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domenica 7 febbraio 2016

Quando studiare i simboli era come cacciare aquiloni e stelle

Ma chi l'ha detto, eh? Chi l'ha detto che parlare di politica debba essere sempre e solo una cosa drammaticamente seria e - ancora di più - da prendere sul serio? I frequentatori di queste pagine probabilmente lo hanno capito da un po': va bene tenersi aggiornati, seguire le mille piste che la cronaca parlamentare e non offre giorno per giorno, ma ogni tanto occorre scartare di lato e darsi al cazzeggio totale, indagando e indugiando sull'episodio, sul fatticello, sullo sgambetto, su "tutto quanto fa spettacolo" insomma. 
Che la politica sia proprio uno spettacolo (magari brutto), anzi un teatrone, Filippo Ceccarelli lo sa da sempre e lo ha immortalato nel titolo di un suo bel libro nel 2003; lì si parla anche, come è giusto, di simboli, ma verrà più avanti il tempo di (ri)leggere quelle pagine, finite su carta rilegata dopo essere naturalmente passate da quella di giornale (quella della Stampa allora, quella della Repubblica oggi).
Così, soprattutto quando sul desk del politico non ci sono notizie pesanti, cui dedicare lenzuolate in quantità, se tra le agenzie o tra le foto di giornata c'è traccia di qualche novità simbolica, può essere l'occasione per dedicare più di qualche riga non solo (e non tanto) a quel piccolo evento, ma in generale alle dinamiche grafico-pubblicitarie che hanno segnato e segnano l'agone politico in Italia. Una realtà che per anni (anzi, decenni) è rimasta ferma, ma che dagli anni '90 è letteralmente esplosa, fino ad arrivare all'epoca non ancora finita dell'instabilità totale. Non stupisce, dunque, che nel 2012 - in piena età montiana - Il Tempo abbia dedicato un articolone ai simboli dei partiti, che partendo da un possibile nuovo logo berlusconiano - l'aquilone tricolore - è andato alla ricerca delle tappe evolutive (o involutive) della storia emblematica italiana. Il pezzo, intitolato Simboli e partiti. Cacciatori di stelle e aquiloni, risulta firmato dalla redazione online, per cui probabilmente non è mai stato pubblicato su carta: merita però di essere letto e apprezzato. E magari, se a quel testo fosse stata dedicata una vera pagina, il grafico avrebbe potuto disegnarla così...   
Con l’ultima trovata di Silvio Berlusconi, un aquilone tricolore quale simbolo a sorpresa del partito ancora da battezzare, siamo entrati nella quarta stagione non di Vivaldi, ma della politica: come evocare una nuova primavera con emblemi che ispirino sogni. È inevitabile che accada in periodo di crisi. Ma il cacciatore di aquiloni arriva su un terreno aperto da un altro e forte concorrente, forse il primo ad aver colto la necessità di solleticare la speranza anche a colpi di marchio. Anche il movimento di Beppe Grillo, infatti, induce il cittadino a guardare all’insù, a fantasticare con le cinque stelle disegnate. «E quindi uscimmo a riveder le stelle»: non è, forse, il concetto ormai una suggestione universale grazie a Dante, il più grande poeta ancora vivente attraverso le sue parole? Prepariamoci, dunque, perché tra aquiloni e stelle tutto lascia presagire che sarà una campagna elettorale evocativa, la prossima. Probabilmente anche il Pd di Pierluigi Bersani sarà costretto a correre presto ai ripari, aggiornando il suo simbolo privo di voli pindarici, a parte il sempre espressivo verde, bianco e rosso che mette in risalto la ragione sociale della "ditta", e che è ormai diventato patrimonio stilistico di tutte le formazioni. Con l’ovvia eccezione della Lega Nord e della sua spada al verde, oggi più spuntata che sguainata. Giussano è triste: l’appena eletto Roberto Maroni dovrà tirarlo, anche graficamente, un po’ su. Così come dovrà ricorrere all’inventiva l’Udc di Pierferdinando Casini, specie se si trasformerà nel da lui invocato "Partito della nazione". Alle spalle ha però il precedente delle vele spiegate nel pionieristico Ccd. Ma ora dovrà volare più in alto. Questo generale "yes, we can" che già si annusa tra aquiloni, stelle, spade e vele spiegate, arriva dopo la stagione autunnale, e neppure troppo lontana della fauna e della flora. Specie nel centro-sinistra era tutto un fiorire di Ulivi e di Margherite, di Querce e perfino di Cespugli litigiosi. E poi di Asinelli scalpitanti. A destra Mariotto Segni domava l’Elefantino. Ma a differenze delle italianissime piante, più o meno cresciute nel corso del tempo, le bestie d’importazione americana non hanno portato troppa fortuna ai loro ammiratori in Italia. Diversa era stata la stagione estiva, quando la politica vedeva il sole sulle rovine della Prima Repubblica. Il biglietto da visita di quest’epoca che aborriva la parola "partito", abusata nei primi quarant’anni di politica nazionale, fu lo stemma innovativo di Forza Italia. Il più popolare incoraggiamento sportivo diventava il nome e cognome, addirittura, della lista che avrebbe vinto le prime elezioni del bipolarismo il 27 marzo 1994. Spariva la Democrazia cristiana, il marchio a lungo più consumato nel Paese, e si riesumava il nome del Partito popolare italiano pronunciato per la prima volta nel 1919 da don Luigi Sturzo. Che rivoluzione! Ma prima della svolta semantica, la politica aveva convissuto per decenni con simboli che mettevano il termine "partito" in bella mostra. Nel lungo inverno dei governi di coalizione dominarono sigle tutte uguali e tutte diverse: Pci, Psi, Psdi, Pri e Pli. Solamente i missini avevano chiamato movimento il loro partito, e solamente i radicali rivendicavano d’essere radicali, cioè “diversi dalla partitocrazia”. Formidabili quegli anni? Mica tanto, se nessuno oggi ne rivendica l’eredità etimologica. "Movimento", "Lista civica", "Lega", "Alleanza", "Unione", "Popolo", o i più lunghi "Sinistra, ecologia e libertà" e "Italia dei valori": qualunque sinonimo hanno inventato e inventeranno pur di non chiamare partito il partito. Perciò, dopo l’aquilone e le stelle aspettiamoci le galassie, le comete, gli arcobaleno, i cieli azzurri e, chissà, la luna rossa. Il viaggio per la campagna elettorale è cominciato, e i partiti sono partiti.

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