreteria di Lorenzo D’Onofrio. Con la fondazione è stato anche fissato ufficialmente il simbolo della forza politica: esso nello statuto è descritto come "un cerchio con contorno rosso in campo bianco, nel quale sono rappresentate in sequenza, a caratteri maiuscoli di colore verde, la lettera F, la lettera S e la lettera I, seguite da una stella di colore rosso la cui parte sinistra è incompleta e tagliata da una parentesi tonda chiusa, sempre di colore rosso. Alla base delle 3 lettere e del simbolo è inserita la scritta di colore grigio 'Fronte Sovranista Italiano'. I colori utilizzati sono quelli del Tricolore italiano e la stella richiama l’emblema della Repubblica".
Tutte le lettere del nome, a ben guardare, risultano un po' incomplete e tagliate: era già così nel logo confezionato per Ars da Valerio Babbo (probabilmente autore anche del semplice emblema del Fsi), logo altrettanto fondato sul tricolore. Sempre quel fregio, peraltro, conteneva - oltre che l'impiego del tricolore, abbastanza normale per i sovranisti di casa nostra - l'immagine della stella tagliata dalla parentesi: sono gli stessi fondatori dell'associazione e del partito a spiegare la loro scelta, tutt'altro che casuale e semplicistica. Una spiegazione che merita di essere divulgata, in tempi in cui si ha poca voglia di argomentare e giustificare:
La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata associata alla personificazione dell'Italia, sul cui capo essa splende raggiante. Così fu rappresentata nell'iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande stemma del Regno unitario (il famoso stellone); la stella caratterizzò, poi, la prima onorificenza repubblicana della ricostruzione, la Stella della Solidarietà Italiana e ancora oggi indica l'appartenenza alle Forze Armate del nostro Paese. La stella è quindi chiamata a rappresentare simbolicamente l'Italia; Riconquistare la sovranità nazionale e popolare dell'Italia è l'obiettivo principale dell'ARS. La posizione del simbolo è rilevante al fine di rappresentare graficamente il significato, vuole infatti evocare la rappresentazione di un faro, simbolo di punto di riferimento.Il simbolo è inoltre rappresentato aperto, non completamente definito, ma in grado comunque di rappresentare visivamente l'oggetto di riferimento: la stella. Scelta grafica, quella di rappresentare l'oggetto incompleto, suggerita dall'idea di rappresentare una traccia, una fase, un determinato momento di una crescita, tratti tutti che caratterizzano l'associazione. A completamento della rappresentazione è stato selezionato un carattere tipografico vicino ai significati finora descritti, scelto per rafforzare l'idea di apertura/traccia/crescita.
Capita allora che si lasci aperta, incompiuta una stella (grazie alla parentesi) per dire che c'è ancora molto lavoro da fare, ma con un po' di sforzo la stella può nascere. Chissà se quella grafica si completerà mai; nel frattempo, l'emblema potrebbe anche finire sulle schede elettorali. Firme permettendo, ovviamente.

giovedì 6 aprile 2017

Dc senza pace: ricorso per annullare l'assemblea di febbraio

Ci risiamo un'altra volta, un ricorso potrebbe bloccare il ritorno della Democrazia cristiana: sembra di averla già vista questa scena, per giunta quasi con le stesse persone, giusto cinque anni fa. Colui che si ritiene legale rappresentante del partito, ossia Gianni Fontana - eletto presidente dell'associazione Dc dall'assemblea che si è riunita il 26 febbraio 2017 - dovrà affrontare le lamentele di chi non condivide le procedure utilizzate per risvegliare la Balena Bianca, o per lo meno ciò che si ritiene sia rimasto.
A presentare il ricorso - datato 30 marzo - al tribunale di Roma sono stati Raffaele Cerenza e Franco De Simoni, entrambi qualificatisi come "iscritti al Partito della Democrazia Cristiana nell'ultimo tesseramento regolarmente effettuato nel 1993" nonché, rispettivamente, presidente e vicepresidente dell'Associazione degli iscritti alla Dc del 1993. Cerenza, peraltro, era presidente dello stesso soggetto giuridico già nel 2012, quando impugnò - e riusci poi a far dichiarare nulli - gli atti del consiglio nazionale che si era "autoconvocato" il 30 marzo di quell'anno e che, tra l'altro, aveva eletto alla segreteria politica proprio Fontana.
Dopo aver richiamato le disposizioni del codice civile sul diritto al nome (da applicare anche ai partiti in quanto associazioni non riconosciute) e sulle regole valide per l'ordinamento e l'amministrazione dei partiti (normati dai loro stessi statuti, in quanto accordi intercorsi tra gli iscritti), Cerenza e De Simoni rivendicano come l'ultimo statuto della Dc sia tuttora in vigore:proprio in base a questo, impugnano "tutti gli atti e documenti relativi alla convocazione della 'assemblea' svoltasi presso l’Hotel Ergife, Sala Leptis Magna, il giorno 25/26.2.2017 nell'asserita e contestata adunanza degli 'associati al partito della Dc'".
Il primo problema è dato dall'elenco utilizzato per chiedere al giudice la convocazione dell'assemblea: non sarebbe infatti "l'unico e ultimo elenco degli iscritti", rappresentando invece il frutto del tesseramento alla cosiddetta Dc-Fontana del 2012. Quel tesseramento - più precisamente, l'autocertificazione di chi si diceva tesserato nel 1993 e voleva ribadire la sua affiliazione al partito - per Cerenza e De Simoni violerebbe in vari articoli lo statuto, che - come precisato nella sentenza n. 17831/2015 con cui il giudice Scerrato del tribunale di Roma aveva dichiarato nullo il XIX congresso del 2012, tra l'altro su richiesta anche dello stesso Cerenza, intervenuto in quel giudizio - dev'essere rispettato in ogni sua parte da chi pretende di essere la "vecchia" Dc.  
Per i ricorrenti, in particolare, "nessun Giudice ha convalidato il tesseramento del 2012 operato dal Gruppo Fontana" (lo avrebbero anzi sconfessato); di più, non si potrebbe parlare di tesseramento, ma di un semplice contributo (di 50 euro) alle spese per il congresso, mentre lo statuto sarebbe stato possibile - a norma di statuto - solo una volta operanti gli organi preposti al tesseramento stesso (organi che, evidentemente, non erano stati ricostituiti). C'è anche una diatriba sulle date: nel 2012 si era chiesto agli aspiranti iscritti di autocertificare la loro iscrizione alla Dc nel 1992, mentre nessuno avrebbe dato prova dell'adesione per l'anno successivo (cui l'ultimo tesseramento valido si riferirebbe), dunque sarebbero da considerare decaduti.
Che l'elenco non sia buono lo testimonierebbero alcune parole di Nino Luciani - primo firmatario della richiesta di convocazione al tribunale di Roma e presidente pro tempore di quella seduta di assemblea - che, in una mail mandata a più persone, avrebbe scritto: "in queste settimane persone dell’elenco del tribunale, mi scrivono e telefonano che loro non hanno mai partecipato a quel congresso (2012) e neppure sono state mai socie della Dc".
Altro problema, già ampiamente sollevato durante l'assemblea e nei giorni precedenti, riguarda l'ordine del giorno della convocazione - firmata da Luciani - che è stato modificato rispetto a quanto era stato chiesto nell'istanza ai giudici e a quanto era contenuto nel decreto di dicembre del giudice Guido Romano. Erano infatti stati aggiunti la "presa d’atto che a tal funzione debba essere il prof. Nino Luciani", così come la nomina del vicepresidente (cui peraltro si è scelto di non procedere); allo stesso tempo, non sarebbero stati eletti "tutti gli organi previsti dagli artt. 100 e seguenti dello Statuto" della Dc.
Per Cerenza e De Simoni, poi, i cinque richiedenti la convocazione dell'assemblea non possono essere considerati coincidenti né con gli iscritti alla Dc del 1993, né alla Dc tout court: "alcuni tra i sottoscrittori della istanza - si legge nel ricorso - sono, in ogni caso, decaduti dalla  qualità di socio" a norma di statuto, avendo nel frattempo fondato altre formazioni politiche o avendo per esse ricoperto cariche in Parlamento o ruoli dirigenziali. Il riferimento è ad Alberto Alessi, che nell'ultimo scampolo della sua permanenza in Parlamento ha aderito al Ccd; a Renato Grassi, tra i fondatori dell'Udc (risulta dall'atto costitutivo). 
Non era vero poi, sempre per i ricorrenti, che la Dc non aveva più organi che la rappresentavano: la stessa associazione, infatti, avrebbe operato e si sarebbe addirittura costituita (grazie al suo presidente Cerenza) in più di un processo.
Di più, pur in mancanza di verbali "ufficialmente prodotti", all'assemblea del 26 febbraio avrebbero partecipato meno di 100 persone delle circa 1750 che risultavano iscritte, mentre sarebbe "stata, di fatto, inibita la partecipazione ai lavori [...] a quegli aderenti che avevano consegnato deleghe per l’assemblea a taluni dei comparenti", deleghe dichiarate ineffaci su proposta del presidente della assise (proprio per evitare, peraltro, contestazioni di altro tipo, sebbene nella convocazione si prevedesse la possibilità di partecipare mediante delega). Per tutte queste ragioni, "soltanto ipotizzare che le attività poste in essere dai Signori Nino Luciani ed altri nella 'assise' del 25/26.2.2017 siano conformi allo Statuto" della Dc "appare francamente del tutto implausibile e persino temerario, dato il milione e mezzo di iscritti della Democrazia Cristiana nel 1993". 
Cerenza e De Simoni, da ultimo, avrebbero scelto di agire anche per evitare indebite prosecuzioni e trasformazioni delle attività della Dc: in base ad alcune comunicazioni, infatti, qualcuno avrebbe avuto l'idea di procedere con "un nuovo congresso, la modifica dello Statuto della Democrazia Cristiana storica e la trasformazione in una Onlus, con l’intenzione di comunicare in Italia l’esistenza di questa struttura politica alle Autorità nazionali e internazionali".
Inutile dire che i soggetti che hanno partecipato all'assemblea di fine febbraio e la ritengono regolare sono pronti a dare battaglia e a contestare quanto sostenuto dai ricorrenti. Di certo c'è solo che, com'era prevedibile, la vicenda giuridica della Democrazia cristiana e del suo scudo crociato - che qualcuno stava pensando di utilizzare alle prossime elezioni amministrative - non conosce pace, dovendo passare per l'ennesima volta dai tribunali.

mercoledì 5 aprile 2017

Pd, a ogni corrente il suo simbolo (di Marco Chiumarulo)

Oggi lascio volentieri spazio a un articolo di Marco Chiumarulo su un tema non strettamente simbolico-elettorale, ma comunque di rilievo: si parlerà sempre di emblemi, ma legati piuttosto alle "correnti" (interpretando il concetto con larghezza) interne al Partito democratico. Perché, se anche non si traducono in soggetti da votare, hanno pur sempre l'esigenza di riconoscersi e farsi riconoscere. Buon viaggio. (g.m.)  

Il 30 aprile si terranno, come ultimo atto del congresso, le primarie aperte del Partito democratico per eleggere il segretario, nonché candidato Presidente del Consiglio alle future elezioni politiche (le quali, probabilmente, immaginando che la legislatura vada alla sua scadenza naturale, si terranno tra febbraio e marzo del 2018).
I candidati, ormai noti e che si sono già affrontati nelle primarie interne dei circoli, alla segreteria del Pd sono: l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, il ministro della giustizia Andrea Orlando e il presidente della regione Puglia Michele Emiliano: tutti loro appartengono a diverse correnti del Pd.
Su questo sito si sono quasi sempre descritti i simboli e gli emblemi dei partiti o dei movimenti politici che si accingevano ad essere presentati sulle schede elettorali delle varie elezioni; in questo articolo, invece, si cercherà di analizzare gli emblemi delle varie correnti del Pd.
L’art. 29 dello statuto del partito recita che il Pd "ai sensi dell’articolo 18 della Costituzione, favorisce la libertà e il pluralismo associativo e stabilisce rapporti di collaborazione con fondazioni, associazioni ed altri istituti, nazionali ed internazionali, a carattere politico-culturale e senza fini di lucro, garantendone e rispettandone l’autonomia" e "riconosce tali fondazioni, associazioni ed istituti quali strumenti per la divulgazione del sapere, il libero dibattito scientifico, la elaborazione politico-programmatica". inoltre "le iniziative a carattere divulgativo, scientifico ed editoriale di tali Fondazioni, associazioni ed istituti non sono soggette a pareri degli organi del Pd".
Quindi il partito favorisce la formazione e i lavori degli iscritti in correnti, sotto forma di fondazioni o associazioni e ne garantisce la piena autonomia. Le varie correnti possono essere raggruppate in tre grandi compagini ed una quarta minore: l’area liberal, quella cattolica, quella socialdemocratica e, infine, quella ambientalista.

Dell’area liberal, attualmente in maggioranza, fanno parte tre correnti, le quali si ispirano alla visione della “Terza via” dell’ex Primo Ministro britannico Tony Blair: i “rottamatori”, Liberal PD e FutureDem.
La componente dei “rottamatori” non risulta costituita come corrente ma è la maggioritaria dell’area liberale ed è quella legata a Matteo Renzi ed ai comitati di Adesso! Italia.
I comitati appena citati hanno il proprio emblema che somiglia a un contrassegno elettorale. !uesto ha uno sfondo bianco, con una striscia tricolore in alto; più in basso vi è la scritta in due diversi colori (azzurro e rosso, già sperimentati negli anni scorsi all'interno delle campagne di area renziana) che riporta il nome del comitato; nella parte inferiore, invece, spiccano due strisce, una azzurra con la scritta #work in progress, e un’altra color rosso vermiglio, quasi arancione, per ribadire le tinte già usate prima.
La corrente Liberal PD fu costituita il 26 gennaio 2008 ed è marcatamente laica, sostenitrice di valori inalienabili quali libertà, eguaglianza e rispetto di ogni fede religiosa: essa trae ispirazione dal riformismo liberal democratico. I suoi membri di spicco sono Enzo Bianco, Federico Berruti, Sandro Gozi e Gianni Vernetti. L’emblema dell’associazione è rappresento dalla scritta bianca Liberal su fondo rosso e dalla sigla rossa PD su fondo verde; nel mezzo c'è il tradizionale ramoscello d’ulivo disegnato da Andrea Rauch, con il ramo sovrapposto alla seconda "L".
FutureDem, per parte sua, si qualifica come "un'associazione politico-culturale, un think tank liberal finalizzato alla diffusione di nuove forme di partecipazione e all'elaborazione di proposte politiche che rispondano alle esigenze della nostra generazione". Al suo interno conta esponenti democratici come Francesca Bonomo e Marco Di Maio
Lo slogan di FutureDem è "Cavalca l'onda del cambiamento!" e il simbolo, in qualche modo, visualizza quel motto: elemento grafico dominante, infatti, è un’onda blu, che al di sotto riporta il nome dell'associazione in carattere bastoni, con la prima parola scritta in rosso e la seconda in blu (con il retro della "D" leggermente aperto). 

Alla seconda area, quella cattolica-democratica, anch’essa parte della maggioranza del Pd, fa riferimento essenzialmente la corrente che riunisce in gran parte esponenti che provengono dalla Margherita e, prima ancora, dal Partito Popolare Italiano e dalla Democrazia Cristiana, accanto ad altre figure di provenienza diversa. 
Il riferimento e ad AreaDem, che si autodefinisce come “l'area politico-culturale del Pd nata dall'esperienza delle primarie del 2009. AD è essenzialmente un luogo di incontro, di discussione e di formulazione di proposte per il partito e per il Paese, attraverso cui ampliare il coinvolgimento e la partecipazione all'elaborazione politica a tutti coloro che si rispecchiano nelle idee fondative del Partito Democratico”. Principale esponente di questo soggetto è Dario Franceschini, che nel 2009 era candidato; a lui si aggiungono Franco Marini, Lapo Pistelli, Pina Picierno, Antonello Soro, ma anche figure di primo piano provenienti dai Ds come Piero Fassino e Sergio Chiamparino.

Nella terza compagine, quella dell’area socialdemocratica, si possono riconoscere cinque correnti: i loro esponenti provengono in gran parte dalle formazioni post-comuniste (Democratici di Sinistra, Partito Democratico della Sinistra) e, accanto a loro, ci sono anche vari esponenti di estrazione socialista. 
Rifare l’Italia è comunemente detta dei "Giovani Turchi" (ma gli aderenti rigettano in modo costante questa denominazione) e fu costituita durante la segreteria di Pier Luigi Bersani, in polemica per il sostegno al governo Monti; il gruppo, peraltro, ha da tempo ufficializzato il suo ingresso in maggioranzam dopo che Matteo Orfini ha accettato la proposta di Matteo Renzi di sostituire il dimissionario Gianni Cuperlo alla carica di presidente dell'Assemblea nazionale. Presieduta da Francesco Verducci (che ha ottenuto il ruolo che era stato di Orfini), Rifare l'Italia ha tra i suoi esponenti di spicco Andrea Orlando, Khalid Chaouki, Fausto Raciti e Valeria Valente.
Sinistra è Cambiamento è una componente di minoranza guidata da Maurizio Martina (che nell'attuale congresso fa però parte della mozione Renzi, al punto tale che l'ex Presidente del Consiglio lo ha scelto come suo "vice") era nata da una scissione interna ad Area Riformista (la corrente di Bersani e Speranza prima della scissione) e dal giugno 2015 dialoga pazientemente con la maggioranza, soprattutto nell'ottica di un contributo propositivo alle riforme. Il costante collegamento con la maggioranza è evidenziato dalla grafica che ha in evidenza un "nodo" verde e rosso; il tricolore tinge anche l'accento del nome, quasi a voler accostare in modo più efficace e "nazionale" i concetti di "sinistra" e "cambiamento". Fanno parte dell'area, tra gli altri, Vincenzo Amendola, Cesare Damiano (vicino invece alla mozione Orlando), Paola De Micheli e Alessandra Moretti.
ReteDem è un’altra componente di minoranza, orfana da tempo del suo precedente leader Giuseppe Civati: questa si autodefinisce come una piattaforma di pensiero e di azione che si colloca dentro il PD per allargare a tutti i mondi della partecipazione e dell'attivismo civico. Tra i suoi esponenti si possono annoverare Sergio Lo GiudiceGiuseppe Guerini, Daniele Viotti e Sandra Zampa, già collaboratrice di Romano Prodi. Sul piano grafico, l'idea della rete è resa da una raggiera di punti grigi collegati a un punto centrale nero (stesso colore della parola "Rete"), mentre il tutto è collocato su un fondo arancione, soluzione grafica decisamente particolare e di scarso utilizzo all'interno del Pd.
SinistraDem – Campo Aperto è invece la corrente guidata da Gianni Cuperlo (attualmente vicino alla mozione Orlando): caratterizzata dalla connotazione identitaria, quest'area si impegna a promuovere la cultura della libertà, dei diritti e della giustizia e della democrazia. All'interno, oltre all'ex sfidante di Renzi, c'è anche l'ex ministra Barbara Pollastrini, così come il piemontese Giorgio Merlo, Sesa Amici e Andrea De Maria. Il simbolo è decisamente semplice, visto che aggiunge solo il nome rosso, maiuscolo e corsivo al logo del partito.
Socialisti & Democratici, invece, è una componente di chiara ispirazione socialista, fondata nel novembre 2015 dal deputato Marco Di Lello, dopo che, insieme a Lello di Gioia, aveva lasciato il Psi di Riccardo Nencini; della stessa corrente faceva parte anche, prima della recente scissione di Articolo Uno, il presidente della regione Toscana Enrico Rossi. L’associazione ha un proprio emblema in stile Pd, con le lettere S e D tinte dei colori nazionali (grazie anche alla & bianca); l'origine e l'ispirazione socialista sono testimoniate dalla rosa del socialismo europeo (la stessa presente sul simbolo dei socialisti nenciniani), che copre parte del "traforo" della D.

L’ultima compagine da ricordare è quella ambientalista: essa è rappresentata essenzialmente dalla corrente degli Ecologisti democratici. A guidarla, da sempre, è Ermete Realacci e ha come fine l'adeguata valorizzazione dei temi connessi all'ecologia. L'impianto dell'emblema è decisamente simile a quello del Pd, con la "E" al posto della "P"; in luogo del ramoscello d'ulivo c'è un'ape con una vanga verde nelle mani (simbolo che, in precedenza, era stato reso anche in forma circolare, su fondo verde).

A quanto detto sin qui, occorre aggiungere che il congresso in corso ha visto la nascita di una nuova corrente, costruita a sostegno del candidato Michele Emiliano: si tratta di Fronte Democratico e si colloca inevitabilmente nella minoranza Pd. Il soggetto ha la forma dell'associazione, è stato presentato il 29 marzo e in quell'occasione si è svelato anche l’emblema, decisamente scarno e senza elaborazioni particolari (anche qui emergono l'uso del rosso e del verde, il primo tinge tutto il testo, con "Democratico" in evidenza", il secondo colora la pennellata che sottolinea il nome).

Tirando le somme, era inevitabile che un partito grande e variegato al suo interno come il Pd fosse organizzato in correnti: basta pensare all'esempio dei tre partiti maggiori della Prima Repubblica - Dc, Pci e Psi - in cui le correnti erano una realtà ben nota (anche se ufficialmente lo statuto del Partito comunista non ne consentiva l'esistenza).
Certo è che nel Pd, in vista delle elezioni politiche, il vero oggetto della contesa delle primarie non è tanto la segreteria o la candidatura a Presidente del Consiglio, quanto il potere - rimesso ai futuri vertici - di decidere chi (nell'eventualità che si andasse a votare con la legge elettorale modificata dalla Consulta) rivestirà il ruolo di capolista bloccato nei 100 collegi previsti, così da avere nel futuro Parlamento una schiera di fedelissimi su cui contare nelle battaglie che ci saranno.
Come si è visto, quasi tutti gli emblemi hanno in comune i colori del simbolo del PD, mentre i nomi hanno quasi sempre la parola "Dem" o, direttamente, l'aggettivo "democratic*". In questo senso, può dirsi che il Pd appare come l'unico partito veramente plurale, democratico e poco personalistico, anche se l'arrivo di Renzi alla segreteria ha cambiato un po' le cose da questo punto di vista. Se nel futuro dovesse esserci una legge che regoli la formazione dei partiti e la democrazia interna (compresi riti come le primarie), dovrebbe ispirarsi proprio al Pd.