domenica 20 dicembre 2015

La Coalizione civica per Bologna, sotto al Nettuno

"L'anno che sta arrivando", per citare un illustre cittadino petroniano, si apriranno le urne anche sotto le due Torri. Bologna si prepara al voto, con Virginio Merola pronto a correre per un secondo mandato col sostegno del Pd. A sinistra, in compenso, da alcuni mesi si muove altro, in particolare la Coalizione civica per Bologna, nata essenzialmente sul web soprattutto grazie all'impegno di Mauro Zani, politico di lungo corso (Pci, segretario regionale Pds e Ds, deputato e parlamentare europeo) che mai ha aderito al Partito democratico: l'idea era di porre le condizioni per "una nuova 'stagione' per Bologna" e, fin da settembre, c'è chi ha iniziato a lavorare per questo risultato.
Con Zani c'erano l’avvocato Mario Bovina, Marina D’Altri del comitato Articolo 33 (per la scuola pubblica) e l'ex direttrice del carcere minorile del Pratello Paola Ziccone. Il progetto prevede una "chiamata alla partecipazione" per un impegno che non riguardi la sola città di Bologna, ma si estenda all'intero territorio metropolitano (con un'interazione permanente a livello territoriale, tendente all'omogeneità). Si pensa di "costruire insieme un’alternativa alla insicurezza, alla precarietà diffusa", basata sulla cooperazione, sulla sicurezza, sull'effettivo riconoscimento dei diritti sociali e individuali e che, lasciandosi alle spalle i grandi progetti, punti piuttosto sulla "manutenzione fisica e civile" che dia la massima attenzione ai bisogni e alle domande dei cittadini.
Per rappresentare graficamente il progetto, il gruppo si è dato un simbolo che nell'atto costitutivo della Coalizione civica è così descritto: "un cerchio la metà superiore di colore bianco con l’immagine della statua del Nettuno in blu e la metà inferiore di colore rosso con la scritta “Coalizione Civica per Bologna” in bianco e blu". Graficamente l'impostazione ricorda quella del contrassegno di Centro democratico (con il colore appena un po' diverso), anche se la font utilizzata ricorda piuttosto quella del Nuovo centrodestra; a caratterizzare l'emblema sono la scritta "per" in negativo su una forma rettangolare blu, dai bordi seghettati come quelli di un pezzo di nastro adesivo (quasi a dire che il "per" non è un elemento fondamentale dell'emblema, ma è stato messo volutamente... anche se potrebbe trattarsi solo di una trovata grafica) e, ovviamente, il disegno della parte superiore del cerchio.
Senza usare le torri (già viste, peraltro, in passato su più di un simbolo), il gruppo di Zani e Bovina ha scelto di inserire nel tondo uno scorcio particolare della cinquecentesca statua bronzea del dio Nettuno dello scultore Jean de Boulogne (noto come il Giambologna), posta al sommo della Fontana del Nettuno, nell'omonima piazza vicinissima a piazza Maggiore. Si tratta, in particolare, di un dettaglio della statua preso molto dal basso, in modo che la testa del dio risulti al centro tra il braccio teso e il tridente. 
Proprio la postura della statua, tuttavia, aveva destato qualche perplessità in rete già a settembre: "La mano indica la sinistra, il viso guarda a destra...", lamentava su Facebook tale Loris Marchesini, provocando subito le risposte sorridenti di alcuni membri della Coalizione, Marco Trotta ("Cuore e sguardo sono a sinistra, vista dalla sua prospettiva") e lo stesso Mauro Zani ("In ogni caso mica vogliamo voti solo a sinistra, li vogliamo anche dal Pd"). E mentre Marchesini disquisiva su cosa significasse essere di sinistra ("Non dipende da quante volte ripetiamo la parola, ma dai fatti, dalle realizzazioni concrete. Era più di sinistra Bertinotti oppure Prodi nel 1998? Prodi 10 volte!"), tale Ro Ba tagliava la testa al toro: "E' colpa del Gianbologna!" Magari si scopre che è proprio così...

venerdì 18 dicembre 2015

La "dimensione umana" di Progetto Bovolone

Bovolone è un paese di circa 16mila abitanti in provincia di Verona: l'anno prossimo si dovrà rinnovare l'amministrazione e sarà la prima volta in cui si voterà con il sistema majority, quello previsto per i comuni "superiori". Da quanto si legge sulle cronache locali, ai nastri di partenza c'è già pronta una lista, Progetto Bovolone. Si tratta, appunto, del primo concorrente noto della competizione elettorale, un concorrente costituito come associazione senza scopo di lucro nel 2014: a comporla, "persone che - si legge nel sito - hanno l’obiettivo di estendere a tutta la cittadinanza la passione per la politica, per Bovolone e il suo territorio". 
L'obiettivo "ambizioso" dell'associazione-lista è meglio descritto poche righe oltre, in una battuta: "rendere la vita politica e sociale del paese fruibile a tutti i cittadini di Bovolone e del suo territorio". A provarci è questo gruppo di persone, fatto anche di ex amministratori (compreso il coordinatore Augusto Favalli, già assessore), che negli ultimi mesi ha incontrato più volte gli imprenditori, i commercianti, i giovani e le altre associazioni per presentarsi e cercare di raccogliere le varie istanze dei singoli gruppi, definendo un possibile orizzonte per Bovolone cui puntare. Al di là dei tre capisaldi già indicati - sanità, lavoro, sicurezza - l'idea più consistente, più volte ripetuta dai responsabili di Progetto Bovolone è la "messa in rete" delle singole realtà associative, in modo che queste "si parlino", comunichino meglio e possano proporre progetti in sinergia tra loro.
Tutto questo dovrebbe essere comunicato, tra l'altro, con lo slogan "Insieme si può cambiare" e un simbolo che cerca di essere nazionale a modo suo. Nel tondo delimitato da un anello blu in simil3D (ma non si capisce quale sia l'interno e quale l'esterno) è schematizzata una famiglia di oggi: alle sagome di madre, figlio e padre è affidato il compito di riprodurre il tricolore, mentre a sinistra si vede chiaramente una persona con disabilità - forse uno dei nonni - accompagnata da un'altra sagoma (un parente? una badante?). Sono gli stessi appartenenti all'associazione-lista a voler sottolineare che quella raffigurazione mostra come la persona, in ogni sua condizione ed età, sia al centro dell'azione di Progetto Bovolone; di certo, si tratta di uno dei pochi casi in cui i grafici hanno scelto di rappresentare anche la disabilità in un contrassegno elettorale (fatta eccezione, ovviamente, per il Meda e poche altre formazioni); quali progetti saranno effettivamente legati a quel simbolo, è ancora presto per dirlo.

giovedì 17 dicembre 2015

Sulla Tua Parola: se i parrocchiani di Battipaglia scendono in campo

Alla fine di novembre, a Battipaglia, comune del salernitano, era uno degli argomenti più curiosi di quelli di matrice politica locale: l'irruzione piuttosto improvvisa sulla scena pre-elettorale di un'inedita "lista delle parrocchie". Il nome, più esattamente, è Sulla Tua Parola e la formazione si qualifica espressamente come "movimento cristiano". Per i media non ci sono dubbi: si tratterebbe di una discesa in campo delle "chiese" locali che sarebbero pronte a unire le loro forze per puntare, più che alla guida del comune, ad avere un ruolo nell'amministrazione e, in particolare, nella gestione del nuovo assessorato alle politiche sociali, portando "al comune la voce delle tante persone bisognose".
La lista non dovrebbe avere un proprio candidato sindaco (valutando l'appoggio a uno dei competitori negli ultimi giorni concessi per il deposito dei documenti), mentre i quotidiani (a partire dalla Città di Salerno) danno per certo che in lista ci saranno "24 fedeli provenienti da tutte le sette parrocchie battipagliesi". I parroci, in realtà, c'entrano ben poco: qualcuno non ne sapeva nulla o non è affatto d'accordo, altri si limitano ad aspettare una posizione comune dei sacerdoti. In effetti a loro non è stato chiesto alcun parere, come ammette Giuseppe Marciano, imprenditore di Battipaglia tra i promotori dell'iniziativa: "Noi - spiega - vogliamo ragionare col cuore e non con i valori tradizionali della politica, come i voti o il potere". 
Al momento più di un candidato sindaco sembra interessato al nuovo gruppo in formazione, il cui nome è una chiarissima - per chi la riconosce - citazione evangelica. Il riferimento, infatti, è a uno degli episodi di "pesca miracolosa", in particolare quello narrato da Luca (5, 1-11, per gli appassionati), con l'invito di Gesù a Simon Pietro a gettare le reti nel lago di Genesaret dopo il suo discorso e la risposta piuttosto nota dell'apostolo: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla, ma sulla tua parola getterò le reti". E, guarda caso, nel simbolo il protagonista è proprio un mare notturno, da pescatori, un po' increspato, sotto un cielo in cui la luna emette una luce profondamente irreale, volutamente di natura divina.
Non si tratta di pensieri e di parole qualsiasi, visto che di mezzo c'è la Parola, con la maiuscola (la stessa che pesa in ogni termine del nome scelto): "La Politica - si legge nel sito www.sullatuaparola.org - è fatta di tante parole: parole date, parole ascoltate, parole ignorate, ma se si crede nella Parola e si mette in pratica, allora si raccoglieranno i frutti". Scopo della lista, sempre stando al sito, è dare voce a "quei cittadini che dignitosamente vivono la propria esistenza nell'ombra e nella solitudine dei propri problemi, i quali si potrebbero risolvere, almeno in parte, con un po' di buon senso e di carità cristiana da parte delle istituzioni". Problemi che dovrebbero essere affrontati, secondo la lista, con "un progetto d'amore" da portare avanti con l'impegno in politica, anzi, da "politici di Cristo", votati a una sorta di martirio e alla sopportazione delle malelingue e delle profezie di Cassandra. 
Posto che da qui alle elezioni resta ancora un certo tempo, una domanda potrebbe sorgere: qualcuno potrebbe avere qualcosa da eccepire sul simbolo del gruppo, a proposito della norma che non consente l'impiego di "immagini e soggetti religiosi"? La risposta, probabilmente, è no. Il nome innanzitutto: nulla da dire né su "Sulla Tua Parola" (anche per l'uso assolutamente comune delle parole), né sul "movimento cristiano" (se era pienamente ammissibile la Democrazia cristiana, figuriamoci questo...), quindi su questo tutto bene. Quanto alla grafica, senza prendere nemmeno in considerazione la corona tricolore, sarebbe ben difficile che qualcuno identificasse con certezza il mare del logo con il lago di Genesaret, ricollegando a esso un significato religioso. E' vero che la legge vieta l'uso di "soggetti religiosi", una dizione che sembra piuttosto ampia e potrebbe comprendere sulla carta un'immagine che sia espressamente qualificata come "simbolo [...] di ispirazione cristiana", come si legge nel sito; è altrettanto vero, tuttavia, che in un passato recente il Viminale ha ammesso simboli come quello del Partito dei cattolici, che conteneva varie scene di chiaro e indubitabile soggetto religioso. Non si vede allora perché ci si dovrebbe mettere di traverso rispetto a un emblema - come quello immaginato per Sulla Tua Parola - che contiene una rappresentazione grafica che la maggior parte degli elettori non è in grado di percepire come soggetto religioso. Un motivo in più per finire sulla scheda, dunque; al fianco di chi, è presto per saperlo.

mercoledì 16 dicembre 2015

Il Partito della Ragione, di Renzi? No, di La Malfa (e Spadolini)

"C’è tanta gente che guarda al Pd: parlano del partito della nazione. Ma semplicemente perché c’è tra tanti cittadini un partito della ragione, perché ci vedono alternativi al nichilismo e al disfattismo". Ha detto anche questo Matteo Renzi nel suo discorso che ha chiuso l'ultima (per ora) edizione della Leopolda e più di un giornale ha utilizzato la frase come spunto per il titolo. L'impressione, in effetti (e salvo smentite), è che la dicitura "Partito della nazione" non piaccia granché a Renzi, forse anche perché almeno in parte ha giù subito una certa usura: l'espressione, infatti, è in uso almeno dal 2010, da quando l'Udc aveva pensato di voltare pagina e di costruire un soggetto politico nuovo, dichiaratamente moderato. Un partito, per intendersi, che non è mai nato, né nel 2011 né in seguito. 
Se però finora quell'etichetta non è stata molto fortunata, il discorso non sembra diverso per il "Partito della ragione", anche se forse occorre un po' di memoria in più. Correva l'anno 2004 e si preparavano le elezioni europee, in pieno governo Berlusconi; contro Forza Italia, Alleanza nazionale, Lega Nord e Udc che si presentavano per conto proprio, il centrosinistra tentava la carta comune di Uniti nell'Ulivo, tenendo sotto lo stesso simbolo molto prodiano Ds, Margherita, i socialisti dello Sdi e il Movimento dei repubblicani europei di Luciana Sbarbati. E gli altri repubblicani, quelli di Giorgio La Malfa e Francesco Nucara? Nel 2001 si erano schierati con Berlusconi e il centrodestra, ma visto che alle europee non c'erano coalizioni, fecero una lista autonoma e la condivisero con la formazione messa in campo da Vittorio Sgarbi, I Liberal.
I media, naturalmente, non avrebbero potuto trascurare "la strana coppia", nata peraltro grazie all'intervento dell'autoproclamato uomo-medicina della politica italiana, Francesco Cossiga (lo raccontò lo stesso La Malfa a Giancarlo Perna per Il Giornale) e non lo fecero: diedero immancabilmente più attenzione a Sgarbi e alle sue uscite, ma anche La Malfa jr riuscì a ritagliarsi alcuni spazi. E se per il critico d'arte c'era drammaticamente bisogno di "creare in Italia, in ragione della straordinaria concentrazione di beni storici, artistici e ambientali che ne costituisce la peculiarità, 'Il Partito della Bellezza'", per l'allora presidente dei repubblicani era tempo di riprendere un antico slogan di Giovanni Spadolini, che qualificava "il Pri come Partito della Ragione". Sgarbi e La Malfa scrissero un libro a testa (il primo Per un partito della bellezza, il secondo Per un partito della ragione) che circolò anche in versione double face, quasi a sottolineare che le anime dei ben culturali e del liberalismo erano le due facce della stessa formazione politica. 
Il contrassegno composito dei due gruppi non riportava riferimenti alle denominazioni coniate dai leader, ma nei comunicati si cercò di denominare la lista come "Partito della Bellezza e della Ragione", con ciascuno dei due fondatori che metteva per primo il termine cui teneva di più. Il risultato quasi inevitabile, per l'alto tasso di bomberismo (© Livio Ricciardelli) vulcanico di Sgarbi, fu che quasi sempre si parlò molto più del Partito della bellezza che di quello della ragione, anche se la lista era una sola; lo spazio dato dai media, tuttavia, non riuscì a portare oltre lo 0,72% "la strana coppia", che rimase a bocca asciutta per un soffio (alla Fiamma tricolore, per eleggere al Parlamento europeo Luca Romagnoli, basto lo 0,73%, con una differenza di meno di 4mila voti). Di Partito della bellezza non si parlò più, di Partito della ragione neppure. Ora la denominazione rispunta con Renzi: forse non ricorda il precedente poco felice di undici anni fa, o semplicemente non gli interessa. Di sicuro, non rischia di restare sotto l'1%

domenica 13 dicembre 2015

Quando Mastella voleva l'Udr a ogni costo

Simbolo provvisorio dell'Udr-Udeur
presentato il 20 marzo 1999
 
C'è una soglia minima perché possano aversi litigi e scissioni? Una consistenza al di sotto della quale un partito possa considerarsi immune da contenziosi di qualche tipo? L'esperienza ci suggerisce che la risposta è no: se in un partito grande è fisiologico attendersi posizioni diversificate (succedeva, per dire, tanto nella Dc quanto nel Pci) che possono trasformarsi in scontri per la titolarità della formazione, il tasso di litigiosità maggiore si ha per assurdo nelle formazioni più piccole, in cui il numero ridotto di iscritti non diminuisce il rischio di lotte fratricide interne: lo hanno mostrato bene, anzi benissimo in casa socialista (dalla metà degli anni '90 in poi), socialdemocratica e repubblicana, tutti casi in cui gli scontri su chi rappresentasse legalmente il partito si sono puntualmente tradotti anche in querelle sul nome e sul simbolo.
Non ha fatto eccezione l'Udr, nel senso dell'Unione democratica per la Repubblica, partito fondato e ispirato da Francesco Cossiga nel 1998 ma dalla vita breve e piuttosto tormentata, vista la difficile convivenza tra le sue anime interne. Fu a febbraio del 1999, nel bel mezzo di uno degli scontri più duri tra i fedelissimi di Cossiga (che intanto aveva lasciato il suo stesso partito, tornando al gruppo misto) e i parlamentari vicini a Clemente Mastella, in quel momento segretario dell'Udr (e, prima, leader dei Cristiani democratici per la Repubblica), che qualcuno evocò la possibilità che l'ennesima baruffa potesse finire in tribunale. Perché, tra un tentativo di riequilibrio degli organi interni e la richiesta di un congresso, nessuna delle due parti voleva mollare la titolarità di nome e simbolo. 
A marzo la rottura si era consumata definitivamente: tra il 14 e il 15 del mese erano uscite le prime indiscrezioni sulla nascita di una Unione dei democratici per l'Europa a guida mastelliana, mentre il 20 era stato presentato il nuovo emblema. E guai a dire che quella che più avanti si sarebbe chiamata Udeur era un nuovo partito: per il Clemente era piuttosto "l'abito di festa per le elezioni", specialmente le europee previste per giugno. Il simbolo, tra l'altro, era un vero capolavoro di equilibrio tra passato prossimo e futuro ancora da venire: il campanile e l'elemento tricolore curvo erano nuovi, ma la sigla UDR evidenziata in rosso all'interno del nome guardava decisamente all'indietro. Era un modo come un altro per dire che le mani dal simbolo l'uomo di Ceppaloni non le voleva togliere. 
Nemmeno le persone più vicine a Cossiga, in realtà, avevano intenzione di mollare il colpo. Per loro bisognava favorire un'aggregazione di centro, nell'orbita del Ppe, che includesse pure Rinnovamento italiano e il Ppi; per questa idea, però, ci voleva la titolarità del partito. Così, mentre i cossighiani di ferro progettavano di partecipare alle elezioni europee con Rinnovamento italiano (che per l'occasione portava anche i segni del Ppe e la dicitura Europa popolare), in tribunale lo scontro non si fermava. Capirci qualcosa, tra l'altro, era dannatamente difficile: Cossiga aveva già lasciato il gruppo Udr, ma all'indomani della presentazione del primo simbolo dell'Udeur aveva annunciato una conseguente riorganizzazione del partito, ovviamente sgradita ai mastelliani. In aprile, lo scontro giuridico divenne totale, tra richieste di convocazioni di organi non accolte e soddisfatte dai giudici, espulsioni decise e annullate, nuovi soci cooptati e cancellati per via giudiziaria, senza contare che nome e simbolo dell'Udr (segretario Mastella) non erano del partito, ma dell'associazione politica Udr (a maggioranza cossighiana). 
Alla fine nelle bacheche del Viminale erano arrivati tanto il simbolo dell'Udr, quanto quello dell'Udeur, leggermente modificato rispetto alla prima versione (si doveva pur dare visibilità alla nuova sigla, pur insistendo sul richiamo alla vecchia Udr). Anche il primo fregio, per quanto se ne sa, era stato depositato dai mastelliani, che ritenevano di essere ancora titolari del partito, ma intanto per sicurezza avevano scelto di puntare anche sul "marchio" nuovo. A maggio, in realtà, nome e simbolo dell'Unione democratica per la Repubblica sarebbero tornati nelle mani di Cossiga e dei suoi fedelissimi (con Mastella pronto a minacciare nuovi ricorsi); il partito, in compenso, non avrebbe quasi più lasciato traccia. A quel punto, meglio smettere di litigare...

venerdì 11 dicembre 2015

La sinistra polverizzata e il quiz dell'Espresso

Falce e martello sono spariti dal Parlamento italiano (dal 2008), non certo dalla scena politica, anche se le dimensioni che le varie formazioni che se ne fregiano hanno raggiunto farebbero dire che di quegli "arnesi" sono rimasti giusto dei brandelli, peraltro molto piccoli. Ne sono di certo consapevoli anche Marco Doria, Giuliano Pisapia e Massimo Zedda, i sindaci - tutti militanti, almeno per un po', in partiti che hanno avuto i due segni del socialismo e del comunismo nei loro emblemi - che hanno inviato alla Repubblica una lettera per invitare all'unità il centrosinistra, a partire dal Pd e da Sel, fino ad arrivare a tutte le "forze di sinistra interne ed esterne al Pd".
"L'obiettivo comune alle forze del centrosinistra - hanno scritto i tre politici - non può che avere la prospettiva del superamento delle attuali divisioni e [...] il rafforzamento delle componenti della sinistra, sapendo e riuscendo a conquistare nuovi consensi". Solo questa soluzione - loro lo hanno messo in chiaro - permetterebbe al centrosinistra di non imbarcare in maggioranza forze che si collocano da tutt'altra parte e, in prospettiva immediata, di vincere le elezioni amministrative sempre più vicine; in caso contrario, per non farsi relegare al "più facile ruolo dell'eterna opposizione", l'unica speranza di un centrosinistra diviso sarebbe "la divisione degli avversari".
Per alcuni, peraltro, i margini di un percorso unitario sono pochissimi perché "la tendenza alla scissione dei movimenti di area ha infatti origini storiche ed è quasi impossibile elencare tutti gli episodi trascorsi". Ne è convinta la redazione online dell'Espresso, che proprio oggi ha proposto - a firma di Mauro Munafò - un quiz originale: Quanto conosci davvero la sinistra (e le sue mille divisioni). Al lettore, occasionale o seriale, drogato di politica o solo incuriosito, veniva chiesto un compitino di abbinamento grafico: occorreva identificare correttamente ciascuno dei 18 simboli di altrettanti partiti qualificati come "di sinistra e centro sinistra, di oggi e di ieri", dai quali era stato opportunamente tolto il nome; il punteggio finale dipendeva dal numero di coppie azzeccate.
Non è dato sapere in quanti abbiano partecipato al giochino, che in ogni caso si è diffuso viralmente tra gli appassionati di politica, non necessariamente legati alla sinistra radicale. Naturalmente ognuno di loro si è prestato e i veri politics addicted, forti delle loro conoscenze, hanno accolto con un minimo di soddisfazione la sentenza definitiva - "Sei il solito comunista" - con cui veniva sanzionato l'en plein per chi indovinava tutti e 18 i partiti. Fatto tutto il quiz, c'è chi si è prodigato a trovare dei difetti al passatempo: fin troppo facile, per più di qualcuno, lagnarsi dell'inserimento nella magica diciottina del gabbiano iride dell'Italia dei valori, in effetti difficilmente qualificabile come partito di sinistra o centrosinistra (men che meno legato alle scissioni di quell'area politica), anche se alle compagini elettorali o governative di quella parte di solito ha partecipato. 
C'è chi non ha visto di buon occhio nemmeno il ripescaggio del garofano del Psi craxiano, ritenendo forse che con quell'area c'entrasse poco. Decisamente per palati fini, invece, l'osservazione relativa all'emblema che accosta a falce e martello il ritratto di Mao: non è, come è scritto, il Partito comunista leninista italiano, bensì il Partito marxista-leninista italiano, "da non confondere - sottolinea ad esempio Calogero Laneri - con il Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista (PCI-ML)". Si tratta, in fondo, di peccati veniali: primo, perché ci hanno permesso di divertirci per qualche minuto; secondo perché, se ci fossero stati anche i loghi del Pci-Ml (e magari anche gli altri del nostro filone "In fondo a sinistra"), il quiz sarebbe diventato davvero proibitivo e il tasso di questionari interamente corretti sarebbe precipitato a percentuali bassissime. Così, invece, si è garantita una quota maggiore di "soliti comunisti", tra i quali naturalmente figura anche il sottoscritto, che ha ricevuto la segnalazione del gioco da ben tre persone nel giro di pochi minuti: sottrarsi era impossibile, anzi, quasi immorale, così anch'io mi sono prestato. Il risultato per molti era scontato ma l'ho accolto con sollievo: un solo errorino e l'espulsione dal club dei drogati di politica sarebbe stata immediata...

giovedì 10 dicembre 2015

Il Chiamparino tarocco che (in Piemonte) ti devi aspettare: parte seconda


Lo si diceva prima: i tentativi di emulare il cognome di Sergio Chiamparino con grafiche elettorali, per tentare di raccattare qualche voto tra i piemontesi, dovevano ricordare qualcosa ai più attenti, specialmente agli osservatori della politica a Torino. E in effetti era proprio così, anche se il tutto è durato lo spazio di una manciata di giorni, forse di varie ore: ore in cui il sito www.sergiochiamparino.it, a metà di novembre del 2005, rimandava a una pagina web legata alla candidatura di un fantomatico Rino Ciampa, per i fanatici del cognome preposto Ciampa Rino. 
A quanto pare del curioso sgambetto telematico, nella forma di una "lista civica (e fantasma) on line", si erano resi conto alcuni membri dello staff del sindaco uscente, alla ricerca nei mesi successivi di una riconferma. E le pagine incriminate, così come erano apparse, sono poi sparite in seguito (non senza cambiare prima indirizzo). Cosa era successo e chi era stato autore di quella trovata tra il geniale e il grottesco? A indagare a dovere fu La Stampa di Torino: la vicenda, dunque, è bene farsela raccontare dalla collega Emanuela Minucci, con le parole del suo articolo del 22 novembre 2005 (anche se, nel frattempo, le qualifiche di certe persone sono cambiate...).

E se non si trattasse soltanto di una trovata commerciale? Il bello è che sotto quel sito fantasma si nasconde ben altro. Se non un giallo politico, almeno una goliardata politica orchestrata da qualcuno non nuovo alle trovate mediatiche che alle prossime elezioni difficilmente riconfermerà con il suo voto l’attuale sindaco.
Ma partiamo dalla finestra incriminata,che è durata sul web lo spazio di un pomeriggio, da quando i tecnici scomodati dalla Stampa non hanno scoperto il vero "mandante" del sito. Alle 15 la videata in gialloblù (i colori del Comune di Torino, fra l’altro, mica due colori a caso), che incastona nel cerchietto elettorale lo slogan "lista civica di ciampa rino sindaco" affiancato dal toro rampante, è ancora lì, a portata di mouse. Nel giro di un’ora la scoperta che fa sobbalzare sulla sedia chiunque, negli ultimi anni, abbia masticato un po’ di politica cittadina: il sito www.sergiochiamparino.it risulta parte del sito ufficiale del signor Denis Martucci. Ma c’è di più: mentre il sito www.martucci.it è registrato a nome di papà Martucci, il sito dedicato al sindaco è registrato a nome della mamma di Denis, Silvia Rovera, nonché moglie dello stimato notaio Pierangelo Martucci, con studio in corso Vittorio Emanuele II 105. Ma c’è ancora di più: Sul sito www.sergiochiamparino.it si fa riferimento anche ad altri siti: www.listachiamparino.it, www.cambiatorino.it, www.chiamparinosindaco.it.
Ma chi è Denis Martucci? Un ventisettenne laureando in diritto privato che fin dall’adolescenza si diletta con la politica. E’ entrato nella Dc nel ‘93 sino al suo scioglimento, ha fatto il presidente di circoscrizione. Trombato da Forza Italia nel 2001 (per l’azzardo di manifesti elettorali con foto, vietate dal Berlusca) nel 2005 è diventato responsabile dei giovani Dc, guarda caso guadagnandosi l’attenzione pubblica con un sito intitolato al «Comitato Andreotti Presidente». Interpellati sul sito chiamparinesco, Martucci padre cade dalle nuvole, il figlio, invece, si giustifica dicendo che "è stato aperto dalla stessa ditta, la Certicasa. com curatrice del suo sito www.martucci.it". Poi dice che è in riunione, promette una telefonata dei responsabili, quindi cade la linea del cellulare.
Risultato? Di lì a 10 minuti il portale-bufala viene per magia oscurato. E l’ufficio tecnico di Certicasa manda la seguente nota: "I siti www.sergiochiamparino.it e www.listachiamparino.it sono stati registrati per un nostro cliente e per errore allocate sul sito di un altro cliente. E comunque il “Nic” non si è opposto alla registrazione". Peccato che il sito verso sera riappaia sotto le telematiche e mentite spoglie: http://www.martucci.it/ciampa/index3.htm. Rino per gli amici.