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sabato 21 settembre 2019

Democrazia e socialismo: le origini di Rifondazione comunista

Se si parla di Rifondazione comunista, è inevitabile che la mente pensi al simbolo che al centro porta una bandiera rossa - con falce, martello e stella - stilizzata a rombo, con asta diagonale altrettanto rossa. Eppure, prima del simbolo storico disegnato da Alberto Lombardi (dell'agenzia milanese LNPR Advertising Marketing), c'è stato un tempo in cui il simbolo era molto più simile a quello del Partito comunista italiano. Anche perché, in quel periodo, Rifondazione comunista era ancora il nome di una delle tre mozioni presentate al XX congresso del Pci, svolto a Rimini: apertosi il 29 gennaio 1991, alla chiusura del 2 febbraio fu chiaro che sarebbe stata l'ultima assise con quel nome, cambiato proprio lì in Partito democratico della sinistra.
Si diceva delle tre mozioni presentate: la prima, Per il Partito democratico della sinistra, era ovviamente quella presentata - tra gli altri - dal segretario in carica, Achille Occhetto, nonché dall'ex direttore dell'Unità Massimo D'Alema. La seconda mozione, Rifondazione comunista appunto, era profondamente contraria alla svolta prefigurata da Occhetto; la terza, nota spesso come "intermedia" e guidata da Antonio Bassolino, era denominata Per un moderno partito antagonista e riformatore. La seconda, tuttavia, merita un po' di attenzione in più, se non altro per capire che partito avesse in mente e come intendeva rappresentarlo.
Innanzitutto, scorrendo i nomi dei presentatori, colpisce trovare Gavino Angius come primo firmatario - e non solo per ragioni di ordine alfabetico, visto che subito dopo di lui vengono nomi che sarebbe stato logico trovare prima. Alla fine del congresso sarebbe rimasto nel Pds e, quando i Ds avrebbero dovuto decidere se concorrere alla nascita del Pd, sarebbe toccato a lui presentare una mozione intermedia, interlocutoria, che lo avrebbe portato prima nel Ps e poi a entrare nel Pd nel 2009; quella volta però era per la linea "dura e pura", tanto da far decidere ai firmatari che il suo nome fosse il primo. Non ci si stupisce affatto, ovviamente, della presenza di Katia Bellillo, Luciano Canfora, Guido Cappelloni (già tesoriere del Pci), Luciana Castellina, Armando Cossutta, Famiano Crucianelli (futuro leader scissionista dei Comunisti unitari), il futuro segretario Sergio Garavini, Pietro Ingrao, Lucio Libertini, Lucio Magri (già Pdup come Castellina), Roberto Musacchio, Alessandro Natta, Ersilia Salvato, Rino Serri (altro comunista unitario), Aldo Tortorella, Niki Vendola (era scritto così); non passano inosservate, con gli occhi di oggi, nemmeno i nomi di Carla Nespolo (presidente Anpi), Luigi Pestalozza (partigiano e musicologo, scomparso due anni fa) e Walter Tocci (in futuro vicesindaco di Roma nelle giunte Rutelli), nonché la femminista Maria Luisa Boccia e Franca Chiaromonte.
"Occorre dare nuova sostanza agli obiettivi di pace, di libertà, di riscatto e di liberazione umana che sono propri di una forza che agisce per la democrazia e per il socialismo". Così si leggeva all'inizio della mozione, che proseguiva subito con un'affermazione di principio impossibile da fraintendere: "Non si risponde a questi grandi compiti senza contrapporsi ad ogni rischio di slittamento a destra dell'opinione pubblica, delle forze politiche, del nostro stesso partito". Era necessaria una rifondazione comunista, proponendosi il problema dell'identità, perché occorreva "dare nuovo  vigore alla sinistra italiana ed europea e per contribuire a gettare le basi di un nuovo internazionalismo, pacifista e non-violento". 
Di fronte al crollo "dei regimi dispotici dell'Est" (frutto dell'azione di Gorbaciov ma anche "della domanda di libertà, di democrazia, di migliori condizioni di vita da parte di interi popoli"), alla crisi del Golfo e ai problemi dell'intero Sud del mondo, ai rischi legati all'estensione del modello di produzione e di vita occidentale a tutto il mondo e all'intrusione del capitalismo nell'informazione, nella formazione e in generale nella vita, non bastava più l'opera iniziata e portata avanti da Berlinguer: non si erano colti a sufficienza "i tratti specifici dell'offensiva neo-liberista" (che aveva portato a esaltare la modernità e l'individualismo) e si erano manifestate difficoltà a confrontarsi con domande di libertà diverse da quelle tradizionali del movimento operaio (tra tutte, il femminismo, l'ambientalismo, la non-violenza). Eppure, davanti alla proposta di cambiare nome e abbandonare l'identità comunista, per i "rifondatori" non si era ottenuto di allargare o riaggregare il campo della sinistra, né si era sbloccata la democrazia (con la possibilità per il Pci di aspirare realmente al governo): al contrario, si era persa la capacità di "un'aggiornata analisi di classe della società", ci si era avvicinati a posizioni "subalterne a ideologie moderate" e ci si era fatti tentare da "un'idea verticistica della politica, che privilegia l'uso dei media e le funzioni del leader" (già allora...).   
Come bisognava cambiare? "Per noi oggi - continuava la mozione - la parola 'comunista' indica la costruzione nel presente di un punto di vista e di una pratica autonoma in grado di realizzare, qui e ora, forme di liberazione da tratti di oppressione e di dominio propri dei rapporti sociali capitalistici". Qualcosa che nell'Europa dell'Est non era riuscito perché quella società aveva alla base "una concezione del socialismo che ha posto come centrali la presa del potere statale e la statizzazione dei mezzi di produzione", avendo come conseguenza "un totalitarismo burocratico", il contrario della liberazione umana. Occorreva invece che il socialismo fosse "una scelta storicamente possibile, che deve misurarsi però con altre scelte e dunque essere il risultato di un libero e consapevole convincimento". La via italiana al comunismo doveva passare attraverso una "critica della crescita quantitativa come unico parametro del progresso, della divisione rigida tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, della crescente subordinazione e alienazione dello stesso lavoro intellettuale, dell'esclusione dal sapere della maggioranza del genere umano", ma anche la "critica di un modello di stato al di sopra dei cittadini e di una democrazia affidata ai più forti e del primato dell'economia su ogni altra dimensione sociale e umana". Si trattava, insomma, di "rendere storicamente concreta l'aspirazione ad una più autentica democrazia", ben piantata nella realtà e nei suoi problemi. 
Tutto ciò si traduceva in una serie di punti di riflessione, lungamente sviluppati: Conquistare la pace (no alle guerre, attenzione al Sud del mondo e al modello di sviluppo, questione ambientale, superamento della Nato e ripensamento dell'Onu, Europa come democrazia sovranazionale, non-violenza concreta); Tempi di lavoro, salari, programmazione (con attenzione all'occupazione, ai nuovi nodi dell'economia, alla redistribuzione delle risorse a favore dello stato sociale); un nuovo ciclo democratico (contro le violazioni dello stato di diritto costituzionale, compresa la vicenda "Gladio" ancora viva; per una reale e possibile alternanza di governo, per una Camera legislativa e un Senato delle Regioni, per un nuovo investimento nella cultura e nella formazione). Tra i punti fondamentali del nuovo corso, per un vero partito-comunità, la necessità per la maggioranza di tenere conto delle ragioni espresse dalla minoranza e il riconoscimento dell'esistenza "di due soggetti: le donne e gli uomini. Questo per gli uomini - notava sempre la mozione - equivale a prendere atto della loro parzialità, rinunciando a parlare in nome dell'altro sesso. Per le donne, al contrario, significa farsi pienamente protagoniste della vita del partito". Partito che "non è un condominio", ma "una realtà vivente e come tale va abitata da ciascun iscritto e iscritta".
Tutto ciò, sul piano identitario, si traduceva nel mantenimento del nome "Partito comunista italiano", mentre su quello simbolico si suggeriva il mantenimento della grafica storica - dunque le bandiere sovrapposte e sventolanti, con tanto di aste - aggiungendo le parole "Democrazia" e "Socialismo" (gli obiettivi, guarda caso, citati all'inizio della mozione) e, guardando all'immagine allegata alla mozione, "rinfrescando" la sigla del Pci: rimaneva puntata, ma si adottava il carattere Helvetica Black, lo stesso usato per il nuovo elemento testuale; se la mozione Occhetto proponeva ovviamente il simbolo dell'albero della sinistra - poi identificato in una quercia - disegnato da Bruno Magno, la mozione Bassolino non aveva proposto un simbolo proprio, lasciando che gli aderenti scegliessero tra l'emblema storico e quello di Magno.
La prima tessera di RC
L'esito del congresso è ben noto: Occhetto riuscì a raccogliere il 67,46% dei voti, con una maggioranza netta; a questa si aggiunse il 5,76% della mozione Bassolino. La mozione Rifondazione comunista di Ingrao, Cossutta e Garavini, invece, si fermò al 26,77%, meno di quanto avevano ottenuto - separate - le mozioni contrarie al cambio di linea del Pci al XIX congresso celebrato a Bologna nel 1990. Gli sviluppi di quella storia sono altrettanto noti: il Pci divenne Partito democratico della sinistra, ma volle conservare al di sotto dell'albero di Magno il simbolo del Pci; una parte dei contrari all'evoluzione del partito scelse di rimanere, un'altra invece abbandonò. Questi il 3 febbraio fondarono una nuova associazione con atto notarile, denominandola sempre Partito comunista italiano e rivendicando, anche in sede giudiziaria, l'uso esclusivo dei vecchi segni distintivi. Si dovette attendere il 26 aprile 1991 perché il Tribunale di Roma, con una delle ordinanze più note in tema di scissioni e uso dei simboli politici, precisasse che il Pds non aveva affatto dismesso nome e simbolo (rimasto in miniatura sotto l'albero), che il giudice non poteva valutare quanta continuità ideologica ci fosse tra i soggetti politici, rilevando solo quella giuridica: i segni identitari di un partito, anche se usati meno del passato o messi da parte, restano del partito (anche se cambia idea) perché lo hanno identificato fino a quel momento, mentre chi se ne va non può rivendicare nulla sul patrimonio nominale e grafico (come su quello economico) e, anzi, deve evitare di creare confusione adottando nomi o simboli confondibili.
Svanita la possibilità di chiamarsi Pci, il gruppo degli scissionisti decise di tornare al nome della mozione di riferimento, Rifondazione comunista dunque. In un primo tempo, tuttavia, prima che si elaborasse il simbolo poi effettivamente impiegato, si proseguì nell'uso della doppia bandiera con falce martello e stessa, stavolta senza riferimenti al Pci e - come si era fatto nel simbolo della mozione - alla democrazia e al socialismo: non a caso, proprio le due bandiere erano l'unico segno grafico presente nella prima tessera di Rifondazione comunista, datata 1991. Di questa in rete è rimasta traccia; curiosamente, invece, del simbolo proposto dalla mozione non c'era più memoria.

Grazie a Riccardo Gandini per l'indicazione originaria e a Roberto Pagano della Fondazione Nevol Querci - Archivio storico e iconografico del socialismo per aver messo a disposizione il materiale necessario per questo articolo.  

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