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lunedì 4 maggio 2020

2001, cinque giovani dalla notaia per puntare alla Democrazia diretta

Il simbolo elettorale del 2001
Si può fondare un partito dal nulla a nemmeno trent'anni o, volendo, anche meno? E lo si poteva fare pure vent'anni fa? Oggi come allora, naturalmente, nulla lo vieta; se però ora non è semplice immaginarlo, soprattutto per chi è convinto che ai più giovani non interessi occuparsi di politica (e figurarsi inventarla daccapo), vent'anni fa è certamente accaduto. E, volendo fare un esempio concreto, si può addirittura tirare fuori la data precisa: il 20 marzo 2001, giorno in cui in uno studio notarile di piazza Del Fante a Roma fu costituito il partito Democrazia diretta, con l'idea di partecipare alle elezioni amministrative pochi mesi dopo. Tra i fondatori, un nome destinato a ritornare all'attenzione della cronaca politica e non solo: quello di Mario Adinolfi, giornalista allora nella redazione del Tg1, con alle spalle una militanza di vari anni prima nella Democrazia cristiana, poi nel Partito popolare italiano. 
Evidentemente, però, quella militanza non doveva appagarlo del tutto, se dopo alcuni anni - mentre il Ppi si apprestava a costituire la Margherita con Democratici, Rinnovamento italiano e Udeur, in quel momento ancora solo un cartello elettorale - Adinolfi aveva scelto di costruire qualcosa di diverso e di farlo su basi nuove, fino ad allora non praticate nella politica nazionale. Lui stesso, qualche tempo più avanti, si era preso la briga di raccontare quell'esordio che, riletto ora, ha persino tratti mitologici. 
Il 20 marzo 2001, ultimo giorno del primo inverno del millennio, cinque ragazzi si ritrovavano nella sala d'attesa del notaio romano Maria Grazia Russo, convinti di compiere un passo gigantesco e allo stesso tempo patetico. Dare vita al primo partito politico dichiaratamente improntato ai principi della democrazia diretta, che avesse intenzione di confrontarsi con la tornata elettorale immediatamente successiva. Piccoli movimenti esplicitamente direttisti erano in realtà già stati fondati, in Italia e nel mondo, ma nessuno aveva osato competere alle elezioni. Troppo pochi sia i militanti che i fondi a disposizione, tanto che il solo raccogliere le firme necessarie alla presentazione delle liste scoraggiava tali movimenti da finalità elettorali. Si restava così nell'incredibile contraddizione di predicare il valore della partecipazione democratica per tutti senza poter neanche immaginare di avere i consensi sufficienti a presentare una propria lista nel momento rituale più rilevante per una democrazia: le elezioni. I cinque presenti in quella sala d'attesa avevano le idee, da questo punto di vista, ben chiare. Presentarsi alle elezioni con meno di due mesi di tempo per organizzare dal nulla un partito politico era, di fatto, una follia. Una follia, ma anche una dimostrazione di convinzione e di forza. E così, quando finalmente la dolce signora notaio si materializzò, i cinque ragazzi (tre giornalisti, un ingegnere, uno studente) furono ben lieti di comunicarle la decisione di inserire nello statuto del movimento il simbolo con cui si sarebbero presentati alle elezioni del maggio successivo: il simbolo internettiano della Chiocciola blu in campo arancione. Era nata Democrazia Diretta, il movimento della Chiocciola. Il primo partito direttista pronto a scontrarsi con il muro delle urne.
Fu così che i cinque fondatori - con Adinolfi c'erano anche Arturo Celletti, Giovanni Colavita, Marco D'Elia ed Eugenio Fatigante - uscirono dallo studio notarile con il loro partito e il loro simbolo, con la chiocciola - la "at" come quasi nessuno la chiamava allora, in un periodo in cui la posta elettronica era in parte sconosciuta a non pochi italiani - azzurra e in rilievo su fondo arancione. Non sapevano ancora, quasi certamente, che tra coloro che una decina di giorni dopo si sarebbero messi in fila davanti al Ministero dell'interno per depositare i loro contrassegni ci sarebbe stato anche il Partito internettiano, anch'esso con una chiocciola (nera, piatta) accoppiata a una W su fondo azzurro; probabilmente a loro nemmeno interessava perché, a differenza di altri, puntavano a partecipare alle elezioni e ci sarebbero riusciti. 
Arrivarono infatti i candidati (oltre 400) per concorrere alle elezioni amministrative di Roma del 2001, per il consiglio comunale e i municipi (età media sotto i 25 anni, "anche se Democrazia Diretta - ha ricordato Adinolfi - si concesse il vezzo di candidare, oltre a un ragazzo che aveva appena compiuto 18 anni, anche una nonna 93enne"; si riuscirono poi a raccogliere le firme necessarie per presentarsi, anche grazie - è sempre il giornalista a ricodarlo - al sostegno del mensile Mediajob e all'impiego del sito www.democraziadiretta.it, sul quale era possibile autocandidarsi per quella scadenza elettorale. Alla fine, alle elezioni del 13 maggio 2001, dopo una campagna elettorale costata in tutto "meno di 75 milioni delle vecchie lire, circa 37.000 euro", dalle urne delle elezioni comunali uscirono 1587 schede per Mario Adinolfi come aspirante sindaco di Roma, mentre la lista ottenne 1543 voti, rispettivamente pari allo 0,1% e allo 0,11%, quasi il doppio di quanto ottenne nella stessa occasione il Partito umanista, presente da molti anni. 
Tuttavia, al di là del risultato della chiocciola (alla quale per l'occasione era stata unita la dicitura "Giovani per Roma", scritta in blu su un segmento bianco), era interessante vedere in quale modo il gruppo si presentava ai romani, proponendo essenzialmente cinque punti: partecipare tutti alle decisioni politiche, con l'idea di costruire e mettere al centro "una cittadinanza attiva, informata e quindi depositaria del potere ultimo sulle decisioni che riguardano la città" e con la convinzione che le nuove tecnologie avrebbero potuto "ridemocratizzare la politica, affidando a ciascuno il potere di intervenire, di proporre, di decidere"; far arrivare la Rete in tutte le case, per costruire una "città telematica" e tutta connessa pronta per il futuro; compiere una profonda opera di alfabetizzazione telematica, perché tutti fossero messi nelle condizioni di utilizzare internet; rendere possibile il decongestionamento della città, con una buona parte di servizi fruibili direttamente da casa e con il telelavoro (non ancora chiamato in massa smart working) che sarebbe dovuto diventare una realtà concreta per un numero sempre maggiore di persone (sfruttando anche ciò che di buono sarebbe potuto arrivare dalla "legge sull'ordinamento di Roma capitale" che il riformaturo art. 114 Cost..aveva previsto); lavorare per una città aperta e solidale, in cui la Rete doveva essere "l'idea di tante persone che comunicano. E che trovano momenti di solidarietà", raccogliendo stimoli anche da persone di nazionalità diverse che possano sentirsi a casa propria (a fronte della richiesta di rispettare le regole di convivenza).
Un esordio indubbiamente ambizioso, a prescindere dal risultato finale: un primo passo "compiuto con l'animo di chi sa di inoltrarsi in un territorio inesplorato, se ne assume i rischi ma è pronto anche a proseguire perché sa che c'è qualcosa in più da scoprire". Quel qualcosa in più era proprio la democrazia diretta: se il demos in origine si riferiva ai "cittadini liberi che formavano l’assemblea del popolo", il riferimento alla democrazia ateniese di Pericle (dopo la prima importante riforma di Clistene), con la sovranità del popolo riunito in assemblea (ekklesia) veniva recuperata e considerata di nuovo possibile proprio grazie all'avvento della tecnologia e in particolare della Rete. Questa avrebbe potuto consentire la conformazione di una società simile a quella teorizzata da Jean-Jacques Rousseau: quella società giusta, frutto del contratto sociale, in cui i cittadini "fanno parte del sovrano, ossia - scrisse Adinolfi in quegli anni - di quell'organo deputato a esprimere la volontà generale attraverso leggi valevoli per tutti i membri dello Stato", conformi alla volontà generale. Consentire a tutti l'accesso alla decisione avrebbe potuto, nelle intenzioni dei proponenti, ovviare alle carenze della democrazia rappresentativa e restituire agli individui voce in capitolo, senza doversi per forza affidare ai gruppi, non di rado trasformatisi in centri di potere.
Non è difficile individuare nella costruzione teorica e nella proposta di programma di Democrazia diretta qualcosa di simile a ciò che sarebbe stato incarnato dal MoVimento 5 Stelle; i riferimenti storici e di pensiero, anzi, erano assai più evidenti e nitidi nel 2001 rispetto a quanto sarebbe avvenuto con il M5S, almeno nei suoi primi anni di attività. Certamente il risalto dato all'iniziativa politica arrivata per prima fu assai minore, benché questa avesse scelto fin dall'inizio la forma del partito. 
Nel 2003 il simbolo impiegato nel 2001 alle comunali di Roma tornò sulle schede delle elezioni provinciali di Roma, a sostegno del proprio candidato presidente Stefano Scartozzi: questi ottenne 2846 voti, pari allo 0,16%. L'anno successivo l'appuntamento sarebbe stato ancora più ghiotto, per il gran numero di elezioni amministrative ma soprattutto per le europee: fu preparato e diffuso nel sito il simbolo pronto per il voto europeo, con i "giovani per Roma" pronti a lasciare il posto ai "giovani per l'Europa". Non risulta tuttavia che l'emblema sia stato depositato al Viminale, né utilizzato in qualche competizione locale. Quel che è certo è che il gruppo che aveva dato vita a quell'esperienza nel 2005 concorse alla lista civica a sostegno della candidatura di Piero Marrazzo e, in seguito, si tradusse nell'associazione Generazione U, attraverso la quale Adinolfi nel 2007 si candidò alla guida del Partito democratico alle primarie fondative. L'emblema usato per distinguersi, tuttavia, era sempre quello di Democrazia diretta, con la @ al centro, concepito nel 2001 per un'esperienza che allora era e voleva essere davvero nuova.

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