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venerdì 31 agosto 2018

Rotondi: "Per tornare alla Dc, vi metto a disposizione la mia"

Dal sito www.rivoluzionecristiana.it
Lui l'etichetta di post-democristiano non l'accetterebbe mai: Gianfranco Rotondi si sente sempre e comunque democristiano. La tentazione di credergli un pochino, almeno per l'osservatore esterno, c'è: eletto alla Camera nel 1994 nel collegio di Avellino con il Patto per l'Italia (cui aveva partecipato il Ppi, alla sua prima prova dopo il cambio di nome), divenuto poi tesoriere del Cdu di Rocco Buttiglione (e, in quella posizione, co-gestore fino al 2002 del patrimonio della vecchia Dc insieme ai colleghi del Ppi-gonfalone), nel 2004 ha fondato la "sua" Democrazia cristiana, per poi chiamarla Democrazia cristiana per le autonomie dal 2007. Anche da militante del Pdl prima e di Forza Italia poi, si è sempre sentito democristiano e, quando nel 2015 ha fondato Rivoluzione cristiana, l'impressione era che si fosse riavvicinato all'antico nome, convinto peraltro di poterlo usare anche sulla base di atti e sentenze.
Proprio oggi Rotondi ha riunito a Pescara lo stato maggiore di Rivoluzione cristiana, presentandosi dimissionario, dopo che nelle scorse settimane è iniziata la procedura di liquidazione del Cdu, di cui è stato incaricato lo stesso Rotondi, il quale nel frattempo ha assunto la guida di uno dei tentativi di rimettere in moto una Democrazia cristiana - nel senso di un partito con quel nome - grazie all'impegno di vari gruppi e associazioni che si richiamano a quel patrimonio politico. Ennesima puntata della querelle sullo scudo crociato? Possibile, ma Rotondi spera che questa volta tutto sia molto meno tormentato: il perché ce lo siamo fatti spiegare da lui, in un'intervista che ci ha rilasciato questa mattina. 

Dal sito www.rivoluzionecristiana.it
Onorevole Rotondi, cosa sta per succedere oggi a Pescara? Ha annunciato che lascia la guida di Rivoluzione cristiana per rifare la Democrazia cristiana?
In questo momento sono riuniti gli avvocati che, come è noto, sono parte integrante dei progetti di ricostruzione della Dc.
Anche parte disintegrante, visto l'alto tasso di litigiosità legato all'universo diccì...

Beh, diciamola in termini pratici: oggi si assume una decisione politica, quella di riprendere il cammino della Democrazia cristiana. Le modalità con cui questo avverrà saranno dettate da una commissione composta da avvocati, magistrati e altri esperti che oggi ci suggeriranno la soluzione migliore. Si tratta dunque di una soluzione aperta, ma tutto sommato irrilevante: noi abbiamo sempre fatto cose giuridicamente ferrate, che hanno resistito ai giudizi, quindi sarà così anche svolta.
Beh, su questo potremmo discutere... 
Vede, in qualche intervista recente [compresa quella con Pietro De Leo per Il Tempo, ndb] ho richiamato l'inchiesta che il pm Henry John Woodcock curò a Potenza nel 2006, quella nota per avere coinvolto Vittorio Emanuele di Savoia, ma che in realtà riguardava il ruolo dei servizi segreti deviati nel condizionare la politica italiana. Credo che quell'inchiesta sia molto importante, storicamente, per capire quello che è successo a noi: ho chiesto pubblicamente scusa al dottor Woodcock perché, dopo la notizia dell'arresto di Vittorio Emanuele, concentrandomi sulla "spuma" di quell'inchiesta feci commenti inopportuni, ma rileggendo le carte molti anni dopo devo ammettere che quelle indagini sono state il battistrada di comprensione di tutta la politica italiana successiva.
L'ultimo simbolo della Dc (1992)
Cosa intende dire, che qualcuno ce l'aveva con la Democrazia cristiana?
Diciamo che c'è un ordine mondiale che si dispiega tra il 1992 e il 1994 e cancella la Dc in Italia: quest'ordine mondiale ha i guanti di acciaio, è fortissimo e determina una serie di avvenimenti di cui le inchieste di Tangentopoli rappresentano solo una parte. Una volta cancellata la Dc, però, la fascinazione del partito dei cattolici dal 1994 in avanti è rimasta fortissima nella società italiana: ogni volta che i partiti "politicamente eredi" della Dc si sono aggregati e hanno tentato di mettere in campo un'offerta politica, sono puntualmente spuntati finti partiti democristiani che hanno rivendicato chi il nome, chi il simbolo, chi entrambi. Sono iniziate cause e sorprendentemente in certi fori qualificati sono apparsi giudici che hanno dato ragione a questi soggetti, anche se avevano palesemente torto, al punto che in successivi gradi di giudizio quelle sentenze sono state corrette. Insomma, ogni volta che la Dc riappariva all'orizzonte, c'è stato sempre un ostacolo giuridico al suo ritorno; verrebbe da dire che praticamente tutti i partiti che hanno predicato la rinascita della Dc sono stati assoldati perché la Dc non nascesse. Qualcuno l'ha ammesso, qualcuno no.
Torniamo a Rivoluzione cristiana: lei dunque oggi darà le dimissioni da segretario politico?
Sì, mi presento dimissionario perché evidentemente non posso apparecchiare una tavola in cui mi siedo a capotavola. E' naturale che io dica: rimettiamo la palla al centro e facciamo un partito che si richiami alla tradizione, alla storia e alla continuità della Democrazia cristiana, usando gli strumenti giuridici che abbiamo. Si chiamerà Democrazia cristiana, ma si presenterà come un format aperto: convocheremo con tutti i crismi gli Stati generali della Dc, per farlo ci vorrà un paio di mesi, ragionevolmente lo faremo nel mese di novembre.
Lei non parla di congresso: non mi pare che sia un caso...
Beh, diciamo che è una preparazione: gli Stati generali sono un luogo in cui chi si riconosce nella Dc si dà appuntamento per capire se l'offerta politica dei cattolici è ancora valida, se abbiamo ancora qualcosa da dire. Sulla composizione io oggi farò una proposta, immaginando un'assemblea divisa in tre parti.
Quali sarebbero?
Un terzo dell'assemblea vorrei che fosse composta dagli ex gruppi parlamentari Dc, della Democrazia cristiana storica, dunque dei parlamentari e consiglieri regionali che sono stati iscritti alla Dc, ma anche ai partiti politicamente eredi, dunque al Ccd, al Cdu, all'Udc, alla Dca e così via; un altro terzo dovrebbe provenire da persone attive a livello locale, che hanno incarichi politici nei partiti post-Dc e che sono interessate a questo progetto. L'ultimo terzo, sul modello dell'assemblea degli esterni del 1982, dovrebbe essere composto da persone esterne al mondo politico, provenienti dall'università, dal giornalismo, dall'impresa, ma anche studenti e altri soggetti in qualche modo interessati al progetto.
Quante persone sarebbero coinvolte in questi Stati generali?
Beh, dipende dalle adesioni che avremo: per dire, inviteremo tutti gli ex parlamentari Dc, vedremo quanti risponderanno.   
La giornata di oggi rappresenta il capolinea per Rivoluzione cristiana o potrebbe proseguire per conto suo?
Rivoluzione cristiana auspica che tutti i partiti post-democristiani sospendano le loro attività e si riuniscano in una nuova Democrazia cristiana.
E il Partito delle donne, come lei ha chiamato Rc, che fine fa?
Il Partito delle donne viene versato qui, cioè le donne entrano da protagoniste nella ricostruzione della Dc.
Quindi, riassumendo, Rivoluzione cristiana va nel cassetto e si costruisce un nuovo partito, in continuità con le forze politiche in cui lei ha militato in passato?
Beh, noi, prima di chiamarci Rivoluzione cristiana, ci chiamavamo Democrazia cristiana...
Sì, ma la "sua" Democrazia cristiana, quella che lei ha fondato nel 2004, era un soggetto giuridico autonomo e distinto da Rivoluzione cristiana e che aveva sospeso le sue attività quando concorse alla formazione del Pdl...
Credo che per noi sia più facile attaccarci a quell'esperienza, la possibilità di usare il nome della Dc è in qualche modo protetta dall'impiego di quella denominazione fatto in più elezioni, alle regionali e suppletive del 2005 e alle politiche del 2006 (assieme al Nuovo Psi di Caldoro). Suppongo che gli avvocati ci suggeriranno questa soluzione come la più fattibile sul piano giuridico, almeno in via provvisoria: agiremmo dunque rimettendo in campo la Dc, che in seguito si sarebbe chiamata Democrazia cristiana per le autonomie e comunque ha titolo per usare il vecchio nome, precisando che quando tutti i soggetti interessati faranno convergere i loro sforzi in questo progetto, senza passare per i tribunali, si potrà o ridare vita a questa associazione o costituirne addirittura una nuova.
Lei ha ricordato più volte di aver chiamato nel 2004 il suo partito Democrazia cristiana in forza di un atto di concessione del nome che Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio, legali rappresentanti del Ppi - ex Dc, le hanno rilasciato alla fine del 2004, poche settimane dopo la fondazione del partito. In più interviste, peraltro, ha detto che informalmente, in un secondo momento, le era stato chiesto di non utilizzarlo più in quella maniera...
Mah, non perentoriamente e non fu Gilli a chiedermelo: mi fu chiesto a suo tempo dal futuro sottosegretario Giuseppe Pizza, perché in quel momento non c'era ancora una sentenza definitiva a stabilire chi avesse titolarità di quel nome. Così io, cordialmente come fanno i democristiani, accontentai Pizza e modificai il nostro nome in Democrazia cristiana per le autonomie; ora, naturalmente, su questa vicenda si è espressa la Cassazione e non c'è più bisogno di cambiare nome, per questo proporrò di chiamarci ancora Dc.
E con il gruppo di Gianni Fontana, che rivendica la bontà del percorso iniziato con l'autoconvocazione dell'assemblea dei soci Dc e si appresta a celebrare (di nuovo) il XIX congresso, come la mettete?
Guardi, non si tratta necessariamente di impattare contro Fontana e andare allo scontro con lui: se lui ritiene che la procedura più giusta sia riconvocare il congresso, io non ho niente in contrario, purché la cosa avvenga in armonia e senza che si traduca in una perdita di tempo, se n'è perso già troppo.
Il fatto è però che lei sa bene che le stesse persone che le hanno concesso l'uso del nome nel 2004 sono ancora oggi titolari della denominazione Democrazia cristiana, perché sono i legali rappresentanti del Partito popolare italiano, che altro non è che la Dc che aveva cambiato male il suo nome...
Vede, non c'è alcun dubbio che la Dc "storica" sia rappresentata a tutt'oggi dal dottor Luigi Gilli: nessuno, nemmeno io, oggi può agire in continuità con la Dc di De Gasperi a parte proprio Gilli e Oliverio, quali legali rappresentanti del Ppi. Questo emerge chiaramente dalla sentenza della Corte di cassazione del 2010 sulla vicenda, in una parte che quasi nessuna tra le persone interessate alla vicenda - tranne me e lei, probabilmente - ha letto bene. 
Quindi il Ppi potrebbe agire per impedire a lei di utilizzare il nome della Dc...
Sì, il Ppi in linea teorica potrebbe impedirlo, almeno sul piano civile, ma su quello elettorale l'uso che la "mia" Dc ha fatto del nome è tutelato da altre norme, speciali rispetto a quelle civili, per cui abbiamo maturato dei diritti sull'uso. Le faccio un altro esempio: chi ha dato all'Udc l'uso dello scudo crociato? Non certo il Ppi, ma il Cdu, con un atto della Direzione nazionale che io stesso ho firmato all'epoca in qualità di tesoriere del partito. Ora c'è chi sostiene che io, in quanto tesoriere e incaricato della liquidazione del Cdu, potrei revocare all'Udc l'uso dell'elemento caratterizzante del nostro simbolo: lo pensa, per esempio, il presidente del consiglio nazionale Mario Tassone.
Che nel frattempo, peraltro, aveva rimesso in campo il "suo" Nuovo Cdu... 
Già, io però ritengo che la soluzione indicata da lui non sia possibile, perché l'uso elettorale dello scudo crociato che l'Udc ha fatto in varie consultazioni elettorali, all'interno del proprio contrassegno composito, ormai si è consolidato e non mi pare di poter revocare nulla, avrei dovuto pensarci prima!
Comprendo il suo pensiero, anche se non sono molto d'accordo: diciamo che è possibile che vada come lei dice perché finora si è sempre considerato non controverso il diritto all'uso di un emblema, ma il Viminale non si è mai dovuto confrontare davvero con l'ipotesi di un simbolo "in comodato d'uso" e, nel caso, con un atto formale di revoca dello stesso uso.
Può essere ma, al di là della prevalenza delle norme elettorali su quelle civili, suppongo che agire per bloccare il nostro disegno sia l'ultimo dei pensieri del Ppi in questo momento! (sorride)
In ogni caso, al momento l'idea è di utilizzare il nome, dando al simbolo un destino diverso...
Mah, il problema del simbolo non ce lo poniamo nemmeno, visto che presentiamo liste assieme all'Udc, come abbiamo fatto in Campania alle ultime elezioni comunali. Con l'accordo dell'Udc quel simbolo possiamo usarlo, ma la "nostra" Dc in sé non ha alcuna pretesa sullo scudo crociato, proprio per l'uso che l'Udc ne ha fatto finora.
Immagino però allora che l'Udc debba essere una parte necessaria o, almeno, un interlocutore necessario per questo progetto, altrimenti non potrà andare avanti molto senza il simbolo storico...
Beh, sì, la si può considerare necessaria se si vuole utilizzare lo scudo crociato. Siccome poi al momento c'è anche una convergenza politica con l'Udc, direi che la notizia è che i democristiani vanno d'accordo, poi il simbolo è una conseguenza.
Lei si colloca nel centrodestra, l'Udc pure, ma allora tutti gli ex democristiani che non vogliono stare con Silvio Berlusconi sono per forza Dc diccì di serie B?
No no, assolutamente: se si fa un partito nuovo tutti hanno il diritto di entrare e dire la loro, poi saranno gli organi neocostituiti del partito a decidere la linea politica. Le mie idee si conoscono, ma io sono uno e in questo caso possiamo applicare il motto grillino "uno vale uno".
Lei si vede segretario di questa nuova formazione?
Beh, se mi fossi visto segretario non mi sarei dimesso. Diciamo che sono contento di essere socio fondatore: Berlusconi direbbe che nel teatrino della politica la mia parte è stata di ricostruire la Dc, se non ci riesco è un fallimento.
Avrete davanti il traguardo delle elezioni europee del 2019?
Non credo che le europee possano essere un banco di prova: c'è uno sbarramento elevato, suppongo sia più razionale pensare a una lista di tutte le forze che fanno riferimento al Partito popolare europeo, dunque Forza Italia, Udc, Dc, altri gruppi se aderiranno. Il progetto è presentabile piuttosto alle elezioni regionali, non tanto quelle della Basilicata che sono troppo vicine, ma quelle dell'Abruzzo sì.
Che è anche la sua regione di elezione...
Diciamo che il caso vuole che si voti in Abruzzo l'anno prossimo e la scadenza sia alla nostra portata, non c'entra il fatto che io sia stato eletto qui, anche se sappiamo che la Provvidenza si esprime per coincidenze...
Lei al Tempo aveva indicato anche un piano B, cioè l'affidamento del simbolo del Cdu a una fondazione o a un istituto, qualora non fosse stato possibile rimettere in pista la Democrazia cristiana...
Mi sembra che oggi sia la politica a riportare al centro dell'attenzione la Democrazia cristiana. Con un governo come questo fondato sull'antipolitica, la diga dell'opposizione è la politica e la principessa della politica è la Democrazia cristiana.
Capisco, in ogni caso avevate tenuto coperto il nome della fondazione e immagino non si trattasse dell'istituto Sturzo di Roma, cui nel tempo molti altri avevano proposto di affidare lo scudo crociato per sottrarlo alle dispute...
Lo avremmo dato alla Fondazione Fiorentino Sullo.
Quella che contiene gli archivi del Cdu e parte di quelli della Dc, che è stata recentemente visitata da ladri ben informati?
Sono venuti a rubare ma non hanno preso niente, diciamo che hanno fatto solo un'ispezione...
Mettiamola così... Insomma, vi preparate a rimettere in pista una Dc?
Sì, faremo gli Stati generali e, salvo defezioni, speriamo di avere con noi De Mita, Forlani e altre personalità ancora viventi della Dc. Ma visto che quando si riuniscono i democristiani la fantasia gira a mille, guardi che non è detto che poi non si decida di ridare vita al partito con un altro nome e un altro simbolo. L'interesse indubbiamente c'è: più cresce la bolla speculativa dei gialloverdi, più cresce l'interesse opposta. Tenga conto poi che in Rete c'è molta "democristianità soffusa": i media più importanti si occupano solo dei grandi partiti in Parlamento, ma in Rete non c'è traccia del dibattito al loro interno, mentre si trovano molte discussioni relative alla Dc, anzi, alle Dc, un mare di persone postano scudi crociati e altro materiale. Questo mi pare un buon segno: Macron e Trump ci hanno insegnato che l'arena è quella...
Riuscirete almeno stavolta a non farvi male e a non far finire di nuovo lo scudo crociato in tribunale?
Io penso di sì. Non sottovaluto chi c'è dietro, perché c'è sempre stato dietro qualcuno, anche se non so chi; visto però che si accende un processo che unisce persone e, se il tutto riesce, queste si danno una bandiera, questa volta sarà meno facile fallire, perché c'è un enorme spazio politico, rappresentato dall'opposizione a questo governo, cosa che i partiti che stanno in Parlamento fanno in modo molto frenato.
Lei però in più di un'occasione disse "Qui questa Dc la stanno facendo in troppi", nel senso che tante persone sembrano svegliarsi la mattina con l'idea di rappresentare quel partito. 
Bisogna cercare, in qualche modo, di ridurre ad uno almeno la gran parte di quelli che stanno facendo iniziative di questo tipo, e secondo me ci siamo perché con noi ce ne sono tanti.

giovedì 30 agosto 2018

Le Luci di Carmen Lasorella per la Basilicata

Dopo Piero Badaloni (che sconfisse il suo "collega-rivale" Alberto Michelini) e Piero Marrazzo, un altro volto noto dei telegiornali si appresta a candidarsi a presidente di una regione. Questa volta tocca a Carmen Lasorella, per anni conduttrice e inviata di guerra del Tg2, poi corrispondente Rai da Berlino e negli anni titolare di vari incarichi all'interno dell'azienda: ci sarà anche lei ad aspirare a presiedere la giunta della "sua" Basilicata (lei è nata a Matera ed è vissuta a lungo a Potenza), nel ruolo in precedenza occupato da Marcello Pittella (ora agli arresti domiciliari: il voto è previsto tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019, con la nuova legge elettorale approvata dal consiglio regionale venti giorni fa).
La giornalista sta già lavorando a una lista a suo sostegno (dopo che da più parti si era parlato di una sua possibile candidatura con le insegne del MoVimento 5 Stelle, ma lei si è detta "perseguitata" da queste notizie ricorrenti): per il progetto civico è stato scelto il nome Lucani insieme, l'acronimo è Luci. "Non ho mai interrotto - è la dichiarazione di Lasorella che si trova sulle agenzie - i miei legami con questa terra: è molto forte il mio senso di radici qui in Basilicata e in tutta la mia carriera mi sono sempre occupata di politica, raccontando i grandi fatti mondiali. Ho deciso di 'scendere in partita' per la corsa alla presidenza della Regione, ma non farò alleanze con chi ha portato questa terra alla situazione di degrado in cui si trova. Gli altri partiti? Noi siamo vicini alla comunità lucana e puntiamo su competenza, passione e idee: la scelta civica è necessaria nel momento in cui la politica si dimostra inadeguata e colpevole".
Lasorella, che ha sottolineato la scelta di puntare sulle competenze ("ma di certo non stiamo facendo una cosa elitaria"), sta lavorando alle liste e girerà la regione per far conoscere il proprio progetto e ascoltare i cittadini, per conoscere da vicino problemi e punti di forza da valorizzare. Lo farà con un simbolo che ha già presentato in conferenza stampa: su fondo azzurro cielo sfumato verso la terra ci sono appunto delle luci, quelle delle fibre ottiche: è stata la stessa candidata a spiegare che le ha scelte "perché la tecnologia è determinante per il futuro della Basilicata e perché sta nascendo un nuovo progetto"; sotto al nome - riportato accanto all'acronimo con due font diverse - c'è anche un piccolo segmento tricolore "che è di tutti", sempre per Lasorella. Anche lei, ovviamente, dovrà raccogliere le firme per la propria lista come chiunque altro aspiri alla guida della regione, a meno che il partito non sia già presente nel consiglio regionale in scadenza dall'inizio, avendo presentato liste nel 2013 e avendo eletto almeno una persona. 

mercoledì 29 agosto 2018

Boldrini: alle europee centrosinistra sotto un unico simbolo. Ma quale?

Quando le cose vanno male, tentare la carta dell'unità sembra l'unica proposta ragionevole, anche quando i margini per attuarla sono, a voler essere ottimisti, molto risicati. Viene da pensare questo considerando quanto scritto ieri sul suo profilo Facebook da Laura Boldrini, ex presidente della Camera e attualmente deputata eletta sotto le insegne di Liberi e Uguali: prima di partecipare a Milano alla manifestazione "Europa senza muri", la parlamentare ha voluto riassumere in poche righe per i social network il disegno politico che, a suo dire, dovrebbe essere perseguito a sinistra. A quasi sei mesi dalla sonora sconfitta del 4 marzo 2018 e dopo le prime prove di governo Lega-M5S, per Boldrini "le forze del centrosinistra debbono cogliere l’eccezionalità del momento e affrontarlo con un’iniziativa politica inedita, già dalle prossime elezioni europee".
Alla scadenza elettorale manca ben meno di un anno (e alla presentazione dei simboli, in particolare, mancano poco più di sette mesi) e potrebbe essere già un po' tardi per muoversi a realizzare quell'iniziativa politica "inedita", che certamente per l'ex presidente della Camera deve passare attraverso "candidature nuove, espressione dell’associazionismo laico e cattolico, dei sindaci, dell’ambientalismo" (mondi da cui, peraltro, finora si è sempre pescato), ma non basterebbe un rinnovamento di persone.
Boldrini, infatti, parla espressamente di una lista unitaria e unica, da presentare alle prossime europee: "Serve un simbolo unico nuovo, e ritrovarsi su alcuni temi importanti. In questo momento storico non possiamo permetterci di far prevalere le divisioni: a forza di fare distinguo si rischia di estinguersi. Siete d’accordo o no che adesso più che mai serva unire le forze?"
Chissà se l’ex presidente della Camera si sta lanciando come nuova leader di una nascitura alleanza della sinistra. Forse sì. Anzi: è probabile. Alle ultime elezioni è stata “costretta” al ruolo di comprimaria con Pietro Grasso, che però con la sconfitta elettorale si è bruciato ogni possibile rivendicazione di leadership. Ora potrebbe toccare a lei, la donna che difende le donne. L’ex alto commissario Unhcr sempre dalla parte dei migranti.
Ecco dunque l’iniziativa “inedita” (sic!) cui pensa la Boldrini. Già dalle prossime europee (definite “campali”) le forze “di centrosinistra” a detta della deputata dovrebbero puntare ad “un simbolo unico nuovo” per "ritrovarsi su alcuni temi importanti”. Quali siano, non è ancora chiaro. "In questo momento storico – spiega - non possiamo permetterci di far prevalere le divisioni: a forza di fare distinguo si rischia di estinguersi".
Sull'ultima frase, ovviamente, i dubbi non ci sono: a forza di scissioni frequenti e ricomposizioni mal riuscite (generalmente perché operate a fini essenzialmente elettorali, magari per superare qualche soglia di sbarramento), a sinistra si è andati ben al di là della scissione dell'atomo (anche se l'area è in buona compagnia: si pensi al passaggio dalla Balena bianca della Democrazia cristiana a un numero imprecisato di aringhe, acciughe e sardine, per usare un'immagine cara a Gian Antonio Stella). E' altrettanto vero che il 3,4% ottenuto da Leu alle ultime elezioni politiche sta sotto alla soglia del 4% che alle europee vige dal 2009: non c'è alcuna garanzia che riesca il miracolo del 2014, quando L'altra Europa con Tsipras era riuscita a superare lo sbarramento (anche grazie a un po' di voti di delusi Pd che, pur di non votare Renzi, avevano scelto di mettere la croce a sinistra) e non è affatto detto che la soglia possa essere superata mettendo insieme le forze di Leu e di Potere al popolo!, non proprio omogenee tra loro e comunque sul filo del 4%. Unica soluzione sicura, dunque, sarebbe davvero una lista di centrosinistra unica e unitaria.
La soluzione, ovviamente, non sarebbe affatto nuova e, proprio per questo, anche i problemi da affrontare sono già noti. Il riferimento storico più facile sarebbe quello dell'Ulivo, sia perché nel 1996 aveva raccolto quasi tutto il centrosinistra alle elezioni politiche (soprattutto al Senato) nel sostegno a Romani Prodi, sia perché nel 2004 la lista Uniti nell'Ulivo era stata presentata proprio in vista delle elezioni europee, sia pure per raggruppare un'area più ridotta (Ds, Margherita, Sdi e Movimento dei repubblicani europei). Se però si volesse considerare davvero il centrosinistra tutto intero, ricomprendendovi almeno tutte le forze che abbiano avuto un'esperienza parlamentare, si dovrebbe considerare l'Unione, vale a dire la coalizione ampia che sostenne sempre Prodi, ma nel 2006, anche con l'apporto di Rifondazione comunista (esclusa dall'Ulivo del 1996 e del 2001, oltre che ovviamente dalla lista unitaria del 2004).
Chi ha decente memoria, tuttavia, sa bene che quella coalizione ebbe breve durata e implose proprio per la sua enorme disomogeneità (portando al crollo dell'ultimo governo Prodi, dopo una vittoria risicatissima alle elezioni); tra l'altro, non sembra affatto un caso che quella coalizione non sia mai finita con il suo simbolo - l'emiciclo arcobaleno - sulle schede delle elezioni politiche (fatta eccezione per il Trentino - Alto Adige), ma soltanto delle consultazioni regionali del 2005, realtà in cui gli accordi con il Prc e il Pdci erano più facili da trovare senza enormi compromessi. Verissimo dunque che i distinguo portano facilmente all'estinzione, ma per non distinguersi occorre voler stare insieme, accettando comunque le reciproche differenze: operazione indubbiamente difficile, se solo si considera che si dovrebbero mettere insieme il Pd e coloro che si sono riuniti in Leu proprio per un contrasto a loro dire insanabile con i dem. Il tutto in una fase in cui, anche mettendo insieme le forze, i seggi realisticamente a disposizione del centrosinistra saranno meno rispetto al 2014, dunque nessuna forza sarà facilmente disposta a concedere qualcosa. Prima di trovare un simbolo nuovo, non legato a un partito (per cui, a meno di idee geniali, sarà difficile partorire grafiche non anonime, basate solo su lettering e colori), dunque, bisognerebbe imparare a stare insieme. Questo viene prima anche della scelta del o della leader (Boldrini compresa: pensare a una pre-autocandidatura non è del tutto peregrino), anche perché alle europee serve a poco.

lunedì 27 agosto 2018

Otto mesi dopo, che fine ha fatto Area progressista?

A intervalli regolari e con una certa frequenza, per chi si occupa di politica italiana, una domanda ben precisa fa capolino, tentatrice come non mai: "ma che fine ha fatto...?". L'interrogativo è buono per tutto o quasi: per un progetto accantonato e mai più ripreso, per un politico scomparso da pastoni televisivi e retroscena stampati, per un partito lanciato con dovizia di pubblicità e che poi, dopo aver dato tante (troppe?) notizie di sé, ha smesso proprio di darne. Inevitabile concentrare l'attenzione sul partito, perché se sparisce un partito non è improbabile che sparisca anche il suo simbolo, anche se poi può ricomparire altrove, in forme e dimensioni diverse, se solo si ha l'accortezza di guardare bene.
Così, dopo aver riflettuto un po', alla bocca arriva la domanda: "beh, che fine ha fatto Area progressista?", col rischio che quelli che non seguono la politica guardino l'interrogatore in modo perplesso, o magari lo investano con un sonoro "Eh?". E dicendo "ma sì, quelli che erano partiti con Pisapia e all'inizio volevano aderire alla lista Insieme" si rischia di fare ancora più confusione: non perché questo sia sbagliato, ma perché qualcuno probabilmente confonderebbe Area progressista con Area civica di Massimo Zedda, visto che oltre ad avere nomi e origini simili hanno in comune anche il colore arancione. Già, perché entrambi i progetti politici volevano raccogliere almeno in parte l'eredità del Campo progressista di Giuliano Pisapia, che da febbraio del 2017 aveva lavorato per presentare la sinistra in modo unitario alle elezioni, fino al getto della spugna dello stesso Pisapia il 6 dicembre.
Se però Area civica di Zedda era nato al di fuori del Parlamento, Area progressista (che del progetto di Pisapia riprendeva anche parte del nome) era di origine parlamentare: i suoi promotori, infatti, erano Adriano Zaccagnini (ex deputato M5S, poi Sel, poi Articolo 1, con passaggi intermedi nel gruppo misto) e Michele Ragosta, eletto deputato con Sel, poi passato al Pd (prima ancora che, attraverso Led, ci arrivasse Gennaro Migliore), poi dato vicino ad Articolo 1. In effetti, quando il 14 dicembre 2017 la lista Insieme Italia - Europa - che riuniva prodiani, Psi e Verdi - fu presentata a Roma, Area progressista non si era ancora costituita come soggetto politico: non stupisce quindi che Ragosta si fosse concentrato sulla lista Insieme (stesso nome dell'iniziativa tentata da Pisapia a luglio del 2017), che per lui rappresentava "il patrimonio di tutti quelli che hanno partecipato al percorso di costruzione di Campo progressista" per "incarnare al meglio quello spirito della sinistra di essere sia di lotta che di governo", anche attraverso "quel patrimonio di idee e contributi che è il lavoro svolto in questi mesi dalle Officine delle idee di Campo progressista, che rappresenteranno l’ossatura programmatica della lista". 
In mente, però, c'era già l'idea di svolgere un'assemblea nazionale di un nuovo laboratorio denominato, appunto, Area progressista: l'evento si sarebbe svolto a Napoli il 29 dicembre 2017 e avrebbe partecipato come promotore anche Luigi Lacquaniti, anche lui ex Sel-Led-Pd, ma uscito dai dem dopo la sconfitta di Andrea Orlando al congresso (sarebbero intervenuti anche il segretario del Psi Riccardo Nencini e, al telefono, Piero Fassino). Quell'evento a Napoli fu anche l'occasione per presentare ufficialmente un nuovo possibile simbolo, anticipato due giorni prima su Facebook: arancione anch'esso, come si diceva, ma con "area" in minuscolo e un elemento bianco che sembrava voler richiamare un fumetto, come per dar voce a quel gruppo (altre spiegazioni grafiche sembrano meno convincenti, ammesso ovviamente che ce ne debbano essere per forza).
Le acque all'interno di Insieme, però, non sembravano tranquillissime, se il 4 gennaio, quando mancavano due settimane all'apertura dei cancelli del Viminale per il deposito dei simboli in vista delle elezioni politiche, l'Ansa batteva un lancio che si apriva così: "Area progressista è pronta a correre da sola alle elezioni politiche di marzo in coalizione con il Partito democratico". A Ragosta, evidentemente, la convivenza all'interno di Insieme non poteva andare bene, per la visibilità sotto le aspettative per la propria componente: "Auspico che nelle prossime ore si possa avere un incontro con Nencini, Bonelli e Santagata per ripristinare pari dignità ed identità per il nostro movimento all'interno della lista Insieme - Italia Europa. Se ciò non dovesse avvenire, siamo pronti a raccogliere le firme necessarie per presentare la nostra lista. Siamo convinti che, con i nostri temi e la presenza del simbolo di Area Progressista sulla scheda elettorale, porteremo al voto tanti attivisti ed elettori che si identificano in un'area politica che ha dimostrato di essere radicata sui territori con idee e proposte concrete e realizzabili in coalizione con le altre forze del centrosinistra".
Nessuno, in compenso, nei giorni successivi si è dovuto mobilitare per la raccolta delle firme: tra il 19 e il 21 gennaio, infatti, al ministero non si è visto chi avrebbe dovuto depositare il simbolo di Area progressista. Proprio alla vigilia del deposito, in compenso, era apparsa una breve dichiarazione di Ragosta che dava conto di un'altra collocazione di alcuni propri candidati: "Area Progressista sarà presente con propri candidati all'interno della lista +Europa di Emma Bonino e Bruno Tabacci, contribuendo a scriverne il programma, condividendo il forte profilo europeista che i fondatori hanno inteso dare a questa formazione politica, basato sulla difesa dell’Europa unita". Una scelta, quella di Ragosta, che da una parte non rendeva necessaria la raccolta firme - visto che la stessa lista di +Europa ne era stata esentata grazie alla "pulce" di Centro democratico - e dall'altra poteva far comodo alla stessa +Europa per riempire qualche casella in più delle candidature nei vari collegi plurinominali. 
La lista di Bonino e Tabacci, però, non sarebbe riuscita a raggiungere lo sbarramento del 3%, quindi nessuno sarebbe stato eletto. All'indomani della sconfitta elettorale del centrosinistra, sulla pagina Facebook di Area progressista è apparso un commento di Michele Ragosta, con cui invocava "una fase costituente per un moderno partito di sinistra ed europeo", iniziando a costruire "comitati unitari di base" e "officine delle idee" per elaborare "una nuova idea di società e dei nuovi gruppi dirigenti": tutto secondo l'intuizione che era stata di Pisapia e cui il Pd si era sottratto, commettendo "un errore fatale". La nota si concludeva con un impegno: "Entro la fine di marzo Area Progressista si riunirà a Roma per definire un percorso unitario. Inviteremo al nostro appuntamento esponenti di tutti i movimenti e partiti interessati alla nuova rivoluzione progressista contro le destre e i populisti".
Dopo quelle parole, però, sulla pagina non è più stato pubblicato nulla, né in rete si riescono a trovare notizie su qualunque tipo di attività riconducibili ad Area progressista. A otto mesi dall'assemblea di lancio, dunque, è lecito chiedersi davvero "ma che fine ha fatto?": il simbolo è già stato accantonato o c'è possibilità di rivederlo da qualche parte, magari all'interno di qualche altro contrassegno anche solo a livello locale?

giovedì 23 agosto 2018

Se il Pd pensa di cambiare nome (e simbolo)

"Come si cambia per non morire": viene quasi spontaneo citare uno dei successi più noti di Fiorella Mannoia, nel tentativo di tirare le fila su una delle ultime dispute politiche dell'estate (ma dura ormai da alcune settimane), prima della riapertura delle aule parlamentari: la possibilità che il Partito democratico cambi il proprio nome, per non affondare del tutto. Tra sguardi attenti, analisi spietate, critiche feroci e ironie più o meno pesanti (come quella di Andrea Scanzi che sul Fatto Quotidiano ha proposto come nuovo acronimo Frip, nel senso di "Facciamo ridere i polli"), la questione rischia di non spegnersi nel giro di pochi giorni, ma di tenere banco ancora a lungo.
Tutto sarebbe iniziato da una domanda semplice e diretta posta l'11 luglio sui suoi canali social dalla deputata dem Alessia Morani: "Cosa ne pensate di un 'Movimento democratico europeo'?" Da lì il dibattito, mai sopito del tutto in passato, si è fatto via via più fitto, attorno al nome evocato dalla parlamentare come pure su altre possibili etichette per un nuovo partito, ma soprattutto sull'opportunità di un cambiamento vero del Pd, che non si riduca a una mera operazione di rebranding, cioè il tentativo di proporre lo stesso pacchetto di idee, atteggiamenti, programmi e persone semplicemente con un marchio diverso o con cambiamenti interni marginali. Un camuffamento, insomma, per cercare di non farsi riconoscere dagli elettori (fosse facile...) ed evitare i loro attacchi. Un passaggio che, se fosse gestito così, sarebbe punito dagli stessi elettori, al punto che Gianni Cuperlo al Fatto Quotidiano ha detto con chiarezza, pochi giorni dopo l'uscita di Morani, che il Pd deve soprattutto "cambiare impianto, classe dirigente e concezione del potere", mentre per lui "non dobbiamo chiamarci in un altro modo, abbiamo passato 20 anni a sciogliere e rifondare partiti". Per qualcun altro, invece, anche il nome è da buttare assieme alle rovine: "La casa brucia - dichiarava una anonimo dirigente alla Stampa, in un articolo di Carlo Bertini di cinque giorni fa - bisogna accelerare sul congresso e magari pensare a un cambio di nome" o, possibilmente, a una casa tutta nuova, visto che quella in fiamme rischia di essere definitivamente inagibile.
Tra coloro che invece invocano un cambio nella denominazione (e non solo), una delle voci più autorevoli, per la posizione riconosciuta nel mondo della ricerca e per l'incarico politico oggi rivestito, è quella di Elisabetta Gualmini, vicepresidente della Regione Emilia Romagna, ma prima di tutto politologa legata al Mulino di Bologna. Intervistata, anzi incalzata da Luca Telese il 13 agosto per La Verità ("Come fa a sapere che ho detto che il Pd deve cambiare nome? Ne ho parlato solo in Svizzera..."), ammette di essere convinta che "il Pd debba cambiare pelle e volto al più presto, fin dalle prossime elezioni regionali. Oppure rassegnarsi al rischio di scomparire" e questo per il misto di "rabbia, incomprensione, delusione e scontento" che si sono accumulati nella base nel corso degli anni. Una situazione dalla quale non ci si può salvare con "un semplice lifting": in un contesto generale di crisi delle socialdemocrazie e con i benefici di riforme e ripresa economica che tardano a farsi apprezzare, quasi qualunque dirigente dem (e non solo Renzi, che pure Gualmini aveva sostenuto a lungo) avrebbe operato e comunicato in modo non produttivo, ma il Pd avrebbe scelto - dopo la sconfitta del 4 marzo - la strada peggiore, cioè ritirarsi su un nuovo Aventino "perché nessuno dei dirigenti della prima linea si facesse male", quando invece "non bisognava attendere un solo minuto". 
La fretta di cambiamento di Gualmini riguarda certamente l'atteggiamento, le idee, i riferimenti e le persone (forse la parte più difficile, in un partito che è apparato oltre che base), ma riguarda anche il nome perché "bisogna dare l'immagine di un cambiamento forte, e radicale", passando attraverso "una nuova Bolognina": se il Pd "non viene percepito come un grande partito riformista che sta dalla parte dei più deboli", occorre piuttosto "tornare ad ancorare questa nuova identità a sinistra", magari inserendo nel nome "un moderno riferimento all'idea del socialismo" (ma senza fornire idee più puntuali per nome e simbolo perché "dev'essere un percorso condiviso. E fin lì non sono ancora arrivata").
Ancora prima, già a fine giugno Elisa Calessi per Libero aveva dato conto di varie tentazioni di "restyling del marchio" all'interno del gruppo tuttora vicino a Matteo Renzi: sul quotidiano si evocava il precedente del New Labour ("brand inventato da Peter Mandelson, consigliere numero uno di Tony Blair", con cui i laburisti si lasciarono alle spalle un lungo periodo di sconfitte e tornarono al governo). Un restyling che dovrebbe riguardare non solo l'emblema, ma anche "modello organizzativo, struttura, idee", visto che, secondo Giovanni Diamanti di Quorum-Youtrend, "il Pd è un brand pressoché morto, che non funziona più", per cui può essere utile un cambio del marchio, anche solo parziale, purché si accompagni a "un cambio di idee, di leadership, di classe dirigente".

Quando il due mangia il tre

Ora, posto che trapiantare la "soluzione Blair" in Italia non avrebbe senso e comunque non funzionerebbe (chi voterebbe, seriamente, per un "Nuovo Pd"?), è inevitabile che la scelta di un eventuale nuovo nome avrebbe conseguenze anche sul simbolo del partito, dovendosi dunque confrontare con regole grafiche e non solo. Da questo punto di vista, per esempio, l'ipotesi Movimento democratico europeo apparirebbe già anomala e in svantaggio, per varie ragioni. Innanzitutto, vorrebbe sfuggire alla regola del due che mangia il tre, che domina ormai da anni, ma merita di essere spiegata. 
Per decenni la maggior parte dei nomi dei partiti più grandi si è fondata su tre parole, ma l'ultima era spesso "italiano", per cui questa tendeva a sparire nella comunicazione orale: si parlava dunque di "Partito comunista", "Partito socialista", "Partito liberale", "Movimento sociale", affiancandosi dunque a quei soggetti che di parole ne avevano sempre avute due, come la Democrazia cristiana e il Partito radicale, o chi ne aveva scelte solo due, come la Lega lombarda, la Liga Veneta e la Lega Nord (intanto i Verdi si erano ridotti ancora di più, anche se le tre parole del "sole che ride" compensavano quell'unica parola "Verdi"). Negli ultimi anni della Prima repubblica iniziarono a farsi strada i nomi ternari, a partire dal Partito democratico della sinistra (sì, le parole erano quattro, ma "della" non contava), poi in seguito sarebbero fioccati altri esempi, come il Ccd, il Cdu, lo Sdi, l'Idv, l'Udc, il Pdl, Mpa, Sel, Fli (per non parlare di chi esagerava, come l'Udeur); non mancarono però le eccezioni binarie, da Forza Italia ad Alleanza nazionale, dal Patto Segni a Rinnovamento italiano, fino all'Ulivo, ai Democratici e all'Unione, arrivando - appunto - al Partito democratico. 
Negli ultimi anni, si sembra tornati di nuovo a una fase binaria, in cui la scena appare dominata da partiti a due parole, con il Pd, il ritorno di Fi e la forza rinnovata della Lega Nord, nonché nuovi tentativi come Centro democratico, +Europa; la regola del due si è via via imposta, con Scelta civica (che dimenticava di chiamarsi anche Per l'Italia), il tentativo di far evolvere Sel in Sinistra italiana, il Nuovo centro destra in Area/Alternativa popolare (ma sarebbe comunque durata poco), Mdp in Articolo 1 (anche per evitare grane legali), per non parlare di chi di parole ne ha scelta una sola (come Possibile o come la stessa Lega che ha lasciato il Nord). Le eccezioni resistono, ma sono sui generis: Fratelli d'Italia ha tre parole ma la preposizione apostrofata quasi non si fa sentire; il MoVimento 5 Stelle in realtà sul simbolo ha una parola sola e si identifica - a torto o a ragione - soprattutto con quella; altri partiti e gruppi formati da tre parole hanno almeno una sigla pronunciabile e facile da ricordare (Leu, prima ancora Ala, la cui sigla era davvero improponibile).
Movimento democratico europeo non solo sarebbe formato da tre parole, per giunta non brevi, ma non avrebbe nemmeno una sigla facile da pronunciare (Mde? Anche Med non è il massimo, rimanda al Mediterraneo o alla medicina), nemmeno in forma allargata: Mode è rischioso (le mode passano...), Modeu è improbabile, senza contare che parlare in modo palese di Europa in questa fase è tanto coraggioso quanto rischioso sul piano dei risultati. Insomma, il nuovo possibile nome non parte proprio benissimo: a qualcuno potrebbe anche venire il sospetto che chi in queste settimane sta spingendo per quell'etichetta voglia in realtà "bruciarla", come chi fa una proposta, per poi dire di fronte al disgusto generale "vero che fa schifo?". Andrà a finire così?

mercoledì 22 agosto 2018

1987, Campania Felix: sdoppiare il Psi al Senato, senza cambiare simbolo

Ci si allena fin da bambini a "trovare la differenza", quando sulle riviste o sui libri di scuola si affiancano figure pressoché identiche e qualcuno dei grandi invita a metterle a confronto per allenare l'occhio a non farsi ingannare, a non far apparire uguale ciò che non lo è. Crescendo, però, ci si rende conto che ci sono casi in cui le differenze ci sono, ma è impossibile vederle, anche con un occhio attento: si possono vedere soltanto a cose fatte, quando ormai non si può più agire per porre rimedio e magari se ne sono già fatte le spese. Anche in quel caso, comunque, da soli è difficile capire cosa sia accaduto davvero: per capirne di più occorre indagare e rivolgersi a chi conosce certi meccanismi, magari perché li ha individuati, li ha visti applicare o, nella peggiore delle ipotesi, li ha subiti e non se n'è ancora dimenticato. 
Volendo fare un esempio alla portata dei #drogatidipolitica che frequentano questo sito, è sufficiente visitare le pagine dell'Archivio storico delle elezioni, all'interno del sito del Ministero dell'interno (un punto di passaggio obbligato per politologi, giuristi con la mania delle elezioni e, appunto, drogati di politica a qualunque stadio) e dare uno sguardo alle elezioni del Senato del 1987, con particolare riguardo alla Campania: uno sguardo rapido fa emergere un'anomalia, qualche secondo di attenzione in più fa capire che non si è stati distratti e, probabilmente, chi ha compilato quella pagina non ha fatto un errore.
Se si guarda bene, infatti, non può sfuggire che nella pagina regionale dei risultati è riportato due volte il simbolo del Partito socialista italiano, con tanto di risultati molto diversi l'uno dall'altro, in termini di voti, percentuali e seggi. Com'è possibile? I partiti che potevano prendere percentuali rilevanti nella tabella ci sono già tutti, quindi chi ha compilato la pagina non può avere scambiato una candidatura per un'altra. 
Viene la tentazione di ingrandire il tutto, per cercare di capire se per caso quei due contrassegni del Psi (rigorosamente in bianco e nero, come tutti gli altri, visto che il colore sarebbe arrivato solo nel 1992) abbiano qualcosa di diverso tra loro: magari una forma diversa del garofano - che finiva per la prima volta sulle schede nel disegno elaborato da Filippo Panseca, senza più falce, martello, libro e sole nascente mantenuti da Ettore Vitale nel 1978 - un dettaglio testuale, uno sbaffetto di nero in più da qualche parte o chissà cos'altro; invece niente, nessuna differenza e non ci si può nemmeno appigliare a eventuali alleanze "a geometria variabile" dei socialisti con socialdemocratici, radicali e altri laici che quell'anno effettivamente ci furono al Senato, perché in Campania non ce n'è traccia.
Insomma, a colpo d'occhio e anche con un po' di ragionamento, non ci si capisce nulla e la matassa resta ingarbugliata. Per trovare un capo del filo e iniziare a dipanarla, occorre rivolgersi a chi c'era, a chi ha vissuto direttamente quella situazione. Ad esempio Carmelo Conte, classe 1938, originario di Piaggine in provincia di Salerno, deputato dal 1979 al 1994 e principale artefice, negli anni '80, di una crescita quasi esponenziale del Psi al Sud, ma soprattutto in Campania. Anche lui conferma che il simbolo non fu toccato, ma in effetti qualcosa avvenne, complici norme non ancora rigide e interpreti sopraffini.

La legge elettorale e il problema da risolvere

Alla base, come sempre, c'era un problema da risolvere, strettamente legato alla legge elettorale allora vigente, ma soprattutto alla situazione del Psi campano. Sotto il primo profilo, va ricordato che alla Camera c'era un sistema proporzionale praticamente puro con preferenza multipla e il territorio campano era diviso in due circoscrizioni, la prima che comprendeva le province di Napoli e Caserta, la seconda le restanti province di Avellino, Benevento e Salerno. Quanto al Senato, il territorio regionale era diviso in un certo numero di collegi - allora erano 21 - in cui si affrontavano singoli candidati e, una volta assegnato a ciascun gruppo di candidati collegati tra loro (di norma legati allo stesso partito, ma il punto fondamentale sarà proprio questo) il numero di seggi spettanti in proporzione ai voti presi dal gruppo, questi venivano assegnati ai candidati che in tutta la regione avevano ottenuto la percentuale più alta; questione non secondaria, allora era consentito candidarsi contemporaneamente alla Camera e al Senato, ma se si era eletti in entrambi i rami del Parlamento occorreva scegliere una delle due assemblee e rinunciare all'altra, liberando dunque un posto.
Il vero problema, però, era di natura politica. "Il fatto è che il mio gruppo, nel salernitano e in Irpinia, era molto più forte rispetto al Psi napoletano", ricorda bene Conte, che anche quell'anno fu eletto alla Camera nella circoscrizione Benevento-Avellino-Salerno e fece il pieno di preferenze. Alla Camera questo non aveva conseguenze particolari, visto che il territorio era diviso in due circoscrizioni ed entrambe le zone campane riuscivano a essere rappresentate a Montecitorio; al Senato, invece, finivano per essere eletti praticamente solo candidati delle province di Salerno e Avellino, perché i pochi seggi a disposizione dovevano essere distribuiti su tutta la regione e, inevitabilmente, le percentuali migliori scattavano in quelle province. Era già accaduto nel 1979 con i tre senatori eletti e la situazione si era sostanzialmente ripetuta alle elezioni del 1983: tre candidati furono eletti in provincia di Salerno e si riuscì a eleggere Francesco De Martino nel collegio di Napoli 3 (Chiaia - S. Ferdinando - Posillipo) solo perché ci fu un accordo con il Pci e su di lui confluirono anche i voti comunisti (forse anche per ricambiare il favore, il Psi non presentò candidati in altri due collegi napoletani).
Facile capire che questa situazione fosse motivo di grande smacco per il Psi napoletano, rappresentato allora soprattutto da Giulio Di Donato, in grande ascesa e destinato a diventare in seguito vicesegretario del partito. Erano i tempi, tra l'altro, in cui il signor Benedetto Craxi detto Bettino veniva candidato alla Camera proprio nella circoscrizione di Napoli-Caserta e veniva eletto con una quantità spaventosa di preferenze, mentre al secondo posto c'era proprio Di Donato. Inevitabile, allora, che quest'ultimo chiedesse a Craxi di fare qualcosa: salernitani e irpini non potevano prendersi tutto e bisognava trovare un motivo per evitare che succedesse di nuovo e il segretario nazionale, anche per evitare attriti interni al partito - che sarebbero comunque esplosi più in là - si disse d'accordo. 
Lo stesso Carmelo Conte, conscio del problema, provò a proporre una soluzione: "Suggerii che i socialisti di Napoli candidassero qualcuno dei loro nei nostri collegi, per esempio avrebbero potuto candidare De Martino nel salernitano". La proposta, tuttavia, fu respinta al mittente: alla fine lo stesso De Martino rinunciò alla candidatura avendo trovato nel partito le porte sbarrate alla sua richiesta di essere nuovamente sostenuto congiuntamente dal Psi e dal Pci (sarebbe tornato a Palazzo Madama da senatore a vita nel 1991); a monte, però, si ripeteva con insistenza che lo stesso Di Donato non avrebbe accettato l'idea di attribuire ai socialisti salernitani il merito dell'elezione di De Martino, quindi non se ne sarebbe fatto comunque nulla. 

La soluzione tra le pieghe della legge

La soluzione, alla fine, spuntò fuori e la suggerì qualcuno che doveva avere studiato a fondo la normativa elettorale valida per il Senato, anche nel suo "non detto", quanto alla presentazione delle candidature e all'attribuzione dei seggi. In base alla legge n. 29/1948, in particolare, ogni candidato poteva presentarsi in una sola regione e in un massimo di tre collegi (art. 8, comma 1), depositando le firme e insieme un simbolo, tra quelli ammessi dal Viminale (art. 9, comma 2); lo stesso candidato doveva, entro il 30° giorno prima del voto - dunque anche dopo aver presentato la candidatura - "dichiarare all'ufficio elettorale regionale [...] con quali candidati di altri collegi della Regione intende collegarsi" (art. 11, comma 1). La stessa disposizione precisava che il collegamento doveva riguardare almeno tre collegi, anche se in questi era candidata la stessa persona; in più, era espressamente ammesso "il collegamento tra candidati aventi diverso contrassegno" (art. 11, comma 3). Dopo il voto (e assegnati eventualmente in prima battuta i seggi ai candidati che avessero vinto nel collegio con almeno il 65%), la distribuzione proporzionale - con metodo d'Hondt - avveniva tra i vari gruppi di candidati (art. 19).
Insomma, la disciplina elettorale per il Senato metteva realmente al centro più i candidati dei loro partiti, secondo una vocazione di stampo uninominale che ha caratterizzato molte "camere alte". Lo dimostrava, soprattutto, la scelta di distribuire i seggi tra i gruppi di candidati che potevano anche legarsi a simboli diversi: una norma pensata, probabilmente, soprattutto per le prime elezioni, in cui il quadro politico-partitico non si era ancora stabilizzato del tutto e quindi non erano impossibile geometrie politiche fluide, diverse da regione a regione, in un Senato eletto "a base regionale" (art. 57 Cost.) e dunque con un collegamento maggiore col territorio (poi le cose sarebbero andate in un altro modo, ma questa è un'altra storia...). 
Il fatto è che il legislatore del 1948 (vale a dire l'Assemblea costituente) aveva previsto espressamente la fattispecie di collegamento tra candidati con simboli diversi, ma non aveva regolato l'ipotesi in cui i candidati di uno stesso partito all'interno della regione avessero deciso di collegarsi non tutti insieme, ma in due diversi gruppi, contraddistinti dallo stesso emblema. Quest'eventualità non era prevista apertis verbis, ma non era nemmeno proibita, visto che la legge parlava semplicemente di "gruppi di candidati" tra cui ripartire i seggi in base ai voti ottenuti: la strategia poteva non essere conveniente, perché ripartire i voti su più gruppi poteva rendere più difficile per ciascun gruppo conquistare seggi, ma non risultavano impedimenti a quella scelta.
Su queste premesse, nel 1987 il Psi campano si sdoppiò: il gruppo più consistente di candidati - lo chiameremo Psi 1 - coprì i collegi delle province di Avellino, Benevento, Caserta e Salerno, nonché quattro collegi della provincia di Napoli (Napoli 5, Afragola, Castellammare di Stabia, Nola); il gruppo meno nutrito - il Psi 2 - si presentò invece solo negli altri cinque collegi del capoluogo (Napoli 1, 2, 3, 4, 6) e a Torre del Greco. Questo, almeno, è quello che si deduce sommando i voti ottenuti dai rispettivi candidati, per arrivare ai totali rispettivamente del Psi 1 (284126 voti) e del Psi 2 (106692 voti): gli elettori, ovviamente, non potevano rendersi conto di questo sdoppiamento, visto che i simboli erano gli stessi e i collegamenti venivano fatti solo in sede di corte d'appello. 
Non risulta che qualcuno si sia opposto, in sede di ufficio elettorale regionale, alla soluzione del Psi; non è nemmeno impossibile - non c'è alcun elemento per affermare che sia andata così, ma scenari simili si sono ripetuti spesso nel corso degli anni - che, per verificare la fondatezza di quell'ipotesi, qualche dirigente socialista abbia interpellato la Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno, allora retto da Oscar Luigi Scalfaro, per avere un parere informale. Non è dato sapere esattamente quali motivi abbiano portato a scegliere di inserire nel secondo gruppo di candidati solo quei sei collegi, lasciando al primo tutti gli altri: è probabile che si sia cercato di mantenere nella circoscrizione del Psi 2 alcuni collegi in cui il Psi avrebbe potuto avere una certa forza numerica (ancor più che percentuale), visto che occorreva riuscire a ottenere almeno un seggio alla ripartizione proporzionale, concentrandosi il più possibile sulla zona di Napoli proprio perché si voleva dare rappresentanza al capoluogo. 

Sdoppiare il partito per distribuire i seggi

Di fatto, anche se non spettava e non spetta ai partiti il disegno dei collegi, il Psi aveva compiuto un'operazione di gerrymandering, di ritaglio chirurgico delle circoscrizioni, peraltro attraverso un meccanismo - il collegamento tra candidati - nato per dare rilevanza a un gruppo politico e non a un territorio.
Per il seggio napoletano, ovviamente nella speranza di aver fatto bene i conti e che anche per il Psi 2 scattasse l'eletto, in prima fila c'erano Francesco Guizzi, storico del diritto romano e fratello di un funzionario della Camera, candidato in tre collegi (Napoli 1, Napoli 6 e Torre del Greco), nonché lo stesso Giulio Di Donato, candidato in altri due collegi (Napoli 2 e 3) e contemporaneamente alla Camera in Campania 1, così da garantirne l'elezione da una parte o dall'altra; completava il quadro la candidatura di Giuseppe Russo, nel collegio di Napoli 4, vista essenzialmente per testimoniare la presenza del garofano anche lì.
Alla fine i conti tornarono abbastanza: il Psi 1 elesse tre senatori (Modestino Acone ad Avellino, Sossio Pezzullo a Eboli e Antonio Mario Innamorato a Sala Consilina), ma soprattutto il Psi 2 riuscì a far scattare l'eletto e fu Francesco Guizzi, che aveva ottenuto la percentuale più alta a Torre del Greco. I socialisti napoletani furono soddisfatti; Carmelo Conte lo fu un po' meno, convinto com'era che se si fosse presentato un solo gruppo di candidati non si sarebbero dispersi voti tra due soggetti diversi, con una cifra elettorale più alta sarebbe arrivato un quinto seggio e, candidando uno o due napoletani nel salernitano, almeno uno sarebbe stato eletto ("Così ci avremmo guadagnato tutti..."). Francesco Guizzi fu poi eletto giudice costituzionale dal Parlamento in seduta comune il 14 novembre 1991; il suo posto a Palazzo Madama fu preso proprio da Giuseppe Russo, unico aspirante al seggio rimasto del Psi 2 (visto che Di Donato ovviamente era stato eletto alla Camera).
Visto che, in un modo o nell'altro, il sistema aveva funzionato e nessuno ne aveva messo in dubbio la legittimità, nel 1992 il Psi campano si sdoppiò una seconda volta: stavolta la geografia dei gruppi di candidati cambiò, probabilmente in linea con le variazioni nell'elettorato, sempre cercando di far scattare il maggior numero possibile di seggi da una parte e dall'altra. In particolare, le combinazioni di numeri suggeriscono che in quel caso il Psi 1 si presentò ancora ad Avellino, Benevento, Caserta, Salerno e nei collegi di Napoli 2, 3 e 4 (quelli che alla fine risultarono meno convenienti, come numero assoluto di voti); il Psi 2, invece, si presentò nei collegi con maggior voti del capoluogo (Napoli 1, 5, 6) e in quelli di Afragola, Castellammare di Stabia, Nola e Torre del Greco. 
"Mani pulite" aveva fatto la sua comparsa tra le cronache meno di due mesi prima, quindi il Psi in Campania aveva potuto ancora beneficiare di una crescita di consensi notevole in tutti i collegi senatoriali: questo consentì ai socialisti di ottenere un seggio in più in regione, arrivando a cinque. Di questi, tre se li aggiudicò ancora il Psi 1, confermando Modestino Acone ad Avellino e Antonio Mario Innamorato a Sala Consilina e portando a Palazzo Madama Michele Sellitti; quanto al Psi 2, Giuseppe Russo fu confermato (ma questa volta ad Afragola, il collegio della "sua" Casoria, di cui era stato sindaco), mentre a Nola festeggiò il suo quasi omonimo Raffaele Russo. Lo sdoppiamento, insomma, aveva funzionato anche quella volta, mentre alla Camera Giulio Di Donato e Carmelo Conte avevano stravinto e a Napoli era stato eletto per la prima volta deputato Stefano Caldoro. 
Quel meccanismo, però, non avrebbe più avuto modo di esprimersi: nel 1993, sulla spinta del referendum che aveva reso maggioritaria la legge elettorale del Senato, fu introdotto un nuovo sistema elettorale misto, a prevalenza maggioritaria; in compenso, già poche settimane dopo le elezioni del 5 aprile 1992, era partita la pioggia di avvisi di garanzia e arresti per le inchieste di varie procure sulle tangenti. Il mondo era completamente cambiato: ci sarebbe stato ancora spazio per gli esperti di tecnica elettorale, ma avrebbero dovuto escogitare altre soluzioni, magari coniando simboli ad hoc (come per il centrodestra "a geometria variabile" tra Nord e Sud del 1994).

venerdì 17 agosto 2018

Rileggere Cencelli, con la mente allo scudo crociato (e a Cossiga)

Anche in pieno agosto, lo si è visto, si deve parlare dello scudo crociato, della Dc che qualcuno vuol far tornare, mentre qualcun altro vuol vedere di nuovo viva ma non nel modo proposto dai primi (che vengono dunque spernacchiati, se non portati direttamente in tribunale); altri ancora vorrebbero semplicemente non sentirla nominare mai più, ritenendo che sia stata una pagina poco onorevole della storia italiana o, al contrario, che sia un'idea troppo seria e nobile - rispetto, se non altro, alla politica di oggi - per rovinarla ulteriormente con liti, tentativi a rischio di naufragio e polemiche con o senza carte bollate. 
Nemmeno gli archivi possono stare tranquilli: a fine luglio Gianfranco Rotondi ha fatto sapere che, dopo una serie di intimidazioni personali susseguitesi nel corso degli anni, qualcuno si è introdotto nei locali della Fondazione Fiorentino Sullo ad Avellino, in cui è custodito tanto l’archivio del Cdu, quanto parte dell'archivio che fu della Dc ed era stato "salvato" da Buttiglione e Rotondi dopo l'abbandono di Palazzo Cenci Bolognetti a Piazza del Gesù (sulle agenzie si legge che una parte è stata consegnata all'istituto Sturzo di Roma, questo sebbene l'Udc non avesse deciso di rinunciare allo scudo crociato per trasferirlo allo stesso istituto, come aveva chiesto proprio Rotondi nel 2014 e aveva ribadito due anni dopo, rendendo nota al Tempo parte di quei documenti). Gli indesiderati visitatori hanno lasciato molto disordine, probabilmente hanno rubato qualche carta dall'archivio (ma un inventario non è mai stato fatto, quindi capire cosa manca sarà difficile) e Rotondi è convinto che si tratti di un segnale per ostacolare il ritorno della Dc.
E' forte allora, fortissima, la tentazione di tornare a un'altra Dc (e a un'altra politica), quella che aveva indubbiamente i suoi difetti - e tanti - ma aveva anche una levatura diversa, di stile e di preparazione di chi operava, persino nelle sue pagine più deprecate. Tra le espressioni che in politica, da ormai molto tempo, sono utilizzate in senso assai dispregiativo, evocando subito concetti negativi come "lottizzazione", "spartizione", "correntismo" (frequenti nel lessico delle opposizioni e, da un po' di anni a questa parte, dell'antipolitica in generale), un posto di rilievo spetta a "manuale Cencelli"
Come i veri drogati di politica sanno, si trattava di una sorta di metodo di calcolo, elaborato tra il 1967 e il 1969 da Massimiliano Cencelli, allora segretario particolare del deputato Adolfo Sarti, per determinare quanti ministri e sottosegretari sarebbero spettati nel nuovo governo (a seconda che si fosse trattato di un esecutivo di centrosinistra o un monocolore Dc) alla corrente legata a Paolo Emilio Taviani (o dei "pontieri"), cui Sarti apparteneva. Fu proprio Sarti a creare l'espressione scherzosa "manuale Cencelli", parlando con la stampa parlamentare; fu però uno dei suoi membri più autorevoli, Renato Venditti, a trasformare quel metodo di calcolo e un numero impressionante di appunti e fogli manoscritti e dattiloscritti in un libro, Il manuale Cencelli appunto, che uscì (con il sottotitolo "Il prontuario della lottizzazione. Un documento sulla gestione del potere") per i tipi "rossi" degli Editori Riuniti nel 1981. 
Due anni fa, dopo che per anni il volume è stato introvabile, l'ha ristampato Aliberti compagnia editoriale, arricchendolo di un'interessante intervista allo stesso Cencelli di Mariella Venditti, a lungo notista politica del Tg3 e figlia di Renato: l'ex collaboratore di Sarti, classe 1936, oltre a ricordare come nacque il suo "manuale", si concede varie escursioni nell'attualità politica di due anni fa (ma l'affermazione "Ora nei partiti i conti si fanno con le primarie" è ancora valida e fa riflettere). Sul fatto che il suo "manuale" non sia passato di moda non ha cambiato idea: un mesetto fa è apparso a L'aria che tira, su La7, dicendo che il ministero dell'Interno oggi è prezioso quasi quanto lo era quello delle Poste decenni fa ("Allora si facevano tutte le assunzioni a chiamata diretta, Remo Gaspari non lo voleva mollare perché decideva decine di assunzioni di postini"), che le Ferrovie dello Stato contano meno della Rai e che Lega e M5S "il mio manuale l'hanno letto bene, ma si devono mettere d'accordo sul 'bilancino' del potere per ogni ministero", precisando che Salvini ha imparato meglio "perché ha la grinta, Di Maio è giovane, non ha grandi esperienze".
L'edizione originale del libro
Scriveva all'inizio del suo libro Renato Venditti: "ogni corrente tende a chiedere una presenza e uno spazio per sé, dando vita a un periodo di autentica disgregazione interna. Il fenomeno del tesseramento gonfiato corre parallelo all'involuzione politica. Avere più tessere di corrente significa avere più ministeri. Avere più posti di governo vuol dire disporre di maggiori quote di potere. Il potere serve ad alimentare un consenso un po' reale e un po' artefatto. Un circolo vizioso senza soluzione". Oggi magari non si parla di correnti, ma di aree, come se fosse poi molto diverso; le pratiche spartitorie, più che essere interne a un singolo partito, riguardano una coalizione; non sono spariti del tutto i "signori delle tessere", almeno nei partiti che le tessere le fanno ancora; certamente non si sono cancellate le pretese di chi - a livello nazionale o locale - pretende presenze, spazi, visibilità sulla base della forza dei numeri che ha, che aveva (al momento delle elezioni, ma magari non più al momento in cui rivendica) o che finge di avere. Allora in Italia non si parlava ancora di spoil system, ma cambiando lingua non sono cambiati gli appetiti; tutt'al più si sono diversificati e, puntualmente, sono aumentati.
Di tutto questo, ovviamente, l'inventore del calcolo non aveva e non ha alcuna colpa. "Se un presidente - scriveva sempre Venditti - si serve del Cencelli per mettere in un posto un incompetente o un ladro, la scelta trascende la responsabilità dell'autore. Il fatto che quel personaggio salito al vertice del potere sia un disonesto non accusa Cencelli, ma mette in causa il meccanismo che finisce per imporre il ladro o incompetente. Cencelli fa solo il conto dei ministri, ma non ne conosce la biografia e il certificato penale." Prendetevela con il presidente e non con il ragioniere del potere, chiosa l'autore, e magari attaccate - si aggiunge qui - chi grida allo scandalo quando sta all'opposizione, ma se si trova sui banchi della maggioranza, finisce a rispolverare lo stesso manuale. Come gli altri, come tutti.
Non stupisce affatto, dunque, trovare meno stroncature del previsto tra le testimonianze di parlamentari democristiani e di altri partiti che Renato Venditti raccolse nel libro, svelando che alcuni detrattori del metodo Cencelli e del gioco correntizio (come Gerardo Bianco e Bartolo Ciccardini) avevano potuto dire la loro e ottenere posizioni di rilievo perché, di fatto, di correnti ne avevano fondata una. Così come non fa una piega il giudizio definitivo di Giulio Andreotti: "Il manuale Cencelli? Uno dei libri da dimenticare (purché lo dimentichino tutti)": ricorda tanto discorsi come "Occorre ragionare di programmi, ma se gli altri ragionano di nomi, dobbiamo farlo anche noi". Come dire, 'cca nisciuno è fess', ma di certo un romano de Roma con ascendenze papaline come Cencelli lo direbbe in un altro modo.
Tutto questo, per chi frequenta la politica, pare del tutto normale. Chi se ne importa, in fondo, se applicando il manuale di cui sopra o versioni simili si violano un paio di norme costituzionali, per cui di fatto i ministri li scelgono i capicorrente o i segretari di partito e non il Presidente del Consiglio (art. 92) e in quella pratica di "metodo democratico" nella determinazione della politica nazionale (art. 49) ce n'è poco, specie se si guarda alla "democrazia interna" ai partiti. Roba da costituzionalisti alla Leopoldo Elia (che, da studioso e democristiano, dei partiti si occupò fino alla morte e non a caso è citato più volte da Venditti), non da politici che, per poter contare, devono far quadrare i conti delle sedie. 
Così è istruttivo rileggere gli interventi all'assemblea nazionale della Dc del 2 novembre 1965 a Sorrento (quando Oscar Luigi Scalfaro propone di istituire in quel giorno la "festa del socio", visto il gran numero di tessere fatte a morti o presenti sull'elenco telefonico): lì tanti se la prendono con il sistema correntizio, ufficialmente vietato dallo statuto fino al 1978 ma che, con il sistema di elezione degli organi interni con mozioni e liste concorrenti, di fatto ne favorisce la nascita; tra i maggiori accusatori di quel sistema a Sorrento, peraltro, c'era proprio Adolfo Sarti, che due anni dopo avrebbe fatto nascere il "manuale Cencelli". 
E altrettanto interessante è il racconto - frammisto ad alcuni brandelli di lettere dalla prigionia brigatista di Aldo Moro, che proiettano in faccia al lettore tutta l'amarezza del politico per il trattamento ricevuto dalla Dc e dagli stessi tavianei nel corso degli anni - del famoso congresso democristiano milanese del 1967 (23-26 novembre), che si chiude con la vittoria dello schieramento di centrodestra, con a capo i dorotei, ma soprattutto vede emergere una nuova corrente - quella dei "pontieri" - che vede uniti Paolo Emilio Taviani, Remo Gaspari, Adolfo Sarti, Francesco Cossiga (salterà fuori di nuovo), Filippo Micheli e, tra i due delegati romani, anche il nostro Cencelli. 
Nel 1967 lui si esercita su indicazione di Sarti, come si è visto, ma nel 1969, dopo il congresso di Roma (27-30 giugno) e a partire dal secondo governo di Mariano Rumor, il segretario particolare di Adolfo Sarti è già un vero fuoriclasse: Cencelli fissa i rapporti di forza tra le correnti in base alla composizione finale del consiglio nazionale Dc (e non ai voti dei delegati al congresso, come avrebbe fatto in seguito, per esempio nel 1973) e li applica ai totali previsti di ministri e sottosegretari spettanti al partito, sia che si prepari un governo monocolore sia che si ripeta un esecutivo coi socialisti. La distribuzione dei ministeri e dei posti di sottosegretario tiene conto di una loro graduazione in quattro fasce per importanza, un elemento che può servire a riequilibrare i conti quando a una corrente spettano, magari, due poltrone e mezza e non si sa come fare; e se proprio non si riesce altrimenti, si aumentano i ministeri senza portafoglio. Il tutto non per amore dei conti e delle regole, ma sulla base di un principio: i partiti non saranno una società per azioni, ma se all'interno dei partiti un gruppo ha una certa quota di eletti, la stessa quota deve averla nel governo.
Quel meccanismo, un po' adattato e aggiornato, continua a funzionare anche quando l'elezione del segretario della Dc si fa diretta, anche quando Bettino Craxi - divenuto nel frattempo segretario del Psi - pretende "pari dignità" coi democristiani nella formazione del governo (ovviamente il metodo Cencelli riguarda solo i posti targati diccì e, con meno poltrone a disposizione, si fa più rigoroso, anche nelle compensazioni con incarichi di partito e parlamentari, come quello di capogruppo), persino quando il governo per la prima volta è presieduto da un non-democristiano (Giovanni Spadolini). Anche oltre un decennio dopo il libro, il "manuale" e il "ragioniere della politica" avrebbero goduto - loro malgrado - di richiami ciclici sui media: tra i momenti di maggior gloria, il primo governo D'Alema, entrato in carica nel 1998 - anche grazie all'ex pontiere Cossiga, come si vedrà - con un organico già numeroso (oltre a D'Alema, 25 ministri, 56 sottosegretari e 1 viceministro) e l'esecutivo Prodi-bis, il più affollato della storia della Repubblica (102 elementi in tutto oltre al Presidente: 26 ministri, 10 viceministri e 66 sottosegretari al momento dell'entrata in carica). Compagini numerose e, soprattutto, distribuite con attenzione anche alle virgole. E ogni volta che qualcuno nomina il suo metodo, generalmente per parlarne male e accusare chi lo usa, a qualche giornalista viene in mente di intervistare direttamente Cencelli, che non si sottrae. Le cose, in fondo, è bene che le dica chi le conosce e chi le sa fare.


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Chi volesse rileggere Il manuale Cencelli, dunque, da un paio d'anni può farlo di nuovo con una certa facilità (il libro è stato commercializzato da Aliberti anche in formato epub). Ma chi temesse di perdersi tra correnti, conteggi e maneggi d'epoca, dovrebbe comunque procurarsi questo libro e non solo per l'intervista di Venditti figlia a Cencelli. Questa edizione del manuale merita anche solo per la prefazione in cui Luca Telese racconta di quando, giusto vent'anni fa, dovette andare a intervistare a Palazzo Giustiniani Francesco Cossiga in occasione del suo settantesimo compleanno: lui aveva da poco fondato l'Udr e solo pochi mesi dopo, senza aver evitato la caduta del primo governo Prodi, avrebbe consentito al primo ex comunista - Massimo D'Alema - di andare a Palazzo Chigi e lo avrebbe fatto sedendo dalla stessa parte del Pdci di Cossutta. 
Insomma l'ex Presidente della Repubblica, allora senatore a vita, si divertiva come un matto e certamente si è divertito Telese a raccontare l'episodio che segue, anche se quel giorno probabilmente la tensione era decisamente maggiore, a partire dal fatto che nella delegazione ammessa a Palazzo Giustiniani c'erano anche il fotografo Gerald Bruneau e la moglie-assistente Adriana Faranda, che il servizio di vigilanza guardava con sospetto e non voleva far entrare per il suo passato nelle Brigate Rosse. A un certo punto fece la comparsa il simbolo per eccellenza, al centro di tutta questa storia e dello stesso "manuale Cencelli", lo scudo crociato e l'apparizione, come si vedrà, fu decisamente pirotecnica, a dispetto del sapore dolce. Cosa accadde è il caso di farlo raccontare a Telese ed è giusto leggerlo proprio oggi: Francesco Cossiga, infatti, si è spento giusto otto anni fa e questo, probabilmente, è un buon modo per ricordarlo sotto ogni aspetto. La citazione è un po' lunga - e sono grato all'editore e all'autore per avermi gentilmente permesso di riportarla - ma vale la pena non perdersi nemmeno una riga:
Mi era venuta in mente l'idea di far preparare dalla pasticceria "Giolitti" una enorme torta da venti chili, sagomata a forma di scudo crociato, con i colori del simbolo, e un piccone di glassa collocato proprio al centro della croce rossa. Speravo che Cossiga non la trovasse sacrilega. Ma c'era un problema: nell'orario in cui la torta doveva essere ritirata, io avrei dovuto trovarmi già a Palazzo Giustiniani. Così avevo chiesto alla mia ragazza dell'epoca, Betta Fonck, di aiutarmi, passando a prendere la torta da "Giolitti", per raggiungerci nello studio del presidente emerito appena possibile. Avevo chiesto a Betta anche di fermarsi sulla strada a comprare delle candeline, e non immaginavo certo quale effetto imponderabile avrebbe prodotto questa scelta. La mia ragazza, infatti, quando le avevano domandato se preferiva gli stoppini da interno o da esterni, aveva scelto le seconde, perché le avevano assicurato (vero) che la fiamma avrebbe tenuto di più. 
Più o meno a mezzogiorno, la torta (e Betta) avevano fatto il loro ingresso trionfante a Palazzo Giustiniani, di fronte ai commessi - curiosi ma diffidenti - e alla scorta del presidente, sempre più perplessa. Gli agenti, scrupolosissimi [...], avevano addirittura chiesto di ispezionare il pacco della pasticceria. Troppe cose fuori posto: un ragazzino giornalista e un presidente emerito, una ex terrorista e una torta misteriosa. Ovvio che non gli tornasse. 
Mentre intervistavo Cossiga, il presidente emerito aveva citato il nome di Cencelli definendolo "Maestro di politica e di vita". Lo faceva per spiegare che la sua UDR avrebbe preso parte a un governo solo se fossero stati rispettati i "buoni precetti del manuale". Mi aveva anche detto: "Molti, erroneamente, e seguendo una vulgata da analfabeti, pensano che il manuale Cencelli sia una equazione spartitoria. In realtà è un metodo, uno strumento di conoscenza profonda della politica". 
E poi, con una punta di malizia che in quel momento non potevo indovinare, Cossiga mi aveva chiesto: "Ma tu lo conosci Cencelli, Luca?". Ovviamente, mi accingevo a cadere nel'errore che tutti ancora oggi replicano. Avevo detto che sapevo bene cos'era il manuale, anche se non ero mai riuscito a trovare una copia dell'edizione (vero, già all'epoca era una rarità bibliografica) del libro di Renato Venditti pubblicato dagli Editori Riuniti nella sua collana bianca. E avevo anche aggiunto che nulla sapevo della vita del suo autore dal momento successivo alla scrittura, fino alla scomparsa. Cossiga si era fatto una grandissima risata, poi era andato alla scrivania, aveva composto un interno del senato, tuonando con a sua voce più teatrale: "Dottor Cencelli, mi può fare la cortesia di salire? Vorrei presentarle un giovane giornalista che ha estremo bisogno di fare la sua conoscenza". Subito dopo aver attaccato il telefono aveva commentato soddisfatto: "Sta salendo!". Per non fare altre brutte figure, mi ero trattenuto dal chiedere "Da dove?". 
Subito dopo, gli eventi avevano iniziato a precipitare. Qualcuno aveva bussato alla porta, e Betta aveva fatto il suo ingresso nella stanza, compita ed elegante, con la nostra torta scudocrociatosa. Po, la mia ragazza e la portavoce di Cossiga, avevano iniziato a piazzare, con cura, le candeline sopra la glassa, facendo attenzione a non infrangere il simbolo. Quindi la porta si aprì di nuovo e aveva fatto il suo ingresso sulla scena un uomo di mezza età, con un'aria molto giovanile, subito salutato da un grido del presidente emerito: "Massimiliano!". Quindi le candeline erano state accese. Cossiga si era avvicinato allo scudo crociato per soffiarle, e qui, sorprendentemente, era deflagrata nell'imponderabile. Gli stoppini da esterni e le fiamme, forse per qualche misteriosa interazione con le correnti dell'impianto di areazione del Senato, avevano prodotto subito una vampata e una nuvola di fumo fittissimo e chiaro. Un allarme antincendio aveva iniziato a suonare. Gli uomini della scorta di Cossiga, che stazionavano davanti alla porta dell'ufficio, come se tutti i loro sospetti fossero confermati, avevano fatto irruzione con un tempismo incredibile, pistola in pugno - in mezzo alla nuvola di fumo, puntando sulla incolpevole Faranda. Cossiga, tranquillissimo, aveva preso Cencelli sottobraccio, com'era sua abitudine, e si era messo a soffiare su quelle fiamme, ottenendo l'effetto di aumentare la composizione, invece che sedarla. 
Rideva, felice come un bambino, e Gerald, quasi ipnotizzato dalla scena, aveva scattato a raffica con certi suoi obiettivi grandangolari che - complici le luci - avevano ottenuto una resa sensazionale. In pochi secondi la scorta aveva capito tutto, la Faranda era stata scagionata, le candeline spente e lo scudo crociato di glassa era stato sporzionato e ingerito dai presenti. [...] Ma a parte gli altri sviluppi, io avevo regalato la torta a Cossiga, e Cossiga mi aveva regalato Cencelli.