mercoledì 16 gennaio 2019

Europee 2019, la Dc correrà sotto la bandiera del Ppe?

Non sarà così, ovvio,
ma a qualcuno piacerebbe...
Ogni tanto è sempre opportuno dare uno sguardo a cosa accade in casa democristiana, anzi, tra coloro che ritengono di essere i continuatori, politici e anche giuridici, della Democrazia cristiana. A meno di tre mesi dalla presentazione dei simboli per le elezioni europee e a poco più di quattro mesi dal voto congiunto di europee e amministrative (il turno più nutrito, quanto a numero di comuni coinvolti), qualcosa sembra muoversi in quell'area, in termini politici, elettorali e organizzativi ed è il caso di darne conto.
Su questo sito si è già parlato della conferenza stampa che il 19 dicembre Gianfranco Rotondi ha tenuto alla Camera per presentare non un nuovo partito o una lista, ma un patto programmatico tra le varie forze politiche e sociali che si richiamano alla Democrazia cristiana. Il documento, cui sta lavorando l'ex europarlamentare Vitaliano Gemelli, sarà al centro anche dell'evento Popolari. Oggi. Da Sturzo al Nuovo Millennio che si terrà dopodomani all'auletta dei gruppi sempre della Camera, a partire dal centenario della nascita del Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo: tra i relatori, oltre a Rotondi e Gemelli, il programma prevede anche il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, figure Dc storiche come Rocco Buttiglione, Calogero Mannino e Roberto Lagalla, nonché il segretario del Nuovo Cdu Mario Tassone e Renato Grassi, qualificato come "segretario nazionale Democrazia cristiana". Vale a dire della Dc che, dopo l'assemblea convocata all'Ergife nel febbraio 2017 su disposizione del tribunale di Roma, in ottobre ritiene di aver celebrato il proprio XIX congresso eleggendo un nuovo segretario (appunto Grassi) dopo che all'Ergife era stato scelto come presidente provvisorio dell'assemblea dei soci l'ex ministro Gianni Fontana.  
Proprio questa Democrazia cristiana, al momento, sarebbe impegnata in una doppia azione. A livello locale, a detta di chi è parte di quest'impresa, l'attività di ricostruzione ferve: "Ci stiamo impegnando - spiega Emilio Cugliari, membro della direzione nazionale - perché in ogni regione ci sia un coordinamento, abbiamo necessità di ricostruire la base del partito dopo un quarto di secolo dal 1994. Certo, non possiamo pensare di ricostruire la Dc di allora, anche solo per un fatto di età: occorre coinvolgere in questo progetto i giovani, per poter formare una classe politica locale che possa essere credibile e spendibile sui territori e in seguito anche ai livelli superiori. Penso sia questa l'unica via possibile: parafrasando le parole di papa Francesco, credo sia meglio essere atei che cattivi democristiani". 
Se dalla scala locale si passa a quella nazionale, le ambizioni di coloro che ritengono di avere riattivato la Dc non vengono nascoste e passano anche attraverso le prossime elezioni europee: "La Dc - continua Cugliari - oltre che concorrere al voto amministrativo per essere presente nei comuni, vuole partecipare alle elezioni sotto la bandiera del Ppe, proprio a partire da quel patto programmatico di cui Rotondi ha parlato a dicembre e che coinvolge, oltre che lui e noi Dc, anche il Nuovo Cdu di Tassone, Costruire insieme di Ivo Tarolli e altre realtà, compresi anche i Popolari per l'Italia di Mario Mauro. Se ci saranno le condizioni per una collaborazione più lunga la proseguiremo, ma per noi è i valori della Dc devono prevalere su tutti, non vogliamo signorie di altro tipo". 
Un progetto ideale, dunque? Anche, ma forse non solo. Perché Cugliari - che nel partito rappresenta il gruppo "Uniti al centro - Dc", presente assieme ad altri due raggruppamenti vicini rispettivamente al segretario Grassi, che ora gode della maggioranza relativa, e al presidente del consiglio nazionale Fontana - insiste particolarmente sulla costruzione di una lista "sotto le insegne del Ppe", facendo capire che potrebbero essere in preparazione candidature autonome rispetto alle altre liste che saranno in campo (in particolare rispetto a quella di Forza Italia cui potrebbe partecipare l'Udc e, forse, la Svp) e con all'interno del simbolo un riferimento grafico al Ppe (al quale oggi appartengono Svp, Patt, Forza Italia, Alternativa popolare, Udc e Popolari per l'Italia). Non viene detto espressamente, ma è probabile che l'inserimento di quel simbolo avrebbe lo scopo di evitare la raccolta firme, vero primo ostacolo da superare per partecipare alle elezioni europee; accanto al simbolo del Ppe dovrebbe esserci il nome "Democrazia cristiana", che Rotondi ritiene di avere diritto a usare, e secondo Cugliari è necessario che ci sia anche lo scudo crociato, senza avere paura del contenzioso che inevitabilmente ne scaturirebbe. 
Certo, la raccolta firme non sarebbe l'unico problema da affrontare: ancora più difficile sarà trovare le risorse per la campagna elettorale e, soprattutto, superare lo sbarramento al 4%: "Purtroppo la Consulta l'ha mantenuto e questo per noi è un problema - ammette Cugliari - ma ci affidiamo al lavoro di 50 anni di Dc, potremo scrivere nuove pagine gloriose, riportando il partito e l'Italia ai posti che competono loro. Non dovremo più rivendicare i nostri principi e la nostra dignità: credo vada tenuta alta la nostra Costituzione che avventurieri della politica, dopo Tangentopoli, hanno bistrattato e tentato di riformare in modo sbagliato". 
Cugliari vede per la Dc un grande lavoro davanti, avendo soprattutto presente la sovranità popolare e la ricostruzione del paese (lui in particolare ritiene necessari investimenti per "completare l'unità nazionale" e non "ghettizzare" più il Sud, mettendo risorse soprattutto sulla mobilità ferroviaria): per farlo però occorre essere messi in condizione di partecipare pienamente alla vita politica, con un nome e - possibilmente - con un simbolo che hanno caratterizzato gran parte della storia politica italiana. 

* * *
Nel frattempo, peraltro, anche altro si muove in casa Dc. Venerdì e sabato, infatti, presso la "Casa tra noi" a Roma (via Monte del Gallo 113), si svolgerà una manifestazione denominata Stati Generali della Democrazia cristiana, cui gli organizzatori vorrebbero prendessero parte tutte le associazioni e tutti i movimenti interessati alla riunificazione della Dc. La grafica del simbolo utilizzata e il riferimento di posta elettronica indicato per la partecipazione consente di ricondurre l'organizzazione alla Dc che riconosce come proprio segretario politico nazionale Angelo Sandri, che infatti ha provveduto ampiamente a diffondere la notizia dell'evento in rete.
A dispetto del nome, tuttavia, non si tratterebbe esattamente degli Stati Generali che Gianfranco Rotondi aveva immaginato mesi fa, quando si era parlato di costruire una Federazione della Democrazia cristiana (con lui stesso a capo) tra tutti i soggetti che volevano arrivare al ritorno della Dc. Quella Federazione doveva essere costituita con atto notarile, ma non risulta che ciò sia mai avvenuto; la stessa iniziativa sui cent'anni del Partito popolare pare stata programmata in sostituzione - come spiegano in una nota Raffaele Cerenza e Franco De Simoni, dell'Associazione iscritti alla Democrazia cristiana del 1993 - proprio degli Stati Generali, che si dovevano svolgere proprio in quegli stessi giorni. Insomma, viene in mente una frase attribuita a Giulio Andreotti, di cui giusto due giorni fa si è celebrato il centenario della nascita: "Amo talmente la Germania che ne preferivo due". Sarà per questo che la Dc si prova a farla in mille modi?

martedì 15 gennaio 2019

Stati Uniti d'Europa, Nencini al Psi: "Serve una lista antisovranista e aperta"


Il cammino verso la lista Stati Uniti d'Europa conosce un nuovo episodio che merita di essere riportato. Ieri questo sito ha pubblicato la lettera, oggi leggibile anche sull'Avanti!, indirizzata da un gruppo di membri della segreteria nazionale del Partito socialista italiano al suo segretario, con cui si chiedeva di sospendere ogni passo verso il progetto politico condiviso con la Lista Pannella - dopo l'intervista concessa da Maurizio Turco a I simboli della discordia - perché nessun organo del partito aveva deliberato in materia, quest'oggi l'organo del Psi riporta anche la risposta dello stesso segretario, Riccardo Nencini, che qui altrettanto si pubblica, per doverosa completezza dell'informazione. 
Il segretario socialista, senza nominare mai né Turco né il progetto politico stesso, sottolinea l'importanza tanto di verificare in loco le condizioni per possibili alleanze in vista delle elezioni comunali di primavera (e a questo servirebbe l'incontro di Firenze del 26 gennaio, non tanto o non principalmente a presentare l'iniziativa degli Stati Uniti d'Europa), quanto di battere la strada di "una lista europeista" che consenta di "costruire uno schieramento antisovranista, aperto a diverse culture" e attento ai movimenti attuali e potenziali nella sinistra italiana, uno schieramento che possa andare bene anche per le amministrative che si svolgeranno contemporaneamente alle europee, in grado di dire la sua anche alle elezioni amministrative di maggio. Ecco, di seguito, la lettera di Nencini:
Caro Schietroma, un tempo per comunicare in un partito si usava il telefono, oggi le lettere. Tant’è. Quando l’ho ricevuta, la tua lettera era già stata messa in rete. Mi si chiedono chiarimenti circa una manifestazione che si terrà a Firenze. Ripeterò cose ovvie. Eccole. 
A Firenze si terranno in maggio le elezioni comunali. Trovo assolutamente opportuno, proprio come sta avvenendo altrove (in Sardegna e in Abruzzo per le imminenti regionali, in Umbria con utile preavviso, e non scherzo, per le amministrative, con un accordo siglato con i centristi della Lorenzin) prepararsi alla tornata elettorale verificando le migliori condizioni possibili per ottenere il miglior risultato possibile. Sia a sostegno di candidati della sinistra riformista che per eleggere nostri rappresentanti nelle istituzioni. L’incontro di fine mese risponde a questa esigenza e si muove nel solco dell’orientamento fissato dall’ultimo Consiglio Nazionale del partito e, prima ancora, dalla segreteria. Sempre con voto unanime. Anche il tuo. 
Quanto al resto, in particolare al tema della raccolta delle firme, chi ha reso l’intervista ha tratto una semplice deduzione giuridica dalla normativa esistente. 
Il punto vero, invece, è quello politico. Se il congresso dovesse confermare l’ipotesi di lavoro fatta propria dagli organi del partito, una lista europeista sarebbe la strada maestra. La mia opinione è nota: cominciare a costruire uno schieramento antisovranista, aperto a diverse culture, in grado di dire la sua anche alle elezioni amministrative di maggio. E al contempo vedere cosa matura attorno a noi, nel campo della sinistra italiana. Senza pregiudizi. E soprattutto non privandoci dell’iniziativa politica ora che il quadro italiano finalmente si muove. 
Le forme e i modi verranno fissati dal nuovo gruppo dirigente eletto dal congresso. Che è, come ciascuno di noi sa, sovrano. 
Riccardo Nencini
Probabilmente è presto per dire se questa posizione di Nencini - che, si ripete, nulla dice sul progetto illustrato da Maurizio Turco e anzi sembra addossare a lui ogni ragionamento relativo all'esenzione dalla raccolta firme, come a dire che il Psi è sì parte del Pse, ma non avrebbe messo sul piatto in alcun modo la possibilità di evitare quell'onere attraverso una dichiarazione del partito europeo - permetterà il ritorno del simbolo della rosa nel pugno sulle schede, questa volta accompagnata alla dicitura "Stati Uniti d'Europa" e al colore giallo tradizionale liberale.

Restando in tema di campagne elettorali, in compenso, sempre oggi l'Avanti! diretto da Mauro Del Bue ha fatto sapere che il Psi avrebbe diffidato la Lega a non usare più lo slogan "La Rivoluzione del Buonsenso" (adottato anche alle ultime politiche), perché lo aveva già usato il Psi nel 2010 (in rete e su varie affissioni). Gli avvocati del partito guidato da Nencini hanno comunicato che "nell'interesse del Partito Socialista Italiano l'adozione non autorizzata dello slogan costituisce imitazione pedissequa di frutto dell’elaborazione intellettuale altrui”, per cui Matteo Salvini e la Lega sono stati invitati "ad astenersi dal fare uso dello slogan copiato e a rimuovere lo stesso da tutti i mezzi di comunicazione e diffusione informatica sui quali è stato immesso in associazione con gli elementi distintivi della stessa e della sua persona". Forse lo slogan sparirà dalla comunicazione leghista, forse no; di certo, a nessuno in via Bellerio e dintorni è venuto mai in mente di cogliere la rosa del Psi (e nemmeno il garofano, a pensarci bene).

lunedì 14 gennaio 2019

Ostacoli per Stati Uniti d'Europa: "Il Psi non ha deliberato, sospendete tutto"

A volte anche i progetti politici importanti e con le dichiarate migliori intenzioni possono nascere con problemi di metodo, che però qualcuno può ritenere molto gravi. Sembra essere il caso di Stati Uniti d'Europa, l'associazione costituita in vista delle elezioni europee dai "gruppi dirigenti" del Partito socialista italiano e della Lista Pannella, come annunciato da quest'ultima il 30 novembre e come spiegato giorni fa dal suo presidente Maurizio Turco in un'intervista a questo blog.
Il problema è che, a quanto pare, la decisione di costituire l'associazione e, in prospettiva, di presentare liste alle elezioni europee con il nome Stati Uniti d'Europa e il simbolo della rosa nel pugno non sarebbe stata discussa e approvata da alcun organo interno al Psi: lo si apprende da una lettera, di cui si è entrati in possesso, che nove membri della segreteria nazionale del partito hanno inviato al segretario, Riccardo Nencini. I firmatari - tra i quali spiccano i nomi dell'ex parlamentare Enrico Buemi e di Gian Franco Schietroma, già segretario del Psdi e coordinatore uscente della segreteria Psi - dicono di aver appreso da questo sito della prossima presentazione dell'associazione il 26 gennaio a Firenze e della possibilità che le liste alle elezioni europee siano esentate dalla raccolta firme grazie a una dichiarazione del Pse. Ecco, di seguito, il testo della lettera:
Caro Segretario, 
venerdì 11 gennaio scorso Maurizio Turco, Presidente della Lista Pannella e legale rappresentante del Partito Radicale nonviolento trasversale e transpartito, ha rilasciato un'intervista al sito www.isimbolidelladiscordia.it rendendo noto, tra l'altro, che è sorta un'associazione, costituita dal Partito Socialista Italiano e dall'associazione politica nazionale Lista Marco Pannella. 
Turco ha aggiunto, altresì, che tale iniziativa, contraddistinta dal simbolo "Stati Uniti d'Europa – Rosa nel pugno" per le elezioni europee, sarà presentata a Firenze sabato 26 gennaio prossimo. 
L'esponente radicale ha, infine, ritenuto che per la lista Stati Uniti d'Europa – Rosa nel pugno "il problema della raccolta delle firme sia superato, dal momento che il PSI fa parte del Partito Socialista Europeo e questo rilascerà apposita dichiarazione per esentarci dalla raccolta firme". 
Ciò premesso, caro Segretario, Ti chiediamo se tutto ciò risponda al vero. In particolare vorremmo sapere: 
1) se è vero che il PSI ha dato vita all'associazione di cui ha parlato Maurizio Turco; 
2) in caso affermativo, quando è stata formalmente costituita tale associazione; 
3) se è anche vero che sabato 26 gennaio prossimo, a Firenze, il PSI presenterà, con Maurizio Turco, il suddetto progetto; 
4) se è vero, infine, che il PSI si sia già adoperato presso il PSE per l'esenzione dalla raccolta firme della lista "Stati Uniti d'Europa – Rosa nel pugno" per le elezioni europee. 
Qualora quanto sopra esposto risponda a verità, Ti invitiamo a sospendere il tutto, poiché nessun organismo del nostro Partito ha deliberato tali iniziative ed essendo stato già indetto il Congresso straordinario del PSI. 
Ti ringraziamo e Ti salutiamo fraternamente. 
I membri della Segreteria nazionale PSI Buemi Enrico, Cipriani Graziano, Gambardella Elisa, Iacovissi Vincenzo, Iorio Luigi, Romanzi Luciano, Rometti Silvano, Schietroma Gian Franco, Serpillo Mario. 
I firmatari lasciano trapelare, al di là della chiusura "fraterna", un senso di insoddisfazione per l'iniziativa, non tanto nel merito - per dire, Enrico Buemi ha partecipato in più occasioni a iniziative riconducibili al Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito - quanto piuttosto per ragioni di metodo. Che la presentazione di una lista sia una questione di primaria importanza è fuori di dubbio, tanto più se il percorso è condiviso con altri soggetti: proprio per questo, c'è chi trova naturale che a esprimersi su questo sia il congresso, massima istanza del partito in cui gli iscritti, attraverso i loro rappresentanti, possono esprimere la loro opinione. 
La questione è data dal fatto che la macchina congressuale per il Psi è sostanzialmente già stata avviata: si sarebbero già individuati i giorni per svolgere l'assise - dal 29 al 31 marzo, non si sa ancora dove - e nelle settimane precedenti si dovrebbero svolgere gli adempimenti preparatori, compresi i congressi provinciali e regionali. I giorni scelti precedono di poco la presentazione dei contrassegni al Viminale, quindi per qualcuno è facile individuare il congresso come sede naturale per la discussione; in ogni caso, appare inopportuno che una scelta così importante possa essere presa da organi sostanzialmente in scadenza. 
La speranza è che si possa quanto prima attivare un dibattito interno sul punto e che le questioni di metodo poste da parte del partito possano essere risolte in fretta, in un senso o nell'altro: solo così si potrà capire se la rosa nel pugno potrà tornare sulle schede delle elezioni europee e, nel caso, ad opera di chi. 

domenica 13 gennaio 2019

Abruzzo, simboli e curiosità sulla scheda

Alle ore 12 di ieri è terminato, presso i vari uffici elettorali circoscrizionali dell'Abruzzo, il deposito delle liste per partecipare alle prossime elezioni regionali del 10 febbraio. Oggi si verrà a conoscenza di eventuali rilievi relativi ai documenti presentati, soprattutto sulle candidature e sulle firme a loro sostegno; nel frattempo, si può dare conto dei simboli depositati a corredo delle liste. E già qui, volendo, c'è un piccolo giallo: se non ci sono dubbi sul fatto che i candidati alla presidenza della regione siano 4, le liste da considerare dovrebbero essere 15, ma alcuni siti ne riportano 16 mentre altri della sedicesima lista non riportano nemmeno una candidatura; manca invece con certezza - per problemi di firme - una lista di Potere al popolo!, benché ci avesse seriamente pensato il segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo (già candidato nel 2014 con Un'altra Regione). 
Non essendo state ancora effettuate le operazioni di sorteggio per schede e manifesti, l'ordine di candidati ed emblemi non rispecchia quello di nessuna circoscrizione in particolare.


Sara Marcozzi

MoVimento 5 Stelle

La prima candidatura per la presidenza presentata in corte d'appello è stata quella di Sara Marcozzi, consigliera regionale uscente (come candidata presidente) per il MoVimento 5 Stelle e ricandidata con la stessa forza politica a queste consultazioni elettorali. Il simbolo, com'era facilmente prevedibile, è identico a quello depositato dal M5S al Viminale il 19 gennaio 2018 in occasione delle elezioni politiche: gli elementi cromatici e figurativi sono esattamente gli stessi, così come non è cambiato il riferimento al sito Ilblogdellestelle.it adagiato sulla circonferenza nella parte inferiore.


Marco Marsilio

Fratelli d'Italia

Il candidato presidente per il centrodestra è stato indicato da Fratelli d'Italia nella persona di Marco Marsilio, attualmente senatore del partito nonché colui che nelle ultime tornate elettorali nazionali ha provveduto al deposito del contrassegno presso il ministero. Non può mancare ovviamente a suo sostegno l'emblema del suo partito, questa volta non nella forma matrioska o cannocchiale: per fare spazio all'indicazione "Marsilio presidente", scritta in giallo, si è infatti ridotto il nome del partito, così da inserire la dicitura giusto sopra la striscia tricolore e la fiamma. Un emblema un po' pieno, ma tutto sommato equilibrato.


Forza Italia

Altra presenza imprescindibile per la coalizione di centrodestra è ovviamente quella di Forza Italia, il cui coordinatore regionale è Nazario Pagano: a presentare la lista a L'Aquila si è presentato addirittura il vicepresidente nazionale Antonio Tajani. Non essendo il candidato della coalizione riferibile a Fi, il simbolo utilizzato è quello varato dal partito nel 2014 in occasione delle elezioni europee, con la bandierina tricolore stilizzata di Cesare Priori e al di sotto il riferimento a Silvio Berlusconi (stavolta senza l'indicazione "Presidente").


Lega

Nel 2014 non era presente alcuna lista della Lega Nord alle regionali d'Abruzzo; questa volta invece la Lega c'è e più di un sondaggio accredita il suo risultato come un probabile exploit. Per questo approdo in terra abruzzese, il partito ha scelto di modificare in modo quasi impercettibile il simbolo presentato alle elezioni politiche del 2018, mantenendo - ovviamente - il nome, il riferimento grafico ad Alberto da Giussano e quello a Matteo Salvini a caratteri cubitali: giusto la parola "premier", qui poco utile, è stata sostituita con il nome della regione.


Democrazia cristiana - Unione di centro - Idea

Ecco una delle liste più discutibili dal punto di vista grafico e più discusse sul piano politico. Il simbolo della lista, all'inizio relativa solo a Democrazia cristiana (progetto di Gianfranco Rotondi) e Unione di centro, ha improvvisamente adottato lo scudo crociato nella forma dell'Udc, con tanto di vele del Ccd e di De in filigrana sullo sfondo; poi, negli ultimi giorni, sono spuntate addirittura le "pulci" di Idea, il partito di Gaetano Quagliariello cui fa riferimento l'ex presidente Gianni Chiodi, e persino di Noi con l'Italia, quasi invisibile e spesso nemmeno ricordata. Sul piano politico, è bastato l'inserimento nelle liste (altrettanto in zona Cesarini) di alcuni nomi legati all'Udc osteggiati da alcune delle forze politiche per la loro precedente collaborazione con il centrosinistra: per qualcuno, quella lista - e suoi eventuali eletti - sarà posta fuori dalla coalizione. Intanto però i documenti sono già stati depositati...


Azione politica

Si presenta come gruppo locale radicato sul territorio Azione politica, formazione politica coordinata a livello regionale da Gianluca Zelli. Rivendica il desiderio di valorizzare la regione e dare voce ai territori, preferendo "la coerenza alla strategia". Il simbolo, sobrio ma elegante, comprende il nome scritto con una font molto sottile e una pennellata tricolore, su fondo azzurrino sfumato. E, come tutti gli altri simboli della coalizione (a esclusione di quello di Fratelli d'Italia), non contiene riferimenti al candidato presidente.


(Popolari per l'Italia - Il Popolo della famiglia)

Questa invece è la lista "fantasma" di cui si diceva all'inizio. Persino il sito dell'Ansa riporta tra i simboli in campo in Abruzzo quello della lista Popolari per l'Italia - Il Popolo della famiglia; anche altri siti indicano questa sedicesima lista, senza però indicare nemmeno un candidato nelle quattro circoscrizioni d'Abruzzo. Il simbolo in Rete, poi, sembra scomparso, presente solo nei banner elettorali di Michele Suriani, che da tempo aveva annunciato la propria candidatura con la formazione di Mario Mauro (lui stesso era venuto a sostenere la sua corsa verso la regione). Proprio Suriani, però, risulta tra i candidati di Dc-Udc-Idea a Chieti...


Giovanni Legnini

Legnini presidente

La candidatura per il centrosinistra di Giovanni Legnini, ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, è quella che si avvale del maggior numero di liste. Tra queste, c'è anche l'unica lista civica davvero "personale" di tutta la competizione: il suo simbolo riporta semplicemente il cognome del candidato alla guida della regione a caratteri ben visibili, avvalendosi soltanto per il testo di una tonalità di azzurro e una di blu (su fondo color panna), le stesse che sfumano l'una nell'altra sulla circonferenza del contrassegno, in modo sobrio.

Partito democratico

Non poteva mancare, ovviamente, la forza politica maggiore della coalizione con una propria lista. Così il Partito democratico nel simbolo presenta anche il riferimento (sottolineato) all'Abruzzo sotto al logo (un po' fluttuante, per la verità, nella parte bianca del contrassegno); nella parte inferiore, invece, è stato inserito un segmento verde grande in cui è contenuto anche il cognome del candidato presidente. La grafica era oggettivamente migliorabile, ma non è la peggiore di queste elezioni.


+Abruzzo

Il nome è adattato alla competizione territoriale, ma è immediato riconoscere nella lista +Abruzzo la declinazione locale di +Europa. La struttura grafica è la stessa vista alle elezioni politiche e la scritta multicolore è stata tinta in varie tonalità di azzurro e verde, colori dello stemma della regione. Singolare l'inserimento delle qualifiche "solidale liberale popolare sostenibile" nel segmento inferiore curvilineo (anche qui verde e non giallo) che contiene anche il riferimento a Legnini. Da notare la presenza della pulce di Centro democratico, che anche in questo caso permette di evitare la raccolta firme (esso è presente come gruppo nel consiglio regionale abruzzese).


Centristi per l'Europa - Solidali e popolari

Delle forze che alle elezioni politiche del 2018 avevano dato luogo a Civica popolare, a queste elezioni lascia una propria traccia visibile soltanto Centristi per l'Europa, ufficialmente non presente nemmeno in consiglio regionale (c'era però Alternativa popolare). Al simbolo, cui a livello nazionale fanno riferimento Pierferdinando Casini, Gianpiero D'Alia e Gianluca Galletti, si è aggiunta la dicitura Solidali e popolari, probabilmente per allargare il campo a formazioni civiche e di volontariato legate al "cattolicesimo popolare" senza citarne i simboli.


Abruzzo in Comune

Una connotazione maggiormente civica sembra avere la lista Abruzzo in Comune, legata soprattutto agli amministratori locali, come pare suggerire anche la "lunetta" tricolore visibile alla destra del cerchio, come a ricordare un po' la fascia tricolore dei sindaci. Da sottolineare, nella parte inferiore del contrassegno, il riferimento visibile a Regione facile, gruppo consiliare presente nell'assemblea fin dall'inizio della legislatura in scadenza e, dunque, in grado di esentare la lista dalla raccolta firme.


Abruzzo insieme

Si avvale del profilo della regione - ed è la sola formazione a farlo in questa competizione elettorale - la lista Abruzzo insieme. La connotazione sembra essenzialmente civica e legata al territorio, anche se la scelta dei colori (azzurro e giallo) non parla molto della cromia regionale; il testo peraltro sembra soffrire di un "abuso" del carattere Calibri - forse non il più adatto allo scopo. Da segnalare, anche qui, la presenza della "pulce" di Abruzzo futuro per ottenere l'esenzione dalla raccolta firme; la lista, peraltro, nel 2014 aveva sostenuto Chiodi e il centrodestra, ma si è semplicemente cancellato il nome dell'ex presidente.


Avanti Abruzzo

Altra lista a sostegno di Giovanni Legnini è Avanti Abruzzo, una di quelle che sul piano grafico lascia più perplessi. La struttura richiama visibilmente quella di +Europa (soltanto, la parte inferiore è tinta di blu) e la font Arial Rounded o affine non sembra davvero la più indicata per un emblema elettorale. Continua poi la saga delle esenzioni - evidentemente necessarie, visto il numero di liste in appoggio a Legnini - visto che anche qui compare una "pulce": quella dell'Italia dei valori, presente come gruppo in consiglio regionale.


Progressisti - Sinistra Abruzzo

La sinistra che non si riconosce nel Pd e che non fa riferimento all'area di Potere al Popolo! ha scelto infine di sostenere Legnini con una propria lista, Progressisti - Sinistra Abruzzo, nella cui grafica domina decisamente il colore rosso dello sfondo (cui è accostato il verde della parte inferiore). La struttura è profondamente geometrica e la leggera "eccentricità" dell'area verde ricorda un po' la sottolineatura di Liberi e Uguali, la cui "pulce" è contenuta nel contrassegno (a quanto pare, dunque, Leu si è ridotta a un modo per esentare altre liste, peraltro con l'accordo dei quattro contraenti iniziali, salvo sorprese dell'ultimo minuto).


Stefano Flajani

CasaPound Italia

Chiude l'elenco dei candidati alla presidenza della regione Stefano Flajani, in corsa per CasaPound Italia. Per lui, come per la candidata del M5S, la lista a sostegno è una sola, quella del suo movimento che ormai da tempo partecipa a consultazioni nazionali e locali (questo è comunque il debutto alle regionali abruzzesi). Il simbolo, ovviamente, è sempre lo stesso, con la tartaruga dal carapace-casa ottagonale, istoriato con motivi geometrici e un po' arcani, per chi non conosce quell'area politica.

Un grazie sentito per la sua enorme collaborazione va a Gherardo Marenghi, che ha svolto la maggior parte del lavoro di ricerca delle grafiche.

sabato 12 gennaio 2019

Il simbolo del Pd alle europee: "non un dogma" o "patrimonio"?

Contrariamente a quanto detto ieri, non è affatto scontato che alle elezioni europee il simbolo del Partito democratico sia presente, in maniera più o meno riconoscibile. Dal 2008 in avanti nessun appuntamento elettorale nazionale si era svolto senza che l'emblema disegnato da Nicola Storto fosse regolarmente presente sulle schede: in quello stesso anno, con Walter Veltroni segretario e candidato alla guida del governo (e con il nome scritto anche sul contrassegno); alle europee del 2009, con la reggenza di Dario Franceschini; alle politiche del 2013, con segretario Pierluigi Bersani; alle europee dell'anno dopo, con Matteo Renzi segretario (senza il suo nome, ma con il riferimento al Pse); alle politiche del 2018, con Renzi ancora alla guida del partito giusto per qualche mese.
A prescindere dalla leadership e dalle altre vicende del partito, dunque, il simbolo è stata una costante delle competizioni elettorali nazionali (e, si potrebbe dire con buona tranquillità, anche regionali) dei dieci anni precedenti. Ci si apprestava a ritenere del tutto normale la presenza dell'emblema dem anche questa volta, magari con un leggero ritocco in chiave europea o per marcare l'appartenenza al socialismo europeo, ma di colpo quella normalità è stata messa in discussione. 


Le posizioni in campo

A far partire, quasi all'improvviso, il dibattito hanno provveduto le dichiarazioni che Nicola Zingaretti, candidato alla segreteria del partito, ha rilasciato a Simone Canettieri del Messaggero:
Le europee potrebbero essere la tomba del Pd. 
"Dovremo costruire una nuova piattaforma per cambiare l’Europa. Serve una lista forte, unitaria e aperta".
Lista aperta significa che non sarà una lista del Pd?
«Dobbiamo aprirci e allargarci, aggregare forze culturali, economiche e sociali per dare un’idea che c’è un’Europa da rifondare. Loro, i leghisti, vogliono picconare l’Europa noi rifondarla». 
Il simbolo del Pd sarà un dogma per la lista delle europee o se ne potrà fare a meno? 
«Non è un dogma, ma questo poi lo decideremo. Dobbiamo ripartire dal Pd come promotore di una lista ampia, con il protagonismo degli intellettuali del mondo della ricerca e della scuola, del mondo del lavoro, dei giovani e dell’associazionismo».
All'AdnKronos che gli chiedeva se la proposta di ZIngaretti, con tanto di uso non scontato del simbolo, potesse essere un passo verso il suo Fronte Repubblicano, l'ex ministro Carlo Calenda ha seccamente risposto "Sì", specificando però che la questione del simbolo è "secondaria" e che il progetto della lista europeista unitaria lo appassiona molto di più della discussione sulla permanenza o meno dei rispettivi emblemi nel contrassegno complessivo. A un soggetto più ampio rispetto all'attuale Pd guarda anche Matteo Richetti: "Come con l'Ulivo, nel dare forma alla coalizione ci fu una gradualità anche rispetto alla presenza dei partiti. Credo si possa immaginare un simbolo nuovo che contenga le forze politiche che lo compongono ma non solo, anche movimenti e dinamiche associative. Ma il simbolo va di pari passo con il progetto: se il progetto è nuovo e ampio, sarebbe improbabile pensare a non modificare e innovare la forma oltre che la sostanza".
Non sembra proprio questa l'idea di Maurizio Martina, attuale segretario reggente del Pd e candidato a sua volta alla segreteria. A lui l'idea della "lista aperta" non dispiace affatto, ma precisa:
Per me il simbolo del Partito Democratico è un patrimonio di cui andare orgogliosi. Esprime l'impegno di migliaia di persone che si battono per un'Italia più giusta. Il punto non è rinunciarvi ma metterlo al servizio insieme ad altri per una grande battaglia per la nuova Europa contro i nazionalpopulisti di casa nostra.

Le ragioni di qualunque scelta

Se queste, a grandi linee, sono le idee che si sono confrontate ieri, occorre cercare di comprenderne le ragioni, a partire da quelle di Nicola Zingaretti. Il fatto che lui parli della necessità di una "nuova piattaforma per cambiare l'Europa", che dia luogo tra l'altro a "una lista forte, unitaria e aperta", già prefigura la necessità o il desiderio di costruire qualcosa di nuovo o comunque di diverso, che certamente possa contenere il Pd e probabilmente essere guidato da questo, ma con un certo livello di discontinuità, magari anche grafica. Se l'intento di Zingaretti, infatti, è di "aggregare forze culturali, economiche e sociali" in una lista caratterizzata dal "protagonismo degli intellettuali, del mondo della ricerca e della scuola, del mondo del lavoro, dei giovani e dell’associazionismo", è tutto meno che scontato che le persone provenienti da quei mondi - e che a questi, verosimilmente, ritorneranno in seguito - accettino di candidarsi sotto un simbolo dichiaratamente di partito; ancor meno scontato è che possibili candidati ed elettori vogliano legarsi all'emblema del Pd, legato a posizioni e persone (attuali o del passato) con le quali è legittimo identificarsi, ma da cui è altrettanto legittimo volersi distanziare.
Al problema delle nuove forze che si vogliono attrarre nell'ambito della lista, si aggiunge - anche se nel discorso di Zingaretti non è evidente - quello dei gruppi che potrebbero essere interessati a riavvicinarsi ai dem dopo essersene allontanate per le ragioni più diverse nei mesi precedenti: quel riavvicinamento - più che dei dirigenti, degli elettori, cioè di coloro che determinano davvero l'esito del voto - potrebbe essere più difficile se rimanesse lo stesso simbolo abbandonato relativamente poco tempo prima, evocando più le ragioni per cui si era presa la porta rispetto a quelle che potrebbero far tornare indietro.
La posizione di Maurizio Martina, per parte sua, fa leva esplicitamente su un aspetto e, probabilmente, implicitamente su un altro. Rivendicare la capacità del simbolo di evocare "l'impegno di migliaia di persone che si battono per un'Italia più giusta" significa individuare in quell'emblema qualcosa di più della semplice natura di segno distintivo, di marchio, cioè ritenere che il logo riesca effettivamente a riassumere e trasmettere i valori dem che dovrebbero unire militanti, dirigenti e candidati. Ciò potrebbe essere vero, anche solo per la durata della vita del simbolo: presentato il 21 novembre 2007, l'emblema del Pd resiste da oltre 11 anni. Molto meno, ovviamente, rispetto a quelli storici di Pci e Dc, un po' meno dell'albero-quercia passato dal Pds ai Ds, abbastanza meno rispetto all'Ulivo ancora presente in miniatura - obtorto collo e contro il volere del suo creatore Andrea Rauch - all'interno del logo del Pd, anche se qui il conto si complica: è vero che l'Ulivo è apparso sulle schede elettorali nazionali nel 1996, nel 2001, nel 2004 (Uniti nell'Ulivo) e nel 2006, ma bisogna ammettere che tra un'elezione e l'altra i singoli partiti prendevano puntualmente il sopravvento. In ogni caso, la vita del simbolo del Pd è già più lunga di quello del Ppi (nelle sue varie versioni) e della Margherita, per non parlare dell'Unione, finita prestissimo - e senza troppi rimpianti, a quanto pare - nel dimenticatoio.
Se questo discorso appariva abbastanza esplicito, nelle parole di Martina sul valore del simbolo e sull'opportunità di "metterlo al servizio" della battaglia per l'Europa si può leggere sottotraccia anche un'altra considerazione, legata piuttosto alla riconoscibilità. Ogni cambio di rotta, infatti, porta con sé il rischio di non essere riconosciuti dagli elettori meno attenti alle vicende politiche. Un rischio che, come sottolineano anche gli studiosi dell'opinione pubblica quali Renato Mannheimer, è decisamente sfumato rispetto al passato, quando cambiare un simbolo sottolineava anche un cambio di idea sui valori; quel rischio tuttavia esiste, soprattutto se si crede - come Martina - che nell'emblema di partito ci sia ancora un messaggio da esprimere, magari non forte come un tempo ma pur sempre presente.
Certo è che da tempo, nei comuni sotto i 15mila abitanti, il simbolo del Pd è una vera rarità. La legge elettorale ci mette del suo, visto che obbliga chi si candida a sindaco a essere sostenuto da una sola lista: se si può contare su una coalizione di centrosinistra. piuttosto che inserire la "pulce" del simbolo nel contrassegno assieme ad altre e rischiare di renderle illeggibili, si preferisce evocare anche solo cromaticamente il logo nazionale o puntare su sempreverdi simboli civici o territoriali, maggiormente in grado di unire. Se questo "gioco a nascondino" dura ormai da anni, è inutile negare che in varie situazioni si è scelto di non utilizzare il simbolo del Pd anche per non farsi identificare con i suoi dirigenti nazionali o perché si è temuto che potesse apportare più danno che beneficio, soprattutto in certi periodi difficili (e questo, indubbiamente, lo è), oppure lo si è accantonato per trovare qualcosa che unisse davvero tutta la coalizione e potesse raccogliere i voti degli elettori. Un po' quello che, mutatis mutandis, ha in mente Zingaretti.
Certamente non è facile trovare un elemento grafico unificante: le ultime europee ricordano il caso della lista L'altra Europa con Tsipras, riuscita quasi incredibilmente a superare la soglia del 4% (impresa fallita più volte dalla sinistra in precedenza e pure in seguito) anche grazie a un po' di voti in uscita dal Pd, ma il contrassegno era tutto letterale, senza riferimenti figurativi. Anche se il deposito dei simboli al Ministero dell'interno è previsto per il 7 e l'8 aprile, quindi c'è ancora tempo, si tratta pur sempre di meno di tre mesi e sarebbe opportuno trovare una soluzione - qualunque sia - con un po' di anticipo rispetto a quei giorni, per far conoscere l'eventuale simbolo nuovo agli elettori e farli abituare: i marchi politici di Lega e MoVimento 5 Stelle, infatti, non avranno certo bisogno di presentazione e i loro elettori non faticheranno a individuarli.

venerdì 11 gennaio 2019

Maurizio Turco: "Stati Uniti d'Europa e rosa nel pugno, i nostri vaccini per l'alternativa"

A tre mesi dalla presentazione dei contrassegni per le elezioni europee, se è ovviamente certa la presenza di liste di forze come Pd, Lega, Forza Italia, +Europa, Fratelli d'Italia e MoVimento 5 Stelle (al di là della curiosità, tutta da #drogatidipolitica, di vedere quali particolarità avranno i simboli depositati, al di là di quello del M5S che difficilmente cambierà o vedrà aggiunte rispetto alla versione depositata il 19 gennaio 2018 al Viminale), vale la pena conoscere meglio una delle novità certe della prossima consultazione: Stati Uniti d'Europa, il progetto politico proposto dal Partito socialista italiano e dalla Lista Pannella, con cui si intende rilanciare l'idea originaria - e da tempo abbandonata - di Europa, anche attraverso il simbolo della rosa nel pugno, che tornerebbe sulla scheda delle elezioni europee dopo un quarto di secolo. 
Il progetto di Stati Uniti d'Europa - che, pur nell'identità dei promotori, non somiglia e non vuole somigliare affatto alla Rosa nel Pugno del 2006 - sarà presentato per la prima volta a Firenze sabato 26 gennaio: delle idee alla base, del desiderio di superare il 4% (magari di correre senza raccogliere le firme: si vedrà perché) e del simbolo scelto parliamo con Maurizio Turco, presidente della Lista Pannella e legale rappresentante (oltre che uno dei quattro coordinatori della presidenza) del Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito. L'occasione è buona anche per parlare del destino di Radio Radicale, dopo che la legge di bilancio approvata a fine anno ha drasticamente ridotto le risorse che lo Stato riconosce all'emittente per il suo servizio, mettendone seriamente a rischio la sopravvivenza: uno scenario che i veri #drogatidipolitica, assieme a tutti gli studiosi della contemporaneità, non possono accettare per nessuna ragione.

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Maurizio Turco al Congresso del Prntt del 2016
Maurizio Turco, partiamo dall'inizio: che cos'è Stati Uniti d'Europa?
Stati Uniti d'Europa al momento è un'associazione, una proposta politica, costituita dal Partito socialista italiano e dall'associazione politica nazionale Lista Marco Pannella in vista delle elezioni europee. L'obiettivo è di diventare un contenitore delle forze politiche e delle persone che hanno come obiettivo prioritario il federalismo europeo, come risposta concreta ai problemi del nostro tempo: questi ormai, com'è facile vedere, non hanno più dimensione nazionale, ma ben più ampia. La nostra è la proposta dell'alternativa.
Alternativa a cosa?
Beh, alternativa tanto ai nazionalprotezionisti - cioè nazionalisti dal punto di vista politico e protezionisti da quello economico - quanto all'Europa così come la conosciamo oggi, cioè l'Europa intergovernativa. La nostra proposta è l'Europa federale, quella dei Padri Costituenti dell'Unione europea: il passaggio da Comunità economica europea a Unione europea era, o doveva essere, la traduzione della proposta di Altiero Spinelli finalizzata proprio agli Stati Uniti d'Europa.
Un processo nel quale, evidentemente, qualcosa si è inceppato…
Si è inceppato subito. Nel 1984 si arrivò a una bozza di Trattato per l'Unione europea all'Atto unico europeo, il cosiddetto "atto Spinelli", con il quale si era pensato di costruire un'Europa federale, dando vita all'Unione europea; già dall'anno dopo, però, i governi nazionali scelsero di prendere tutt'altra strada, decidendo che non si doveva più fare l'Europa dei popoli, ma l'Europa dei governi nazionali. Assistiamo a un paradosso: nel 1984 i conservatori britannici hanno votato a favore di quell'Europa federale, mentre oggi sono stati e sono protagonisti di Brexit. Nel 1979 nel Parlamento europeo sedevano quattro euroscettici, quando sono stato eletto a Strasburgo, nel 1999, saranno stati una ventina ma non di più; ora sono addirittura almeno un terzo e queste persone, se potessero, uscirebbero da tutto ciò che legato all'Europa. Questi sono dati di fatto. 
Come si può invertire la tendenza? Eppoi, è possibile farlo modificando quest'Europa oppure occorre costruirne un'altra, daccapo?
I meccanismi attuali dell'Unione europea, a causa del potere di "veto" di ogni singolo stato, non consentono questo tipo di riforma: è vero, ci sono le cooperazioni rafforzate, ma quelle sono oggettivamente un'altra cosa, sono il "gioco delle tre carte". Stanno cercando di far passare una cooperazione rafforzata in materia di difesa come se fosse l'esercito europeo, ma non ci siamo proprio: questa cooperazione significa, in pratica, mettere in contatto fabbriche d'armi di diversi paesi perché collaborino e dare loro soldi europei. L'esercito europeo sarebbe un capovolgimento dell'attuale politica estera e di difesa dei 27 paesi, in cui ognuno ne ha una propria che potenzialmente confligge con quella degli altri 26. La situazione, insomma, è bloccata: servirebbe, oggi dopo il fallimento dell'Europa intergovernativa come allora dopo il disfacimento del nazifascismo, che tre o quattro paesi prendessero l'iniziativa di mettere in comune intanto le politiche di difesa, l'esercito. 
E' praticabile, secondo te?
A chi ci dice che questa è un'ipotesi fuori dalla realtà, possiamo rispondere solo in un modo: se i padri fondatori dell'Unione europea, che erano i resistenti ai totalitarismi della prima metà del '900, quei totalitarismi sarebbero ancora lì. Quando Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi hanno elaborato il loro Manifesto, erano a Ventotene al confino, non certo in villeggiatura: in quel momento il futuro che avevano davanti era tutt'altro, eppure loro pensavano a fornire già allora un futuro diverso. Noi ci siamo impegnati a fare lo stesso e siamo in controtendenza: oggi si vorrebbe proporre una sorta di referendum tra l'Europa intergovernativa e i nuovi nazionalismi e protezionismi, quando invece è proprio l'Europa intergovernativa è il problema. Certo, occorre combattere nazionalismi e protezionismi, che del resto sono stati all'origine dei totalitarismi, dal nazifascismo al comunismo, senza dimenticare che oggi c'è una grande nazione comunista con cui fare i conti, la Cina...
Un comunismo un po' rivisto, diciamo...
Sì, ma i caratteri essenziali della repressione non li hanno persi, questo è un dato di fatto, ci sono i "gulag"; c'è sicuramente un'evoluzione economica, ma al prezzo di una repressione politica. Al di là dei dati economici positivi, c'è poi una regressione democratica negli Stati Uniti d'America dal punto di vista istituzionale e questo a prescindere dall'elezione di Donald Trump: già prima, infatti, si era manifestata una regressione, anche se quel paese resta oggi un faro, un punto di riferimento per come è costruito l'impianto istituzionale, per l'assetto del bilanciamento dei poteri che non ha eguali al mondo. Tornando agli Stati Uniti d'Europa, la cosa importante non è chi li promuove, ma il recupero di un pensiero che è stato troppo presto abbandonato, sul tavolo del potere, delle contingenze e dell'attualità, senza tenere conto della storia del genere umano: c'è stata un'involuzione rispetto all'esperienza della resistenza. Oltre a rilanciare le figure di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Luigi Einaudi, Marco Pannella, Sandro Pertini e tante altre note, è importante oggi rilanciare con forza un "sepolto vivo" come Alcide De Gasperi: lui sul tradimento della Comunità europea di difesa, che stava tentando di costruire un esercito europeo in vista degli Stati Uniti d'Europa, ci è morto.
Curioso che radicali e socialisti collaborino per ridare visibilità a un campione della Democrazia cristiana, non trovi? 
Una Dc che però, piccolo particolare, si è dimenticata del suo campione... Il suo progetto europeista è stato abbandonato e dimenticato, al punto che nessuno o quasi conosce il De Gasperi europeista: una storia tanto complessa quanto interessante. Lui è davvero un padre non di quest'Europa, ma degli Stati Uniti d'Europa, ed è stato tradito dai suoi: non a caso, la biografia scritta dalla figlia Maria Romana e uscita nel 1964 si intitolava De Gasperi uomo solo, solo e abbandonato innanzitutto dai suoi su quest'ipotesi. Gli interessi particolari hanno avuto il sopravvento sull'interesse comune: con quest'iniziativa vogliamo rilanciare la predominanza dell'interesse pubblico e comune, vogliamo che a partire dall'Italia ci sia un interesse ad avere una struttura federale. Oggi nessun paese europeo e la stessa Unione europea intergovernativa è in grado di stare sul mercato economico, di avere una vera politica efficace di difesa; Se noi oggi simulassimo l'efficacia e l'utilità dei 27 eserciti europei, a fronte di un conflitto che non si sa bene contro chi potrebbe essere, l'unico forse autosufficiente sarebbe quello francese, se non altro perché dispone del nucleare. 
Uno scenario rassicurante...
Dobbiamo anche riconoscere lo sciovinismo francese, per cercare di aiutarli a uscire da questo senso di superiorità che esercitano in modo molto forte che esercitano all'interno dell'Unione europea. In molti non avevano capito il senso delle bandiere sventolate da Emmanuel Macron in campagna elettorale, è stato equivocato ma non per colpa sua: lo ha spiegato lui stesso nel suo libro che ha accompagnato la campagna, "siamo per l'Unione europea perché conviene alla Francia", non perché conviene all'Europa... Non a caso, non appena Macron in un'occasione ha parlato di "esercito europeo", anche se lui si riferiva soltanto alla cooperazione in materia di difesa, c'è stata una sollevazione congiunta di Stati Uniti e Russia, perché la potenza europea sarebbe un soggetto nella geopolitica internazionale, cosa che oggi non è proprio grazie agli appetiti nazionalisti. Appetiti che, bada bene, non sono un'invenzione di Matteo Salvini, di Giorgia Meloni o di Viktor Orbán: sono l'essenza stessa di quest'Europa, fondata sugli interessi dei singoli paesi, che mettono in comune alcune politiche secondarie per trarne qualche beneficio. Non abbiamo invece una vera politica estera e di difesa comune, ma neanche una democratizzazione delle politiche economiche e finanziarie europee: il meccanismo di stabilità è il simbolo di quest'Unione europea, che vorrebbe inserire quello stesso meccanismo addirittura nei trattati e fare lo stesso con su altri fronti politici, attraverso la politica delle "stanze chiuse", prendendo decisioni di cui non si conoscono le ragioni.
Prima oltre ad Altiero Spinelli citavi Ernesto Rossi, assai più dimenticato di Spinelli...
... e c'è anche Eugenio Colorni, il terzo della "combriccola"...
Il simbolo di Pannella nel 1979
Già, e tra i pochissimi a ricordarli e a citarli con insistenza c'era Marco Pannella. Che cos'erano per lui gli Stati Uniti d'Europa?
Tutto. Erano l'essere speranza in ogni iniziativa politica del periodo storico che aveva vissuto, dagli anni '50 fino al 2016. L'ultimo intervento di Marco Pannella al Parlamento europeo è uguale al primo: lui dal 1979 al 2009 ha mantenuto sempre la stessa politica, in controtendenza rispetto ai federalisti europei a Strasburgo che federalisti erano solo nominalmente, non perché facessero iniziative o proposte politiche in senso federale. Non c'è da stupirsi: abbiamo Juncker che due anni fa ha dichiarato "anch'io, quando avevo i pantaloni corti, ero per gli Stati Uniti d'Europa", come se crederci fosse una cosa da fare giusto da giovani, poi si matura e si viene attratti dal potere. Come se gli Stati Uniti d'Europa fossero una cosa astratta, impossibile e non invece una necessità. Per questo credo che sia importante recuperare la storia delle famiglie europee davvero europeiste e federaliste, se non altro per quanto riguarda i padri costituenti: sicuramente liberali, socialisti, radicali, ma anche i popolari come De Gasperi, Adenauer, davvero agli albori del Ppe e iniziatori di un progetto di valore, a dispetto dei voltafaccia di Italia e Francia che affossarono la Comunità europea di difesa. Come Pannella ha sempre sostenuto, a differenza del mondo comunista che divideva nettamente politica e cultura, che cultura è politica e politica è cultura: occorre impegnarsi in un recupero culturale rispetto alla storia che non è riuscita a svilupparsi, ma era maturata tra i nostri statisti e politici, che purtroppo hanno avuto eredi inadeguati.
Torniamo all'associazione-lista Stati Uniti d'Europa. Il fatto che la promuovano il Psi e la Lista Pannella può far ripensare alla Rosa nel Pugno del 2006: allora la fondarono i Socialisti democratici italiani (che poi avrebbero ricostituito il Ps-Psi) e la Lista Pannella. Le due esperienze si somigliano o no?
No, è tutt'altra storia. Quello era un incontro tra due gruppi dirigenti; qui ci sono due gruppi dirigenti che mettono un progetto a disposizione di tutti. Quella del 2006 era un'iniziativa elettorale delimitata, con cui i dirigenti socialisti e radicali si rivolgevano soprattutto a quelle frange "intellettuali" di quello che poi sarebbe diventato il Partito democratico, se vogliamo agli "orfani liberali" del Pds-Ds: vari esponenti di quel mondo, come Biagio De Giovanni, alle politiche del 2006 si candidarono nelle liste della Rosa nel Pugno, sia pure solo negli ultimi posti, per testimoniare che il loro era un contributo tutto politico, senza velleità personali. Oggi, lo dicevo, è tutt'altra cosa: qui si cerca di mettere le risorse radicali e socialiste, cui spero si aggiungeranno presto quelle repubblicane e liberali, per dare vita a una presenza di alternativa al mercato della politica di oggi, per fuggire il referendum di cui parlavo, tra l'Europa intergovernativa e quella protezionista e nazionalista, che non oso immaginare come sarebbe: e pensare che i più acerrimi nemici della manovra gialloverde sono stati gli "amici" della Lega, Ungheria, Austria, Polonia, gli estremisti tedeschi di AfD, in una logica di lotta di ciascuno contro tutti in cui inevitabilmente vince il più forte. Non si può immaginare nulla di diverso per uno come Orbán, che già a 15 anni era il leader dei giovani comunisti - evidentemente le sue qualità personali le aveva - per poi convertirsi in leader liberale a ridosso della caduta del Muro, fino a indossare i panni del leader prefascista di oggi; quasi tutti i leader attuali dei paesi dell'Est sono "residuati bellici" del periodo comunista, ma hanno ancora il paese nelle proprie mani.
Unico tratto in comune, ben visibile, tra l'esperienza del 2006 e quella attuale è dato dalla concessione della rosa nel pugno da parte della Lista Pannella, che oggi come allora l'ha messa a disposizione per cinque anni.
In Italia sicuramente la rosa nel pugno è il simbolo del Partito radicale, di Marco Pannella, ma altrettanto certamente va al di là di un'appartenenza "proprietaria": è il simbolo delle lotte per i diritti civili e politici, per i diritti sociali, è il simbolo della lotta stessa per gli Stati Uniti d'Europa. Ti ricordo che nel 1984, quando Spinelli fu eletto presidente della Commissione per gli affari istituzionali del Parlamento europeo, Pannella ne divenne vicepresidente; non a caso, alla fine dei suoi giorni, chiese proprio a Marco di raccoglierne l'eredità, portandone avanti le battaglie. 
Di fatto il simbolo della rosa nel pugno si appresta a tornare sulle schede delle europee dopo un quarto di secolo: l'ultima volta la si era vista nel contrassegno della Lista Pannella - Riformatori nel 1989. La scelta di adottarla di nuovo ha "solo" un significato ideale e valoriale per voi o, anche dopo questa lunga assenza, ritenete che sia un emblema ancora riconoscibile?
Beh, diciamo che è un po' come un vaccino: dopo un po' di anni bisogna fare un richiamo... un richiamo al fatto che in questo paese ci sono lotte sconosciute ai più, ma che sono state fatte con quel simbolo e continuano ad averlo. Sarei tentato di dire che purtroppo non c'è stato nessuno che abbia voluto imitare, per migliorarla, quella che è stata fino al 1989 l'esperienza del Partito radicale in questo paese: oggi circola la menzogna del Pd come partito radicale di massa, ma non è così. A parte il fatto che il Partito radicale vive ancora, ha avuto la forza di rigenerarsi nel tempo, non ha avuto mai bisogno di cambiare nome proprio per la sua capacità di rigenerarsi: dopo il 1955 c'è stato il 1963, il 1967, il 1977, il 1989 e anche il 2016, anno in cui - con il congresso di Rebibbia - ci siamo rigenerati a fronte della degenerazione burocratica che era proposta in alternativa nemmeno da un gruppo dirigente ma da quattro o cinque persone. Oggi ci troviamo di fronte a un partito - il Prntt - che per tre quarti si è rinnovato, fatto da gente che non era mai stata iscritta prima al Pr o che non era addirittura mai stata iscritta a nulla: credo sia un dato di forte speranza, per le lotte fatte non nell'interesse del partito, ma del paese.
Quando però si è appreso del progetto di Stati Uniti d'Europa, più di un esponente di Radicali Italiani e +Europa ha chiaramente parlato di un'operazione per danneggiare +Europa.
Chiunque lo abbia pensato ha pensato male, ma non è una novità: chi è abituato a pensare male, pensa male e lo ha fatto anche su questa vicenda. Ora si parla di +Europa come soggetto che ha come obiettivo finale gli Stati Uniti d'Europa, ma per noi vale ciò che si è detto fino al 4 marzo. +Europa è nata su una menzogna: ci è stato detto che, durante una conferenza stampa, si era presentato Bruno Tabacci che, concedendo il simbolo di Centro democratico per esentare le liste dalla raccolta firme, appariva come salvatore della democrazia. Bene, in questi giorni Tabacci ha detto che aveva già chiamato Emma Bonino a ottobre, proponendo un'alleanza che si sarebbe potuta avvalere dell'esenzione di Cd; lei allora aveva rifiutato, dicendo che le sue liste avrebbero raccolto le firme, salvo poi richiamare Tabacci quando la raccolta non è riuscita. Non hanno fatto ciò che hanno detto: doveva essere un incontro momentaneo, ma hanno fatto un partito insieme, con tanto di tessere e di probiviri, in contraddizione con il modello di partito per cui dicevano di lottare i "radicali" di +Europa. Non siamo noi a contraddirci: c'è chi si candida, avendo come faro in lontananza gli Stati Uniti d'Europa, ma per noi questi sono una necessità e un'urgenza, perché non c'è un futuro per l'Unione intergovernativa. Una riforma vera non si riesce a fare, le cooperazioni rafforzate sono specchietti per allodole (e ce ne sono ancora), a noi interessa ben altro. Quando, in occasione del Trattato di Maastricht, anche se noi radicali eravamo contrari, Pannella disse di essere costretto a votarlo, "perché quelli che vengono dopo di voi sono peggio di voi": non lo votò certo convinto che fosse il modello da perseguire, anzi, disse che ormai il confronto era tra i federalisti e quelli che avevano reso l'Europa un "corpo mistico" che non si liberava di prebende e privilegi. Lo denunciavamo allora e lo facciamo anche ora, denunciando nuovi avversari, anche se siamo gli unici cui è impedito di potersi confrontare con loro e nemmeno con gli "europeisti" di quest'Unione intergovernativa che magari ricordano Spinelli, Adenauer e gli altri ma che di quell'Europa incarnano solo una parodia, in quanto difensori dello status quo, altro che riforme!
Certo che, con la presenza tanto vostra quanto di +Europa, sarà difficile per entrambe le liste raggiungere la soglia di sbarramento del 4%. In più dovrete affrontare il problema della raccolta firme...
Guarda, ritengo che il problema della raccolta firme sia superato, dal momento che il Psi fa parte del Partito socialista europeo e questo rilascerà apposita dichiarazione per esentarci dalla raccolta firme; oltretutto, la rosa nel pugno è il simbolo del socialismo europeo, declinato graficamente nei vari paesi ma è pur sempre quello, quindi il problema non si dovrebbe porre.
Nel 2014 il Pd aveva inserito il riferimento al Pse nel suo simbolo, ma certamente non aveva e non avrà bisogno di quell'esenzione per presentare liste; il Psi è l'unico altro partito italiano membro del Pse, quindi questo problema potrebbe essere risolto. 
Come ti dicevo, non mi pongo il problema. Dovessi fare un quadro dei partiti europei, esclusi quelli dell'estrema destra, chi abbiamo? I liberali europei, che per una settimana erano disposti, magari per ottenere qualche vicepresidenza di commissione, ad accordarsi con il MoVimento 5 Stelle, che è quello che fa oltre che quello che dice; addirittura il leader, padre di quell'accordo che, a quanto si è letto, era stato fatto all'insaputa del gruppo, è ancora lì, quindi con un leader così non possiamo avere a che fare; tra l'altro, è vedo che quando avevamo avuto solo due deputati europei ci hanno ammessi nel loro gruppo, ma quando siamo stati sette non ci avevano voluto e quelle persone non sono nemmeno cambiate rispetto ad allora. Quanto al Partito popolare europeo, potenzialmente il più legittimato a rilanciare una battaglia per un'Europa federale, per me basta dire che del suo gruppo fa parte Orbán e, a questo punto, appare dispostissimo in nome del potere a collaborare con Salvini e gli altri antifederalisti, magari nei primi tempi non con Le Pen direttamente (ma solo per via del padre, non a causa di lei). Resta evidentemente solo il Partito socialista europeo: l'unico a consentire che, grazie alla loro esenzione, si presenti una lista denominata Stati Uniti d'Europa, un'espressione di cui il Pse comprende benissimo il significato. Lo spazio lo abbiamo trovato lì: abbiamo imparato da Pannella a trovare il pertugio in cui infilarci non per far saltare tutto, ma almeno per rallentare la potenza distruttiva. 
Intendi il motto pannelliano della "fantasia come necessità"?
Non abbiamo altra arma, se non quella che era diventata l'essere speranza, che si può coltivare solo con la fantasia, anche se c'è il rischio di non essere compresi. Ancora oggi, per dire, può non capirsi in pieno cosa poteva essere la funzione della Rosa nel Pugno del 2006. A distanza di oltre dieci anni, possiamo dire che il secondo governo Prodi cadde, oltre che per un'operazione di macelleria giudiziaria nei confronti dell'allora ministro della giustizia Clemente Mastella, anche perché otto senatori eletti non sono stati riconosciuti tali e al loro posto ne sono stati proclamati altri otto? Questa operazione l'ha fatta il nucleo del futuro Pd, non certo Salvini o Meloni, ma Ds e Margherita hanno preferito far vivere alcune velleità personali piuttosto che dare al paese un governo più forte di quello che era, con i risultati che al Senato si sono visti: quella storia non può essere dimenticata e la racconteremo bene. Nei giorni scorsi abbiamo visto protagonisti di quello scempio alzarsi in Senato e dire che la gravissima compressione della discussione sulla legge di bilancio era una ferita alla democrazia, ma non è così: era un accanimento sul cadavere della democrazia italiana, non certo una ferita su un corpo sano, ma in Italia va di moda dimenticare il passato e che è in corso un processo di putrefazione del corpo della democrazia, iniziato all'indomani dell'entrata in vigore della Costituzione. 
Resta la questione dello sbarramento...  
Guarda, io sono più che convinto che, se noi avessimo nei media gli spazi che hanno gli altri, sulla proposta Stati Uniti d'Europa, altro che 4%! Dietro quella proposta c'è tutto un ragionamento, che purtroppo in Italia si farà solo "a babbo morto": vedremo, con la storia delle autonomie regionali svincolate da un disegno federale, che fine farà il Sud e cosa saranno costrette a fare le persone per sopravvivere, nei termini proprio di sussistenza... Il problema vero è che il federalismo europeo, il programma di Stati Uniti d'Europa, non ha mai avuto davvero la possibilità di essere conosciuto dalla gente. C'è un problema di informazione: i cittadini possono anche decidere che nazionalismo e protezionismo siano la scelta migliore, ma senza informazione non possono decidere, visto che si propone unicamente la scelta tra quell'opzione e l'Europa di oggi, senza dar conto dell'alternativa che noi vogliamo percorrere. Io posso accettare che il responso popolare premi qualcuno e non qualcun altro, ma se gli elettori non possono conoscere una delle proposte in campo perché questa non ha spazio sui media, come fanno a votarla e a confrontarla con le altre? Se guardiamo la gestione del servizio pubblico radiotelevisivo, diciamo, dal 2013 in avanti, il quadro è quello che è: ce lo ricordiamo Santoro che mandava in onda i comizi di Grillo come se fosse stato un buffone che stava giocando e non ci fosse stato dietro un progetto politico di "devastazione istituzionale" dell'Italia.
Nella questione dell'informazione rientra a pieno titolo anche la vicenda di Radio Radicale e dei tagli alle risorse statali. 
Ti faccio una premessa, per dirti cosa è diventata la Lega: un tempo era quella di "Roma ladrona", "Prima il Nord", però quel partito ebbe la forza di fare tre referendum con i radicali, uno dei quali era sulle droghe. Oggi invece loro hanno l'esigenza di cancellare qualunque minimo focolare di alterità e qui si innesta la pericolosità di Radio Radicale: è pericolosa non perché i radicali parlano solo lì, ma perché su Radio Radicale parlano tutti. Durante la campagna elettorale abbiamo ospitato anche esponenti del M5S, lo stesso Salvini, Di Stefano di CasaPound... noi non abbiamo paura del confronto delle idee, ma di chi vuole condizionare i cittadini nello scegliere quello che è meglio per loro. Radio Radicale è un esempio cattivo per queste persone, è il servizio pubblico messo a confronto con il servizio pubblico ufficiale Rai.  
In che senso?
Mi ha colpito molto il presidente del Consiglio Conte, soprattutto nel suo ruolo di professore e di avvocato, quando ha detto "il servizio pubblico fatelo attraverso il mercato": forse dimentica che noi a suo tempo abbiamo vinto una gara - abbiamo chiesto di rifarla, ma c'è chi non ha voluto - per cui da undici anni percepiamo per il nostro servizio la stessa cifra (per cui, rispetto al potere d'acquisto del denaro, il valore del contributo che riceviamo si è già diminuito del 20%) e per giunta, come dice chiaramente la convenzione, senza poter trasmettere pubblicità, il che significa non poter accedere al mercato... Noi radicali abbiamo avuto meno possibilità economiche di altri di mettere in piedi una radio, ma noi non abbiamo fatto un organo di partito come lo intendevano loro, bensì avendo in mente il nostro modello di partito: il Partito radicale potrebbe vivere senza Radio Radicale, ma il servizio pubblico di Radio Radicale non può esistere senza il Partito radicale. Gli altri partiti, invece che fare qualcosa di simile a Radio Radicale, pensano a occupare la Rai, che da sempre è il "servizio privato dei partiti" e manda in onda gran parte dei programmi di servizio pubblico di notte o in orari poco appetibili, mentre riempie le fasce orarie di massimo ascolto di varietà e giochini: in pratica, in nome del servizio pubblico fa una concorrenza sleale nei confronti degli altri competitori sul mercato, ma è strano che quei competitori non dicano nulla. Al di là della concorrenza, sul piano dell'informazione abbiamo assistito a cose incredibili, pensa che dopo il congresso del Prntt a Rebibbia nel 2016, in televisione non è passata la maggioranza che aveva vinto il congresso, ma la minoranza, così da coprire e nascondere meglio la realtà del Partito radicale: pensavano di avere seppellito i radicali con Marco Pannella. La più grande prova di questo credo sia stata la copertura televisiva della morte e del funerale di Marco.
Cosa intendi?
In quei giorni è stato trasmesso molto materiale che i cittadini però prima di fatto non avevano visto; la Rai ha una marea di materiale sulla storia radicale, ma è diventato d'archivio senza essere mai di attualità, non è sostanzialmente stato trasmesso quando aveva il potere di incidere sul dibattito pubblico. Noi lottiamo per il diritto del cittadino a conoscere, ma i trattati internazionali individuano anche un diritto dei soggetti politici a essere conosciuti: per questo siamo davanti alla Corte europea dei diritti umani per la questione dell'informazione in Italia e non possiamo nemmeno più lamentare con dati concreti la nostra esclusione dai media perché l'Agcom ha tolto il Partito radicale dalle rilevazioni... Poi, se ragioniamo di servizio pubblico, perché non dire che noi siamo stati i primi al mondo a trasmettere le dirette parlamentari, le emittenti americane e inglesi sono arrivate dopo? Solo da poco la Bbc ha emesso un bando di gara per digitalizzare cent'anni di storia radiofonica e televisiva: noi da tempo abbiamo digitalizzato tutto ciò che è accaduto dagli anni '70 nella politica e nella società italiana e lo si può riascoltare o rivedere dal proprio dispositivo. Tutto questo non vale nulla? O forse il problema è proprio questo, cioè il fatto che noi permettiamo di riascoltare e, quindi, di capire?
Oggi qual è la situazione di Radio Radicale? Fino a quanto può vivere?
Intanto credo si debba fare un monumento a un mecenate della democrazia in questo paese, Marco Podini: lui nel 1994 diventò azionista di Radio Radicale e da allora ha di fatto immobilizzato 25 miliardi di lire. Non penso esista in Italia un imprenditore o anche un politico come lui, che ha messo in qualunque cosa tanto denaro in cambio di nulla, nemmeno gli interessi legali, ma per dare la parola a tutti. Sui social network si continua a dire che dobbiamo andare sul mercato e stringere la cinghia come gli altri, ma il taglio fatto equivale ad avere messo una bomba sotto ogni impianto di trasmissione di Radio Radicale. Non stiamo parlando di licenziare quattro giornalisti e due tecnici: hanno messo la radio in uno stato di crisi di fatto cui dovremo fare fronte e mi sento personalmente responsabile anche nei confronti di Marco Podini per tutelare il suo impegno. Andremo avanti finché sarà possibile: fino al 21 maggio, data fino alla quale si potrà operare con i contributi che riceviamo, continueremo a trasmettere le sedute del parlamento, continueremo a trasmettere, registrare e catalogare i grandi processi italiani che siamo gli unici a seguire (ma solo perché gli altri scelgono di non farlo), le sedute del Csm, della Corte costituzionale e delle altre istituzioni, anche se questo esula dal contenuto della convenzione; allo stesso modo, cercheremo di coprire il resto dell'attività politica e parlamentare sempre al di là della convenzione. 
Ma se non arriveranno i soldi, cosa si farà?
Andremo avanti fino all'ultimo momento possibile, certo non metto nel conto la bancarotta fraudolenta anche per una questione di dignità, ma nemmeno vogliamo arrivare al fallimento. Anche "smontare" Radio Radicale, tra l'altro, ha un costo non indifferente, occorrerà stare molto attenti e iniziare a smontare un po' alla volta, dando ovviamente attenzione ai vari creditori. Da qui al 21 maggio, tuttavia, c'è una finestra e mi chiedo: esiste per caso un altro Marco Podini da qualche parte in Italia? Ci sono persone molto generose rispetto a certi aspetti "materiali" della vita umana, ma ce ne sono di disponibili anche su questioni di principio o ideali come questa?