venerdì 22 febbraio 2019

Siamo europei di Calenda, ci avevamo quasi preso

Se ieri una seconda visita sulla banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi aveva permesso di scoprire il simbolo-marchio di Uniti con De Magistris, invisibile il giorno prima, oggi una terza visita consente di vedere quello di Siamo europei, depositato congiuntamente da Carlo Calenda e dal parlamentare Gianfranco Librandi, eletto nelle liste Pd (con il deposito della domanda di marchio verosimilmente curato da quest'ultimo, visto che il rappresentante indicato nel database è lo stesso di altri marchi da lui richiesti e ottenuti in passato, come quello di Obiettivo Lombardia per le autonomie).
Se si confronta la grafica ora visibile con quella che si era tentato di immaginare due giorni fa, giusto per dare corpo alla descrizione, è facile vedere che non si è andati poi molto lontani dal vero: in fondo, la descrizione offerta con la domanda era talmente dettagliata da consentire poche varianti. C'è l'Europa in grigio, non tridimensionale, che occupa tutto il quadrato scelto come "confine" del marchio: in questo modo va oltre il cerchio inscritto e, probabilmente, parte del continente resterebbe fuori dall'eventuale contrassegno elettorale (sempre ammesso, ovviamente, che questo simbolo sia davvero destinato a finire sulle schede, ma volendo anche solo su una spilla o su qualche adesivo tondo...).
Per il resto, le font erano state puntualmente indicate, alla pari del colore: è cambiata soltanto la dimensione della scritta e il rapporto di grandezza tra le due parole del nome, ma non si poteva essere veggenti su tutto. A questo punto, in ogni caso, il simbolo c'è: resta solo da vedere se e come sarà impiegato e, soprattutto, da chi (è fresco il rifiuto di Federico Pizzarotti di far parte di questo progetto, essendo lui più interessato a un cammino con i Verdi e, secondo alcuni, magari pure con +Europa).

giovedì 21 febbraio 2019

Uniti con De Magistris, simbolo svelato (non ancora da lui)

In effetti bastava avere un po' di pazienza, una manciata di ore: il tempo sufficiente a far svelare un simbolo. Ieri non era possibile vedere la raffigurazione del marchio di cui Luigi De Magistris ha chiesto la registrazione il 15 febbraio; ora, invece, interrogando la banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, è possibile vederla, sia pure in una grafica di qualità non elevata.
Il contrassegno di Uniti con de Magistris appare complesso, proprio come la descrizione lasciava intendere, ma soprattutto ben studiato e persino gradevole ed equilibrato sul piano estetico. Finalmente ora è possibile capire come prende corpo il segno "composto da due cerchi concentrici, separati da una linea curva che le separa in due sezioni cromatiche: una in basso, a sua volta suddivisa in tre sezioni curve: due hanno lo sfondo di colore verde, per indicare la terra, e l'altra di colore blu per indicare l'acqua. La parte superiore è composto da due sezioni curve rosso e arancione, su cui sono posti due segni che seguono la curvatura del cerchio esterno in senso antiorario, composti da una spiga a destra e da una stella a sinistra. Al centro è presente la scritta in grigio 'uniti con' utilizzando un font modificato originalmente; e in bianco 'de Magistris' utilizzando il font 'Avenir' minuscolo con la lettera M in maiuscolo".
Gli accostamenti cromatici e la struttura del simbolo a cerchi tangenti sembrano frutto di uno studio attento: nemmeno le gradazioni dei vari colori sembrano lasciati al caso. La stella richiama tradizionalmente il mondo del lavoro (dal Pci a Potere al popolo!: qui l'Italia monarchica ovviamente non c'entra nulla con la stessa stella, al più il riferimento generico è alla Repubblica), così come fa la spiga, che pure mette l'accento sul cibo e - soprattutto oggi, soprattutto in Campania - sulla sicurezza alimentare; la coppia spiga-stella sembra richiamare un po' anche l'iconografia araldica socialista e, tra l'altro, lo stemma dell'Unione sovietica (come mi fa notare Roman Henry Clarke, collega e contributore del sito). La terra e l'acqua simboleggiati da verde e blu possono ricordare di nuovo la terra di cui De Magistris è sindaco, ma in fondo tutta l'Italia lambita dal mare nel suo complesso. 
Difficile dire se il simbolo finirà sulle schede alle europee (in base al discorso fatto ieri, non paiono esserci le condizioni); più probabile che lo si veda almeno nelle bacheche del Viminale in aprile, se non altro per marcare la presenza. Magari con la speranza che il simbolo torni buono più in là, in un altro appuntamento elettorale (regionale o nazionale?)

mercoledì 20 febbraio 2019

Calenda e De Magistris, simboli depositati (anche se non si possono vedere)

Manca poco più di un mese e mezzo alla presentazione dei contrassegni per le elezioni europee, la situazione è tutt'altro che definita, ma c'è chi si sta muovendo per tutelare una possibile grafica (politica? elettorale?) anche se non dovesse trovare posto sulle schede. Tra il 14 e il 15 febbraio, infatti, sono state depositate presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi due domande di registrazione di marchio legate alle iniziative politiche di Carlo Calenda e Luigi De Magistris, a nome dei rispettivi esponenti politici: la banca dati dei segni distintivi non permette ancora di visionarli, ma la descrizione c'è già e non somiglia a nessuno dei simboli finora conosciuti.
Il primo ad aprire le danze è stato l'ex ministro Carlo Calenda, che già il 24 gennaio aveva depositato la domanda di marchio europeo per il segno distintivo verbale Siamo europei assieme al deputato Pd (già parlamentare di Scelta civica, poi Civici e innovatori, ma prima ancora aveva aderito a Forza Italia, al Pdl e, lasciatolo, aveva fondato la sua Unione italiana) Gianfranco Librandi. Il 14 febbraio risulta depositata la domanda di registrazione - italiana, questa volta - del "marchio figurativo 'Siamo europei'": anche qui Librandi risulta contitolare del potenziale segno distintivo e, anzi, sembra averne curato il deposito, visto che il rappresentante dei due è un avvocato saronnese. 
Tentativo di tradurre la descrizione
La domanda, presentata per le classi di Nizza 38 (Telecomunicazioni), 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (Servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali), è provvista anche di un'immagine che al momento non si può vedere, ma qualcosa si può intuire dalla descrizione: "Marchio figurativo composto di un quadrato con sfondo di colore bianco e con bordo nero, in cui è inscritto un cerchio, dal diametro pari al lato del quadrato, avente sfondo di colore bianco e con bordo parimenti nero. Le sagome del quadrato e del cerchio sono sovrapposte ad una mappa muta e stilizzata del continente europeo, di colore grigio sfumato, su cui si sovrappongono, nella fascia mediana orizzontale delle due sagome, le parole 'siamo' in lettere minuscole (font Bodoni MT Black) ed 'EUROPEI' (font Impact), in lettere maiuscole, entrambe di colore blu".
Il sito del manifesto Siamo europei, con i caratteri utilizzati
Al di là della curiosa soluzione del quadrato circoscritto al cerchio, che sembra fatta per evitare contestazioni della forma in sede di registrazione - onde evitare eventuali dinieghi del Viminale per simboli dal potenziale uso politico - risulta evidente che la parte testuale non è stata pensata con la grafica vista finora: se infatti il resto dell'immagine qui allegata non ha alcuna pretesa di essere fedele all'originale (si tratta solo di un tentativo di raffigurare la descrizione offerta), è possibile ricostruire le parole grazie alle indicazioni sui caratteri incluse nella descrizione e questi sono diversi da quelli impiegati fin qui per diffondere il manifesto calendiano Siamo europei
Il 15 febbraio, proprio un giorno dopo Calenda, è toccato invece a Luigi De Magistris depositate il proprio simbolo, denominato Uniti con De Magistrisanche qui con tanto di descrizione ed "esemplare allegato" che al momento non si vede: "Il segno è composto da due cerchi concentrici, separati da una linea curva che le separa in due sezioni cromatiche: una in basso, a sua volta suddivisa in tre sezioni curve: due hanno lo sfondo di colore verde, per indicare la terra, e l'altra di colore blu per indicare l'acqua. La parte superiore è composto da due sezioni curve rosso e arancione, su cui sono posti due segni che seguono la curvatura del cerchio esterno in senso antiorario, composti da una spiga a destra e da una stella a sinistra. Al centro è presente la scritta in grigio "uniti con" utilizzando un font modificato originalmente; e in bianco "de Magistris" utilizzando il font “Avenir” minuscolo con la lettera M in maiuscolo".
In questo caso non si offre alcun tentativo di raffigurazione, visto che la descrizione è più complessa, ma proprio la ricchezza dell'immagine fa capire che l'emblema - depositato come marchio per la classe 41, specificata come "Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali" - è stato pensato per un uso reale, tutt'altro che campato in aria. Al di là della concezione, è tutto meno che certo che l'emblema possa finire sulle schede: giusto ieri, De Magistris ha rilasciato dichiarazioni che sembrano allontanare la partecipazione - già prima non certa - alle elezioni europee di un progetto guidato da lui. "Allo stato credo che sia molto difficile che ci possa essere una lista alle Europee - si legge in particolare nel sito dell'Ansa -. Io faccio il sindaco di Napoli a tempo pieno, sono una persona che ama la politica e lancia il cuore oltre l'ostacolo in modo anche generoso. Ho detto che se si creassero determinate condizioni, se si sciogliessero tutta una serie di nodi, se si producesse un processo entusiasmante, contagioso in positivo e coinvolgente che potessi guidare non solo io, ma anche io, allora avrei potuto prendere in considerazione non solo la lista, ma anche di candidarmi ma mi sembra che il tempo si stia consumando e non mi sembra che attualmente ci siano le condizioni per poter fare tutto questo".
Già nei giorni precedenti i media avevano parlato di rapporti non proprio distesi tra De Magistris e l'ex ministro greco Yanis Varoufakis, secondo alcuni proprio legati alla prossima presentazione del simbolo legato al sindaco di Napoli. In ogni caso, il simbolo di Uniti con De Magistris c'è anche se non verrà usato: per sapere com'è fatto occorrerà aspettare l'iniziativa di De Magistris o - alla peggio - la pubblicità sul database dei marchi.

martedì 19 febbraio 2019

Piscinas, A.D. 1994: quelle spighe spuntate dal nulla sulla Sardegna

Il simbolo giusto sui manifesti...
Il caso di Pisa appena visto è probabilmente senza eguali, nel senso che non è mai stato necessario tanto tempo per rimediare a un errore di stampa delle schede elettorali (anche se un minimo di continuità grafica tra il simbolo sparito e quello usato per sbaglio c'era); ciò non significa affatto che questo sia stato l'unico. A volte l'errore non è stato determinante per l'esito (come con la sparizione del riferimento alla candidatura di Giorgio Gori nel simbolo del Pd alle ultime regionali in Lombardia, con riguardo alle schede del mantovano); in altri casi, invece, l'errore è stato più grave e si è arrivati alla ripetizione delle elezioni, sempre per via giudiziaria, ma stavolta con meno tempo. E' quello che è accaduto a Piscinas, comune cagliaritano (oggi provincia di Sud Sardegna) del Sulcis con poco meno di mille abitanti, nel 1994, quando sulle schede un emblema fu scambiato per un altro, che in comune con il primo aveva soltanto la sagoma della Sardegna.
Erano tre i candidati in quelle elezioni che, il 12 giugno 1994 - le prime a svolgersi in un solo giorno, assieme alle europee e alle regionali sarde, e le prime con elezione diretta per il comune di Piscinas - si contendevano la poltrona di sindaco: Antonio Atzori (detto Antonello) con Impegno e progresso, Francesco Muscas con I giovani per cambiare Piscinas e Andrea Casu con Uniti per il paese. La grafica dei loro emblemi, a dire il vero, era piuttosto elementare: il palazzo comunale stilizzato per Casu, una lampadina accesa per Muscas e il profilo verde della regione - con tre cerchi a indicare la posizione di Piscinas - per Atzori. 
... e quello sbagliato sulle schede
Proprio l'unico candidato che aveva scelto di dare visibilità all'isola, tuttavia, al momento del voto incappò in una brutta sorpresa. Il sorteggio gli aveva riservato la prima posizione, ma se nei manifesti il primo simbolo mostrato era effettivamente il suo, in alto a sinistra sulla scheda gli elettori delle due sezioni elettorali di Piscinas trovarono tutt'altra raffigurazione. La Sardegna, in effetti, era sempre al suo posto, ma questa volta era tinta di verde e sopra erano comparse due spighe gialle: un simbolo molto simile a quello adottato nelle contemporanee elezioni regionali dalla Federazione democratica (la formazione del presidente regionale uscente, Antonello Cabras), ma che nulla aveva a che fare con l'emblema originale di Atzori, senza contare che quel contrassegno al proprio interno presentava anche il nome della lista, dunque era più difficile sbagliare (almeno in teoria).
Qualcosa, però, andò evidentemente storto in fase di preparazione del modello di scheda, con la stampa e il successivo controllo da parte della prefettura. I presidenti di seggio avvertirono tempestivamente il comune, che a sua volta informò debitamente la prefettura; il prefetto, a stretto giro e via fax, comunicò che le operazioni di voto e scrutinio dovevano proseguire regolarmente, così com'era avvenuto a Pisa quattro anni prima, e allo stesso modo - senza bisogno di ricorsi - si arrivò alla proclamazione degli eletti. Naturalmente, però, Atzori fece ricorso, proprio sulla base dell'errore di stampa nelle schede. 
Il Tar della Sardegna - con la sua sentenza n. 1905/1994 - riconobbe che l'impiego di un'immagine sbagliata violava effettivamente le disposizioni della legge elettorale comunale, perché l'errore aveva comportato lo svolgersi delle elezioni "senza che fosse completamente garantito il diritto del ricorrente di essere individuato e valutato anche sulla base del contrassegno con il quale intendeva qualificarsi; perciò egli [poteva] ragionevolmente lamentarsi che il risultato elettorale ottenuto [potesse] essere diverso da quello che avrebbe ottenuto se la scheda elettorale fosse stata realizzata correttamente"; a nulla valeva il fatto che, anche con il contrassegno sbagliato, la candidatura di Atzori non fosse confondibile con quella dei due concorrenti (per le differenze nei simboli e per l'indicazione del nome accanto al simbolo, circostanza non presente nel caso pisano del 1990 dal momento che si votava con un sistema diverso), perché per i giudici "l'impatto rispetto all'elettorato [poteva] essere diverso da quello ricercato con il contrassegno effettivamente prescelto e depositato nei modi di legge".
Per evitare l'annullamento delle elezioni, tra l'altro, i due avversari di Atzori avevano provato a contestare un'altra doglianza del ricorrente, che aveva lamentato proprio la possibilità di essere confuso con schieramenti facenti capo al partito Federazione democratica: questi avevano sostenuto che in realtà a creare la confondibilità - al di là dell'errore in fase di stampa - avrebbe provveduto proprio Atzori, presentandosi come esponente di sinistra. Per il collegio giudicante, tuttavia, "la circostanza che la lista del ricorrente facesse riferimento ad un elettorato su posizioni progressiste non comporta[va] che fosse indifferente per i possibili elettori l'esistenza di un contrassegno riconducibile all’area" di Cabras, ex Psi. Ultimo elemento che depose a favore dell'annullamento delle elezioni fu il risultato finale: Atzori aveva sì perso le elezioni, ma solo 8 voti lo avevano separato dal vincitore Casu (313 a 305), per cui si poteva ben dire che la differenza tra il contrassegno sui manifesti e quello sulle schede poteva "aver influito in maniera determinante sul risultato della valutazione". 
L'anno dopo, il 23 aprile 1995, si rivotò, ma stavolta la procedura riprese dall'inizio e i candidati erano solo i due più votati, Atzori e Casu: in quel caso - e probabilmente proprio con il simbolo giusto sparito in un primo tempo - Atzori vinse, anche se con uno scarto di poco maggiore rispetto a quello che lo aveva fatto perdere (339 a 325). La sua esperienza finì con un anno di anticipo rispetto alla scadenza del mandato, per dimissioni della maggior parte dei consiglieri, ma l'esito delle elezioni del 1995 aveva mostrato che i motivi per ricorrere c'erano tutti. Anche se, in fondo, si trattava solo di due spighe, apparentemente inoffensive.

sabato 16 febbraio 2019

Pisa, A.D. 1990: un Delfino mangiato da falce e martello (post n. 1000)

Alle volte una distrazione costa cara: passi quando nessuno la nota, ma se solo qualcuno se ne accorge, altri saranno pronti a scatenare l'inferno. Lo sanno bene gli abitanti di Pisa, almeno quelli con la memoria lunga: a maggio dell'anno prossimo, con lo spirito che li distingue, potrebbero festeggiare il trentesimo anniversario di uno degli scivoloni più clamorosi della storia elettorale. Più di loro, in realtà, avrebbero potuto festeggiare - con il ghigno stampato in viso - a Livorno, opposta a Pisa da una rivalità storica: c'è da stupirsi che il Vernacoliere, insostituibile fustigatore degli abitanti delle terre "pisesi" e di "Politicanti, politiconi e altrettante rotture di coglioni" (come recita il titolo di una raccolta delle sue locandine più irriverenti), non abbia preso spunto per un articolo, per una vignetta tagliente o per una battuta al vetriolo. Eppure la materia prima per farli ci sarebbe stata tutta: qualcosa di sobrio, magari un taglio basso in locandina come ULTIME DA PISA. I pisani 'un sanno fa manco l'elezioni. Noi livornesi creiamo 'r Piccì e quelli sbagliano 'r simbolo. L'elettori s'incazzano: "Con codeste schede ci puliamo 'r culo!".
La locandina del Vernacoliere poteva essere così...
Ci volle addirittura un triplo intervento del giudice amministrativo per sbloccare una questione nata per errore, ma maledettamente complicata, anche se in fondo riguardava solo una parte della città di Pisa, per la precisione le frazioni di Tirrenia e Marina, che costituivano la circoscrizione del litorale. E proprio le elezioni di quel consiglio circoscrizionale furono al centro di un caso che era stato dimenticato quasi da tutti, tranne da chi aveva avuto parte nella vicenda. Quella volta, la falce e il martello del Partito comunista italiano "fecero sparire" addirittura un delfino, come se lo avessero mangiato; la colpa, tuttavia, non era degli "arnesi", ma di chi aveva stampato le schede e di chi non le aveva controllate abbastanza. In questa storia si mescolano incidenti, sbadataggine, stupore, tattica politica, cavilli giuridici e, soprattutto, il caso che si è divertito a far riemergere la vicenda, facendola finire nelle mani di chi cercava tutt'altro ma è stato pronto ad apprezzare quel tesoro insperato, la cui scoperta ha impiegato quasi sette anni - e ha richiesto il contributo di memoria di molte persone - per compiersi del tutto. Anche per questo, è giusto che il post n. 1000 di questo blog, che va verso i sette anni di vita, racconti scena e retroscena di quell'antico incidente ai seggi elettorali.

mercoledì 13 febbraio 2019

Puglia Popolare, una disputa politica che è anche giuridica

Il simbolo, in sé, è piuttosto semplice e appare perfino inoffensivo: giusto due parole bianche, maiuscole, su fondo blu. Basta guardare l'emblema di Puglia popolare per capire che questo deriva direttamente dall'esperienza di Alternativa popolare, il partito di Angelino Alfano evoluzione del Nuovo centrodestra originario: non c'è il cuore inaugurato con Area popolare, ma la font utilizzata per il nome è la stessa. A fondare Puglia popolare a luglio del 2017, infatti, è stato Massimo Cassano, all'epoca senatore aderente ad Alternativa popolare e sottosegretario al lavoro, che con l'occasione da coordinatore di Ap divenne fondatore di un nuovo gruppo politico regionale collocato nettamente nel centrodestra (a differenza del partito di Alfano).
Insomma, l'origine politica è la stessa, ma si tratta di due soggetti diversi, per quanto simili. E nel diritto, che puntualmente incrocia le strade della politica e delle elezioni, questo fa la differenza. Si inquadra così la querelle nata in quel di Corato, in provincia di Bari. Alcuni giorni fa i media locali avevano annunciato la nascita di una coalizione denominata "Polo di centro", cui avrebbero partecipato Udc, Sud al Centro, Democrazia Cristiana Europea, Corato nel Cuore, Obiettivo Comune e - appunto - Puglia Popolare, che sarebbe stata rappresentata da Luigi De Robertis. Tutto bene? Non proprio. "Ma le deleghe che questi Signori rappresentano i Movimenti ci sono? Pubblicatele...": così scriveva sul suo profilo Facebook Cataldo Strippoli, che ha poi avvertito gli stessi media - con tanto di comunicazioni via Pec - di essere la sola persona titolata a utilizzare a livello locale il simbolo Puglia Popolare (e, dunque, a rappresentare quella forza politica), mostrando di essere stato delegato all'uso proprio da Massimo Cassano e dal consigliere regionale Giovanni Stea e minacciando di adire le vie legali per tutelare la sua immagine.
A sua volta, De Robertis in una lettera rappresenta di essere stato autorizzato ad agire a nome di Puglia Popolare "dal Coordinatore Provinciale Dott. Giuseppe Cramarossa" (il quale non sarebbe stato a conoscenza della delega conferita a Strippoli) e di aver rappresentato il partito a Corato già dal 2016 dallo stesso Cramarossa e da Cassano. "Appare chiaro ed evidente - si legge - che qualcuno al vertice del partito abbia commesso un errore di valutazione, o magari, ha ritenuto conveniente delegare il Rag. Strippoli a rappresentare Puglia Popolare a Corato senza che sia io che il Coordinatore Provinciale ne venissimo a conoscenza". 
De Robertis precisa che continuerà il suo impegno elettorale ma senza quelle insegne, per non alimentare "una sterile polemica. Per cosa? Un simbolo?" (eh, se sapesse quanti lottano per averne almeno un pezzettino, di scudo crociato soprattutto...) e lancia una stoccata a Strippoli, che nei loro incontri non avrebbe fatto parola della delega. Non poteva mancare un'ulteriore replica a favore di Strippoli, stavolta vergata da certo Vincenzo Mazzilli: la si riporta se non altro perché chiarisce un punto che, forse involontariamente, lo stesso De Robertis aveva finito per mettere in luce. La delega ricevuta da quest'ultimo nel 2016, in particolare, sarebbe stata conferita da Alternativa Popolare (a lui e allo stesso Mazzilli). "Peccato - si legge nella replica - che De Robertis non si è accorto che nel frattempo Cassano e Cramarossa hanno abbandonato Alternativa Popolare per costituire Puglia Popolare. Altra cosa che De Robertis ignora (e diventano tante le cose che ignora prima di andare a firmare un accordo politico) è che Alternativa Popolare nel frattempo ha avuto un nuovo coordinatore Regionale (Giannicola De Leonardis), che ha nominato altri delegati territoriali, per cui la sua delega ad Alternativa Popolare non ha alcuna valenza in questa diatriba". 
In effetti da quel testo non si capisce esattamente se Mazzilli appartenga a Puglia Popolare o, più probabile, a Civica popolare nel quale Alternativa popolare è confluito. Una cosa però è chiara: Alternativa popolare è una cosa, Puglia Popolare un'altra. Il quadro è inevitabilmente complicato dal fatto che proprio nel 2016 il partito di Alfano, nel presentare liste alle elezioni amministrative, non usava quasi mai il suo nome ma abbinava l'aggettivo "popolare" al nome del comune al voto: "Milano popolare", "Roma popolare" e quindi, volendo, anche "Puglia Popolare" si sarebbe originata nello stesso modo, ma come declinazione di Alternativa popolare. Qui, invece, ci sarebbe un nuovo soggetto politico (con atto costitutivo?), incidentalmente con un nome che rimanda a una declinazione locale di un'esperienza già esistente, ma che rivendica a sua volta il proprio diritto a non essere confuso (e, inevitabilmente, a essere conosciuto).
Non è chiaro se alla fine di aprile verrà presentata una candidatura con il nome "Puglia Popolare" o "Corato Popolare"; di certo i #drogatidipolitica non rimangono senza materia prima nemmeno a livello locale... 

martedì 12 febbraio 2019

Socialismo XXI, verso una nuova casa socialista (col garofano di Panseca)

Inutile negarlo: quando da qualche parte, in Rete, su un manifesto, su una brochure spunta un simbolo tondo dalle sembianze anche vagamente politiche e che ha qualcosa di nuovo o di non completamente già visto, viene spontaneo chiedersi se sia nato un nuovo partito, se sia lì lì per sorgere o se qualcuno, più semplicemente, ha appoggiato in vista quell'emblema tanto per vedere di nascosto l'effetto che fa. Così, se sotto gli occhi capita un cerchio rosso, con un pugno che stringe un garofano (e non uno qualunque, come si vedrà), sormontato dalla scritta Socialismo XXI, è facile farsi prendere dal pensiero che il gruppo che se ne fregia abbia una gran voglia di presentarsi agli elettori o, almeno, a chi non ha smesso di sentirsi socialista e potrebbe aver voglia di votare un simbolo che ricorda fasti gloriosi, lontani trent'anni o poco più.
Parlare di partito è esagerato, ma pur sempre di un movimento si tratta. Per la precisione, del Movimento Sempre Avanti verso il Socialismo per il XXI secolo, nato all'indomani di un evento "dell'orgoglio socialista", tenutosi a Livorno meno di un anno fa (24 marzo 2018), in base alla convinzione che "l'involuzione neoliberista, il ritorno di fenomeni fascisti, le migrazioni epocali, lo sfaldarsi delle altre culture politiche storiche della sinistra italiana, europea e mondiale" richiedessero l'immediata ricostruzione "di una forza Socialista nel e per il ventunesimo secolo", frutto della riunione di chi tuttora si riconosce nel socialismo democratico e nell'azionismo di Giustizia e Libertà, nel tentativo - non proprio semplice - di "porre termine ad una diaspora infinita di un popolo che voce non ha" (quello socialista, ovviamente). 
Nell'alveo di quell'esperienza - e in realtà persino prima - si è sviluppato "Socialismo italiano 1892", un progetto online (ma attivo anche offline, nel senso che funziona pure fuori dalla Rete) volto a far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) e dei suoi protagonisti alle nuove generazioni. "Facciamo comunicazione politica e storica - si legge nel sito - ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete". Così, senza annullare la nostalgia per la carta ma puntando soprattutto sulle possibilità di maggior diffusione (e a minori costi) date dalla rete, i fautori del progetto vogliono rendere concreto uno dei motti di Pietro Nenni, "non restare e far restare mai indietro nessuno", sempre nel nome della comune passione chiamata "Socialismo".
In ogni caso, si diceva di Livorno. Da quell'assemblea è uscito nominato un Comitato di garanti, coordinato da Aldo Potenza (tra coloro che contestarono la validità del congresso del Psi del 2016; tra i promotori dell'iniziativa figura anche un altro ricorrente di allora, Angelo Sollazzo) e il desiderio di incontrarsi per mettere a punto un progetto più strutturato di ricostruzione socialista. Questo sarebbe dovuto passare per una conferenza programmatica "sullo stile di Governare il cambiamento", il primo evento di quel tipo che si svolse nel 1982 a Rimini, voluto da Bettino Craxi. E non è un caso che proprio a Rimini circa 200 persone si siano ritrovate tra l'8 e il 10 febbraio, con l'idea di mettere le basi per costruire un nuovo spazio socialista che possa unire tutte le realtà di base oggi esistenti: "Più che a fondare un partito - si leggeva nel comunicato di annuncio - la Conferenza di Rimini punta a mettere assieme un corpo di idee che, senza dimenticare le radici, consenta oggi di conquistare lo spazio che le macerie della sinistra hanno lasciato completamente vuoto. Attraverso un percorso inclusivo, senza pretendere adesioni preventive; e alla condizione di continuare a credere fermamente che la distinzione tra destra e sinistra, anche dopo l’estinzione del comunismo, è reale e attuale". 
Il documento votato domenica, partendo dalla constatazione della precarizzazione del lavoro, della povertà e del reddito mal distribuito, oltre che delle crisi (economiche, ambientali, sanitarie) sempre più frequenti, rileva l'inadeguatezza delle azioni messe in campo finora dalla sinistra per affrontare questa situazione e l'assoluta necessità di contenere e ostacolare "l'azione aggressiva del neoliberismo" attraverso "l'alleanza tra i meriti ed i bisogni" perseguita da "un grande partito di orientamento socialista e democratico". "Non siamo e non saremo - mettono in guardia i firmatari - l’ennesima celebrazione di un passato che non ritorna, ma il gruppo si rivolge comunque ai "socialisti insoddisfatti degli orientamenti assunti da chi oggi utilizza un simbolo senza far seguire azioni politiche conseguenti alla storia che vorrebbe rappresentare" (riferimento nemmeno troppo velato al Psi a guida Nencini), perché contribuiscano "a costruire una comunità nazionale di orientamento socialista capace di offrire un orizzonte politico a tutti gli italiani ed in particolare alle donne e alle nuove generazioni". L'obiettivo, dichiarato, è ricostruire, "entro il 39° anniversario della morte di Nenni, ed il 20° della morte di Craxi", "una casa per tutti coloro che sono e saranno interessati a dare una nuova e salda prospettiva politica di orientamento socialista all’Italia", facendo appello "ai Circoli, alle Associazioni di coloro che si sentono socialisti, alle Fondazioni di area socialista ed al Partito socialista italiano", attraverso una "campagna politica per la Epinay del Socialismo Italiano", rievocando il congresso che portò François Mitterand alla guida dei socialisti francesi e segnò una rinascita fondamentale per quell'area politica.
Alla fine della conferenza è stata ufficialmente costituita l'associazione Socialismo XXI: la parola "secolo" si è dissolta, ma è stata elaborata l'immagine inizialmente scelta, quella del garofano stretto nel pugno. Alla base, quasi certamente, c'era il manifesto creato nel 1973 da Ettore Vitale per un 1° Maggio, nato con l'intento di unire due simboli tradizionali della sinistra e del socialismo. Nel 1976 il pugno finì sul simbolo del Partito radicale, ma in quell'occasione stringeva la rosa direttamente generata da quella disegnata da Marc Bonnet per i socialisti francesi (adottata proprio al citato congresso di Epinay nel 1971); un garofano sarebbe tornato in Italia, sempre per mano di Ettore Vitale, quando Craxi scelse il nuovo simbolo per il Psi nel 1978. Se però la prima versione del logo dell'associazione (ancora con la parola "secolo") era molto in stile "manifesto retrò", a fondo bianco), l'ultima grafica che adotta il fondo rosso, oltre a stilizzare il pugno, identifica un garofano preciso: quello disegnato nel 1987 da Filippo Panseca e che più si identifica con l'epoca craxiana, avendone caratterizzato gli ultimi cinque anni (anche se la stagione di Craxi a capo del governo era finita). Quello era il simbolo di un partito, questo non nasce per esserlo (e il nome stesso non aiuta a considerarlo tale), ma un certo fascino su chi ha condiviso quella storia e non vuole consegnarla al passato lo esercita indubbiamente. Dove porterà il cammino intrapreso a Livorno e passato - un'altra volta - da Rimini? 

domenica 10 febbraio 2019

Svolta europea, il progetto per una nazione continentale

Non è dato sapere se, tra i contrassegni che ad aprile saranno depositati al Ministero dell'interno in vista delle elezioni europee, ci sarà anche questo (in fondo, presentarlo non comporta il doverlo utilizzare, soprattutto considerando che di mezzo c'è l'ostacolo della raccolta delle sottoscrizioni). Di certo, però, Svolta europea come progetto politico sembra nato apposta per concorrere a una competizione elettorale di questo livello. 
Il simbolo, in qualche modo, rappresenta graficamente ciò che il nome intende: ci sono le stelle d'Europa nella corona che delimita il contrassegno, ma l'elemento più visibile è un'enorme freccia blu, che cambia il verso del movimento, con l'idea di andare avanti e non (più) indietro. Avendo come destinazione la Nazione europea, come il "sottotitolo" del progetto politico - Partito italiano della nazione europea - suggerisce. 
Alla base di quest'idea, che ha mosso i primi passi nell'estate del 2016 per opera di Franco Puglia, ci sono - come si legge nel sito www.svoltaeuropea.comelementi metodologici (per evitare l'alterazione del progetto) e politici (per dare un orientamento politico riconoscibile e condivisibile), attorno ai quali possano aggregarsi vari gruppi, per far nascere una proposta politica nuova di dimensione nazionale. Tra i primi, spicca nettamente la separazione degli incarichi, per cui "chi rivestirà incarichi elettivi all'interno del Movimento politico non potrà candidarsi ad incarichi elettivi pubblici nelle istituzioni, e viceversa"; in più, l'intenzione di candidarsi dovrà essere sempre manifestata "con largo anticipo sulla scadenza elettorale interessata", così da rendere trasparenti le intenzioni e possibili procedure elettorali interne. Quanto agli incarichi interni, invece, saranno elettivi (al di là di quelli spontanei, legati a gruppi tematici) e ci si potrà liberamente candidare, ma serviranno solo a "fornire figure rappresentative del Movimento, facilitare la comunicazione interna tra gli iscritti, controllare il rispetto delle regole, stimolare la partecipazione crescente degli elettori potenziali, stimolare e contribuire all'organizzazione di manifestazioni e incontri"; non potranno invece mutare la linea politica del progetto politico, "espressa nei suoi documenti fondativi" e soprattutto "immutabile, salvo diversa decisione dell'Assemblea degli iscritti".
Ma quali sono i cardini politici di questo progetto? I fondatori si riconoscono in "una visione del mondo di ispirazione liberale, fondata quindi sui principi universali della libertà degli individui, ma consapevole dei limiti imposti a questa libertà da quella altrui e dalle esigenze della vita sociale". Su questioni eticamente sensibili, tutto si basa sulle scelte responsabili del singolo (che, come tali, vanno rispettate), mentre in ambito economico-sociale ci si regge sui "valori del libero mercato in condizioni non distorte di concorrenza", sullo sviluppo di una ricchezza diffusa e di opportunità diffuse e crescenti di lavoro, su una spesa pubblica ridotta all'essenziale e su una progressiva defiscalizzazione di ogni settore della vita nazionale; la funzione pubblica, invece, in un'ottica di "stato utile", dovrà occuparsi solo dei compiti che i privati non possono svolgere (perché sono di interesse collettivo o non contemplano stimoli economici privatistici), assegnare il massimo delle competenze possibili (e dell'autonomia di spesa e imposizione fiscale) ai territori e separare nettamente assistenza e previdenza (con particolare riguardo a quest'ultima, "separando la comunità dei cittadini che contribuiscono concretamente in base ad un reddito da attività privata rispetto a quanti, essendo dipendenti pubblici, contribuiscono soltanto formalmente, essendo pagati dalla fiscalità locale o statale").
Quanto alla politica internazionale, quella più rilevante per l'appuntamento elettorale in arrivo, Svolta europea "si dichiara apertamente europeista, volendo con questo indicare una visione geopolitica che colloca i popoli europei nel loro contesto storico e geografico, riconoscendo in questo una identità distinta da altri popoli del pianeta, e guardando ad una progressiva integrazione politica ed economica degli europei". Senza schiacciare le sovranità locali, si dovrebbe puntare all'arricchimento e all'opportunità di sfruttare meglio le risorse collettive senza ledere gli interessi fondamentali delle popolazioni. Una visione federalista, in pratica, "che guarda ai popoli e non agli stati nazionali, che rifugge dalla burocrazia e guarda ad una crescente partecipazione democratica e popolare": un nuovo progetto che punta agli Stati Uniti d'Europa, senza però usare quest'espressione. 
Per Puglia conta soprattutto la costruzione di "un sentimento di identità nazionale europea" da sovrapporre alle identità nazionali (contro "ogni forma di antieuropeismo comunque motivata"); allo stesso tempo, per lui occorre "impedire con tutte le nostre forze che i flussi migratori continuino incessantemente a scaricarsi sul nostro paese", portando avanti la "difesa dei confini europei", proponendo un "Nazionalismo europeo, in cui sfumano le differenze linguistiche e culturali dei popoli del continente, differenziandosi invece rispetto a quelle degli altri continenti". Questo, nelle intenzioni dell'ideatore del progetto, dovrebbe svuotare di significato "i vari movimenti nazional-populistici locali (stile Salvini/Le Pen) con le loro spinte isolazionistiche, stile Brexit, istanze regressive rispetto allo sviluppo globalizzato del mondo". Riuscirà tutto questo a tradursi in un'iniziativa politica in vista delle europee, con tanto di raccolta firme?