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martedì 29 gennaio 2019

Nuova Democrazia cristiana ligure, autonomisti e federalisti per non mollare

Oggi, un quarto di secolo fa, nelle intenzioni dei dirigenti della Democrazia cristiana il nome storico varato nel 1943 sarebbe dovuto finire in soffitta, per sottrarlo a nuovi schizzi di fango. Il 29 gennaio 1994, infatti, si riunì - presso il Centro studi Alcide De Gasperi alla Camilluccia - il consiglio nazionale della Dc, presieduto da Rosa Jervolino Russo: l'ultimo, che avrebbe dovuto eseguire il deliberato dell'assemblea del Partito popolare italiano, svoltasi il 18 gennaio (e sostituire il segretario amministrativo dimissionario, Emilio Rubbi, con Alessandro Duce). Nell'ordine del giorno approvato all'unanimità dei presenti, c'era pure il cambio di denominazione in Partito popolare italiano, nonché la previsione di un nuovo congresso per il mese di maggio: si sarebbe svolto a luglio, ma non si votò mai il cambio di nome in un'assise congressuale, con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate.
Nel corso degli anni, ormai è cosa nota, ci avrebbero provato in tanti a tenere viva la fiamma della Dc, possibilmente nel tentativo di presentare candidature, anche solo a livello locale: si sono succeduti i nomi di Andreino Carrara, Angelo Larussa, Flaminio Piccoli, Clelio Darida, Pellegrino Leo, Alessandro Duce, Carlo Senaldi, Angelo Sandri, Giuseppe Pizza, Raffaele Lisi, Gianni Fontana, Raffaele Cerenza, Renato Grassi e molti altri, ma non tutte le storie hanno avuto lo stesso rilievo. Una delle più singolari e meno raccontate è legata al nome di Graziano Crepaldi, classe 1934, nato in provincia di Reggio Calabria ma da tempo radicato in Liguria: proprio lì lui, "agente d'affari e pubblicista", volle far nascere un pezzo di Democrazia cristiana.
Il 23 agosto 2000, infatti, presso il notaio Valentino Elpidio di Alassio, Crepaldi e altre tredici persone costituirono il partito Nuova Democrazia cristiana ligure, con sede a Genova. Una formazione politica che aveva la sua ragion d'essere regionale all'interno del nome: nello statuto il partito si definiva "democratico, autonomista e federalista" e definiva come suo obiettivo principale "la tutela del territorio Ligure, del suo Popolo, della sua cultura, della sua lingua e delle sue antiche tradizioni"; in quel territorio, il partito aveva "piena totale autonomia" e toccava agli iscritti ogni decisione su eventuali alleanze e convergenze politico-elettorali. Nonostante questo, il partito aveva velleità nazionali: sempre lo statuto precisava che l'iscrizione era aperta a "tutti i cittadini italiani", pagando 30mila lire; a livello più generale, il partito voleva operare "di comune accordo con tutte le forze federaliste ed autonomiste europee nel rispetto della diversità e delle specifiche esigenze di ciascun popolo" (magari con un patto federativo tra partiti federalisti europei) per l'affermazione dell'Europa dei popoli, andando oltre l'unione monetaria.
Nello statuto c'era un'altra indicazione di rilievo: tra le "finalità", all'articolo 10, si legge che il partito "è parte integrante, a tutti gli effetti, del Partito democratico cristiano", vale a dire il soggetto politico - con sede in piazza del Gesù, proprio a Palazzo Cenci Bolognetti - fondato all'inizio del 2000 da Flaminio Piccoli (che però nel frattempo era morto, l'11 aprile, oltre quattro mesi prima della costituzione della Nuova Dc Ligure) per essere in condizione di agire politicamente, senza rischiare nuovi attacchi da Ppi e Cdu per l'uso del nome e del simbolo della Dc. Il partito, nel frattempo, era passato nelle mani di Alfredo Vito, che nel 2001 sarebbe stato eletto alla Camera sotto il simbolo di Forza Italia.
Il legame con il partito fondato da Piccoli emergeva anche dalla costruzione grafica del simbolo: il nome scritto con la font Twentieth Century, con le iniziali D e C più grandi ed evidenziate in rosso (che caso...) e il motto "Difendi la tua libertà" erano mutuati dall'emblema del Pdc, come pure le stelle d'Europa, che nel simbolo di Crepaldi invece erano disposte ad arco su una corona blu; lo scudo, a differenza del simbolo di Piccoli, conteneva la croce rossa. 
Il simbolo del partito era l'elemento più visibile, anche per ragioni concrete: "Noi ci riteniamo parte integrante della Democrazia cristiana originale, quella del 1943, mai sciolta - ricorda ora Crepaldi - per cui a ogni elezione locale cui ci siamo presentati abbiamo sempre depositato per primo il simbolo storico con lo scudo crociato. Quasi sempre però quell'emblema ci veniva inibito, magari su istanza del Cdu prima e dell'Udc poi: a quel punto, avendo solo qualche manciata di ore per sostituire il contrassegno, tiravo fuori quello del partito che avevo fondato e a quel punto non c'erano più problemi". Per stare più tranquillo, nell'eventualità che per le commissioni elettorali anche il suo simbolo fosse stato troppo confondibile con quello del Cdu o dell'Udc per a causa dello scudo, Crepaldi aveva fatto preparare anche un simbolo sostitutivo, anch'esso allegato allo statuto: su tutto, spiccava la diversa forma dello scudo, tipica degli stemmi comunali.
Il partito presieduto da Crepaldi non è mai stato sciolto, dunque è ancora in grado di presentare il proprio simbolo alle elezioni, a livello locale ("stiamo valutando se partecipare alle elezioni di Sanremo") ma volendo anche nazionale, magari sostituendo la parola "ligure" con "autonomista federalista". Nelle varie campagne elettorali cui ha partecipato, Crepaldi ha cercato di contribuire alle forze di centrodestra, magari con una lista all'interno della coalizione. A livello nazionale, tuttavia, il suo gruppo partecipa al progetto di riattivazione della Democrazia cristiana attualmente guidato da Renato Grassi: il 26 febbraio 2017, all'Ergife di Roma, tra le persone presenti all'assemblea disposta dal Tribunale di Roma (che aveva eletto come presidente Gianni Fontana) c'era anche Crepaldi, fiero di mostrare il suo simbolo a chi non lo conosceva, come segno di una battaglia combattuta con convinzione, senza stancarsi.

domenica 27 gennaio 2019

Lega Rieti, una provincia che fa molto Umbria

In questo sito ci si è occupati raramente delle elezioni provinciali, per lo meno da quando si tratta di mere votazioni di secondo grado, in cui possono votare solo gli eletti all'interno dei consigli comunali: si tratta infatti, spesso, di elezioni divenute di scarso interesse anche sul piano simbolico, visto che di solito gli emblemi depositati denotano poca fantasia e ancor meno impegno nella realizzazione, considerata la platea ridottissima di persone che li vedranno. A volte però possono succedere fatti che non possono sfuggire all'attenzione dei #drogatidipolitica: è il caso del voto per rinnovare il consiglio della provincia di Rieti, che si terrà il 3 febbraio.
Le liste in corsa sono 4, Rieti provincia, Territorio e partecipazione, Lega Rieti e Forza Italia. Ma l'occhio di chi ha visto il manifesto delle candidature è caduto immediatamente sull'emblema della lista Lega Rieti. E non solo - o non tanto - perché un profilo montuoso a tre cime copre l'immagine di Alberto da Giussano (quindi il simbolo è del tutto privo del guerriero a spadone sguainato) o perché sul manifesto l'emblema appare schiacciato in altezza (qui si è scelto di riportarlo in forma circolare); né c'entra l'inserimento della parola "Rieti", in una font Arial Bold poco in linea con l'identità grafica leghista. Il problema, casomai, è dato dalla silhouette posta sotto al nome della provincia: difficile negare che quella sagoma sia quella dell'Umbria (la parte superiore è inconfondibile), quando Rieti è una provincia del Lazio.
Era inevitabile che si scatenassero contestazioni e ironie su quella grafica, con il fuoco aperto dal consigliere regionale umbro Pd Andrea Smacchi ("Non sapevamo che nel contratto di governo e nel programma della Lega ci fosse nel breve periodo l’annessione della Regione Umbria alla Provincia di Rieti: è chiaro che se la cosa non fosse tragicomica, a dimostrare quanto gli appartenenti a quel partito siano inadeguati e incapaci, si tratterebbe di una umiliazione rispetto alla storia e alla nostra identità"), ma a quel punto era difficile per chiunque fosse stato tra i promotori di quella lista dire qualcosa a giustificazione dell'accaduto senza rischiare una gragnuola di contumelie. 
Ci ha provato Umberto Fusco, coordinatore leghista in Lazio, intervistato dal Corriere della Sera: "Sul simbolo – ribadisce – non compare la scritta Noi con Salvini premier. Da quanto mi è stato riferito, non è la cartina dell’Umbria, ma una porzione del territorio di Rieti rimpicciolita per esigenze tipografiche. Ho chiesto allo stampatore di inviarmi le immagini di entrambi i territori, per dimostrare che sono simili ma non uguali. Poi, certo, ognuno può vederci quello che vuole... Io mi ritengo una persona seria... È una figura che non so definire, in ogni caso non l’abbiamo commissionata noi ma una lista civica che riunisce una dozzina di persone".
Non si capisce bene, in effetti, cosa c'entri "Noi con Salvini premier", un emblema che nemmeno esiste (esiste Noi con Salvini, esiste la Lega - Salvini premier); quando alla raffigurazione di parte del territorio provinciale, è difficile capire sulla base di cosa possa essere stato delimitato lo spazio, con la parte nord sorprendentemente simile a quella dell'Umbria. Vero è che, probabilmente, la Lega del Lazio ("nazionale"?) c'entra poco, perché mancando il riferimento grafico ad Alberto da Giussano potrebbe non esserci nemmeno stato bisogno della concessione del simbolo da parte del competente organo del partito (anche se la font Optima di "Lega" è la stessa, ma non hanno sempre detto i giudici che la parola "Lega" di per sé è un nome comune su cui nessuno può avere l'esclusiva?). La figuraccia, in ogni caso, resta e la spiegazione che si è cercato di dare, con le migliori intenzioni, appare una toppa a colori. Si deve poi escludere che il simbolo sia stato frutto di un errore di chi ha composto i manifesti (e magari le schede con cui si voterà il 3 febbraio): in quel caso ci sarebbe stato margine per rifare tutto con il simbolo giusto. In passato è successo più di una volta, ma qui non sembra esserci spazio: l'emblema consegnato dai presentatori della lista sarebbe proprio quello più umbro che reatino... 

sabato 26 gennaio 2019

L'onda, simbolo delle "madamin" pronto per le regionali?

Ci risiamo, i primi a trattare i simboli politici (di partito o no) come marchi, prima ancora che come immagini in grado di portare messaggi, sono proprio coloro che pensano di adottarli. Una manciata di settimane fa un ex M5S ha depositato la domanda di marchio per il simbolo "Gilet gialli" (con tanto di giubbino d'emergenza in primo piano); ora si scopre che tra gli ultimi marchi depositati, di cui si è chiesta la registrazione, c'è L'onda. Il nome in sé è mosso, come la grafica stessa - semplice ma accurata e abbastanza efficace - che "taglia" il nome  in carattere "black" bastoni con una morbida forma di onda, piuttosto tranquilla senza essere tempestosa. A rendere interessante il deposito, però, è il nome della richiedente la registrazione: Patrizia Ghiazza. Non una persona qualunque, ma "una delle sette promotrici di 'Sì, Torino va avanti', la comunità pro-Tav scesa in piazza per chiedere il completamento dei lavori dell'alta velocità Torino-Lione", come scrive per AdnKronos Antonio Atte, che ha dato per primo la notizia.
L'11 gennaio, infatti, proprio lei ha depositato la domanda di marchio, descritta come "un cerchio arancione al cui interno è riprodotta la denominazione l'onda, quest'ultima riprodotta con caratteri che, nella parte bassa, riproducono la forma di un'onda". Il colore arancione, tra l'altro, è esattamente lo stesso che era sullo sfondo del logo circolare di "Sì, Torino va avanti", visto il 10 novembre scorso e anche il 12 gennaio sempre a Torino. Quanto ai "confini" della domanda di marchio in base alla classificazione di Nizza, essa è stata presentata per le classi 16 (che comprende tra l'altro "carta e cartone; stampati", foto e adesivi, nonché tutti i classici gadget di cancelleria), 24 (Tessuti, coperte da letto e copri tavoli, ma vi rientrano anche i "tessuti adesivi incollabili a caldo" e soprattutto le bandiere), 38 (telecomunicazioni), 41 (servizi di educazione, formazione, divertimento, attività sportive e culturali) e l'immancabile classe 45 ("Servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali", in cui si fanno rientrare i servizi di "fornitura di informazioni in ambito politico" e vari "servizi di lobbying").
Che qualcosa si abbia in mente di fare appare certo, anche se nessuno vuole sbilanciarsi su "cosa" fare: ad Atte che le chiedeva se stesse per nascere un partito, Ghiazza, "visibilmente spiazzata dalla domanda", ha risposto solo "Chi lo sa... ora non posso dare delle risposte [...] Non mi sento di aggiungere o togliere nulla a quanto lei sta dicendo...". Certo, si potrebbe trattare di un atto che prepara un'operazione di merchandising per una nuova manifestazione, per tutelare la produzione di prodotti "ufficiali" (appunto dagli adesivi alle bandiere); non è detto però che l'orizzonte sia questo. 
Non si deve dimenticare che - se ne ricorda anche Atte - quest'anno si vota anche per le regionali del Piemonte. Ed era molto simile all'arancione anche il color mattone del profilo del Monviso, contenuto nella lista Chiamparino per il Piemonte (con il Pd guarda caso a favore della Tav). Ma inutile chiedere a Ghiazza se, invece che un partito, sia in preparazione una lista: "Non posso dirlo ora", ribadisce, mentre tiene piuttosto a rimarcare la necessità di arrivare alla Tav, condivisa a quanto pare da gran parte degli italiani. Nel frattempo, però, lei e le altre promotrici della manifestazione sono diventate sorvegliate speciali: se davvero si vuole fare un partito, una lista o anche solo una manifestazione e si pensa di proteggere il proprio emblema chiedendo di registrarlo come marchio, il risultato sperato non è garantito (per la già ricordata tendenza a negare la registrazione a simboli politici di primo utilizzo), ma ci si espone a un rischio certo: che qualcuno scopra l'emblema depositato, formuli ipotesi e lasci spiazzati. Ne vale davvero la pena?

giovedì 24 gennaio 2019

Cristiani insieme per l'Europa, la via di Soliarietà per le europee

Da alcune settimane, in rete è apparso un simbolo nuovo, che punta direttamente alle prossime elezioni europee, Cristiani insieme per l'Europa: l'etichetta, volendo, è già un programma in breve, ma non dice molto su chi siano i promotori del progetto politico. Anche il nome del principale estensore, Piero Pirovano - tra i fondatori del Movimento per la vita, a lungo giornalista per Avvenire e ora "beatamente in pensione per potermi dedicare alla politica" - non è probabilmente noto ai più, ma risulta tra i fondatori di uno dei soggetti politici più assidui alla presentazione dei contrassegni elettorali al Ministero dell'interno dell'ultimo decennio abbondante: il partito Solidarietà - Libertà giustizia pace. Una storia singolare e nota a pochi, per cui merita di essere conosciuta meglio.
"Io - spiega Pirovano, che di Solidarietà è il presidente - sono stato iscritto alla Democrazia cristiana sin da quando avevo ventun'anni, cioè dal primo momento in cui era possibile essere iscritti. Venuta meno l'esperienza della Dc, però, io e le altre persone che avrebbero costituito il partito ci siamo sentiti orfani: non accettavamo e non accetteremo mai lo schema obbligato del bipolarismo, che costringeva a stare o di qui o di là, senza possibilità alternative e intermedie, una situazione che non si addice alla realtà italiana, soprattutto a livello locale, ma non solo. Per questo abbiamo pensato di offrire una casa ai cristiani che non ne avevano più una, perché potessero sentirsi a loro agio da qualunque parte provenissero". 
Con queste premesse, era una questione tutt'altro che secondaria la scelta del nome del nuovo soggetto politico, costituito con atto notarile il 12 novembre 2002: giusto qualche mese prima, l'ultimo congresso del Partito popolare italiano aveva deciso di sospendere l'attività del partito (e Pirovano, che nel frattempo era rimasto nel Ppi anche dopo il cambio di nome, era stato tra i pochi a votare contro la sospensione) "Sono sempre stato contrario - chiarisce - ai soggetti politici personali, che negli ultimi anni hanno affollato la vita politica italiana: un partito o un movimento deve poter andare oltre e continuare ad avere senso e a operare anche se il suo fondatore o leader viene meno. Nel nome, dunque, non ci dev'essere nessun riferimento a una persona, ma a dei valori: per questo noi avevamo scelto come nome principale del partito Solidarietà". 
Nel simbolo del partito, peraltro, c'è il riferimento anche ad altri tre valori, cioè libertà, giustizia e pace: "queste, messe insieme, sono la via della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale. Un partito, però, credo non debba essere così complesso, quindi abbiamo cercato una parola, un concetto riassuntivo, appunto quello di Solidarietà, come Solidarnosc in Polonia. Il nome del partito, poi, secondo me dovrebbe essere di per sé un programma: questi quattro valori insieme sono appunto un programma condensato in quattro parole". Queste riflessioni si sono riversate anche sulla grafica del simbolo: "In un periodo in cui concentrarsi sulla botanica era l'opzione preferita, dalla quercia all'ulivo alla margherita, noi abbiamo fatto una scelta diversa: nell'emblema si vede un disegno che noi abbiamo interpretato come una strada, una via da percorrere fatta appunta di libertà, giustizia e pace; volendo si può leggere anche una vela, che permette a una barca di andare avanti, dunque c'è sempre un percorso da fare". 
Dopo la costituzione, il partito ha presentato per la prima volta il suo simbolo alla vigilia delle elezioni europee del 2004, ma solo nel 2006 ha scelto di impegnarsi a presentare le liste: "Ci riunimmo a Rimini a fine gennaio - ricorda Pirovano - e volemmo tentare quella strada: facemmo le liste per tutti i collegi di Camera e Senato, ma incontrammo difficoltà a raccogliere le firme necessarie, così riuscimmo a presentare le liste solo in Veneto, Campania e, solo per la Camera, anche in Puglia".
Negli appuntamenti elettorali successivi, il simbolo non è mai mancato nelle bacheche del Viminale ed è stato pubblicato anche sulla Gazzetta Ufficiale il 28 ottobre 2014: Solidarietà, infatti, è stato tra le prime formazioni politiche a ottenere l'iscrizione - dopo alcune modifiche statutarie - nell'apposito Registro dei partiti politici, istituito dal decreto-legge n. 149/2013. In occasione delle ultime elezioni politiche, invece, il simbolo è tornato, sì, ma è stato "gravato" di altri messaggi, a partire da "Cambia modello di sviluppo", per andare incontro alle sensibilità di alcuni degli aderenti al partito; Pirovano ammette però che le cose sono state fatte "molto in fretta" e non c'è stato modo di curare adeguatamente la grafica ("Si poteva fare meglio: in un simbolo ci devono essere pochissime parole, dev'essere di facile lettura e un anno fa non era successo"). Quel deposito, in ogni caso, fu un'operazione di mera testimonianza: si decise di non raccogliere le firme, anche perché non c'era il tempo di farlo ("Del resto i tempi di convocazione lasciano poco tempo, si potrebbero raccogliere le firme fino a 180 giorni prima del voto, ma sui moduli dev'esserci già la data del voto, per cui non si riescono a raccogliere le firme anche quando la legge lo consente").  
In occasione di queste elezioni europee, invece, il gruppo di Solidarietà ha fatto una scelta diversa: "Avremmo potuto presentare semplicemente il nostro simbolo, ma alcuni di noi volevano richiamare più precisamente l'essere cristiani, anche se credo che lo si possa essere senza scriverlo. Per mantenere unito il gruppo, ci è venuta l'idea di Cristiani insieme per l'Europa, che noi di Solidarietà proponiamo a tutti come una zattera di salvataggio". La grafica è decisamente europea, come testimonia il cerchio di dodici stelle su fondo blu, all'interno del quale è contenuto il nome della lista; può lasciare forse perplessi la scelta della font fumettistica Comic Sans Serif ("l'abbiamo pensata apposta, per proporci in modo giovane"), ma di certo il simbolo non passerà inosservato. Si sarebbero anzi già fatti avanti alcuni gruppi locali che hanno chiesto di poter usare lo stesso simbolo alle elezioni comunali: il nome sarebbe modificato in "Cristiani insieme per …" con il nome del singolo paese, mantenendo però la stessa grafica, per comunicare convintamente il legame di ogni gruppo di candidati con l'Europa, senza bisogno di ricordarlo nel nome (per essere europeisti, dunque, senza scriverlo). 
Anche se il progetto di Solidarietà rimane, in questo momento si preferisce puntare sull'unità europea dei cristiani (e in Italia hanno partecipato ai lavori della "cabina di regia" della lista anche rappresentanti dei Popolari per l'Italia, di Costruire insieme, di altre associazioni (come Giustizia e civiltà solidale, Stato moderno e solidale) e comunità di base: "Siamo per l'unità dei cristiani - precisa Pirovano - ma chiunque può condividere il nostro progetto: anche persone di altre fedi possono unirsi a noi, è sufficiente che condividano il nostro eurodecalogo". Un decalogo che comprende il superamento del Trattato di Lisbona che guardi agli Stati Uniti Europei in chiave federale, l'inserimento di riferimenti al diritto alla vita e alla tradizione culturale giudaico-cristiana nella Costituzione italiana, la proposta di un nuovo modello di sviluppo socio-economico e ambientale, la rimozione di ogni discriminazione economica, politica e sociale nei confronti delle donne, nonché il massimo sostegno alla famiglia come struttura sociale elementare, il ripensamento della scuola come "informata a un reale rispetto della famiglia e della persona", il pieno sviluppo di politiche del lavoro che coniughino progresso e diritti, l'accoglienza e l'integrazione degli immigrati. Un progetto tutt'altro che semplice, in fondo, ma che Solidarietà e gli altri compagni di strada vogliono proporre agli elettori (raccogliendo le firme necessarie, s'intende).

martedì 22 gennaio 2019

Sardegna, la carica dei 24 simboli (dei 26 depositati)

Ieri sera si è chiusa la fase di deposito delle liste relativa alle elezioni regionali in Sardegna. Al di là delle possibili esclusioni, di cui si occuperanno in queste ore gli uffici elettorali, quest'operazione chiarisce il quadro delle candidature e, per quanto interessa qui, definisce quali simboli compariranno sulle schede sarde dei 26 che erano stati depositati in Corte d'appello a Cagliari entro le 20 del 14 gennaio: com'è noto, infatti, per le regionali sarde è prevista una procedura simile a quella dettata per le consultazioni politiche, con la presentazione dei contrassegni come primo atto del cammino verso le elezioni.
Ora si può dire che le liste in campo saranno 24 - per 7 aspiranti presidenti di regione - dunque quasi tutti gli emblemi ipotizzati in un primo tempo sono stati legati effettivamente a una lista che si presenterà agli elettori: soltanto due contrassegni di quelli originariamente depositati, infatti, non arriveranno sulle schede (e così nessuno potrà vederli, perché non sono stati divulgati). Si tratta dei simboli di Sardegna di Ines Pisano, unica formazione in origine legata a Ines Simona Pisano e venuta meno quando la magistrata ha scelto di non presentare la sua candidatura (per sostenere di fatto Massimo Zedda), e di Giovani sardi con Massimo Zedda, lista che avrebbe dovuto ampliare la compagine a sostegno dell'attuale sindaco di Cagliari. Gli altri simboli, invece, ci saranno: vale la pena vederli tutti, in una rapida carrellata.


Massimo Zedda

Campo progressista

Chi pensava che, fallito il progetto politico di Giuliano Pisapia, il nome Campo progressista fosse definitivamente tramontato, si sbagliava. A portare avanti quell'etichetta provvede Massimo Zedda, sindaco di Cagliari e fra i maggiori sostenitori dell'idea dell'ex primo cittadino di Milano. Sul piano grafico, per la verità, i due emblemi non sono affatto coerenti: oltre al bianco (e a un tocco di nero, quello per scrivere il nome della lista), unico colore presente in questo contrassegno - il primo depositato - è il rosso, che tinge le due "mezzelune" che quasi racchiudono, "a campo", la parte di fondo che comprende il titolo del progetto politico, come se fosse proprio un campo da delimitare.

Partito democratico

Nella coalizione a sostegno di Massimo Zedda era inevitabile che ci fosse il partito di maggioranza del centrosinistra, vale a dire il Partito democratico. In questo caso, il gruppo dirigente sardo ha scelto di modificare leggermente l'emblema, riducendo il logo di Nicola Storto e spostandolo in alto, per lasciare spazio in basso a un segmento verde con il riferimento al candidato presidente (una soluzione molto "veltroniana") e, subito sopra, una banda rossa con il nome della regione chiamata a rinnovare Presidenza e Consiglio regionale: gli stessi colori, ovviamente, della sigla del logo.

Liberi e Uguali - Sardigna

Alla fine il "sequestro" del simbolo di Liberi e Uguali è stato evitato e il gruppo di persone interessate è riuscito a presentare la lista con l'emblema desiderato: l'uso è stato concesso dalle quattro componenti originarie di LeU (compreso Possibile che in un primo tempo sembrava di altro avviso). In un certo senso la variante scelta rappresenta il "ritorno alle origini" per il simbolo di LeU: ciò non per il nome (semplicemente ridotto) e nemmeno per l'inserimento del riferimento "Sardigna", quanto piuttosto per la presenza evidente del nome del candidato da sostenere per la guida della regione. Quanto varrà la battaglia antisequestro?

Cristiano popolari socialisti

All'interno della coalizione a sostegno di Zedda sono solo due i simboli che non contengono riferimenti al candidato presidente. Uno dei due è proprio quello dei Cristiano popolari socialisti, stesso nome del gruppo che si era formato nel 2015 in consiglio regionale (non senza polemica, visto che le due forze originarie sembravano avere p. La traduzione in lista di quel gruppo vede l'impegno del Partito socialista italiano e dell'Unione popolare cristiana (tutt'altro che rara in Sardegna, da non confondere con i Cristiano popolari di Mario Baccini). Decisamente filoeuropeo appare il fondo circolare blu, con le stelle d'Europa disposte intorno alla sagoma bianca dell'isola.



Progetto comunista per la Sardegna

Ci si creda o no, in questo turno elettorale non ci sarà una sola coppia di falce e martello: ce ne saranno addirittura due. Una, quella di Progetto comunista per la Sardegna, è schierata a sostegno di Zedda (ed è l'altra formazione a non inserire nessun riferimento al candidato presidente). Al di là di quest'assenza, a colpire graficamente è soprattutto la coppia falce-martello (non troppo proporzionata) accostata alle immagini stilizzate, modernizzate e "specchiate" dei quattro mori: anche grazie al martello che ricorda la croce, sembra richiamato e "rinfrescato" il motivo centrale dello stemma regionale. In pratica si dice che il comunismo, lungi dall'essere un ferro vecchio, può essere una soluzione per un territorio; non tutti i comunisti rimasti, però, si schiereranno in questa lista.


Sardegna in comune

Con le liste citate sin qui, Sardegna in comune condivide la natura più politica che civica, anche se qui le due nature finiscono per mescolarsi. In questo caso, infatti, la formazione è il frutto dell'unione delle forze di Italia in Comune - il partito di amministratori guidato da Alessio Pascucci e Federico Pizzarotti - e di alcuni gruppi che prima erano legati a LeU, in particolare Possibile e Futura, la rete costituita da Laura Boldrini. La struttura grafica, tuttavia, non ricorda affatto quella di Italia in comune (e non si capisce bene il senso del "ventaglio" che contiene il nome della lista); tutt'al più, il semicerchio rosso inferiore rimanda in parte alla grafica di Sel, specie alla versione che conteneva il nome di Nichi Vendola.

Noi, la Sardegna con Massimo Zedda

Tra le liste dichiaratamente civiche a sostegno della corsa dell'attuale sindaco di Cagliari, Noi, la Sardegna con Massimo Zedda spicca per avere il simbolo in cui il cognome del candidato è più evidente. Il nome della formazione è chiaramente identitario, ma l'emblema non fa uso di alcuna grafica particolare legata alla Sardegna: niente sagome dell'isola, niente mori, nessun colore dello stemma (a parte il bianco ovviamente), ma un abbinamento cromatico blu-verde che è molto rilassante per l'occhio e in ogni caso ha una buona resa. 

Futuro comune con Massimo Zedda

Praticamente gli stessi colori, sia pure in tonalità un po' più chiare, sono alla base dell'ultimo degli otto simboli della coalizione politico-civica di centrosinistra, Futuro comune con Massimo Zedda. Qui, sul piano grafico, si ricerca una sorta di "effetto etichetta" che, assieme alle linee oblique e al segmento blu curvilineo, movimenta l'intero contrassegno. In questo caso, la parola "comune" sembra rimandare più al senso di comunità che all'esperienza amministrativa, ma in ogni caso si vuole sempre dare l'idea di una formazione dal carattere civico e costruita dalla base.


Christian Solinas

Partito sardo d'Azione

Principale forza a sostegno della candidatura di Christian Solinas, a capo di una nutrita coalizione di centrodestra (11 liste, la più ampia di questo turno elettorale), non poteva che essere il suo partito di provenienza, che però storicamente non fa certo parte di quell'area. Il Partidu sardu - Partito sardo d'azione sceglie di confermare lo schieramento già adottato alle politiche del 2018, a fianco della Lega (nelle cui liste è stato eletto al Senato); per l'occasione, il simbolo della croce con i quattro mori - il più antico d'Italia - contiene il riferimento alla candidatura a presidente di Solinas. L'unico, peraltro, di tutta la coalizione.


Forza Italia

Anche se ormai il centrodestra appare ovunque - e a maggior ragione in Sardegna - a trazione leghista, Forza Italia non poteva certo rinunciare a presentare proprie liste. Ecco allora l'emblema che rappresenta una variazione del simbolo utilizzato alle ultime politiche: la bandierina occupa metà del contrassegno, subito sotto c'è il nome di Silvio Berlusconi - del resto, la Sardegna è o non è la terra in cui lui ha annunciato la sua ricandidatura alle europee e in cui ha la sua residenza estiva a Porto Rotondo? - e al di sotto, al posto della parola "presidente", la dicitura "per la Sardegna".


Lega

Queste sono le elezioni regionali sarde del debutto per la Lega, che parte peraltro dal 10-11% delle scorse politiche (dietro Forza Italia, almeno in Sardegna, ma ora chissà...). Anche la Lega si presenta con il suo contrassegno che da oltre un anno la caratterizza, senza la parola "Nord", con Alberto da Giussano esportato senza troppi problemi anche in terra sarda e il nome di Matteo Salvini in grande evidenza. Ovviamente anche qui è stato tolto il riferimento alla candidatura a "premier" del leader leghista, sostituito da quello alla Sardegna. 


Fratelli d'Italia

Se nella coalizione di centrosinistra si è scelto di mettere su quasi tutti i contrassegni il nome del candidato Massimo Zedda, in questo caso i partiti principali hanno accentuato il più possibile il ruolo dei loro leader. Così non stupisce che Fratelli d'Italia abbia scelto, per le proprie liste, il contrassegno utilizzato alle elezioni politiche, che riduce il simbolo per fare spazio al nome di Giorgia Meloni. Evidentemente si è pensato che, in questo modo, il risultato sarà migliore. 


Unione di centro

In questo centrodestra allargato ad alcune componenti civiche non può mancare un altro attore politico tradizionale, cioè l'Unione di centro, che ha resistito alle proposte di coalizione più ampia fatte da Zedda ed è rimasto nel centrodestra. A dire il vero non si sono ancora viste in giro grafiche dell'Udc, per cui viene da supporre che l'emblema utilizzato in questo turno elettorale sia lo stesso di cinque anni fa, che nella parte superiore ha sostituito il riferimento all'Italia con quello alla Sardegna. Lo scudo crociato, in ogni caso, è sempre lì.

Riformatori sardi

Un altro grande classico della politica della Sardegna è costituito dai Riformatori sardi, tuttora guidati da Massimo Fantola, tradizionalmente schierati nel centrodestra e anche in questo caso si trovano dalla stessa parte. Il simbolo da molti anni a questa parte è sempre lo stesso, con i tre "conci" a formare il tricolore e un "sorriso" di sei stelle posato sopra la dicitura "Liberal democratici": una scelta cromatica e grafica che ricorda molto i simboli legati a Mariotto Segni (in particolare il Patto - Partito dei liberaldemocratici), dal quale Fantola e i Riformatori sardi non sono certo lontani.


Energie per l'Italia

Non poteva passare inosservato il simbolo di Energie per l'Italia, e non solo perché di fatto si riaffaccia sulla scena politica dopo quasi un anno di silenzio. I malati di grafica noteranno che è cambiata la font (da Nexa ad Arial Black); i #drogatidipolitica non possono non vedere le "pulci" del Pli di Stefano De Luca e Giancarlo Morandi (con la grafica precedente a quella ora in uso), del Pri e, addirittura, di Alleanza liberaldemocratica italiana, vale a dire il partito fondato da Silvia Enrico e Oscar Giannino (attualmente guidato da Franco Pasotti e Franco Turco), uno dei rarissimi casi in cui l'aeroplanino di carta finirà sulle schede elettorali. In tutto ciò, le lampadine del partito di Stefano Parisi sono sempre spente...


Unione democratica sarda

Tra le forze che fanno parte della compagine di centrodestra non manca nemmeno, come nel 2014, Unione democratica sarda - Progetto nazionalitario, nato nel 2002-2003 come evoluzione della sezione sarda dell'Udr cossighiana (non a caso, Uds ricorda molto Udr e la font usata è piuttosto somigliante, anche se manca il tricolore) e sempre presente dal 2004 in consiglio regionale. Sull'emblema spicca l'immagine del bronzetto del guerriero che rimanda all'epoca dei "popoli del mare", radice di unità del popolo sardo, come la scritta nel simbolo testimonia.


Fortza Paris

Parte della coalizione è anche il partito Fortza Paris ("Avanti insieme"), che nel 2014 aveva invece sostenuto la candidatura di Mauro Pili, ma in generale si è attestato su posizioni di centrodestra. Il simbolo del partito regionalista nato nel 2004 (dalla confluenza di Partito del Popolo Sardo, Sardistas e Unità del Popolo Sardo) è come sempre molto semplice, ma per quest'occasione è stato utilizzato un carattere più old fashioned ed è stata aggiunta la parola "Federalisti", inserita nel semicerchio rosso dove normalmente sta la parola "Fortza". 


Sardegna civica

Parte della coalizione a sostegno di Solinas è anche la lista Sardegna civica. Il nome non deve ingannare, nel senso che sarebbe facile pensare a una riedizione locale di Scelta civica (anche se l'idea dovrebbe essere subito accantonata, visto lo scarso successo del partito montiano a livello nazionale); in realtà si tratta di un progetto politico, guidato da Franco Cuccureddu, nato per "dare rappresentanza istituzionale alle migliori esperienze civiche, maturate nei comuni della Sardegna". Nel simbolo spicca la sagoma di un nuraghe che si staglia sul cielo azzurro sfumato, in un emblema in cui il rosso della bandiera sarda prevale sul verde.


Sardigna 2020 - Tunis

Ultimo emblema dell'affollata coalizione a sostegno di Solinas è uno dei più discussi: Sardegna 20Venti - Tunis, infatti, è la lista civica legata al consigliere regionale uscente di Forza Italia: inizialmente possibile candidato forzista alla presidenza della regione, ha comunque presentato questa formazione con la "benedizione" del coordinatore regionale forzista Ugo Cappellacci, cosa che ha accentuato non pochi malumori all'interno del partito. Interessante, nel contrassegno, la rilettura della bandiera sarda con l'anno 2020.


Francesco Desogus


MoVimento 5 Stelle

Si presenta sostenuto da un'unica lista Francesco Desogus e ciò era inevitabile, trattandosi del MoVimento 5 Stelle, che per l'occasione ha utilizzato l'emblema sfoggiato l'anno scorso per le elezioni politiche. Al di là di questo, è il caso di ricordare che il M5S è l'unica forza che in questo caso ha avuto bisogno di raccogliere le firme: com'è noto, nel 2014 il MoVimento non ha partecipato alle elezioni e nessuno dei consiglieri uscenti si è dichiarato rappresentante del gruppo politico, quindi nessuna esenzione è scattata. La raccolta, in ogni caso, è stata completata a tempo debito.


Paolo Maninchedda

Partito dei sardi

Nel 2014 aveva sostenuto il candidato del centrosinistra e presidente uscente Francesco Pigliaru. Questa volta, invece, il Partito dei sardi ha scelto una candidatura autonoma, presentando come aspirante guida della regione Paolo Maninchedda, presidente della forza politica indipendentista. Come allora, il simbolo è costituito dalla sagoma della Sardegna circondata dalle dodici stelle d'Europa e dal motto "Facciamo lo Stato". Perché, come si legge nel sito, "la sovranità della Nazione Sarda, essendo fondata sul consenso dei sardi, è originaria e non delegata dallo Stato italiano".


Andrea Murgia

AutodetermiNatzione

Altra candidatura autonoma è quella di Andrea Murgia, funzionario della Commissione europea sostenuto da AutodetermiNatzione, progetto politico originariamente voluto da Antony Muroni, presentatosi alle politiche del 2018 e poi proseguito con minore determinazione e varie defezioni (attualmente è guidato dal presidente Fabrizio Palazzari e dal segretario Bustianu Cumpostu). Se nel 2018 il simbolo era uno scarabeo, questa volta c'è la sagoma della sardegna campita a onde, con un risultato cromatico decisamente interessante.


Mauro Pili

Sardi Liberi

Ritenta la corsa per la presidenza della regione Mauro Pili, stavolta sostenuto non da quattro liste come nel 2014, ma da un unico emblema, quello del nuovo cartello elettorale Sardi liberi, frutto del cammino comune dei piliani di Unidos, di Progres (nel 2014 avevano sostenuto Michela Murgia) e di alcuni ex sardisti. I colori dominanti sono il verde e il blu scuro, la struttura è quella di un cerchio aperto, "tagliato" dalla fascia bianca in cui è contenuto il nome dell'aspirante presidente. All'interno dell'emblema ci sono anche il volto di uno dei mori bendati e un albero che ricorda l'albero sradicato che rappresenta proprio i "sardi liberi" (una rappresentazione simile era già presente nel simbolo di Irs).



Vindice Lecis


Sinistra sarda

Ultimo candidato alla presidenza a essere emerso è Vindice Lecis, scrittore e giornalista di lungo corso, per oltre trent'anni impegnato in testate del gruppo l'Espresso (tanta Sardegna ma non solo). Correrà sostenuto dalla lista Sinistra sarda, stesso simbolo che nel 2014 aveva sostenuto la candidatura di Pigliaru: in filigrana si legge la bandiera dei quattro mori, in primo piano c'è il simbolo composito di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani. Che nel frattempo hanno cessato l'attività, proseguita con il Pci; mantenere il vecchio simbolo, però, consentiva più facilmente di evitare la raccolta firme. Così riecco la Sinistra sarda, che si pone come "unico antidoto all'avanzata della destra".

sabato 19 gennaio 2019

Fratelli d'Italia, la fiamma (per ora) resta dov'è

Mentre nei giorni scorsi ci si è occupati della questione del simbolo del Pd, che per Zingaretti non è un dogma mentre per Martina è un patrimonio da non disperdere, non ci sono dubbi sul fatto che alle prossime europee il simbolo di Fratelli d'Italia non cambierà, per cui al massimo l'unica alternativa sarà l'uso della versione ufficiale o di quella - utilizzata alle elezioni politiche - con il nome di Giorgia Meloni all'interno. Al momento, invece, nessuno sembra voler seriamente rimuovere la fiamma tricolore contenuta all'interno del cerchio, a 24 anni dalla svolta di Fiuggi e a quasi 25 dalle prime elezioni - quelle del 27-28 marzo 1994 - senza più la denominazione Movimento sociale italiano. 
Sul futuro meno prossimo, in realtà, qualche pensierino è stato fatto: lo ha fatto capire una settimana fa Guido Crosetto, coordinatore di Fdi, dichiarando ad AdnKronos che "nel percorso individuato da Giorgia Meloni insieme ad altre realtà presenti nelle liste per le europee, da Fitto a Storace, si è parlato di un futuro che passa anche per il simbolo", questo perché si tratta - anche in questo caso, come in passato - di creare "un soggetto più ampio", per cui "in questo allargamento la possibilità di discutere sulla evoluzione del simbolo c’è". Nessun cambiamento però è previsto alla vigilia delle elezioni europee, anche perché - è sempre Crosetto a parlare - per il partito permane "un problema di riconoscibilità", per cui al momento la fiamma e, più in generale, il simbolo "non si può mettere in discussione subito, perché a differenza di altri partiti non disponiamo di 'cannoni comunicativi'".
Da un certo punto di vista, il fatto che a parlare della questione sia stato proprio Crosetto, che ha contribuito alla nascita di Fratelli d'Italia senza essere mai stato parte di quella storia, poteva far pensare a idee diverse all'interno del partito. Anche per questo, altre voci si sono affrettate a precisare che la fiamma, ora e più in là, resterà dov'è: "Abbiamo ipotizzato che un domani si possa modificare, anche solo parzialmente, il simbolo di Fratelli d'Italia - precisa Ignazio La Russa - ma forse l'ultima cosa da fare sarebbe quella di togliere la fiamma che oggi rappresenta, non solo per i figli e i nipoti della destra italiana, il segno indiscusso di una coerenza e di un attaccamento ai valori nazionali e la normale prosecuzione di un impegno politico in cui onestà e coraggio sono stati riconosciuti da tutti". E, su questa base, non può non riecheggiare la massima larussiana a suo tempo riportata da Filippo Ceccarelli, di fronte alla prospettazione di far sparire la fiamma dal simbolo di An: "Ma lei sarebbe disponibile a tagliarsi i propri attributi?".  
"Il nostro non è un brand perdente come quello del Pd. Una cosa sono i brand scaduti, un'altra quelli vincenti...". A parlare qui è Adolfo Urso, che pure annuncia liste alle europee "in gran parte aperte a esponenti esterni al partito", compresi i rappresentanti delle "forze politiche con cui abbiamo siglato accordi programmatici politico-elettorali" e gli "esponenti della società civile, produttiva e culturale del Paese" che hanno scelto di impegnarsi con Fdi. A livello europeo, si è annunciata l'adesione al gruppo europeo dei Conservatori e sovranisti e si è anticipata la presenza nelle liste - oltre che di "esponenti della società civile, produttiva e culturale del Paese" - almeno di alcuni esponenti di Direzione Italia, compreso Raffaele Fitto, precisando che il patto con loro "va oltre le elezioni europee".
Stupisce poco, infine, la risposta che sempre all'AdnKronos ha dato Giuliana De’ Medici, figlia di Giorgio e Assunta Almirante, segretaria della fondazione intitolata al padre: "Abbandonare la fiamma significherebbe perdere una marea di voti, sarebbe un errore madornale. Se lo fanno, non arrivano nemmeno al 4%. La base auspica e chiede un partito unico della destra: la gente è affezionata alla fiamma e si riconosce in quel simbolo, per il quale sono morti tanti ragazzi. Rimuoverlo non mi sembra un cosa corretta"; la mossa di chi non esclude di togliere il fregio dal simbolo è bollata da lei come "molto diplomatica: cercano di dare un colpo alla botte e una al cerchio dicendo nì".
Evidentemente, anche se alcuni in Fratelli d'Italia si libererebbero volentieri di quel segno (che, pur riletto alla luce del presente, è comunque un riferimento al passato che i giovani non hanno vissuto nemmeno in parte), altri sono convinti che a quel riferimento non si debba rinunciare. Se è vero che nel simbolo del Pd c'era ben poco di solido e di identitario - al di là del rametto d'Ulivo, che peraltro era stato inserito "a forza" nel logo creato da Nicola Storto ed è rimasto lì contro la volontà del suo creatore, Andrea Rauch - è altrettanto vero che chi difende un segno identitario di solito lo fa stando in una nicchia che comprensibilmente non si vuole perdere, ma se ci si vuole allargare quell'emblema può stare stretto a chi entra o si desidera far entrare. Per carità, ci sono le eccezioni, a partire da Alberto da Giussano, che era sull'emblema della Lega quando questa non era riuscita a superare le soglie di sbarramento ed è rimasto lì anche ora che le percentuali sono ben diverse; se il guerriero di Legnano ha resistito, tuttavia, è stato messo in soffitta il Nord, non meno simbolico pur non essendo di natura grafica. Si può pensare che questo percorso Fdi l'abbia già fatto, scegliendo come nome una delle espressioni più "nazionali" che esistano, cioè il primo verso dell'inno di Mameli (dandogli peraltro una connotazione politica che non aveva): basterà? 

venerdì 18 gennaio 2019

Congresso di +Europa, i simboli delle liste: "di tutto" non rende l'idea

Le date sono già previste da tempo: dal 25 al 27 gennaio 2019, all'Hotel Marriott di Milano, si terrà il primo congresso di +Europa. Che, volendo, potrebbe essere preso come data di nascita del soggetto politico come partito vero e proprio, visto che quello che aveva partecipato alle elezioni politiche del 2018 altro non era che una federazione - in forma di associazione - tra Radicali italiani, Forza Europa e Centro democratico. "Potrebbe", si diceva: il condizionale è d'obbligo, perché tra le proposte in campo c'è persino quella di trasformare l'attuale associazione +Europa in una società per azioni. Così scrive, tra il serio (poco) e il faceto (molto), nelle proprie note programmatiche una delle ben 11 liste che si confronteranno all'assise. 
Ogni lista, che entro oggi dovrà ottenere le firme a proprio sostegno, si è dotata di una rappresentazione grafica diversa, quasi sempre elaborata a partire dal simbolo di +Europa; anche solo per questo, vale la pena far passare tutte le proposte, dando almeno in parte conto delle posizioni in gioco. C'è davvero di tutto, sul piano ideale e soprattutto - come si vedrà - personale. Piùeuropeisti, il viaggio inizia (rigorosamente nell'ordine proposto nel sito di +Europa)!

LSD - Libertà, Stato di diritto, Democrazia - L'acronimo e il simbolo di questa lista sono inevitabilmente destinati a catturare l'attenzione e creare scalpore (un po' come i Beatles con Lucy in the Sky with Diamonds), quasi quanto il fucsia di fondo, con il quale finora aveva osato (e male) solo Civica popolare di Lorenzin. Alla base della lista c'è l'idea di chiedere all'Europa di esigere - dagli Stati e anche da se stessa - il rispetto dei parametri di libertà e di civiltà democratica (avendo la Federazione come approdo finale), la promozione di iniziative "per la liberazione delle vite, dei corpi, degli affetti", contro il proibizionismo e a favore della ricerca; il tutto con +Europa come "soggetto politico attivatore della cittadinanza europea". Il nome più noto tra i promotori è quello di Wilhelmine Schett, nota come Mina Welby, vedova di Piergiorgio, già presidente dell'associazione Luca Coscioni, ma ci sono anche attivisti di area radicale come Leonardo Monaco, Yuri Guaiana e Matteo Mainardi, ricercatori come Claudia Basta e Federico Binda, giuristi come Alexander Schuster e Giulia Crivellini, giornalisti come Palmira Mancuso.

Europa in comune - Qui si è scelto di non adottare un simbolo circolare, ma non si è rinunciato alla texture geometrica di +Europa per il riempimento delle lettere, questa volta però solo con giallo, arancione e blu, a tinte molto più europee. Il gruppo chiede appunto "un'Europa unita, federale e democratica. Gli Stati Uniti d’Europa. Una cittadinanza europea fondata sul pluralismo culturale, sul rispetto degli autonomi principi e delle differenze", che sappia guardare alle sue responsabilità verso la società e le generazioni future, che contemperi unità e autonomie, combatta protezionismi e neo-nazionalismi e garantisca diritti umani, civili e politici in ogni Stato (nonché sostenga la crescita sostenibile, l'autodeterminazione della persona e il diritto alla ricerca). Tra i promotori c'è l'ex tesoriere di Radicali italiani Valerio Federico, ma non mancano attivisti ambientalisti come Stella Borghi, giuristi come Marco Scarpati, giornalisti come Michele Avola.

Contare di + con +Europa - Anche qui niente cerchio, soltanto testo, ma con meno inventiva grafico-cromatica rispetto all'emblema precedente: si è solo utilizzata la stessa font, aggiungendo il motto "Contare di +". La lista sostiene la candidatura a segretario del deputato di +Europa Alessandro Fusacchia: vuole che il suo partito sia "capace di crescere e appassionare alla politica migliaia di cittadini ormai delusi da tutto"; per far ciò occorre che sia inclusivo, in grado di ascoltare e di spendersi per i diritti, con un gruppo dirigente che lavori per l'unità del partito, contro i populisti e a favore di una politica pan-europea. Tra le persone espressamente citate nella pagina della lista, quello di Fusacchia è il solo legato alla dirigenza; gli altri, tuttavia, appaiono come una squadra compatta e determinata.

Per una Europa futura - Libera, democratica federale - Qui si torna al cerchio di fondo e, pur non essendo riportato il nucleo del simbolo di +Europa, lo sfondo a pezze geometriche di colore ("alla Arlecchino" insomma) ricorda molto il motivo di riempimento della dicitura di +E; l'aver evidenziato il "tu" nella parola "futura" mette al centro la persona e l'apporto del singolo. Il gruppo vuole che +E sia un partito d'azione e non d'opinione, che si batta contro leggi "liberticide e securitarie", operi per ricucire la società e il territorio, per conservare l'Europa per poterla rendere "democratica, federale, aperta a tutti" e intransigente sui diritti umani "in Italia e nel Mediterraneo". Il capolista è Giovanni D'Anna, ma in lista si trovano anche Riccardo Magi (deputato ed ex segretario di Radicali italiani) e Cristiana Alicata (imprenditrice, autrice, attivista lgbt, già militante Pd). 

Italia Europea - Si tratta della lista che maggiormente coglie il legame tra l'Italia e l'Europa, per capire come si vuole la prima se si guarda alla seconda: non a caso, nell'emblema - anch'esso circolare - trovano posto la stilizzazione pennellata delle due bandiere. La lista vede quatto obiettivi chiave per +E: definirsi come partito stabile e competitivo; avanzare "idee, proposte e iniziative di libertà e progresso, capaci di conciliare crescita e sviluppo sostenibile, diritti e merito, innovazione e protezione"; promuovere l'integrazione politica dei cittadini europei (verso gli Stati Uniti d'Europa); creare una classe dirigente di partito concreta e non di "somma di componenti". Il capolista qui è Piercamillo Falasca, fellow dell'istituto Bruno Leoni, già molto vicino a Benedetto Della Vedova e direttore editoriale di Strade, ma tra i promotori della lista spicca anche il giurista Andrea Mazziotti, già deputato di Scelta civica - Civici e innovatori.

Orgoglio europeista - Ecco l'emblema che si distingue di più. Nell'invisibile forma circolare, il solo elemento di continuità con +E è la font; peculiare è il disegno di Paolo Cardoni, con biplano a tinte europee. Contro l'idea di un'Europa "'processata' per i suoi pregi, non per i suoi difetti", si vuole un partito che lotti contro i nemici del mercato comune, della competizione economica, dell'equilibrio tra poteri, delle politiche ambientali avanzate e rispettose degli interessi delle generazioni future, di un'uguaglianza tra pari "che riconosce e non discrimina le diversità personali e le differenze culturali", di un sistema sociale equo che non rinnega il progresso. E lo faccia chiedendo "più Europa": con più "integrazione nelle politiche economico-sociali, di difesa e di sicurezza, un accresciuto ruolo delle istituzioni europee nel governo dei problemi comuni a tutti i cittadini del continente". Candidato segretario è Benedetto Della Vedova, capolista è il giornalista Carmelo Palma (Forza Europa); tra i candidati emergono l'ex Pdl e Scelta civica Giuliano Cazzola, l'ex segretario del Partito radicale Olivier Dupuis e l'ex parlamentare radicale Lorenzo Strik Lievers.

+Europa Shitposting - Anche questo simbolo non passa inosservato, per i messaggi provocatori che intende portare. Il nome è tutto un programma, lo slogan al di sotto del simbolo e il sito della lista - www.piueuropamenofi.ga - pure. Nel manifesto trovano posto: l'abolizione degli stati nazionali e, in prospettiva, anche gli Stati Uniti d'Europa (verso il trionfo della Sovranità individuale); la tensione verso la libertà totale, anche di disposizione del proprio corpo ("Perché lo Stato non si fa i cazzi suoi?"); la convinzione che sia "sia sacrosanto permettere ai poveri di arricchirsi, fregandocene che i ricchi si arricchiscano ancora di più"; il superamento di conservatori e progressisti, sapendo che "il faro che ci guida è la Libertà di fare quello che ci pare"; l'idea di amore come "vedere l'Altro: non più uomo, donna, etero, gay, cristiano, islamico, buono o cattivo, ma nella sua straordinaria individualità"; dulcis in fundo, in aperto odio verso le "stanze dei bottoni", il progetto di trasformare +E "in una società per azioni". Ciliegina della provocazione: "+Europa Shitposting sostiene l'idea di un mondo nel quale le coppie transessuali con bambini acquistati su Amazon possano difendere liberamente i propri campi di papaveri da oppio con dei fucili d'assalto M4". Volete i nomi? Non possiamo farli. Perché non ne è stato svelato nemmeno uno.


Europa radicale - Questo è l'unico emblema che, pur non essendo circolare, rimandi al patrimonio iconografico radicale: la rosa non ha il pugno né il disegno di Marc Bonnet ma è ben riconoscibile. Il gruppo crede "nella nobiltà di una politica che sappia recuperare il valore del 'SÌ' - così si spiega il 'sì' nella corolla - per contrastare chi costruisce il proprio successo con i 'NO' che condensano e riuniscono le contrarietà diffuse a 'qualcosa', senza provare a ragionare su come affrontare i problemi". Contro l'ondata antipolitica nazionalsovranista, si vuole "far riscoprire ai cittadini la passione per l’impegno comune, diventando protagonisti con la voglia di pensare, discutere, lottare, lavorare e contare insieme": si guarda agli Stati Uniti d'Europa come una priorità assieme a un'economia di mercato che non abbandoni nessuno, ai diritti umani da garantire ovunque, ai diritti civili da conquistare e difendere, alla libertà di scelta in amore, nella sessualità e nella maternità, alla laicità, alla "giustizia giusta" e alla legalità, ai porti aperti e alla cooperazione internazionale, fino alle grandi opere e all'antiproibizionismo. La capolista è Silvja Manzi, segretaria di Radicali italiani; tra i candidati spicca Gianfranco Spadaccia, già segretario del Partito radicale. 


Stiamo Uniti in Europa - L'idea degli Stati Uniti d'Europa torna nel nome di quest'altra lista, che contorna le stelle europee con il tricolore e usa la font di +E per la stessa denominazione (in bianco). Qui si propone l'idea di un'Europa che "è un terzo del mondo per potenza economica, difende la democrazia e i diritti conquistati con tanta fatica. È attenta al nuovo codice ambientale. Ha creato e ancora sostiene il miglior sistema di welfare del mondo" ed è "vecchia perché vecchi sono i suoi abitanti [...], ma è saggia e inizia ad essere combattiva". Si condanna l'idea di dare "soldi a tutti senza redistribuire nulla" o di un governo che passi "mesi interi a discutere di pensioni, reddito di cittadinanza ed immigrazione", senza lavorare in concreto per trasformare il Sud in "avamposto logistico e strategico verso l’area afromediterranea", potenziando le infrastrutture e valorizzando le ricchezze naturali, culturali ed intellettuali che ci sono, così che dalla crescita del Mezzogiorno tragga beneficio tutta l'Italia, ma anche tutta l'EuropaCapolista è Bruno Tabacci, segretario di Centro democratico; con lui c'è Fabrizio Ferrandelli, già sfidante di Leoluca Orlando a Palermo sostenuto dal centrodestra, e - chicca per #drogati di politica, salvo omonimia - rispunta Diego Masi, parlamentare per due legislature del Patto Segni. 


In Europa sì, ma non così - Davvero imperdibile quest'ultima lista. Al di là del segno grafico del tutto amorfo (ma non è un vero emblema, è solo un "segnaposto", visto che la lista non ha consegnato la grafica), colpisce il nome, il contrario di ciò che i maggiori esponenti di +E hanno detto dall'inizio ("Europa sì, anche così"). Il documento politico comprende pochi punti: "favorire l’accesso al credito per i giovani e le imprese minori" modificando "le regole di Basilea 3"; "garantire e proteggere le vittime di reato, modificando l’art. 111 della Costituzione sul giusto processo introducendo il principio che la legge garantisce i diritti e le facoltà delle vittime"; sostenere a livello europeo i giovani "meritevoli ma impossidenti" nel loro percorso di formazione, in chiave meritocratica; far corrispondere Europa geografica ed Europa politica in una "federazione leggera" che adotti un'unica politica estera e di difesa e sia dotata di una polizia di frontiera europea per il controllo delle merci e delle persone ai confini dell'Unione. La candidata segretaria è Paola Renata Radaelli, il capolista è Gerardo Meridio, uno dei dirigenti del Mir di Gianpiero Samorì; ci sono poi ex esponenti dell'Italia dei valori (Matteo Riva, Liana Barbati) e - anche qui, salvo omonimia - Candida Pittoritto, già esponente del Msi di Saya e Cannizzaro e poi a capo di Futuro della Nazione.