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sabato 30 gennaio 2016

Ma di chi è il Partito della nazione? Il marchio c'è già...

Se ne parla di continuo, più o meno a sproposito; c'entra sempre Matteo Renzi, fulcro a quanto pare irrinunciabile di una nuova formazione che vada oltre il Pd e si allarghi quanto basta, magari arrivando a includere ora ciò che resta del Nuovo centrodestra alfaniano, ora dell'Ala verdiniana. Si tratta ovviamente del Partito della nazione, espressione non coniata da Renzi o dai giornalisti che ne scrivono. 
La paternità recente del "partito della nazione" è di Alfredo Reichlin, che il 28 maggio 2014 sull'Unità aveva scritto: "Renzi si è presentato come segretario di quel partito della nazione di cui discutemmo a lungo ma senza successo anni fa con Pietro Scoppola, al momento della fondazione del Pd"; il 25 giugno aveva aggiunto che era in corso "una lotta che ormai travalica i vecchi confini dello Stato e delle classi", si doveva affrontare il problema "di come rappresentare e dare potere a una umanità che si confronta con una realtà che, insieme a nuove opportunità presenta rischi inediti e quindi bisogni e domande diverse dal passato", con la certezza che "non basterà affidarsi al mercato che si autoregola né alla tradizione socialdemocratica. Bisognerà andare più nel profondo dei problemi sociali e culturali. Muovere da essi in nome di una visione più alta dell'interesse generale, e quindi di una nuova idea del progresso". Col tempo Reichlin doveva essersi reso conto che l'espressione, nell'uso comune, aveva subito una torsione, avendo dichiarato al Corriere della Sera - giusto a un anno dal primo uso - che "Renzi e i suoi la usano come sinonimo di partito pigliatutto, in cui destra e sinistra si confondono. Io invece parlavo di un indirizzo culturale e politico, non di un tipo di schieramento, che superi la contrapposizione tra progresso e reazione". 
Al di là di Renzi, però, bisognerebbe ricordarsi che, salvo usi precedenti, il primo a mettere seriamente le mani su quel nome era stato Pierferdinando Casini, che a un seminario di Todi della Fondazione liberal nel febbraio 2009 - intitolato giusto giusto Verso il partito della nazione - aveva reso più concreto quel progetto, al punto tale che qualcuno aveva seriamente pensato di mettere da parte lo scudo crociato (Lorenzo Cesa ne aveva parlato spesso) e nel 2010 erano girati vari bozzetti con un fregio tricolore, finiti anche sulla "tessera n. 1" data allo stesso Casini nell'agosto di quell'anno: ci pensò l'avvento del governo Monti e la successiva esperienza della coalizione "Con Monti per l'Italia" a bloccare il progetto. 
Tutte queste tappe sono o dovrebbero essere note - le ha ripercorse in rete, tra gli altri, Francesco Costa - eppure forse c'è qualcosa di più. Perché in quelle settimane, a quanto pare, qualcuno un pensierino a utilizzare quel nome doveva averlo fatto sul serio. Risale infatti al 30 aprile 2010 la richiesta di registrazione come marchio di un simbolo con l'espressione Partito della nazione. L'emblema, più esattamente, è così descritto: "cerchio di colore blu contenente all'interno una fascia bianca nella quale e' inserita una bandiera tricolore con i lembi cuciti tra loro; nella fascia superiore di colore blu è riportata un unico rigo la scritta in bianco 'partito' e nella fascia inferiore di colore blu è riportata su due righe la scritta in bianco 'della nazione'; marchio figurativo". 
Sulla resa grafica si può discutere - nell'immagine depositata si vede chiaramente la traccia di un punto metallico - ma quello che interessa è capire chi ha depositato il marchio, peraltro registrato a luglio del 2011. La scheda dell'Ufficio italiano brevetti e marchi non aiuta molto: il soggetto depositante è proprio chiamato "Partito della nazione", con tanto di sede Romana in Via Giuseppe Ferrari, n. 35. Un civico ricco di studi professionali, di avvocati e notai. Ma soprattutto, per i veri drogati di politica, non può sfuggire che quello è proprio l'indirizzo dello studio del notaio Francesco Colistra, lo stesso presso il quale fu costituito il movimento politico Forza Italia il 18 gennaio 1994 (l'atto però fu firmato in via dell'Anima, residenza romana di allora di Berlusconi). Solo un caso, una coincidenza o qualcosa di diverso? Di certo, chi aveva registrato il segno qualche idea di uso futuro l'aveva, invece da cinque anni il marchio è del tutto inutilizzato. Continuerà così?

venerdì 29 gennaio 2016

Fiamma, altolà della Fondazione An al Msi

Non mi si dia della cassandra o del facile profeta di sventura, ma qualche giorno fa, quando ho scritto del rilancio del Movimento sociale italiano - Destra nazionale, coordinato da Francesco Proietti Cosimi e (ri)fondato a suo tempo da Gaetano Saya, avevo sospettato che si mettesse di traverso la Fondazione Alleanza nazionale che, in qualità di soggetto giuridico titolare delle posizioni che erano state del Msi, nel 1995 rinominato Alleanza nazionale, risulta tuttora titolare dei segni distintivi del partito che fu di Almirante.
A volerlo fare apposta, due giorni fa è stata emessa una nota dalla Fondazione An - di cui ha dato ad esempio notizia il Secolo d'Italia - che non lascia adito a dubbi: "Sono apparsi in questi giorni a Roma manifesti riportanti abusivamente il simbolo del Movimento Sociale Italiano (la fiamma tricolore con l’acronimo Msi). Contestualmente notizie di stampa riferivano l’intento di utilizzare tale simbolo da parte di un nascente partito politico, con riferimenti sia ad una sede sia a persone fisiche in guisa tale da trarre in inganno i cittadini. Al riguardo la Fondazione Alleanza Nazionale informa di essere incontestabilmente l’unica legittima detentrice di tale simbolo e pertanto che agirà in giudizio ove perdurasse l’indebito uso dello stesso da parte di chiunque. Numerose pronunce giudiziali hanno infatti stabilito che il diritto alla utilizzazione del simbolo della fiamma tricolore, del nome Movimento Sociale Italiano Destra Nazionale e dell’acronimo Msi spetta esclusivamente alla Fondazione Alleanza Nazionale". 
La stessa nota si preoccupa di indicare espressamente alcune di queste pronunce, che potrebbero essere dettagli da drogati di politica giudiziaria, ma è giusto riportare per completezza. Da una parte, tre decisioni del tribunale di Firenze (ordinanze cautelari del 4 aprile 2006 e - in sede di reclamo - 4 luglio 2006, con la successiva sentenza del 29 aprile 2008, n. 1660) hanno inibito l'uso della fiamma con sigla al Nuovo Msi di Saya e di Maria Antonietta Cannizzaro, dichiarando che Alleanza nazionale - allora pienamente operante - aveva su quel segno un diritto esclusivo. 
Più di recente, e comunque dopo la decisione di sciogliere An, un decreto ex art. 700 c.p.c. (quello con cui un giudice può emettere un provvedimento di urgenza) del 17 maggio 2013 del Tribunale di Avellino, confermato con successiva ordinanza (non impugnata) del 4 giugno 2013, ha affermato quanto segue: "È documentata la titolarità in capo alla ricorrente Fondazione (Alleanza Nazionale) del diritto di utilizzazione esclusiva degli emblemi, simboli, loghi e della denominazione Alleanza Nazionale e di ogni altro segno identificativo, compresi gli acronimi, già appartenuti all'associazione Alleanza nazionale ovvero alle aggregazioni e ai movimenti politici che vi hanno dato causa". Questo è bastato al tribunale a inibire a soggetti diversi dalla fondazione (e da coloro cui l'organismo lo abbia concesso, come Fratelli d'Italia) tanto l’uso del nome, del simbolo e dell’acronimo Msi, quanto quello "di nomi, sigle e emblemi con essi confondibili".
Una grana in più, ma davvero prevedibile, per il Msi-Saya, che nel frattempo ne ha scritto giusto ieri Carlantonio Solimene sul Tempo - ha fatto scalpore anche per avere scelto come nuovo tesoriere Francesco Belsito. Sì, proprio lui, il Belsito che nella Lega Nord finì al centro di uno scandalo legato all'uso dei finanziamenti pubblici ai partiti (scoppiato a pochi mesi dal "caso Lusi" legato alla Margherita). La via verso le amministrative di Roma sembra tutt'altro che comoda...

giovedì 28 gennaio 2016

Terni, la Democrazia diretta diversa dal Pd

Su questo sito lo si è detto spesso: il metro di controllo dei simboli da parte delle commissioni elettorali chiamate a intervenire prima delle elezioni amministrative è, in generale, meno severo rispetto a quello del Viminale per le elezioni politiche ed europee. Troppe cose vanno controllate, magari per più comuni, in 48 ore - specie riguardo a firme e certificati - per cui sui simboli si può essere più morbidi: se non ci sono somiglianze troppo marcate e nessuno si lamenta (o se non si violano altre norme), si lascia correre. A volte, però, le polemiche iniziano prima che i documenti di lista siano presentati: una volta potevano scatenarle le prime affissioni, oggi magari nascono in rete e poi coinvolgono i partiti.
Qualcosa di simile era successo nel 2014 a Terni, quando a contendere la poltrona di sindaco a Leopoldo Di Girolamo - Pd, che cercava la riconferma dopo l'elezione nel 2009 - si erano presentati ben undici candidati, di cui uno interessa qui particolarmente: Francesco Bartoli. Lui, come presidente del comitato "La Terni che vorrei" (impegnato in varie battaglie, a partire da quella sugli autovelox), aveva in un primo tempo cercato di unire le forze di opposizione a Di Girolamo, centrodestra compreso, aderendo anche alla candidatura a sindaco di Franco Todini, che aveva proposto la Lista civica Il Cammello (il nome sembra strano? "La nostra è una traversata nel deserto, un deserto dei valori, delle idee - aveva detto Todini -. In questo viaggio verso la città 'sperata' voglio essere il cammello che accompagna i ternani verso prospettive di vita migliori"). In seguito, comunque, il cammello di Todini ha corso da solo, il centrodestra pure, così anche Bartoli si è candidato a sindaco con la sua lista Democrazia diretta, con l'idea di puntare molto sugli strumenti di partecipazione dei cittadini alla politica locale.
Qual era il problema? Il simbolo, ovviamente. Già a gennaio del 2014, quando si era parlato di adesione al progetto di Todini, qualcuno sul profilo personale di Bartoli aveva parlato di "logo adottato", che assomigliava troppo all'emblema del Pd, al punto da poter indurre gli elettori in errore (e qualcuno scherzava, ma nemmeno poi tanto, dicendo "la P è fatta male"). C'è chi prontamente ha risposto che il simbolo era assolutamente distinguibile e nessuno si sarebbe fatto trarre in inganno; per svariati giorni, in ogni caso, i commenti degli utenti sono oscillati tra la "furbata fregavecchietti" e la "trovata geniale" ("I vecchietti non li frega nessuno... è assodato - continuava quel commento - mentre invece si vuol mettere in luce proprio l'altra faccia della medaglia della scelta del partito democratico, che può essere solo una scelta di democrazia diretta....e poi ci vedo anche un po' di ironia").
C'era davvero la somiglianza? Sì e no: c'era una D al posto di una P e la seconda lettera di Democrazia diretta era in "positivo", quella del Pd in "negativo (e con un piccolo "uncino" nel traforo delle due lettere), i nomi erano tutti diversi e il fondino sfumato azzurro faceva più ulivo che Pd; nonostante questo, escludere completamente che l'emblema scelto rimandasse a quello del partito di Renzi non era possibile. Anche per questo, a qualcuno del Pd di Terni la trovata non doveva essere piaciuta, dunque a marzo è stata inviata - lo aveva scritto, ad esempio, Ternioggi.it - una lettera riservata a La Terni che vorrei per invitare l'associazione a "una rivisitazione grafica" del simbolo,  "al fine di evitare un delicato e non auspicato contenzioso" e per "consentire una chiara individuazione da parte degli elettori”.

mercoledì 27 gennaio 2016

Ncd, parola d'ordine "Nascondere il simbolo"?

Simbolo sì, simbolo no? Tra i rumors più gettonati delle ultime settimane sembra avere conquistato un certo fascino la discussione sull'opportunità di presentare, alle prossime elezioni amministrative, liste con l'emblema dei singoli partiti: l'alternativa sarebbe inserire propri candidati all'interno di formazioni civiche, o che almeno appaiano come tali.
L'operazione avrebbe vantaggi e svantaggi e quasi i partiti interessati, temendo soprattutto i secondi, hanno di solito smentito le voci. Chi medita di non correre con il proprio simbolo lo fa perché, temendo un risultato insoddisfacente, pensa di non rovinare il proprio marchio tenendolo lontano dalle schede; tuttavia, dare agli elettori l'idea di non voler nemmeno provare a schierare un emblema per paura non è esattamente un toccasana per l'immagine di un partito.
I primi retroscena, come si sa, hanno riguardato Forza Italia e la sua possibile sparizione dalle amministrative a causa di sondaggi poco promettenti. Chi di dovere ha chiaramente bollato come sciocchezze queste tesi; non è stata trattata meglio l'idea di Walter Tocci per Roma, che suggeriva di mettere da parte il simbolo del Pd per creare una lista unica di centrosinistra (anche se, ovviamente, le percentuali in gioco sono ben diverse rispetto a quelle della bandierina tricolore). L'ultimo partito per cui si è voluto immaginare una sorta di cupio celandi è il Nuovo centrodestra.  
L'idea emerge da un articolo di Cesare Maffi pubblicato su Italia Oggi pochi giorni fa. In un periodo in cui a più di qualche dem (specie in periferia) l'idea di essere alleati di Alfano procura l'orticaria e, dall'altra parte, Matteo Salvini è sempre più categorico nell'esclusione di Ncd da un eventuale lista unitaria di centrodestra, nel partito del titolare del Viminale la soluzione sarebbe a portata di mano: "evitare la presentazione di liste col proprio simbolo alle prossime comunali" per "aggirare compromissioni". E non sarebbe, a ben guardare, nemmeno la prima volta: alle scorse regionali in Liguria (vinte dal centrodestra), non era forse stato utilizzato il "marchio" di Area popolare, lasciando stare quello di Ncd? 
"In molti casi - continua Maffi - la questione è semplice: bisogna non farsi contare" e per l'autore dell'articolo è facile enumerare, uno dopo l'altro, i casi di formazioni che avrebbero tutto l'interesse a non misurare la propria consistenza nell'urna: c'è ovviamente l'Udc, sodale di Ncd all'interno di Area popolare, ma accanto si ritrovano anche Scelta civica, Centro democratico, i Conservatori e riformisti di Fitto, i Popolari per l'Italia di Mauro, e poi ancora i tosiani di Fare! e la penultima nata, l'IDeA di Quagliariello, fino ad arrivare a formazioni note essenzialmente ai politics addicted come Democrazia solidale (di Lorenzo Dellai) e i Moderati (di Giacomo Portas). Senza contare l'Ala verdiniana, che un simbolo al momento nemmeno ce l'ha.
Lo stratagemma per tutti questi gruppi, a prescindere dalla collocazione politica, sarebbe mimetizzarsi nelle liste civiche, potendo "fingere di essere presenti per interposta formazione, senza subire direttamente l'onta dello zero virgola" e riuscendo anche ad "affiancare, già nel primo turno oppure nel ballottaggio, lo schieramento preferito (nazionalmente o localmente, secondo opportunità, vale a dire secondo possibilità di vittoria)". Tentazioni diffuse dunque, da cui è e deve essere immune (per la propria storia) solo il MoVimento 5 Stelle. Occhio dunque ai simboli civici: i partiti che giocano a nascondino si mimetizzeranno bene o lasceranno qualche traccia sul contrassegno?

martedì 26 gennaio 2016

Santa Maria Capua Vetere libera, nel segno di De Luca

Il cammino lento verso le urne passa anche per Santa Maria Capua Vetere, comune di quasi 33mila abitanti in provincia di Caserta. Qualcuno inizia già a muoversi, soprattutto nel centrosinistra: se - come scritto oggi dal sito interno18.it - quell'area non può più contare su Sel e Rifondazione comunista, la coalizione potrà contare sull'apporto di un nuovo gruppo civico, dal nome SMCV libera, con la sigla che ripropone le iniziali del nome integrale del comune.  Giusto un paio di giorni fa è stata inaugurata la sede della formazione presieduta da Enzo Motta e che, a livello locale, è particolarmente legata al presidente della regione Vincenzo De Luca. 
Il riferimento risulta piuttosto chiaro anche dal punto di vista grafico: il simbolo adottato dalla lista, infatti, ricalca nella struttura quello di Campania libera, sfoggiato già alle elezioni regionali nel 2010 e mantenuto cinque anni dopo quasi identico, nel nome e nei colori, con il fondo azzurro in alto, verde in basso e una riga bianca nel mezzo. E' lo stesso portavoce di De Luca in quella zona, Giovanni Cusano, a precisare che la nascita di SMCV libera è "una testimonianza forte della filiera politica di Campania libera che sicuramente è vicina alle idee e alla realizzazione dei programmi territoriali". 
Qualcuno, peraltro, non è stato particolarmente felice di questo battesimo politico: ha infatti intenzione di partecipare alle elezioni anche Terra libera, legata al consigliere regionale Luigi Bosco, altrettanto vicino a Vincenzo De Luca. Il nome almeno in parte è simile, dunque per qualcuno il rischio di confusione c'è. Tanto più che i due soggetti politici si schiereranno in coalizioni diverse: Smcv Libera sarà tra le liste del centrosinistra, Terra libera, invece, sosterrà la coalizione civica che candiderà a sindaco Antonio Mirra. Proprio Bosco, si legge sempre su Interno18, ha sentito il bisogno di sottolineare che "il movimento SMVC Libera è soltanto una trovata utilizzata da persone che, pur avendo la tessera del Pd, ricorrono alle liste civiche. Persone che prima partecipano ai tavoli del Partito democratico e poi si lanciano nel civismo. Terra libera, invece, rappresenta la reale volontà civica di chi, non avendo alcuna tessera di partito, opera secondo i principi esclusivi del civismo". Anche i colori si somigliano un po', ma francamente nessuno dei due simboli rischia l'esclusione da parte della commissione elettorale: gli elettori, al massimo, dovranno fare un po' di attenzione.

lunedì 25 gennaio 2016

Latina, il microcosmo della Civica dei Borghi

Il 2016 è anno di rinnovo dell'amministrazione comunale anche per Latina. Dopo la sfiducia, a giugno dello scorso anno, del sindaco Giovanni Di Giorgi (Fratelli d'Italia) -proposta dal Pd ma sostenuta anche da Forza Italia - e quasi un anno di gestione commissariale, si torna alle urne e qualche lista già scalda i motori. Almeno un simbolo sicuro c'è già: quello della Lista civica dei Borghi di Latina, che graficamente si presenta molto ricco e - parole del coordinatore Vincenzo Valletta, leggibili ad esempio su LatinaToday - con l'idea di "favorire il dialogo [...] fra chi vive nei borghi, nei quartieri periferici e nella città , fra i vecchi e i nuovi latinensi, fra le generazioni".
Nel contrassegno, in effetti, si nasconde una vera e propria narrazione, che la stessa lista divulga ai media: alcuni elementi di questo microcosmo politico, spaziale e narrativo sono più evidenti, altri lo sono di meno. Vale la pena, a questo punto, lasciare direttamente la parola a Valletta, perché illustri l'emblema in ogni suo dettaglio.
Il simbolo adottato sottolinea come il nostro territorio rinasca dalle acque paludose con i primi insediamenti, 'le lestre', dentro le quali hanno vissuto i bonificatori che hanno, con il loro sacrificio, gettato le basi per la nascita della nostra comunità. L’evoluzione dei luoghi negli anni con le prime costruzioni fino ai giorni d’oggi con un piano urbanistico a misura d’uomo con aree verdi e servizi di qualità.Nella parte bassa del logo i tre punti cardine della nostra visione futura del territorio:- la spiga di grano simbolo della fertilità della nostra terra della operosità agricola, emblema di rinascita per il nostro comparto agricolo tra le migliori eccellenze d’Italia.- le acque che da sempre hanno caratterizzato il nostro territorio; dai canali di bonifica che potrebbero diventare elemento attrattivo attuando progetti di ciclo-turismo e navigabilità, al mare passando per il lago di Fogliano contesto unico in Italia che può sviluppare un turismo naturalistico d’eccellenza.- il verde a rappresentare tutta l’attenzione necessaria a preservare il nostro territorio tutelando l’ambiente, favorendo il giusto contatto con le leggi della natura, rispettando le tradizioni, infondendo un senso di giustizia e conferendo tenacia e stabilità nel seguire i propri progetti.A sormontare il tutto, la nostra patria bandiera, a difesa della nostra identità e nazionalità, riaffermando la centralità della famiglia fondata sul matrimonio.
Come si possa dedurre la centralità della famiglia fondata sul matrimonio dal tricolore posto in alto, francamente, non è dato sapere. Con questo "piatto simbolico" decisamente ricco - forse anche troppo per una miniatura di tre centimetri di diametro, ma comunque con una certa armonia grafica - in ogni caso, l'idea è di comunicare una "volontà di autodeterminazione" per non subire "decisioni 'calate dall'alto' che non rispecchierebbero il comune sentire del territorio e soprattutto che non riguardano affatto le comunità che popolano i Borghi e le diverse frazioni di Latina”. Ci fosse stato Zavattini, invece che Stricarm' in d'na parola (stringermi in una parola), forse avrebbe scritto Stricarm' in d'un diségn...

sabato 23 gennaio 2016

Msi, la fiamma brucia ancora

Ma chi l'ha detto che "non ritorna mai più niente"? Nessuno vuole contraddire il principe De Gregori (Viaggi e miraggi), ma in politica il suo verbo non vale, per lo meno nello studio simbolico. Più appropriato è citare Eraclito e il suo "eterno ritorno dell'uguale", anche se in effetti sarebbe meglio mettere mano all'idea del filosofo e parlare di "eterno ritorno del quasi uguale": quando un emblema ritorna, infatti, difficilmente è identico a quello del passato, se non altro perché nel frattempo tecniche e gusti grafici sono cambiati e limitarsi alla copia carbone di un disegno - che magari all'inizio era fatto a mano, senza essere ben curato - non è mai la scelta più gradevole.
Di più, il ritorno di cui ci si occupa oggi non è nemmeno troppo nuovo, riguardando la fiammella tricolore. E, si badi, non tanto quella mignon che era nel contrassegno di Alleanza nazionale, di cui è titolare la Fondazione An e che dalla fine del 2013 l'organismo ha concesso all'evoluzione di Fratelli d'Italia (dopo che altri soggetti, a partire dalla Destra di Storace e Io Sud di Adriana Poli Bortone avevano provato a ricostituire il Movimento per An, fermati sul nascere dalla fondazione stessa). Stavolta la fiamma che ritorna è proprio quella del Movimento sociale italiano - Destra nazionale. Così almeno si intende dalla caterva di manifesti che da qualche giorno tappezzano vari angoli di Roma: fondo nero, come da tradizione, con uno slogan tipicamente "da fiamma" ("Nel buio della politica noi ci siamo") e l'indicazione di un luogo che per molti romani parla da sé: via Ottaviano 9, la storica sede della destra romana. Lì ebbe sede per molti anni il Msi, lì nel 2011 venne fondato il Movimento sociale europeo e fu quella stessa sede che qualche mese fa le forze dell'ordine tentarono di sgombrare per eseguire uno sfratto, impedito dai militanti della sezione Prati (guidata da Alfredo Iorio, che di quella sede è il responsabile)
Proprio in quella sede questa mattina, a mezzogiorno, è stato presentato il simbolo "rinnovato" del Msi. Che, a scanso di equivoci, non è un partito appena nato, ma quello che sostiene di aver rifondato in continuità con la vecchia esperienza Gaetano Saya. Se la presidenza è di Maria Antonietta Cannizzaro, coordinatore nazionale da alcuni mesi è Francesco Proietti Cosimi, deputato per due legislature, in An nella XV e nel Pdl (con passaggio a Fli) nella XVI: l'emblema lo ha presentato proprio lui.
E' lo stesso Proietti Cosimi a dichiarare al Tempo - intervistato da Pietro De Leo - che "il Msi-Dn è un partito che ha sempre continuato ad esistere con il suo simbolo e i suoi iscritti, che ammontano a diverse migliaia" e la presentazione di oggi è il primo passo verso un rilancio nazionale, che partirà dalle prossime elezioni amministrative: "Ci presenteremo nelle città maggiori, da Roma, ovviamente, fino a Napoli, Bologna, Milano e Torino. Ma correremo anche nei centri più piccoli". L'idea di base è la riaggregazione della destra ("la guerra tra poveri non conviene"), perché, per Proietti Cosimi, "per fare il centrodestra, prima occorra rifare la destra, e al momento non c’è, e non mi pare sia rappresentata da Fratelli d’Italia". Né, beninteso, da Matteo Salvini, autore di "una grande operazione di marketing" che è piaciuta a destra "ma solo perché al momento mancano dei punti di riferimento". 
Per il Msi si dovranno fare le primarie (anche) a destra per scegliere il sindaco di Roma, ma nell'agenda ci sono varie altre cose, a partire da una manifestazione prevista al cinema Adriano il 28 febbraio: in quella data fu ucciso nel 1975, proprio all'ingresso della sede di Via Ottaviano 9, Mikis Mantakas, militante del Fronte della Gioventù. Anche questo, a ben guardare, è un ritorno, così come, lo è lo stesso Msi di Saya, Cannizzaro e Proietti Cosimi. Nato nel 2000 come Destra nazionale, il partito negli anni successivi sembra subire una trasformazione: "dal 2003 al 2005 - si legge nel sito - dopo un lungo, difficile lavoro, osteggiato da forti ed agguerriti poteri occulti, Gaetano Saya riusciva nell’impresa in cui molti avevano fallito, riportare sulla scena politica Nazionale il glorioso nome e simbolo storico". Come possa esserci riuscito, Dio sa come; di certo il Ministero dell'interno non ha mai ammesso l'emblema, che è riuscito a finire sulle schede giusto in qualche comune, in cui il metro di giudizio di confondibilità non è stato applicato rigidamente. 
Vero è che nel 2011 il Msi-Dn è riuscito a registrare come marchio una personale versione della fiamma tricolore del Msi, con la base trapezoidale nera e il punto anche dopo la "I". La versione presentata oggi, invece, ingrassa decisamente la scritta "Destra nazionale" e propone la fiamma a base rossa e lettere bianche, proprio come quella presente nel simbolo di An. La foggia della fiammella, in ogni caso, è la stessa in uso dalla metà degli anni '60 (microritocchi a parte) ed è inconfondibile: riusciranno realmente a usare quel segno oppure la Fondazione An (titolare giuridico del segno della fiamma come soggetto che ha "ereditato" tutte le posizioni di An, già denominata Msi-Dn) e Fratelli d'Italia si metteranno di traverso?

venerdì 22 gennaio 2016

Se la Dc (nuova) querela Sarri: la politica entra in campo

Alle volte calcio e politica si fondono dove e come non te lo aspetti, facendo scoprire agli italiani situazioni e personaggi che diversamente avrebbero ignorato. Non c'entrano il Milan di Berlusconi o la Fiorentina che fu di Cecchi Gori, ma tutto parte dal "caso" calcistico degli ultimi giorni, ossia la baruffa verbale tra l'allenatore del Napoli Maurizio Sarri e il suo omologo dell'Inter Roberto Mancini.
C'è da attendersi un'interrogazione parlamentare su quelle paroline gentili lanciate a bordo campo, quei "finocchio" e "frocio" che hanno colpito il tecnico nerazzurro? Forse, ma il problema qui è un altro. Perché Sarri, in conferenza stampa, ha tentato di aggiustare il tiro: "E' la prima offesa che mi è venuta in mente, gli avrei potuto dire 'democristiano'". Pensava forse di avere depotenziato le parole dette in precedenza, ma non aveva fatto i conti con la sensibilità di chi si sente ancora democristiano. E non poteva nemmeno ricordarsi che ritenere "democristiano" un'offesa per qualcuno sarebbe suonato ancora più grave, sapendo che in quello stesso giorno di ventidue anni prima calava il sipario politico sulla Dc, che cambiava - irregolarmente - il proprio nome in Partito popolare italiano.
Le agenzie, così, hanno battuto la notizia di una querela nei confronti di Sarri, sporta da Alberto Alessi, forte di storica militanza democristiana, anche e soprattutto familiare (il padre Giuseppe figura tra i fondatori della Dc e ne ha sostanzialmente ideato il nome e il simbolo, il primo scudo crociato). Sono gli stessi avvocati di Alessi a precisare: "Non vi è dubbio che il comportamento di Sarri abbia di fatto leso l’appartenenza a colori i quali si riconoscono nella Democrazia Cristiana, oltre che a tutti i cittadini che comunque ne riconoscono la valenza sociale, politica e culturale".
A questo punto, lo sportivo assiduo potrebbe avere già perso interesse per la questione, ma il vero drogato di politica non può non porsi un'altra domanda: a che titolo Alessi può dire che "la decisione di querelare Sarri per le sue parole sulla Democrazia cristiana non è un fatto personale. Ma intendo difendere i valori della Democrazia cristiana e di uomini come Sturzo, De Gasperi e non ultimo mio padre", come ha dichiarato all'Adnkronos? La risposta, almeno in parte, è presente nella stessa agenzia, in cui Alessi jr è qualificato come segretario nazionale della Democrazia cristiana nuova (da non confondersi con la Nuova democrazia cristiana, nome utilizzato da varie formazioni nel corso degli anni).
Cosa sarebbe la Dcn (che prima aveva anche un sito, www.democraziacristiananuova.it, ora non più attivo)? Sono gli stessi che le hanno dato vita - Alessi appunto, nonché almeno il presidente nazionale Nino Luciani - a definirla come un "partito ponte", costituito a Bologna il 12 novembre 2013 per creare "uno strumento politico ed elettorale immediatamente operativo che confermi gli ideali e i programmi della Dc storica": lo stesso partito promuove e sostiene la riorganizzazione della Dc e, come si legge sempre nello statuto, "si scioglie automaticamente al momento della costituzione della Dc storica anche sul piano organizzativo e del contestuale riconoscimento della proprietà esclusiva del simbolo con lo scudo crociato". 
Nella piena consapevolezza che il simbolo storico non sia al momento disponibile, è stato elaborato un diverso contrassegno, che riporta comunque in evidenza la sigla Dc e un elemento crociato, anche se la croce non è immediatamente leggibile: questa grafica non è ancora stata presentata alle elezioni - probabilmente non ce n'è stata l'occasione - ma pare sia stato chiesto in via informale un parere ai funzionari del Viminale per evitare problemi simbolici successivi (visto che, in prima battuta, gli emblemi proposti effettivamente avevano un alto rischio di bocciatura, come si può vedere dalle immagini allegate allo statuto e proposte qui a fianco).
L'idea, insomma, non è di fare un nuovo partito (come sarebbe una "Nuova democrazia cristiana"), ma un partito rinnovato, che abbia una durata limitata e consenta ai democristiani storici di operare sotto un'insegna simile a quella di un tempo, nell'attesa che la vera Dc "storica" venga rimessa in pista, magari con l'aiuto di qualche tribunale. Alberto Alessi, infatti, non si è certo arreso nella sua battaglia per ridare operatività immediata alla Dc. E' probabile infatti che, sempre partendo dalle ormai note sentenze di Corte d'appello di Roma (2009) e Cassazione (2010) che hanno accertato - sia pure incidentalmente e solo per le parti in causa - che il cambio di nome da Dc a Ppi era stato irregolare, Alessi e altri continuino a raccogliere firme di chi dichiari di essere stato iscritto alla Democrazia cristiana nell'ultimo tesseramento effettuato: sulla base di quelle adesioni, si tenterà di nuovo di chiedere a un presidente di tribunale la convocazione dell'assemblea dei soci Dc (praticamente il congresso) a norma dell'art. 20, comma 2 del codice civile, che prescrive che i richiedenti siano "almeno un decimo degli associati".
Non è detto che l'operazione riesca; intanto, però, con la querela a Sarri, Alessi è riuscito a dare un minimo di visibilità al suo "partito ponte", di cui molti probabilmente ignoravano l'esistenza. Basterà per far tornare "quella" Dc? Ai giudici l'ardua - ed ennesima - sentenza.

mercoledì 20 gennaio 2016

Il vortice elegante di Civicamente, a Olbia

Al prossimo turno si voterà anche in Sardegna e, tra i comuni chiamati alle urne, ci sarà anche Olbia. Al momento, per quanto se ne sa, c'è solo un candidato già certo, ma l'annuncio del suo nome sembra avere destato già molto interesse nel mondo politico olbiese. Si tratta di Jacopo Merlini, avvocato, indicato prima come possibile aspirante alla poltrona di sindaco in quota centrosinistra e ora candidato indipendente (non parteciperà alle primarie di Pd e dintorni), forte tra l'altro della sua distanza dai partiti. 
Distanza che Merlini marca fin dal nome scelto per il proprio progetto politico: Civicamente. Alla base, dunque, nessuna piattaforma politica classica, ma la consapevolezza "della necessità di una svolta" e l'intenzione di amministrare la città "con competenza, rispetto e trasparenza", coalizzando "le forze della società civile, dei partiti e dei movimenti che si identificano nella proposta di innovazione e rinnovamento del metodo con cui è stata gestita la cosa pubblica, superando gli steccati ideologici e politici".
Con questi presupposti, era inevitabile che l'emblema individuato per questa lista non avesse alcuna connotazione politica o partitica. La grafica è stata divulgata il 13 gennaio e fin dall'inizio ha riscosso commenti positivi: su Facebook si è letto che quello scelto è un "simbolo fascinoso" o, comunque, piuttosto elegante, deciso a non passare inosservato. Graficamente si è parlato di "un vortice blu" che "deve diventare il nucleo magnetico centrale di attrazione", mentre Olbia.it ha scritto genericamente di "un logo che richiama il mare".
In effetti, quello che con vari riccioli tinti di diverse tonalità (anche sfumate) di verde e blu si forma nel tradizionale tondo somiglia un po' a un vortice marino, anche se viene più facile parlare di un'onda di una certa potenza, una di quelle che un surfista cavalcherebbe volentieri con la sua tavola. Il segno grafico obiettivamente è molto pulito e sulla scheda di certo si distinguerebbe dagli altri simboli più legati alla politica tradizionale o alle esperienze civiche (niente strette di mano, niente monumenti o segni territoriali locali). Comunque vada a finire questa esperienza sul piano elettorale, graficamente la partenza è buona.

lunedì 18 gennaio 2016

Democratici, davvero?

Il titolo potrebbe far pensare male: la "corrente" del Partito democratico legata a Rosy Bindi qui non c'entra nulla. Il riferimento, casomai, è a una notizia di pochi giorni fa, pubblicata da Affari Italiani, in cui si parla di un possibile cambio di nome e di simbolo in arrivo per il Pd. A scriverne è Alberto Maggi, che cita nel suo articolo "fonti dem". 
L'idea che viene attribuita a Matteo Renzi, in fondo, sarebbe semplice: aspettare di veder prevalere i sì alla riforma costituzionale in autunno (per avere, indirettamente, legittimazione per il proprio agire politico) e dare il via alla trasformazione. Come? Togliendo ogni riferimento alla parola "Partito" nel nome e nel simbolo della formazione. "Il premier-segretario - scrive Maggi - avrebbe deciso durante le vacanze estive di accantonare l'idea del Partito della Nazione, anche per evitare l'acronimo PdN, e di optare per il più semplice e immediato Democratici. La parola "Partito" viene tolta per dare l'idea di un soggetto politico giovane, nuovo, moderno e totalmente slegato con i partiti del secolo scorso." L'etichetta "Democratici" sarebbe, sempre secondo l'articolo, pronta per correre alle nuove elezioni politiche con l'Italicum e, per giunta, potrebbe essere il contenitore ideale per far entrare anche Area popolare, Ala, Scelta civica e altre forze troppo piccole per sperare di arrivare al 3%. 
Certo, il nome non sarebbe del tutto nuovo, visto che c'erano già i Democratici di Arturo Parisi (e giuridicamente ci sono ancora: fino a pochi anni fa avevano mantenuto il loro ufficio in piazza Santi Apostoli, ora chissà...): Maggi però sottolinea che il nuovo nome del partito sarebbe "rigorosamente senza la "i", lasciando intendere che basterebbe questo per sviare i problemi di confondibilità (chi scrive ora non ne è così certo, ma senza opposizione di Parisi probabilmente non succederebbe nulla). 
Le stesse fonti dem preciserebbero che il cambio di nome e di grafica sarebbe "l'ultimo step del percorso iniziato da Achille Occhetto alla Bolognina quando, subito dopo il crollo del Muro di Berlino, trasformò il Pci in Pds". Si potrebbe anche aggiungere, volendo, che se nel 1991 spuntò di botto la quercia, nel 1998 il Pds divenne Ds e fece sparire falce e martello: da un certo punto di vista, passare da Partito democratico a Democratici è un'operazione simile, che arriva a 9 anni di distanza dall'adozione del simbolo Pd, disegnato da Nicola Storto.
A livello nominale la questione potrebbe reggere, sul piano grafico è lecito avere qualche dubbio in più. L'immagine pubblicata a corredo del pezzo di Alberto Maggi, infatti, rappresenta né più né meno che una "potatura" dell'attuale simbolo, con la rimozione della parola "partito" e della "P" che la rappresentava. Il colore prevalente diventerebbe il rosso, forse in linea con l'attuale collocazione del Pd nel Pse (collocazione che, peraltro, non andrebbe sicuramente bene a eventuali nuovi ingressi nel partito). Due particolari, tuttavia, convincono poco: il fatto che la grafica riporti ancora la parola "Democratico" al singolare e la presenza del rametto di Ulivo, che ricostruirebbe sì il tricolore ma indicherebbe un legame coi vecchi partiti che il nuovo progetto non vorrebbe contemplare. A questo punto, verrebbe spontaneo chiedersi se i rumors riportati da Affari Italiani riguardino tanto il nome quanto il simbolo, oppure se - e personalmente sembra più probabile questa seconda ipotesi - siano validi solo per il nome e l'emblema sia stato ricavato di conseguenza a partire da quello attuale, senza che l'immagine mostrata sia effettivamente quella cui si lavora nelle stanze dem.
Di certo, da tempo c'è chi si lamenta dello scarso appeal dell'emblema del Pd: lo aveva detto nel 2010 anche l'attuale vicesegretaria del partito Debora Serracchiani, parlando di "logo asettico" e della necessità di trovare "un nuovo simbolo identitario". In quell'occasione, proprio Affari Italiani ritirò fuori dal cassetto le varie proposte inviate dai lettori della testata nel 2007, quando appunto c'era da scegliere il simbolo per il Pd. Torneranno buone per il futuro?

domenica 17 gennaio 2016

Savona, Alternativa socialista con una rosa (ma senza nome)

Chi ha avuto un minimo di attenzione per la politica italiana lo ha visto nettamente: ogni volta che i socialisti hanno usato la parola "unità" o "uniti" nel loro nome, hanno finito per litigare o comunque per dividersi di nuovo, generalmente dopo un risultato elettorale insoddisfacente. Savona è tra le città che si preparano a tornare al voto in primavera e nella frastagliata famiglia socialista qualcosa si muove: sarebbero tre le formazioni pronte a correre con lo stesso emblema alle prossime elezioni comunali, in autonomia rispetto al Pd. Quella legge politica sulla pericolosa unità socialista, tuttavia, dev'essere nota anche ai socialisti del luogo: dev'essere per questo che Psi, Nuovo Psi e "Futuro è socialismo", nel delineare un progetto comune, hanno scelto il nome "rievocativo" di Alternativa socialista, sottolineandone la rilevanza "in un panorama politico sempre più frastagliato e litigioso".
Per evitare il rischio che la maledizione dell'unità si avveri, peraltro, sembra che le forze socialiste abbiano scelto di agire d'anticipo, non mettendo nemmeno il nome sul simbolo che dovrebbe finire sulle schede. Se infatti l'anticipazione del contrassegno data da Radio Savona Sound News è corretta, nella grafica scelta non c'è il nome. C'è invee la rosa, segno quasi obbligato per chi in Europa si richiama al socialismo. La resa è a stencil, un po' come il fiore adottato nel 1997 dai Socialisti (italiani) uniti - un'esperienza che non era andata benissimo - ma stavolta un pugno chiuso stringe il gambo e si vede anche il polso e un pezzo di braccio realistico (richiamando in parte l'iconografia della Nuova sinistra unita e di Democrazia proletaria). Sullo sfondo si staglia un profilo monumentale tutto rosso, in cui - agli occhi inesperti di un non savonese - sembra di intravedere la silhouette della fortezza del Priamar.
L'impressione che emerge è quella di una grafica molto "di sinistra", il che può suonare strano, vista la partecipazione del Nuovo Psi alla lista. Qualcuno, evidentemente, non dev'essere così convinto del risultato visivo (e non solo di quello), visto che in SavonaNews.it è apparso un articolo in cui si parla di un simbolo "che riecheggia il Che Guevara al tempo della rivoluzione Cubana, dove il moschetto è stato sostituito con una rosa". Resterà dunque così l'emblema, molto rosso e senza nome?

sabato 16 gennaio 2016

Movimento civico Italia, dall'Umbria un tricolore per spiccare il volo

Di fatto era già nato alcune settimane fa, all'inizio di novembre; proprio oggi, però, il Movimento civico Italia ha mosso il suo primo passo visibile verso le prossime amministrative e, con lo sguardo più lungo, persino verso le nuove elezioni politiche. Il soggetto politico in questione si pone come l'evoluzione del progetto con cui Claudio Ricci, fino a pochi mesi fa sindaco di Assisi, aveva corso come candidato del centrodestra per la presidenza della regione Umbria.
Il primo step, quasi inevitabilmente, impegna il livello regionale: oggi a Perugia infatti si è "costituito" il coordinamento regionale dei candidati nelle liste civiche (del centrodestra) alle elezioni regionali 2015 - per lo meno, quelli che hanno manifestato la volontà di proseguire l’esperienza iniziata in quell'occasione - e chi desidera rappresentare, nel Movimento, territori, associazioni e gruppi tematici. Il progetto ha un respiro ampio fin da ora, visto che si parla di varie iniziative, compresa una "scuola di politica", ma soprattutto è dichiarato lo scopo di lavorare - lo si legge nel sito di Claudio Ricci - "anche per presentare la lista alle prossime elezioni politiche (previste nel 2018)", oltre che per i prossimi turni di consultazioni locali. Lo sviluppo nazionale potrebbe essere favorito, almeno in parte, dalla collaborazione dell'Istituto Piepoli (lo stesso Ricci indica che si stanno stabilendo relazioni in quel senso e all'incontro di oggi erano presenti alcuni rappresentanti dell'istituto).
Per la nuova esperienza politica già nelle settimane scorse era stato presentato il nuovo simbolo, guarda caso giocato sui quattro colori nazionali come ci si potrebbe aspettare da un partito catch-all collocato in alternativa alla sinistra, pur nella ricercata caratura civica. C'è naturalmente una bandiera tricolore, stilizzata a convessità alternate, a metà tra la sagoma di volatile e il libro aperto; avendo una certa fantasia, peraltro, quella stessa figura potrebbe ricordare un angelo ad ali (tricolori) spiegate, visto il pallino blu messo in cima alla parte bianca e che combacia perfettamente con la concavità che la bandiera crea nel segmento sempre blu collocato sul fondo del cerchio interno. Come dire che la testa, rappresentata dal pallino, è proprio il tassello che mancava per completare la composizione... 

venerdì 15 gennaio 2016

Torino, un abbraccio per Airaudo

Passano le settimane e la scheda elettorale per il comune di Torino si prepara ad affollarsi, a poco a poco. Ieri i media hanno reso noto il simbolo di Torino in Comune, lista civica che sosterrà la corsa a Palazzo di Città di Giorgio Airaudo, già a capo della Fiom a Torino ed eletto in questa legislatura alla Camera nelle file di Sel (attualmente milita nel gruppo di Sinistra italiana). L'intera campagna di comunicazione, insieme alla sede del comitato elettorale, sarà presentata la settimana prossima, ma l'emblema era il primo elemento importante da far conoscere ai cittadini. 
Niente giallo e blu, colori torinesi: i colori sono quelli di un progetto civico di respiro nazionale, visto che sono accostati verde e rosso, con qualche elemento di bianco (parte del testo). Il gioco di parole era quasi inevitabile, per indicare la meta del municipio, il desiderio di portare la città (e i torinesi) nello stesso palazzo e l'idea di considerare Torino come "bene comune", di cui ciascun cittadino deve avere cura. 
Lo stesso concetto di cura, inteso soprattutto come cura reciproca, emerge da una interessante soluzione grafica: le "o" di "Torino" e "Comune" di fatto si uniscono, grazie a una "x" verde che le trasforma in un 8 o, se si preferisce, in un segno di infinito; l'elemento verde, assieme a due punti al centro delle "o", si trasforma a sua volta in un abbraccio stilizzato tra due persone (per dare, secondo Repubblica Torino, "un senso di unione e di comunione"). E' questo, in fondo, il vero elemento caratterizzante del contrassegno, molto più della "pennellata" verde che sottolinea la scritta bianca, su fondo rosso.
Sono gli stessi promotori della lista a sottolineare questo aspetto in un breve messaggio divulgato su Facebook: "Abbiamo voluto un segno grafico semplice, che trasmettesse il senso profondo di quella che è la premessa politica del nostro agire: la ricostruzione dei legami sociali e di comunità. L'abbraccio simbolico tra le due “o” rappresenta in senso astratto i concetti di mutualità, di comune sentire, di azione corale proiettata al cambiamento". Sarà sufficiente per convincere i torinesi? E, se Airaudo non dovesse arrivare al ballottaggio, si preparerà un abbraccio con uno dei due contendenti rimasti? Nel frattempo, peraltro, c'è una piccola questione da risolvere: in base alle norme in vigore, tutto l'emblema deve stare all'interno del cerchio. Se così è, è improbabile che l'archetto che ospita il nome del candidato sindaco resista così com'è...

mercoledì 13 gennaio 2016

La "lunga marcia" dei socialisti secondo Carlo Correr (seconda parte)

(segue dalla prima parte)


Una tappa importante nel cammino tormentato dei socialisti in Italia, raccontata da Carlo Correr nel suo libro Una lunga marcia, è rappresentata dalla nascita dei Socialisti democratici italiani, il 10 maggio 1998. 
Nell'ambito delle formazioni socialiste della Seconda Repubblica, l'etichetta dello Sdi è forse quella che è durata maggiormente (quella del ricostituito Partito socialista, tra una manciata di mesi, potrebbe eguagliare il record); il percorso per arrivare a quel risultato, tuttavia, non era stato affatto semplice e, anzi, in nome di quell'obiettivo si erano registrate spaccature e scaramucce che avevano aumentato il già consistente tasso di litigiosità tra ex compagni di garofano.
Si è già detto che, mentre i Socialisti italiani nel 1996 si federarono con Rinnovamento italiano, senza presentare il proprio simbolo, altri socialisti avevano scelto di organizzarsi al di fuori del centrosinistra, tentando di riallacciare i legami con la tradizione più recente. Dall'unione del Partito socialista riformista (di Fabrizio Cicchitto ed Enrico Manca: da lì veniva il sole nascente accoppiato al libro), della Sinistra liberale (di Maurizio Sacconi) e dei Liberalsocialisti (in cui Margherita Boniver e Ugo Intini si riconoscevano) era rinato il Partito socialista: esso aveva una chiara ispirazione craxiana (benché lo stesso Craxi li avesse sconfessati) e, se il Si era rimasto volutamente lontano da ogni segno legato al passato, il Ps esibiva con orgoglio un mazzo di garofani. Alle elezioni del 1996 quello fu l'unico simbolo dichiaratamente socialista (anche se il Viminale costrinse il Ps a rinunciare alla parola Partito e alla doppia corona rossa, nonché ad allargare il mazzo di fiori, per evitare che qualcuno si confondesse con il "vecchio" Psi): "Il fatto che non ci fossero altri garofani consentì a Intini e agli altri di avere buoni risultati, per lo meno nei luoghi in cui si presentarono - ricorda Correr - e non fu affatto semplice, visto che non avevano fondi a disposizione, né alcuna struttura per raccogliere le firme, a differenza del Si". 
Nel 1997 Intini e Boselli vollero comunque tentare di rimettere insieme i cocci del mondo socialista presenti da una parte e dall'altra dello schieramento, in vista delle elezioni amministrative di quell'anno. Ci provarono con i Socialisti italiani uniti, una mediazione politica, nominale e anche grafica: in più di un luogo - a partire da Milano - si accostarono il garofano prima maniera di Ettore Vitale (con un gambo allungato alla bisogna) e una stranissima rosa, quasi disegnata a stencil, segno dell'accostamento delle due diverse famiglie di socialisti. "Anche quello fu un compromesso grafico - ammette Correr - e nemmeno quello portò bene, come tutti i compromessi, del resto".
L'esperienza, come si è detto, andò maluccio, ma pose le premesse per l'inizio di una nuova storia, quella dello Sdi, costruito soprattutto a partire dal Si, dalla parte dei Ps che aveva seguito Intini nella volontà di riunificare i socialisti (la parte più vicina a Gianni De Michelis si sarebbe stabilita nel centrodestra) e dai socialdemocratici di Gianfranco Schietroma. In quell'occasione si ripescò una rosa, ma non quella dell'anno prima e nemmeno quella del 1994, bensì quella legata al Partito socialista europeo: "Quella scelta fu fatta - spiega Correr - anche perché, nello stesso periodo, i Ds appena nati quasi si vergognavano di mostrare la propria appartenenza al Pse, avevano la stessa rosa nel simbolo ma si guardavano bene dal chiamarsi 'socialisti': noi invece, mettendo il fiore in grande evidenza, volevamo ricordare agli elettori che in Italia eravamo gli unici a rappresentare il socialismo europeo con tutte le carte in regola". Il fatto che l'emblema non fosse originale ma mutuato dalla famiglia europea non lo fece avvertire a nessuno come "straniero": "Mettere la rosa del Pse consentiva di evitare imbarazzi legati al garofano, così come la dicitura 'Socialisti democratici italiani' consentiva di comprendere nel partito anche chi proveniva dal Ps e dal Psdi: fu una buona soluzione, in cui in tanti si potevano riconoscere".
Il problema di superare lo sbarramento del 4% alle elezioni politiche, tuttavia, era rimasto e si continuò la politica delle alleanze, anche quando risultavano poco plausibili. Proprio il ritratto di quella "sintesi tra ambientalismo e riformismo" che voleva essere in origine il Girasole, ossia il cartello elettorale messo in piedi dallo Sdi con la Federazione dei Verdi (e che inizialmente doveva comprendere anche il Pdci di Diliberto, ma i socialisti si misero di traverso). "Viste le alleanze precedenti, le alternative rimaste erano ben poche - ricorda Correr - e paradossalmente il Girasole è stata quella più strumentale e meno spiegata di tutte. Ci furono liti sul programma e scontri continui anche tra le due anime interne ai Verdi, quella ambientalista e quella 'ex demoproletaria'; l'alleanza fu mal digerita dagli stessi dirigenti dei partiti e non c'è da stupirsi che l'esperimento non sia andato oltre le elezioni, visto il 2,2% raccolto, del tutto insoddisfacente". 
Quella vicenda simbolica, peraltro, merita di essere raccontata a parte e lascio direttamente la parola al libro di Correr:
Lo stesso simbolo elettorale nascerà al termine di un parto estenuante e dolorosissimo, fatto di interminabili riunioni e di una serie lunghissima di bozzetti bocciati all’ultimo momento. Un lavoro massacrante di mediazione e infiniti rifacimenti grafici, che per lo SDI poggerà soprattutto sulle spalle del responsabile della segreteria di Boselli, Emanuele Pecheux, un compagno della direzione stimato per la sua disciplinata fedeltà al partito, reduce del vecchio PSI di via del Corso, forse l’unico capace di non smarrire la pazienza per strada. A spuntarla saranno sostanzialmente i Verdi e Carlo Ripa di Meana, già europarlamentare ed esponente di spicco del PSI con Craxi, e in seguito portavoce dei Verdi, chioserà acidamente: 'Un simbolo transgenico!'. Nel cerchio il simbolo storico del ‘Sole che ride’ e la scritta 'VERDI', sovrasteranno anche graficamente lo rosa socialista europea e la scritta 'SDI' mentre nella metà inferiore della circonferenza la scritta ‘IL GIRASOLE’ segnerà l’ultimo punto a favore degli ambientalisti avendo inserito nella lettera ‘O’ un nuovo 'Sole che ride' [in realtà era un girasolino, sempre e comunque legato ai Verdi, ndb]. Il braccio di ferro lascerà uno strascico doloroso che non aiuterà certo a raccogliere voti.
Per amore del vero, se di quel 2,2% raccolto circa metà poteva attribuirsi ai Socialisti democratici italiani, quindi poco più dell'1%, non andò troppo meglio al Nuovo Psi, evoluzione del Ps rimasto nelle mani di De Michelis (con l'unione della Lega socialista di Bobo Craxi, almeno in una prima fase) e collocato "in asilo politico" nella Casa delle libertà: il partito si fermò allo 0,95% e non riuscì nemmeno a portare a casa il finanziamento pubblico per quella tornata elettorale. Andò un po' meglio nel 2004, alle europee, quando sulle schede il garofano di Ettore Vitale senza gambo divenne simbolo dei Socialisti uniti per l'Europa (cartello cui partecipò anche Unità socialista di Claudio Signorile), fu l'unico emblema espressamente socialista e portò a casa il 2%.
Se il Girasole era stato vissuto essenzialmente come un passaggio burocratico e ben poco sentito, doveva essere diverso il discorso nel 2006 per La Rosa nel Pugno, che fin dall'inizio non era stata pensata come un cartello, ma come un progetto duraturo. "Credo sia stata la più combattuta, ma anche la più 'metabolizzata' delle alleanze - ricorda Correr -. Dentro allo Sdi e ai Radicali italiani la componente 'fusionista' è sempre stata forte storicamente, c'è sempre stato molto dibattito e molto ragionamento nelle scelte fatte assieme ai radicali. Per me e per altri quella è stata l'ultima opportunità che i socialisti, in quanto tali, hanno avuto per una 'trasmutazione', per fare qualcosa di davvero nuovo, era realmente promettente e avanzata. Come avvenne con il cartello coi Verdi, tuttavia, tanto tra i radicali quanto tra i socialisti c'erano componenti fortemente contrarie all'operazione (a qualche socialista non andava giù la troppa laicità radicale, a certi radicali non piaceva la nostra organizzazione e 'burocrazia' interna) e non hanno collaborato".
Archiviata la Rosa nel Pugno, nel 2008 si è tentata la corsa solitaria, con il cattivo risultato di cui si è detto nella prima parte (non era andata meglio nel 2009 con il cartello di Sinistra e libertà alle europee, un insuccesso elettorale condito da litigi). Nel 2013 in effetti il Psi è riuscito a riaffacciarsi in Parlamento, ma senza presentare proprie liste: la rappresentanza è arrivata grazie all'inserimento di candidati nelle liste del Pd. Secondo Correr il partito è diviso "tra il tentativo di mantenere l'apparenza di un'esistenza, quella del simbolo tradizionale, e un processo sostanziale di assimilazione all'interno di un altro partito, in forme che appaiono né lineari né trasparenti". 
Nel frattempo, dal 2005, lo Sdi prima e il Psi poi sono titolari - in forza di un atto notarile a firma dell'allora liquidatore del Psi - del simbolo storico del garofano: c'è mai stata la tentazione di utilizzarlo? "Tra gli iscritti e i simpatizzanti c'è chi lo vorrebbe - riconosce Correr - una parte della base prova indubbiamente nostalgia e il sentimento potrebbe crescere con l'avanzare di un 'nuovo indistinto', anche se servirebbe un indagine statistica seria per capire le dimensioni del fenomeno. I vertici di partito degli ultimi anni, invece, a tornare al garofano non ci hanno proprio pensato, credo si sia lontani anni luce dalla tentazione di provare a vedere come l'elettorato potrebbe rispondere. Usare un vecchio simbolo, del resto, non significa affatto essere quel partito". Nel finale della "lunga marcia dei socialisti" raccontata da Correr, dunque, non sembra esserci posto per il garofano, se non nel cuore di chi si è identificato in quel fiore e nel mondo che riassumeva in sé.

martedì 12 gennaio 2016

La "lunga marcia" dei socialisti secondo Carlo Correr (prima parte)

Le storie politiche non sono mai lineari; negli ultimi anni, anzi, siamo stati abituati a molti travagli, fermate, ripartenze e riorganizzazioni più o meno precarie. Spesso i vari passaggi sono stati marcati anche sul piano simbolico e meritano di essere raccontati da chi, quelle fasi, le ha vissute in prima persona. 
Da pochi mesi è uscito, per la Nuova Editrice mondoperaio, Una lunga marcia, libro in cui Carlo Correr si propone di raccontare - come recita il sottotitolo - "i socialisti italiani dopo il 1993": lo fa da una posizione privilegiata, che lo ha visto entrare nel 1982 nella redazione di Avanti!, per poi diventare - dopo la bufera di Tangentopoli - capo ufficio stampa del Psi e, in seguito, direttore di Sì al futuro e dell’Avanti! della Domenica, organi rispettivamente dei Socialisti italiani (Si) e dei Socialisti democratici italiani (Sdi), nonché responsabile dei siti web legati al partito. 
La narrazione contenuta nel volume di Correr rappresenta un punto di vista autorevole e informato sulle vicende di quegli anni, sulla storia tormentata dei socialisti in Italia dopo il ciclone da cui si sono fatti travolgere nei primi anni '90; tra una storia e l'altra, a modo suo, dà conto anche dei passaggi di nome e simbolo che nel tempo sono stati affrontati, non sempre con successo e spesso senza che l'elettore medio ne fosse seriamente a conoscenza.
La riflessione parte da un dato che si trova nell'introduzione del libro. L'ultima presentazione a livello nazionale di liste del Partito socialista (così si chiamava ancora allora) risale al 2008: il risultato fu drammatico - sotto l'1%, senza eletti - per una tradizione ultracentenaria, ma non ne parlò quasi nessuno, nei media e tra la gente. "Forse - osserva Correr - il disinteresse per l’assenza dei socialisti dal Parlamento dopo oltre un secolo, è solo la conferma che in realtà la vera uscita di scena nell'immaginario collettivo, avvenne non nell'aprile 2008, ma nel dicembre 1993", quando in un'infuocata assemblea nazionale la linea di Ottaviano Del Turco prevalse su quella di Craxi e si preparò l'alleanza con il Pds. 
A questo si aggiunge un altro dato, ancora più rilevante: l'ultima volta in cui un simbolo socialista di ampio respiro era apparso sulle schede delle elezioni politiche o europee prima del 2008 era datata addirittura 1994"Per una questione tecnica, legata alle leggi elettorali - mi ricorda Correr - dopo il 1994 il Partito socialista, o ciò che ne era rimasto, ha via via smesso di presentare candidati col proprio simbolo, pur continuando a farlo localmente per un certo periodo. La scelta di non presentare l'emblema può comunicare agli elettori uno stato di debolezza del partito, di rinuncia preventiva a correre coi propri colori, come un malato che si lasciasse andare senza provare a curarsi, dando per scontato che non ci siano medicine che lo guariscono. Nel partito si è dibattuto a lungo: per molti militanti non presentare proprie liste è pari a una disfatta, bisogna almeno provare a candidarsi, anche se non arrivano seggi; per alcuni dirigenti, specie quelli più legati alla 'burocrazia' interna, invece è fondamentale avere chance di essere eletti, anche se questo comporta allearsi con altri partiti o farsi ospitare nelle loro liste, invece che presentarne di proprie".
Per il Psi "storico", se il 1992 è stato l'anno di Tangentopoli, il 1993 ha visto la fine dei simboli dell'era craxiana. Ad agosto per morosità si era persa la sede di Via del Corso, a favore dei vecchi locali amministrativi dell'Avanti! in via Tomacelli; nell'assemblea nazionale del 16 dicembre 1993, citata prima da Correr, si scelse di abbandonare anche il garofano. Al suo posto, venne scelta una rosa stilizzata, il cui gambo doveva fare da "i" nella sigla del partito: la grafica è attribuita a Ettore Vitale, lo stesso autore del primo garofano socialista alla fine degli anni '70, eppure il risultato è almeno discutibile. "In effetti era vero - ammette oggi Correr - e la cosa è curiosa se si considera che Ottaviano Del Turco, che come segretario aveva la responsabilità del simbolo e dunque alla fine lo scelse, è un pittore anche piuttosto bravo: in quel momento si assunse pure la responsabilità 'artistica' della nuova immagine... Quella scelta simbolica, in ogni caso, era frutto di una sintesi tra la necessità di mantenere la tradizione socialista e l'assoluto bisogno di rinnovarla attraverso il segno della rosa, che faceva riferimento al socialismo europeo, quasi volendolo far apparire come qualcosa 'di meglio' di quanto era stato il socialismo italiano dell'ultimo periodo".
Cambiare i simboli allora era un affare serio, eppure non bastò a dare realmente il senso di una fase nuova: "Anche grazie ai media, ogni episodio di malcostume era immediatamente identificato con i socialisti e solo dopo con gli altri partiti coinvolti in Tangentopoli - ricorda Correr -. La magistratura aveva fatto pulizia nel partito, i dirigenti erano cambiati, ma la nostra azione politica era continuamente sotto esame e il rischio di essere colpevolizzati di tutto era sempre dietro l'angolo". Alle elezioni del 1994 la botta fu tremenda: 2,19% rispetto al 13,62% del 1992, solo 24 parlamentari eletti nei collegi uninominali (buona parte dei quali si sarebbe poi allontanata dal Psi). 
Per non farsi fagocitare dal Pds, i socialisti iniziarono ad allearsi con altre forze minori, tentando di aggirare sbarramenti o unire forze per portare a casa più eletti. Alle europee del 1994 andò male però la "bicicletta" con Alleanza democratica (1,8%): Correr parla di "storica sfortuna delle alleanze elettorali con simboli multipli che non è mai arrivata a raccogliere la somma dei consensi precedentemente ottenuti dai singoli partiti". Eppure anche per lui c'era anche qualcosa di più profondo: "Non dimentichiamo che Ad, guidata da Ferdinando Adornato, nasceva anche sul presupposto che i socialisti 'portavano una croce', era come se una vittima avesse corso con il proprio carnefice e Adornato era proprio lontano dal modo socialista di intendere la politica: gli elettori probabilmente avvertirono questa incoerenza, ma per il gruppo dirigente di allora non vide altre opportunità per presentarsi alle elezioni e sperare di ottenere più seggi".
La sensazione era che la storia del Psi fosse arrivata al capolinea: il 13 novembre 1994, dopo che Valdo Spini era uscito per formare la Federazione laburista, il congresso alla Fiera di Roma decise che era ora di voltare pagina, stavolta definitivamente. Il Psi, schiacciato dai debiti, viene messo addirittura in liquidazione (era successo anche al Pli pochi mesi prima) e nel giro di poche ore nacque un nuovo partito, con tanto di nuovo emblema: i Socialisti italiani. "Anche l'allora segretario Enrico Boselli e la sua compagna avevano una passione per la grafica, benché il risultato finale del logo sia stato tutt'altro che memorabile. Qui del passato non c'era proprio nulla: giusto il puntino rosso della 'i' a qualcuno ricordava la corolla del garofano, ma in realtà era stato messo per richiamare il tricolore, assieme al bianco del fondo e al segmento verde in basso. Era chiaro l'intento di creare una cesura totale rispetto al passato, anche e soprattutto per l'assoluta esigenza di tenersi il più lontano possibile dal vecchio Psi in liquidazione, onde non doversene accollare i debiti, un problema che è durato molti anni". 
Il simbolo pennellato dei Socialisti italiani, peraltro, rappresenta un caso più unico che raro: il Si è forse l'unico partito che abbia agito per anni sulla scena politica italiana senza mai depositare il proprio simbolo al Ministero dell'interno in occasione di elezioni politiche ed europee (liste autonome risultano presentate solo a livello regionale o locale). Tra il 1995 e il 1996, infatti, il partito guidato da Boselli si presentò all'interno del Patto dei democratici (con il Patto Segni e Alleanza democratica) e di Rinnovamento italiano: i socialisti transitati nel centrodestra, invece, nel 1996 sulla scheda c'erano, a modo loro. Questa fase, però, merita più attenzione. 

(fine prima parte - segue seconda parte)