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martedì 9 gennaio 2018

Civica popolare, una peonia su fondo fucsia shocking

Alla fine una margherita (minuscola) nel simbolo della lista Civica popolare guidata da Beatrice Lorenzin c'è. Non è - ovviamente - la Margherita (maiuscola), che anche prima della diffida dei liquidatori del partito che fu di Francesco Rutelli nessuno aveva immaginato di utilizzare, ma non è nemmeno una margherita qualunque: è proprio quella che Lorenzo Dellai ha utilizzato nei suoi progetti civico-politici a partire dal 1998, al suo posto nell'ultimo simbolo legato a lui, quello dell'Unione per il Trentino, che a questo giro perde la connotazione localistica e si chiama soltanto Unione (cosa che, in qualche modo, anche questo blog aveva suggerito pochi giorni fa). Anzi, gli entomologi della politica potrebbero dare atto che proprio Dellai, per assurdo, una piccola soddisfazione se l'è presa: rispetto al simbolo originale dell'Upt, la corolla della margherita si vede per intero e - con lo spostamento della parola Unione in basso - è anche più grande di prima.
Soddisfazione ben magra, tuttavia, visto che alla fine la margherita ha ceduto il passo a un altro fiore, di cui si dirà tra poco. Su queste pagine si era già detto che, in ogni caso, Dellai - nel frattempo rimasto almeno in parte scottato dalla concessione dell'esenzione a +Europa grazie all'intervento di Centro democratico di Tabacci, senza che lui che è il capogruppo in quota Democrazia solidale ne sapesse nulla - avrebbe avuto tutto il diritto di inserire nel contrassegno di Civica popolare la sua margherita (minuscola nell'iniziale) e che avrebbe potuto anche inserirla a grandezza visibile senza problemi. Evidentemente, però, i contatti e gli approfondimenti degli ultimi giorni devono avere consigliato al partito di Lorenzin di non correre troppi rischi e di non provocare davvero Rutelli e i legali rappresentanti della Margherita: non sarebbe stato utile, probabilmente, perdere tempo ed energie in un contenzioso legale che magari si sarebbe potuto vincere, ma mediaticamente sarebbe comunque equivalso a una zavorra.
Niente Margherita, niente margheritona (giusto una margheritina-piccina-picciò), ma un fiore c'è lo stesso (del resto, non era stato Rutelli a dire al Corriere "Usino un altro fiore, la flora italiana ha migliaia di specie e sottospecie, come ho studiato per il mio recente esame di botanica"?). Tiene a precisare la ministra uscente che non di margherita si tratta, ma di peonia gialla, che un bambino le avrebbe regalato. Anzi, visto che gran parte della conferenza stampa è stata dedicata da Lorenzin alla spiegazione del simbolo, è giusto che sia lei a raccontarlo:
Questo simbolo ha una storia. Questa è la storia che rappresenta le cose che vi ho detto fino ad ora. Nella prima parte del simbolo c'è un fiore, che è un fiore frutto dell'immaginazione di un bambino. E' un fiore "petaloso": se qualcuno ci vuole vedere una margherita, una peonia... la margherita assolutamente non va vista! Una peonia, un girasole... ma è un frutto dell'immaginazione di un bambino. Un fiore "petaloso", tra l'altro, è entrato in questi anni nella Treccani perché è stata una definizione data proprio da un bambino piccolo rispetto a un fiore che fosse l'esempio, la trasfigurazione un po' immaginaria, una proiezione [...]. Quindi noi non stiamo cercando un riferimento botanico, lo dico viste le polemiche di questi giorni: è un fiore nostro. 
Questo fiore mi è stato regalato da un bambino, che è figlio di un'amica che è qui presente, l'ha disegnato lei. E il colore è il colore del sole, perché all'interno di questo fiore c'è il senso della rinascita, del sole, dell'immaginazione, del futuro. Potremmo dire che ci sono tre parole chiave intorno a questo fiore, che sono sicuramente la crescita, la speranza e il futuro, che sono tre aspetti che vogliamo fortemente rappresentare in questa nostra azione politica. Come vedete, lo vorrei veramente dire, non c'è nessun riferimento alla margherita, questo fiore NON è una margherita: se volete vi dico che fiore è: per me è una peonia, come vedete ce l'ho anche nella maglia, ma mi piace molto di più pensare a com'è nato, cioè che è stato il dono di un bambino. 
Il bambino che me l'ha regalato stava raccontando una canzone, una canzone molto carina che tra l'altro io canto sempre ai miei figli, no? "Per fare un albero ci vuole un frutto". Bene, questa canzone a un certo punto dice una cosa: "per fare tutto ci vuole un fiore". E io credo che sia un po' la cifra del nostro modo di agire, di essere persone determinate ... gentili ma forti e nel fiore c'è l'idea delle forze politiche, delle nostre diverse esperienze politiche che si uniscono insieme per dar qualcosa di nuovo. [...]"
Innanzitutto una premessa: ci voleva coraggio a occupare una parte significativa del tempo dedicato alla stampa (sapendo che di quelle frasi sarebbe stato usato solo qualche frammento) a spiegare il vessillo con cui si sta per combattere una battaglia difficile, un po' per le polemiche degli ultimi giorni e un po' per le accuse che ormai girano da giorni - e con le quali tutta la brigata dovrà convivere per settimane, probabilmente fino al giorno del voto - di essere una compagine malassortita e un po' improvvisata. Il coraggio e la chiarezza, dunque, meritano di essere riconosciuti e premiati.
Detto questo, qualche errore certamente Lorenzin l'ha fatto. Il primo è stato chiedere ai presenti "Vi piace?" dopo avere ritualmente scoperto il simbolo sul cavalletto, una domanda che non va mai fatta in pubblico: se la gente risponde "sì", c'è il rischio di non crederle; se risponde "no" o tace evasiva, si rischia di partire con l'imbarazzo più totale. 

Il secondo sbaglio, veniale per molti ma grave per chi si occupa di comunicazione ed è drogato di politica e musica allo stesso tempo, è un peccato di incoerenza. Si può evocare un'atmosfera da giovane mamma incantata, che evoca il fiore "petaloso" (e Dellai ci scherza sopra: almeno il piccolo Matteo non ci manderà una diffida...), disegnato da un'altra mamma, l'idea del sole e del futuro, ma non si può scivolare su uno dei brani da baby hit parade come Ci vuole un fiore, citando un verso che il venerato maestro Gianni Rodari non ha mai scritto e che il non abbastanza venerato maestro Sergio Endrigo non ha mai cantato ("per fare l'albero ci vuole il seme / per fare il seme ci vuole il frutto", per chi non se li ricorda): se, come dice, intrattiene i figli con versi sbagliati, non rischierà di fare lo stesso con gli elettori?
Di errori, poi, ce n'è un terzo, imperdonabile per i #politicsaddicted ma quasi invisibile per il comune elettore. All'atto di enumerare i partiti che fisicamente sono stati inseriti nel contrassegno elettorale, Lorenzin cita dovutamente la sua Alternativa popolare, i Centristi per l'Europa di Casini e D'Alia, l'Italia dei Valori di Ignazio Messina, L'Italia è Popolare di Giuseppe De Mita (che, per l'occasione, racchiude per la prima volta la sua grafica in un simbolo tondo), poi cita Democrazia solidale. Il che sarebbe stato anche abbastanza naturale, vista la presenza tra i promotori della lista di Lorenzo Dellai e Andrea Olivero; il fatto è che il simbolo di Democrazia solidale nel contrassegno della Civica popolare non c'è, proprio perché Dellai ha preferito mettere la sua Unione-senza-più-Trentino (quasi a confermare che una margherita, anche microscopica, doveva esserci a tutti i costi). L'errore dunque c'è (e chissà se la ministra ha citato Demos perché è quella in cui sono presenti Dellai e Olivero, o se era un modo di non citare la margherita nemmeno indirettamente...), ma non se ne accorgerà quasi nessuno, soprattutto in cabina elettorale: nel cerchio di 3 centimetri di diametro, il diametro di ogni pulce sarà al massimo di 4 millimetri e quello della margherita addirittura di due. Qui però la colpa non è di Lorenzin, ma del grafico - per ora non noto - che ha confezionato l'emblema. 
Peraltro, dalle parole di Lorenzin si apprende che sono almeno due le forze politiche che, dopo l'annuncio della lista, si sono unite al gruppo anche se i loro emblemi non faranno parte del simbolo. Una è l'Unione popolare cristiana (che da tempo ha una storia di presenza sul territorio), l'altra è Italia popolare di Alberto Monticone e Giancarlo Chiapello, che nei giorni scorsi aveva bonariamente avvertito che i nomi "Civica popolare" e "Italia popolare" somigliavano un po' troppo a denominazioni usate dal suo gruppo ma avrebbe preferito dialogare e collaborare in modo tangibile piuttosto che fare battaglie.
Spiegato il fiore - sul fatto che possa essere una peonia, ci crediamo; sul fatto che solo per caso abbia tanti petali quanti sono i simboli, molto meno, tra l'altro finendo per ricordare almeno in parte l'altra creatura rutelliana, Alleanza per l'Italia - e illustrati i "pallini" (o, per altri, le lenticchie), restava da dire delle parole contenute nel contrassegno. Lasciamo di nuovo a parola a Lorenzin: 
Poi c'è "Civica popolare", che raccoglie un po' le nostre diverse storie. Racchiude l'esperienza del popolarismo, un'esperienza fortissima nelle vite di molti di noi, questo è un progetto che nasce da un'ispirazione fortemente popolare, ma anche riformista. E poi c'è la parola "civica" che si rifà al civismo e all'importanza che le esperienze civiche hanno assunto in questi anni nel nostro territorio: sempre più forti ma che abbiamo bisogno oggi, per diventare protagoniste di un progetto nazionale, di avere anche una connotazione che sappia fare sintesi tra questi vari aspetti.L'altra parte è il mio cognome: io ringrazio i fondatori per avere indicato me, per avere scelto insieme a me questa strada, ma non è semplicemente l'indicazione della leadership. E' l'indicazione di una continuità con l'azione di governo che noi vogliamo rappresentare. [...] Abbiamo veramente voluto sintetizzare attraverso la mia persona l'esperienza di governo fatta, [...] voler garantire stabilità all'Italia nei prossimi cinque anni, ma farlo forti della nostra forte cifra identitaria. Noi siamo diversi dai nostri compagni di strada, dai nostri futuri e presenti alleati, ma insieme abbiamo governato l'Italia [...].
Anche qui, bisogna dirlo, il coraggio della ministra uscente è stato notevole: doveva parlare del nome della lista e del suo cognome, quando tutti avrebbero notato che il primo era scritto piuttosto piccolo - anche se lei aveva appena riprecisato "Questa non è una lista elettorale, è una forza politica. Ci mettiamo in gioco, vogliamo crescere nei prossimi anni, a livello regionale e locale, per risolvere i problemi con le persone" - soprattutto rispetto al suo patronimico, ben più visibile (anche se non con il rilievo smaccato visto altrove). Ci voleva coraggio a presentare il suo nome contemporaneamente come figura di leadership e continuità con i cinque anni passati al ministero della salute (in tre governi diversi) alleata di una forza che, all'apertura delle Camere, risultava avversaria. Era facilmente sbertucciabile per questo, eppure Lorenzin è andata avanti lo stesso e qui, oggettivamente, ha mostrato la coerenza che graficamente era mancata altrove.
In tutto questo, non una parola è stata dedicata al fondo fucsia del simbolo, un colore decisamente eccentrico per i partiti che non avevano mai osato più del rosso. Una tinta che non passa inosservata, certo, ma anche un colore che si presta a una marea di critiche: decisamente chiassoso e poco elegante, fin troppo femminile e anche piuttosto stereotipato, intonato al colore delle schede della Camera ma non a quello dei simboletti contenuti (ma allora non sarebbe andato bene quasi niente, vista la varietà...). Già, perché al di là del colore quei cinque pallini - illeggibili sulla scheda, ma sufficienti per far avere l'esenzione dalla raccolta firme, almeno per quanto riguarda Alternativa popolare - danno l'idea di un emblema troppo affollato, anche se chi l'ha disegnato ha cercato di calibrare con un minimo di attenzione i vuoti. Risultato: al momento, se il simbolo di ieri di Berlusconi-Salvini-Meloni non sarà presentato, tra i contrassegni destinati alla scheda quello di Lorenzin sembra essere il più brutto. Ma c'è ancora tempo per far arrivare altre impro(vvi)dezze grafiche nelle bacheche del Viminale, mentre Civica popolare cercherà di convincere gli elettori che non dovranno giudicare il progetto in base all'immagine scelta. Almeno si spera.

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