martedì 17 novembre 2015

M5S, il nome di Grillo pronto a sparire

Del suo sogno "politico", Beppe Grillo aveva parlato poche settimane fa: togliere il suo nome dal simbolo del MoVimento 5 Stelle. Da domani quel sogno potrebbe muovere un passo in più verso la realtà: fino alle 19 di questa sera, infatti, è stata aperta una nuova consultazione per decidere se mantenere oppure no la dicitura "Beppegrillo.it" adagiata "a sorriso" all'interno della circonferenza rossa che delimita il contrassegno. 
Trattandosi di consultazione ufficiale, la notizia è stata data proprio sul sito/blog del leader del M5S, nella forma del "comunicato politico" (numero 56), ripercorrendo in breve la storia del MoVimento stesso e la necessità di dargli vita autonoma rispetto a chi lo aveva fatto nascere:
Il 16 gennaio 2005 nasceva il Blog e il 4 ottobre 2009 a Milano fu fondato il Movimento 5 Stelle il cui simbolo riprendeva l'http://www.beppegrillo.it/. E' stato il primo movimento politico nato da un Blog. Io ci ho messo la faccia, il nome e anche il cuore, ma oggi che il MoVimento 5 Stelle è diventato adulto e si appresta a governare l'Italia credo che sia corretto non associarlo più a un nome, ma a tutte le persone che ne fanno parte. Per questo voglio cambiare il simbolo eliminando il mio nome.
Non si vuole assolutamente cambiare l'emblema o la sua grafica, anche solo in parte: è lo stesso sito a precisare che il nuovo simbolo "comunque dovrà essere riconducibile a quello attuale". L'unica cosa certa è che "Beppegrillo.it" non ci sarà più: l'alternativa è lasciare quello spazio vuoto oppure inserire il nuovo dominio registrato per il M5S, Movimento5Stelle.it. C'è tempo ovviamente fino a stasera perché gli aderenti possano esprimere il proprio voto; al momento, al più, si può fare qualche ipotesi. 
E' vero che il sito indicato finora nel simbolo serviva (anche) a citare il nome di Beppe Grillo e fungeva almeno in parte da richiamo, ma esprimeva soprattutto la vera origine del MoVimento, cioè la Rete: eliminare per intero il sito potrebbe significare in qualche modo recidere, anche visivamente, il legame con internet inteso come luogo di ritrovo, discussione politica e decisione (non a caso la "sede" per il "non-statuto" è ancora il sito di Grillo), dunque qualcuno potrebbe preferire non togliere quel riferimento web. Gli studiosi di marchi e di grafica, peraltro, dovrebbero pensarla all'opposto, parteggiando per la soluzione "minimalista" che tolga ogni riferimento. Posto che il marchio registrato all'Ufficio italiano brevetti e marchi nemmeno contempla il sito, è altrettanto vero che negli anni l'unione della parola MoVimento, la V di fantasia (rielaborata da V for Vendetta) e le 5 stelle gialle ha acquisito grande forza ed è in grado di camminare per conto proprio, senza altre indicazioni. Contro l'inserimento del nuovo sito ci sarebbe poi un argomento anche solo pratico: Movimento5Stelle.it è più lungo di BeppeGrillo.it e, per questo, potrebbe essere più difficile da trattare graficamente. La scelta, in ogni caso, spetta alla Rete: nel giro di poche ore, il nuovo simbolo sarà noto a tutti. 

lunedì 16 novembre 2015

Il "cuore atomico" di Azione in movimento

Negli ultimi quindici - vent'anni, il concetto di "azione" in Italia trova casa soprattutto a destra o, almeno, nel centrodestra. Lasciate stare lo storico Partito d'azione, i sardisti del Partito sardo d'azione o altri movimenti più recenti: Azione giovani e azione studentesca erano i gruppi giovanili legati ad Alleanza nazionale; Libertà di azione prima e Azione sociale poi era il partito guidato da Alessandra Mussolini una volta abbandonata An; Azione nazionale, sorta da pochissimo, è l'associazione nata dai "quarantenni" della Fondazione AN e da ForumDestra per promuovere la riaggregazione della destra italiana. Da alcuni giorni, peraltro, si registra l'esistenza di un nuovo soggetto, Azione in movimento.
Il partito è stato fondato a Macerata da Simone Livi, ex assessore provinciale di Forza Italia; con lui - ne dà conto Cronache maceratesi - vari amministratori ed ex amministratori, riconducibili soprattutto al centrodestra, accanto a persone comuni. Anche in questo caso, come in altri, l'idea di fondo è cercare di restituire fiducia nella politica ai cittadini che l'hanno persa: "Il nome 'Azione in movimento' - spiega il presidente pro tempore, Eraldo Mosconi - deriva da agire per trovare un percorso condiviso con i cittadini sui contenuti da portare avanti. L'ambizione è quella di diventare un punto di riferimento per l'elettorato disilluso, con la presunzione di essere inclusivi per tutti quelli che hanno voglia di lavorare e hanno idee".
Se il congresso del partito è previsto entro sei mesi, un programma esiste già e un simbolo pure: "due ellissi stilizzate, unaverde ed una rossa, che si intersecano tra loro", con la scritta #patrimoniosociale" usata come hashtag. Per Cronache maceratesi, le ellissi si incrociano per formare un cuore, ma francamente qualche riserva è d'obbligo averla. Non perché il cuore non si possa usare in un simbolo (è già stato fatto, sebbene spesso la sua resa grafica sia stata discutibile), ma perché in questo emblema è oggettivamente difficile vederlo: tutt'al più, lo si può immaginare se si uniscono l'arco rosso e la parte destra di quello verde, ma il cuore che esce è piuttosto malconcio. Ha più senso, casomai, considerare quelle ellissi incompiute come le tracce delle orbite degli elettroni, in continuo movimento per dare energia - e quindi azione - alla materia; tra l'ovvio e il rassicurante, poi, l'uso consolidato dei quattro colori nazionali, anche se verde e rosso sono stati combinati in modo obiettivamente più originale del solito. 
Cuore o elettroni che siano, le due ellissi puntano direttamente alle urne: è lo stesso statuto a precisare che l'emblema non sarà usato solo nell'azione politica, ma anche nelle competizioni elettorali, di Macerata e non solo. I prossimi mesi sveleranno quanta azione e quanto movimento saranno capaci di creare.

domenica 15 novembre 2015

Parigi, il simbolo del Pd "alla francese" e a lutto

L'unica certezza è che, così come lo si sta vedendo ora, non finirà su nessuna scheda: non solo perché non ha forma circolare, ma perché non è nato per quello scopo. Non è comunque passata inosservata la scelta del Partito democratico di adattare il proprio emblema in occasione della follia terroristica che, colpendo vari luoghi di Parigi, ha colpito l'intera Europa. 
"Da oggi e nei prossimi giorni - si legge in una nota stampa diffusa ieri dall'ufficio comunicazione del Pd - sulla home page del sito ufficiale del Partito Democratico, il simbolo del partito cambia colore e si veste con il tricolore francese, in segno di solidarietà dopo i tragici attentati di Parigi". La creatura grafica di Nicola Storto, dunque, ha visto cambiare il verde della P della sigla in blu, sul calco della bandiera di Francia; è rimasto invece al suo posto il verde delle foglie di Ulivo, sia perché sono nate così ed era giusto che non venissero toccate, sia perché l'idea di avere delle foglie blu sarebbe stata obiettivamente assai irreale e poco rassicurante.
Oltre al cambio cromatico, lo stesso emblema è stato abbrunato, con la tradizionale striscia diagonale nera per segnalarlo. Non si tratta, in questo caso, di una novità: come è noto, per alcuni anni il Partito radicale aveva presentato la sua rosa nel pugno (disegnata da Marc Bonnet e ottenuta da Marco Pannella) listata a lutto: in quel caso, era stato fatto in segno di protesta, a causa dello sterminio per fame e per guerra nel mondo intero. Il lutto rimase almeno dal 1983 al 1987, tra gli ultimi anni di azione elettorale del Partito radicale in quanto tale (poi sarebbero venute le liste di scopo, la Lista Pannella e i Radicali italiani). Se quella ricordata negli anni '80 era una crisi cronica e duratura, la scelta dei vertici del Pd è stata dettata piuttosto da un evento ben preciso, che ha destato reazioni in tutti i soggetti politici del nostro paese. Si tratta solo di un segno - tra qualche giorno la grafica tornerà quella di sempre - ma è un segno visibile.

venerdì 13 novembre 2015

Dario e Franca: i "misteri buffi simbolici" della coppia Fo-Rame

Era l'anno del Signore 2006. Si votava per rinnovare il Parlamento, ma anche le amministrazioni di varie città grandi, tra le quali Milano. I due contendenti principali, lo si è già ricordato, erano Letizia Brichetto Arnaboldi in Moratti per il centrodestra e Bruno Ferrante per il centrosinistra. Tra le liste a suo sostegno, anche quella di chi, poche settimane prima, era stato un suo sfidante (avversario sembra francamente una parola troppo forte): Dario Fo. Il nome del candidato dell'Unione, in effetti, era uscito dalle primarie e l'ex prefetto era riuscito a prevalere con una certa nettezza; a contendergli quel ruolo, tra gli altri, anche l'attore, che cinque anni prima aveva invece rinunciato alla corsa.
Quella volta, al contrario, si mise d'animo e si misurò con gli elettori di centrosinistra, portando a casa comunque il 23.1% dei voti. Fo, che aveva indubbiamente perso le primarie, evitò però di tendere tranelli a Ferrante e all'interno della coalizione di centrosinistra schierò una propria lista, Uniti con Dario Fo per Milano. Non stupisce che il nome fosse stato indicato in rosso, per dare un buon risalto rispetto alle altre scritte nere; la parte più interessante, tuttavia, riguardava la grafica scelta. 
Se salta all'occhio come le figure centrali siano reinterpretate in una logica "arcobaleno", una banda dopo l'altra, ancora più curioso è il monumento centrale del contrassegno. A meno di errori clamorosi, infatti, il palazzo di forma tondeggiante è esattamente quello della Città ideale, il quadro di autore ignoto che disegna il centro storico ideale e viene ripreso spesso come modello, perfezione ed equilibrio. Non sarebbe chiaro il motivo che ha portato Dario Fo - poi eletto consigliere - ad adottare quel tema, al di là dell'intenzione di rendere Milano una nuova "città ideale", all'insegna della pace e del pluralismo.
Nello stesso anno, 2006, Franca Rame era stata candidata dall'Italia dei valori ed eletta al Senato; pochi ricordano tuttavia che cinque anni prima era già scesa in campo, sempre nell'ambito del centrosinistra. Tra le liste a sostegno di Sandro Antoniazzi, sfidante perdente di Gabriele Albertini (che a Palazzo Marino era dunque stato confermato), spuntò anche un cielo stellato blu, con un nome insolito per le liste, ma decisamente evocativo, "Miracolo a Milano". 
Il film scritto da Zavattini, chiaramente, era poco più che una scusa per instillare l'idea del rinnovamento possibile e necessario in terra meneghina. Come se, in fondo, piazzare un pezzo di cielo stellato su un contrassegno (immaginato generosamente anche sopra il lettore) servisse a invitare il lettore al rispetto e all'ascolto della loro "legge morale". Sarebbe davvero stato un miracolo, di quelli potenti e difficili da cancellare.

mercoledì 11 novembre 2015

E se qualcuno rubasse la ruspa a Salvini?

Il mondo dei simboli, alle volte, può presentare curiosità, stranezze e trabocchetti inimmaginabili, magari persino difficili da preventivare. Qualcuno, poi, a volte sembra studiare di notte per trovare la soluzione che consentirebbe di ottenere, più che una maggiore qualità grafica, qualche voto o vantaggio in più; talvolta, con grande sorpresa di qualcuno, qualche tentativo potrebbe anche riuscire, magari grazie a falle del sistema più o meno visibili. 
Per fare un esempio chiaro, prendiamo la "ruspa" evocata da Matteo Salvini e disegnata dal suo staff di comunicazione per la manifestazione di Bologna dello scorso fine settimana. Si tratta di un emblema indubbiamente efficace, cromaticamente ben leggibile e, a dispetto della forza dirompente richiamata dal mezzo meccanico, piuttosto armonico e studiato con attenzione. Cosa succederebbe, allora, se alle prossime elezioni comunali (ma anche qualora si tornasse a votare per il Parlamento) a qualcuno venisse in mente di utilizzare come contrassegno di lista proprio quella ruspa, riprendendo al 90% la grafica di "Liberiamoci e ripartiamo!" - tra l'altro già pensata in forma rotonda - sostituendo solo l'indicazione dell'evento bolognese con il nome del comune in cui i ribelli di turno volessero presentarsi? Ai rappresentanti leghisti locali probabilmente verrebbe un travaso di bile e, come è naturale, tenterebbero di appellarsi alla commissione elettorale competente, per bloccare la strada ai furbacchioni dell'automezzo; le loro lamentele, tuttavia, sortirebbero qualche effetto?
La risposta, senza alcun dubbio, è no. Potrebbe sembrare strano, addirittura ingiusto: perché mai un gruppo di persone dovrebbe potersi appropriare della grafica elaborata da un partito per la sua propaganda politica e utilizzarla come proprio contrassegno alle elezioni, senza avere condiviso il percorso politico che l'ha caratterizzata (o, magari, avendo lasciato quel movimento con una scissione)? Semplicemente perché, nove volte su dieci, la grafica elettorale, con i relativi slogan, non viene poi ricompresa nel contrassegno elettorale della forza politica che l'ha adottata: questo è molto importante, se si considera che la confondibilità tra simboli viene valutata solo in concreto, cioè solo tra gli elementi effettivamente inseriti in un emblema elettorale. Morale: se un partito non usa nel suo contrassegno slogan e parti grafiche adottate nella propria campagna di propaganda, non può lamentarsi se un'altra lista prende quelle insegne grafiche e le utilizza per sé.
La Lega, del resto, ha già fatto le spese di una situazione simile. Se qualcuno avesse dubbi, vada a leggersi la decisione dell'Ufficio elettorale centrale nazionale emessa nel 2013, sul caso "Prima il Nord!". Quando i rappresentanti del Carroccio si accorsero che Diego Volpe Pasini aveva fatto depositare il contrassegno con lo stesso claim che la Lega aveva utilizzato nei mesi precedenti per la propria attività politica, si erano opposti all'ammissione di quell'emblema, arrivando a lamentarsi anche davanti all'Ufficio elettorale della Cassazione. Ufficio che però aveva rigettato l'opposizione, precisando che, da una parte, gli emblemi di Prima il Nord e della Lega erano completamente diversi e, dall'altra, che la confondibilità va valutata in concreto, rispetto ai simboli effettivamente usati e non a quelli adottati in altre sedi. 
La ruspa, dunque, potrebbe finire sulle schede, senza essere riferibile al Carroccio. Unico modo di cautelarsi, per la Lega, sarebbe tentare di registrare la grafica politica come marchio, così che il Viminale o gli altri uffici elettorali interessati possano chiedere la sostituzione dell'emblema incriminato per l'uso indebito di un marchio (come testimonia, anche di recente, il caso di Forza Juve - Bunga Bunga). Qualche carta bollata in più, dunque, potrebbe servire a mettere in sicurezza la ruspa di Salvini.

martedì 10 novembre 2015

Il Senato si allarga: arriva il Movimento Base Italia

Ognuno ha il passatempo che preferisce: c'è chi fa o ascolta musica, chi scrive, chi dipinge, chi gioca. E c'è chi tiene sotto controllo nome e composizione dei gruppi parlamentari: un'attività semplice, che può dare risultati interessanti. Capita così che un amico ti segnali - mentre tu eri perso a fare altro - che al Senato c'è una sorpresina: il nome completo del gruppo Grandi autonomie e libertà è cambiato di nuovo, esattamente per la sesta volta in due anni e mezzo. La spiegazione è semplice: se si sceglie di dare visibilità alle singole componenti del gruppo (il Regolamento non lo richiede per forza, è una decisione di ogni singolo gruppo), ogni movimento che introduca nuovi partiti nel gruppo o ne faccia venir meno qualcuno si traduce in una modifica del nome. A volte si tratta semplicemente di una scelta di visibilità politica; altre volte questo porta anche a vantaggi concreti, ad esempio se qualche legge elettorale (nazionale o regionale) riconosce alla presenza qualificata in Parlamento l'esenzione dalla raccolta delle firme.
Il ritocco che qui interessa, in ogni caso, è fresco fresco, risalendo al 4 novembre: alle componenti dichiarate di Grande Sud, Popolari per l'Italia, Moderati e Federazione dei Verdi si è aggiunta quella del Movimento Base Italia, al quale ha aderito da pochissimo il senatore Bartolomeo Pepe, eletto con il MoVimento 5 Stelle e da aprile rappresentante dei Verdi al Senato. "Conoscevo già personalmente Pepe - spiega la coordinatrice nazionale del Mib, Emanuela Naso - e avevamo già collaborato con lui nei mesi scorsi per la presentazione di alcuni progetti di legge su temi a noi cari. Non abbiamo mai chiesto a Pepe di rappresentarci, per noi ognuno è liberissimo di determinarsi come crede; è stato lui, un giorno, a chiederci se poteva fare parte della nostra compagine e noi abbiamo accettato. Ci ha fatto molto piacere, probabilmente lui si è accorto che noi le cose non le urliamo in piazza, ma le facciamo". 
Il Movimento Base Italia, in effetti, come partito non è apparso da poco, ma opera già dal 2012, con l'idea di restituire la politica ai cittadini "attraverso una vera azione di pulizia allontanando definitivamente i Politici disonesti dalle istituzioni", come si legge nel sito. La "base" di cui si parla nel nome sarebbe data dalle persone che vogliono aderire al progetto, "mentalmente aperte, ricercatrici e promotrici di una Democrazia Partecipata" e che possono fungere da fondamenta - da "base", appunto - per il futuro. "Siamo l'unico partito ad aver presentato una richiesta di referendum contro l'euro, chiedendo di abrogare le disposizioni di legge o con forza di legge che l'hanno introdotto in Italia (proposta che, per ora, non ha ottenuto abbastanza firme, ndb) - precisa la Naso - siamo stati anche ricevuti dal Presidente della Repubblica nel 2013, dunque non siamo proprio gli ultimi arrivati...".
All'atto della costituzione venne probabilmente naturale mettere in evidenza il concetto di Base e richiamare l'Italia in forma grafica e cromatica: si spiegano così l'uso del tricolore nella resa del nome, il massimo rilievo dato alla parola "Base" e la sagoma del Bel Paese subito sotto, in blu, con la suddivisione regionale a richiamare le peculiarità territoriali; a completare tutto, il fondo azzurrino da partito "pigliatutto", che si rivolge a tutti gli elettori. Poco dopo si è intervenuti per rendere l'emblema più gradevole, aggiungendo un bordino esterno bianco, togliendo rilievo e ombreggiatura alle scritte (Italia viene ingrandita) e allo Stivale e rendendo il fondo un po' più scuro. 
Da circa un anno, poi, si è ulteriormente modificato il segno, mettendo tutto il nome in bianco su uno sfondo ancora più scuro, con sfumatura radiale, mentre il tricolore si sposta in un segmento circolare in basso, ospitando anche la sigla del partito. E' proprio questo simbolo a trovare rappresentanza ora al Senato, per ridare agli interessati alla partecipazione una "base" da cui partire.

lunedì 9 novembre 2015

Azione nazionale, la destra dei "quarantenni"

Alla fine le indiscrezioni avevano qualcosa di vero: di Azione nazionale si era parlato e Azione nazionale ora esiste, presentata oggi a Roma dai suoi artefici in una conferenza stampa annunciata da giorni. La creatura è un movimento politico, volto a riaggregare le anime disperse della destra a partire dai territori, anche se sul nuovo nato pesa già la "scomunica" di Fratelli d'Italia. 

Nome, simbolo e promotori

Il progetto è stato promosso dai primi firmatari della "mozione dei quarantenni" discussa all'ultima assemblea della Fondazione Alleanza nazionale. Avevano tentato di avere l'appoggio politico ed economico dell'ente alla nascita di un nuovo soggetto che rappresentasse in pieno la destra italiana, ma era andata male; al loro fianco, allora e oggi, una trentina di associazioni d'area riunite in ForumDestra. Il nome scelto ha un sapore antico: la sigla, An, è la stessa del partito guidato per anni da Gianfranco Fini; "Azione" figurava nell'etichetta delle organizzazioni giovanili d'area (Azione studentesca, Azione giovani). La denominazione era stata anticipata giorni fa dal sito Destradipopolo.it di Riccardo Fucile: si parlava di un "nuovo contenitore politico", frutto di un'intesa tra Fini e Gianni Alemanno, per molti vero sconfitto dell'assemblea della fondazione, avendo sostenuto con Prima l'Italia i "quarantenni". 
Alla conferenza stampa a palazzo Ferrajoli, però, non hanno parlato né Fini né Alemanno, ma appunto i primi firmatari della mozione: Fausto Orsomarso (consigliere regionale in Calabria, lunga militanza nel Fronte della Gioventù e in Azione Giovani) è il portavoce per i primi tre mesi, gli altri (Sabina Bonelli, Alessandro Urzì, Michele Facci, Andrea Santoro, Gianluca Vignale) sono nel consiglio direttivo. Lì siedono pure (e sono intervenuti) Marco Cerreto, portavoce di Prima l'Italia (e, almeno per ora, nella direzione nazionale di Fratelli d'Italia) e Mario Ciampi, professore di Storia delle relazioni politiche e legato alla fondazione Liberadestra, guidata da Fini. Come presidente del comitato dei promotori ("persone di esperienza politica e di cultura con ruolo di indirizzo culturale e politico"), invece, spunta Pasquale Viespoli, già sottosegretario in tre governi Berlusconi e tre volte parlamentare (per An, Pdl, Fli e Coesione nazionale), ora presidente di Mezzogiorno Nazionale.
Il richiamo ad Alleanza nazionale, in ogni caso, si respira anche nel simbolo, che dall'atto costitutivo risulta depositato all'Ufficio italiano brevetti e marchi da Marco Cerreto, Roberto Menia e Giuseppe Scopelliti (ma i loro nomi nel database ancora non risultano). Il cerchio è diviso in senso longitudinale come nella vecchia grafica, riprendendo anche il nome bianco nella parte superiore blu (certamente in un tono più scuro rispetto al disegno di Massimo Arlechino del 1994). Niente fiammelle nella parte inferiore - Fdi e la Fondazione An reagirebbero subito - ma, sul fondo azzurrino sfumato, spunta una striscia tricolore che in primo piano si sfrangia nelle tre tinte: se la prima parte "trapezoidale" della fascia, con un po' di fantasia, può rimandare a una A, le tre fettucce divise formano visibilmente una N che, grazie a un gioco di ombre, prospettive e al verde che deborda sul semicerchio superiore, dà l'impressione della tridimensionalità. Un tocco geometrico-futurista, dunque, in un emblema che cerca di coniugare tradizione e sguardo in avanti (a proposito, i firmatari dell'atto costitutivo si sono cautelati, introducendo il divieto di uso del simbolo per 5 anni in caso di scioglimento dell'associazione, a meno che non ci sia l'accordo di tutti).

Primarie e programma

La road map di Azione nazionale è tracciata in un documento che, partendo dalla "crisi di identità e di rappresentanza", oltre che di radicamento, del centrodestra italiano, invoca un "profondo rinnovamento nei metodi e nei contenuti" di quell'area, a partire dall'adozione delle primarie per individuare i candidati sindaci (a partire da quelli delle grandi città in cui si voterà nei prossimi mesi) e il potenziale Presidente del Consiglio.
Perché la destra riprenda a generare speranza per gli italiani, dovrebbe guarire se stessa da tre "malattie" (il leaderismo a livello centrale e periferico, la tendenza oligarchica dei ceti politici e "la rimozione della propria storia degli ultimi vent'anni") e proporre un programma solido, imperniato su sei temi: la centralità della Nazione e il rispetto della sovranità, il senso dello Stato, la solidarietà comunitaria, la promozione del Made in Italy e del lavoro italiano, la partecipazione dei cittadini e dei lavoratori e i valori non negoziabili della persona.

Movimento o partito?

Azione nazionale prevede circoli locali aperti alla partecipazione (un comitato etico verificherà "chiari e documentati casi di indegnità"), ma a livello regionale l'organizzazione sarà autonoma, in base alle esigenze dei territori, rispettando direttive e linee di programma nazionali; a fianco del movimento opererà una confederazione di liste civiche e locali, realtà autonoma ma "pienamente integrata nelle finalità e negli obiettivi programmatici" di Azione nazionale, che si fonderebbe meglio a partire dai territori, in una strategia nazionale.
Per una partecipazione ampia e consapevole si apriranno un blog - www.azionenazionale.it - e una piattaforma di voto online (per le decisioni chiave sulla formazione politica); si adotterà poi un sistema di finanziamento "diffuso e trasparente", creando un Albo online dei sostenitori, "da presentare come credenziale della propria correttezza e indipendenza".
Da ultimo, il documento precisa - ma da atto costitutivo e statuto provvisorio non è palese - che gli aderenti ad Azione nazionale potranno essere contemporaneamente iscritti ad altro partito o associazione di centrodestra: ciò a conferma del carattere movimentista dell'ente. Intanto, però, i documenti di base dell'associazione assoggettano i rendiconti ai controlli previsti dalla legge n. 96/2012 per partiti e movimenti; l'atto costitutivo fa pure riferimento, per lo statuto definitivo, all'art. 5 della stessa legge in materia di democrazia interna (disposizione però abrogata dal decreto-legge n. 149/2013, che ora regola la materia in questione: bisogna quindi fare riferimento alla nuova fonte?). Per la legge, dunque, quello denominato Azione nazionale potrebbe porsi come un vero partito, con statuto da registrare, che in prospettiva potrebbe pure presentarsi alle elezioni. La scelta di dotarsi di un emblema tondo (e non quadrato, come quello di Terra nostra), in fondo, non sembra lasciata al caso.