lunedì 9 novembre 2015

Terra nostra, alloro tricolore per la Meloni e Fdi

Se entro gennaio - parole della leader Giorgia Meloni - si dovrà tenere il prossimo congresso di Fratelli d'Italia, secondo la logica inclusiva e ampliativa indicata dall'ultima assemblea della Fondazione Alleanza nazionale, i dirigenti del partito si sono dotati di uno strumento per arrivare meglio preparati all'obiettivo. Il nome scelto per questo strumento è Terra nostra - Italiani con Giorgia Meloni e lo scopo è andare "oltre" i Fratelli (d'Italia), per rispondere "all'esigenza di ampliare la rappresentatività della destra", attraverso la partecipazione di persone provenienti dal mondo della politica, delle associazioni, e delle categorie. 
La trasversalità dell'iniziativa, presentata alla Camera il 4 novembre, è testimoniata dai nomi dei promotori. C'è un "fratello" di provenienza Pdl (e prima Fi), Giuseppe Cossiga, già sottosegretario berlusconiano alla difesa (e figlio dell'ex "picconatore" Francesco); un altro ex sottosegretario Pdl, Alberto Giorgetti, ora è in Forza Italia (dopo una parentesi in Ncd), mentre non hanno avuto incarichi di governo Leopoldo Facciotti (avvocato, impegnato nel mondo dell'impresa) e Walter Rizzetto, eletto nel MoVimento 5 Stelle e ora nelle file di Alternativa libera ("Sono molto attento, soprattutto a partire dai territori, a quello che può essere un rilancio del centrodestra - ha detto -. Serve ritornare fuori da questi palazzi e poter dire ai cittadini che il centrodestra, o la destra, c'è anche su alcuni temi su cui è stata latitante negli ultimi anni, diritti, ambiente ed ecologia"). 
Il nome di certo non è nuovo. "Terra Nostra", infatti, era il tema dell'edizione 2015 di Atreju e richiamava i bisogni e i diritti degli italiani, "spesso discriminati a casa loro": l'etichetta, dunque, era ed è un equilibrio tra l'orgoglio e la rivendicazione di qualcosa che si sente tanto proprio quanto minacciato. Fratelli d'Italia (o, se non altro, la sua evoluzione) dovrebbe essere il futuro a medio termine del gruppo-comitato, avendo alle spalle la costruzione di un programma condiviso che consenta di camminare insieme: per fare questo, però, occorreva unire coloro che vedono in Giorgia Meloni l'emblema del progetto di recupero di un centrodestra vincente, creando un gruppo, senza strutture e riti partitici. 
La stessa Meloni si è premurata di dire che "Terra nostra non è un altro partito, ma un comitato di persone libere non organizzate gerarchicamente, che fanno un percorso parallelo a Fratelli d'Italia" e che dovrebbero riunirsi nella loro prima assemblea il 29 novembre, in vista del citato congresso ri-costituente di Fdi. Nemmeno la Meloni e i "quattro", però, potevano sottrarsi al rito dell'immagine: alla fine della conferenza stampa la leader di Fdi ha mostrato ai giornalisti "un loghetto che abbiamo immaginato". Un emblema non a caso quadrato (e che poco si presta a essere adattato alla forma circolare), come a voler fugare ogni dubbio sulla possibilità che qualcuno voglia presentarlo alle elezioni. La forma e la font bastoni utilizzate, del resto, ricordano in parte il logo di Azione Giovani, presieduta dalla Meloni a suo tempo; al posto della fiaccola con vampe tricolori, due rami speculari (uno verde e uno rosso) con sette foglie ciascuno, a contorno dell'espressione "Terra nostra" come una corona d'alloro. Il nome del progetto, però, è meno evidente della dichiarazione "Italiani con Giorgia Meloni": forse si riferisce anche a questo (e al similalloro) l'interessata, nell'ammettere che il simbolo è "molto napoleonico, infatti a La Russa piace". 
L'idea di "Terra nostra" era piaciuta ai proponenti all'assemblea della Fondazione An della "mozione dei quarantenni" e a Prima l'Italia (vicina a Gianni Alemanno), disponibili a un confronto per costruire una "casa comune della destra". Nuove dichiarazioni dei vertici di Fdi hanno però escluso ogni dialogo con l'associazione annunciata dai "quarantenni" e che stamattina sarà presentata a Roma a palazzo Ferrajoli: si è negato spazio ad "accordi o convergenze con chi da mesi agisce nel tentativo di danneggiare l’unico movimento politico che ha dimostrato" di poter restituire "speranza alla destra italiana" e precisato che "gli iscritti di Fratelli d’Italia che aderiranno a percorsi non concordati col nostro movimento se ne chiamano fuori per sempre". 
Inevitabile la risposta piccata di Marco Cerreto, portavoce di Prima l'Italia, il quale si è chiesto cosa pensasse della questione il cda della fondazione: "il simbolo di An - ha ricordato, contestando gli indirizzi di Fdi - è stato concesso sotto il vincolo di una completa apertura del movimento a tutte le persone e a tutti i movimenti politici che appartengono all'area di destra". Per conoscere il progetto dei "quarantenni" si dovrà attendere qualche ora, per quello dei "meloniani" ci vorrà più tempo, ma il sospetto è che l'atmosfera non si calmerà facilmente, tanto per cambiare.

domenica 8 novembre 2015

Simboli fantastici (10): Partito del Nord o Lega? Cado dalle nubi...

Il simbolo ricostruito
del Partito del Nord
Anno del Signore 2009: dopo avere sfondato nella comicità televisiva (a Zelig, già nel 2005) e nel mercato discografico (con Siamo una squadra fortissimi, l'anno dopo), Checco Zalone - all'anagrafe Luca Medici - sbanca anche il botteghino con la sua opera prima da attore, Cado dalle nubi: un concentrato di situazioni grottesche in grado di far ridere chiunque (o quasi), a prescindere dall'area geografica.
Nella storia di Checco, pugliese innamorato del suo sogno di cantare ed emigrato a Milano in cerca di serate e contratti, a un certo punto compare uno strano teatrino, in un palazzo di mattoni della periferia milanese, all'apparenza un vecchio stabilimento industriale. Lì l'artista arriva con la sua chitarra, convinto di doversi esibire davanti a una comunità di immigrati calabresi, riunita per la festa del peperoncino verde, sciorinando un repertorio rigorosamente meridionale. Entra in scena carichissimo, grida "ciao Calabria!" e attacca una canzone in vernacolo e accento locale sul ponte sullo stretto di Messina, fermato solo da uno sconcertato presentatore che lo spinge dietro le quinte, mentre fioccano i fischi e gli insulti del pubblico sulle gradinate. 
In effetti, si è appena consumata una tremenda vendetta ai danni del cantante-chitarrista, messa in atto da Giulio, impresario cui Checco era stato indirizzato dal cugino: era rimasto scottato da una sua canzoncina sugli "uominisessuali" e, fingendo di voler procurare allo sfacciato artista una data per lanciarlo, aveva trovato il modo per stroncarne la carriera agli esordi. Lanciato com'era, Checco non si era reso conto delle facce schifate e degli abbandoni tra il pubblico quando aveva iniziato a cantare; non aveva sentito che lo stesso presentatore - ignaro di tutto - lo aveva introdotto come un artista venuto "direttamente da Bolzano" e che aveva "rivisitato le melodie celtiche [...] in chiave post-moderna". E, a volerla dire tutta, era stato così ingenuo e superficiale da non accorgersi dell'emblema enorme che campeggiava in sala, in scena e persino all'ingresso del teatrino: quello del Partito del Nord, al quale appartenevano tutte le persone lì presenti, riunite per una cerimonia politica.
Anche il meno attento tra gli osservatori capirebbe che il movimento tratteggiato nel film è la caricatura dei tratti più grotteschi e popolari della Lega Nord. Vale per il fastidio per i terùn, per i fazzoletti verdi e per la commozione generale - sulle note verdiane del Va' pensiero - di fronte all'ostensione dell'ampolla di acqua del Po (poco limpida e pura, dopo le funzioni fisiologiche espletate nel recipiente da Checco prima dell'esibizione). Non poteva mancare un cammeo di Alberto da Giussano, che troneggia nella casa del segretario cittadino Mauro Mantegazza - sulfureo lumbàrd interpretato da Ivano Marescotti - e che Checco, innamorato della figlia di Mantegazza, scambia impagabilmente per un Power Ranger.
E' altrettanto chiaro, però, che nel film la Lega si poteva solo evocare, senza citarla esplicitamente, onde evitare cause e altre beghe legali. Ecco allora partire l'operazione Pdn, cioè Partito del Nord: nel simbolo niente Alberti da Giussano e scritte blu, niente leghe; spazio invece al colore verde di fondo (ingrediente essenziale dell'immaginario leghista, ma assente nel contrassegno fino all'inserimento del "Sole delle Alpi"), alla sagoma della Lombardia - che ricorda le origini della Lega Lombarda - e allo scudo bianco che rimanda all'orgoglio locale di ogni campanile. 
Anche se il risultato grafico finale è volutamente grezzo e poco appetibile (in fondo si tratta pur sempre del simbolo vero di un partito falso e grottesco), la Lega - o, per lo meno, la sua caricatura - viene efficacemente evocata, fino a una delle ultime scene, in cui Mantegazza-Marescotti vuole dimettersi da segretario perché la figlia sposerà il meridionale Checco, ma vari militanti lo esortano a cambiare idea, tradendo con le loro voci la propria origine meridionale. Fosse stata una storia vera, oggi in piazza Maggiore a Bologna ci avremmo trovato anche Checco, senza chitarra ma con spilla e bandiera del Partito del Nord?

sabato 7 novembre 2015

La banda arancione della Sinistra italiana

L'idea grafica è chiaramente provvisoria, basta uno sguardo per capirlo. Non per questo, tuttavia, è inutile analizzare l'emblema scelto per Sinistra italiana, nome utilizzato per i gruppi parlamentari unitari che da lunedì (almeno alla Camera, al Senato è un po' presto) accoglieranno alcuni fuoriusciti del Pd, Sel e certi ex esponenti del MoVimento 5 Stelle. 
Nel sito di Sel, in cui si trova l'immagine utilizzata, il file stesso è denominato "slide" e in effetti somiglia a una diapositiva che si proietta sullo schermo di fondo, come poteva essere quello del teatro Quirino in cui si è svolta la presentazione stamani. Proprio quello, del resto, era l'uso più ovvio per questo "debutto", assieme al pannello della tribuna dalla quale sono intervenuti Alfredo D'Attorre, Stefano Fassina e gli altri (le misure e proporzioni della striscia, a ben guardare, erano quelle). 
Lo stesso D'Attorre aveva precisato, alla vigilia dell'appuntamento, che sarebbe stato prematuro parlare della nascita di un partito, ma qualcuno ha già le idee chiare: "Mi piace parlare di partito - ha detto Nicola Fratoianni, Sel -. Sappiamo che un gruppo parlamentare non è un partito ma noi vogliamo andare in quella direzione. E usiamo la parola 'sinistra' per far capire da che parte stiamo". Cosa che non è strana, per un soggetto che proprio da Sinistra ecologia libertà viene.
Il nome, dunque, è di fatto uno dei due elementi della grafica inaugurata oggi, scritto in bianco-negativo (con una font bastoni di gusto antico) su una banda a parallelogramma, di colore arancione. Un colore che per qualcuno può rimandare alla vecchia campagna elettorale di Giuliano Pisapia a Milano (e, volendo, di De Magistris a Napoli), ma anche all'ultimo tentativo della sinistra di entrare compatta in Parlamento, quello di Rivoluzione Civile (com'è finita - cioè male - è cosa nota). Rispetto ad allora è ben marcata la posizione che si vuole tenere (la sinistra, ovviamente) e non si è fatto ricorso, almeno per ora, a segni grafici di altro tipo, come la stilizzazione del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo.
A qualcuno, però, quell'emblema potrebbe ricordare anche qualcos'altro. Bisogna ammetterlo, occorre spremere bene gli archivi della memoria per ripescare un simbolo quasi passato inosservato nel 2001: quello della lista Paese nuovo, presentato dal centrosinistra come "lista civetta", per evitare che i voti dei candidati di coalizione vincitori nei collegi uninominali fossero sottratti a quelli guadagnati dai Ds nella quota proporzionale, a causa del meccanismo dello "scorporo". Anche quella volta c'era una banda arancione col testo bianco all'interno, inserita in quel caso nel cerchio vuoto. Pur essendo uno degli emblemi più anonimi, raccolse incredibilmente 34mila voti (la metà del Partito pensionati): sfiorò lo 0,1%, pochissimo in apparenza, ma pur sempre di più del Fronte sociale nazionale, di Forza Nuova o dei Repubblicani europei della Sbarbati. Di certo, questo precedente grafico non è felicissimo: anche per questo, urge trovare un altro simbolo, definitivo stavolta.

venerdì 6 novembre 2015

Quando a Milano si suggeriva di votare "No ICI"

Un sano ripescaggio degli episodi simbolici del passato può aiutare gli osservatori, i curiosi e gli interessati (perché stanno per presentare liste o perché studiano il fenomeno) a capire meglio le regole vigenti in materia di contrassegni elettorali e, soprattutto, il modo in cui vengono applicate. Si prendano, ad esempio, le elezioni comunali del 2006 a Milano, una consultazione che meriterà di essere frequentata più volte anche nei prossimi giorni. 
Di candidati alla poltrona di sindaco, quella volta, se ne contarono ben dieci, i simboli a loro sostegno furono addirittura 34 e la loro disposizione obbligò le tipografie a conformare una scheda lunghissima, non proprio facile da piegare. Se però tutti gli occhi erano puntati sulla sfida tra Bruno Ferrante, già prefetto della Madonnina e candidato dal centrosinistra, e Letizia Brichetto Arnaboldi, coniugata Moratti, proposta dal centrodestra e vittoriosa al ballottaggio, qui vale la pena dare uno sguardo a uno dei candidati meno nominati, Ambrogio Crespi, colui che il sorteggio aveva destinato ad aprire la maxischeda elettorale.
Più che di Crespi (fratello del più noto Luigi, già patron di Datamedia), in realtà, vale la pena parlare dei due simboli che lo sostenevano. Uno era la crasi grafica dei Socialisti di Bobo Craxi (con la sola corolla del garofano su fondo rosso, visto che il Viminale pochi giorni prima aveva ritenuto che il gambo fosse un elemento di confondibilità) e della Federazione dei Liberaldemocratici di Marco Marsili, con il suo bird of liberty utilizzato anche dai Libdem britannici (e non solo). L'altra lista, invece, sembrava simboleggiata da un vero segnale di divieto. Era impossibile pensare ad altro, con quel cerchio bianco a pesante bordo rosso, che conteneva la dicitura "NO ICI" in un Helvetica Inserat decisamente schiacciato.
Quella fu la campagna elettorale che Berlusconi chiuse, nel secondo dibattito con Prodi, promettendo di abolire l'Ici, ma già prima da più parti si era chiesto di eliminare il balzello sugli immobili, piuttosto antipatico per molti. Fu lo stesso Marsili a cogliere questo sentimento e a decidere di trasportarlo in un emblema, con la speranza che gli elettori si riconoscessero in quella battaglia e ci mettessero una croce sopra. Le cose non andarono esattamente così: se il cartello I Socialisti - Liberaldemocratici prese 558 voti, No Ici si fermò a 353, sfiorando in entrambi i casi lo 0,1%.
Al di là del risultato di certo non soddisfacente, l'esperienza poteva comunque servire da lezione per chi, volendo protestare contro gli eccessi del prelievo tributario, sceglieva di tradurre la protesta in simbolo elettorale. Nessuno, infatti, bocciò l'emblema di Marsili, così come nessuno ha contestato negli anni il Basta tasse di Luciano Garatti: è nel diritto dei cittadini, infatti, non condividere il sistema di tassazione (chiedendo che sia reso meno duro e iniquo) o lamentarsi di singoli tributi, come appunto l'ex Ici. Diverso era invece citare un marchio registrato come Equitalia, cosa che ha fatto bocciare nel 2013 il contrassegno di Liberi da Equitalia, oppure dare l'impressione di difendere o incitare all'evasione fiscale: sempre Liberi da Equitalia era stato cassato anche per questo, assieme a Forza Evasori di Leonardo Facco e Giorgio Fidenato. Dare l'impressione di voler boicottare la riscossione dei tributi, dunque, non si può fare; criticare la macchina delle tasse o un suo specifico ingranaggio, al contrario, si può. A patto di pagare, ovviamente.  

giovedì 5 novembre 2015

D'Attorre e la Sinistra italiana che verrà

Sarà così il simbolo che verrà? 
Questione di giorni, a quanto pare: sabato dovrebbe nascere "un soggetto unitario della sinistra", acquistando immediatamente rappresentanza parlamentare. Ad annunciarlo è Alfredo D'Attorre, da poco fuoriuscito dal Pd, intervistato da Alberto Maggi per AffariItaliani.it. A dare corpo alla nuova realtà politica, "quelli che hanno lasciato il Pd e Sel, che si mettono a disposizione di questo progetto".
Si ripartirà dallo stesso D'Attorre, da Stefano Fassina e da chi altro vorrà essere della partita (tranne, per il momento, Pippo Civati, il cui curioso percorso parlamentare sarà più chiaro nei prossimi giorni).
Si preannuncia dunque la nascita di un nuovo partito ed è proprio D'Attorre a lasciarlo capire, senza alcun dubbio. Certamente dovrà esserci un nome, che in questa fase contrassegnerà per lo meno il gruppo o la componente parlamentare di riferimento: il deputato ha confermato che nella rosa delle ipotesi c'è Sinistra italiana, ma non è la sola. Unica certezza: "Sicuramente ci sarà la parola sinistra". Da lì in poi inizierà un percorso di alcuni mesi per costituire realmente il partito, che potrebbe nascere "in primavera o subito dopo le Amministrative". Consultazione elettorale che dovrebbe vedere il nuovo soggetto politico presente "sicuramente con duttilità e rispetto per le realtà territoriali che le Amministrative chiedono". A fianco persino del Pd, se questo appoggiasse programmi e candidati "chiaramente di centrosinistra", da tutt'altra parte e in alternativa "al Partito della Nazione" ove la formazione di Renzi si rivolgesse "a figure e ad alleanze di centrodestra".
Nessuna idea chiara, invece, sul simbolo, anche perché sembrerebbe prematuro: D'Attorre per ora annuncia "una sigla", per poi approdare a un vero emblema con il congresso fondativo del partito. Al momento di chiaro ci sarebbe solo il progetto di "offrire un riferimento a un elettorato molto ampio di Centrosinistra che era stato lasciato orfano dal Pd", senza "organizzare una piccola forza della sinistra radicale, esperimento già tentato e fallito in passato", ma costruendo "un partito ampio di sinistra di governo, culturalmente plurale e che superi una vecchia distinzione tra riformisti e radicali".
Certo, se il nome fosse Sinistra italiana, il battesimo potrebbe non essere dei migliori: già l'anno scorso Esseblog.it aveva raccolto un buon numero di proposte per il simbolo di un soggetto politico unitario e il nome più riprodotto era proprio "Sinistra italiana". Peccato che l'esperienza della lista Tsipras - che peraltro è rappresentata al Senato, grazie alla decisione di alcuni mesi fa di Francesco Campanella - sia poi entrata in crisi poco dopo le elezioni europee. Quella denominazione, insomma, potrebbe non essere nata sotto buona stella. Sempre meglio, in ogni caso, di Sinistra unita o unitaria, aggettivi che nella storia - vedere soprattutto alla voce "socialisti" - hanno sempre portato terribilmente scarogna, essendo l'anticamera di una divisione rovinosa.

mercoledì 4 novembre 2015

Il simbolo più letterale? Quello dei "nazionalsocialisti" di casa nostra

A guardarlo, anche con una certa attenzione, si mostra come uno dei contrassegni politici più innocui, tra quelli che si possono immaginare. La grafica, in effetti, è piuttosto anonima e, volendo adottare a ogni costo una categorizzazione visiva, il simbolo finirebbe tra quelli "letterali", in cui non c'è altro al di fuori dell'elemento testuale: non una traccia di colore o di lettering estroso, solo lettere nere su fondo bianco e un arco semicircolare. La sigla più evidente, per lo meno per chi non vede benissimo o se l'emblema è riportato su dimensioni piccole come quelle della scheda elettorale, può non dire molto (e lo scopo, probabilmente, è anche questo), a meno di avere e nozione di tedesco. Nsab, infatti, è la sigla di National sozialistische arbeiter bewegung, che tradotto suona come Movimento nazionalsocialista dei lavoratori. Giornalisticamente in molti hanno parlato di "nazisti d'Italia". 
Al di là delle semplificazioni, è lo stesso sito del partito (che mantiene anche la sigla italiana, sia pure leggermente modificata, Mlns) a ripercorrere le proprie origini, che passano anche dal Partito dei lavoratori tedeschi (Dap, nato nel 1904) e dal Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi (Nsdap): Adolf Hitler - che nella pagina sulle origini del Nsab non viene mai citato, a tutto vantaggio di altre figure meglio tratteggiate - aveva militato nel primo e portato alla nascita del secondo, ma la storia di queste formazioni risale a ben prima dell'inizio della sua vita pubblica, dovendo tornare indietro al 1893 e alla Lega dei lavoratori tedesco-nazionali fondata da tale Franz Stein, con relative e successive evoluzioni. 
In Italia, invece, il Nsab è stato fondato il 5 gennaio 2002 da tale Pierluigi Pagliughi: ci si rifà espressamente all'eredità tedesca, a partire dal cosiddetto "giuramento d'Eger" (datato 1899), con cui ci si era posti il disegno di "combattere le contraddizioni sociali ed economiche esistenti", con i lavoratori tutti impegnati a farlo, per giunta uniti, al fine di ottenere più diritti e vedere migliorato il loro ruolo. Un compito non facile, indubbiamente; ancora più difficile, peraltro, se si considera che quel simbolo, per più di qualcuno, è ai limiti dell'essere fuorilegge, proprio per le esperienze politiche del passato cui rimanda. La Costituzione, come è noto, proibisce la ricostituzione del disciolto partito fascista (cosa che, come si è visto, crea problemi a Fascismo e libertà per l'uso del nome e, talora, del fascio), ma ufficialmente nulla impedisce un partito come Nsab, specie se il suo agire è disgiunto da ogni forma di violenza e odio razziale. Di certo, però, il programma in 25 punti prevede un assetto del potere e dello stato molto diverso da quello attuale: è sufficiente scorrerlo per qualche secondo e fare le proprie valutazioni.
Del simbolo si parla qui, tuttavia, anche per un altro motivo: a più riprese, gli aderenti hanno cercato di presentare il proprio emblema alle elezioni locali, a volte riuscendoci e persino acchiappando qualche consigliere. Il sistema, in realtà, è noto e praticato da tempo, soprattutto negli ambienti di destra o estrema destra: presentare il proprio emblema in comuni sotto i 1000 abitanti - soglia al di sotto della quale la legge non richiede di raccogliere alcuna firma - consente un minimo di visibilità, bastano pochi voti per fare percentuali importanti e, specie se di liste ce ne sono soltanto due, per ottenere qualche eletto.
Di fatto, il Nsab è riuscito a presentare una propria lista nel 2004 a Nosate, nel milanese, arrivando a eleggere due consiglieri. Nel 2006 il copione si è ripetuto a Belgirate (Verbano-Cusio-Ossola), stavolta addirittura con l'elezione di 4 membri del consiglio comunale. Nel 2009 il partito ritentò il colpo a Nosate, ma le cose stavolta non andarono per il meglio e lo stesso può dirsi per le candidature degli anni successivi Il tondo bianco con sigla, tuttavia, non sembra prossimo alla sparizione: potrebbe spuntare qua e là, occhieggiando dalla scheda, magari infilato in qualche urna con una croce sopra. 

martedì 3 novembre 2015

Area popolare: per Cesa, "una sommatoria di simboli"

Qualcuno, sinceramente, lo sospettava già da tempo, anzi, da parecchio tempo. Oggi sono arrivate direttamente le parole di Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell'Udc, a confermare il sospetto: "E' del tutto evidente che l'operazione di Area Popolare si è ridotta ad una sommatoria di simboli". Il cartello, come è noto, era nato per necessità - ma ancora senza il nome - un anno e mezzo fa, quando il Nuovo centrodestra alfaniano e l'Unione di centro si erano resi conto che ben difficilmente sarebbero riusciti singolarmente a superare lo sbarramento del 4% previsto dalla legge elettorale per le europee. Il risultato era stato centrato per un soffio (a dispetto di una grafica elettorale francamente inguardabile), così si era pensato di serializzare l'esperimento, provando a valutare la sua tenuta su scala nazionale e territoriale. 
Prima sono venuti i gruppi parlamentari uniti e l'associazione nata dal notaio, con presentazione di un simbolo "a bicicletta" praticamente mai usato (per non parlare di quello, registrato a nome di Antonio De Poli all'Ufficio per l'armonizzazione del mercato interno, scoperto dal sottoscritto e mai presentato ufficialmente alla stampa). Poi si sarebbe dovuto vedere qualcosa di più concreto e diffuso alle regionali, ma a volte Ncd e Udc sono andate in ordine sparso, altre volte hanno corso insieme ma sempre aggregate ad altre forze, prestando alle grafiche solo il nome del cartello.
Si è già scritto, tra l'altro, che nell'ultima versione del contrassegno comune - quella che si vede sull'account Twitter e Facebook di Area popolare alla Camera - i simboli dei due partiti sono addirittura scomparsi, come se davvero qualcuno avesse iniziato a lavorare alla fusione: difficile persino, a questo punto, parlare di "somma di simboli" come ha fatto Cesa. Il segretario ha lamentato "Troppo evidenti differenze di posizioni regionali e tentativi di annessione" (di portare l'Udc in Ncd, evidentemente, altrimenti non li avrebbe denunciati), oltre che di "difficoltà non risolte all'interno di Ncd", ampiamente riportate dai mezzi di informazione nelle ultime settimane. Morale, dopo la fusione dei gruppi dovevano esserci "assemblee democratiche per la nascita di un nuovo partito aperto alla adesione di altri", che non è mai nato, anzi, "si stanno perdendo pezzi". Certo, l'Udc di oggi non è quella del 2008, che era riuscita a portare a casa un 5.6%, somigliando molto di più a quella che nel 2013 alla Camera aveva strappato poco meno dell'1.8% (con una robusta fuga di elettori verso Scelta civica, e chissà ora quei voti che fine farebbero...): fare previsioni sul futuro del partito di Cesa e Casini, dunque, non è semplice, ma per il Nuovo centrodestra forse lo è ancora meno...