venerdì 11 gennaio 2019

Maurizio Turco: "Stati Uniti d'Europa e rosa nel pugno, i nostri vaccini per l'alternativa"

A tre mesi dalla presentazione dei contrassegni per le elezioni europee, se è ovviamente certa la presenza di liste di forze come Pd, Lega, Forza Italia, +Europa, Fratelli d'Italia e MoVimento 5 Stelle (al di là della curiosità, tutta da #drogatidipolitica, di vedere quali particolarità avranno i simboli depositati, al di là di quello del M5S che difficilmente cambierà o vedrà aggiunte rispetto alla versione depositata il 19 gennaio 2018 al Viminale), vale la pena conoscere meglio una delle novità certe della prossima consultazione: Stati Uniti d'Europa, il progetto politico proposto dal Partito socialista italiano e dalla Lista Pannella, con cui si intende rilanciare l'idea originaria - e da tempo abbandonata - di Europa, anche attraverso il simbolo della rosa nel pugno, che tornerebbe sulla scheda delle elezioni europee dopo un quarto di secolo. 
Il progetto di Stati Uniti d'Europa - che, pur nell'identità dei promotori, non somiglia e non vuole somigliare affatto alla Rosa nel Pugno del 2006 - sarà presentato per la prima volta a Firenze sabato 26 gennaio: delle idee alla base, del desiderio di superare il 4% (magari di correre senza raccogliere le firme: si vedrà perché) e del simbolo scelto parliamo con Maurizio Turco, presidente della Lista Pannella e legale rappresentante (oltre che uno dei quattro coordinatori della presidenza) del Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito. L'occasione è buona anche per parlare del destino di Radio Radicale, dopo che la legge di bilancio approvata a fine anno ha drasticamente ridotto le risorse che lo Stato riconosce all'emittente per il suo servizio, mettendone seriamente a rischio la sopravvivenza: uno scenario che i veri #drogatidipolitica, assieme a tutti gli studiosi della contemporaneità, non possono accettare per nessuna ragione.

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Maurizio Turco al Congresso del Prntt del 2016
Maurizio Turco, partiamo dall'inizio: che cos'è Stati Uniti d'Europa?
Stati Uniti d'Europa al momento è un'associazione, una proposta politica, costituita dal Partito socialista italiano e dall'associazione politica nazionale Lista Marco Pannella in vista delle elezioni europee. L'obiettivo è di diventare un contenitore delle forze politiche e delle persone che hanno come obiettivo prioritario il federalismo europeo, come risposta concreta ai problemi del nostro tempo: questi ormai, com'è facile vedere, non hanno più dimensione nazionale, ma ben più ampia. La nostra è la proposta dell'alternativa.
Alternativa a cosa?
Beh, alternativa tanto ai nazionalprotezionisti - cioè nazionalisti dal punto di vista politico e protezionisti da quello economico - quanto all'Europa così come la conosciamo oggi, cioè l'Europa intergovernativa. La nostra proposta è l'Europa federale, quella dei Padri Costituenti dell'Unione europea: il passaggio da Comunità economica europea a Unione europea era, o doveva essere, la traduzione della proposta di Altiero Spinelli finalizzata proprio agli Stati Uniti d'Europa.
Un processo nel quale, evidentemente, qualcosa si è inceppato…
Si è inceppato subito. Nel 1984 si arrivò a una bozza di Trattato per l'Unione europea all'Atto unico europeo, il cosiddetto "atto Spinelli", con il quale si era pensato di costruire un'Europa federale, dando vita all'Unione europea; già dall'anno dopo, però, i governi nazionali scelsero di prendere tutt'altra strada, decidendo che non si doveva più fare l'Europa dei popoli, ma l'Europa dei governi nazionali. Assistiamo a un paradosso: nel 1984 i conservatori britannici hanno votato a favore di quell'Europa federale, mentre oggi sono stati e sono protagonisti di Brexit. Nel 1979 nel Parlamento europeo sedevano quattro euroscettici, quando sono stato eletto a Strasburgo, nel 1999, saranno stati una ventina ma non di più; ora sono addirittura almeno un terzo e queste persone, se potessero, uscirebbero da tutto ciò che legato all'Europa. Questi sono dati di fatto. 
Come si può invertire la tendenza? Eppoi, è possibile farlo modificando quest'Europa oppure occorre costruirne un'altra, daccapo?
I meccanismi attuali dell'Unione europea, a causa del potere di "veto" di ogni singolo stato, non consentono questo tipo di riforma: è vero, ci sono le cooperazioni rafforzate, ma quelle sono oggettivamente un'altra cosa, sono il "gioco delle tre carte". Stanno cercando di far passare una cooperazione rafforzata in materia di difesa come se fosse l'esercito europeo, ma non ci siamo proprio: questa cooperazione significa, in pratica, mettere in contatto fabbriche d'armi di diversi paesi perché collaborino e dare loro soldi europei. L'esercito europeo sarebbe un capovolgimento dell'attuale politica estera e di difesa dei 27 paesi, in cui ognuno ne ha una propria che potenzialmente confligge con quella degli altri 26. La situazione, insomma, è bloccata: servirebbe, oggi dopo il fallimento dell'Europa intergovernativa come allora dopo il disfacimento del nazifascismo, che tre o quattro paesi prendessero l'iniziativa di mettere in comune intanto le politiche di difesa, l'esercito. 
E' praticabile, secondo te?
A chi ci dice che questa è un'ipotesi fuori dalla realtà, possiamo rispondere solo in un modo: se i padri fondatori dell'Unione europea, che erano i resistenti ai totalitarismi della prima metà del '900, quei totalitarismi sarebbero ancora lì. Quando Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi hanno elaborato il loro Manifesto, erano a Ventotene al confino, non certo in villeggiatura: in quel momento il futuro che avevano davanti era tutt'altro, eppure loro pensavano a fornire già allora un futuro diverso. Noi ci siamo impegnati a fare lo stesso e siamo in controtendenza: oggi si vorrebbe proporre una sorta di referendum tra l'Europa intergovernativa e i nuovi nazionalismi e protezionismi, quando invece è proprio l'Europa intergovernativa è il problema. Certo, occorre combattere nazionalismi e protezionismi, che del resto sono stati all'origine dei totalitarismi, dal nazifascismo al comunismo, senza dimenticare che oggi c'è una grande nazione comunista con cui fare i conti, la Cina...
Un comunismo un po' rivisto, diciamo...
Sì, ma i caratteri essenziali della repressione non li hanno persi, questo è un dato di fatto, ci sono i "gulag"; c'è sicuramente un'evoluzione economica, ma al prezzo di una repressione politica. Al di là dei dati economici positivi, c'è poi una regressione democratica negli Stati Uniti d'America dal punto di vista istituzionale e questo a prescindere dall'elezione di Donald Trump: già prima, infatti, si era manifestata una regressione, anche se quel paese resta oggi un faro, un punto di riferimento per come è costruito l'impianto istituzionale, per l'assetto del bilanciamento dei poteri che non ha eguali al mondo. Tornando agli Stati Uniti d'Europa, la cosa importante non è chi li promuove, ma il recupero di un pensiero che è stato troppo presto abbandonato, sul tavolo del potere, delle contingenze e dell'attualità, senza tenere conto della storia del genere umano: c'è stata un'involuzione rispetto all'esperienza della resistenza. Oltre a rilanciare le figure di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Luigi Einaudi, Marco Pannella, Sandro Pertini e tante altre note, è importante oggi rilanciare con forza un "sepolto vivo" come Alcide De Gasperi: lui sul tradimento della Comunità europea di difesa, che stava tentando di costruire un esercito europeo in vista degli Stati Uniti d'Europa, ci è morto.
Curioso che radicali e socialisti collaborino per ridare visibilità a un campione della Democrazia cristiana, non trovi? 
Una Dc che però, piccolo particolare, si è dimenticata del suo campione... Il suo progetto europeista è stato abbandonato e dimenticato, al punto che nessuno o quasi conosce il De Gasperi europeista: una storia tanto complessa quanto interessante. Lui è davvero un padre non di quest'Europa, ma degli Stati Uniti d'Europa, ed è stato tradito dai suoi: non a caso, la biografia scritta dalla figlia Maria Romana e uscita nel 1964 si intitolava De Gasperi uomo solo, solo e abbandonato innanzitutto dai suoi su quest'ipotesi. Gli interessi particolari hanno avuto il sopravvento sull'interesse comune: con quest'iniziativa vogliamo rilanciare la predominanza dell'interesse pubblico e comune, vogliamo che a partire dall'Italia ci sia un interesse ad avere una struttura federale. Oggi nessun paese europeo e la stessa Unione europea intergovernativa è in grado di stare sul mercato economico, di avere una vera politica efficace di difesa; Se noi oggi simulassimo l'efficacia e l'utilità dei 27 eserciti europei, a fronte di un conflitto che non si sa bene contro chi potrebbe essere, l'unico forse autosufficiente sarebbe quello francese, se non altro perché dispone del nucleare. 
Uno scenario rassicurante...
Dobbiamo anche riconoscere lo sciovinismo francese, per cercare di aiutarli a uscire da questo senso di superiorità che esercitano in modo molto forte che esercitano all'interno dell'Unione europea. In molti non avevano capito il senso delle bandiere sventolate da Emmanuel Macron in campagna elettorale, è stato equivocato ma non per colpa sua: lo ha spiegato lui stesso nel suo libro che ha accompagnato la campagna, "siamo per l'Unione europea perché conviene alla Francia", non perché conviene all'Europa... Non a caso, non appena Macron in un'occasione ha parlato di "esercito europeo", anche se lui si riferiva soltanto alla cooperazione in materia di difesa, c'è stata una sollevazione congiunta di Stati Uniti e Russia, perché la potenza europea sarebbe un soggetto nella geopolitica internazionale, cosa che oggi non è proprio grazie agli appetiti nazionalisti. Appetiti che, bada bene, non sono un'invenzione di Matteo Salvini, di Giorgia Meloni o di Viktor Orbán: sono l'essenza stessa di quest'Europa, fondata sugli interessi dei singoli paesi, che mettono in comune alcune politiche secondarie per trarne qualche beneficio. Non abbiamo invece una vera politica estera e di difesa comune, ma neanche una democratizzazione delle politiche economiche e finanziarie europee: il meccanismo di stabilità è il simbolo di quest'Unione europea, che vorrebbe inserire quello stesso meccanismo addirittura nei trattati e fare lo stesso con su altri fronti politici, attraverso la politica delle "stanze chiuse", prendendo decisioni di cui non si conoscono le ragioni.
Prima oltre ad Altiero Spinelli citavi Ernesto Rossi, assai più dimenticato di Spinelli...
... e c'è anche Eugenio Colorni, il terzo della "combriccola"...
Il simbolo di Pannella nel 1979
Già, e tra i pochissimi a ricordarli e a citarli con insistenza c'era Marco Pannella. Che cos'erano per lui gli Stati Uniti d'Europa?
Tutto. Erano l'essere speranza in ogni iniziativa politica del periodo storico che aveva vissuto, dagli anni '50 fino al 2016. L'ultimo intervento di Marco Pannella al Parlamento europeo è uguale al primo: lui dal 1979 al 2009 ha mantenuto sempre la stessa politica, in controtendenza rispetto ai federalisti europei a Strasburgo che federalisti erano solo nominalmente, non perché facessero iniziative o proposte politiche in senso federale. Non c'è da stupirsi: abbiamo Juncker che due anni fa ha dichiarato "anch'io, quando avevo i pantaloni corti, ero per gli Stati Uniti d'Europa", come se crederci fosse una cosa da fare giusto da giovani, poi si matura e si viene attratti dal potere. Come se gli Stati Uniti d'Europa fossero una cosa astratta, impossibile e non invece una necessità. Per questo credo che sia importante recuperare la storia delle famiglie europee davvero europeiste e federaliste, se non altro per quanto riguarda i padri costituenti: sicuramente liberali, socialisti, radicali, ma anche i popolari come De Gasperi, Adenauer, davvero agli albori del Ppe e iniziatori di un progetto di valore, a dispetto dei voltafaccia di Italia e Francia che affossarono la Comunità europea di difesa. Come Pannella ha sempre sostenuto, a differenza del mondo comunista che divideva nettamente politica e cultura, che cultura è politica e politica è cultura: occorre impegnarsi in un recupero culturale rispetto alla storia che non è riuscita a svilupparsi, ma era maturata tra i nostri statisti e politici, che purtroppo hanno avuto eredi inadeguati.
Torniamo all'associazione-lista Stati Uniti d'Europa. Il fatto che la promuovano il Psi e la Lista Pannella può far ripensare alla Rosa nel Pugno del 2006: allora la fondarono i Socialisti democratici italiani (che poi avrebbero ricostituito il Ps-Psi) e la Lista Pannella. Le due esperienze si somigliano o no?
No, è tutt'altra storia. Quello era un incontro tra due gruppi dirigenti; qui ci sono due gruppi dirigenti che mettono un progetto a disposizione di tutti. Quella del 2006 era un'iniziativa elettorale delimitata, con cui i dirigenti socialisti e radicali si rivolgevano soprattutto a quelle frange "intellettuali" di quello che poi sarebbe diventato il Partito democratico, se vogliamo agli "orfani liberali" del Pds-Ds: vari esponenti di quel mondo, come Biagio De Giovanni, alle politiche del 2006 si candidarono nelle liste della Rosa nel Pugno, sia pure solo negli ultimi posti, per testimoniare che il loro era un contributo tutto politico, senza velleità personali. Oggi, lo dicevo, è tutt'altra cosa: qui si cerca di mettere le risorse radicali e socialiste, cui spero si aggiungeranno presto quelle repubblicane e liberali, per dare vita a una presenza di alternativa al mercato della politica di oggi, per fuggire il referendum di cui parlavo, tra l'Europa intergovernativa e quella protezionista e nazionalista, che non oso immaginare come sarebbe: e pensare che i più acerrimi nemici della manovra gialloverde sono stati gli "amici" della Lega, Ungheria, Austria, Polonia, gli estremisti tedeschi di AfD, in una logica di lotta di ciascuno contro tutti in cui inevitabilmente vince il più forte. Non si può immaginare nulla di diverso per uno come Orbán, che già a 15 anni era il leader dei giovani comunisti - evidentemente le sue qualità personali le aveva - per poi convertirsi in leader liberale a ridosso della caduta del Muro, fino a indossare i panni del leader prefascista di oggi; quasi tutti i leader attuali dei paesi dell'Est sono "residuati bellici" del periodo comunista, ma hanno ancora il paese nelle proprie mani.
Unico tratto in comune, ben visibile, tra l'esperienza del 2006 e quella attuale è dato dalla concessione della rosa nel pugno da parte della Lista Pannella, che oggi come allora l'ha messa a disposizione per cinque anni.
In Italia sicuramente la rosa nel pugno è il simbolo del Partito radicale, di Marco Pannella, ma altrettanto certamente va al di là di un'appartenenza "proprietaria": è il simbolo delle lotte per i diritti civili e politici, per i diritti sociali, è il simbolo della lotta stessa per gli Stati Uniti d'Europa. Ti ricordo che nel 1984, quando Spinelli fu eletto presidente della Commissione per gli affari istituzionali del Parlamento europeo, Pannella ne divenne vicepresidente; non a caso, alla fine dei suoi giorni, chiese proprio a Marco di raccoglierne l'eredità, portandone avanti le battaglie. 
Di fatto il simbolo della rosa nel pugno si appresta a tornare sulle schede delle europee dopo un quarto di secolo: l'ultima volta la si era vista nel contrassegno della Lista Pannella - Riformatori nel 1999. La scelta di adottarla di nuovo ha "solo" un significato ideale e valoriale per voi o, anche dopo questa lunga assenza, ritenete che sia un emblema ancora riconoscibile?
Beh, diciamo che è un po' come un vaccino: dopo un po' di anni bisogna fare un richiamo... un richiamo al fatto che in questo paese ci sono lotte sconosciute ai più, ma che sono state fatte con quel simbolo e continuano ad averlo. Sarei tentato di dire che purtroppo non c'è stato nessuno che abbia voluto imitare, per migliorarla, quella che è stata fino al 1989 l'esperienza del Partito radicale in questo paese: oggi circola la menzogna del Pd come partito radicale di massa, ma non è così. A parte il fatto che il Partito radicale vive ancora, ha avuto la forza di rigenerarsi nel tempo, non ha avuto mai bisogno di cambiare nome proprio per la sua capacità di rigenerarsi: dopo il 1955 c'è stato il 1963, il 1967, il 1977, il 1989 e anche il 2016, anno in cui - con il congresso di Rebibbia - ci siamo rigenerati a fronte della degenerazione burocratica che era proposta in alternativa nemmeno da un gruppo dirigente ma da quattro o cinque persone. Oggi ci troviamo di fronte a un partito - il Prntt - che per tre quarti si è rinnovato, fatto da gente che non era mai stata iscritta prima al Pr o che non era addirittura mai stata iscritta a nulla: credo sia un dato di forte speranza, per le lotte fatte non nell'interesse del partito, ma del paese.
Quando però si è appreso del progetto di Stati Uniti d'Europa, più di un esponente di Radicali Italiani e +Europa ha chiaramente parlato di un'operazione per danneggiare +Europa.
Chiunque lo abbia pensato ha pensato male, ma non è una novità: chi è abituato a pensare male, pensa male e lo ha fatto anche su questa vicenda. Ora si parla di +Europa come soggetto che ha come obiettivo finale gli Stati Uniti d'Europa, ma per noi vale ciò che si è detto fino al 4 marzo. +Europa è nata su una menzogna: ci è stato detto che, durante una conferenza stampa, si era presentato Bruno Tabacci che, concedendo il simbolo di Centro democratico per esentare le liste dalla raccolta firme, appariva come salvatore della democrazia. Bene, in questi giorni Tabacci ha detto che aveva già chiamato Emma Bonino a ottobre, proponendo un'alleanza che si sarebbe potuta avvalere dell'esenzione di Cd; lei allora aveva rifiutato, dicendo che le sue liste avrebbero raccolto le firme, salvo poi richiamare Tabacci quando la raccolta non è riuscita. Non hanno fatto ciò che hanno detto: doveva essere un incontro momentaneo, ma hanno fatto un partito insieme, con tanto di tessere e di probiviri, in contraddizione con il modello di partito per cui dicevano di lottare i "radicali" di +Europa. Non siamo noi a contraddirci: c'è chi si candida, avendo come faro in lontananza gli Stati Uniti d'Europa, ma per noi questi sono una necessità e un'urgenza, perché non c'è un futuro per l'Unione intergovernativa. Una riforma vera non si riesce a fare, le cooperazioni rafforzate sono specchietti per allodole (e ce ne sono ancora), a noi interessa ben altro. Quando, in occasione del Trattato di Maastricht, anche se noi radicali eravamo contrari, Pannella disse di essere costretto a votarlo, "perché quelli che vengono dopo di voi sono peggio di voi": non lo votò certo convinto che fosse il modello da perseguire, anzi, disse che ormai il confronto era tra i federalisti e quelli che avevano reso l'Europa un "corpo mistico" che non si liberava di prebende e privilegi. Lo denunciavamo allora e lo facciamo anche ora, denunciando nuovi avversari, anche se siamo gli unici cui è impedito di potersi confrontare con loro e nemmeno con gli "europeisti" di quest'Unione intergovernativa che magari ricordano Spinelli, Adenauer e gli altri ma che di quell'Europa incarnano solo una parodia, in quanto difensori dello status quo, altro che riforme!
Certo che, con la presenza tanto vostra quanto di +Europa, sarà difficile per entrambe le liste raggiungere la soglia di sbarramento del 4%. In più dovrete affrontare il problema della raccolta firme...
Guarda, ritengo che il problema della raccolta firme sia superato, dal momento che il Psi fa parte del Partito socialista europeo e questo rilascerà apposita dichiarazione per esentarci dalla raccolta firme; oltretutto, la rosa nel pugno è il simbolo del socialismo europeo, declinato graficamente nei vari paesi ma è pur sempre quello, quindi il problema non si dovrebbe porre.
Nel 2014 il Pd aveva inserito il riferimento al Pse nel suo simbolo, ma certamente non aveva e non avrà bisogno di quell'esenzione per presentare liste; il Psi è l'unico altro partito italiano membro del Pse, quindi questo problema potrebbe essere risolto. 
Come ti dicevo, non mi pongo il problema. Dovessi fare un quadro dei partiti europei, esclusi quelli dell'estrema destra, chi abbiamo? I liberali europei, che per una settimana erano disposti, magari per ottenere qualche vicepresidenza di commissione, ad accordarsi con il MoVimento 5 Stelle, che è quello che fa oltre che quello che dice; addirittura il leader, padre di quell'accordo che, a quanto si è letto, era stato fatto all'insaputa del gruppo, è ancora lì, quindi con un leader così non possiamo avere a che fare; tra l'altro, è vedo che quando avevamo avuto solo due deputati europei ci hanno ammessi nel loro gruppo, ma quando siamo stati sette non ci avevano voluto e quelle persone non sono nemmeno cambiate rispetto ad allora. Quanto al Partito popolare europeo, potenzialmente il più legittimato a rilanciare una battaglia per un'Europa federale, per me basta dire che del suo gruppo fa parte Orbán e, a questo punto, appare dispostissimo in nome del potere a collaborare con Salvini e gli altri antifederalisti, magari nei primi tempi non con Le Pen direttamente (ma solo per via del padre, non a causa di lei). Resta evidentemente solo il Partito socialista europeo: l'unico a consentire che, grazie alla loro esenzione, si presenti una lista denominata Stati Uniti d'Europa, un'espressione di cui il Pse comprende benissimo il significato. Lo spazio lo abbiamo trovato lì: abbiamo imparato da Pannella a trovare il pertugio in cui infilarci non per far saltare tutto, ma almeno per rallentare la potenza distruttiva. 
Intendi il motto pannelliano della "fantasia come necessità"?
Non abbiamo altra arma, se non quella che era diventata l'essere speranza, che si può coltivare solo con la fantasia, anche se c'è il rischio di non essere compresi. Ancora oggi, per dire, può non capirsi in pieno cosa poteva essere la funzione della Rosa nel Pugno del 2006. A distanza di oltre dieci anni, possiamo dire che il secondo governo Prodi cadde, oltre che per un'operazione di macelleria giudiziaria nei confronti dell'allora ministro della giustizia Clemente Mastella, anche perché otto senatori eletti non sono stati riconosciuti tali e al loro posto ne sono stati proclamati altri otto? Questa operazione l'ha fatta il nucleo del futuro Pd, non certo Salvini o Meloni, ma Ds e Margherita hanno preferito far vivere alcune velleità personali piuttosto che dare al paese un governo più forte di quello che era, con i risultati che al Senato si sono visti: quella storia non può essere dimenticata e la racconteremo bene. Nei giorni scorsi abbiamo visto protagonisti di quello scempio alzarsi in Senato e dire che la gravissima compressione della discussione sulla legge di bilancio era una ferita alla democrazia, ma non è così: era un accanimento sul cadavere della democrazia italiana, non certo una ferita su un corpo sano, ma in Italia va di moda dimenticare il passato e che è in corso un processo di putrefazione del corpo della democrazia, iniziato all'indomani dell'entrata in vigore della Costituzione. 
Resta la questione dello sbarramento...  
Guarda, io sono più che convinto che, se noi avessimo nei media gli spazi che hanno gli altri, sulla proposta Stati Uniti d'Europa, altro che 4%! Dietro quella proposta c'è tutto un ragionamento, che purtroppo in Italia si farà solo "a babbo morto": vedremo, con la storia delle autonomie regionali svincolate da un disegno federale, che fine farà il Sud e cosa saranno costrette a fare le persone per sopravvivere, nei termini proprio di sussistenza... Il problema vero è che il federalismo europeo, il programma di Stati Uniti d'Europa, non ha mai avuto davvero la possibilità di essere conosciuto dalla gente. C'è un problema di informazione: i cittadini possono anche decidere che nazionalismo e protezionismo siano la scelta migliore, ma senza informazione non possono decidere, visto che si propone unicamente la scelta tra quell'opzione e l'Europa di oggi, senza dar conto dell'alternativa che noi vogliamo percorrere. Io posso accettare che il responso popolare premi qualcuno e non qualcun altro, ma se gli elettori non possono conoscere una delle proposte in campo perché questa non ha spazio sui media, come fanno a votarla e a confrontarla con le altre? Se guardiamo la gestione del servizio pubblico radiotelevisivo, diciamo, dal 2013 in avanti, il quadro è quello che è: ce lo ricordiamo Santoro che mandava in onda i comizi di Grillo come se fosse stato un buffone che stava giocando e non ci fosse stato dietro un progetto politico di "devastazione istituzionale" dell'Italia.
Nella questione dell'informazione rientra a pieno titolo anche la vicenda di Radio Radicale e dei tagli alle risorse statali. 
Ti faccio una premessa, per dirti cosa è diventata la Lega: un tempo era quella di "Roma ladrona", "Prima il Nord", però quel partito ebbe la forza di fare tre referendum con i radicali, uno dei quali era sulle droghe. Oggi invece loro hanno l'esigenza di cancellare qualunque minimo focolare di alterità e qui si innesta la pericolosità di Radio Radicale: è pericolosa non perché i radicali parlano solo lì, ma perché su Radio Radicale parlano tutti. Durante la campagna elettorale abbiamo ospitato anche esponenti del M5S, lo stesso Salvini, Di Stefano di CasaPound... noi non abbiamo paura del confronto delle idee, ma di chi vuole condizionare i cittadini nello scegliere quello che è meglio per loro. Radio Radicale è un esempio cattivo per queste persone, è il servizio pubblico messo a confronto con il servizio pubblico ufficiale Rai.  
In che senso?
Mi ha colpito molto il presidente del Consiglio Conte, soprattutto nel suo ruolo di professore e di avvocato, quando ha detto "il servizio pubblico fatelo attraverso il mercato": forse dimentica che noi a suo tempo abbiamo vinto una gara - abbiamo chiesto di rifarla, ma c'è chi non ha voluto - per cui da undici anni percepiamo per il nostro servizio la stessa cifra (per cui, rispetto al potere d'acquisto del denaro, il valore del contributo che riceviamo si è già diminuito del 20%) e per giunta, come dice chiaramente la convenzione, senza poter trasmettere pubblicità, il che significa non poter accedere al mercato... Noi radicali abbiamo avuto meno possibilità economiche di altri di mettere in piedi una radio, ma noi non abbiamo fatto un organo di partito come lo intendevano loro, bensì avendo in mente il nostro modello di partito: il Partito radicale potrebbe vivere senza Radio Radicale, ma il servizio pubblico di Radio Radicale non può esistere senza il Partito radicale. Gli altri partiti, invece che fare qualcosa di simile a Radio Radicale, pensano a occupare la Rai, che da sempre è il "servizio privato dei partiti" e manda in onda gran parte dei programmi di servizio pubblico di notte o in orari poco appetibili, mentre riempie le fasce orarie di massimo ascolto di varietà e giochini: in pratica, in nome del servizio pubblico fa una concorrenza sleale nei confronti degli altri competitori sul mercato, ma è strano che quei competitori non dicano nulla. Al di là della concorrenza, sul piano dell'informazione abbiamo assistito a cose incredibili, pensa che dopo il congresso del Prntt a Rebibbia nel 2016, in televisione non è passata la maggioranza che aveva vinto il congresso, ma la minoranza, così da coprire e nascondere meglio la realtà del Partito radicale: pensavano di avere seppellito i radicali con Marco Pannella. La più grande prova di questo credo sia stata la copertura televisiva della morte e del funerale di Marco.
Cosa intendi?
In quei giorni è stato trasmesso molto materiale che i cittadini però prima di fatto non avevano visto; la Rai ha una marea di materiale sulla storia radicale, ma è diventato d'archivio senza essere mai di attualità, non è sostanzialmente stato trasmesso quando aveva il potere di incidere sul dibattito pubblico. Noi lottiamo per il diritto del cittadino a conoscere, ma i trattati internazionali individuano anche un diritto dei soggetti politici a essere conosciuti: per questo siamo davanti alla Corte europea dei diritti umani per la questione dell'informazione in Italia e non possiamo nemmeno più lamentare con dati concreti la nostra esclusione dai media perché l'Agcom ha tolto il Partito radicale dalle rilevazioni... Poi, se ragioniamo di servizio pubblico, perché non dire che noi siamo stati i primi al mondo a trasmettere le dirette parlamentari, le emittenti americane e inglesi sono arrivate dopo? Solo da poco la Bbc ha emesso un bando di gara per digitalizzare cent'anni di storia radiofonica e televisiva: noi da tempo abbiamo digitalizzato tutto ciò che è accaduto dagli anni '70 nella politica e nella società italiana e lo si può riascoltare o rivedere dal proprio dispositivo. Tutto questo non vale nulla? O forse il problema è proprio questo, cioè il fatto che noi permettiamo di riascoltare e, quindi, di capire?
Oggi qual è la situazione di Radio Radicale? Fino a quanto può vivere?
Intanto credo si debba fare un monumento a un mecenate della democrazia in questo paese, Marco Podini: lui nel 1994 diventò azionista di Radio Radicale e da allora ha di fatto immobilizzato 25 miliardi di lire. Non penso esista in Italia un imprenditore o anche un politico come lui, che ha messo in qualunque cosa tanto denaro in cambio di nulla, nemmeno gli interessi legali, ma per dare la parola a tutti. Sui social network si continua a dire che dobbiamo andare sul mercato e stringere la cinghia come gli altri, ma il taglio fatto equivale ad avere messo una bomba sotto ogni impianto di trasmissione di Radio Radicale. Non stiamo parlando di licenziare quattro giornalisti e due tecnici: hanno messo la radio in uno stato di crisi di fatto cui dovremo fare fronte e mi sento personalmente responsabile anche nei confronti di Marco Podini per tutelare il suo impegno. Andremo avanti finché sarà possibile: fino al 21 maggio, data fino alla quale si potrà operare con i contributi che riceviamo, continueremo a trasmettere le sedute del parlamento, continueremo a trasmettere, registrare e catalogare i grandi processi italiani che siamo gli unici a seguire (ma solo perché gli altri scelgono di non farlo), le sedute del Csm, della Corte costituzionale e delle altre istituzioni, anche se questo esula dal contenuto della convenzione; allo stesso modo, cercheremo di coprire il resto dell'attività politica e parlamentare sempre al di là della convenzione. 
Ma se non arriveranno i soldi, cosa si farà?
Andremo avanti fino all'ultimo momento possibile, certo non metto nel conto la bancarotta fraudolenta anche per una questione di dignità, ma nemmeno vogliamo arrivare al fallimento. Anche "smontare" Radio Radicale, tra l'altro, ha un costo non indifferente, occorrerà stare molto attenti e iniziare a smontare un po' alla volta, dando ovviamente attenzione ai vari creditori. Da qui al 21 maggio, tuttavia, c'è una finestra e mi chiedo: esiste per caso un altro Marco Podini da qualche parte in Italia? Ci sono persone molto generose rispetto a certi aspetti "materiali" della vita umana, ma ce ne sono di disponibili anche su questioni di principio o ideali come questa?

2 commenti:

  1. Grazie per questa intervista. A loro, sempre che tutto vada per il verso giusto, andrà il mio voto.

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  2. Vatti a fidare dei socialisti...!

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