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venerdì 8 gennaio 2016

Quando la Quercia sopravvisse a Barletta


Se la matematica non è un’opinione, fare di conto a volte lo è. Per i discreti conoscitori della politica italiana, per esempio, i congressi dei Democratici di sinistra sono stati quattro; per i drogati di politica, invece, sono stati cinque. Tutto bene fino a quello di Firenze nel 2007, ma per loro bisogna assolutamente aggiungere quello di Barletta nel 2008. Quello che, per chi lo ha celebrato, avrebbe certificato la resistenza in vita (e attività) del partito.
Posto che in Italia - su queste pagine lo si è visto spesso - formare un governo è più facile che sciogliere un partito, quando un gruppo politico sceglie di confluire in un'altra sigla occorre innanzitutto un congresso che decida la confluenza, ma non finisce lì. Il "vecchio" partito, infatti, smette di operare politicamente ma resta in piedi, almeno finché ci sono rapporti pendenti (debiti, crediti e, soprattutto, liti giudiziarie); solo quando tutto o quasi viene chiuso, il sipario può calare.
Qualcosa di simile era accaduto ai Ds: alla fine del IV congresso, il 21 aprile 2007, si era deliberato che "all'atto della nascita del Partito democratico verrà conclusa l’autonoma attività politica dei Ds". Tutto bene? Non per tutti. Antonio Corvasce, classe 1970, per esempio non ci sta. Non gli interessa entrare nel Pd o in altri partiti (o fondarne uno): lui vuole "solo" restare diessino e mantiene la carica di capogruppo dei Democratici di sinistra in comune di Barletta.
Da avvocato quale è, al suo ragionamento Corvasce dà subito una veste giuridica, anche se prima viene la questione politica: tutti i dirigenti Ds che sono anche fondatori del Pd hanno lasciato il partito senza una guida, mentre è proprio nel partito della Quercia che Corvasce e altri vogliono continuare a operare. Le elezioni politiche sono nell'aria e per qualcuno occorre muoversi in fretta: a fine novembre 2007 nasce un comitato di base (cinque dirigenti Ds della provincia di Barletta) che avvia un nuovo tesseramento; lo stesso comitato convoca per il 28 febbraio 2008 una "assemblea generale degli iscritti". 
Quel giorno, a Barletta, si ritrovano in 31, 26 presenti e 5 invitati, ben decisi a dichiarare entro il 3 marzo che i Ds sono vivi e assolutamente vegeti: quello, infatti, è il termine finale per presentare i simboli al Ministero dell'interno. Dal pensiero si passa all'azione: dopo due ore di assemblea, si convoca e si dà subito inizio - quello stesso 28 febbraio - al V congresso straordinario "per la continuità", che inizia subito; vista «la presenza totalitaria degli iscritti» (la trentina di persone che ha aderito al tesseramento) non si perde tempo. A tempo di record si presenta e si approva all'unanimità il regolamento congressuale (in un'oretta), l'unico candidato alla segreteria - Fedele Giannone - illustra il suo programma e alle 22 e 15 si ritrova segretario dei Ds, mentre dieci minuti dopo Corvasce è acclamato presidente. E' quasi l'una del 29 febbraio e il congresso si chiude, con un nuovo statuto (quello uscito nel 2001 dal congresso di Pesaro, senza norme transitorie) e gli organi interni ricostituiti. 
Tra coloro che si trovano il primo giorno a depositare i simboli al Viminale c'è anche Antonio Corvasce: in serata, in qualità di presidente dei Ds, presenta l'ultima versione della Quercia (quella con la rosa grande del socialismo europeo e il nome esteso del Pse). Al ministero non si vedono delegati di Piero Fassino e Ugo Sposetti, rispettivamente segretario e tesoriere dei Ds confluiti nel Pd: potenzialmente, dunque, i Ds scongelati a Barletta si sentono più al sicuro. I funzionari del Ministero, però, non la pensano così: per loro Corvasce non è legittimato all'uso del fregio, né si può dire che Giannone sia il "successore" di Fassino, non essendoci continuità tra i due partiti come soggetti giuridici; il partito titolare del simbolo, dunque, va tutelato e i suoi (ex) elettori pure, anche se Fassino e Sposetti non si sono mossi in tal senso. Corvasce non ci sta, per lui i suoi Ds sono proprio lo stesso partito, ma l'ufficio elettorale della Cassazione conferma la bocciatura del simbolo.
Il futuro sindaco di Torino, in compenso, mostra di non avere gradito affatto lo scherzetto made in Barletta e chiede che i giudici dichiarino carta straccia (= inesistenti o nulli) gli atti dell'assemblea e del congresso del febbraio 2008: a dispetto della sospensione dell'attività, infatti, i Ds avrebbero ancora gli stessi dirigenti di prima. Opposto è il pensiero di Corvasce: sarebbe lo stesso statuto dei Ds, tra l'altro, a dire che gli iscritti al partito non possono militare in altre formazioni, dunque chi ha aderito al Pd e partecipato alle primarie che incoronano Veltroni non può più dirsi iscritto ai Democratici di sinistra. 
La questione, tra l'altro, tocca anche il portafogli: secondo il "nuovo" tesoriere, Vito D’Aprile, Sposetti non può più gestire i beni del partito e i rimborsi elettorali allora ancora da riscuotere, finché non è chiaro se debbano riceverli i Ds-Fassino o i Ds-Corvasce, devono restare congelati. Quei denari, peraltro, interessano molto alle banche che vantano ancora crediti dai Democratici di sinistra, nell'ambito di una situazione debitoria tutt'altro che rosea e di cui, in base a una legge di fine anni '90, si è in gran parte dovuto far carico lo Stato. Corvasce sostiene di avere contestato le pretese delle banche e probabilmente lo ha fatto anche per evitare di rimetterci in proprio: il primo atto di citazione di una banca e varie cartelle esattoriali legate a immobili del partito erano arrivati proprio ai Ds con sede a Barletta (un incubo simile a quello vissuto dal corregionale Mimmo Magistro per il Psdi).
Mentre, a quanto si sa, la causa civile sulla corretta rappresentazione dei Ds non è ancora chiusa (con tanto di accuse di produzione di documenti falsi), il partito guidato da Corvasce e Giannone prova più volte a presentarsi alle elezioni, ma viene puntualmente escluso, spesso per intervento dei Ds-Fassino; uno sforzo che deve avere segnato irrimediabilmente Ugo Sposetti, suggerendogli di proporre la norma - poi entrata nell'Italicum - che chiede ai partiti di depositare lo statuto insieme al simbolo, in modo da escludere fin dall'inizio eventuali liste farlocche. Alle ultime due tornate di livello nazionale, una quercia in bacheca al Viminale è finita, ma è sempre stata quella dei Ds-Fassino, mai quella barlettese. Magari Corvasce e gli altri non si sono arresi, ma potrebbero non voler aspettare tempi biblici nella speranza di vedersi dare ragione: una quercia, del resto, vive a lungo, anche per secoli.

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