domenica 7 giugno 2015

Barcellona, come ti scompongo gli schieramenti (2)

Se nella patria di Emilio Fede il centrosinistra correva in ordine sparso, non si poteva dire che il centrodestra di Barcellona Pozzo di Gotto fosse realmente unito, tutt'altro. Bastava vedere come la coalizione più nutrita – quella a sostegno di Roberto Materia, tra poco impegnato nel ballottaggio – fosse certamente di centrodestra, ma l'unico simbolo contenente quella parola risultasse a supporto di un altro candidato sindaco, Giuseppe Sottile.
Dubbi sul fatto che il gruppo di Materia avesse quella collocazione non ce ne dovevano essere. Lui stesso era appellato dai media come forzista e una delle sue liste si chiamava Forza Barcellona Pozzo di Gotto: la grafica era evidentemente diversa da quella berlusconiana, ma quel "Forza" scritto in font Helvetica, proprio sotto a un tricolore, non sembrava lasciare perplessità. È vero però che a chiedere a Materia di candidarsi è stato il gruppo dei Democratici riformisti (formazione che ha come "padri nobili" Salvatore Cardinale e Salvo Andò), che in regione era nato a sostegno di Crocetta, non proprio nel centrodestra.
In effetti, il simbolo dei Dr non era presente su manifesti e schede, ma ugualmente non poteva dirsi del tutto assente dalla competizione: sul contrassegno del Movimento civico Barcellona Viva (con l'ultima parola in grande evidenza, in una grafica quasi proveniente dagli anni '80), infatti, non passa inosservato un uccello stilizzato ad ali spiegate: proprio lo stesso che, in piccolo, si vede sull'emblema dei Democratici riformisti, in una sorta di cielo bianco. Avere occhi attenti, ogni tanto, serve a qualcosa: in questo modo è certificata la partecipazione dei Dr alla coalizione a sostegno di Materia.
Ai Demcratici riformisti, tra l'altro, sembra fare riferimento anche un altro raggruppamento, Partecipazione popolare, visto che anche lì si ritrova lo stesso volatile – e non si è indicato nulla di più, anche per non compromettere l'alleanza col Pd a livello regionale – come pure la dicitura "Col Patto per le riforme". A simboleggiare il nome, una doppia P una interna all'altra, poggiata su una "mezzaluna" tricolore; il risultato grafico complessivo, tuttavia, non sembra esaltante, comunicando una sensazione di precarietà e – se si vuole – anche un po' di disordine.
Nello stesso gruppo, peraltro, ci sono altre liste che meritano almeno uno sguardo curioso. Si veda ad esempio Alternativa nazionale, l'unica a sfoggiare nel contrassegno un hastag (#noicisiamo): eppure, molto più evidenti sono i due doppi nastri verde e rosso, foggiati "a piramide" davanti e dietro a un sole nascente. Non si è certo di fronte a una fiamma, ma i colori rimandano comunque all'uso che ne ha fatto per anni l'intero centrodestra (Forza Italia e Pdl compresi): un modo dunque, anche in questo caso, di richiamare le collocazioni e le appartenenze politiche senza essere troppo espliciti.
Completano il gruppo di Materia i simboli di Direzione futuro (con un freccione non troppo fine che punta in alto), di Unione e partecipazione (con due vele azzurre riempite dal vento, con tanto di contorno del cerchio e il mare stilizzato attraverso il tricolore) e di Niente paura, formazione più vicina al candidato Materia, che su uno sfondo arancione piazza uno slogan convinto, "insieme ce la faremo.", con tanto di punto perentorio.
E il resto del centrodestra? Qualcuno – ma non abbastanza per andare al ballottaggio – avrà provato a riconoscersi nella lista Alleanza di centrodestra, nata per sostenere Giuseppe Sottile. In effetti, la grafica un po' odora di pasato, con una font analoga a quella del Pdl e l'impianto che in parte (ma solo in piccola parte) rimanda ai simboli dei primi anni 2000, quando era in auge la Casa delle libertà. Il tocco di Brush Script che riguarda quel "di" di passaggio, però, conferisce inevitabilmente al simbolo un tocco di minor finezza, per trasportarlo nell'area – già molto frequentata – del "fatto in casa".
Svegliamo Barcellona, l'altro emblema che sostiene Sottile, del resto, non comunica un'impresione molto diversa: un po' dipende dal carattere Courier, un po' dal gioco di parole che di "svegliamo" evidenzia (immancabilmente in rosso) le ultime tre lettere, un po' dalle iniziali P.G. che rispuntano anche qui. Per il resto, i colori e l'arcobalenino tricolore sono sempre di area centrodestra; quelle che fanno capolino sotto al nome della lista forse sono vele, forse sono onde stilizzate. In ogni caso, è quasi certo che il contrassegno non si sarebbe distinto per bellezza o efficacia; non è per questo, in ogni caso, che il suo candidato non ha raggiunto il ballottaggio.
 

sabato 6 giugno 2015

Barcellona, come ti scompongo gli schieramenti (1)

È ormai passata una settimana, eppure domenica scorsa dall'Alpe a Sicilia un po' ovunque si votava, anzi, in Sicilia si era continuato un giorno in più, viste le regole valide in quella regione. Tra i comuni chiamati a rinnovare l'amministrazione, anche Barcellona Pozzo di Gotto, un luogo che non può passare inosservato: un po' perché ben 18 liste in un paese di poco più di 40mila abitanti da sempre una certa impressione, un po' perché dal comune che ha dato i natali a Emilio Fede non ci si può aspettare qualcosa di ordinario. Intanto per cominciare si dovrà andare al ballottaggio, non avendo nessun candidato ottenuto più del 50% dei voti; a parte questo, gli elementi interessanti tra le liste sono molti.
Centrosinistra e centrodestra, innanzitutto, sembrano tutto meno che uniti. Da una parte c'è il Pd, unico partito nazionale a schierare a Barcellona il proprio simbolo, ma che è escluso dalla sfida a due per la poltrona di primo cittadino, non essendo entrato al ballottaggio Giusi Turrisi. Questo mentre si era candidato contro di lui anche Giovanni Munafò, segretario di uno dei circoli cittadini del Pd: non potendo utilizzare il logo ufficiale, aveva ripiegato sulla sigla Democratici con dignità, dalla grafica né simile né evocativa, per distinguere la propria corsa dem senza i crismi dell'ufficialità.
Con Turrisi, in compenso, c'erano vari altri simboli curiosi. A partire, naturalmente, da Libera Barcellona P.G. (il nome abbreviato non è proprio fine, ma sembra essere un elemento ricorrente della grafica politica di questa tornata barcellonese), di cui colpiscono due dettagli: da una parte, la cura meticolosa con cui si vuole segnare con un pallino rosso la posizione del comune sul profilo della Sicilia; dall'altra, il carattere quasi illeggibile (sulla scheda, per lo meno) con cui è stato reso il riferimento ad Area popolare, cosa che fa pensare che quel soggetto politico non debba contare poi molto o avere seria consistenza lì.
Graficamente non esaltante – bisogna proprio dirlo – era poi l'emblema di Fuori dal coro, raffigurante la sagoma della Sicilia in un cerchio bianco bordato di rosso e nero. Ora, per quanto i colori regionali siano il giallo e il rosso, entrambi presenti nel contrassegno, ma quelle bande gialle sfumate a destra e a sinistra danno piuttosto l'idea che la stampante che ha prodotto il simbolo avesse poco inchiostro rosso e stampasse in modo discontinuo (si capisce che non è così solo perché, in caso di carenza di inchiostro, anche il contorno interno della circonferenza dovrebbe risultare "zebrato", mentre sembra perfettamente uniforme).
Interessante, almeno da alcuni punti di vita, il simbolo sfoggiato da Direzione domani, quasi impersonale vista l'assenza di uno dei colori regionali (il giallo). È vero, quel freccione punta a destra, ma di fatto guarda avanti e, disegnata come forse solo una pennellessa sapreebbe fare, assume quasi la postura di un delfino che continua a balzare dentro e fuori dall'acqua. I colori, peraltro, sono piuttosto simili a quelli adottati da Renzi per la sua campagna congressuale, quindi non è escluso che i presentatori abbiano voluto cogliere anche quella somiglianza per rendere l'offerta politica più interessante.
Sono bastate invece tre liste a Maria Teresa Collica per arrivare al ballottaggio, dopo la sua esperienza di sindaca uscente (per giunta avendo il Pd contro). Interessanti i simboli che componevano la sua coalizione: quasi tenero e naïf quello di Percorso Democratico, che nella font si ispira chiaramente alla grafica dell'Ulivo (e dei Democratici poi) e piazza un arcobaleno sullo sfondo di un paesaggio improbabile, con una strada a curve che collega la città sul fondo, mentre quattro sagome di figure (compresa una ragazza col megafono) spuntano attorno per guarnire l'immagine.
Meno fine, dal punto di vista grafico-cromatico, appare il contrassegno di Centrosinistra per il Bene Comune. Il tutto si gioca, in modo anche prevedibile e quasi banali, con i tre colori della bandiera, votando il bianco a un ruolo soprattutto di sfondo (ma non solo); al rosso spetta la cornice e la scritta di campo "Centrosinistra" (ma la font utilizzata per renderla è francamente bruttina, più da manifesti del West che da emblemi elettorali); si tinge invece di verde il resto del nome della lista, con il concetto di "bene comune" che era stato ampiamente utilizzato dal centrosinistra anche solo in avvicinamento alle elezioni politiche del 2013. 
Da ultimo, la coalizione a sostegno della Collica comprende anche un'altra lista, Avanti con fiducia: il simbolo gioca tutto sull'alternanza bicolore tra rosso e bianco, con un'altra freccia (solo la punta stavolta) invita ad andare "avanti con fiducia", mentre al di sotto è presente una decina di persone, uomini e donne, più schierate che in movimento. Non sembra dunque l'effetto finale del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, ma dava comunque l'idea che la Collica in questa sfida di riconferma ci credesse ancora. I risultati alla fine l'hanno appagata... o così credono gli altri.

venerdì 5 giugno 2015

Roccavivara, lo strano caso delle "liste alfabetiche"

Chissà se, tra le categorie di persone ancora in grado di sorprendersi davanti a qualcosa di curioso, strano o difficile da spiegare rientrano anche i funzionari delle commissioni elettorali che devono valutare la regolarità delle liste che vogliono partecipare alle elezioni comunali. Perché, d'accordo, le vere orde di simboli si vedono solo fuori e dentro al Viminale, prima delle elezioni politiche ed europee, ma la fauna che si può vedere alle elezioni comunali a volte non ha nulla da invidiare a certi soggetti che varcano la soglia del Ministero dell'interno. Così sarebbe stato interessante trovarsi una quarantina di giorni fa a Roccavivara, in provincia di Campobasso, per vedere le reazioni di certa gente.
Già, perché ci si poteva già stupire nel rendersi conto che un paese con 1144 elettori avrebbe visto affrontarsi ben 6 candidati sindaco con tanto di liste al seguito. Il numero era obiettivamente sproporzionato, quasi esagerato per un comune di quelle dimensioni. Tecnicamente, in realtà, il dato si poteva spiegare: nel censimento nazionale Istat del 2011, il comune di Roccavivara aveva meno di mille abitanti e, per la legge, non è richiesta alcuna sottoscrizione per la presentazione delle liste. Teoricamente, dunque, non c'era limite al numero di liste presentabili, quasi senza il minimo sforzo da parte di chi le ha formate (eccezion fatta, ovviamente, per il tempo impiegato a preparare i documenti).
Difficile da credere, però, che a deposito delle liste chiuso nessuno si sia lasciato sfuggire almeno un commento, nel vedere consegnati uno dopo l'altro (e chissà in che ordine i depositanti si sono presentati agli uffici) tre simboli praticamente uguali, partoriti evidentemente dalla stessa mente - se non dallo stesso computer - eppure legati a tre candidati sindaci diversi. Già, perché Lista Alpha, Lista Beta e Lista Gamma condividevano la font e la struttura grafica, avevano dimensioni di carattere leggermente diverse, ma erano collegate rispettivamente alle candidature di Timoteo Di Girolamo, Luciano Torrieri e Stefano Triozzi, tutti e tre nati a Pescara.
Solo il sorteggio ha impedito che i tre simboli venissero snocciolati sul manifesto e sulla scheda una dopo l'altra (invece sono usciti prima Gamma, poi le tre liste dalla grafica in technicolor, poi Beta e infine Alpha), ma restava il mistero del perché. Cosa c'era all'origine di quelle liste così strane? Qualche idea sembrava averla il MoVimento 5 Stelle del Molise, cui in qualche modo pare essere legata la lista Roccavivara oltre (nel simbolo è evidente il simbolo di MeetUp, il social network utilizzato dal 2005 tra i simpatizzanti di Beppe Grillo; il programma della lista, in più, contiene alcuni elementi che sono profondamente legati all'esperienza che in seguito ha caratterizzato il M5S). 
Sui media, i 5 Stelle molisani avevano fatto denunce precise: nel mettere in luce come in alcune realtà si sia registrata la presenza di liste "che dopano la competizione elettorale aumentando considerevolmente il numero dei candidati", viene espressamente citato il caso di "alcuni appartenenti alle forze dell’ordine che, approfittando della norma, vanno alla ricerca di piccoli comuni, preferibilmente non nella propria regione, solo al fine di beneficiare dei permessi elettorali". In questo contesto si collocherebbe il caso di Roccavivara "dove le liste farcite abbondantemente da dipendenti statali sono ben tre su sei" e i nomi con grafica coordinata lascerebbero pensare "che i candidati, per lo più abruzzesi, si siano addirittura accordati per 'assaltare' il Comune della Valle del Trigno".
Se di assalto si trattava, però, non sembra in alcun modo riuscito. Perché, a spoglio terminato, si poteva anche commentare la vittoria marcata di Franco Antenucci e della sua Insieme per Roccavivara, con la foto della città che ha battuto i colori di Roccavivara oltre e la grafica 0.0 e quadricolore di Servizio civico per Roccavivara. Ma non si poteva fare a meno di notare che il totale di voti ricevuti dalle tre liste-fotocopia era pari a 0. Dicasi e leggasi zero, frutto della somma di tre zeri. Segno, a questo punto, che nessuno dei candidati, ma proprio nessuno, doveva essere nato o residente a Roccavivara. Non sarà forse la prima volta in cui una lista fa il vuoto, ma probabilmente nessuno ci è riuscito come il trio Alpha, Beta e Gamma. 

giovedì 4 giugno 2015

In fondo a sinistra (3): Le mutazioni del Partito d'azione comunista

D'accordo, un partito che nasce comunista potrebbe anche non essere più tale (e il caso del Pci che si è trasformato in Pds, cambiando nome, simbolo e idee, pur rimanendo lo stesso soggetto giuridico), ma potrebbe invece mantenere una certa continuità, restando nel medesimo solco a dispetto dei segni distintivi adottati. 
Si prenda, per dire, il Partito d'azione comunista: il suo logo difficilmente passa inosservato, con falce, martello e stella rossi contenuti in uno cerchio giallo (in cui è scritto pure il nome della formazione), a sua volta collocato in una bandiera rossa, irrealmente scossa dal vento - un po' come quella di Forza italia - posta da ultimo in un tondo giallo più grande.
Eppure il fregio non è sempre stato così: quello attuale (anzi, in origine il cerchio più grande doveva essere di colore "verde/azzurrino") è stato adottato all'inizio del 2006 dal congresso del partito, sostituendo quello così descritto: "cerchio rosso recante la scritta circolare in bianco e i bordi in nero PARTITO D'AZIONE COMUNISTA. All'interno del cerchio rosso c'è una stella a cinque punte i cui bordi sono di colore nero e l'interno giallo: all'interno della stella c’è la scritta in nero INTERNAZIONALISMO PROLETARIO e una falce e martello colorata in rosso". La decisione è stata presa all'unanimità, anche se online non tutti i commenti sono stati positivi: qualcuno, infatti, si è lamentato della prevalenza del giallo rispetto al rosso, vedendola come una sorta di "minimizzazione" della storia comunista del partito.
Già, perché il soggetto politico, nato a Napoli (e sempre con sede in quella città) a febbraio del 2002, è stato costituito dai Cobas per il comunismo, realtà che si è sciolta ed è confluita per intero proprio nel nuovo Pd'ac. Il simbolo dei Cobas, che avevano partecipato ad alcune competizioni amministrative (nel 2001, ad esempio, avevano candidato a sindaco di Napoli Vincenzo Scamardella, che peraltro si era fermato allo 0,22%), ha fatto chiaramente da modello per il Partito d'azione comunista, prevedendo giusto il cambio del nome, ma segnando comunque il passaggio dalla forma dei comitati a quella di un partito più organizzato e strutturato.
E' lo statuto a dire che "Il Partito d’Azione Comunista è un'Organizzazione politica che, ispirandosi ai valore del marxismo leninismo, si muove per la trasformazione rivoluzionaria dello Stato e della società", precisando che "I comunisti lottano per l’affermazione nel mondo delle istanze di libertà, giustizia sociale e solidarietà. I comunisti perseguono il superamento del capitalismo come condizione essenziale per costruire ovunque società di uomini liberi e uguali; avversano l’antisemitismo, il razzismo, la discriminazione, lo sfruttamento". 
Tutto ciò non ha limiti di tempo: il partito, infatti, non ha una durata prestabilita e - come da atto costitutivo - "i suoi scopi e la sua natura si estingueranno quando il Comunismo avrà compiuto per intero il suo movimento reale che abolisce lo stato presente delle cose e la società non sarà più divisa in classi e lacerata dal conflitto e dall'antagonismo sociale". Viene il sospetto, allora, che quel partito possa restare perennemente in vita, a patto che qualcuno continui a esservi iscritto.

mercoledì 3 giugno 2015

L'orizzonte simbolico di Moncalieri

Tra i comuni che hanno votato per scegliere sindaco e consiglieri domenica scorsa, c'era anche Moncalieri, località della provincia di Torino in cui si sono affrontati cinque candidati alla poltrona di primo cittadino. 
Non ha avuto bisogno del turno di ballottaggio Paolo Montagna, espressione del centrosinistra moncalierese, per ottenere la vittoria: lo sostenevano il Pd, Sel, i Verdi, la formazione soprattutto piemontese dei Moderati e anche una lista civica, E' Tempo, direttamente legata alla figura di Montagna. E giusto per evitare che qualcuno non prendesse sul serio l'invito temporale, la "O" finale e tondissima di "tempo" si trasforma in un quadrante di orologio, con tanto di lancette. Certo, non è chiarissimo quale delle due sia più lunga, per cui non è esattamente semplice capire se la O segni mezzogiorno/mezzanotte e un quarto oppure le tre in punto; difficile, però, che gli elettori ci abbiano pensato in cabina.
Nessun rovello cronotemporale è stato invece proposto dalla coalizione di centrodestra, che candidava a sindaco Giuseppe Furino, classe '46, nato a Palermo. Al suo fianco poteva contare su Forza Italia, Lega Nord Piemont, Fratelli d'Italia, ma anche sul Pli di Morandi e Stefano De Luca, nonché su una formazione tutta locale, l'Alleanza per Moncalieri. Il nome, ovviamente, parlava chiaro e se l'uso dei quattro colori nazionali è piuttosto frequente nelle formazioni di quell'area politica, il contrassegno aggiungeva l'elemento localistico: nello spazio bianco centrale del tricolore, infatti, era facile riconoscere la statua del Nettuno (il "Saturnio"), ancora oggi punto di riferimento per i moncalieresi che attraversano piazza Vittorio Emanuele II, la stessa del municipio. 
Niente di particolare da dire sul contrassegno del MoVimento 5 Stelle, che sosteneva alle elezioni Luca Salvatore (arrivato terzo), mentre merita più considerazione l'emblema che distingueva la candidatura di Giancarlo Chiapello. 
Saltano all'occhio entrambi gli elementi di cui si compone la lista Popolari - Moncalieri città per la famiglia: da una parte, proprio uno spaccato della stessa piazza Vittorio Emanuele II, ma presa da più lontano (per dare l'idea del centro e del comune a misura d'uomo e di famiglia, con riferimento alle politiche su cui il candidato voleva concentrarsi); dall'altra, sullo sfondo ma solo per modo di dire, la rivisitazione grafica del simbolo dei Popolari di Gerardo Bianco, figura cui i Popolari di Moncalieri sono vicini (come pure ad Alberto Monticone). Proprio lo scudo nel gonfalone, schizzato nottetempo da Guido Bodrato nei giorni drammatici della primavera 1995, è stato depositato come marchio dall'associazione che aveva scelto di non aderire alla Margherita nel 2002 ed è stato alla base del contrassegno - usato dalla stessa associazione moncalierese - di Italia popolare. Stavolta, però, la lista di Chiapello non ha ottenuto abbastanza voti per essere rappresentata in consiglio.
Chiude la parata dei contrassegni elettorali di Moncalieri quello del Movimento popolare Rinnovamento, che schiera con un certo coraggio uno sfondo praticamente tutto giallo, un colore non molto diffuso tra i produttori di emblemi. Indubbiamente però fa una certa impressione vedere come quello sfondo diventi un ipotetico cielo in cui spiegano le ali tre uccelli, verosimilmente rondini (vista la coda a V), come se fosse uno scenario post-atomico e irreale. Certamente non era questo l'effetto che candidati e grafici volevano ottenere, di questo si è convinti; solo l'1,69% degli elettori, però, ha dato fiducia al suo candidato Guido Crosetto. Che non è l'ex Pdl fondatore di Fratelli d'Italia: lui alla politica ha detto basta, almeno per ora.

martedì 2 giugno 2015

Simboli in Laguna, le scelte grafiche a Venezia (2)

Se qualcosa di interessante si poteva già trovare nei simboli legati ai candidati che andranno al ballottaggio nelle elezioni comunali a Venezia, gli altri concorrenti non erano certo esclusi dalle curiosità emblematiche: vale dunque la pena dare un'occhiata, per non lasciarsi sfuggire nulla.
Si pensi, ad esempio, agli altri candidati a sindaco riconducibili al centrodestra. A sostegno di Gian Angelo Bellati, ad esempio, c'era la Lega Nord - Liga Veneta (che stavolta non è riuscita a far andare al ballottaggio il suo uomo), ma anche Indipendenza veneta, più altre due liste. La prima, Venezia Mestre 2 grandi città, "realtà - si legge sulla pagina Facebook apposita - che indipendenti e autonome tra loro con le specifiche peculiarità e potenzialità possono evolversi a favore dei cittadini". Nel frattempo, però, rimane impresso soprattutto quell'effetto "etichetta" o "bollino", che sembra richiamare essenzialmente i cataloghi dei supermercati.
Altra lista era Coesione popolare, probabilmente quella più legata al candidato sindaco Bellati. Tutto sommato la grafica non si presenta male, piuttosto semplice e scarna nella sua costruzione. A chi ha buona memoria, tuttavia, non può sfuggire che quelle due tracce di gessetto (o pastello su carta ruvida) verde e rossa, ricordano quelle utilizzate dai Progressisti nel 1994, per contrassegnare il cartello del centrosinistra: certo, in quel caso i colori erano invertiti (rosso sopra, verde sotto) e il tratto era molto più spesso, ma ci vuole altro per non ricordarsi quel "precedente". Alla fine la lista ha portato a casa l'1,51%, molto meglio della civica vista prima, scelta solo dallo 0,23% dei votanti validi.
Obiettivamente meno felice, anche dal punto di vista simbolico, il parco-liste di Francesca Zaccariotto, sostenuta innanzitutto da Fratelli d'Italia. Assolutamente anonimo il contrassegno di Civica 2015, legato a Scelta civica (e che ha portato il nome del suo leader, Enrico Zanetti, nella parte superiore dell'emblema) ma senza il minimo riferimento al partito nazionale (solo un accostamento di blu, rosso e azzurro sfumato); più interessante, ma non certo un capolavoro, l'emblema di Venezia Domani, formazione legata strettamente alla Zaccariotto che schierava un'interessante coppia arancione-nero, colori legati soprattutto a Mestre (meno a Venezia, come notato dal Gazzettino).
Meglio di lei è certamente andato il MoVimento 5 Stelle, con il suo candidato Davide Scano, ma ovviamente il simbolo è quello consueto e non c'è granché da dire. Lo stesso vale per il Partito comunista dei lavoratori (a fianco di Alessandro Busetto), anche se il risultato è stato decisamente inferiore a quello del M5S. Resta da dire delle ultime tre liste, a partire da Venezia camb!a 2015, a sostegno di Giampietro Pizzo: il consenso era sotto il punto percentuale, ma sul piano grafico siamo di fronte al simbolo più semplice di tutti, con il solo guizzo (guizzetto, via) del punto esclamativo rosso al posto della "i", in una posizione che tra l'altro consente di avere una raffigurazione "a specchio" con la lettera posta sopra.
Appena più elaborata, ma nemmeno di molto, si presenta la grafica della lista Noi, la città, legata alla candidata Camilla Seibezzi, consigliera comunale uscente e delegata ai diritti. Il fondo rosso richiama comunque all'area sinistra e alle battaglie da condurre per i diritti, il nero consente alle scritte di essere piuttosto visibili; l'unica spiegazione della tinta bianca delle lettere "oi", invece, sta nella possibilità che, girando l'emblema, facciano piuttosto leggere la parola "io", riferendosi alla centralità della persona nel discorso dei diritti. Le innovazioni grafiche del contrassegno, tuttavia, si fermano qui, anche se la semplicità di lettura è comunque apprezzabile (e l'uso di elementi ruotati di 45 gradi dà meno staticità all'emblema).
Da ultimo, va segnalato il fregio del Movimento autonomia Venezia, legato alla candidatura di Francesco Mario D'Elia. Non si può certo parlare di successo, dal momento che candidato e lista sono stati i meno votati in assoluto (un record, a suo modo), eppure uno spunto di interesse nel contrassegno c'è. A guardare bene, infatti, sembra di respirare ancora l'atmosfera degli anni '80, quando fu coniato il contrassegno della Liga Veneta, nel quale dominava decisamente il leone alato, rigorosamente riprodotto in bianco e nero e con molta cura per i dettagli. Questa versione, però, è priva del libro aperto, mentre il leone con la zampa destra anteriore brandisce una spada, quella che aveva già aggiunto la Liga Veneta nel 1996. L'istinto battagliero era assicurato, gli esiti elettorali meno.   

lunedì 1 giugno 2015

Simboli in Laguna, le scelte grafiche a Venezia (1)

A urne chiuse e risultati proclamati, vale comunque la pena di scorrere la florafauna simbolica presente sulla scheda votata dagli elettori di Venezia: tra loghi noti e fregi semisconosciuti e creati alla bisogna, le curiosità non sono loro mancate. 
Tra le liste che hanno sostenuto il candidato per ora più votato, Felice Casson, ne spiccano obiettivamente alcune per motivi simbolici (e non solo). Si prenda, ad esempio, l'emblema mostrato da Venezia bene comune, formazione elettorale cui ha partecipato Rifondazione comunista e parte di coloro che erano stati da poco espulsi dal partito: il fondo è rigorosamente rosso, il nome riecheggia quello della coalizione bersaniana del 2013 (e usato in tante realtà locali dal centrosinistra), ma il vero segno distintivo sembra essere la "V" della città, bianca sfumata in rosa, con il tratto che sembra lasciato da un gesso. In uno schieramento privo della "lista Tsipras", sembra questo il contrassegno più simile a quello inaugurato alle europee del 2014.
La lista ha preso l'1,33%, poco meno rispetto al cartello 2020VE, che graficamente aveva la medesima struttura già vista nel contrassegno di Ven[e]to nuovo, raggruppamento politico che sosteneva Alessandra Moretti. Stessa grafica "morbida" ed "ecologista" (in più c'è giusto un elemento rosso che lambisce l'anno e si fonde con la sigla di Venezia), con la presenza delle "pulci" di Sel, dei Verdi europei e, in questo caso, dell'associazione "in comune" nata già alle scorse comunali, in appoggio all'allora candidato sindaco Giorgio Orsoni. In qualche modo, si tratta dell'unione del carattere civico e dell'identità di ciascuna delle tre forze che hanno dato corpo a questo progetto elettorale.
E' stata decisamente meno fortunata la lista Venezia popolare, che ha raccolto essenzialmente "l’anima centrista, cattolica e laica della coalizione", come l'ha chiamata lo stesso Casson nel proprio sito. 
Il nome del raggruppamento, a dire la verità, graficamente non era stato trattato in modo felice, un po' schiacciato in alto, nella mezzaluna rossa superiore, per lasciare spazio anche qui a tre "pulci": quella più grande di Democrazia solidale e quelle più piccole di Centro democratico e della "rediviva" (perché da tempo sembrava avere fatto perdere le sue tracce) Alleanza di centro, il partito fondato da Francesco Pionati nel 2008. 
Di voti però ne arrivano solo 365, lo 0,31%, la quota più bassa della coalizione (la lista Socialisti e democratici, del Psi, ha fatto poco meglio); molto più votata, invece, è stata la lista personale di Casson, che sfiorando i 20mila consensi ha battuto di poco il Pd. 
In un certo senso, per colori ed evidenza grafica, è stata proprio la Lista Felice Casson sindaco a mettersi in competizione con il raggruppamento di sinistra presente nella stessa coalizione: non si vuole affatto dire che qualche voto abbia preso direzioni indesiderate, ma i colori certamente andavano in quella direzione e certamente sono stati graditi da una parte degli elettori.
E' curioso che una scelta grafica simile, peraltro, l'abbia fatta anche Luigi Brugnaro, candidato di parte del centrodestra, che a Venezia come altrove si è legato a diversi candidati sindaci. Si prenda, in particolare, la lista Luigi Brugnaro Sindaco: il colore di fondo somiglia a quello poi scelto dallo staff di Civati per il suo Possibile (ma questo è più scuro, più porpora), ma l'idea del rosso c'è anche qui. Se però Casson ha messo in maggior evidenza il suo nome (bilanciando il suo peso con il maiuscolo del cognome), Brugnaro ha puntato sul suo patronimico, lasciandolo in grassetto; la font, un Gill Sans (almeno per quanto riguarda il cognome), in questo caso però sembra meno elegante rispetto a quella adottata da Casson.
Accanto ai contrassegni di Forza Italia e di Area popolare - che riproduce l'accostamento francamente orribile di simboli visto anche sulle schede regionali del Veneto - ce n'erano anche altri che meritano almeno di essere visti. Ad esempio quello della lista Impegno per Venezia isole e terraferma, legata al consigliere comunale uscente Renato Boraso: l'emblema mette il suo nome in evidenza su fondo rosso scuro (del resto il capolista è stato a più riprese il top scorer delle preferenze alle comunali), il tutto incastonato in una cornice tipica del partito catch all e un po' di centrodestra, con tanto di rappresentazione del leone di San Marco con libro aperto, un grande classico.
L'idea del leone, peraltro, torna anche nel contrassegno della lista Malgara 2020, che come capolista aveva Mattia Malgara, già nella rosa dei candidati sindaci dell'area del centrodestra, ma ritiratosi nella seconda metà di aprile per appoggiare la corsa di Brugnaro. Qui, in realtà, non è riportato il leone alato per intero: se ne vede soltanto la testa con la criniera stilizzata, che va a sostituire il secondo zero dell'anno indicato nel contrassegno; il tutto appare su uno sfondo granata, che regge anche la scritta "un nuovo inizio" e l'ellisse dal bordo dorato che contiene l'accoppiata cognome-anno con cui il capolista intendeva distinguersi sulla scheda.