giovedì 15 ottobre 2020

1993: la tegola delle firme sulla Lega alpina di Gremmo

Il simbolo usato a Mantova (1992)
Il 1992 sembrava essere iniziato bene, anzi, benissimo per i progetti politici ed elettorali di Roberto Gremmo. Mentre lui era consigliere regionale in Valle d'Aosta per l'Union autonomiste (e contemporaneamente consigliere comunale a Torino, senza che fosse ancora arrivata la sentenza di primo grado sulla vicenda delle firme a sostegno della lista alle amministrative) e la moglie Anna Sartoris aveva la stessa carica nel consiglio regionale piemontese per Piemont Union Autonomia, era arrivata anche l'elezione di un senatore sotto le insegne della Lega alpina, sia pure nella sua versione lombarda. L'ingresso di Elidio De Paoli a Palazzo Madama dopo le elezioni politiche del 5 aprile 1992 non era importante solo per il risultato in sé, ma anche per gli effetti che avrebbe portato, almeno per qualche anno, ai progetti concepiti dallo stesso Gremmo. 
Non si deve dimenticare, infatti, che era ancora in vigore il decreto-legge n. 161/1976 (convertito con legge n. 240/1976), in base al quale le liste che utilizzavano simboli di partiti che avessero eletto almeno un rappresentante in parlamento o contassero su un gruppo parlamentare avrebbero potuto presentare candidature per le elezioni regionali, provinciali e comunali senza raccogliere le firme; l'interpretazione costante, dall'inizio degli anni '80, era che fosse sufficiente anche solo un contrassegno elettorale composito, che contenesse semplicemente il simbolo esente, anche in miniatura. Gremmo lo sapeva bene, visto che aveva concorso alla nascita e al consolidarsi della regola con le sue iniziative elettorali autonomiste (realizzate con l'appoggio tecnico dell'Union Valdôtaine e della Lista "del melone" per Trieste, poi con quello della Liga Veneta), ma dopo le elezioni politiche del 1992 vide davanti a sé, almeno idealmente, crollare un muro spesso parso invalicabile. Fino ad allora, infatti, per presentarsi alle elezioni locali e regionali l'unica alternativa a una gravosa raccolta firme - specie dopo che la legge n. 53/1990, poco prima che iniziasse la campagna elettorale di quell'anno, aveva paurosamente innalzato il numero di sottoscrizioni necessarie per far correre una lista alle comunali - era poter contare sull'appoggio di un partito già presente in Parlamento e disponibile a prestare la propria "pulce" per esonerare le liste; da quel momento in poi, invece, Gremmo avrebbe potuto contare direttamente sulla Lega alpina lumbarda, pronta a finire su ogni emblema locale per traghettarlo direttamente su manifesti e schede, senza dover raccogliere nemmeno una firma. Che l'autonomista piemontese fosse intenzionato a fare sul serio lo dimostrò alla prima occasione utile, anche per sperimentare meglio il meccanismo della "pulce". Nell'autunno del 1992, infatti, si tennero alcune rilevanti elezioni comunali e provinciali, soprattutto in Lombardia, e Gremmo presentò o fece presentare candidature in più occasioni, grazie al simbolo della Lega alpina.  
A volte andò così così, altrove invece andò bene: 5,2% e un seggio a Mortara, 4,1% e due seggi a Monza, 4,4% e altri due eletti a Varese. Ancora più interessanti furono le elezioni provinciali: se a La Spezia la Lega ligure ottenne un consigliere con il 3%, al voto del 27 e 28 settembre 1992 la Lega alpina lumbarda andò benissimo a Mantova, con il 6,7% e due eletti. Il simbolo impiegato era memorabile: la "pulce" della Lega alpina lumbarda non era nemmeno microscopica, ma a spiccare maggiormente era la nuova dicitura in alto, Lega padana Nord, ovviamente con la parola "Padana" assai più piccola e stretta tra gli altri due termini, riportati a caratteri cubitali e massicci. A sinistra, poi, c'era tutto lo spazio per inserire una curiosa figura di donna, molto simile alla Statua della Libertà, ma in realtà non la era. "Presi quella figura - ricorda Gremmo - dal simbolo del Movimento per l'indipendenza del Territorio libero di Trieste [soggetto politico nato nel 1959, a lungo guidato da Giovanni Marchesich, ndb]. La fiaccola e la corona in testa in effetti ricordano il monumento americano, ma i triestini avrebbero potuto riconoscere anche qualche somiglianza con la statua della Vittoria alata che sormonta il Faro della Vittoria di Trieste". Già nel simbolo originale mancavano le ali, ma era un modo per unire l'idea della libertà cara agli indipendentisti e un segno del territorio. Questa rilettura singolare della Libertà poteva andare bene anche al di fuori del territorio triestino e poteva colpire l'elettore; in più, qualche malizioso sarebbe stato pronto a notare che la statua con il braccio teso avrebbe richiamato la posizione di Alberto da Giussano, potendo dunque ottenere qualche voto in più, dato per scelta o persino per caso.
Si diceva che alle elezioni provinciali di Mantova la Lega padana Nord - Lega alpina lumbarda ottenne il 6,7%, grazie a 17545 voti, un centinaio di schede in più rispetto a Rifondazione comunista. Per carità, anche lì la Lega Nord aveva puntualmente sbancato, prendendo il quintuplo dei voti della Lega alpina e aggiudicandosi ben 11 consiglieri, ma al partito di Gremmo ne toccarono comunque due. Uno di questi rimase "in famiglia", perché fu occupato da Gabriele Gremmo, il figlio del leader autonomista; il secondo, invece, toccò a Attilio Daniele Capra de Carré, che era stato il candidato alla presidenza della provincia  (e che era già stato eletto consigliere comunale a Varese proprio per la Lega alpina lumbarda dopo le elezioni del 13 e 14 dicembre 1992). Si trattava di un personaggio singolare, sul quale vale la pena di soffermarsi un poco. 
Il nome di Attilio Capra de Carré, milanese, discendente di una famiglia di nobili origini, era comparso nella lista dei presunti affiliati alla loggia massonica P2 rinvenuta nel 1981 a Castiglion Fibocchi; sarebbe poi rispuntato nelle cronache, sia perché si sarebbe scoperto che Villa Certosa in Sardegna, prima che se la comprasse Silvio Berlusconi, era passata anche nelle sue mani, sia perché a metà degli anni '90 sarebbe entrato in affari con Wanna Marchi e la figlia (e proprio lui avrebbe presentato loro Mário Pacheco do Nascimento, che lavorava nella sua casa di Milano). Ma il nome di Capra non era nuovo neanche in politica: alla fine di luglio del 1991 aveva aderito al nuovo partito Lega italiana, promosso da Domenico Pittella; quella formazione (che nel simbolo tricolore aveva cinque spighe, ma ha avuto anche un triangolo, scelta non casuale...) aveva scelto di unirsi ad altri gruppi nella lista Lega delle leghe (quella con il quadrifoglio). Dopo il risultato elettorale del tutto insoddisfacente alle politiche, tuttavia, Pittella aveva deciso di dimettersi e, il 15 aprile 1992, la segreteria nazionale aveva nominato come commissario per sei mesi proprio Capra de Carré, con il mandato di mettere a punto "una strategia politica che impegni su tutto il territorio nazionale questa formazione che intende principalmente assolvere ad una funzione di stimolo dei partiti tradizionali". Nella sua qualità di commissario della Lega italiana, evidentemente, Capra de Carré decise di concludere un'alleanza con Roberto Gremmo che portò a candidature unitarie in quelle occasioni.
Ci aveva creduto tanto, l'autonomista piemontese, a quel nuovo inizio reso possibile dall'elezione al Senato di Elidio De Paoli, al punto da scrivere nelle ultime pagine del suo libro Contro Roma: "La fenice autonomista è risorta dalle fiamme. Siamo usciti dal ghetto ove qualcuno voleva tenerci. [...] Ci siamo portati a casa il 'simbolo': niente più raccolte di firme snervanti e pericolose, niente più imboscate". Così sarebbe dovuta andare; Gremmo, però, non sapeva che le cose nel giro di qualche mese sarebbero cambiate. Nemmeno venti giorni dopo il voto politico del 1992, infatti, era stato presentato (da Achille Occhetto e altri deputati Pds) un primo disegno di legge in materia di elezioni amministrative, per proporre l'elezione diretta del sindaco: il 14 luglio era iniziato in commissione Affari costituzionali il percorso che avrebbe portato all'approvazione della legge n. 81/1993, che di fatto ha disegnato il sistema elettorale attuale per le amministrazioni comunali, riuscendo nel contempo a evitare il referendum abrogativo che si sarebbe dovuto tenere nel 1993.

Intermezzo: come cadde l'esenzione dalla raccolta firme

In realtà all'inizio Gremmo non aveva di che preoccuparsi: delle 19 proposte di legge sulle elezioni locali presentate nella XI legislatura a Montecitorio, nessuna metteva in dubbio la possibilità per i partiti presenti in Parlamento di presentare liste senza raccogliere firme; molte, anzi, non si erano occupate delle candidature. Quelle che l'avevano fatto, di solito avevano regolato la sola candidatura a sindaco, riconoscendo il diritto a presentarsi a persone sostenute da una parte significativa di elettori, ma anche ai partiti presenti nel consiglio uscente (n. 1051 - Mario Segni e altri), in Parlamento (n. 1266 - Antonio Mundo e altri; n. 1406 - Carmine Mensorio), in Parlamento o in consiglio regionale (n. 1314 - Umberto Bossi e altri) o ancora a livello statale, regionale o comunale (n. 1374 - Giorgio La Malfa e altri; n. 1540 - Raffaele Mastrantuono): in questi casi quelle forze politiche non avevano bisogno di firme. Si distaccavano la proposta del Partito socialista italiano (n. 1288 - Giusi La Ganga e altri), che proponeva un'elezione di secondo grado sostenuta da almeno il 40% dei consiglieri; quella dei Verdi (n. 1344 - Marco Boato e altri) che prevedeva che le liste potessero essere presentate, oltre che dallo 0,5% del corpo elettorale locale, "dai legali rappresentanti di ciascun partito o movimento politico che abbia conseguito con il medesimo contrassegno almeno un eletto nelle precedenti elezioni" (si immagina comunali) e quella - la n. 1251 - riconducibile a parte della Democrazia cristiana e con primo firmatario Adriano Ciaffi, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera. Quest'ultima proposta, tra le cause dell'ingovernabilità di molti comuni da affrontare, indicava la frammentazione dei consigli comunali: servivano correttivi come il "significativo aumento delle firme dei presentatori delle liste" per "ridurre la eccessiva proliferazione di liste alle elezioni comunali".
Poiché nessuna proposta aveva toccato il "privilegio" per i partiti rappresentati in Parlamento, nel primo testo unificato per la discussione - presentato il 31 luglio da Ciaffi, indicato come relatore di maggioranza - si era prevista l'esenzione dalla raccolta firme (oltre che per le liste presentate nei comuni sotto i mille abitanti) per le liste presentate da "un partito o gruppo politico rappresentato nel consiglio uscente" e si fosse chiaramente scritto che continuavano "ad applicarsi le disposizioni di cui all'articolo 1, lettera b), del decreto-legge 3 maggio 1976, n. 161", appunto quelle che esoneravano dalla ricerca di sottoscrittori le liste per le elezioni comunali, provinciali e regionali ove si fossero distinte - secondo il testo allora vigente - con "contrassegni tradizionalmente usati da partiti o gruppi politici che abbiano avuto eletto un proprio rappresentante anche in una sola delle due Camere o nel Parlamento europeo o siano costituiti in gruppo parlamentare anche in una sola delle due Camere", nonché le liste in cui i simboli dei partiti esenti fossero stati "integrati da nuovi motti o sigle ed anche se affiancati ai simboli o alla denominazione di altri partiti o movimenti". Il 23 settembre 1992, però, Ciaffi presentò un secondo testo unificato, scelto come testo base dopo vari incontri e tentativi di mediazione, in cui quelle disposizioni del 1976 venivano invece espressamente abrogate, per cui anche i partiti presenti in Parlamento erano assoggettati alla (inasprita) raccolta firme: una novità di cui non si erano trovate tracce nelle discussioni precedenti. Il 25 settembre Ciaffi dichiarò all’Adnkronos che per lui la vera novità della sua proposta, insieme all'elezione diretta, era proprio la reintroduzione delle firme obbligatorie per tutti: "I cittadini potranno presentare proprie liste e candidati mentre scompare il privilegio di 'esenzione' che i partiti avevano perché già rappresentati in Parlamento". A suo dire le ostilità dei partiti laici (soprattutto Pli e Pri) al nuovo testo erano legate proprio a quella disposizione: "si preoccupano di scomparire e al contempo dicono di volere la semplificazione".
Il 29 settembre, sempre in I commissione, si levarono varie voci contrarie alla nuova disposizioni, soprattutto da parte dei partiti minori: Oscar Mammì (Pri) parlò di una logica volta a "conservare i partiti maggiori, eliminando quelli più piccoli", perché nelle grandi città sarebbe riuscito a presentare liste "soltanto chi si avvale di un forte apparato di partito o di forti organizzazioni collaterali"; Ignazio  La Russa (Msi) denunciò "uno sbarramento penalizzante per i piccoli partiti", con il rischio che venissero inserite in lista "persone in grado di raccogliere firme" pur essendo "molto discutibili" (mentre per il collega di partito Maurizio Gasparri in certe zone anche le forze di maggioranza avrebbero avuto difficoltà nella raccolta, mentre fu ancora più duro il giorno dopo Altero Matteoli, parlando di un inaccettabile "tentativo di eliminare tutti i piccoli partiti"). Il 30 settembre il liberale Egidio Sterpa parlò addirittura di disposizioni "in contrasto con il dettato costituzionale perché violano il principio della segretezza del voto: si pensi, soprattutto nei piccoli centri, in quanto sarà difficile vincere la ritrosia della gente a firmare una lista e si pensi al rischio del mercato delle firme" (affermazioni sottoscritte dal repubblicano Adolfo Battaglia); Valerio Zanone riconosceva che "richiedere un certo numero di sottoscrizioni soltanto per partiti e movimenti che per la prima volta partecipano alle elezioni" produceva "una disparità di trattamento rispetto alle formazioni già presenti nella vita politica", per cui non era contrario all'idea che tutti dovessero raccogliere le firme, ma quelle previste dal testo base erano così tante da rischiare l'incostituzionalità, anche per "una enorme sperequazione tra i requisiti richiesti per candidarsi al consiglio comunale e quelli necessari per candidarsi ad altre cariche più importanti". 
Il 6 ottobre si discusse dell'articolo 3, che conteneva l'abrogazione dell'esonero dalla raccolta firme per i partiti presenti in Parlamento. Per la prima volta emersero nette le ragioni di chi voleva sottoporre tutte le liste da presentare alle elezioni amministrative all'onere di sottoscrizione: il socialista Bruno Landi ricordò che l'esenzione per le forze politiche presenti in Parlamento e in consiglio era stata accusata di voler "conservare il sistema partitocratico", per cui si era esteso a tutte le liste l'obbligo di raccogliere le firme, così che i candidati dei partiti potessero contare anche "sull'investitura di un certo numero di cittadini". Erano sulla stessa linea Enzo Balocchi (Dc) e Vincenzo Recchia (Pds): si doveva perseguire il doppio obiettivo di "evitare la presentazione di liste di folklore" (con la raccolta firme non troppo semplice) e di mettere alla prova i partiti tradizionali. Per il Dc Pietro Soddu (che aveva ripreso parole di Claudio Martelli) era giusto perseguire "maggiore trasparenza ed una riduzione del ruolo dei partiti nella presentazione delle liste" e per Diego Novelli (La Rete) non dovevano esserci posizioni acquisite tra i concorrenti, attribuendo responsabilità ai presentatori delle liste; Francesco D'Onofrio (Dc) sottolineò che "tutti i partiti hanno dignità per stare fra la gente, per la sottoscrizione delle liste", chiedendo che le forze politiche si riprendessero sul campo la dignità persa altrove e auspicando che le liste fossero fissate e pubblicate prima della firma per "eliminare quel mistero in cui è avvolta la formazione delle liste da parte delle segreterie di partito" (come avrebbe precisato il giorno dopo). Ragioni opposte furono offerte da chi voleva conservare l'esenzione: per il missino Carlo Tassi non era un privilegio ma la conseguenza "del consolidamento di una tradizione" e rimuoverla voleva dire porre "i partiti che hanno una lunga tradizione sullo stesso piano di qualsiasi altra lista occasionale, magari di folklore". Per Mammì, garantita la "decisionalità" del consiglio comunale col premio di maggioranza, non c'era motivo di ridurre la rappresentatività con vari congegni; Sterpa rilevò il "notevole dispendio di risorse" per autenticare le firme, non sostenibile dai partiti minori. 
Il dibattito proseguì nei due giorni successivi. L'idea di esentare solo le forze politiche presenti nel consiglio uscente, in nome del loro radicamento territoriale, piuttosto che quelle presenti in Parlamento (che potevano non avere legami con il singolo territorio) era stata sostenuta da Adolfo Battaglia (Pri) e Marco Boato (Verdi), ma fu bocciata da Roberto Maroni (Lega Nord), per il quale così si sarebbero discriminati i partiti presenti in Parlamento: per l'esponente leghista, in ogni caso, l'obbligo di raccogliere le firme non era "un elemento impeditivo dell'emergere di nuove forze politiche - e la storia della Lega [...] lo dimostra - e costituisce altresì un momento interessante di verifica, di contatto con la propria base elettorale dei partiti tradizionali". Alla fine, in ogni caso, l'abrogazione dell'esonero dalla raccolta firme fu mantenuta nel testo presentato alla Camera e Ciaffi, nella sua relazione di maggioranza, sottolineò che "sono sempre i cittadini a presentare le candidature, sia quando sono associati in partiti sia quando non lo sono o addirittura vogliono a essi contrapporsi". La Camera respinse gli emendamenti volti a reintrodurre l'esenzione in forme più o meno simili a quelle in vigore dal 1976 - incluso un emendamento a prima firma del leghista Maroni con cui si volevano esonerare dalla raccolta delle sottoscrizioni le liste che erano emanazione di un partito presente in Parlamento o in un consiglio regionale - e così la norma fu approvata già nel primo passaggio parlamentare, il 12 gennaio 1993.

Una strada, improvvisamente, in salita

A partire da quel giorno, probabilmente, Roberto Gremmo sentì il suo progetto autonomista decisamente in pericolo: l'enorme fatica fatta per entrare in Parlamento con la Lega alpina (sia pure nella versione "lumbarda") stava per essere del tutto vanificata da quella disposizione che si voleva trasformare in legge in fretta, per evitare il referendum sulla legge elettorale comunale e poter applicare le nuove norme già alla prima tornata di elezioni amministrative del 1993. Non mancarono tentativi in Senato - soprattutto da parte di Rifondazione comunista, del Movimento sociale italiano, della Lega Nord e del verde (ex Dp) Emilio Molinari - di reintrodurre l'esenzione dalla raccolte firme almeno per le forze presenti in Parlamento: curiosamente, né negli emendamenti, né negli interventi in aula si riscontra mai il nome di Elidio De Paoli, che pure avrebbe avuto molto interesse a far restare quell'esonero. In ogni caso, il 13 marzo 1993 l'aula di Palazzo Madama approvò un emendamento interamente sostitutivo dell'articolo 3, che riduceva il numero di firme richieste ma continuava a prevedere il superamento dell'esenzione. L'ultima possibilità di ritoccare la norma, nella nuova lettura necessaria dopo le modifiche in Senato, sfumò il 24 marzo, con la bocciatura di tutti gli emendamenti all'articolo che qui interessa. Da quel giorno, dunque, divenne chiaro a tutti, e a Gremmo in particolare, che il calvario delle firme da raccogliere sarebbe ripartito, dopo un solo turno di sollievo (e non poteva nemmeno dirsi che era una macchinazione di Bossi contro la Lega alpina lumbarda, visto che il Carroccio i suoi emendamenti per tornare all'esenzione li aveva presentati).
Nel frattempo, però, c'era da affrontare la campagna elettorale in Valle d'Aosta: il 30 maggio 1993, infatti, i cittadini valdostani erano chiamati a rinnovare il consiglio regionale. Roberto Gremmo, dopo l'elezione ottenuta nel 1988, aveva conquistato il diritto a ripresentarsi senza dover raccogliere le 500 firme prescritte dalla legge regionale. Avrebbe potuto ripresentarsi con il simbolo dell'Union autonomiste con cui aveva centrato l'obiettivo cinque anni prima, ma pensò che forse il miracolo dei voti conquistati allora - sottraendoli all'Union Valdôtaine - non si sarebbe ripetuto. L'autonomista pensò allora di sperimentare anche in Valle d'Aosta la Lega alpina, sperando che potesse andare come in Lombardia e che ciò che non era riuscito in Piemonte fosse possibile un po' più a nord: nel simbolo - in bianco e nero - rese più evidenti la parola "alpina", il disegno dell'alpino e il profilo delle montagne, senza aggiungere riferimenti specifici alla Valle d'Aosta. L'esperimento fu coraggioso, ma poco fortunato: quella volta arrivarono solo 603 voti, quando per la legge ne sarebbero serviti 2323 (un trentacinquesimo dei voti validi espressi, secondo la nuova legge elettorale valdostana) per eleggere un consigliere. 
La notizia del seggio perso in Valle d'Aosta arrivò in piena campagna elettorale per le elezioni amministrative del 1993, le prime a tenersi con il nuovo sistema dell'elezione diretta e - come si è visto - con l'obbligo per tutti di raccogliere le firme richieste dalla legge. A dispetto della difficoltà, la Lega alpina era riuscita a presentarsi almeno a Milano e a Torino: nel capoluogo lombardo il simbolo consolidato della Lega alpina lumbarda era stato schierato a sostegno di Pier Gianni Prosperini, mentre a Torino il gruppo aveva sostenuto la candidatura di Maurizio Lupi, fondatore dei Verdi-Verdi, assieme ad altre due liste. In quel caso, tuttavia, era tornato buono il simbolo varato nell'autunno del 1992 alle provinciali di Mantova, con la "superpulce" della Lega alpina lumbarda - che non serviva più a ottenere l'esenzione dalle firme, ma tanto valeva inserirla, anche se la parola "Lumbarda" usata in Piemonte era ai limiti del grottesco - collocata a fianco della Statua della Libertà reinterpretata e sotto al vero nome della lista. Che stavolta non era "Lega padana Nord", ma "Lega vento del Nord", ma le parole intermedie erano sempre poco visibili. 
Quelle esperienze non furono positive, anche perché la legge n. 81/1993 aveva anche ridotto il numero dei seggi da assegnare (da 80 a 50 a Torino, da 80 a 60 a Milano), dunque eleggere un rappresentante era diventato automaticamente più difficile. A Torino la Lega vento del Nord dovette accontentarsi dello 0,96%, a Milano andò meglio con l'1,15% ma il risultato era ben lontano dal consentire l'elezione di un rappresentante. A conti fatti, peraltro,
la lista che sosteneva Prosperini ottenne oltre 800 voti in più della Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda, che aveva appoggiato la candidatura di Angela Bossi. Sì, proprio la moglie di Pierangelo Brivio e sorella di Umberto, il quale peraltro si godeva il trionfo della Lega Nord che, superando il 40%, aveva portato al ballottaggio Marco Formentini, poi vittorioso contro Nando Dalla Chiesa sostenuto dal centrosinistra. Quella volta nel simbolo era rimasta la rosa camuna, ma rispetto al contrassegno con cui nel 1990 era diventato consigliere regionale Brivio (anche grazie ai suggerimenti e all'aiuto di Gremmo) era apparsa anche la parola "Lega", sperando che potesse portare un valore aggiunto. Quella volta non bastò, oggettivamente, e per la famiglia Brivio il miracolo non si sarebbe ripetuto; il nome coniato, in compenso, avrebbe ottenuto ancora risultati in seguito (e con un cognome già noto), ma è il caso di riparlarne a dovere in un'altra occasione.

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