giovedì 8 settembre 2016

Di Francesco: "La mia rivolta di Spartaco con i simboli"

Il simbolo di Lega Centro ricusato
La macchina elettorale a Roma si è fermata alcuni mesi fa, ma il ricordo di quell'esperienza è tutt'altro che archiviato e alcune pagine meritano di essere sviscerate con più attenzione. Al di là delle vicende che hanno riguardato Raggi, Giachetti, Meloni, Marchini e le loro compagini, la storia più curiosa riguardava Dario Di Francesco, da quasi vent'anni attivo nella politica romana e tra i più esperti conoscitori "pratici" del procedimento elettorale. 
Lui si era candidato a sindaco sostenuto da cinque liste, alcune delle quali (considerate potenzialmente ingannevoli) non avevano mancato di suscitare curiosità o vere e proprie accuse. La storia della sua campagna elettorale e di quelle liste - di cui per la prima volta si possono vedere i simboli originali, non accettati dalla commissione elettorale - la racconta direttamente lui. 

Dario, a distanza di qualche mese dal voto, sei soddisfatto di come sono andate le elezioni? Sospetto di no... 
No, in effetti non sono molto soddisfatto, soprattutto per come sono andate le cose sul comune. Nei municipi i voti comunque li abbiamo presi, a livello comunale ci aspettavamo senz'altro qualcosa di più. 
Secondo te che cos'è successo? 
Guarda, secondo me i romani hanno semplicemente voluto premiare soprattutto una forza politica, il Movimento 5 Stelle, nel tentativo di cambiare modo vigoroso le cose, per cercare di dare una scossa alla città. Invece che rivolgersi alle liste civiche, hanno preferito dare fiducia a chi non aveva mai governato Roma: con il senno di poi, si può dire che non ancora incominciato a governare.
Eppure tu conosci da molto tempo la politica romana e i romani ti conoscono da tempo...
In effetti è così. La mia prima candidatura è arrivata a 37 anni, nel 1997: mi presentai come aspirante presidente della XVIII circoscrizione di Roma, per la mia lista Lavoratori autonomi. Tre anni dopo, quando la mia Roma andava forte e mesi dopo avrebbe vinto lo scudetto, concepii l'idea di Forza Roma e creai anche Avanzi Lazio: li depositai entrambi al Viminale per le elezioni politiche del 2001 e presentai pure le liste per le elezioni comunali, quelle poi vinte da Veltroni. In quell'occasione, in realtà, corsi solo con Avanti Lazio, mentre Forza Roma venne ricusata per alcuni errori formali. In seguito non ne ho più fatti, non mi sono fatto escludere altre liste, anzi: l'esperienza accumulata ha fatto sì che qualcuno tuttora accrediti il nostro gruppo come uno dei più attenti alla normativa elettorale, per cui spesso veniamo consultati anche dagli avversari.
A proposito di Forza Roma, quel marchio elettorale ha sempre ottenuto un certo successo nella Capitale e anche al di fuori. Anche per questo, stupisce che sulle schede non sia arrivato proprio quest'anno, quando al Campidoglio eri candidato tu. Come mai? Avete scelto di lasciarlo riposare un turno?
Guarda, ti dirò, alcune persone del nostro gruppo avevano suggerito di non utilizzarlo stavolta: questioni di opportunità, secondo loro saremmo stati troppo riconoscibili. Ripensandoci ora, credo che sia stato uno sbaglio, avrebbe potuto ottenere sicuramente un buon numero di voti come in passato.
In realtà pensavo che non voleste rischiare, poiché il Viminale, dopo il caso delicato di Forza Juve - Bunga Bunga del 2014, aveva ritenuto inammissibili contrassegni contenenti "denominazioni e/o simboli o marchi di società (anche calcistiche)" senza autorizzazione della società. Chissà come sarebbe finita questa volta...
Questo non lo avevamo pensato, ma credo che escluderci per questo sarebbe stato un grosso errore. Abbiamo partecipato a tanti appuntamenti elettorali, abbiamo una storia, tanta gente ci ha votati, non vedo perché escluderci. Roma poi, prima che la squadra di calcio, è la capitale d'Italia e i suoi colori sono proprio il giallo e il rosso: se io mi metto a stampare magliette con la scritta Roma e con quei colori, la società calcistica non può certo opporsi. Comunque, come dici tu, sarebbe stato interessante vedere come sarebbe andata a finire, ma resto dell'idea che il simbolo lo avrebbero salvato.
Parliamo invece dei simboli che effettivamente avevi a tuo sostegno stavolta. Colpiva che fossero tanti, ma anche, per esempio, che ce ne fossero alcuni tradizionalmente legati al piemontese Renzo Rabellino: per questo c'è chi ha immaginato una saldatura tra il tuo gruppo e il suo, due "fabbriche di liste". Come sono andate davvero le cose?
Guarda, ti dirò: io Renzo lo conosco da tanti anni, conosco le sue iniziative elettorali. Alcune cose devo dire che le fa bene, altre le condivido meno, per esempio il suo modo di raccogliere le firme per le liste. Noi siamo stati sempre molto precisi e rispettosi delle leggi, facciamo tutto in regola, spesso vado al Ministero dell'interno per chiedere pareri e consigli. In ogni caso, già nel 2008 all'interno del contrassegno della Lista del Grillo parlante, anzi, quella volta dei Grilli parlanti (alla sua prima uscita, ndb) c'era anche la "pulce" di Forza Roma; nel 2013, poi, la stessa lista era presente alle comunali di Roma nella coalizione che sosteneva Alfonso Luigi Marra. In quell'occasione, in realtà, Rabellino cercò di bloccare la mia iniziativa, presentando un esposto: in effetti quella volta avevo fatto tutto in autonomia, non su sua delega. La commissione elettorale, però, gli dette torto: visto che il simbolo non era presente in Parlamento, la tutela non era così forte e avrebbe potuto presentarlo chiunque lo avesse dichiarato come proprio. 

mercoledì 7 settembre 2016

Terme Vigliatore, se le tre scimmiette sono un messaggio buono

E pensare che, in origine, pensare alle "tre scimmiette" era qualcosa di cui andare fieri... nella cultura giapponese, che ha dato loro forma, erano un elogio del buon pensiero, volendo rappresentare l'invito a non guardare e non sentire il male, oltre che a non parlarne. Troppo spesso, però, quella raffigurazione è diventata segno di indifferenza, di omertà di fronte a qualcosa di negativo, a partire dal crimine (specie se organizzato): quelle dita sugli occhi, sulle orecchie e sulle labbra sono diventate allora motivo di sdegno. Non deve stupire più di tanto, allora, se a Terme Vigliatore, paesino in provincia di Messina, nel 2013 sulla scheda era finita una versione molto riveduta e corretta delle tre bestiole, spostando quelle dita per veicolare tutt'altro messaggio. 
A fare l'originale scelta grafica era stato il movimento politico L'Alternativa C’è!, che aveva presentato una lista candidando a sindaco Santi La Maestra. Il gruppo diramò addirittura una nota apposita per spiegare nel dettaglio che l'emblema intendeva esprimere il progetto "di innovazione e cambiamento di un sistema che si ripete da oltre 20 anni nella città termale", volendo "uscire dagli schemi dei soliti “loghi e luoghi” comuni per arrivare direttamente ai cittadini con un messaggio chiaro e preciso". Le scimmiette sono rimaste tre, ma quella che si copriva gli occhi usava le mani per guardare lontano, quella che si turava le orecchie le tendeva con le mani per sentire meglio e quella che si tappava la bocca ora le mani faceva da megafono ai propri urli. 
"A Terme Vigliatore - si leggeva nel comunicato - si è deciso di guardare, ascoltare e, soprattutto, parlare! Le tre figure rappresentano i cittadini che sono stanchi di subire passivamente le scelte 'di pochi' eletti che nel palazzo comunale decidono le loro sorti senza far fronte, di fatto, alle vere esigenze di coloro che hanno riposto in questi soggetti la loro fiducia e le loro aspettative. Il 'vedo' della prima scimmietta, con la posizione delle zampe tendenti all’infinito, sta a significare una voglia di lungimiranza e di chiarezza che il cittadino non solo pretende, ma ha deciso di attuare a sua volta. Il 'sento' rappresenta la presa di coscienza, la decisione di voler conoscere ciò che succede nella propria comunità. Infine, il 'parlo' rappresenta il 'basta' all'indifferenza: il cittadino ha deciso di partecipare alla vita politica e sociale del paese, ha deciso di rompere il silenzio e vuole prospettare, proporre e costruire una Terme Vigliatore in cui possa esistere un futuro!"
Nemmeno i colori scelti per il contrassegno erano casuali: "il bordo azzurro - continuava la nota - indica la trasparenza dell’acqua e del mare, una delle risorse principali di Terme Vigliatore. Lo sfondo bianco tende a rappresentare il candore e la rettitudine dei propri candidati, liberi da carichi pendenti, estranei da rinvii a giudizio e scevri da qualsivoglia dubbio sulla propria integrità morale". 
A dispetto dell'emblema ben spiegato, L'Alternativa C'è! arrivò solo terza su quattro liste, pur riuscendo a raccogliere il 16,6% dei consensi. La vittoria andò a Bartolo Cipriano, sindaco uscente (cioè, probabilmente, proprio alla persona contro cui la lista delle tre scimmiette si era schierata), che ottenne il 49,6% dei voti per la sua lista Verso il futuro. Il simbolo - una vela molto schematica in navigazione sul mare un po' mosso - era diverso da quello di cinque anni prima: allora la lista si chiamava Insieme per un grande impegno e conteneva al suo interno un sole stilizzato. Unica traccia poteva essere la figura del sole schizzato attorno a una "pulce" ospitata nel contrassegno, Presente e futuro, con tanto di sagome umane che si tengono per mano: la miniatura richiama un movimento politico giovanile che aveva deciso di sostenere Cipriano nella nuova corsa verso il municipio.
L'Alternativa C'è! era stata superata, peraltro, anche da un secondo gruppo, Insieme si può, che candidava a sindaco Giovanni Torre ed era riuscito a conquistare il 32,6% dei voti. Il simbolo, obiettivamente, era di tutti e quattro il meno curato graficamente, aveva anzi qualche tratto che appariva decisamente naïf. Vale per la font utilizzata per le parti testuali (e per l'accento reso con l'apostrofo), per le quattro stelle gialle fin troppo semplici piazzate senza troppa grazia - ma, se non altro, in posa simmetrica - sullo sfondo tricolore sfumato. Unica parte realizzata o scelta con più attenzione, le sagome di persone disposte "a girotondo", al centro dell'emblema.
Ironia della sorte, un contrassegno certamente più ragionato e curato era riuscito a raccogliere solo poche decine di voti (52 su 4733 totali), classificandosi pesantemente ultimo. Sto parlando della lista Un'altra storia, legata al candidato sindaco Filippo Giunta. Certamente l'idea del sole nascente dal mare non era esattamente nuova (chiedere soprattutto in casa socialdemocratica), ma l'uso dei colori, dei riflessi, delle ombre e delle sfumature - per graduare la profondità dell'acqua o il calore emanato dal sole - nonché il modo di riempire gli spazi denotavano un'attenzione notevole al risultato grafico finale. Ma gli elettori, compresi quelli di Terme Vigliatore, non votano facendosi guidare dal senso estetico...

martedì 6 settembre 2016

Monumenti, natura e soluzioni grafiche a Genzano

Al di là del ritorno del Pci, la scheda elettorale di Genzano di Roma ha riservato varie altre sorprese. E non si parla, ovviamente, del candidato sindaco poi risultato vincente, Daniele Lorenzon, sostenuto unicamente dal MoVimento 5 Stelle e impostosi al ballottaggio. Nella coalizione dello sconfitto al secondo turno, Flavio Gabbarini, oltre al Pci e al Pd - la lista decisamente più votata e l'unica che abbia ottenuto seggi - c'era per esempio il Movimento civico Città Futura, fondato alla fine del 2010 proprio da Gabbarini (sindaco uscente, in quel caso senza il Pd, ma aveva già ricoperto il ruolo di vice primo cittadino in passato): come emblema grafico, un nastro verde a due gobbe (quasi a voler richiamare i Colli Albani) che finiva con una puntina di rosso per richiamare il tricolore e nel primo tratto richiamava piuttosto una foglia. La formazione ha ottenuto il 7,33%, non poco ma quota insufficiente per ottenere seggi.
Decisamente molto renziano nello stile era invece il contrassegno adottato dalla lista Genzano Adesso!, che nel nome e nei colori riprendeva nettamente gli slogan di una delle campagne condotte dall'attuale segretario Pd e presidente del Consiglio. Le somiglianze, ovviamente, non si limitavano al solo aspetto visivo e comunicativo: il progetto politico alla base della formazione elettorale prevedeva il perseguimento di un "cambiamento radicale e profondo" per Genzano, che potesse seguire a un "risveglio civico e morale" alla base di una nuova stagione politica per la città (risultato da ottenere anche attraverso una nuova classe dirigente locale).
Ultimo simbolo della coalizione a sostegno di Gabbarini era quello del cartello Uniti per Gabbarini - Sinistra per Genzano, che manteneva uniti gli emblemi di Rifondazione comunista, dei Verdi e di Sel, disposti a piramide al fianco della parte superiore della colonna centrale della fontana di San Sebastiano, disegnata e campita a toni di rosso, e sopra a un piccolo arcobaleno tricolore. Si trattava dunque di una seconda lista di sinistra, distinta rispetto a quella del Pci pur contenendo una parte significativa di quell'area politica: ci fosse stata una convergenza tra i due gruppi, probabilmente la sinistra avrebbe sfiorato il 9%, con la possibilità di trovare rappresentanza all'interno del consiglio comunale.
Al terzo posto, con il 13,11% dei voti, si è classificato il candidato Rocco Fabio Papalia. Lo schieramento a suo sostegno è stato meno folto rispetto a quello visto con Gabbarini: le liste, in effetti, erano tre. La prima, che si basava sull'immagine classica di palazzo Sforza-Cesarini, antica residenza estiva dei signori di Genzano, era la Lista civica Barbaliscia: il nome può far sorridere, ma Barbaliscia era il cognome della capolista, all'anagrafe Maria Grazia, figlia di Vittorio già candidato sindaco per il Pdl nel 2011 (proprio con lo stesso emblema, nome del candidato a parte) e morto l'anno dopo. Il segno distintivo, dunque, si è conservato a dispetto del tempo e degli avvicendamenti.
La già citata fontana di San Sebastiano, stavolta raffigurata tutta intera, come sagoma blu scura (con anche i "panettoni" e le catene che la proteggono), era l'elemento grafico centrale della lista civica Genzano risorge, sempre legata a Papalia (che qui, a dispetto dell'evidente collocazione di centrodestra, vedeva il suo nome bianco spiccare su una parte di fondo rossa, delimitata da un nastro tricolore, non rettilineo come per l'altra civica, ma a curve). La lista è arrivata seconda all'interno della coalizione per soli 19 voti, ma avere superato di poco il 5% non è comunque stato sufficiente per ottenere un consigliere comunale (soltanto Papalia è stato eletto, come candidato sindaco).
Chiudeva il trittico di formazioni a sostegno di Rocco Fabio Papalia la lista civica Genzano libera. Gli ultimi due nomi, come si vede, intendevano rivendicare il bisogno di una soluzione di continuità nell'amministrazione (ecco spiegato il "libera" di quest'ultimo simbolo) per far rinascere la città (come auspicava l'emblema precedente). Nessun segno di riconoscimento o appartenenza territoriale qui: soltanto un'ambientazione tipicamente di centrodestra, con un tricolore leggermente mosso dal vento e ritagliato a cuore su fondo azzurro, colori tradizionali e normalmente rassicuranti per quell'elettorato (di fatto, però, delle tre liste per Papalia questa è stata la meno votata).
Erano tre anche i contrassegni - mai visti in precedenza - presentati a sostegno del candidato sindaco Michele Savini. Uno di questi era chiaramente e direttamente legato alla figura dell'aspirante primo cittadino: la sua "lista personale" non ha fatto riferimento ad altro che al suo nome, scritto in bianco - a differenza degli altri elementi testuali, proposti in nero - per risaltare sul fondo verde leggermente sfumato. Nessun segno grafico territoriale, men che meno politico (Savini, del resto, aveva abbandonato il movimento Città futura prima delle elezioni del 2011, non condividendone lo spirito a suo dire poco civico e troppo legato a certi partiti esistenti).
Faceva invece direttamente riferimento all'impegno più recente di Savini la lista AttivaMente, che nel 2014 era nata essenzialmente come associazione e solo dopo si era strutturata come "movimento cittadino", come recitava la dicitura presente sul contrassegno. Coraggiosa, in qualche modo, la scelta di non inserire il nome del comune nella denominazione sul simbolo (anche se sulla pagina Facebook il nome risulta essere "AttivaMente Genzano"), riportando solo il logo dell'associazione, con le due frecce (rese senza punta, ma con il corpo a uncino) rosse e verdi a dare il senso del movimento e dell'attività e il punto esclamativo giallo per segnalare la decisione e la volontà di prendere posizione.
Il quadro delle liste a sostegno di Michele Savini si completava con la formazione Esperienza Genzanese, sempre parte della "vera esperienza civica genzanese" rivendicata da questo gruppo politico. Il nome della formazione probabilmente si spiega così, con il desiderio di puntare sul fattore locale e sul bagaglio personale di cui ogni cittadino può disporre. Il fondo rosso sfumato ricorda quello della lista personale di Savini: non era improbabile che le tre liste volessero comporre una sorta di tricolore, visti gli sfondi, ma il sorteggio degli emblemi ha di fatto rovinato tutto (prima il rosso, poi il verde, poi il bianco). Meno semplice da intuire, sinceramente, il motivo del cappello come elemento grafico: meglio non avventurarsi in improbabili supposizioni senza chiavi di lettura (e non è un caso, forse, che questa sia stata l'unica lista con risultati inferiori all'1%).
Alle elezioni ha partecipato anche come candidata sindaca Patrizia Mancini, già assessora dimissionaria dell'amministrazione Gabbarini e sostenuta essenzialmente dal gruppo genzanese di Possibile. Il sostegno del partito di Pippo Civati è particolarmente visibile per la presentazione di un contrassegno la cui struttura richiama quella del simbolo nazionale, con il segno di "uguale"; il fondo, tuttavia, non è del noto colore rosa antico, sostituito dalla bandiera arcobaleno (probabilmente si vuole richiamare il vessillo della pace, ma la disposizione dei colori è quella usata dai movimenti di liberazione omosessuale). Un po' sacrificate le parti testuali del simbolo, a partire dal nome/motto della lista, "Un'altra città!".
Mancini, peraltro, poteva contare anche su una seconda formazione, denominata Ambiente Bene Comune. Genzano, in questo caso, finiva sullo sfondo, come se fosse vista dall'alto, incastonata in un paesaggio poco contaminato (due alberto, uno specchio d'acqua, il prato verde tranquillo), Lo scopo era andare a colpire la sensibilità ambientalista degli elettori, che magari non si riconoscevano direttamente nella Federazione dei Verdi. Pur ammantato di un'aura un po' naïve, il simbolo risultava gradevole all'occhio e dimostrava una certa cura nella realizzazione; rispetto a quello di Possibile, tuttavia, ha avuto meno successo, superando di poco il 2% (a fronte del 5,23% dell'altra lista).
Resta da dire solamente del simbolo di Forza Italia, presentato a sostegno della candidatura di Antonio Rosati. Unico aspirante sindaco, oltre a quello del MoVimento 5 Stelle, a essere appoggiato da una sola lista, Rosati ha raccolto meno di tutti gli altri, fermandosi poco sotto il 3%, tanto come consenso personale, quando per la sua lista. L'immagine utilizzata era quella degli ultimi tempi, cioè la variazione del simbolo del 2014, con "Berlusconi" in basso; in alto è stato ricavato lo spazio per inserire, in grande, il nome del candidato sindaco, riducendo le dimensioni della bandierina. Il risultato è stato quello che è stato, ma rientra nel calo generale di voti che ha interessato il partito a livello nazionale.

lunedì 5 settembre 2016

Radicali, organi sospesi, ma il partito sopravvive (se trova i soldi)

E' durato tre giorni e non è certo stato una passeggiata il 40° congresso (straordinario, perché convocato da oltre un terzo degli iscritti al di là della cadenza biennale) del Partito radicale nonviolento, transnazionale e transpartito: il primo senza Marco Pannella, il primo tenuto in un carcere. Delle polemiche e della tensione che l'hanno preceduto si è già scritto qui; la stessa tensione, assolutamente palpabile, è emersa di continuo nella tre-giorni (1-3 settembre) svoltasi nel penitenziario romano di Rebibbia, nonché nei commenti susseguitisi sui social network per tutta la sua durata. 
Dall'assise esce un partito che continua sì a esistere, ma di fatto appare "congelato" nei suoi organi interni, sospesi e in parte sostituiti fino al 2018 da un organo collegiale atipico, la presidenza del congresso appena svolto (coordinata da Maurizio Turco, Rita Bernardini, Antonella Casu e Sergio D’Elia), mentre lo stesso Turco acquisisce la rappresentanza legale del partito, di norma spettante al segretario. E' questo l'effetto dell'approvazione a larga maggioranza della mozione generale a prima firma Turco, che fissa come obiettivo necessario il rientro dal debito accumulato negli anni, da ottenere arrivando a 3mila iscritti nel 2017 e nel 2018.

Regole interne, simboli "imboscata" e debiti pesanti

Le polemiche di cui si diceva prima sono chiaramente emerse dalla marea di interventi che si sono susseguiti dalla tribuna della sala di Rebibbia. A partire, ovviamente, dalla lunga e articolata relazione svolta da Maurizio Turco in qualità di tesoriere uscente, per dare conto di quanto è accaduto dopo il 39° congresso di Roma del 2011. Congresso che, come è noto, elesse segretario il maliano Demba Traoré, che però "di fatto, e quindi anche di diritto, non ha mai preso funzione": per questo le varie competenze del segretario (convocare l'assemblea dei legislatori, il consiglio generale, il congresso del partito e i congressi d’area) sono rimaste non esercitate. In compenso, non si è mai regolarmente costituito nemmeno il consiglio generale (eletto solo per metà dal congresso), organo che avrebbe dovuto tra l'altro approvare i bilanci - che dunque Turco non ha mai presentato, come da lui stesso dichiarato - nonché l'ordine del giorno e il regolamento congressuale. 
A entrambi gli organi, limitatamente agli atti necessari a ripristinare la legalità statutaria, doveva subentrare il Senato - composto dalle due massime cariche di ciascun soggetto costituente del Prntt; segretario e tesoriere del partito non fanno parte del Senato ma sono invitati, senza diritto di voto - presieduto da Pannella, ma ciò non è accaduto (e, per Turco, che del non rispetto dello statuto si lamentino alcuni membri del Senato è cosa da "trecartari"). Secondo Turco sarebbe banale di parlare di "illegalità" in seno al partito, ma - posto che lo statuto è lo stesso del 1993 - fu Sergio Stanzani nel 2002 a dire che "in realtà lo Statuto del 1993 non è mai stato possibile attuarlo integralmente", dal 1995 al 2002 si è avuto un periodo di "sospensione statutaria" del Partito radicale e lo stesso Stanzani, in vista del congresso 2002 di Ginevra, suggerì una soluzione "capace di assicurare [...] l’indispensabile unità di governo e di immagine", con l'elezione di un presidente coordinatore del partito (con poteri di segretario e tesoriere) e l'istituzione un comitato dei Presidenti (quattro persone elette al congresso). Al congresso le cose andarono diversamente, ma la soluzione Stanzani sembra tornare nella mozione a prima firma Turco. 
Gli eventi successivi hanno sempre visto un'attuazione dello statuto parziale, tardiva e difficoltosa; il Senato dal 2005 ha cercato di intervenire per ripristinare la legalità statutaria, fino alla convocazione del congresso del 2011 (con quali effetti lo si è già detto). Dopo quell'assise, peraltro, invece che almeno ogni due mesi, il Senato dovette aspettare due anni per essere convocato (su richiesta di Turco), alla fine del 2013, mentre la situazione economico-finanziaria si faceva sempre più grave. Tale è rimasta: lo stesso Maurizio Turco ha parlato di un debito del Prntt consolidato al 31 agosto di poco meno di 689mila euro, ridotto rispetto a quello ben più pesante di fine 2015 (1.270.000 euro), ma solo perché nove mesi fa è stato licenziato tutto il personale ed è stato disdetto il contratto d'affitto per la sede di Via di Torre Argentina: vantano crediti vari fornitori, gli ex lavoratori (131mila euro di Tfr), la Lista Pannella, la società Torre Argentina Servizi (proprietaria della sede), il centro di produzione e la consulente del lavoro del partito. Tutto ciò a fronte di 1080 iscritti del 2015 e di 983 nell'anno in corso (con le iscrizioni a pacchetto, cioè cumulativamente a tutti i soggetti della galassia radicale, pari a 231, in calo rispetto al passato: l'intero valore delle tessere a pacchetto è incassato dal Partito radicale, per far fronte alle spese comuni di tutta la galassia, comunque ben maggiori rispetto alle entrate). 
L'immagine del Partito radicale emersa dalla relazione - accorata e a tratti molto aspra - di Maurizio Turco è quella di un soggetto politico che per anni si è retto (ed è rimasto in piedi) sulla base di un rapporto fiduciario innanzitutto verso Marco Pannella, nonché tra i vari "compagni di avventura". La fiducia, però, dal 2014 sarebbe scemata, sempre secondo Turco: lo mostrerebbero le moltissime assenze di "alcuni dirigenti radicali" alle riunioni quotidiane delle 12 a Torre Argentina, episodi di un dialogo duraturo dal quale è scaturita la convocazione del congresso straordinario. Da due anni, invece, altri avrebbero scelto "un altro percorso", la cui forma compiuta si sarebbe manifestata con la presentazione - il 1° aprile scorso - delle liste “radicali” alle elezioni di Roma e Milano, da parte di segretario, presidente e tesoriere di Radicali italiani. Quel passaggio rappresenta evidentemente un nervo scoperto per Maurizio Turco e coloro che sono stati accreditati più o meno correttamente come "ortodossi": se ad aprile il tesoriere del Prntt aveva bollato l'operazione come "banale [...] travestitismo elettorale" (riprendendo una vecchia citazione di Gianfranco Spadaccia), giovedì ha rincarato la dose e, parafrasando un discorso di Pannella del 1981, ha parlato di "un'imboscata, non a me, ma alla storia radicale" (e le liste, più che in onore di Pannella, a suo dire sarebbero state "in onore di Marco Pannella, della e sulla sua bara"). 
Già ad aprile, Turco aveva sostenuto che era mancata una reale condivisione di quella scelta nel contesto radicale (mentre la lista di scopo Amnistia giustizia libertà del 2013 seguì a diverse riunioni dei vari soggetti dell'area radicale) e aveva ritenuto scorretto politicamente e giuridicamente presentare una lista con il nome "Radicali", a fronte di previsioni statutarie che negavano la partecipazione alle elezioni del Prntt e di Radicali italiani "in quanto tal[i] e con il proprio simbolo". In un lungo saggio richiestomi dal prof. Fulco Lanchester per la rivista giuridica Nomos, ho spiegato come in quell'occasione non sia stato compiuto nessun atto giuridicamente illegittimo (il simbolo utilizzato era del tutto diverso da quelli del Prntt e di Radicali italiani, le liste non sono state formalmente presentate da quei soggetti politici - anche se tra i candidati e i promotori c'erano iscritti e dirigenti di Radicali italiani - e non ci sarebbero stati elementi per invalidare la partecipazione delle liste), pur riconoscendo che alla base c'era un problema politico, di scarsa discussione e condivisione della proposta. 
Abbandonati gli argomenti giuridici - stavolta non sono emersi - Maurizio Turco ha condensato il suo giudizio di (in)opportunità politica nel chiedersi "non so se abbiamo mai scritto 'radicali' così grande in un simbolo elettorale noi, anzi lui", indicando l’immagine di Pannella sulla scenografia del congresso. Per inciso, il suo dubbio è fondato: la scritta "radicali" ha un corpo molto maggiore rispetto a quello utilizzato dal Partito radicale nella sua storia; unico precedente comparabile sembra essere il simbolo di Radicali italiani, disegnato nel 2007 da Aurelio Candido (la corolla della rosa era quella dei Riformatori del 1994), ma mai utilizzato in modo autonomo alle elezioni, al di là di una partecipazione alle elezioni amministrative del 2008, in particolare a Roma, in abbinamento alla Lista Bonino.
Sono soprattutto questi i punti della relazione del tesoriere interessanti da trattare, almeno dal punto di vista tecnico: i risvolti politici (a partire da quello legato al passaggio più ripreso, "Da questo contesto putrescente dobbiamo uscire e dobbiamo farlo in fretta: chi ha la fregola di inseguire Renzi col piattino in mano non sarà ostacolato da noi; noi continuiamo a perseguire quell'idea di forza alternativa al potere") hanno un peso, ma qui hanno meno cittadinanza rispetto ad altro. 

La mozione approvata

La mozione generale approvata, che si apre nel nome e nella continuità "[d]ella visione e [d]el vissuto di Marco Pannella", si diffonde ampiamente sulle battaglie - molto pannelliane - per la transizione verso lo stato di diritto e l'affermazione del diritto alla conoscenza, per gli Stati uniti d'Europa, nonché - sul fronte italiano - per l’amnistia e l’indulto ("quale riforma obbligata per l’immediato rientro dello Stato nella legalità costituzionale italiana ed europea"), per una giustizia giusta e per il superamento di trattamenti "crudeli e anacronistici" come il regime del "carcere duro" e l'ergastolo. La parte che qui più interessa, tuttavia, riguarda il fronte interno al partito, del quale vengono riaffermati "principi e prassi, le regole fondamentali e i connotati essenziali costitutivi", unici nel panorama politico italiano (adesione individuale diretta, iscrizione aperta a chiunque, impossibilità di essere espulsi, connotato nonviolento come da Preambolo, connotato transnazionale e transpartitico, "secondo il principio della libertà di associazione e la prassi della doppia tessera").
Nella mozione c'è l'ennesima presa d'atto della situazione fallimentare "sul piano delle risorse, umane e di mezzi" in cui il Prntt è ridotto (a causa di "ostracismi, mistificazioni, uso antidemocratico dei poteri statali e privati, compresi quelli dell’informazione"), una situazione che non garantisce l'esistenza e l'attività del partito: condizione "minima, tecnica e politica" perché questa garanzia ci sia è il rientro dal debito. Se, per fare questo, occorrono risorse, che possono venire solo dagli iscritti (il Partito radicale transnazionale non riceve danaro dallo stato, né può riceverne), è stato individuato l'obiettivo di 3mila iscritti che dovrà essere raggiunto tanto nel 2017, quanto nel 2018: un obiettivo per nulla facile da raggiungere, considerando sia il numero attuale di iscritti (poco meno di mille), sia l'elevata quota d'iscrizione richiesta (minima 200 euro, consigliata 500).
La difficoltà della sfida richiede un impegno continuo, che la mozione più votata ha ritenuto di affidare a un organo atipico, non previsto dallo statuto (in modo stabile), ossia la Presidenza del 40° Congresso Straordinario, organo composto da una decina di persone - ne facevano parte Maurizio Turco, Rita Bernardini, Antonella Casu, Antonio Cerrone, Sergio D'Elia, Elisabetta Zamparutti, Matteo Angioli, Angiolo Bandinelli, Marco Beltrandi, Maurizio Bolognetti, Deborah Cianfanelli, Maria Antonietta Farina Coscioni, Mariano Giustino, Giuseppe Rossodivita, Irene Testa e Valter Vecellio - con il coordinamento di quattro dei suoi membri, ossia Rita Bernardini, Antonella Casu, Sergio D’Elia e Maurizio Turco. A costoro spetterà "la responsabilità di assumere tutte le iniziative necessarie", mentre Turco, oltre ad avere la rappresentanza legale del partito nelle attività economico-finanziarie (cosa che già deteneva prima in qualità di tesoriere), dalla stessa mozione risulta insignito della rappresentanza legale tout court (compresa quella processuale), per cui "ha espressa facoltà di proporre ogni azione giudiziaria per la tutela dei diritti e degli interessi del Partito, di nominare avvocati e procuratori". A ciò si accompagna la decisione, assunta sempre con la mozione, di sospendere gli organi di cui all'articolo 2 dello Statuto (assemblea dei legislatori, consiglio generale, congressi di area, comitato di coordinamento, presidente d'onore, ma soprattutto segretario, tesoriere, senato e collegio dei revisori): unico organo che rimarrebbe non sospeso sarebbe "il congresso ordinario biennale", a differenza di quello straordinario, sospeso con gli altri organi.
Questo stato di "sospensione statutaria" (per riutilizzare le parole di Stanzani) è destinato a durare, potenzialmente, fino al 2018. Se il risultato dei 3mila iscritti sarà raggiunto in entrambi gli anni, si è già scelto di convocare il congresso ordinario "entro 90 giorni dal raggiungimento dell'obiettivo", in caso contrario saranno "attivate tutte le procedure atte alla liquidazione dell'attività del partito". In pratica, sembra di ritrovarsi davanti lo slogan di qualche anno fa "I radicali o li scegli o li sciogli", anche se caricato di una maggiore drammaticità rispetto al passato, anche e soprattutto per l'assenza della figura di Marco Pannella.

La mozione sconfitta e le polemiche

La mozione approvata, a prima firma Turco, ha ottenuto 178 voti, ben di più dei 79 raccolti dalla mozione n. 2, a prima firma di Marco Cappato. Il testo, decisamente più breve, puntava a trasformare l'appuntamento di Rebibbia da 40° congresso a prima sessione dello stesso, prevedendone una seconda - come era già avvenuto in passato - da svolgersi successivamente (la mozione suggeriva "entro otto mesi"), così da preparare nel frattempo la costituzione di un vero "partito degli 'oppressi di tutto il mondo', soggetto transnazionale e transpartito". L'idea era stata sostenuta soprattutto da Gianfranco Spadaccia e sostenuta da altri radicali storici, oltre che dal gruppo che dopo l'ultimo congresso guida Radicali italiani. Alla base c'era anche la convinzione - espressa al congresso soprattutto da Roberto Cicciomessere - che un vero partito transnazionale, come vorrebbe essere dal nome, non c'è e occorre darsi tempo e spazio per crearlo davvero, senza veder pendere sulla testa la mannaia della liquidazione, e affidarsi nel frattempo agli organi del partito che - pur a ranghi decisamente ridotti - comunque ci sono. 
In questo senso, la mozione Cappato si presentava soprattutto come elenco di cose da fare, dalla predisposizione di "un progetto di partito che ne indichi non solo le linee d'azione politica, ma anche le modalità di vita, di organizzazione, di reperimento delle necessarie risorse economico-finanziarie" all'azione affidata agli organi del partito in carica (campagna di iscrizione allargata a membri non solo italiani, adozione di un modello adeguato "di organizzazione, di struttura e di reperimento delle necessarie risorse economiche e finanziarie", apertura di un confronto sul modello di partito "che fornisca a ciascun iscritto gli strumenti per intervenire in modo pieno ed effettivo nel merito di proposte e scelte alternative già note con un adeguato anticipo").
Va segnalato che Cappato come primo firmatario aveva proposto anche un emendamento alla mozione Turco (respinto da 121 voti contro 98 e una decina di astenuti), dal contenuto identico alla propria mozione: l'intento era di sostituire i punti della mozione in cui si indicava di fatto nella presidenza del congresso il nuovo gruppo dirigente radicale e in Maurizio Turco il nuovo rappresentante legale, sospendendo le altre cariche previste dallo statuto. Al di là delle ragioni politiche, la proposta aveva ragioni giuridiche precise e interessanti, messe bene in luce da Mario Staderini: a suo dire, quella parte che loro volevano emendare doveva essere dichiarata irricevibile, perché "una mozione non può modificare uno statuto" (e perché, di fatto, incide sulla votazione degli organi dirigenti a scrutinio segreto), con il rischio che - in caso di approvazione della mozione Turco senza modifiche - ogni atto del partito compiuto secondo la mozione ma al di fuori dello statuto potrebbe essere invalidato. Era subito intervenuto contro l'emendamento Marco Beltrandi, sostenendo che "un congresso straordinario non si può concludere in modo ordinario" (quindi con l'elezione, in tutto o in parte, degli organi statutari); di certo è legittimo chiedersi se il procedimento seguito sia rispettoso dell'art. 21 del codice civile, in base al quale, se nello statuto non è scritto nulla di diverso (e sul punto quello del Prntt non contiene nulla), per modificare lo statuto occorre la presenza di almeno il 75% degli associati e il voto di almeno la metà dei presenti. Nessuno, è vero, ha pensato di modificare lo statuto, ma allora la stessa mozione dovrebbe rispettare la "legge fondamentale" dell'associazione, cioè lo statuto...
Tra i motivi di polemica, del resto, c'è stata anche - lo ha sottolineato Marco Cappato - la sospensione persino del congresso straordinario, cioè della stessa formula congressuale utilizzata per celebrare l'assise appena terminata, l'unica che consente l'autoconvocazione da parte degli iscritti (i quali, secondo lo stesso Turco, restano gli unici padroni del Partito radicale). I sostenitori della mozione risultata vincitrice, tuttavia, sostengono che essa abbia in sostanza già convocato (o almeno pre-convocato) il congresso biennale, la cui convocazione "materiale" spetterebbe a Maurizio Turco come rappresentante legale facente funzione, a patto che sia raggiunto l'obiettivo di "sopravvivenza" fissato dalla mozione; in ogni caso, resterebbe intatto il potere di un decimo degli iscritti che, ex art. 20, comma 2 del codice civile, potrebbero chiedere a Turco la convocazione, per poi rivolgersi (qualora lui non provveda) al presidente di un tribunale civile, come avverrebbe per un'associazione qualunque.

La questione della Lista Pannella e i simboli

Staderini e Valerio Federico, peraltro, avevano espresso dubbi sulla coesistenza dei ruoli che Maurizio Turco avrebbe dopo l'approvazione della mozione (discorso che varrebbe anche, in misura minore, per Rita Bernardini). Come è noto, Turco e Bernardini sono anche tra i pochi soci (rimasti), oltre ad Aurelio Candido e Laura Arconti, dell'associazione Lista Pannella - Notizie radicali, di cui anzi Turco è diventato presidente dopo l'assemblea dei soci convocata successivamente alla morte di Marco Pannella. Per Staderini, Bernardini e Turco sarebbero contemporaneamente amministratori del patrimonio radicale (mediante la Lista Pannella) e "tenutari del Partito Radicale col potere di liquidazione" (parole di Staderini), con una "concentrazione di potere" inedita e che Pannella formalmente aveva sempre evitato. In effetti l'approvazione dell'emendamento Cappato alla mozione Turco non avrebbe cambiato di molto questa cosa: l'amministrazione del patrimonio sarebbe rimasta nelle mani del tesoriere uscente, dunque lo stesso Turco, ma avrebbe evitato potenziali contestazioni giuridiche (o, per dirla con Staderini, "senza alzare quella polveriera che porterà al nulla di fatto e al casino").
Sulla questione della Lista Pannella, peraltro, era intervenuto all'inizio del congresso - non senza sarcasmo - anche Maurizio Turco, specificando che questa "è un'associazione e non una società, non ci sono quote azionarie personali", anche se possiede il 51% delle quote di Centro di produzione (società proprietaria di Radio Radicale) e il 75% della Torre Argentina Società di Servizi (proprietaria dell'immobile di via di Torre Argentina). Turco ha ricordato come l'associazione Lista Pannella sia stata fondata con atto notarile il 21 febbraio 1992 e i soci fondatori furono quelli (più Marco Taradash e Vittorio Pezzuto, poi decaduti) e non altri perché "altri non si fecero avanti, anche perché non c'erano soldi, l'iniziativa che aveva preso Marco per fondare la Lista Pannella era rischiosa [...] chi si chiede 'perché noi e non lui o qualche' altro penso che la risposta possa trovarla nella regione per cui siamo noi quattro e non altri. Forse si deve porre il problema che già nel 1992 Marco – e devo dire che alla luce dei fatti ci sono stati alcuni casi eclatanti – non si fidava". 
Come si è ricordato nei giorni scorsi, la Lista Pannella rileva anche perché dal 2011 è il soggetto titolare dei simboli che negli anni hanno caratterizzato la storia radicale: il Gandhi disegnato da Paolo Budassi e la storica rosa nel pugno mutuata dai socialisti francesi. Nessuno, tuttavia, ha praticamente nemmeno accennato al tema della titolarità degli emblemi, che pure l'anno scorso avevano sollevato particolari dubbi e obiezioni da parte di alcuni iscritti. Eppure solo il 1° agosto, nel corso di una riunione pre-congressuale promossa dai convocatori del 40º congresso, Roberto Cicciomessere aveva paventato un congresso "più o meno clandestino nel quale si possa fare un colpo di mano e impossessarsi non solo del patrimonio radicale, ma anche del brand, dell'etichetta 'radicale'", con riferimento innanzitutto al nome. 
Di simboli, come detto, si è parlato ben poco, eppure una proposta sui generis è stata fatta da Luigi Crespi, già sondaggista demiurgo di Datamedia: "In politica, nella vita i simboli determinano i valori su cui poi si costruiscono le idee: io chiedo che questo congresso voti [...] che quel simbolo da dopo questo congresso non riporti più l'effigie di Gandhi, ma quella del nostro Gandhi, che è quella di Marco Pannella". Nessuna tentazione idolatrica per Crespi, ma una scelta valoriale: "Sono poco interessato - ha spiegato - al destino del nome 'radicale', del suo marchio. Io credo che chiunque abbia il diritto di usarlo come meglio preferisce e che qualunque discussione sul brand sia una discussione assolutamente insensata [...] chiunque si vuole definire radicale nel mondo [...] lo faccia in rapporto con la propria coscienza e con i propri comportamenti". Pannella invece non è alla portata di chiunque: lui, che delle regole della relazione e della comunicazione "se n'è altamente sbattuto i coglioni in modo sistematico e volontario", è riuscito a diventare un modello nella costruzione del consenso, interessato a non mollare sui suoi principi piuttosto che a ottenere consenso a tutti i costi. 
"Marco è sopravvissuto a se stesso e sopravviverà a ognuno di noi ed è giusto metterlo là in quella cornice come punto di riferimento perché lui rappresenta più di quanto per tutti noi possa rappresentare per le nostre vite lo stesso Gandhi". Il motto del congresso radicale, per Crespi, poteva essere "da qui dobbiamo uscire più pannelliani di come siamo entrati", e forse anche più pannelliani di Pannella: nemmeno lui, nel 1992, era arrivato a osare fino al punto di mettere il suo ritratto sul simbolo di lista (anche se, stando a quanto aveva scritto Pierluigi Battista sulla Stampa il 9 febbraio 1992, un po' doveva averci pensato). Lo aveva fatto giusto Armando Piano Del Balzo, il futuro Giustiziere d'Italia da Valguarnera Caropepe: chissà quanti, tra quelli che stavano a Rebibbia, l'avevano sentito nominare...

sabato 3 settembre 2016

Dopo Genzano, il Pci pronto a tornare sulle schede

Genzano di Roma è un comune di circa 24mila abitanti, uno dei centri più noti dei Castelli Romani e puntualmente citato – sia pure un po' di fretta, tra Marino e Albano Laziale, senza nemmeno un aggettivo a contorno – nella canzone simbolo di quel territorio, 'Na gita a li Castelli (o Nannì, da Petrolini in poi). Proprio da Genzano è partita, a giugno, l'avventura elettorale del Partito comunista italiano, prima ancora della sua fondazione ufficiale. Il primo turno delle elezioni amministrative, infatti, si era tenuto il 4 giugno, mentre l’assemblea nazionale che ha costituito il Pci si è svolta a San Lazzaro di Savena venti giorni dopo (dal 24 al 26), giusto all'indomani del ballottaggio.
Il progetto della costituente comunista era stato già naturalmente avviato da tempo, ma il simbolo ufficiale della nuova formazione è stato reso noto soltanto alla fine di maggio, mentre simboli e liste dovevano essere depositati all'inizio del mese. Per quell'antipasto elettorale, dunque, si decise di utilizzare un simbolo di passaggio, chiaramente connotato territorialmente. La base grafica era quella del Partito comunista d’Italia – nuovo partito, anche sul piano giuridico, evoluzione del Partito dei comunisti italiani – con la bandiera rossa con falce, martello e stella sovrapposta al tricolore ed entrambe ondeggianti, con aste bianche alla loro sinistra; la sigla nella parte inferiore aveva già cambiato carattere rispetto al passato (quello usato poteva essere un Corbel), ma aveva mantenuto i punti dopo ogni lettera; nella corona esterna blu, per non lasciare spazio a dubbi sulla collocazione, figuravano l’indicazione "Comunisti italiani" (giusto per chiarire da che storia si veniva) e il sostegno al candidato sindaco scelto. 
In quell'occasione, infatti, i comunisti del Pci avevano deciso di appoggiare Flavio Gabbarini, candidato comune di quasi tutto il centrosinistra. Anche se la coalizione al primo turno era nettamente davanti alle altre compagini (ottenne il 42,67%), al ballottaggio il Comune è stato conquistato dal MoVimento 5 Stelle. A dispetto del risultato poco incoraggiante per il centrosinistra, tuttavia, il Pci poteva essere soddisfatto per un buon 6,45% (755 voti su 11691): il dato è particolarmente significativo, se solo si considera che all'interno della stessa coalizione Sel e Rifondazione comunista avevano presentato una loro lista (assieme ai Verdi), ottenendo solo il 2,36%. 
Il risultato ottenuto non è stato sufficiente a ottenere seggi, ma il Pci da quella prima elezione ha tratto un messaggio di incoraggiamento. In fondo, il simbolo storico del partito di Togliatti era apparso per l’ultima volta sulle schede elettorali in occasione delle elezioni regionali e amministrative del 6/7 maggio 1990 (e, per giunta, era ancora in bianco e nero). Quelle del 12/13 maggio dell’anno dopo, infatti, erano già successive al XX (e ultimo) congresso di Rimini, per cui l’emblema si era ridotto a una "pulce" alla base dell’albero della sinistra – poi identificato con una quercia – disegnato da Bruno Magno per il Partito democratico della sinistra: sarebbe rimasto lì fino a tutti gli appuntamenti elettorali del 1997 (l’ultimo fu il voto amministrativo in Sicilia, celebrato il 30 novembre e il 14 dicembre), prima della sostituzione con la rosa del socialismo europeo nell'emblema dei Democratici di sinistra. Certo, dal 1991 in avanti falci e martelli non sono mancati (da quelli di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani, fino agli "arnesi" riproposti da formazioni più piccole), ma il simbolo originale non si era più visto.
Il gruppo che a giugno ha deciso di ridare vita al Pci, eleggendo segretario il bolognese Mauro Alboresi, ha invece scelto di puntare proprio su quell'emblema storico, senza alcun dubbio: "l simboli sono importanti: dicono cosa siamo, cosa vogliamo – ha spiegato ieri sera Alboresi alla Festa dell’Unità Comunista a Labaro, a Roma Nord –. Noi facciamo riferimento alla falce e al martello non solo perché sono storicamente i simboli del lavoro, ma perché sono stati per tanta parte del mondo simboli di emancipazione, di affrancamento dallo sfruttamento e dalle diseguaglianze: sostanzialmente, un simbolo di speranza. Abbiamo deciso di rimetterlo in campo, facendo riferimento alla parte migliore di quella storia, quella dei comunisti italiani e internazionali, perché siamo convinti che quando quel simbolo e quello che rappresentava sono stati messi da parte, ad esempio con la sciagurata scelta di superare il Partito comunista italiano, le condizioni di quel blocco sociale di riferimento, di quelle persone che hanno vissuto quel simbolo nei termini che dicevo non sono migliorate, anzi, sono drammaticamente peggiorate. Siamo davvero convinti che ci sia bisogno di ridare spazio e vita a quel simbolo, proprio perché i simboli sono importanti".
A ben guardare, in realtà, il contrassegno scelto non è proprio identico a quello storico: le aste sono diventate nere, la sigla è senza punti e con una font più elegante e moderna, anche se il nucleo grafico e visivo dell’emblema è ben riconoscibile. “Dal punto di vista della sostanza – ha precisato Alboresi – non cambia nulla: noi siamo e vogliamo restare comunisti, convinti più che mai che oggi ci sia bisogno di un partito comunista che, memore della sua storia ma senza nostalgie o inutili attaccamenti al passato, guarda avanti; abbiamo fatto questa scelta per guardare al futuro, nostro e dei nostri figli”. 
Le modifiche tuttavia ci sono e, ovviamente, non sono state fatte a caso: “Dal punto di vista formale – ha continuato il segretario – è cambiato il colore delle aste che si sono anche leggermente rimpicciolite, sono scomparsi i puntini: lo si è fatto non solo per rendere un po’ più ‘fresco’ quel simbolo, ma anche per evitare che, stupidamente, qualcuno ci ponesse un problema rispetto all'utilizzo di quel simbolo. Non è stato fatto e mi fa piacere, ma se qualcuno avesse messo in discussione questa nostra scelta, la prima domanda che avrei fatto sarebbe stata: perché non possiamo usare un simbolo che altri abbiamo deciso di accantonare?”. Alboresi non cita mai esplicitamente Ugo Sposetti, tuttora legale rappresentante di ciò che resta dei Democratici di sinistra, giuridicamente titolari del simbolo tradizionale del Pci: in effetti avrebbero potuto e potrebbero ancora contestare in qualche sede la scelta di nome ed emblema fatta da questo nuovo partito, ma le dichiarazioni rese da Sposetti al Fatto Quotidiano a maggio ("Se quando il loro simbolo verrà registrato sarà identico al nostro, faremo quello che dovremo fare. Purtroppo, se c’è qualche variazione sul simbolo non gli puoi dire nulla") lasciano immaginare che non ci saranno azioni legali.
Una volta ripreso e leggermente "rinfrescato" l’emblema storico, il Pci sta lavorando per la sua presenza capillare su tutto il territorio nazionale, sul piano organizzativo ma soprattutto elettorale: "Non credo sia sufficiente di per sé avere sulla scheda una falce e un martello – ammette Alboresi – diverse esperienze ci hanno dimostrato che così non è. Noi però vogliamo ovviamente presentare il simbolo del Pci, cui abbiamo deciso di ridare vita con l’assemblea costituente nazionale, e di presentarci con esso alle elezioni ogni volta che sarà possibile, perché siamo convinti che ci sia bisogno di far rivivere, prima ancora che il simbolo, le ragioni profonde dell’essere il Partito comunista italiano". Certamente non si tratta (ancora) della riunione sotto lo stesso fregio di tutti coloro che si ritengono comunisti: Rifondazione comunista rimane e probabilmente ha altre mire (guardare a Sinistra italiana, per esempio), il Partito comunista di Marco Rizzo continuerà per la sua strada così come vari altri soggetti politici. Il vecchio simbolo, tuttavia, è pronto per finire di nuovo sulle schede, con la convinzione che falce e martello non siano affatto arrugginiti.

venerdì 2 settembre 2016

Diritto dei partiti o di partecipazione politica?

Il 16 agosto l’amico Riccardo DeLussu sul suo blog ha dedicato un pezzo alle Ragioni e distorsioni del bicameralismo italiano. Per lui il sistema bicamerale della Costituzione vigente non era in origine paritario, viste le diverse fonti di legittimazione delle Camere (coi deputati "portavoce" dei loro partiti e i senatori rappresentanti dei territori di provenienza, vista la loro elezione "su base regionale"), ma "la distorsione ideologica del Secondo dopoguerra ha fatto in modo che le ragioni del partito finissero per assorbire quelle dei territori", così tra Camera e Senato non c’è più stata differenza. La riforma costituzionale oggetto del futuro referendum interviene su questo (per DeLussu lo fa "in maniera decisa […] affermando con chiarezza la natura di rappresentanza territoriale del Senato"), ma resta intatta "la natura verticistica dei partiti italiani", cosa che "rende difficile considerare dei deputati nominati dal premier come un contrappeso all’azione del governo", pensando forse a quanto è avvenuto nelle ultime tre legislature con il Porcellum.
Sull’efficacia della riforma non dico nulla (ho scelto di non intervenire nel dibattito), mentre il tema dei partiti è di mio assoluto interesse. Lo stesso Riccardo il 10 agosto se n’era già occupato in un altro articolo, nato sulla scorta di una riflessione di Ferruccio De Bortoli, secondo il quale una legge di riforma sui partiti è indispensabile, per dare attuazione all’articolo 49 della Costituzione, a suo dire l’unico rimasto inattuato.
Lo studioso di diritto dei partiti, leggendo l’affermazione dell'ex direttore del Corriere, resta piuttosto perplesso: non solo perché tecnicamente ci sono articoli più inattuati del 49 (che dire allora dell'articolo 39, che propone tuttora il modello del sindacato registrato e con personalità giuridica, ma che non sarà mai attuato per volontà degli stessi sindacati?), ma soprattutto perché una attuazione dell'articolo 49, pur parziale, si era già avuta alla fine del 2013, con il decreto n. 149, poi convertito in legge con modifiche. A onor del vero, lo stesso De Bortoli cita quel decreto, pur senza coglierne forse appieno il valore: la fonte è identificata come quella che ha introdotto il finanziamento del 2 per mille per i partiti e l'obbligo per questi ultimi di darsi uno statuto, al fine di godere di quelle entrate e di altre agevolazioni; una cornice normativa per gli statuti, tuttavia, l’aveva introdotta già quel decreto e il ddl sui partiti ora al Senato interviene con modifiche sull'esistente. Il testo del 2013 non ha fatto abbastanza per regolare la democrazia interna ai partiti (tralasciando strumenti delicati come le primarie): su questo De Bortoli ha ragione in pieno.
Tornando al pezzo di Riccardo DeLussu, lui è contrario all'approvazione di una legge sui partiti: ci sarebbe ancora "la preoccupazione di un’invadenza dello Stato ai danni della libertà politica e d’opinione". La stessa che, nel secondo dopoguerra, ha portato i partiti a dare una lettura riduttiva all'articolo 49 ("Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale"), relativa solo all'accettazione delle regole della democrazia e alla correttezza dei rapporti tra forze politiche.
In effetti DeLussu si spinge oltre, affermando che il testo costituzionale non prevede alcuna necessità di una legge sui partiti (come dimostrerebbe la diversa formulazione degli articoli 49, sui partiti, e 39, sui sindacati), al di là di quelle relative al procedimento elettorale. Anche qui, con tutto l'affetto possibile, lo studioso avrebbe qualcosa da dire: è noto, infatti, che il testo dell'articolo 49 fu frutto di una travagliata discussione in Assemblea costituente, tra chi voleva introdurre qualche forma di controllo sulla democrazia interna ai partiti (magari seguendo l'ispirazione di Moro e Mortati, secondo i quali non si poteva pensare a un sistema democratico se i partiti che lo animavano non fossero stati a loro volta democratici) e chi temeva ingerenze del potere nella vita dei partiti, fino alla messa fuori legge (timori soprattutto del Pci, che non voleva che il centralismo democratico applicato al suo interno fosse un motivo sufficiente per chi era al governo per sbarazzarsi del maggior partito di opposizione). La formula finale dell’articolo 49, derivata dalla proposta originale di Lelio Basso, risulta volutamente “fumosa”, come vale per ogni compromesso: lasciava aperta la possibilità e l’opportunità di regolare la vita interna dei partiti, senza dirlo esplicitamente.
Sono più d’accordo, invece, sul seguito della riflessione di Riccardo, poco convinto da De Bortoli quando dice che "oggi, in mancanza di garanzie statutarie, i dissidenti sono spesso costretti alla scissione". Il problema, in effetti, non è tanto chi sceglie di andare via con una scissione (anche con tutte le garanzie del mondo, se un gruppo perde il congresso e proprio non condivide il nuovo indirizzo di un partito, saluta e se ne va), quanto piuttosto "chi viene costretto a farlo", cioè chi viene espulso. Le "regole sulle regole" interne ai partiti, specialmente sulle garanzie per gli iscritti – un punto caratterizzante e nevralgico della vita di queste associazioni, come aveva già notato alla fine degli anni ’40 Leopoldo Elia – devono essere ancora più chiare e, soprattutto, obbligatorie per tutti, per salvaguardare in pieno quello che DeLussu chiama il "diritto di partecipazione politica"
Ancora più interessante è la considerazione che segue nel commento di Riccardo, che esplora brevemente in chiave storica le interazioni tra legge elettorale e democrazia interna ai partiti. Secondo lui, la lunga stagione del sistema proporzionale puro aveva previsto tutele implicite per le minoranze: se ai tempi della Prima Repubblica "ogni partito rappresentava un diverso modo di concepire lo stato", l’assenza di soglie di sbarramento permetteva a tutte le opinioni aventi un minimo seguito di entrare in Parlamento, mentre il sistema delle preferenze consentiva (specie nei partiti di una certa dimensione) "di rappresentare tutte le componenti del partito". La scissione, dunque, interveniva solo in caso di crisi di questo doppio canale e si traduceva, in sostanza, nella scelta degli scissionisti di "partecipare alle elezioni per vedere riconosciuta – e tradotta in seggi – la bontà delle loro opinioni e la fiducia nella loro capacità di sostenerle".
Da evento raro, le scissioni si sono moltiplicate con l’avvento del sistema maggioritario, prima nella versione con prevalenza dei collegi uninominali (Mattarellum), poi in quella delle listone bloccate con premo di maggioranza (Porcellum): in condizioni come queste, "alle minoranze interne – scrive sempre DeLussu – non resta che sperare nella benevolenza dei capi partito, per avere un collegio sicuro o una buona posizione in lista (il tutto a scapito del diritto di scelta degli elettori)". Si sbatte la porta (o si viene accompagnati alla porta), dunque, per mancanza di garanzie sulla selezione delle candidature e sulla loro trasformazione in seggi.
Mi permetto di aggiungere che a favorire le scissioni – o, comunque, a renderle convenienti – hanno provveduto certe norme elettorali (quelle del ripescaggio della miglior lista di coalizione sotto il 2% alla Camera, nel Porcellum) e, anche di più, certe disposizioni sul finanziamento pubblico (come quelle che, a dispetto della soglia al 4%, finanziavano anche chi aveva ottenuto almeno l’1%, oppure sostenevano alcuni giornali qualificati organi di partito, pur essendo inconsistenti le testate e i partiti). Non sembra comunque un caso che i record di simboli depositati per le elezioni politiche appartengano al 1994 (primo anno di applicazione del Mattarellum, che nei collegi della Camera incentivava la proliferazione di emblemi a sostegno dei candidati) e al 2013 (ultimo anno di applicazione del Porcellum, prima della mannaia parziale della Corte costituzionale), cioè alla prima e all’ultima puntata – per ora – della saga maggioritaria. 
Ha senso allora pensare a una legge che affermi il diritto alla partecipazione politica, "un diritto – conclude Riccardo DeLussu – che riguarda ciò che precede il procedimento elettorale". Secondo lui questo sarebbe un modo "per mettere i partiti al servizio dei cittadini" e per dare più diritti a questi ultimi, senza limitarsi a dettare nuove regole per i partiti. L’idea di fondo è corretta e di buon senso, ma per il tecnico risulta difficile affermare quel diritto (sacrosanto) senza tradurlo anche in norme sulla vita interna dei partiti. Si garantisce la partecipazione politica se si mettono nero su bianco i diritti (e i doveri) degli iscritti ai partiti, il funzionamento degli organi interni e degli strumenti di partecipazione, i modi di selezionare le candidature e così via. 
E, già che ci si è, visto che la partecipazione politica si garantisce anche tutelando il diritto a usare certi nomi ed emblemi, è anche vero che, con una legge chiara sui partiti, "le diatribe sulla proprietà di un simbolo (dalla Dc a Scelta Civica) avrebbero toni meno rocamboleschi", come dice De Bortoli. A pensarci bene, però, sarebbe bastato – almeno per quanto riguarda la Dc – scrivere chiaramente chi è titolare di nome e simbolo e quali procedure seguire per cambiarli; soprattutto, sarebbe bastato rispettare quelle regole, una volta scritte. 

giovedì 1 settembre 2016

Radicali a congresso a Rebibbia, quale futuro per il partito (e i suoi simboli)?

Parte del destino del Partito radicale potrebbe essere deciso in questo fine settimana, a partire dalle ore 14 di oggi. È infatti arrivato il tempo del 40° congresso (straordinario) del Partito radicale nonviolento, transnazionale e transpartito, che si terrà fino a sabato pomeriggio presso il penitenziario di Rebibbia a Roma. L’assise, convocata (“per la prima volta”, sottolinea il tesoriere Maurizio Turco) da un terzo degli iscritti da almeno sei mesi, secondo le previsioni statutarie, è la prima svolta dopo la morte di Marco Pannella, fondatore, demiurgo, simbolo e collante ultimo del partito e della galassia radicale. 
Non si può dire che l’atmosfera in cui sta per svolgersi il congresso sia delle più serene: si è già parlato in questo sito delle polemiche relative alla convocazione da parte degli iscritti, la cui legittimità è stata messa in dubbio da qualcuno (anche se, al momento, non risulta siano state intraprese azioni legali), così come qualcuno ha puntato il dito contro la necessità che i partecipanti si registrassero in anticipo al congresso (passaggio reso necessario dalla celebrazione all’interno di un carcere), cosa mai avvenuta prima e vista come un ostacolo alla partecipazione. Ha poi avuto risalto sui media la diversità di vedute tra coloro che sono più vicini al gruppo storico radicale, ritenuto continuatore di Marco Pannella (da Turco a Rita Bernardini, da Sergio D’Elia a Laura Arconti) e il gruppo che fa invece capo all’associazione Radicali italiani (guidata ora dal segretario Riccardo Magi, con tesoriere Valerio Federico, presidente Marco Cappato e con la presenza di assoluto rilievo di Emma Bonino). I primi si sono concentrati negli ultimi anni sulle battaglie – molto pannelliane – per la transizione verso lo Stato di Diritto, l'affermazione del diritto umano alla conoscenza, l'universalità dei diritti umani, gli Stati Uniti d'Europa e una diversa concezione della giustizia (che tenga conto innanzitutto della condizione vergognosa di molte carceri); i secondi hanno preferito battaglie per la legalità più quotidiane, concrete e immediate, di maggiore aderenza all’agenda politica e amministrativa.
Le 585 persone registrate – un comunicato del Prntt informa che 64 non hanno avuto rapporti col Partito, 266 sono iscritti 2016 (34 per la prima volta), 123 lo sono stati almeno una volta dal 1974, mentre altri 132 non sono mai stati iscritti – assisteranno innanzitutto alla relazione del tesoriere Turco (da anni occasione, oltre che per fare il punto sulla difficile situazione finanziaria del partito, per tracciare un bilancio complessivo dell’azione dello stesso: ciò varrà tanto più ora, dopo che negli ultimi anni è mancata del tutto la presenza del segretario Demba Traorè) e ai saluti del ministro Andrea Orlando, nonché dei direttori del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e del carcere di Rebibbia. In seguito si aprirà la parte più strettamente congressuale, con l’approvazione dell'ordine dei lavori, dell'ordine del giorno e del regolamento, aprendo poi il dibattito generale sullo stato del Partito; ci sarà poi lo spazio per esaminare eventuali modifiche allo statuto, per approvare la mozione ed eleggere i nuovi organi del Prntt.
È molto probabile che all’interno della sala utilizzata per i lavori congressuali sia presente almeno una riproduzione gigante del simbolo del partito, ossia il ritratto del Mahatma Gandhi formato dalle parole “Partito Radicale” scritte in oltre 50 lingue elaborato da Paolo Budassi dopo la trasformazione del Partito radicale in un soggetto transnazionale e transpartito. Un simbolo, peraltro, che sembra non “appartenere” più in toto (le virgolette sono d’obbligo, poi si capirà perché) al partito cui è legato. Il 17 febbraio 2011, infatti, in occasione del 39° congresso del Partito radicale nonviolento, transnazionale e transpartito, nella sua relazione il tesoriere Maurizio Turco segnalò che negli ultimi anni il Prntt aveva fatto fronte alle spese e ai debiti grazie ai contributi della Lista Pannella e che “nel contempo ha ceduto alla Lista Pannella i diritti relativi a simboli elettorali nella disponibilità del partito, essendo peraltro in base allo Statuto inutilizzabili dal partito in quanto tale”. In assenza di documenti consultabili, non è chiaro se la cessione dei diritti riguardi la titolarità del segno o i soli diritti di sfruttamento economico; di certo, nel 2015, Turco parlando della rose au poing aveva dichiarato – anche al sottoscritto – che “il simbolo è stato ceduto” sempre nel 2011, cosa che farebbe pensare a un’alienazione della proprietà, per la rosa nel pugno e forse anche per Gandhi (che però non ha mai avuto alcun uso elettorale concreto). 
A questo proposito, è il caso di ricordare che lo scorso 26 maggio, una settimana dopo la morte di Marco Pannella, l'assemblea dei soci dell’associazione Lista Pannella ha eletto all'unanimità Maurizio Turco presidente e Laura Arconti segretaria. La stessa assemblea – composta anche da Aurelio Candido e Rita Bernardini, non risultando altri soci ed essendo state respinte altre richieste di iscrizione – ha inoltre deciso di convocare entro dicembre una assemblea straordinaria per riorganizzare l'associazione con lo scopo di promuovere un’adeguata istituzione di studi, documentazione, ricerca e promozione sulla e della nonviolenza politica dedicata a Marco Pannella. Da ultimo, è stato modificato lo statuto, specificando che rientra tra gli scopi dell’associazione anche tutelare "in ogni sede, ivi comprese le sedi giudiziarie, il nome, l'onore, la reputazione, l'immagine e l'identità personale e politica del suo fondatore Giacinto Marco Pannella". Il futuro dei simboli dell’area radicale, o almeno del loro uso, passerà certamente dall’associazione Lista Pannella; il futuro dei radicali in generale, invece, passa almeno in parte da Rebibbia.