mercoledì 17 dicembre 2014

Due congressi, una Fiamma: qual è quella buona?

Due congressi contemporanei, ma un unico partito: nel senso che solo una delle due assisi rappresenterebbe correttamente il Movimento sociale Fiamma tricolore. Sembra questa la lettura da dare agli avvenimenti che hanno riguardato nello scorso fine settimana il partito fondato nel 1995 da Pino Rauti, dopo aver attraversato nell'ultimo anno (soprattutto dopo la sfiducia a Luca Romagnoli l'8 dicembre del 2013, atto che ha portato al suo abbandono) una fase piuttosto delicata.
Come si è anticipato, una parte della formazione politica si è riunita a congresso nel week end a Roma, confermando alla segreteria Attilio Carelli, già reggente dopo l'addio di Romagnoli; un'altra parte invece avrebbe convocato un diverso congresso a Salò, tenutosi domenica e dal quale sarebbe uscito come segretario Stefano Salmè. Questi, tuttavia, precisa di non avere convocato nulla: sarebbe stata invece la maggioranza dei dirigenti a dare seguito alle deliberazioni del Comitato Centrale in tema di congresso "emendate dalla parte che viola statuto, codice civile e norme di rango costituzionale", violazioni in gran parte oggetto di un'azione intrapresa il 20 novembre presso il tribunale civile di Roma, in cui lo stesso Salmè figura come attore assieme a Daniela Perissutti, entrambi membri del comitato centrale (e che nei giorni successivi risultano dichiarati decaduti dall'iscrizione ad opera del segretario reggente Carelli).
Le violazioni, secondo Salmè, sarebbero state diverse. In primo luogo, la reggenza di Carelli avrebbe dovuto limitarsi - così dice lo statuto all'art. 12, comma 8 - a una durata di sei mesi, fino alla convocazione dei congresso e mantenersi nei limiti dell'ordinaria amministrazione, senza "fare nomine di alcun tipo diverse da quelle strettamente necessarie all'espletamento delle sue funzioni". Il reggente, invece, non avrebbe fatto approvare il bilancio al comitato centrale in ottobre (delegandolo ad altro organo, a differenza di quanto previsto dallo statuto) e non avrebbe fornito agli attori l'elenco degli iscritti fino alla data del 31 luglio ("unici legittimati" a prendere parte al congresso) e i documenti che confermavano dette iscrizioni. 
Altre censure, più gravi, riguardano il regolamento stesso del congresso, approvato dalla segreteria generale dell'assise l'8 novembre con un solo voto contrario. Le critiche, in particolare, cadono sulla quota di delegati di diritto ammessi a partecipare al congresso, un numero "maggiore rispetto a quelli 'eletti', [...] in palese violazione al principio costituzionale di democrazia interna che deve informare ogni partito politico in Italia". 
Il discorso varrebbe soprattutto per i 20 componenti del comitato centrale ("è del tutto illogico che tale organo eletto dal precedente congresso possa incidere in modo così pesante sul congresso futuro, cui parteciperanno circa 100 delegati"), per i membri di determinati organi funzionali (come la commissione di disciplina o il collegio dei revisori dei conti), per la genericità/discrezionalità di formule come "personalità iscritte al partito" e, soprattutto, per alcuni organi che sarebbero stati nominati proprio nell'ultima seduta del comitato centrale (la segreteria nazionale, sia pure reggente, e la coordinatrice femminile nazionale, figura non più prevista dallo statuto) o poco prima (come per il segretario nazionale giovanile, peraltro non eletto ma nominato come commissario dal segretario reggente).
Ce ne sarebbe abbastanza, secondo i soggetti attori, per ritenere violati i diritti degli iscritti all'interno del partito, poiché la prevalenza dei membri di diritto farebbe venir meno l'uguaglianza di diritti tra gli iscritti prevista dall'art. 7 dello statuto. In questo modo, toccherebbe al giudice dichiarare inesistente, nulla o annullare il regolamento congressuale e la delibera della segreteria generale del congresso che l'ha approvato: ciò, all'evidenza, significherebbe far cadere (o, per lo meno, congelare) gli effetti del congresso svoltosi a Roma e che ha confermato Attilio Carelli alla guida del partito (trasformando la sua reggenza in segreteria).
Toccherà ora ai giudici pronunciarsi (anche perché è probabile che lo stesso Carelli o chi per lui abbia deciso di agire nei confronti di Salmè, contestando la legittimità del congresso di Salò) su quale delle due Fiamme tricolori sia quella "legittima", nel pieno rispetto dello statuto e delle altre norme vigenti. Ci vorrà qualche mese, probabilmente (non ci sono elezioni imminenti); nel frattempo, su Facebook e in rete ci si divide, ci si scontra e ci si confronta (nella pagina legata a Salmè si interrogano gli iscritti anche sull'opportunità di tornare al disegno della fiamma del 1999), in attesa di un verdetto. Anche se, tra scissioni e pezzi persi per strada, la goccia tricolore sembra in buona parte evaporata.

martedì 16 dicembre 2014

La fiamma italofrancese del Progetto nazionale

Mentre domenica si sono ufficialmente svolti due congressi del Movimento sociale Fiamma tricolore (eleggendo segretario a Roma Attilio Carelli e a Salò Stefano Salmè, ovviamente ciascuna delle due assisi delegittimando l'altra), a destra continuano a ondeggiare varie fiamme, di diversa dimensione e consistenza ma senza desiderio di spegnersi. 
Tra queste, vale la pena segnalare il Progetto nazionale, che si autodefinisce come "a metà strada tra l'associazione culturale e il laboratorio politico - associazione di Uomini, di Idee e di Volontà". Si tratta, per stessa qualificazione del gruppo, di un movimento indipendente, trasversale ed apartitico che si colloca nell'area della destra sociale, popolare ed identitaria. In origine era nato (tra il 2009 e il 2010) proprio all'interno della Fiamma tricolore, come ulteriore anima del partito; nel 2010, invece, come realtà politica si è autonomizzata, sempre sotto la guida del vicentino Piero Puschiavo, senza per questo darsi la forma e la natura di partito. Lo si legge con chiarezza nel sito: "va chiarito che Progetto Nazionale non è un partito politico, che noi non viviamo quindi la politica consumati dall’assillo elettorale, ma anche che è nostra ferma intenzione non precluderci nulla".
Anche per questo, il movimento si è comunque dotato di un simbolo con cui distinguersi ed eventualmente partecipare alle elezioni (cosa che è avvenuta, per esempio, nel 2013 alle elezioni politiche). Le origini politiche degli aderenti sono chiaramente rappresentate dalla fiamma a due corni, uno verde e uno rosso. La "madre" grafica della fiamma, tuttavia, non è l'omologo disegno del Msi, né quello della "goccia" della Fiamma tricolore: il riferimento, casomai, è il logo elaborato dal Front National di Marine Le Pen (non ovviamente quello storico del Fn, direttamente debitore della fiamma del partito di Almirante), utilizzando la "lingua" blu del logo, ribaltandola a specchio e declinandola tanto in verde, quanto in rosso (con minime modifiche). Un marchio che unisce tradizione e modernità, dunque, per un movimento che - insieme essenzialmente a Casa Pound e Forza nuova, oltre a ciò che resta della Destra di Storace e della stessa Fiamma tricolore, nonché ad altre realtà politiche - si propone di rappresentare le istanze della destra sociale italiana.

sabato 13 dicembre 2014

Marche 2020: al via il partito del governatore uscente (dal) Pd

Il simbolo di Marche 2020 (Ansa)
Pensi a partiti "regionali" e te ne vengono in mente, se ti va bene, una manciata. Pensi alla Svp in Alto Adige, all'Union Valdotaine, ai venetisti che dagli anni '80 in poi (e dopo la fine della Liga Veneta come esperienza autonoma) si sono frantumati in varie sigle, al Fronte nazionale siciliano (e al contorno di altre forze simili), al Partito sardo d'azione e a Irs. Da oggi, però, è bene allargare i propri orizzonti, mettendo in preventivo l'operatività di Marche 2020 - Partito delle Marche. 
La nuova formazione politica è stata lanciata proprio stamattina ad Ancona - in una convention intitolata "Obiettivo lavoro" - dai suoi fondatori, Gian Mario Spacca e Vittoriano Solazzi, presidenti uscenti rispettivamente della giunta e del consiglio regionale delle Marche. E' soprattutto il primo nome a essere pesante: Spacca è arrivato alla presidenza della regione (per due mandati) sotto il simbolo dell'Unione e, da quando esiste, in forza al Pd, partito dal quale ora si sta allontanando. 
L'idea è di costruire comunque - anche e soprattutto in vista delle elezioni regionali previste nella prossima primavera - un centrosinistra "con capacità di governo", ma con la consapevolezza che "'Di fronte ad uno scenario di crisi e difficoltà che andrà avanti per anni, non è possibile pensare ad un governo regionale che nasce come risultante di interessi dei partiti in una logica compromissoria, senza bisogna pensare al benessere dei cittadini". Ovviamente al Pd Spacca e compagni devono per forza guardare, ma il partito di Renzi non appare più come unico interlocutore possibile, né la sua alleanza sembra una condizione necessaria per l'azione politica: "Marche 2020 - ha detto il presidente uscente - dà anima a questo progetto, ma se non si vuole attuarlo, noi comunque ci saremo per portare dignità e penetrazione nella comunità regionale e per garantire capacità di governo".
La mossa, naturalmente, al Pd non piace molto, anche perché non può non sorprendere la presenza inattesa (per gli analisti) di Gaetano Quagliariello, coordinatore del Nuovo Centrodestra. Così non stupisce che il segretario regionale del Pd Francesco Comi noti come sia nato un nuovo partito "grazie alla forte determinazione di due ex dirigenti del Partito Democratico", per cui coloro che lo hanno varato dovrebbero "avere l'onestà di dimettersi dagli incarichi istituzionali ottenuti grazie alla generosità degli elettori Pd e la serietà di non utilizzare risorse pubbliche per iniziative propagandistiche''. 
Il logo appena varato è sostanzialmente quello già visto nei giorni precedenti per illustrare il progetto di Spacca: la "M" stile pennarello che domina la grafica acquista solo un tocco di arcobaleno in più, un briciolo di rosso mattone a sinistra che quasi non si vede; il tutto è inserito in una circonferenza blu, lo stesso colore del segmento inferiore (che occupa quasi mezzo cerchio), su cui è riportata la dicitura "Partito delle Marche". Ecco, che non si tratti di una semplice "lista civica" o qualcosa di simile, lo testimonia la scelta di questa espressione, che non si addice a esperienze "solo" elettorali, ma piuttosto a formazioni che intendono durare e, magari, far sentire il proprio peso anche oltre i confini della Regione. Almeno nella mente di chi quei partiti li ha voluti.   

venerdì 12 dicembre 2014

Riecco (forse) il Partito comunista d'Italia. Ossia, da Pdci a Pcdi

Inutile negarlo, la politica italiana è (o dovrebbe essere) abituata agli eterni ritorni: lo ha testimoniato a sufficienza la miriade di "rinascite", "rifondazioni", di partiti con la parola "nuovo" che precede nomi vecchi e di contrassegni puntualmente debitori di antichi simboli mai davvero accantonati. Negli ultimi anni si sono esercitati soprattutto gli irriducibili dello scudo crociato, finendo non di rado in tribunale (o rischiando di finirci), ma anche tra gli aficionados della falce e martello non si scherza. Soprattutto dopo che qualcuno ha annunciato il "ritorno" del Partito comunista d'Italia. 
Non si tratta del già esistente Partito comunista, cioè la formazione nata come Comunisti Sinistra popolare sotto la guida di Marco Rizzo e tornata al vecchio nome nel 2012; non è nemmeno però un gruppo nuovo a recuperare la denominazione adottata per la prima volta nel 1921 da Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga e altri. A prepararsi a tornare all'antica etichetta è il Partito dei comunisti italiani, storicamente legato ad Armando Cossutta e Oliviero Diliberto e attualmente guidato da Cesare Procaccini. E' proprio lui a firmare un lungo comunicato in cui si dà conto del ritorno, o almeno dei suoi preparativi.
Così si apprende che, al comitato centrale Pdci del 23 Novembre, nel valutare il risultato delle elezioni regionali emiliane e calabresi (che hanno visto il buon risultato della lista L'Altra Emilia Romagna, con l'elezione di alcuni consiglieri), si è confermata "la necessità di proseguire con determinazione nel processo di ricostruzione di una soggettività comunista capace di ridare rappresentanza politica alle istanze del mondo del lavoro e delle masse popolari [...] e di rappresentare, prefigurando  una alternativa possibile, una risposta credibile ai loro bisogni", come sottolineato anche dall'appello (non senza seguito) dell’Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista.
E' nata da lì la decisione di partecipare con più vigore alla ricostruzione comunista "dando vita al Partito Comunista d’Italia, quale evoluzione dell’esperienza del PdCI e scelta a ciò funzionale". Sarebbe stato lo stesso comitato centrale a decidere di far registrare statuto e simbolo della nuova esperienza politica, in più promuovendo "rapidamente la relativa campagna di tesseramento per l’anno 2015".
Il tenore del comunicato non fa pensare che si tratti, come si diceva, della formazione di un partito nuovo (anche se ci sono elementi che vanno in questa direzione): si parla espressamente non di una chiusura d'esperienza, ma del "suo rilancio in direzione di una soggettività comunista più grande, la cui necessità e possibilità è sottolineata da ciò che accade, dal perché accade".
Certo, potrebbe comunque seguirsi la strada della costituzione di un nuovo soggetto politico, nella speranza che anche altri soggetti possano aderire; se invece in mente ci fosse proprio il cambio di nome, sarebbe interessante capire se sia previsto in tempi rapidi un congresso, visto che - come ormai è noto, dopo le vicissitudini in casa democristiana - per mutare la denominazione del partito (specie se si fa ricorso a un nome già esistito) occorrerebbe l'assise nazionale. 
L'uso del nome difficilmente potrebbe creare seri problemi di compatibilità con gli altri partiti (in fondo, per il Pdci si tratterebbe solo di invertire le lettere di mezzo): il precedente storico di Gramsci e Bordiga è talmente risalente, infatti, da rendere inimmaginabile qualunque collegamento con quell'esperienza nata negli anni '20. Per il simbolo, invece, la partita sarebbe molto più delicata.
Pare di capire, infatti, che come emblema si voglia utilizzare la doppia bandiera falce-martello e tricolore, con tanto di aste: esattamente la stessa che, dopo il 1948 - e senza che Guttuso ci mettesse mano, a differenza della vulgata comune - ha caratterizzato il "marchio" politico ed elettorale del Partito comunista italiano, da Togliatti a Occhetto (cambierebbe, paradossalmente, solo la sigla, non più puntata e con una font più moderna, mentre in alto comparirebbe la minidicitura "Ricostruire il partito comunista").
Il fatto è che quel segno, almeno fino a pochi mesi fa, era certamente nella disponibilità dei Democratici di sinistra, che dal 1998 sono subentrati al Partito democratico della sinistra nella titolarità dei nomi e dei segni, benché non facessero parte del nuovo contrassegno. Ora che anche formalmente i Ds risultano sciolti - e non disponendo delle carte necessarie a capire bene la vicenda - è da vedere se a essere titolare ora dell'emblema (o, per lo meno, a poter agire davanti al giudice in caso di uso ritenuto indebito) sia la stessa associazione in liquidazione o una delle fondazioni cui è riconducibile buona parte del patrimonio, soprattutto immobiliare, che era stato del partito. Ovviamente l'uso della falce e del martello in sé non sarebbe problematico (ce ne sono già parecchie e di varie fogge); il problema è l'impiego di quel disegno. 
Alla base, tra l'altro, ci sarebbe un episodio già molto chiacchierato. Basta sfogliare le cronache politiche del 1998 - anno in cui proprio Cossutta e compagni, in contrasto con Fausto Bertinotti, avevano provato a salvare il governo Prodi alla Camera, senza riuscirci - per vedere come Rifondazione comunista avesse accusato da una parte il neonato Pdci di avere copiato il suo emblema, dall'altra i Ds, rei di avere "concesso" di fatto l'uso del vecchio segno grafico. Espressamente interrogato sul punto dal sottoscritto, Ugo Sposetti (ultimo tesoriere dei Ds) affermò categoricamente che "Nessuno ha concesso un bel niente!", anche se in effetti non risulta che lui o qualcuno per lui si sia opposto per vie legali - mai risparmiate in Italia - all'uso della grafica, cui mancavano giusto le aste delle due bandiere per ricreare la vecchia atmosfera.
Sarà curioso vedere come la questione evolverà nelle prossime settimane: se qualcuno protesterà ufficialmente (compresa Rifondazione, che fino a qualche tempo prima era unita al Pdci nel progetto di Federazione della Sinistra) e, soprattutto, quanti guarderanno con interesse a quell'emblema. Se in ballo ci saranno bandierine o bandierone, saranno i numeri a dirlo.

----

Aggiornamento del 13 dicembre 2014
Contrariamente a quanto detto prima, è probabile che proprio di un partito nuovo si tratti, in cui il Pdci dovrà decidere se confluire o meno. In effetti sarebbe la soluzione più rispettosa delle procedure giuridiche (come si è detto, non si è fatto un congresso per cambiare il nome); si vedrà come e in quanto tempo si arriverà a quel risultato.

giovedì 11 dicembre 2014

Croce, vanga o scudo? Proibiti, in ogni caso

Occuparsi di simboli è bello e stimolante, perché in fondo a questo o a quel contrassegno sono legate esperienze di persone, frammenti di vita vissuta che in più di un caso aspettano solo di essere raccontate, anche e soprattutto quando il loro tasso di stranezza è un po' più alto del normale. Questa volta è di turno un emblema curioso, nato a metà degli anni '70 e fonte di scaramucce pre-elettorali, al punto che sparì dalle schede all'ultimo minuto e gli elettori dovettero scegliere solo tra i due segni rimasti. 
La storia ci proietta nel 1975 a San Benedetto Val di Sambro, comune del bolognese che aveva poco più di 4mila abitanti e portava ancora le ferite della bomba fatta esplodere l'anno prima sul treno Italicus proprio nei pressi della stazione. 
Alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale, previste per il 15 giugno, la Democrazia cristiana, che aveva governato il comune per tutta la consiliatura precedente, si era però presentata spaccata: una parte aveva scelto di correre in un "cartello" con i socialdemocratici, l'altra, che schierava in lista anche il sindaco democristiano uscente, Leandro Musolesi, voleva comunque partecipare alle elezioni. "In effetti ci fu una spaccatura nel partito - ricorda oggi lo stesso Musolesi, intervistato su quella vicenda -. Il segretario locale della Dc di allora non era propenso al dialogo, non aveva molto seguito tra gli iscritti e con i suoi modi aveva finito per creare una frattura: lui rappresentava il partito, ma dalla sua non aveva la maggioranza".
Morale, quella volta di scudi crociati ne vennero presentati due: col numero 2 quello contenuto nella bicicletta Dc-Psdi, col numero 3 quello legato a Musolesi. 
Non stupisce, ovviamente, che la Commissione elettorale mandamentale di Porretta Terme, cui spettava pronunciarsi sull'ammissione delle liste, il 22 maggio non abbia accettato l'ultimo contrassegno presentato: il depositante aveva due giorni per sostituire l'emblema e mantenere il gruppo in corsa, ma bastarono poche ore. Si scelse di modificare un po' l'immagine, senza però discostarsene troppo: allo scudo vennero tolti i "punti" superiori, sostituiti con due stelle e la croce - bianca all'interno e senza la scritta "Libertas" - ospitò la dicitura "Democratici cristiani". "Volevamo mostrare comunque che eravamo legati alla Dc - spiega Musolesi - per cui di fatto portammo la croce più in alto, per metterla in evidenza". Sui moduli ufficiali l'emblema venne descritto come "una croce immersa in uno scudo con due stelle"; per i commissari il nuovo simbolo non era confondibile, così la lista il 23 maggio fu riammessa.
Agli amici diccì che avevano presentato la lista per primi, però, l'idea di avere un concorrente insidioso alle elezioni non era proprio andata giù, così fecero ricorso al Tar di Bologna, lamentando la confondibilità tra gli emblemi e persino l'uso di un simbolo religioso da parte della lista di Musolesi. Il 5 giugno i giudici amministrativi ribaltarono la situazione: ammettere quel simbolo sostitutivo era stato un errore, le liste alle elezioni dovevano essere solo due.

martedì 9 dicembre 2014

Una rondine per l'Alternativa (per l'Italia)

Il primo volatile che viene in mente pensando ai simboli politici, quelli italiani per lo meno? La risposta probabilmente è il gabbiano, se si pensa all'Italia dei Valori che lo usa da oltre dieci anni; qualche cultore della zoologia simbolica potrebbe citare aquile e colombe. Eppure bisognerebbe chiamare in causa almeno anche la rondine. Non una qualunque, ovviamente, ma quella di Alternativa per l'Italia: loro si qualificano "un movimento della Gente per la Gente, perché il nostro futuro ha bisogno di donne e di uomini che agiscano per il bene dell’Italia".
A livello nazionale hanno depositato il loro contrassegno - salvo errore, ovviamente - alle sole elezioni politiche del 2001, ma atto costitutivo e statuto sono del 1997: già allora l'emblema portava in evidenza una rondine blu (con ombra tricolore) in volo: "un'immagine che rappresenta la nostra volontà di volare sopra i limitati steccati degli attuali Partiti". L'iniziativa politica è da ricollegarsi al cremasco Fulvio Lorenzetti, nelle intenzioni "l'Uomo che ha voluto creare la vera Alternativa agli attuali Poli". 
L'idea certamente non era e non è nuova: l'impossibilità di riconoscersi negli schieramenti di allora (e attuali), unita al desiderio di "partecipare attivamente alla vita e allo sviluppo del proprio Paese", senza per questo essere "professionisti della politica". Si rivendica solo la patente di cittadini, con le loro opinioni e magari con un passato politico in altre formazioni, ma uniti dalla volontà di "contribuire a realizzare una Italia migliore". 
Allora come oggi, il programma si sviluppa a partire da alcuni punti cardine, quali l'unità della nazione, la Famiglia come "pietra d'angolo di uno stato moderno" (il che comporta, tra l'altro, una riflessione sull'identità nazionale e sul cristianesimo come difesa della famiglia stessa), il rigore morale (con la legalità dello Stato al servizio della Nazione, anche grazie a una riforma statale improntata all'efficienza) e la libertà (con lo sviluppo dell'uomo da mettere al centro, "nel contesto dell'evoluzione sociale", in pratica attuando in pieno l'art. 2 della Costituzione). 
Guardando oltre i patrii confini, il gruppo politico punterebbe agli Stati Uniti d'Europa, ma con la necessità assoluta di cambiare la politica economia, a partire dal nostro paese. "In Italia - si legge in uno degli ultimi comunicati - è la criminalità del credito che ci ha ridotto sul lastrico. Occorre stampare moneta e superare la finzione del debito pubblico, monetizzando tutto il deficit, come avviene nei Paesi ai vertici della industrializzazione mondiale". 
Chissà allora che, alle prossime elezioni, la rondine non torni, primavera o no, per chiedere che si torni a stampare moneta: spiegherà allora le Ali, che è anche la sigla del gruppo (sebbene l'Alleanza liberaldemocratica per l'Italia di Silvia Enrico e Oscar Giannino nel frattempo abbia conquistato qualche riga di cronaca in più proprio con quell'acronimo, accompagnato a un aeroplanino di carta). 

lunedì 8 dicembre 2014

Congresso a Roma o a Salò? Cosa succede nella Fiamma Tricolore

I congressi di partito, di norma, dovrebbero servire a dare la linea, a contarsi e, se non si può fare diversamente, a salutarsi prima che le strade politiche si separino. Le scissioni sono sempre un affare doloroso, ma di solito è durante l'assise che si discute e spesso ci si scontra (talora anche fisicamente, come certi congressi socialisti di un passato recente insegnano). 
Il guaio è quando le liti e le scaramucce iniziano prima ancora che l'assemblea inizi o se, addirittura, di congressi ne vengono convocati due a centinaia di chilometri di distanza, ovviamente distinti dallo stesso simbolo. E' quello che sembra accadere in questi giorni all'interno del Movimento sociale Fiamma tricolore: sul sito, infatti, si legge di espulsioni, di un congresso nazionale convocato a Roma per il 13 e il 14 dicembre e di un "controcongresso" che si dovrebbe invece tenere a Salò nella sola domenica 14. Che sta succedendo dunque in ciò che resta del partito fondato nel 1995 da Pino Rauti?
"La situazione è molto semplice - spiega senza mezzi termini Francesco Condorelli Caff, presidente della segreteria generale del congresso - ci sono iscritti che vogliono diventare 'ducetti' e convocano un congresso parallelo, ma noi li abbiamo espulsi, una congrega di mariti e mogli". 
Alla base del dissidio ci sarebbero interpretazioni diverse delle regole interne al partito: "Una di queste persone - continua Condorelli - pretendeva che il congresso della Fiamma che si svolgerà a Roma fosse aperto a tutti gli iscritti, invece che ai soli delegati; in più questi sosteneva che non esistono delegati 'di diritto', mentre per noi sono i venti componenti del Comitato centrale e i sei della Segreteria generale. Quelle richieste sono assurde: da sempre il Msi ha avuto i suoi delegati di diritto, anzi, il segretario nazionale poteva indicarne venti, mentre noi abbiamo tolto questa possibilità, lasciando però gli altri. Cosa vogliamo fare, lasciare fuori dal congresso i venti che hanno lavorato nel 'parlamentino' del partito? Non può essere".
Per Condorelli, che da anni per il partito segue anche le vicende legali connesse al simbolo della fiamma, la condotta di certi iscritti è pretestuosa: "Qui si cerca di distruggere, abbiamo avuto sempre questo destino: succedeva già nel Msi, poi è arrivato Fini e qualcun altro è arrivato dopo Fiuggi, quando eravamo riusciti a ottenere alcuni eletti. Ci sono persone ex An che vengono qui, all'inizio fanno le pecorelle, poi cercano di distruggere. A volte ci sono riusciti".
Nel sito, in effetti, risultano i provvedimenti di "decadenza ed espulsione per indegnità" pronunciati nei confronti di Stefano Salmè (che sembrerebbe aver convocato l'assise a Salò) e Gianluca Bonazzi di Sannicandro, che si è aggregato a lui, con il divieto per entrambi di utilizzare il simbolo della Fiamma tricolore; in più si annuncia che la stessa sanzione colpirà chi parteciperà all'autoconvocato congresso. "Abbiamo un Comitato centrale che ha deliberato che il congresso nazionale si tenga a Roma il 13 e il 14 e ha eletto la segreteria generale dell'assise - conclude Condorelli - mi dica questi che diritto hanno..."
Intanto, però, sulla sua pagina personale Stefano Salmè continua a diffondere la locandina dell'evento, con lo slogan "L'Italia in cammino" (sopra i volti di Mussolini, D'Annunzio, Borghese, Almirante e Rauti), parla di congresso "legittimo" e lo definisce "della rinascita". 
Si vedrà come andrà a finire questo "congresso a due piazze"; nel frattempo, la creatura politica di Pino Rauti, retta ora da Attilio Carelli, dopo l'addio dell'ex segretario Luca Romagnoli ("sconfessato" dal Comitato centrale a novembre) e di un consistente gruppo di iscritti alla fine del 2013, conta poco più di 2mila aderenti. La crisi dei partiti è generalizzata, ma una nuova scissione - pur piccola - rischierebbe di mettere in seria difficoltà la formazione che, dopo Fiuggi, rappresenta con maggiore continuità e longevità una parte della destra italiana e postmissina.