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martedì 3 gennaio 2017

Unione democratica, una manciata di stelle dal passato

"Le stelle sono tante / milioni di milioni" (come insegnato dal venerato maestro Pier Emilio Bassi, autore del sempiterno jingle Negroni, e come ripreso dall'altrettanto venerato Francesco De Gregori in Niente da capire) e questo vale anche in politica: certo, a parlarne oggi viene in mente quasi solo il MoVimento 5 Stelle, ma in tanti ne spargono qua e là, specialmente in numero di dodici, volendo strizzare l'occhio all'Europa (salvo poi lamentarsene, quando Strasburgo si manifesta in direttive strampalate, nei lacci del rigore finanziario o nella sordità sui rifugiati da ripartire). 
Volendo ritornare all'anno in cui l'esplosione di stelle è iniziata, si deve impostare la macchina del tempo sul 1996. Non che prima non se ne fossero viste: si era iniziato subito con la stella d'Italia adottata (assieme alla corona) dai vari partiti monarchici, poi ci fu quella di Garibaldi del Fronte democratico popolare; anche negli anni '90, i primi a usare consapevolmente dodici stelle erano stati Raffaello Morelli e gli altri che avevano creato la Federazione dei liberali italiani, nel 1994. Eppure nel 1996 ci fu davvero il boom nella politica che contava: era l'anno della Lista Dini - Rinnovamento italiano, che rimase sulla breccia per un po'. Ma anche un altro partito scelse di distinguersi con delle stelle, anche se all'inizio si accontentò di quattro, invece che di dodici: era l'Unione democratica, creatura politica di Antonio Maccanico, già segretario generale della Camera e della Presidenza della Repubblica, con un paio di esperienze governative (ministro degli affari regionali con De Mita e Andreotti, dal 1988 al 1991) e un breve mandato da senatore alle spalle (per il Pri, dal 1992 al 1994), nonché con il ruolo tecnico-politico di sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi.
Era passata giusto una decina di giorni da quando Maccanico aveva dovuto prendere atto di una sua piccola sconfita: dopo le dimissioni del "tecnico" Lamberto Dini, l'ex funzionario parlamentare aveva ricevuto un mandato esplorativo dall'allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, per tentare di formare un governo che mettesse insieme Forza Italia e il Pds, con il dichiarato compito di portare a casa la partita delle riforme istituzionali. In tanti, però, avevano remato contro e Maccanico aveva preferito rinunciare. Il 26 febbraio del 1996, in ogni caso, l'ex grand commis battezzo il suo partito, l'Unione democratica appunto: lo scopo dichiarato - come si leggeva nel sito - era "unire i democratici di cultura laica, liberal democratica e riformista per dare stabilità al governo, modernizzare il Paese, rilanciare l'economia e il lavoro, essere in Europa". Come simbolo erano state scelte quattro stelle viste il prospettiva, tre blu e una verde, senza che questo avesse una funzione particolare (se non il voler evocare l'Europa senza dirlo espressamente).
Sulla corona blu che delimitava il contrassegno, peraltro, si poteva leggere la scritta "Liberali - Repubblicani - Socialisti". Più che un partito, in effetti, all'inizio Ud si presentò come una federazione, visto che furono varie le componenti che la fecero nascere. Fu lo stesso Maccanico a spiegare, in conferenza stampa (ancora disponibile grazie a Radio Radicale), che non si doveva disperdere "un patrimonio di convergenze, di sforzi fatti dalle forze politiche" nelle due settimane di consultazione, per cui lui si era rivolto a forze che "avevano dimostrato senso di responsabilità e si riallacciano a grandi tradizioni del pensiero democratico italiano, le tradizioni socialista, repubblicana, liberaldemocratica e cattolica", creando una formazione con i piedi ben piantati nel centrosinistra, anche con lo scopo di riequilibrare la coalizione (tradotto in pratica, perché non fosse spostata troppo a sinistra). 
Tra i principali contributori di Unione democratica, ci fu il gruppo di Alleanza Democratica (con Willer Bordon e Giorgio Benvenuto), piuttosto scottato dal risultato delle elezioni del 1994 e moderatamente soddisfatto dell'alleanza alle regionali del 1995 con Segni e i Socialisti italiani nel Patto dei democratici. Nonostante queste adesioni, risultò chiaro che il cartello appena costituito non sarebbe riuscito a correre da solo alle elezioni: l'obiettivo del 4% alla Camera era davvero fuori dalla portata. Si cercò così un accordo con il Partito popolare italiano, così alle elezioni del 1996 gli elettori trovarono sulla scheda grigia della Camera la lista Popolari per Prodi: il simbolo del Ppi conteneva anche, in ordine di grandezza, quello dell'Ud (che elesse Maccanico, Bordon, Benvenuto, Rocco Maggi e Fabio Ciani), quello del Pri e del Südtiroler Volkspartei.
Con il tempo, come è pressoché prassi nella politica italiana, il gruppetto perse pezzi: nel 1998 Benvenuto entrò nei Democratici di Sinistra, Bordon aderì all'Italia dei Valori, salvo poi ritrovare l'anno dopo, nei Democratici voluti da Romano Prodi, i suoi ex colleghi di partito Maccanico e Maggi (non Ciani, rimasto legato al Ppi), dopo che era stata decisa la confluenza dell'Unione democratica nel nuovo soggetto politico. Nel frattempo, peraltro, il simbolo di Ud era cambiato e stavolta i riferimenti all'Europa e all'Italia stessa non erano stati risparmiati: il fondo si era fatto tutto blu, tra le due lettere della sigla era spuntata una striscia tricolore e le dodici stelle europee si erano fatte spazio su buona parte della D e avevano ispirato la dicitura presente in basso, "Movimento d'azione europea". Quell'emblema, però, se lo ricordano in pochi e, a pensarci bene, anche quello prima. Che, tuttavia, consentì a Maccanico di diventare ministro delle Poste e Telecomunicazioni e di tentare, da quella posizione, di rimettere ordine al sistema radiotelevisivo. Ci riuscì solo in (minima) parte, ma questa ovviamente è un'altra storia.

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