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giovedì 30 gennaio 2020

Pane pace lavoro, una zattera per il bene comune

E se per salvare la politica e il paese, invece che una corazzata o una nave, bastasse una zattera? Ci avevano pensato all'inizio dell'attuale millennio vari reggiani, in qualche modo legati al cattolicesimo di base, che in quell'emblema tanto precario quanto salvifico scelsero di riconoscersi, dandosi un nome che allo stesso tempo era un programma politico: Pane pace lavoro. Un'agenda decisamente ridotta, forse, ma indubbiamente essenziale: se manca uno dei tre valori, dicevano i promotori all'inizio, c'è il rischio che vengano a mancare anche gli altri. Per i più attenti era facile riconoscere in quel nome il modello di Giorgio La Pira: pane pace e lavoro sono stati tre punti essenziali del suo agire politico, più volte dimostrato durante l'esperienza di sindaco democristiano (sui generis) a Firenze.  
La prima traccia del futuro movimento politico spuntò alle elezioni comunali e circoscrizionali di Reggio Emilia del 1999, anche se per accorgersene ci voleva la lente d'ingrandimento. All'interno del contrassegno composito dell'alleanza tra Centro cristiano democratico e Cristiani democratici uniti (che alle europee correvano invece con due liste diverse, mentre nel reggiano presentavano candidature unitarie fuori dal centrodestra), infatti, si poteva vedere una microscopica freccia gialla e rossa, ripiegata e puntante verso sinistra, con la sigla Ppl, anche se non si diceva da nessuna parte cosa quell'acronimo significasse. Quella "freccina che entra nello scudo crociato di Buttiglione da dietro e da sinistra guardando l'elettore" (così si leggeva nella descrizione ufficiale del contrassegno) era quasi invisibile in un emblema di due centimetri di diametro, ma fu comunque rappresentata nelle candidature. In consiglio comunale arrivò Tarcisio Zobbi, imprenditore di Villa Minozzo aderente al Ccd (già segretario provinciale della Dc, in seguito consigliere comunale e provinciale per l'Udc); nella circoscrizione centro storico di Reggio l'unico eletto fu Matteo Riva, cui proprio quel minifregio si riferiva principalmente. Riva, figlio di Giovanni (che era stato iniziatore dell'esperienza cattolica "del dissenso" One Way e uno dei fondatori di Comunione e liberazione nel reggiano, salvo poi allontanarsene) e nipote di Gianguido Folloni (all'epoca ministro per i rapporti con il Parlamento del primo governo D'Alema, in quota Cdu-Udr), scelse di costituire nel consiglio circoscrizionale il gruppo denominato proprio Pane pace lavoro: da lì operò dai banchi dell'opposizione, contrastando la maggioranza di centrodestra creatasi in quella circoscrizione. 
Non si trattava in effetti della prima candidatura di Riva (già nel 1997 si era presentato a Casina, di cui la famiglia materna era originaria, in una lista civica d'ispirazione democristiana, denominata "Uniti per Casina"), ma l'esperienza elettorale del 1999 fu importante: da lì in avanti Pane pace lavoro iniziò ad agire direttamente e a organizzarsi, facendo accordi con le forze politiche a livello locale. In particolare, proprio in forza di quei patti con Ppl, lo stesso Riva nel 2004 fu candidato nella lista del Partito dei comunisti italiani in consiglio comunale a Reggio: qualcuno rimase stupito, ma la capogruppo uscente del Pdci Loredana Dolci parlò di "asilo politico" dettato dall'impegno di Riva in circoscrizione centro contro il centrodestra e dalla storia di contatti tra comunisti e cattolici (probabilmente propiziata dalla terra emiliana). L'accordo portò bene a Riva, che fu eletto in consiglio comunale assieme ad altri due candidati del partito e divenne capogruppo.  
Quando nel 2008 Rifondazione comunista e Comunisti italiani negarono ogni accordo con il Pd e costruirono con altre forze il cartello elettorale la Sinistra - l'Arcobaleno, per il gruppo di Riva si era trattato di una assurdità totale, perché quella scelta avrebbe portato Berlusconi a vincere. Pur rimanendo tra i candidati della Sinistra arcobaleno (alla Camera in Emilia-Romagna), alla fine di marzo Riva lasciò il Pdci e decise di votare per Veltroni, proprio assieme a Loredana Dolci (che nel frattempo era diventata segretaria regionale del Pdci); in consiglio comunale a Reggio, Riva continuò a sostenere la giunta guidata da Graziano Delrio, fondando il nuovo gruppo "Democratici a sinistra". Dopo le elezioni politiche - in cui Berlusconi puntualmente vinse - il gruppo di Riva fu cercato dall'unico partito che aveva continuato l'alleanza con i democratici, vale a dire l'Italia dei valori: proprio nell'Idv Matteo Riva venne candidato e rieletto nel 2009 in consiglio comunale a Reggio, con un successo personale di preferenze, replicato l'anno successivo in occasione delle elezioni regionali - un migliaio di voti - in un periodo in cui il partito di Antonio Di Pietro godeva di un robusto consenso a livello nazionale.
Nel frattempo, però, Pane pace lavoro era diventata una realtà più solida e aveva assunto la forma dell'associazione-movimento, che proprio nel 2008 aveva anche depositato al Ministero dell'interno il proprio contrassegno, indicando come capo della forza politica Marzia Franceschini: oggi come allora, l'emblema è dominato dalla figura di una zattera: "L'idea grafica nacque nel 2000 - ricorda Riva - quando Silvio Berlusconi in vista delle regionali fece campagna elettorale con Azzurra, la nave della libertà; noi rispondemmo a modo nostro, varando una zattera sul Crostolo a Reggio, la nostra alternativa fluviale e ironica"; l'emblema poi riprende il tricolore, con il verde della zattera e il rosso della vela, e c'è persino un accenno di croce nell'albero che sostiene la vela stessa (probabilmente l'unico modo per utilizzare quel segno e far identificare la propria origine, senza incorrere nella bocciatura da parte del Viminale per l'uso di immagine o soggetto religioso). 
Quella volta c'era l'idea di presentare una lista al Senato, in Emilia-Romagna (con Giuseppe Staccia come capolista e il sostegno dell'ex segretario provinciale Dc Corrado Corghi), ma non se ne fece nulla per l'impossibilità di raggiungere l'obiettivo delle firme. Nel 2013 il simbolo con la zattera è tornato nelle bacheche del Viminale e anche in quell'occasione si è tentato di presentare una lista, sempre in Emilia-Romagna, per il Senato: l'obiettivo, tuttavia, fu mancato per un pugno di sottoscrizioni. Dopo quell'esperienza, l'associazione Pane pace lavoro - che oggi è guidata da Marco Romani - ha deciso di continuare la propria attività di base, non elettorale ma culturale, nelle strade e nelle piazze, con attenzione alla formazione politica, soprattutto dei più giovani, che apprendono il funzionamento delle istituzioni e non di rado proseguono il loro impegno politico e magari vengono candidati: lo scorso anno, nella lista di +Europa che a Reggio sosteneva la ricandidatura di Luca Vecchi, era presente anche Carlo Falcone proveniente da Ppl e il palco del piccolo comizio a chiusura della campagna elettorale era proprio una zattera. 
Oltre che a Reggio Emilia, l'associazione è presente a macchia di leopardo in giro per l'Italia (con nuclei a Roma, Venezia, Agropoli e in altri luoghi). "Il nostro movimento - si legge nel sito di Pane pace lavoro - agisce come forza morale. All'interno di uno spaesamento e di un disagio molto evidenti, la nostra azione opera per un ordine e per un principio superiori di giustizia, di umanità e di pace, mentre, oggi, spesso, l’uomo viene reso oggetto di dominio e strumento per i progetti di chi è più potente". Una "azione di resistenza e di proposta, se non altro svolta attraverso la formazione di uomini e attraverso l’impegno loro diretto nella pratica", per combattere pessimismo, assenteismo e individualismo attraverso la comunità, la solidarietà e la valorizzazione dei talenti. Anche se la zattera non è intenzionata a tornare sulle schede elettorali, esiste e resiste, continuando la sua navigazione mossa dalle idee-forza del pane, della pace e del lavoro.

domenica 26 gennaio 2020

Suppletive di Roma, il centrosinistra candida Gualtieri (e il tricolore)

Un ministro candidato al Parlamento. Viene spontaneo dirlo, dopo aver appreso la notizia che sarà Roberto Gualtieri il candidato unitario del centrosinistra alle elezioni suppletive che si terranno il 1° marzo a Roma nel collegio uninominale 1 (che comprende i quartieri della capitale Rione Monti, Rione Trevi, Rione Colonna, Rione Campo Marzio, Rione Ponte, Rione Parione, Rione Regola, Rione Sant'Eustachio, Rione Pigna, Rione Campitelli, Rione Sant'Angelo, Rione Ripa, Rione Borgo, Rione Esquilino, Rione Ludovisi, Rione Sallustiano, Rione Castro Pretorio, Rione Celio, Rione San Saba, Rione Testaccio, Rione Trastevere, Trionfale, Rione Prati, Flaminio, Della Vittoria), liberatosi dopo che Paolo Gentiloni, che lo aveva conquistato il 4 marzo 2018, è entrato a far parte della Commissione europea.
L'accordo vede convergere, oltre al Partito democratico, anche Italia viva, Sinistra italiana, Partito socialista italiano e Articolo Uno: si tratta, dunque, della stessa compagine di centrosinistra che sostiene il governo di Giuseppe Conte assieme al MoVimento 5 Stelle (che in quel collegio, invece, presenterà Rossella Rendina, unica altra candidatura già nota oltre a quella di Rossella Canitano di Potere al Popolo!). La candidatura di Gualtieri si accompagna a un simbolo in cui domina decisamente il rosso, con la dicitura Roma con Gualtieri e due elementi curvilinei di colore bianco e verde nella parte alta: in un certo senso, si tratta di una scelta grafica analoga a quella già compiuta a Napoli da Pd e DemA con la candidatura di Sandro Ruotolo.
In attesa che si completi il quadro delle candidature (soprattutto con il nome del centrodestra), non può non colpire la scelta del Pd e di tutto il centrosinistra, non ordinaria e volendo piuttosto coraggiosa. La candidatura di un ministro (entrato in carica poco dopo la fine del suo mandato di europarlamentare) per un'elezione della medesima legislatura, infatti, risulta sostanzialmente senza precedenti e non è priva di rischi: se il ministro in carica - per giunta di un dicastero di peso come l'economia - dovesse essere sconfitto alle urne in un collegio storicamente feudo del centrosinistra, il governo certamente non ne trarrebbe vantaggio; una vittoria, invece, sarebbe un segnale di maggiore tranquillità. C'è ancora qualche giorno, in ogni caso, per conoscere nuovi concorrenti ed eventuali novità simboliche.

venerdì 24 gennaio 2020

Suppletive per il Senato: Napoli, cinque simboli, due novità


Il 2020 si configurerà certamente come anno elettorale, anche se non si dovesse procedere a sciogliere le Camere. Infatti, oltre al rinnovo delle amministrazioni regionali (Calabria ed Emilia-Romagna al voto domenica, più le elezioni che si terranno in primavera in altre regioni), al turno di consultazioni amministrative e al referendum confermativo della riforma costituzionale che taglia i parlamentari (dopo il via libera formale dell'Ufficio centrale per il referendum, manca l'indizione dello stesso e la fissazione della data, comunque in primavera), si svolgeranno almeno tre elezioni suppletive, per occupare tre seggi parlamentari legati a collegi uninominali rimasti vacanti nei mesi scorsi. 
I rinnovi non saranno contestuali, ma avverranno in tre date diverse. Il primo collegio a richiamare i propri elettori, il 23 febbraio, sarà quello senatoriale di Campania - 07, che comprende parte del territorio comunale di Napoli (Arenella, Barra, Miano, Piscinola, Poggioreale, Ponticelli, San Carlo all'Arena, San Giovanni a Teduccio, San Pietro a Patierno, Scampia, Secondigliano, Vicaria, Vomero e Zona Industriale). Ad aspirare alla poltrona che fu di Franco Ortolani (geologo eletto con il MoVimento 5 Stelle e deceduto alla fine di novembre) sono quattro candidati.
Si ripresenta ovviamente, nel tentativo di riottenere il seggio "perduto", il MoVimento 5 Stelle, che come di consueto ha individuato la persona da candidare attraverso lo strumento delle "parlamentarie" sulla Rete. Il nome scelto dagli attiVisti è quello di Luigi Napolitano, ingegnere gestionale, che nella sua storia personale è stato pure compagno di studi del ministro degli esteri ed ex capo politico del M5S Luigi Di Maio. Non si tratta della prima candidatura di Napolitano, visto che il suo nome figurava già all'interno della lista che i 5 Stelle avevano presentato alle elezioni europee tenutesi lo scorso anno. Il simbolo utilizzato, naturalmente, è lo stesso in uso fin dal 2018 e sarà al quarto posto nella scheda.

I partiti principali del centrodestra, come nelle precedenti suppletive, presentano una candidatura unitaria, quella di Salvatore Guangi, sociologo e attuale vicepresidente del consiglio comunale di Napoli, di provenienza forzista. Per lui si tratta quasi di una riedizione, dal momento che proprio Guangi era stato lo sfidante di Ortolani nel collegio uninominale di cui ora si rinnova l'elezione. Se nel 2018 la sua candidatura era stata sostenuta dalle 4 liste che componevano la coalizione di centrodestra, oggi il sostegno esplicito è limitato a Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia, anche se in realtà la situazione non dovrebbe essere molto diversa. Secondo l'esperienza delle precedenti suppletive, non è possibile presentare più contrassegni a sostegno di una candidatura, per cui l'emblema presentato da Guangi contiene le miniature dei tre partiti citati: lo stesso, in pratica, messo in campo lo scorso anno sempre alle suppletive e che aprirà la scheda elettorale e i manifesti. 
Ricompare poi - al secondo posto nella scheda - il simbolo di Potere al popolo!, che riunisce quasi tutte le sensibilità politiche di sinistra e alternative al Pd. L'emblema accompagna la candidatura di Giuseppe Aragno, professore di storia contemporanea, scrittore e giornalista. Anche in questo caso, si tratta di un candidato ripescato dalle elezioni politiche, dal momento che l'aspirante senatore si era presentato sotto le stesse insegne ma in quel caso alla Camera, senza però essere eletto,  come tutti i candidati  di Potere al popolo!, a causa del mancato raggiungimento della soglia di sbarramento. Il simbolo utilizzato, in ogni caso, è rimasto lo stesso inaugurato due anni fa (e che in un certo senso è partito da Napoli, dall'ex opg trasformato nel centro sociale Je so' pazzo).
Al terzo posto sulla scheda ci sarà un contrassegno del tutto inedito: quello presentato a sostegno della candidatura di Sandro Ruotolo, ben noto giornalista d'inchiesta, che per anni ha legato il suo nome ai programmi realizzati da Michele Santoro e da tempo porta avanti un grande impegno contro la camorra. Ruotolo ha ricevuto l'appoggio espresso del Partito democratico e del gruppo vicino al sindaco di Napoli Luigi De Magistris, Democrazia e Autonomia (DemA); l'eterogeneità delle due forze, nonché la notorietà del candidato devono avere suggerito di non far finire sulla scheda una "bicicletta" di emblemi. Si è deciso dunque di utilizzare un simbolo dominato dal colore rosso, ma con tracce di giallo, verde e azzurro con la dicitura Napoli con Ruotolo: questo contrassegno è l'unico a contenere il nome dell'aspirante senatore. A ben guardare, la scelta cromatica ricorda quella del simbolo di Uniti con De Magistris, che proprio il sindaco di Napoli aveva fatto depositare come marchio diversi mesi fa. Questo, assieme alla dichiarazione di Ruotolo che ipotizza una collocazione nel gruppo misto in caso di elezione, autorizza a vedere la candidatura come espressione del sindaco di Napoli molto più che dei democratici (e di Italia viva, che ha scelto di appoggiare Ruotolo pur restando critica verso De Magistris); il tutto mentre esponenti storici del riformismo napoletano come Biagio De Giovanni e Paolo Macry hanno duramente criticato l'alleanza a sostegno di Ruotolo, bollando De Magistris come "uno dei peggiori sindaci della storia repubblicana di Napoli" e "primo e il più tenace interprete della pericolosa deriva populista e demagogica che è poi dilagata nel Paese" e qualificando Ruotolo come bravo professionalmente, ma "espressione di quel Partito Mediatico-Giudiziario che ha promosso e sostenuto sin dagli esordi politici De Magistris").
Chiude manifesti e schede la quinta e ultima candidatura, quella di Riccardo Guarino, contrassegnato dall'emblema di Rinascimento partenopeo. Avvocato, Guarino nel 2018 ha fondato l'associazione-movimento con il cui simbolo si candida: un soggetto politico "aperto alle idee, all'innovazione, alle sfide, formato da persone attive nel proprio ambito, professionisti e liberi cittadini" e intento a "recuperare la consapevolezza della grandezza del popolo napoletano, campano e la bellezza delle sue città, nello specifico la città di Napoli". Il simbolo, in cui figurano tre tracce di gesso o pastello azzurro, carminio e giallino (che in più di un'immagine sulla pagina Facebook dell'associazione sono interpretate come emissioni del Vesuvio, quindi come segno di attività, ma leggibili anche come pennellate e come fuochi d'artificio, emblema di nuova era), è forse quello meno concepito per le elezioni: si tratta infatti del logo del movimento adattato al contenuto del cerchio. Si tratta indubbiamente di un outsider, per lo meno con riferimento al quadro politico nazionale: le suppletive saranno un test importante per misurarsi. 

mercoledì 22 gennaio 2020

Partito del popolo italiano, casa dei democratici cristiani del 2020?

Riuscire in un'impresa in un anniversario che più tondo non si può per qualcuno è motivo di soddisfazione; se non è più tondo, può essere sempre una buona occasione per provarci. Dev'essere questo lo spirito con cui sabato mattina, al complesso di Santo Spirito in Sassia a Roma, decine di persone si sono ritrovate nel 101° anniversario dell'appello "ai liberi e ai forti" della commissione provvisoria del Partito popolare italiano fondato da don Luigi Sturzo, per partecipare all'evento Popolari 101, un nuovo inizio? Non una semplice festa di ricorrenza, per gli organizzatori - vale a dire la Federazione popolare dei democratici cristiani e la Fondazione Democrazia cristiana - ma il punto di partenza per far tornare sulla scena un partito di matrice cristiana e popolare, alternativo al populismo-sovranismo di destra e leghista e alle sinistre. E se l'obiettivo si potesse raggiungere rimettendo in pista - senza altre grane legali - nome e simbolo della Democrazia cristiana, per alcuni sarebbe la cosa migliore, oltre che il coronamento di anni, decenni di sforzi. 
Moderato dal giornalista Mediaset Enrico Laurelli ("Nel manifesto di don Sturzo c'erano tutti gli elementi che ritroviamo nella nostra Costituzione: il disegno di un'Italia diversa, punto d'unione tra l'impegno dei cattolici in politica, fino ad allora non possibile, e la volontà di dare vita a un movimento che raccogliesse le anime e le energie migliori del nostro Paese. Ma ho visto anche un riferimento al sistema proporzionale come garanzia della vera rappresentanza delle componenti democratiche del Paese"), l'evento si è aperto col filmato - tanto ironico quanto in apparenza fuori contesto - di uno degli ultimi interventi di Mino Martinazzoli: volendo è già una notizia che in apertura di un possibile iter di ricostruzione di un partito di democratici cristiani, promosso da chi negli anni ha fatto di tutto per far tornare la Dc, si siano messe le parole dell'ultimo segretario democristiano che aveva voluto la trasformazione in Partito popolare italiano, sempre il 18 gennaio, ma del 1994. 

Le fondamenta

Il primo intervento di peso è arrivato con Giuseppe Gargani, coordinatore della Federazione popolare, a partire dalla valutazione del politologo Mauro Calise: "nei giorni scorsi ha sintetizzato sul Mattino la tragedia degli ultimi anni in Italia: le forze estreme da vari anni hanno i voti ma non sono in grado di governare, mentre il centro moderato che potrebbe governare è debole o quasi inesistente". Per Gargani, però, non è solo questione di numeri: "Dopo la fine del sistema proporzionale e l'avvento dell Mattarellum, la nostra area ha perso l'identità, anche gran parte della politica è diventata un indistinto e senza identità non c'è democrazia". Emergerebbero solo, in realtà, identità legate a "una destra razzista e xenofoba, che è emersa da un paio d'anni e prima non c' era, neanche il Msi era così pericoloso: ci sono focolai in Italia e in Europa e c'è chi li alimenta invece che spegnerli": i popolari per Gargani sono alternativi a queste forze, come a quelle di sinistra, che peraltro sono "in crisi e anche senza identità". Toccherebbe dunque al centro, moderato e popolare, di cattolici e laici, "organizzare la vita civile del nostro Paese e dargli una direzione", attraverso un nuovo soggetto politico: "L'Italia ne ha bisogno, il popolarismo ormai è l'unico pensiero ancora in grado di interpretare l'Italia". Per questo è nata la Federazione popolare dei democratici cristiani, guidata appunto da Gargani: "Abbiamo aggregato associazioni cattoliche e partiti di derivazione democristiana per cercare di creare questo nuovo soggetto politico che aggreghi di nuovo il centro e gli dia un'identità". 
Naturalmente è forte la tentazione di dire - anche solo per scriverlo per l'ennesima volta nel titolo - che torna la Democrazia cristiana o si prova a rifarla, magari con simbolo e/o nome originali, ma Gargani ha subito precisato: "Oggi possiamo dire senza trionfalismo che è finita la diaspora della Dc degli anni Novanta, ma niente nostalgie: non è un ritorno alla Democrazia cristiana, ma al popolarismo". Ora, sulla fine della diaspora è lecito avere dubbi: partecipano alla federazione vari soggetti politici, culturali e sociali (ufficialmente sono Democrazia cristiana guidata da Renato Grassi; Popolari per l'Europa; Laboratorio per la Libertà; Futura [di certo non quella legata a Laura Boldrini]; Istituto Emmanuel Mounier; Udc; Etica & Democrazia; Associazione liberi e forti - Alef; Volontariato ospedaliero; Movimento popolare italiano - Parigi; Società e famiglia; Associazione Democratici cristiani; Centri studi Aldo Moro; Rinascita popolare; Nuovo Cdu; Movimento cristiano Porta Popolare; Unione cristiana; Civiltà dell'amore; Partito valore umano; Iniziativa cristiana; Recta Civitas; Unione cristiana; Csu; Centro studi Leone XIII; Circoli insieme veneti; Impresa cristiana; Scai; Alleanza per Verona; Movimento federativo femminile europeo - EuDonna), ma - si vedrà - non mancano distinguo rilevanti in area Dc. Gargani è riuscito comunque a essere ottimista, perché secondo lui in certe situazioni il Paese ha reagito (se n'è accorto presiedendo uno dei comitati del No alla riforma del 2016) e ci sono movimenti che portano istanze di libertà: "Le stesse sardine vogliono una partecipazione che ora non c'è, perché oggi c'è un monologo da parte di alcuni personaggi".
Anche coloro che provengono dalla Dc vogliono partecipare di nuovo e il proporzionale di cui si parla in queste settimane potrebbe essere un'occasione (sbarramento permettendo, viene da aggiungere); per poter "curare l'anima della politica e rivoluzionare la società con il popolarismo", però, secondo Gargani i moderati di centro devono "riscrivere e riabilitare davvero la storia dei grandi personaggi all'ombra dello scudo crociato e, con loro, tutta una storia democratica che è stata vilipesa e strumentalizzata in tutti questi anni". E, in questo senso, non è stato affatto casuale che a ritracciare e celebrare la figura di don Strurzo sia stato chiamato Calogero Mannino ("Lillo", per tutti loro) che "sulla sua carne ha sperimentato questa storia democratica vilipesa, rinnegata". Così l'ex ministro - dopo le varie assoluzioni ottenute - al microfono ha rievocato il contesto storico in cui Luigi Sturzo ha iniziato a operare e ha elaborato il suo pensiero: "una posizione diversa da quelle dei socialisti e dei liberali-borghesi. Lui volle far nascere un partito non classista, ma popolare, volto a una ricomposizione sociale e politica dell'Italia. Una soluzione al di là delle classi e dei ceti, con il contributo essenziale di cattolici, guardando alla concezione dell'uomo e della società introdotta dal cristianesimo nella storia degli uomini e dell'Europa". 
Se però il tentativo di Sturzo, pur ripagato dal suffragio maschile e dal sistema proporzionale, non riuscì per il sostegno non totale del Vaticano e la difficoltà di costruire una maggioranza in Parlamento (coi socialisti o coi liberali), per Mannino Alcide De Gasperi e la Democrazia cristiana furono in grado di dare all'Italia un assetto unitario definitivo, di nuovo democratico e libero in un contesto occidentale: un Paese vicino agli Stati Uniti ma proiettato in una logica europea, che avrebbe riavvicinato Francia e Germania (guidate da due democratici cristiani, Adenauer e Schuman). "Così - ha continuato l'ex ministro - l'Italia è diventata alla fine degli anni Sessanta una grande potenza industriale e la Dc è stata centrale almeno fino alla fine degli anni Ottanta; poi è caduto il Muro di Berlino ed è arrivato il ciclone di Tangentopoli: forse la Dc ha pagato l'essere apparsa come 'partito del compromesso', per essere scesa a patti in varie occasioni, anche per gli esiti delle elezioni. Sta di fatto che nel 1994 si è rotto l'equilibrio geo-politico, la forma-partito della Dc si è dissolta e la risposta degli italiani al Pds è stata Berlusconi, ma si è trattato del primo rifugio nel populismo personalistico: dopo il 1992 la vita politica italiana ha perso il punto di riferimento ideologico ed è iniziata la pratica massiccia del trasformismo parlamentare".
Tornando alle vicende democristiane, per Calogero Mannino la Dc si è politicamente dissolta per le vedute differenti sui comunisti e sui post-comunisti: "Soprattutto dopo le elezioni del 1983 il problema del rapporto col Pci è diventato il problema strumentale della contrapposizione al Partito socialista: lo sentivamo eguale e contrario a noi, quindi concorrente e antagonista. Non abbiamo trovato la via d'equilibrio degasperiana che avrebbe permesso di affrontare il problema nell'ottica che la caduta del Muro ha reso evidente: era più giusto che le forze nate nell'alveo del pensiero marxista si ricollegassero a una loro linea interna, quella socialdemocratica. Alcuni di noi hanno invece creduto che la funzione dei cristiani in politica fosse integrare l'esperienza del Pci che non era più tale, così è venuta meno la ragione dell'unità della Dc, come unità di progetto". Quanto ai cattolici che vorrebbero rianimare "una linea di popolarismo" nel Pd, Mannino giudica il popolarismo "incompatibile con la premessa e la storia del partito comunista, delle sue derivazioni e dei suoi ammodernamenti", perfino un sostanziale approdo al liberismo; per l'ex ministro, però, più che inquietarsi per l'impraticabilità di un progetto unitario dei cattolici, si dovrebbe "cercare di capire se c'è ancora uno spazio e una possibilità per un'iniziativa diversa e distinta" da quella di quelli che vogliono restare nel Pd come popolare, pur mantenendo il dialogo con loro. "Dobbiamo rimetterci in discussione per fare insieme un lavoro fedele alla nostra ispirazione originaria e non mancare una grande occasione: siamo stati nella Dc non per bottega o perché era il partito di maggioranza, ma per convinzioni ideali, morali e di etica pubblica, perché esserlo era la risposta giusta ai problemi della storia". 

Come fare il centro?

Dopo il saluto di Herman Teusch, rappresentante dei cristiano sociali bavaresi della Csu, è intervenuta Maria Fida Moro, figlia di Aldo, individuata da alcuni - soprattutto da Pellegrino Leo - come figura rilevante per riannodare i fili della politica democratico-cristiana. "Prima del 1992 - ha detto riferendosi a Mannino - c'è stato un 1978 in cui un certo Aldo Moro è stato ucciso non a caso, ma per il suo progetto politico dell'Europa, un progetto mazziniano, antico, fatto di contenuti e non solo di tappeti rossi e di fiori. Con la morte di Moro si fa il conto sempre, fino a quando il nostro Paese non si assume la responsabilità etica di questa morte. Lo dico perché voglio aiutare questa o altre entità che siano disponibili a fare centro: significa appartenere a un ideale di qualsiasi genere che si sceglie e fare sforzi personali per rendere questa cosa possibile, vuol dire non parlare quando parla un altro, perché ha diritto al rispetto dovuto a ogni persona". 
Per Maria Fida Moro si può partire da suo padre per "fare centro": "ha insegnato tantissimo anche sul metodo, ascoltava i ragazzi e i giovani, dava loro voce; non diceva loro cosa dovevano fare, cercava di suscitarne lo spirito critico. Possiamo ancora farlo". Non è mancata una considerazione molto dura sulla classe politica: "Ci fosse stato anche un solo moroteo, che avesse voluto davvero bene a Moro, lui sarebbe comunque morto di morte violenta perché era il suo destino, ma non sarebbe morto solo. Mentre la legge che attribuisce il reddito di cittadinanza si applica anche ai brigatisti, la legge 206 del 2004 che prevede benefici per le vittime del terrorismo è inapplicabile ad Aldo Moro: ripartite da qui e fate sì che le leggi non valgano solo per il divieto di sosta. A me è stato insegnato da un certo Aldo Moro il valore altissimo e la bellezza della politica: fate il centro, io vi voglio aiutare".
Il programma ha previsto pure l'intervento di Paola Binetti, attualmente senatrice Udc appartenente al gruppo di Forza Italia e individuata da alcuni come possibile tramite con il mondo cattolico perché il nuovo partito possa avere il sostegno della Chiesa. Dopo aver evidenziato che l'idea di mettere in pista un nuovo partito di matrice popolare "è una impresa molto difficile e tutti devono esserne consapevoli", Binetti ha rimarcato la necessità di coniugare nel nuovo soggetto politico le battaglie su temi sociali ed etici, come quelle sulla famiglia, al forte impegno sul fronte economico, intercettando "le esigenze reali di un Paese". Dovrebbe essere questa, secondo la senatrice, l'aspirazione di un nuovo partito che, pur non avendo nella propria etichetta il riferimento all'essere cristiani, si ricolleghi alle battaglie valoriali, culturali, politiche ed economiche "che di fanno hanno costruito il miracolo italiano". Proprio sul piano valoriale e culturale si è soffermato Antonino Giannone, presidente del comitato scientifico della Fondazione Democrazia cristiana: "questa si occuperà della formazione e della cultura prepolitica, lasciando al partito lo sviluppo di queste basi in terreno politico. Per ridare anima alla politica occorre costruire un pensiero forte basato su cinque pilastri: umanesimo cristiano, dottrina sociale della Chiesa, grandi protagonisti del popolarismo italiano, Costituzione e diritti umani. Lo faremo organizzando convegni e think-tank, discutendo su proposte di legge e formando il personale politico".

Il nuovo partito, la storia, il nome (e il simbolo)

Uno degli interventi più attesi era quello di Gianfranco Rotondi, nelle sue varie vesti di presidente della Fondazione Democrazia cristiana (già Fondazione Fiorentino Sullo) ed ex legale rappresentante della "sua" Democrazia cristiana (che aveva ottenuto di utilizzare la denominazione storica) e tesoriere del disciolto Cdu. Soprattutto in quest'ultimo ruolo, Rotondi ha seguito gran parte del percorso della "diaspora" diccì in questi anni e non poteva non farne cenno: "Questi ventisei anni dal 18 gennaio 1994, giorno in cui Mino Martinazzoli ci disse che non ci chiamavamo più Democrazia cristiana ma Partito popolare italiano, non sono una storia che si può mettere tra parentesi: noi democristiani in quest'arco di tempo abbiamo fatto tante scelte, ognuno ha speso i suoi talenti come ha creduto, saputo e potuto. Non siamo qui a fare processi a chi ha fatto le sue scelte, uguali o opposte alle nostre: sarebbe un errore pensare che un'intesa tra noi possa riscrivere una storia consumatasi in ventisei anni". La storia comprende pure la scelta fatta nel 1995 da Rocco Buttiglione: "Quando spaccò il Ppi non fu un segretario disattento, ma un intellettuale che scorgeva in quel momento un diverso modo di organizzare l'universo elettorale che sosteneva la Dc: irrompeva un nuovo protagonista, Silvio Berlusconi, che aveva preso il nostro elettorato e lo sforzo del Partito popolare fu di colorare quella presenza con qualcosa che avesse il carattere dei nostri valori; altri, compreso il presidente Mattarella, fecero una scelta opposta, ritenendo che i colori popolari potessero riaccendersi in un'intesa che si opponesse a una modalità politica che non condividevano", cioè quella del Ppi alleato del centrodestra, linea poi seguita dal Cdu di Buttiglione.
Rotondi, in ogni caso, ha fatto propria una massima di Clive Staples Lewis"Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare da dove ti trovi e cambiare la fine". Per cambiare quella fine, per l'attuale deputato di Forza Italia (ma pur sempre democristiano) era importante passare dall'appuntamento di sabato "per un nuovo inizio, per entrare in un'altra stagione". Una stagione certamente alternativa ai populismi: "Se fossero rimasti i sistemi elettorali 'in rima baciata latina' io non avrei proposto un'alleanza con la Lega, ma un'alleanza opposta. Viaggiamo però verso un sistema proporzionale, che non è il sogno dei vecchi democristiani, ma la scelta politica che la maggioranza del Parlamento sta per varare e proprio il proporzionale restituirà alla politica l'obbligo di coniugare la cultura con la rappresentanza politica: sono convinto che sopravviveranno solo le forze politiche che hanno una cultura. E, a ben guardare, nella seconda Repubblica si è inventato tutto tranne che nuove ideologie, mentre si sono moltiplicati e avvicendati i contenitori: in questi ventisei anni noi democristiani abbiamo cambiato i marchi, non l' ideologia o l'identità". Per il presidente della Fondazione Dc, l'unica novità di quella stagione fu Berlusconi ("All'inizio, il mio gruppo e quello di Mattarella eravamo uniti solo dall'idea che quella berlusconiana fosse una stagione provvisoria: ma quella provvisorietà è durata ventisei anni e a questo signore di 83 anni non posso che rinnovare l'ennesimo complimento per la longevità e per la passione politica"), ma dopo lo sconquasso del 1992-1994 "sono tornati via via i partiti di prima: la Lega divenuta nazionale, la destra rappresentata ora da Fratelli d'Italia, l'area ex Pds di cui hanno raccolto il testimone il Pd per la versione sociale e il MoVimento 5 Stelle per quella giustizialista. All'appello mancano solo i popolari, i democristiani".
E se il simbolo fosse questo?
Come far tornare quest'area in politica in modo rilevante? Ecco la proposta di Rotondi: "Lasciamo pure in vita le nostre trentasei sigle, del resto la Democrazia cristiana fu un partito federale di correnti: non c'è bisogno di sciogliere nulla, ma creiamo una cosa nuova e usciamo da qui annunciando che oggi nasce un partito, che sia il terzo tempo dopo la Dc e gli anni della diaspora". Creare un partito pone la questione del nome e molti avevano ventilato l'idea di riutilizzare l'etichetta della Democrazia cristiana (grazie al preuso legittimo vantato da Rotondi), eppure proprio l'ex tesoriere del Cdu ha subito precisato, come Gargani, che la denominazione sarà diversa: "Il nome della Dc vive nella cultura, replicarla sarebbe un insulto alla nostra storia". E se "i nomi nella Seconda Repubblica sono stati consumati tutti", sempre per Rotondi occorre "tornare a ciò che con falsa partenza Mino Martinazzoli non riuscì a fare: recupererei pienamente la sua proposta di modificare il nome in Partito popolare italiano". Anche quel nome, però, è stato utilizzato tra il 1994 e il 2002 e qualcuno avrebbe potuto immaginare un nuovo fronte di battaglie legali: per questo, Rotondi è stato fulmineo nell'aggiungere che "poiché abbiamo rispetto di questi ventisei anni e sappiamo che quel nome è stato storia di autorevoli amici come Pierluigi Castagnetti, Gerardo Bianco e Franco Marini, non vogliamo creare confusione. Propongo di mantenere lo scudo crociato e di chiamarci come il Partito popolare europeo: dobbiamo fondare il Partito del popolo italiano, dobbiamo essere i popolari del 2020". Chi ha buona memoria, peraltro, ricorda che nel 2014 Pierluigi Castagnetti fece depositare al Viminale l'ultimo simbolo del Ppi per tutelarsi contro i Popolari per l'Italia di Mario Mauro, e diffidò lo stesso Mauro affinché cambiasse nome proprio perché l'acronimo era Ppi.
Sempre Gianfranco Rotondi, nel suo intervento - il più ricco di particolari concreti e strutturali di tutto l'incontro - ha delineato i caratteri fondamentali del nuovo soggetto politico da costruire, che vivrà accanto alle associazioni e ai soggetti che convergono per fondarlo, "ma con le regole di un partito, per cui se le leggi elettorali in qualunque luogo ci imporranno alleanze, democraticamente i soci decideranno a maggioranza se non all'unanimità quale sarà l'alleanza giusta; se i soci della minoranza non condivideranno quella scelta, non usciranno per formare un nuovo partito ma resteranno e quelli della maggioranza dovranno scegliere i candidati facendosi carico innanzitutto di quelli che la pensano in maniera opposta rispetto alla loro". Già fare questo sarebbe "una rivoluzione che ribalta la storia della Seconda Repubblica, fondata sull'abilità di creare partiti personali da cui si caccia regolarmente chi la pensa in maniera diversa". E visto che è difficile costruire qualcosa di nuovo partendo da zero, per il presidente della Fondazione Dc occorre partire dal contenitore già in campo: "Visto che lo scudo crociato è utilizzato dall'Udc, partiamo da lì e consentiamo a Lorenzo Cesa di individuare le soluzioni giuridiche politiche che ci permettano nel più breve tempo possibile di partire tutti con all'occhiello la sigla del nuovo partito unitario dei cattolici italiani". E sul bisogno di rinnovamento della classe politica e della guida del progetto, invocato da più parti, Rotondi ha risolto con una battuta: "Questo bisogno c'è, ma la leadershìp è come la ragazza più bella del liceo: quando lei entra alla festa si fa silenzio e quando lei si siede si siedono tutti accanto a lei. Ma se noi aspettiamo che si manifesti la ragazza più bella del liceo, questo partito non lo faremo mai, quindi con umiltà e affettuosa stima chiedo a Lorenzo Cesa di guidare questo processo".

Quali ambizioni?

Un processo, questo, che si pone ambizioni elevate, anche se a qualcuno potrà sembrare mosso da interessi più concreti ("Lasciate pure che gli altri credano che stiamo preparando una nicchia per salvarci la pelle e ottenere qualche poltrona - ha detto in chiusura Rotondi -. Se la pensano così non ci spareranno addosso, ma noi vogliamo arrivare al 10% e da lì puntare al governo del Paese"); nel frattempo, per Mario Tassone (Nuovo Cdu) è fondamentale capire "se abbiamo la forza, la volontà di recuperare la nostra dignità per un impegno politico rispetto ai grandi valori cui noi ci richiamiamo. La situazione dell'Italia è tormentata e grave perché c'è una pochezza incredibile, occorre una rifondazione sul piano culturale e io ritengo che possiamo farla soltanto noi. Abbiamo fatto uno sforzo in questo periodo per andare avanti, ci siamo ritrovati tra vecchi democratici cristiani che hanno fatto scelte diverse, più o meno coerenti, ma senza rivendicare primogeniture abbiamo voluto ritrovare la passione, l'entusiasmo, l'antica fede in un Paese in cui ormai non c'è più fede". Il percorso che ha in mente Tassone non guarda al centrodestra ("ormai è diventato destradestra") ma nemmeno dall'altra parte: "Nel 1995 ero capo della segreteria politica del Ppi e con Buttiglione facemmo una scissione, con luci e ombre, ma volevamo mandare un messaggio forte: per noi la storia dello scudo crociato e del popolarismo cristiano doveva continuare rispetto alla svendita a sinistra di alcuni esponenti, un percorso da cui poi alla lunga sarebbe nato il Pd". Al centro, insomma, non ci sarebbe alternativa. 
Anche per il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa (che ha ringraziato "questo sant'uomo" di Giuseppe Gargani che "si è messo a parlare con la gente e con ago e filo ha ricucito tutti noi per farci trovare insieme oggi") l'incontro di sabato ha rappresentato "l'inizio di un'avventura comune", all'insegna della "moderazione e solidarietà come metodo e stile di vita, anche nella vita quotidiana", seguendo la lezione di Sturzo. Se, nel declino del paese, "c'è bisogno come il pane di un partito di centro, moderato", per Cesa si può ripartire dallo scudo crociato "che per noi significa tanto: rimanda alla difesa dei valori e dell'identità cristiana del paese, significa al rimettere al centro della politica la persona e la famiglia, con politiche di sostegno. L'Udc è presente, dobbiamo metterci tutti insieme senza primogeniture, rimettere al centro il servizio del Paese e impegnarci a replicare in ogni regione d'Italia gli sforzi fatti sin qui, con il contributo di tutti i gruppi coinvolti, arrivando magari ad aprile o a maggio a un congresso aperto democratico che dia vita a un partito popolare, ancorato al Partito popolare europeo".
Non è mancato sabato un breve intervento di Renato Grassieletto nel 2018 segretario della Democrazia cristiana che nel 2016 ritiene di avere ripreso il proprio cammino (pur se contestato da chi ritiene la sua elezione illegittima): in realtà, nei pochi minuti a sua disposizione, si è limitato a ricordare che l'idea di mettere in piedi un impegno partitico comune era già stata ventilata prima delle elezioni europee del 2019, "ma non ci sono state né le condizioni e forse neanche in quel momento le disponibilità dei possibili contraenti di questo patto federativo che noi proponevamo, mentre oggi probabilmente lo scenario politico è cambiato e si può pensare di riprendere il cammino", partendo dai contenuti e dai territori. Si tratta di amalgamare "storie, identità e presenze territoriali diverse, grazie al collante della nostra comune provenienza da una cultura popolare, sturziana e degasperiana e dal riferimento valoriale alla dottrina sociale cattolica. Il tutto per mettere in piedi un progetto politico che consenta ai cattolici democratici di non essere marginali o irrilevanti nella vita politica italiana". Un progetto che non dovrà essere "un'operazione d'assemblaggio", ma dovrà costruire programmi, contenuti e una classe dirigente, avendo come orizzonte e riferimento politico l'Europa e, di nuovo, "senza rivendicare primogeniture, senza proporre patti leonini, nella convinzione che ognuno dà il suo apporto di idee, personale e consensi". E, secondo Grassi, non ci si può nemmeno rinchiudere nel recinto dei partiti e dei movimenti della diaspora democristiana: "dobbiamo guardare oltre, soprattutto ai grandi spazi che oggi una nuova sensibilità che emerge dal mondo cattolico offre, nell'associazionismo, nell'imprenditoria, nel sociale e nella cultura. Tutti mondi che oggi sono sensibili all'impegno politico e cercano un'interlocuzione in un campo democratico alternativo a destra e a sinistra".

Problemi irrisolti

Alla fine il "ricucitore" Gargani si è detto soddisfatto: "Dal 1994 sognavo un'assemblea come questa, credo che sia il simbolo della volontà di aggregarci e di superare la diaspora. In periferia dovete dire che la diaspora che ci ha allontanato e ci ha fatto sparpagliare in questi anni è finita. Questo compito di coordinatore continuerò a farlo, con l'entusiasmo che mi caratterizza, per quelli che sono più giovani". Nelle prossime settimane, dunque, probabilmente si conosceranno gli sviluppi di questo progetto di nuovo partito che - non lo si dice, ma è verosimile - vuole avere il tempo di formarsi e consolidarsi per arrivare pronto al nuovo appuntamento elettorale politico, in qualunque momento questo arrivi.
Tutto bene dunque? Più o meno. Giusto oggi, per dire, è stato emesso un comunicato dalla Democrazia cristiana, anzi, dal "Partito storico Democrazia cristiana", firmato dal segretario politico Franco De Simoni, da quello amministrativo Raffaele Cerenza e dal coordinatore nazionale Antonio Ciccarelli, a contestare tutti i vari tentativi diversi dal loro di riattivare e rappresentare la Dc o di utilizzarne i segni di identificazione. "Il 12 ottobre 2019 - si legge - si è riunita in Roma, in Via Quattro Cantoni n 53, a seguito di autoconvocazione, l’Assemblea costituente degli iscritti del 1993 alla Democrazia cristiana. L’Assemblea di tutti gli iscritti 1993 [...] ha avuto in sintesi per oggetto la ristrutturazione a tutti i livelli del partito. La riattivazione della Democrazia Cristiana ad opera degli iscritti del 1993 è fondata sul giudicato costituito dalla sentenze della Corte di Appello di Roma n. 1305 del 2009, resa definitiva dalla Corte di Cassazione a sezione riunite-civile n. 25999 del 2010. Detta sentenza della Corte di Appello ha definitivamente stabilito che la Democrazia cristiana non si è mai estinta; che è sopravvissuta negli iscritti e con gli iscritti del 1993 (ultimo tesseramento valido), dal che deriva che soltanto questi sono i soli aventi diritto a riattivare la Dc; che nessuna delle attuali Associazioni politiche che affermano di essere la Dc può ritenersi tale". La diffida è rivolta alla Dc guidata da Angelo Sandri, all'Udc, a partiti ormai estinti (Ccd e Cdu), al Ppi, al Nuovo Cdu, alla Dca di Rotondi, come pure alla Dc prima guidata da Gianni Fontana e ora da Renato Grassi. "Il Partito del Popolo Italiano che si dice nato sabato 18 gennaio 2020 è la solita fuffa messa in piedi dai 'soliti' che si inventano continuamente sigle e 'alleanze' in previsione delle diverse elezioni. Vi hanno aderito i soliti 'generali' senza esercito e senza programma tenuti insieme solo dal desiderio di essere eletti. Nulla hanno a che fare con la Democrazia Cristiana storica o con il Partito popolare italiano storico. I veri democristiani non si fanno ingannare". Il comunicato termina con la diffida a tutti i soggetti politici indicati perché non usino nome e simbolo della Dc, chiedendo che lo stesso uso sia inibito nelle varie sedi dalle prefetture e dalle questure.
Qui ovviamente il problema non sarebbe tanto sul nome (sempre che il Ppi non si opponga  - e potrebbe farlo, con qualche possibilità di successo - a un nome diverso, ma oggettivamente molto simile), ma sullo scudo crociato, ancora una volta. L'uso consolidato del fregio nelle aule parlamentari fatto dall'Udc potrebbe facilitarne l'impiego per il nuovo soggetto politico; questo naturalmente non eviterà nuove contestazioni, ma renderà più agevole immaginarne l'esito. Altro, ovviamente, è il discorso sul destino politico del progetto; qui però i simboli c'entrano poco.

domenica 19 gennaio 2020

Craxi, pagine (simboliche e non) da sfogliare vent'anni dopo

Gli anniversari, specie se tondi, sono un'ottima scusa (o un'occasione, a seconda dei punti di vista) per una marea di scopi. Ricordare sembra il minimo sindacale, approfondire è qualcosa di più; di solito però si preferisce celebrare, condannare, riabilitare, sentenziare, oltre a un campionario di altri verbi, ricchi di partecipazione a favore o contro una causa.
Non stupisce dunque che anche il ventesimo anniversario della morte di Bettino Craxi sia caratterizzato proprio da questa varietà di azioni e reazioni. Così come non stupisce che queste reazioni prendano spesso forma scritta e, non di rado, cartacea. Sono molti infatti i libri a tema Craxi che in queste settimane sono stati pubblicati o sono tornati in libreria, nella speranza che il desiderio di approfondire trovi un numero decente di persone disposte ad assecondarlo: anche se il dibattito maggiore in queste settimane è legato al film Hammamet di Gianni Amelio – film che non sarà commentato qui, anche perché chi scrive non l’ha (ancora) visto – è giusto dare in questo spazio maggiore attenzione agli spunti che provengono dai libri. 
L'opera compiuta più monumentale sulla figura dell’ex segretario socialista è Craxi. Una vita, un'era politica, oltre 700 pagine di Massimo Pini nel 2006, appena ripubblicate da Mondadori tra gli Oscar. Scomparso nel 2012, vicinissimo a Bettino Craxi (da maggio 1968 fino alla fine), Pini scelse di raccontare la storia di Craxi con i propri occhi e a partire dagli appunti presi in quegli anni (e il leader socialista lo sapeva: "Bettino - scrisse l'autore nel suo diario nell'ottobre 1982, prima che Craxi arrivasse a palazzo Chigi - ha ripetuto che io solo sono autorizzato a scrivere la sua biografia vera"), oltre che da documenti e testimonianze. 
Si parte dall'epilogo, con la morte in Tunisia dell'ex guida del Psi, le reazioni alla sua fine in esilio (secondo l'autore e i sostenitori di Craxi; in "latitanza" o contumacia, per i suoi critici) e alcune iniziative in sua memoria. Seguono l'infanzia (tra collegi, guerra e la Resistenza vissuta in casa), la scoperta dell'anticomunismo (nel 1948, dopo la mancata elezione alla Camera del padre Vittorio nelle liste del Fronte democratico popolare, "egemonizzate dal Pci")del socialismo (prima tessera nel 1951), la militanza nella goliardia (nel Nucleo universitario socialista, con la comparsa di Silvano Larini e la nascita del "rapporto problematico" con Marco Pannella), l'ingresso nel comitato centrale del Psi (1957) e l'approdo in consiglio comunale e in giunta a Milano (1960), dopo un periodo a Sesto San Giovanni come funzionario nella roccaforte operaia. 
Il libro ripercorre poi gli anni seguenti (con l'arrivo di Carlo Tognoli, Paolo Pillitteri, Claudio Martelli e Rino Formica), ricco di virgolettati e attento a collocare nel quadro nazionale e internazionale le vicende che hanno riguardato Craxi. Anni difficili, i Sessanta, per il Psi, che nel 1966 si unì ai socialdemocratici in quella che si rivelò una "opera di oligarchie" (definizione di Pini) e si esaurì dopo l'insuccesso elettorale del 1968: dopo quel voto, però, Bettino Craxi, segretario autonomista del Psi milanese, fu eletto per la prima volta alla Camera (prima dell'invasione sovietica di Praga), mentre in Italia la tensione cresceva, appesantendo gli anni Settanta. L'arrivo alla segreteria, dopo il comitato centrale svoltosi all'hotel Midas alla metà di luglio del 1976 (seguito alle dimissioni di Francesco De Martino) proiettò Craxi verso la notorietà nazionale. Per Pini - che ne tratteggiò anche la vita privata e le abitudini - guidò il partito da "oratore appassionato che sapeva trascinare l’uditorio con una voce profonda", ma che sapeva ascoltare (pure conversazioni a mezza voce); apparve "sospettoso e affatto fiducioso negli uomini", ma preparato per quel ruolo, da uomo caparbio e combattivo (oltre che "generoso e leale con gli amici, di memoria lunga contro i nemici. Corazzato di diffidenza, un po' umorale. Brusco di modi, e talvolta prepotente e tentato dalla vendetta", come scrisse Giampaolo Pansa).
Molta attenzione dedicò Pini alla lunga segreteria di Bettino Craxi, segnata dal problema dei pesanti debiti ereditati. Per il leader occorreva "non mettere mai il partito in condizione di dover mutare atteggiamento, o di non dover prendere la posizione che ritiene di dover prendere, per un condizionamento di ordine finanziario": per agire servivano soldi, bisognava chiederli, ma senza che ciò influisse sulle scelte del Psi. Tappe della segreteria furono i congressi, a partire da quello del 1978 (a Torino, in pieno sequestro Moro, col partito contrario alla "linea della fermezza"), in cui apparve il primo garofano, enorme rispetto a falce, martello, libro e sole: non era ancora il simbolo ufficiale, ma "Francesco De Martino protestò vivacemente [...] e Tristano Codignola ebbe uno scontro violento con Craxi". A Palermo (1981, prima dello scandalo P2) Craxi ottenne una modifica allo statuto del partito, per far eleggere il segretario direttamente dai delegati al congresso e non dalla direzione; a Verona (1984, assise seguente alla revisione del Concordato e al taglio della "scala mobile", ottenuti da presidente del Consiglio) fu acclamato senza concorrenti, cosa che gli costò l'accusa di cesarismo. Nel 1987, sotto il "tempio greco" di Rimini (dopo i "decreti Berlusconi", la crisi di Sigonella con fibrillazione di governo, gli sforzi per risollevare l'economia e le dimissioni da palazzo Chigi), ci fu un'evoluzione simbolica: "la grande novità era il garofano ridisegnato da Filippo Panseca con un tratto più slanciato di quello che al congresso di Torino, nel 1978, era stato elaborato da Ettore Vitale. Dal simbolo del Psi erano scomparse la falce e il martello". Il monumentale congresso del 1989 (a Milano), indigesto per De Mita, fece risuonare davanti alla piramide di Panseca il progetto di "unità socialista" riproposto nel 1991 (a Bari), dopo la vittoria dei "sì" al referendum sulla preferenza unica, a dispetto dei piani di Craxi, e col sistema in disfacimento. 
Ciò che venne dopo - inchieste, governo Amato, arresti, dichiarazioni in Parlamento sul finanziamento ai partiti, verbali pubblicati sui giornali, bombe d'estate, suicidi, Psi allo sbando, svalutazione della lira, avvisi di garanzia a Craxi, le dimissioni dalla segreteria, l'autorizzazione a procedere prima negata poi concessa, le monetine del Raphael, gli interrogatori e le deposizioni in aula, fino all'espatrio in Tunisia dopo la fine del mandato parlamentare - è cosa nota e puntualmente narrata da Pini (pur se con qualche incongruenza temporale). Della vita dell'ormai ex segretario socialista a Hammamet si occupa L'ultimo Craxi, di Andrea Spiri (già curatore di vari volumi legati all'attività politica dello stesso Craxi), appena pubblicato da Baldini + Castoldi. In poco più di cento pagine sono raccolti vari "diari da Hammamet", come recita il sottotitolo del volume: questi appunti, non proprio ordinati, raccontano alcuni aspetti di colui che, per l'autore, rappresenta "il personaggio più controverso della vicenda repubblicana, l'unico che suscita entusiasmi e risentimenti di portata così emozionale da travalicare il piano della politica" e che, nei vent'anni successivi alla sua morte, è stato oggetto di una sorta di "guerra civile" tra condannatori senz'appello e indulgenti riabilitatori. Di certo si è di fronte a un personaggio composito e complesso, come tale irriducibile "al suo traumatico sbocco conclusivo" (così lo chiama Spiri), sebbene sia forse quello più discusso, legato alle immagini più forti e maggiormente divisive e, sempre secondo l'autore e curatore del volume, rappresenti "l'emblema di un passato che continua a inseguire e a interrogare il nostro presente, di una transizione morale e politica incompiuta, di cui ancora oggi fatichiamo a individuare il punto di approdo". 
Se non è detto che vent'anni bastino a storicizzare ciò che per alcuni può essere ancora fatto di cronaca (e, come tale, foriero di reazioni più emozionali che oggettive), probabilmente un ventennio è - forse dev'essere? - sufficiente a far sorgere l'esigenza di completezza, di considerare ogni aspetto almeno della vicenda umana. Un atteggiamento che fa a cazzotti tanto con condanne indefettibili, quando con assoluzioni benevole, casomai motivate dalla consapevolezza di eccessi consumati da alcuni (ai quali magari si è perfino concorso in qualche modo). In questo modo acquista valore anche la quotidianità dell'uomo Benedetto Craxi, noto Bettino, da non derubricare come routine di un "latitante" o da non celebrare come mirabilia di un perseguitato: registrarla e offrirla ai lettori è come prendere atto che "anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare", per riprendere un verso tratto da Il cuoco di Salò di Francesco De Gregori (e nel 2006, cinque anni dopo questo brano e quattordici dopo l'anticraxiana Ballata dell'Uomo Ragno, in qualche modo proprio De Gregori riabilitò Craxi ritenendolo superiore a tanti politici contemporanei, ma questa è un'altra storia). 
All'inizio il libro ripercorre le vicende dell'ultimo anno e mezzo di Bettino Craxi in Italia (dal primo avviso di garanzia fino all'espatrio), in un clima di insulti, "brutture e convenienza dei rapporti" e "segnali di sfaldamento umano, alcune crepe nell'ambito della famiglia politica socialista", con il pensiero di "esplorare nuove strade", prima nella Francia di Mitterrand (ma il suicidio dell'ex primo ministro Pierre Bérégovoy "per delle accuse mai provate di corruzione" suggerì altre soluzioni), poi "verso la sponda sud del Mare Nostrum". "Le perizie effettuate in seguito sul passaporto certificano che Bettino si mette a fare la spola fra Roma e Tunisi, quattro volte in sei settimane", non si sa - ipotizza Spiri - se per "chiedere udienza a Silvio Berlusconi, [...] per cercare conforto" tra i socialisti eletti in Forza Italia o per saggiare la reazione di ex nemici che avrebbero potuto cessare le ostilità (la Lega Nord o Alleanza nazionale): Il tutto fino al 5 maggio, giorno del volo definitivo. "Napoleone vi morì, confinato sull'isola di Sant'Elena - scrive Spiri pensando alla data - mentre Craxi ricomincia a vivere. O forse no, anche lui, quel giorno, iniziò a morire un po'". 
Ripercorrendo l'azione politica di Craxi, l'autore richiama il compito che il leader si era assunto ("emancipare il socialismo italiano dalla condizione di parente povero di una sinistra maggioritaria che subisce [...] il fascino di Mosca, e definire il confronto con il partito cattolico muovendo da presupposti [...] della 'pari dignità'"), riconoscendogli il successo personale, anche se non riuscì a trasferirlo tutto sul partito. Ma se per molti Craxi fu "l'uomo che [...] tiene fede all'impegno di 'governare il cambiamento' e poi, nell'ultimo scorcio degli anni Ottanta [...] manca di esibire la giusta risolutezza grazie alla quale avrebbe potuto riempire di inchiostro la prima pagina di un paragrafo nuovo di storia politica nazionale", per Spiri il "dramma craxiano" si inserisce in una più generale "crisi del politico" che colpisce tutti, anche chi aveva "ostentato sicurezza e invocato fiducia", rispondendo ai "primi sintomi dell'antipolitica con una iniezione aggiuntiva di politica, rivendicandone l'autonomia e, soprattutto, il primato nella capacità di governare i fenomeni storici", pure quando il popolo riteneva che le inchieste dessero loro ragione nel sospettare dei politici. Una situazione in cui Craxi e Andreotti, accomunati nel destino da "girone dei dannatidopo avere scalato la hit parade del male", appaiono "uomini soli, disconosciuti da gran parte di coloro che li hanno vezzeggiati nel tempo". Craxi nel luglio 1993 scrisse ad Andreotti: "abbiamo il dovere di reagire in tutti i modi possibili. L'uso violento del potere giudiziario ha aperto la strada a un golpismo strisciante e variamente vestito, di fronte al quale c'è solo la paralisi, lo sbandamento e la viltà di tante forze democratiche". Andreotti, a differenza di Craxi, restò in Italia, si fece processare e - tra le polemiche - fu assolto, ma non dimenticò di invocare per Craxi la possibilità di farsi curare in Italia da uomo libero: "La vecchia volpe non finita in pellicceria - scrisse - prega il Signore perché aiuti l'antico cacciatore". 
Segue poi il racconto di "giornate che rischiano di trascinarsi stancamente, una uguale all'altra, lontane dalla frenesia e dai rumori del passato", tra litografie, conversazioni al telefono con il cognato Pillitteri, colloqui con avvocati, giornalisti, vecchi compagni o leader stranieri e la continua "battaglia di verità", attraverso appunti, pagine o scritti mandati a tribune non sempre interessate. "Non posso usare la spada, ma posso usare la penna. [...] Ora e ogni giorno, rifletto su ciò che devo e dovrò fare nel prossimo futuro, perché desidero rimanere in vita e non farmi né piegare né stroncare da questa aggressione e da questa ingiustizia". La penna scrive spesso dell'Italia, dei suoi cambiamenti e delle sue dinamiche viste da Hammamet. Non ci sono riferimenti al simbolo del Psi nel libro di Spiri, al di là della significativa identificazione del partito col "Garofano" (con la maiuscola), della scelta di Craxi di impegnarsi nell'opera "di aggiornamento del corredo identitario, per svecchiare riti e riferimenti - anche simbolici - di quell'universo che ancora non ha reciso i legami organici con l'interpretazione leninista del marxismo, passando per il recupero della tradizione riformista innervata di liberalismo", del giudizio duro sui tentativi di rimettere in piedi partiti socialisti poco consistenti ("Spezzoni e soprattutto leader della vecchia nomenclatura rincorrono, urtandosi tra loro, quello che non c'è") e dei garofani del giorno del funerale. Casomai, citando Giovanni Orsina, è lo stesso Craxi che della classe politica finita sul banco degli imputati "fu fin dall'inizio quintessenza e simbolo", con tutte le conseguenze note (che hanno fatto parlare di "capro espiatorio") e con la scelta di chi non ha voluto abbandonare la logica partitica e dalla politica attendeva una reazione: "Difendevo la politica - si legge in una pagina del 1997 -  ne difendevo l'autonomia, il valore, il potere. Una società politica, ridotta a un paravento di facciata, riduce in polvere la democrazia".
L'anniversario tondo della morte di Craxi può essere anche l'occasione per affidarsi alle memorie e alle ricostruzioni di chi ha osservato le vicende dall'interno dell'istituzione parlamentare e ne ha conosciuto molto bene il funzionamento e le dinamiche umane dei suoi componenti (miserie comprese). Per questo è utile leggere Ad Hammamet. Ascesa e caduta di Bettino Craxi, volume scritto da Mario Pacelli, già funzionario di lungo corso della Camera dei Deputati (proprio l'istituzione in cui l'ex segretario socialista sedette dal 1968 al 1994) e pubblicato da Graphofeel. 
Il libro inizia con la consapevolezza che l'inchiesta milanese sulle tangenti era stata solo l'ultimo atto di "una valanga - dai moti studenteschi al terrorismo, dalla P2 ai movimenti referendari - che distrusse il sistema politico (fortunatamente non anche quello istituzionale) della Repubblica italiana, nata dalla Costituzione del 1948 e rimasto fino a quel momento sostanzialmente inalterato". Riconosce Pacelli - di cui è nota la passione per la ricerca e la documentazione - che la corruzione in Italia ha radici antiche ("il primo episodio [...] risale addirittura al 1867, quando alla Camera dei deputati, che allora aveva sede a Firenze, fu denunciato lo scandalo delle Regia dei Tabacchi, che vide coinvolti molti uomini politici molto noti come Bettino Ricasoli"), ma alla fine del Novecento era divenuto un fenomeno endemico e trasversale, di cui fu protagonista "un sistema politico-istituzionale ormai deceduto, mantenuto artificialmente in vita perché nessuno era in grado di proporre (e tantomeno di fare valere) soluzioni alternative". Unica differenza per Pacelli tra Craxi e altri soggetti, tra cui i molti che tacquero davanti alle sue chiamate in correità nell'aula di Montecitorio? Lui "forse per troppa sicurezza in se stesso, non si era dotato [...] di un parafulmine adeguato". Di fronte alla magistratura, divenuta in fretta "espressione di una Italia profondamente delusa dalle forze politiche che, ormai da decenni, governavano un Paese ingabbiato dai partiti, dalla burocrazia, dai potentati economici e che voleva cambiare anche senza sapere esattamente come e con chi" (e come tale "legittimata", pur nei suoi errori, a provocare "una scossa sismica del sistema"), Craxi secondo l'autore pensò forse di arginare da solo il fenomeno, ma di certo si ritrovò da solo. 
Pacelli si è proposto di ricostruire in modo più completo - e meno legato tanto alle emozioni, quanto ai soli sguardi giornalistici - gli ultimi anni della vicenda craxiana, che si aprono per convenzione con l'arrivo di Craxi in Africa il 16 maggio 1994 ("ad attenderlo all'aeroporto di Tunisi c'era il vecchio fuoristrada Toyota, che insieme ad una Mercedes, pure lei con qualche anno d'età, costituiva il parco macchine della residenza tunisina dell'ex Presidente"), poche ore prima che il divieto d'espatrio gli fosse notificato. L'autore approfondisce innanzitutto la "pista francese", cioè del mancato asilo politico in Francia, paese in cui è probabile che l'ex leader socialista si sia recato più volte ("Parigi era una città che piaceva molto a Craxi, meta anche di brevi vacanze con gli amici più stretti: aveva trovato un piccolo albergo di lusso a Saint Germain de Pres, molto simile al romano Raphael e vi soggiornava volentieri. A Parigi aveva anche un ufficio per i contatti più riservati con uomini politici francesi"), la successiva scelta tunisina, per i rapporti con Ben Ali e per le clausole del trattato di estradizione Italia-Tunisia (che non prevedevano la consegna della persona per infrazioni politiche) e le ipotesi sui possibili movimenti di Craxi prima dell'arrivo a Tunisi (non disgiunti, secondo Pacelli, da quelli di Maurizio Raggio e dai conti esteri da lui maneggiati per gestire fondi riferibili al Psi). 
Attenzione è dedicata anche al fenomeno "Tangentopoli" ("a distanza di più di vent'anni, si è forse smarrito il ricordo delle sue proporzioni"), alle sue dinamiche e manifestazioni, nonché a un'analisi dei protagonisti di "Mani Pulite" (sottolineando "l'asprezza della dialettica tra i componenti del pool (o almeno tra alcuni di essi) e la tendenza serpeggiante tra i magistrati che lo costituivano ad attribuire anche un senso politico al loro lavoro"); l'autore parla poi delle ragioni alla base della scelta di difendersi "nel" processo o "dal" processo ("Craxi non colse in pieno la realtà in movimento del quadro politico interno ed internazionale [...]. La vicenda giudiziaria intervenne in un momento difficile della sua esistenza, causa forse non ultima dell’affievolirsi di quella energia che aveva dimostrato in mille occasioni di avere e che gli consentiva una lucida rappresentazione della realtà e della strada migliore, se necessario, per modificarla" e non va escluso "che avesse ricevuto autorevole assicurazione, che se si fosse allontanato dall'Italia, qualche mese dopo sarebbero stati ritirati i mandati d’arresto nei suoi confronti"), dei diversi destini delle forze politiche coinvolte, degli incontri tra Craxi e Di Pietro (interrotti dopo che i verbali furono passati alla stampa) e dei rapporti tra l'ex segretario e altre figure di rilievo del Psi, di cui spesso proprio lui aveva determinato la fortuna (interessante appare, per esempio, la testimonianza di Francesco Cossiga che nel 2004 dichiarò che "un disegno di legge elaborato nel 1991 per fermare lo spionaggio straniero in Italia era stato bloccato dal Ministro della Giustizia Martelli perché 'era il periodo in cui questi insieme ad altri dirigenti del partito socialista pensavano - e tradussero questo pensiero in atti - di poter trovare un accordo con il Partito comunista italiano'", mentre Craxi continuava a guardare alla Dc) o personaggi come Licio Gelli - sul quale Pacelli in parte si diffonde - e Silvio Berlusconi. 
Percorso il curriculum di Craxi (con alcune tesi circa la crisi di Sigonella e l'avvertimento italiano che permise a Gheddafi di salvarsi da un bombardamento Usa nel 1986) e ricordati i primi episodi di finanziamento illecito ai partiti, l'autore si sofferma sulla vicenda "Mani Pulite". Per Pacelli essa non era legata a "una collusione tra magistrati inquirenti e Pci, quasi che l’ideologia fra essi preminente fosse quella comunista o che comunque di quel partito essi volessero divenire strumento", benché il Pci sia uscito quasi indenne; egli parla invece di "esistenza di validi supporti all'azione della magistratura annidati anche nell'amministrazione pubblica, nella concorde volontà di provocare un ricambio della classe politica, rivelatasi non solo pervasa dalla corruzione ma anche incapace di fronteggiare la nuova realtà della fine dei blocchi politici ed economici che imponeva anche un modo diverso di fare politica"). L'attenzione passa poi alla vita di Craxi ad Hammmet: "una esistenza tutto sommato non dissimile da quella di un pensionato con buone possibilità finanziarie, con la sola (ma importante) differenza che nel caso di Craxi il pensionamento era forzato e assomigliava tanto ad un congedo con disonore" (e con una certa sorveglianza, forse chiesta dall'Italia per evitare l'espatrio in paesi da cui l'estradizione sarebbe stata impossibile). Tra le riflessioni finali, il fatto che il Psi non fosse per forza più coinvolto di altri partiti nel finanziamento illecito, mentre è certo per l'autore "il diverso e maggior rilievo dato dalla stampa italiana, di proprietà dei grandi gruppi industriali [...] al suo coinvolgimento nella vicenda stessa, insieme con la dissimulazione, per quanto possibile, dei comportamenti analoghi di esponenti di altri partiti", rendendo il Psi simbolo del sistema corruttivo. Per inciso, non ci sono riferimenti simbolici nel libro, tranne la citazione di Panseca (che ebbe "l'idea di inserire il garofano rosso nel simbolo del Partito Socialista al posto della falce e martello") e l'indicazione dei garofani del giorno del funerale. 
Era inevitabile, poi, che tra le nuove opere su Bettino Craxi ve ne fossero alcune scritte da giornalisti. Una di queste è Controvento, che Fabio Martini (storico commentatore politico per La Stampa) ha appena pubblicato con Rubbettino. Come il sottotitolo - La vera storia di Bettino Craxi - suggerisce, si tratta di una biografia sui generis del già leader socialista, che non ha mai ceduto al conformismo o all'intruppamento di comodo. Si inizia con la gavetta "lunga 24 anni" di colui che, "uno spilungone di 17 anni con i capelli neri e gli occhiali spessi", nel 1951 comunicò al padre Vittorio di aver chiesto la tessera del Psi e che - appunto - 24 anni dopo lo avrebbe guidato, arrivandoci controvento, certo aiutato dalla sua ambizione e decisione.  
Rispetto al volume di Pini, il racconto è più stringato, più distante (il che non è un male) e più "terzo", ma ugualmente efficace, tipico di chi da decenni racconta la politica e i politici ed è arrivato a conoscerli bene. "Tutto lascia immaginare - scrive Martini - che proprio negli anni dell'infanzia si depositi qualcosa che andrà a formare la psicologia del Bettino adulto, quel caratteraccio, quell'orgoglio ribelle, che a ben vedere sarà la molla del suo anticonformismo, ma anche di tante asperità, di tante aggressività". Così la scena di Craxi che, insieme al fratello Antonio, insultano un corteo di balilla o pigliano a sassate la casa del fascio è perfettamente in linea con quel profilo, non meno della volta in cui "si infila dove non potrebbe" e trova una Colt 38 che porta con se, segno che "Trasgredire, gli piace. E gli piacerà per tutta la vita". Quando all'odio precoce verso i comunisti, Martini più che alla bocciatura elettorale del padre lo riconduce alla disillusione ricevuta prima in un viaggio a Praga, a una conferenza di studenti socialisti e comunisti europei, nel rendersi conto (confrontandosi anche con Carlo Ripa di Meana) che da quelle parti non si stavano costruendo società socialiste, ma "un regime di polizia", poi in una spedizione in Cina nel 1958 che non avrebbe smentito quell'impressione.
Il disegno controvento proseguì con le prime campagne elettorali (con gettoni con il suo nome e altri gadget per farsi conoscere, foto affiancate a quella di Nenni) e con un comunicato di apprezzamento per l'elezione di John Kennedy, in un tempo in cui "per il Psi era inammissibile simpatizzare per un presidente americano", poi ancora con la reazione contro il movimento studentesco e i comunisti che lo appoggiavano (negando una "solidarietà indiscriminata" a un movimento in cui "fermentano umori che sono torbidi"); quando fu eletto deputato, si guardò bene dal dimettersi da segretario del Psi milanese. Rimase autonomista e controvento anche dopo l'autodeclassamento di Nenni in seguito al fallimento dell'unificazione con i socialdemocratici e con la prevalenza di altre correnti; colse l'occasione dell'esperienza nell'Internazionale socialista per stabilire contatti e acquisire conoscenze e punti di vista che tanti altri in Italia non avevano. Parlava e agiva come molti non facevano (anzi, consideravano disdicevole), da egocentrico (ma "non sarà mai esibizionista e neppure narcisista"), ma riuscì a diventare segretario al Midas nel 1976 - all'origine della politica degli albergoni, come sottolinea Martini - pur essendo ben più giovane di coloro che contavano davvero in quel Psi. Eletto anche perché ritenuto più debole di altri (indimenticabile Claudio Signorile: "Se non marcerà lo faremo fuori in tre mesi"), dimostrò subito ben altro piglio e ben altre intenzioni, senza però nascondere una certa ingenuità a fidarsi fin troppo di chi era esterno al partito e lo attraeva (una debolezza fotografata da Martini, senza il tono dolente e coinvolto sfoggiato a suo tempo da Pini).
"Cafone, ma anche sentimentale; sbrigativo, ma attento e preoccupato" secondo il ritratto offerto da Maria Punturieri (nota Marina Ripa di Meana), Craxi riuscì a mantenere il controllo del partito pure in condizioni difficili, spiazzando alleati e avversari (che non lesinarono apprezzamenti, da "avventuriero" di Berlinguer e Tatò a "scassacazzi" di De Martino). La sua stessa residenza romana, l'hotel Raphael, gestito per anni dall'amico (uno dei pochi) ed ex comunista Spartaco Vannoni, appare del tutto controvento: lì per Martini Craxi "si impasta[va] con un'umanità di eretici, di pragmatici, di irregolari, di personaggi antropologicamente diversissimi" dai dirigenti di Dc, Pci e dai vecchi capi socialisti. Un luogo che era "casa, mensa, salotto, corte, alcova e quartier generale" (definizione di Filippo Ceccarelli), dunque era affascinante. periglioso e un ottimo punto per osservare i fenomeni di rampantismo acuto e cronico tipici dell'epoca. La stessa ricerca del denaro per l'attività di partito, "come l'aria per respirare", fu occasione per Craxi di essere controvento, nel chiedere a Berlinguer i soldi delle cooperative e a Willy Brandt il denaro per i socialisti cileni, nel tentare (invano) di farseli dare dagli Stati Uniti, che li davano soprattutto alla Dc, mentre il Pci li riceveva da Mosca (persino in dollari) e i socialisti avevano smesso di vederli da tempo. E per farsi dare soldi, per Craxi - per sé parsimonioso ma non accumulatore - era importante "creare 'sodalizi' ed essere 'in qualche modo socio in certe imprese e attività economiche'" (citazione di Martelli), arrivando a creare due linee di approvvigionamento, una ufficiale legata al tesoriere e una in capo a lui stesso, basata su conti esteri (scelta dovuta al suo non fidarsi di nessuno, ma "che gli sarà fatale", chiosa Martini).
Controvento Craxi si mostrò anche nell'anticomunismo, in un'epoca in cui si preparavano la solidarietà nazionale e il compromesso storico: fresco segretario Psi, concepì con Carlo Ripa di Meana - su idea di Martelli - la Biennale di Venezia dedicata al dissenso nell'Est Europa per il 1977, con tanto di iniziative comuniste di boicottaggio; nel 1978, con il suo Vangelo socialista (col contributo fondamentale di Luciano Pellicani), si allontanò dalla linea "statalista, collettivista e liberticida della tradizione giacobina e leninista". E lo fece, come giustamente nota Martini, unitamente a un blitz simbolico, facendo inserire tra il 1978 e il 1979 il garofano rosso ("nel colore c'è la continuità con un passato dal quale non si vuole separare del tutto") nel simbolo, sacrificando i segni della tradizione bolscevica. E se vari intellettuali socialisti non erano stati con lui, Craxi seppe per un certo periodo attrarre "intellettuali disorganici", slegati da un'ortodossia, con risultati fecondi intorno alla rivista Mondoperaio (pur se di breve durata e, alla lunga, finì per sottovalutare il peso della "intellighenzia"). In tale quadro, risultarono controvento le iniziative craxiane per cercare di salvare Aldo Moro, come pure il sostegno socialista agli euromissili, la "battaglia impopulista" per il taglio della "scala mobile" e "la lunga notte di Sigonella". E in fondo furono controvento anche la cultura della "stabilità", "un bene prezioso" (come disse Craxi in uno dei famosi spot elettorali del 1987 realizzati con Giovanni Minoli) legato pure alla longevità del governo (il terzo per durata, battuto solo nel nuovo millennio da due esecutivi a guida Berlusconi), la passione per lo spettacolo (senza sconfinare nella spettacolarizzazione di sè) e la scelta di dare al Psi un'assemblea nazionale, che lo rese il capo indiscusso ma apparve come un consesso di "nani e ballerine" (Formica).
Se però solo dopo la tempesta degli anni Novanta si conobbe il ruolo - altrettanto controvento - di foraggiatore delle lotte contro regimi fascisti e comunisti nelle più diverse condizioni (il libro di Martini merita di essere letto soprattutto per mettere insieme tutti i pezzi), dal 1987 qualcosa iniziò ad andare storto sul fronte interno e anche sul piano della salute, con il diabete che aveva iniziato la sua opera di distruzione. E che, secondo Martini, non fece cogliere a Craxi "il treno di Cossiga", con la sua idea di riformare le istituzioni, e nemmeno quello dei referendum elettorali (forse nella speranza, delusa, di tornare a Palazzo Chigi), diventando così icona del vecchio sistema politico. E oggetto di quella "opzione giudiziaria" che il Pds Gerardo Chiaromonte aveva preannunciato a Craxi quasi alla fine del 1991, pochi mesi prima dell'arresto di Mario Chiesa. Le monetine tirate davanti al Raphael (di cui il libro ricorda la paternità: erano quelle del missino Teodoro Buontempo, che si era fatto cambiare una banconota da 10mila lire dopo che Delio Andreoli lo aveva avvertito di quanto stava per accadere) per Martini accelerano "un processo di accanimento personalizzato", per cui Craxi, incarnando la figura del capro espiatorio - come visto - diventa "unico colpevole per la degenerazione partitocratica e affaristica della vita pubblica italiana".       
Gli ultimi anni di Craxi, passati ad Hammamet "in solitudine, nel gorgo di due sentimenti diversi, la rabbia e l'impotenza, che vissuti assieme moltiplicarono lo stress" (così scrive Martini), furono trascorsi - anche prima che si arrivasse a una sentenza irrevocabile - in una condizione di presunta colpevolezza. E Presunto colpevole è il titolo del libro che Marcello Sorgi, editorialista della Stampa, ha pubblicato con Einaudi. "Perché non si è riusciti a portare Craxi in Italia con un corridoio umanitario, perché potesse curarsi e morire in patria?": questa domanda specifica, posta a Sorgi da Tony Blair tempo fa, ha generato questo libro tanto quanto un parallelo - proposto anche da Martini e, ancor prima, da Marco Damilano - tra il politico socialista e Aldo Moro, figure accomunate nella fine senza umanità, nel rifiuto dei funerali di stato e nella statura ("Sono ancora due giganti, per visione, per temperamento; artico l'uno, febbrile l'altro, entrambi con lo sguardo proteso così avanti che bisogna fare un passo indietro e ripensarli").
Come suggerisce il sottotitolo, il volume si occupa degli ultimi giorni di Craxi, in particolare dell'uomo che vide aggravarsi profondamente le proprie condizioni di salute dopo aver appreso dalla tv che, il 23 ottobre 1999, Giulio Andreotti era stato assolto dalle accuse mossegli dalla procura di Palermo (almeno in primo grado: in appello saranno in parte prescritte). "Ovviamente non è detto che il repentino peggioramento delle sue condizioni sia stato provocato dall'assoluzione di Andreotti e, simultaneamente, dall'aver capito di esser rimasto solo davanti ai giudici, che considerava più o meno alla stregua di un plotone di esecuzione pronto a finirlo, dopo averlo già abbattuto. Ma certo - scrive Sorgi - la notizia inattesa e imprevista influisce su uno stato di salute assolutamente non ottimale", peggiorato dalla sua natura di "malato indisciplinato" che nel corso del tempo si è ampiamente trascurato, anche sul piano alimentare. La scoperta di un tumore al rene destro non poté che peggiorare la situazione e fece ritenere necessaria l'operazione in Italia, anche per le condizioni inadeguate della struttura in cui Craxi è ricoverato (e lui scartò l'ipotesi di farsi trasferire altrove, visto che l'ospedale militare gli era stato messo a disposizione dal governo di Tunisi).
Iniziò lì il tentativo di trovare una soluzione che consentisse il ritorno in Italia di Bettino Craxi per curarsi, e comunque morire con dignità nel suo paese, senza che questo comportasse nemmeno per un attimo l'arresto o la reclusione per i processi già definiti e in corso: "in Italia tornerò solo da uomo libero o non tornerò mai più", aveva ripetuto migliaia di volte, anche mentre la sua salute peggiorava. Si intensificarono così i tentativi di trovare una soluzione politica alla questione o di valutarne la praticabilità, nelle forme dell'amnistia, della grazia o del corridoio umanitario: il libro di Sorgi spiega nel dettaglio perché tutte e tre le strade si esaurirono in fretta. La grazia, in particolare, non avrebbe risolto il problema dei mandati di cattura per i processi ancora in corso e comunque Craxi avrebbe dovuto chiederla, in qualche modo riconoscendosi colpevole (senza contare che Silvio Berlusconi infranse la discrezione con cui Andreotti si era mosso per ottenere quel risultato); l'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema aveva sondato la disponibilità della procura di Milano a non imporre l'arresto a Craxi nemmeno per un giorno, ottenendo un secco rifiuto e sentendosi semplicemente richiamare le disposizioni di legge (che avrebbero potuto prevedere anche il ritorno in carcere); per l'amnistia, infine, non c'erano i numeri e non c'era soprattutto il clima adatto (anche negli stessi Democratici di sinistra). Nemmeno l'ipotesi di un'operazione in Francia risultò fattibile: "l'arrivo di Craxi qui non è desiderabile", dichiarò Manuel Valls, portavoce del governo di Lionel Jospin.
Il libro dedica poi alcune pagine alle ipotesi che videro l'inchiesta "Mani Pulite" come legata in qualche modo alla Cia o comunque al potere americano. Ricorda Sorgi che l'ex ambasciatore americano in Italia dal 1993 al 1997, Reginald Bartholomew fu preferito da Bill Clinton a un qualunque finanziatore della sua campagna per capire cosa stesse succedendo in Italia: lui scoprì che "il suo predecessore Peter Secchia aveva consentito di gestire un legame diretto con il pool di Mani Pulite" (che poi cessò) e fece incontrare Antonin Scalia, giudice della Corte Suprema, con vari magistrati italiani, e "nessuno obiettò quando Scalia disse che il comportamento di Mani Pulite, con la detenzione preventiva, violava i diritti basilari degli imputati". La testimonianza di un altro diplomatico mise in luce un altro aspetto: "I politici che cadevano, Andreotti, Craxi, Martelli erano nostri amici, e questo ci creava seri problemi, perché non sapevamo che futuro avrebbe avuto il Paese. Però non facemmo nulla per proteggerli. L’impressione generale era che fosse venuta l’ora di ripulire le cose. Tutti sapevano come andavano. Se la pulizia fosse avvenuta in maniera professionale non ci saremmo opposti"; di più, lo stesso funzionario nega che gli americani abbiano mai creato o manipolato l'inchiesta, ma in un rapporto scrisse che uno dei protagonisti di essa poteva sembrare "un pupazzo manovrato dagli Usa". Con l'occasione, Sorgi ricostruisce anche possibili o probabili influenze dei servizi americani nella politica italiana passata, compresa quella in cui aveva agito Craxi (compreso il più volte citato caso di Sigonella).      
Il libro - che si avvale delle testimonianze della vedova Anna e dei figli Stefania e Bobo - si conclude con il racconto degli ultimi giorni di Craxi: l'ultimo incontro con Francesco Cossiga, l'ultimo Natale, l'ultima mattina in cui un po' di energie sembravano tornate; eppure si trattava di un uomo molto diverso da quello che anche solo dieci anni prima leggeva a fondo le pagine politiche "e se ha dubbi o annotazioni da fare - ricorda Sorgi - chiama il direttore, raramente chi ha firmato l'articolo. Strane, le telefonate. Non dice 'pronto', non saluta prima di chiudere. Parla svelto, urla, sbraita quel che ha da dire e butta giú". Nonostante ciò, e nonostante la stanchezza, aveva ascoltato con rinnovato interesse Cossiga che era venuto a parlargli della sua nuova creatura politica (l'Udr, poi Upr, noto anche come partito dei Quattro Gatti), con cui ha permesso al governo D'Alema di nascere e che forse farà parte di un cartello con i socialisti (di centrosinistra) dello Sdi e i repubblicani, avendo "già pronto nome e simbolo: si chiamerà 'Trifoglio'". Si tratta, curiosamente, dell'unico riferimento simbolico del libro, mentre non si parla mai dei due garofani che hanno connotato quasi l'intera segreteria craxiana e certamente hanno rappresentato un passaggio importante nella storia del partito. Per questo, la loro storia merita di essere approfondita con gli autori di quei simboli; tempo qualche giorno e lo si farà.