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| La Lista Bunga Bunga, prima e dopo la ricusazione |
Nel 2011, già alla prima
settimana di produzione, aveva sbancato il botteghino: assieme a Che bella giornata, cucito addosso a
Checco Zalone e uscito nelle sale poco prima, Qualunquemente con Antonio Albanese è stato sicuramente uno dei “casi”
del mercato cinematografico di quell’anno, con un successo del tutto imprevedibile
per molti. C’è ancora chi ricorda il lancio, assolutamente geniale, del film,
con una serie di affissioni e di banchetti per la raccolta firme, primarie del "Partito du Pilu" con
un unico candidato, Laqualunque Concetto detto Cetto, tutto sotto l’egida nient’affatto
sommersa dello slogan della campagna elettorale: «’cchiu pilu pe’ tutti».
Era stato efficace l’art director Federico Mauro, nell’immaginare
quella campagna promozionale, ma non immaginava che una manciata di settimane
dopo, qualcuno lo avrebbe preso in parola. A metà maggio del 2011 si vota per
le comunali a Torino e, giusto un mese prima, un signore scodella 4-liste-4 ai
funzionari della commissione elettorale: lui si chiama Marco Di Nunzio e, accanto
al «Comitato Popolo Latinoamericano – Co.po.la.» (guarda caso quando i
candidati del centrodestra e della «Lista del grillo – No Euro» di Renzo
Rabellino facevano entrambi Coppola di cognome), a «Forza Juve» e a «No
immigrazione – No nucleare», c’era anche lei, «Lista Bunga Bunga – Più pilo per
tutti». Fine tentativo di ironizzare sulle più recenti tristezze politiche o
mera operazione di sfruttamento condita da grasse risate? Come che sia, tempo
tre giorni e non se ne fa più niente: per i funzionari ci sono gravi
irregolarità nelle firme, quindi il simbolo sulle schede non ci arriva proprio.
Invece che stracciarlo, Di Nunzio
conserva per bene il suo emblema e aspetta la nuova occasione propizia, le elezioni
amministrative del 2012: appena si aprono i termini per la presentazione delle
liste, lui e i suoi sodali si presentano in vari uffici elettorali e sfoderano
nuovamente il simbolo (uno solo stavolta, si tratta pur sempre di comuni
piccoli). Sulle firme, questa volta, nulla da dire, ma in commissione stavolta
guardano anche il contrassegno e decidono che è del tutto impresentabile,
perché viola il buon costume: un canone che nella legge elettorale manca del tutto,
ma applica direttamente l’articolo 21 della Costituzione, per cui sono vietate
tutte le manifestazioni del pensiero contrarie al buon costume.






