lunedì 19 dicembre 2016

Democrazia cristiana, la parola "fine" è ancora lontana

Basta fare un rapido giro su questo sito per rendersi conto di quanto la querelle infinita relativa alla Democrazia cristiana sia una fonte continua di notizie e di spunti per l'approfondimento, non solo - ovviamente - di questioni "simboliche", ma più in generale di problemi legati al "diritto dei partiti": un terreno fino a qualche tempo fa quasi inesplorato dal legislatore, ma talmente litigioso da richiedere per forza l'intervento dei giudici (che, a loro volta, avevano come primo problema la scelta delle regole da applicare).
Dopo la notizia - che questo sito ha dato per prima giovedì scorso - della fissazione dell'assemblea degli iscritti alla Dc per il 25 e 26 febbraio prossimi da parte del Tribunale di Roma, su richiesta di oltre il 10% degli iscritti risultanti dagli elenchi dei soci della Dc-Fontana (tentativo peraltro bloccato dallo stesso giudice che ora ha disposto la convocazione dell'assemblea), era inevitabile attendersi reazioni da alcuni dei personaggi a vario titolo coinvolti in questa complicatissima vicenda giuridica e giudiziaria.
Il Tempo, nel dare conto venerdì della decisione del giudice Guido Romano, in un ampio servizio di Carlantonio Solimene ha raccolto l'interesse di Gianfranco Rotondi (che persevera nel definirsi "ultimo rappresentante legale dello Scudo Crociato", ma dovrebbe dire almeno che lo sarebbe tutt'al più come ultimo tesoriere del Cdu, alla pari dei legali rappresentanti del Ppi, Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio) e il parere nettamente contrario di Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario politico del Ppi-gonfalone, ossia il soggetto giuridico che appare maggiormente in continuità con la Dc che nel 1994 cambiò il nome (appunto) in Partito popolare italiano. E se Rotondi annunciava (avendo dalla propria anche Rocco Buttiglione e forse il segretario Udc Lorenzo Cesa) di non voler ostacolare il tentativo di Alberto Alessi, Nino Luciani e altri, ritenendo che il percorso iniziato da loro "debba essere portato avanti in armonia con tutti coloro che ritengono di far parte in qualche modo della storia democristiana", Castagnetti parlava senza mezzi termini di "una cosa semplicemente assurda" - soprattutto per il fondamento sugli elenchi degli iscritti relativi a un precedente tentativo bloccato dai giudici - e dava per certa "una reazione legale".  
Venerdì è intervenuto pure Ettore Bonalberti, tra i più attivi nel percorso che nel 2012 aveva portato al consiglio nazionale e al congresso (poi demoliti dal Tribunale di Roma) che avevano portato Gianni Fontana alla segreteria. Scrivendo su Formiche.net, di cui è contributore, Bonalberti ha sostenuto che il decreto del giudice "permette, finalmente, di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010" in base alla quale "la Dc non è mai stata giuridicamente sciolta" (il che è vero, ma con conseguenze diverse da quelle sostenute da Bonalberti). Ottima notizia per chi ha "dal 1993 [...] operato, tra mille difficoltà e incomprensioni, per la ricomposizione dell’area democratico cristiana, popolare e liberale" e, dopo la Cassazione, di avere "concorso a riaprire nel 2012 il tesseramento alla Dc di tutti i soci che erano stati iscritti allo scudo crociato nel 1992, data ultima del tesseramento della Dc storica". Bonalberti si è detto grato a "quanti in tutti questi anni della dolorosa diaspora democristiana, hanno sofferto e si sono battuti per dare pratica attuazione alla sentenza della Suprema Corte", compresi Luciani, Alessi e Pellegrino Leo, "tra i principali protagonisti di quest’ultima fase nei rapporti con il tribunale di Roma e nei primi adempimenti da esso richiesti". Per Bonalberti il ritorno della Dc sarebbe una mossa "contro le logiche dell’imperante capitalismo che determina l’asservimento dell’economia reale e della politica ai propri fini speculativi": servirebbero "forze giovani e cristianamente ispirate" per creare una nuova classe dirigente "attraverso una nuova Camaldoli programmatica, da tenersi a primavera, con le espressioni migliori della cultura cattolica e popolare, della vasta e articolata realtà sociale" dei laici, pure in prospettiva elettorale.
Qualche cautela in più è stata espressa da Franco De Simoni, altro iscritto alla Dc nel 1992-1993 e parte dell'associazione-comitato omonimo (guidato e rappresentato da anni da Raffaele Cerenza), il quale ha affidato a una nota alcune riflessioni. Richiamata anch'egli la sentenza del 2010 della Cassazione, De Simoni ha ricordato che "negli anni molti amici hanno cercato di ridare vita organizzativa alla Dc ma, mancando il rispetto dello Statuto e del codice civile, non sono mai riusciti nell'impresa": facile citare la sentenza n. 14046/2014 del Tribunale di Roma, dichiarativa della nullità del Consiglio nazionale "convocato dall'on. Fontana e presieduto dall'on. Darida nel 2012" per la mancata convocazione di tutti i componenti "mediante avviso personale", come richiederebbero le disposizioni attuative del codice civile. Il timore di De Simoni è che, anche dopo il decreto del Tribunale di Roma sulla convocazione dell'assemblea degli associati alla Dc, "ancora una volta, in mancanza del coinvolgimento di tutti gli iscritti del 1992/1993, e senza la massima pubblicità nelle forme previste dallo Statuto della Dc e dal Codice Civile, anche questo tentativo sarà destinato al fallimento, come i precedenti": per questo, "il Comitato Democrazia cristiana - iscritti 1992/1993", nato per "creare le condizioni per lo svolgimento del XIX Congresso nel rispetto dello Statuto del Partito approvato nel 1984 e tuttora in vigore [...] esprime la massima disponibilità ad organizzare un coordinamento nazionale di tutte le associazioni che si richiamano alla storia della Dc e a trovare tutte le forme di pubblicità dell'iniziativa, per fare in modo che si arrivi finalmente a organizzare il XIX Congresso in modo corretto".
Una voce decisamente contraria alla decisione, infine, è arrivata sabato dal Consiglio nazionale della Democrazia cristiana: ovviamente non quella che Alessi e gli altri vogliono riconvocare, ma quella che si riconosce nella segreteria politica del friulano Angelo Sandri. Durante la riunione dell'organo, al teatro Testaccio di Roma, "si è anche dibattuto - così si legge in un testo pubblicato nel gruppo Facebook "Il Popolo della Democrazia cristiana" - su un articolo pubblicato dal Tempo [...] riguardante la convocazione di un'Assemblea di Iscritti ad un fantomatica Associazione della Democrazia Cristiana prevista per fine Febbraio 2017" (peraltro inserendo un riferimento a Gianfranco Rotondi, del tutto fuori luogo). Il punto sarebbe stato illustrato dallo stesso Sandri, "che ha ribadito le tappe dl un percorso politico-giuridico che ha segnato una continuità della mai decaduta Democrazia Cristiana, dal 1994 ad oggi e che non può più essere messo in discussione da chicchessia". Non solo: ben lungi dall'idea di preparare la celebrazione del XIX congresso, il gruppo legato a Sandri sempre sabato ha annunciato l'indizione del XXIII congresso, che si terrà a metà febbraio a Roma, dunque pochi giorni prima dell'assemblea disposta dal Tribunale. 
A dispetto della comune appartenenza ai valori della Dc, dunque, a dividere i "riattivatori" democristiani ci sono ancora molte cose - compresa la numerazione delle assise congressuali - e c'è da scommettere che la vicenda vedrà di nuovo le aule di tribunale. E i mille pezzi dello scudo, invece che riunirsi, potrebbero frantumarsi ancora di più.

domenica 18 dicembre 2016

Sel chiude bottega: analisi di un emblema al capolinea

Le storie umane nascono per durare il più a lungo possibile; a volte terminano troppo presto, a volte troppo tardi, ma la fine è scritta nel loro Dna fin dall'inizio. L'atto conclusivo (o ciò che direttamente lo precede) è arrivato ieri anche per Sel. Una sigla che, all'inizio della storia - databile al 16 marzo 2009, giorno della conferenza stampa di presentazione - significava Sinistra e libertà, ma già qualche mese dopo - in particolare dall'assemblea fondativa del 19 e 20 dicembre 2009 - aveva il significato completo di Sinistra ecologia libertà. Sette anni di vita con lo stesso nome, che si sono di fatto chiusi ieri alla Domus Australia di via Cernaia a Roma: il penultimo passo, annunciato da tempo, verso la nuova avventura di Sinistra italiana destinata a prendere ufficialmente il via tra qualche mese.
Ho detto penultimo passo perché, per quello che si è potuto capire, l'ultimo atto - ossia la decisione definitiva di scioglimento - spetterà alla segreteria, una volta completate le assemblee locali svoltesi nei giorni scorsi. Niente congresso nazionale dunque, cosa che a qualcuno non è piaciuta, così come una parte degli iscritti non condivide l'approdo - previsto dal 17 al 19 febbraio 2017 - all'interno di Sinistra italiana, per cui alcuni (come Luciano Uras) sono già approdati al Pd o si sono avvicinati, aggiungendosi a coloro che hanno percorso la stessa strada nei mesi scorsi (tra loro, ad esempio, Gennaro Migliore). 
Non spetta a questo sito dire se Sel è stata davvero - come si leggeva nel sito alcuni giorni fa - "un'esperienza di straordinaria ricchezza, che [...] ha dato molto in termini di riflessione, di legami umani e patrimonio politico"; certamente di fatto ieri si è conclusa una storia, vissuta quasi sempre ai margini. Prima della politica parlamentare (nel 2009 il cartello Sinistra e libertà mancò l'obiettivo dello sbarramento al 4% e non riuscì a entrare a Strasburgo), poi della politica che conta: nel 2013 fece parte della coalizione Italia bene comune di Pierluigi Bersani e, permettendo al centrosinistra di ottenere il premio di maggioranza alla Camera, ottenne un discreto numero di seggi, ma con la nascita del governo Letta si collocò subito all'opposizione e lì è rimasta per tutta la legislatura. 
Negli iscritti  c'è la consapevolezza di dover puntare a far introdurre nell'agenda del paese la lotta alla crisi economica e alla diseguaglianza viva nel paese, l'impegno per le politiche ambientali, l’innovazione e la ricerca, per i diritti di cittadinanza e per la conversione dell'economia verso sistemi "più solidali e intelligenti". Tutto ciò, peraltro, non sarà (più) fatto o tentato sotto il simbolo di Sel, uno dei primi emblemi essenzialmente "letterali" degli ultimi dieci anni: l'area del contrassegno colorata di rosso - che contenesse o meno il riferimento a Nichi Vendola - non aveva una funzione grafica precisa, se non quella estetica, risultando molto più importante il contenuto testuale dell'emblema. 
Certo, anche il simbolo - provvisorio? - di Sinistra italiana è fondamentalmente letterale, anche se la sigla è stata scritta in un modo riconoscibile e minimamente studiato. Non basta però rilevare questo per assicurare che anche nel nuovo soggetto politico si potrà "provare a costruire una memoria condivisa, [...] riflettere su ciò che siamo stati e su ciò che sarà". Di certo Sinistra italiana non potrà, non vorrà essere una riedizione della Sinistra - l'Arcobaleno del 2008 o (peggio) della Rivoluzione civile di Ingroia (2013), con cui si era cercato di tenere insieme i pezzi della sinistra radicale (e non solo quella), rimanendo però regolarmente fuori dalle aule parlamentari. Proprio all'interno della Camera e del Senato, invece, è nato il nucleo di Sinistra italiana e lì vorrà rimanere e tornare, per incidere sulle scelte politiche in modo più significativo di quanto non sia stato fatto finora. Certo gli affezionati al rosso, anche solo per ragioni storiche, con l'ultima versione emblema avranno di che essere contenti, vista l'abbondanza del colore. 

sabato 17 dicembre 2016

Quanto vale il simbolo del M5S?

Ciò che sta accadendo all'amministrazione di Roma, prima grande città guidata da rappresentanti del MoVimento 5 Stelle, è inevitabilmente al centro di commenti accorti o violenti, riflessioni più o meno lucide, scambi di idee di varia natura. Non utilizzerò questo post per ingrossare le file dei commentatori (anche perché ciò rischierebbe di comportare giudizi di natura politica che esulano del tutto dagli scopi del mio sito); c'è però almeno un aspetto delle vicende di queste ore che merita di essere analizzato, anche dal punto di vista di questo particolare osservatorio, dunque a questo mi limiterò.
Dopo le dimissioni dell'assessora Paola Muraro e l'arresto del dirigente comunale Raffaele Marra, sui media si sono rincorsi (almeno) tre possibili scenari, oltre alle dimissioni della sindaca Virginia Raggi (richieste dall'opposizione, ma anche da alcuni attiVisti più intransigenti): un segno di discontinuità importante con l'allontanamento del capo della segreteria politica della sindaca Salvatore Romeo e il "demansionamento" del vicesindaco Daniele Frongia (strada effettivamente percorsa), la decisione di "autosospensione" della sindaca (eventualità peraltro dalla difficile traduzione giuridica) e la possibilità che alla stessa Raggi - e alla sua giunta - venisse revocato l'uso del simbolo del M5S, con una sostanziale "sfiducia" da parte del capo politico e dei dirigenti del MoVimento.
Proprio questa terza ipotesi, non concretizzatasi ma probabilmente prefigurata (stando a molte ricostruzioni di stampa), suggerisce un approfondimento. Ciò se non altro perché - in base alle stesse ricostruzioni - Virginia Raggi avrebbe seriamente valutato la possibilità di rimanere alla guida della Capitale anche senza poter più disporre del contrassegno con cui era stata eletta. Lo stesso scenario - va subito precisato - sarebbe stato considerato "assolutamente impraticabile" da due personaggi di primo piano della maggioranza (il presidente del consiglio comunale e precedente candidato sindaco Marcello De Vito e il capogruppo Paolo Ferrara). Di certo, anche in presenza di una decisione così grave da parte del MoVimento, Raggi non avrebbe avuto alcun obbligo di dimettersi (a meno, ovviamente, di vedere approvata una mozione di sfiducia in consiglio), dunque avrebbe potuto restare al suo posto, pur dovendo scegliere per sé e soprattutto per la sua maggioranza un'etichetta diversa. Con quali effetti, però?
La situazione più critica, manco a dirlo, si sarebbe posta al nuovo appuntamento elettorale, in caso di ricandidatura della sindaca uscente. Anche prima, in ogni caso, la sindaca fino alla fine (naturale o anticipata) del suo mandato si sarebbe di certo sentita ricordare di continuo dagli aderenti al M5S che doveva il suo ruolo amministrativo interamente al MoVimento 5 Stelle e al suo logo. Detto in altri termini, Raggi e gli altri, in un'altra lista e sotto un altro simbolo, avrebbero rischiato percentuali da prefisso telefonico e magari non sarebbero stati eletti.
Sarebbe andata per forza così? Non possiamo saperlo, ma certamente i precedenti non depongono a favore di Raggi e della sua maggioranza. Quello più noto di tutti riguarda Giovanni Favia, che nel 2010 aveva ottenuto il 7% col M5S alle regionali in Emilia Romagna (alla prima partecipazione elettorale del MoVimento, quando ancora le percentuali a due cifre erano lontane), mentre alla fine del 2014 il suo progetto civico Liberi cittadini (da lui promosso, senza la sua candidatura diretta) superò a stento l'1%; negli anni Favia aveva ottenuto la stima di vari attiVisti per il suo impegno, ma dopo la revoca del simbolo seguita alla trasmissione del noto "fuorionda" contro Casaleggio sr le cose erano cambiate non poco.
In generale, comunque, dopo le prime esperienze delle Liste ciViche a 5 Stelle (2009) e le prime uscite elettorali del MoVimento (2010), a partire dalla partecipazione alle regionali in Sicilia (2012) il M5S spesso ha visto concretizzarsi una tendenza: a un numero di voti consistenti per il simbolo si accompagna una bassa espressione di preferenze a favore dei singoli candidati. Il fenomeno è poco evidente nei comuni medio-piccoli (su quella scala casi i candidati consiglieri sono piuttosto conoscibili da parte dei cittadini, compresi i non militanti), mentre si accentua - e di molto - quando il numero di elettori coinvolti si allarga. Almeno all'ultimo turno elettorale, in realtà, Roma ha costituito un'eccezione: Marcello De Vito infatti è risultato il top scorer assoluto delle preferenze nel 2016 e pure l'attuale capogruppo Ferrara si era ben difeso; nel 2013, invece, pur essendo andata abbastanza bene a Daniele Frongia e a Virginia Raggi, il distacco tra le preferenze ottenute da loro e dagli altri candidati era comunque ben visibile. Un fenomeno simile si è riscontrato - non senza polemiche, puntualmente rimbalzate sui vari media - con riferimento alle consultazioni interne per determinare la composizione delle liste nelle realtà più grandi (comprese, dunque, le cd. "parlamentarie"): in quei casi, come è noto, alla base delle candidature c'è stato un numero decisamente ridotto di voti online.
Questo ovviamente non significa che all'interno del M5S sia impossibile costruire un consenso personale per la singola persona: il risultato di De Vito, come si diceva, smentisce quella tesi. E' un fatto, però, che la struttura del M5S è profondamente diversa rispetto - ad esempio - a quella dei partiti della Prima Repubblica, il cui grado di penetrazione era tale da riuscire a mobilitare una vasta parte dell'elettorato e da poter prevedere con un minimo scarto il numero di preferenze che ciascun candidato avrebbe ottenuto (con tutto ciò che di negativo ciò comportava, in termini di clientele, lotte intestine tra candidati, etc.). Prima del 1992 il simbolo contava molto - anche più di oggi, probabilmente - ma anche il nome o il numero da scrivere accanto aveva decisamente peso ed erano piuttosto rari i voti alla sola lista, senza l'espressione di preferenze.
Oggi è cambiato il contesto in cui i partiti si muovono e sono cambiati profondamente gli stessi partiti; guardando al solo MoVimento 5 Stelle, però, è facile sostenere che, grazie alla popolarità di Beppe Grillo e all'impegno profuso da lui negli anni (anche dopo il "passo di lato" annunciato), il simbolo del M5S "rappresenta il primo vero prodotto" del MoVimento stesso che ha raggiunto la "maturità". Traggo il virgolettato da Brand Identikit, volume di Gaetano Grizzanti (pubblicato da Logo Fausto Lupetti editore e da poco aggiornato): ovviamente il M5S non è un'azienda, ma è l'attuale conformazione della politica (tutta, senza eccezioni) che quasi obbliga ad applicare le regole del mercato e del marketing anche agli attori politici. In questo senso, diventa fondamentale il concetto di brand equity, che Grizzanti definisce come "l'insieme dei valori distintivi e differenzianti con cui una marca presidia il territorio mentale dell'individuo, grazie ai quali si pone e compete sul mercato". 
Ora, premesso che il simbolo del M5S è stato registrato come marchio da molto tempo e che via via è diventato anche una marca, un brand (inteso come l'insieme dei motivi per cui si preferisce un prodotto - o un partito - rispetto a un altro), basta sostituire nella citazione precedente "simbolo" a "marca" e "tra gli elettori" a "sul mercato" e il tutto si fa chiaro. Il M5S si riassume innanzitutto nel suo simbolo, di cui prima era titolare personalmente Grillo mentre ora ne è titolare il MoVimento come soggetto giuridico (di cui Grillo peraltro resta presidente). La sola presenza dell'emblema sulle schede è in grado di portare una rilevante fetta di elettori a votare per il M5S, a prescindere dalla conoscenza dei singoli candidati. Questi ultimi, candidati in un'altra lista avente lo stesso programma ma con contrassegno diverso, potrebbero magari riscuotere consenso, ma di certo non potrebbero beneficiare del "valore aggiunto" rappresentato dalla brand equity del simbolo del MoVimento 5 Stelle: dovrebbero dunque investire molto (in termini di energie, propaganda, risorse anche economiche) per ottenere visibilità e riconoscibilità, sperando che il tutto si traduca in consenso.
A dispetto delle attese che il titolo di questo post può aver ingenerato, non mi azzarderò a valutare economicamente il simbolo del M5S (sarebbe fuori da ogni logica volerlo fare, ma potrei dire lo stesso per ogni altro emblema politico, scudo crociato compreso). Anche dare un valore percentuale, in termini di consenso, non è troppo serio e saggio: troppe variabili da considerare, col rischio di ritenere rilevante ciò che non lo è (lo sanno bene i sondaggisti, che di fronte a fatti di ogni tipo si sono sentiti chiedere puntualmente "e questo quanto sposta?"). Forse dire che il M5S porta con sé un patrimonio "irriducibile" che va dal 5 al 10 % dei voti (a seconda che la competizione sia locale o più vasta) e da lì può ampliarsi non è sbagliato, ma l'ipotesi va presa con tutta la cautela possibile, essendo priva di fondamento scientifico e magari smentibile al prossimo appuntamento elettorale. Di sicuro, chiunque intenda agire come il MoVimento, ma senza le stelle (dunque senza disporre del simbolo) si pone automaticamente in una condizione di concorrenza spietata: per vincere dovrebbe dimostrare di essere più genuino dell'originale, ma farlo dovendo combattere contro il potenziale evocativo dell'ultimo vero brand comparso in politica (nato giuridicamente "debole", ma rafforzatosi di molto con l'uso) è un'impresa quasi disperata. E, forse, non seria.

venerdì 16 dicembre 2016

Sicilia futura, binomio inossidabile con Crocetta

L'osservazione dei mutamenti all'interno dei gruppi parlamentari non è l'unico esercizio utile per conoscere l'esistenza di formazioni nuove o poco note fino a quel momento: può essere utile uno sguardo anche ai consigli regionali, sapendo che prima o poi qualcosa di interessante uscirà fuori. Giusto ieri, per esempio, si poteva leggere che all'interno dell'Assemblea regionale siciliana è nato un nuovo intergruppo di undici deputati (dunque tutt'altro che irrilevante), formato da coloro che hanno aderito al Psi e a Sicilia futura: un'aggregazione che fin dall'inizio appare decisamente vicina al presidente siciliano Rosario Crocetta e verosimilmente lo sosterrà alle elezioni regionali che sono previste per l'autunno 2017.
Chi non è nato o cresciuto in Trinacria, tuttavia, potrebbe domandarsi: d'accordo per il Psi, ma Sicilia futura cos'è? Da dove viene? La grafica del simbolo, in sé, non dice molto; da un certo punto di vista, anzi, potrebbe sembrare fuorviante. La sagoma dell'isola, infatti, è collocata - con una sorta di ombra che vorrebbe renderla tridimensionale - in un segmento rosso che occupa quasi tutto il semicerchio superiore; il tricolore che si vede nell'emblema, un po' costruito ad arcobaleno, e l'uso del blu per tingere il nome del partito farebbero pensare a un movimento a vocazione nazionale (il che è significativo, per una realtà legata a una regione) magari collocato nel centrodestra, cosa che evidentemente lo schieramento al fianco di Crocetta smentisce.
Qualche elemento in più, peraltro, si ha guardando al contenuto testuale del contrassegno: accanto al nome di Sicilia futura, infatti, è stata inserita - sia pure con una dimensione troppo piccola, da "corpo estraneo" - la sigla Pdr. Che sta, evidentemente, per Patto dei democratici per le riforme, progetto politico moderato formato a metà del 2014 dall'ex ministro delle comunicazioni Salvatore Cardinale, il cui emblema era caratterizzato - oltre che dalla sigla scritta decisamente in grande - dall'uccello ad ali spiegate e da una stretta di mano (coi colori della Sicilia) collocata curiosamente proprio sulla corona circolare blu che "chiude" lo spazio del contrassegno.
Alla formazione di Sicilia futura, peraltro, aveva contribuito anche un altro gruppo, quello di Sicilia democratica, nato sempre nel 2014 per l'opera dell'eletto regionale Lino Leanza, già membro del gruppo Articolo 4. Anche qui la regione ritorna, nel nome della formazione, nella sagoma dell'isola che "ritaglia" la D della sigla, come pure nel segmento inferiore colorato di giallo e di rosso, mentre il resto del simbolo è completamente virato al blu, in varie sue sfumature. Una parte di Sicilia democratica (in particolare Salvatore Lentini) poco più di un anno fa si era avvicinata al gruppo di Cardinale, costituendo appunto la nuova realtà di Sicilia futura. La politica siciliana, tuttavia, è il contrario dell'immobilità, dunque non c'è da stupirsi della nascita di nuove formazioni. Così come è lecito aspettarsene altre nei prossimi mesi, in questa marcia di avvicinamento alle elezioni regionali.

giovedì 15 dicembre 2016

La Dc ritorna il 26 febbraio: parola di giudice

Fusse che fusse la vorta bbona. Si può sorridere, ricordando il leit-motiv del barista Bastiano da Ceccano, il personaggio con cui Nino Manfredi per tanto tempo ha conquistato il pubblico in televisione e non solo. Eppure potrebbe essere questo, declinato dal ciociaro in tutti gli accenti dialettali, il pensiero di chi, dentro di sé, è sempre stato democristiano. La notizia, infatti, da ieri è ufficiale: la Democrazia cristiana, o perlomeno qualcosa che vuole somigliarle molto, tornerà e si riunirà, per due giorni. L'appuntamento è già stato fissato per il 25 e 26 febbraio 2017
La notizia, in sé, può non sembrare nuova: di tentativi di rimettere in moto la Dc, da Flaminio Piccoli in poi, se ne sono visti tanti, anche passando attraverso le aule di tribunale, luoghi in cui ogni tentativo si è puntualmente arenato e schiantato. Prima d'ora, tuttavia, non c'era mai stato un provvedimento di un giudice che decidesse ufficialmente la convocazione degli iscritti: a fissare la data, infatti, è stato il giudice del Tribunale di Roma Guido Romano, su espressa richiesta di un gruppo di iscritti. Niente di clandestino o di carbonaro, dunque; niente di improvvisato, visto che il procedimento era iniziato a metà maggio.
Tra i promotori della richiesta di riunire i democristiani, peraltro, c'è un vero campione di scudo crociato. Si tratta di Alberto Alessi, il cui cognome a un vero drogato di politica dice già molto. Suo padre Giuseppe - primo presidente della Regione Sicilia - infatti, era stato tra i fondatori della Democrazia cristiana all'epoca della clandestinità; di più, era stato proprio lui a disegnare il primo scudo crociato che poi sarebbe stato utilizzato come simbolo dal partito per gli anni a venire. Non stupisce allora che il figlio Alberto, deputato per tre legislature (prima per la Dc, poi - per pochi mesi - per il Ccd), cerchi da tempo di riattivare il partito la cui storia coincide, sostanzialmente, con la sua.
Alessi, dunque, si era rivolto al tribunale di Roma assieme ad altre quattro persone, tra cui Nino Luciani, professore di scienza delle finanze e primo firmatario dell'istanza, Renato Grassi, Luigi D'Agrò e Renzo Gubert, per chiedere ai giudici di convocare l'assemblea degli iscritti a norma dell'art. 20, comma 2 del codice civile: in base a questo, se quell'organo di un'associazione non viene convocato dagli amministratori quando lo chiedono gli iscritti, può provvedere il presidente del tribunale. Il fatto è che, in base a quella disposizione, occorrerebbe che la richiesta provenisse dal 10% dei soci ("un decimo degli associati", dice il codice): altri tentativi erano stati fatti in precedenza secondo questa via (anche da Alessi e Luciani a giugno del 2014), ma la convocazione d'ufficio era sempre stata negata, perché nessuno era stato in grado di produrre gli elenchi dell'ultimo tesseramento valido effettuato dalla Democrazia cristiana, quello del 1992; in assenza di quelle liste, si era ritenuto che la richiesta di pochi sedicenti iscritti fosse inammissibile, dal momento che i tesserati al partito all'inizio degli anni '90 superavano il milione, dunque i richiedenti non potevano rappresentarne il 10%. 
Questa volta, invece, la domanda di Alessi e degli altri è stata completamente accolta: ciò significa che un elenco è stato prodotto, altrimenti non ci sarebbe stato motivo per cambiare idea rispetto alle decisioni precedenti. Le vecchie liste di un quarto di secolo fa, tuttavia, non sono mai riemerse (nonostante i tentativi di ricostruirle), per cui i ricorrenti hanno ritenuto di poter consegnare al giudice l'unico elenco certamente disponibile: quello di chi risultava tesserato in uno degli ultimi tentativi di rimettere in pista la Dc, che aveva portato alla segreteria l'ex ministro Gianni Fontana
Quel percorso, a dire la verità, fu bloccato proprio dal Tribunale di Roma nel 2013 - tra l'altro, dallo stesso giudice Guido Romano, che ha curato dall'inizio l'istruzione del procedimento iniziato a maggio da Alessi - sulla base di alcuni ricorsi che avevano contestato la procedura con cui si erano convocati prima il Consiglio nazionale, poi il (XIX) congresso del partito nel 2012. Per Alessi e gli altri, tuttavia, questo è un particolare secondario: quella, secondo loro, è stata l'occasione per 1742 dei vecchi iscritti alla Democrazia cristiana di rinnovare la loro adesione al partito e ai suoi ideali, dunque è da queste persone che occorre ripartire se si vuole riprendere il discorso interrotto all'inizio del 1994. I cinque promotori hanno presentato, oltre all'elenco, oltre 200 deleghe di rappresentanza di altrettanti sedicenti iscritti: il giudice ha ritenuto che il numero di richiedenti fosse superiore al 10% degli associati. Romano, nella sua ordinanza di ieri, ha addirittura precisato che non era nemmeno necessario rivolgersi prima agli organi interni per la convocazione dell'assemblea degli iscritti, "attesa la decadenza di tutti gli organi sociali, e conseguentemente l’assenza stessa dell’organo cui chiedere la convocazione dell’assemblea": questo, tra l'altro, potrebbe significare la non permanenza della qualità di legale rappresentante della Dc in capo ad Alessandro Duce, ultimo segretario amministrativo del partito (nel 1994) prima del cambio di nome in Ppi. 
Unica condizione che il giudice aveva posto - nell'ordinanza del 25 ottobre, seguita all'udienza del 18 ottobre - era stata la "necessità di documentare la disponibilità di una sala adeguata ove tenere l'assemblea dell'associazione per una data compresa tra il 20 e il 28 febbraio 2017", vale a dire sufficientemente capiente per poter ospitare tutti gli iscritti, se questi volessero in ipotesi partecipare in massa. Il gruppo dei promotori si è dato da fare e ha fatto riservare un'enorme sala all'hotel Ergife, la Leptis Magna, da oltre 2mila posti. E, a pensarci bene, non poteva che ripartire da lì, dal "congressificio d'Italia" - non solo per la politica - la marcia del partito che ha fatto la storia e la cronaca di questo paese, quando operava e anche quando qualcuno ha cercato di rimetterlo in pista. 
Certo, in questo procedimento non è tutto chiaro: sarebbe facile sostenere che il giudice avrebbe convocato sì una Democrazia cristiana, ma non quella storica, bensì quella "sospesa" di Fontana. A obiezioni simili, tuttavia, i promotori scuotono la testa: "Il giudice ci ha dato ascolto - spiega Pellegrino Leo, altro democristiano da anni impegnato per il ritorno del partito - e ha convocato l'assemblea degli iscritti della Dc, su questo non ci sono dubbi e questa è l'unica cosa che conta. L'assemblea è convocata il 25 febbraio alle ore 21 in prima convocazione, il 26 alle ore 10 in seconda convocazione. Tutto qui, tutto assolutamente chiaro". In quel giorno, l'assemblea degli iscritti si ritroverà sulla base di un ordine del giorno limitato a tre punti: nomina del presidente pro tempore dell'assemblea e del segretario verbalizzante; nomina del presidente dell’associazione (art. 36 cc e principi generali del diritto); varie ed eventuali. Il passaggio, dunque, servirà essenzialmente a dare un legale rappresentante alla "associazione non riconosciuta Democrazia cristiana", per poi permetterle di continuare la sua vita, se e come lo vorrà.
Andrà tutto liscio? E' ragionevole pensare di no, se non altro perché qualcuno - magari un altro gruppo di iscritti o i legali rappresentanti di ciò che resta del Partito popolare italiano, tuttora esistente e probabile continuatore giuridico dell'esperienza della Dc - potrebbe fare ricorso e vanificare il percorso iniziato mesi fa. Gli stessi promotori si attendono ricorsi da parte di qualcuno, "ma - precisa Pellegrino - non siamo preoccupati. A molti di coloro che negli anni si sono messi di traverso ad altri tentativi di riattivare la Democrazia cristiana abbiamo chiesto di cessare le ostilità, mettendo in chiaro una cosa: noi il patrimonio che fu della Dc e che negli anni in tanti si sono spartiti non-lo-vo-glia-mo. Vogliamo solo far tornare e ripresentare agli italiani con un programma diverso e nuovo il partito in cui non abbiamo mai smesso di riconoscerci e che nel 1994 è stato fatto sparire, senza che gli iscritti fossero realmente consultati su questo. Ci è voluto quasi un quarto di secolo e forse servirà ancora altro tempo, ma un passo avanti lo abbiamo fatto". Basterà, per rimettere insieme i pezzi dello scudo crociato?

sabato 3 dicembre 2016

Scudo (in)crociato anche nell'Udc

Non c'è pace, a quanto pare, per lo scudo crociato e ciò che lo contiene. Non bastavano le dispute sulla Democrazia cristiana e sulla sua eredità (giuridica, simbolica e patrimoniale), mancava giusto che un nuovo filone contenzioso si aprisse nell'area dell'Unione di centro, lontana dai fasti di qualche anno fa ma ancora presente in Parlamento e - a quanto pare - abbastanza grande per potersi frammentare. 
Pochi giorni fa, infatti, il tribunale di Roma si è pronunciato - in sede cautelare - su un ricorso presentato dal segretario Lorenzo Cesa, contro il gruppo siciliano dell'Udc, che fa riferimento all'ex ministro (ed ex presidente del partito) Gianpiero D'Alia e ha scelto per sé - soprattutto all'interno dell'Assemblea regionale siciliana - l'etichetta di Centristi per la Sicilia
Tutto, in realtà (e come è facile da immaginare) è iniziato fuori dai tribunali. Alla fine di ottobre D'Alia alla testata online Tempostretto.it aveva dichiarato, senza giri di parole: "L'Udc è morta"; Cesa aveva subito ricambiato la cortesia, sospendendo lo stesso D'Alia, che a sua volta si era dimesso dal partito. Come si è già ricordato in precedenza, peraltro, lo scontro si era già innescato in precedenza, a partire dallo svolgimento del congresso regionale (contestato nella legittimità da Cesa, ma appoggiato da D'Alia) e dallo schieramento sul referendum costituzionale, col vertice nazionale Udc ben deciso per il No e D'Alia (al pari di Pier Ferdinando Casini) schierato convintamente con il Sì.
Proprio il referendum, del resto, era stato il casus belli per il ricorso cautelare presentato da Cesa - attraverso il suo avvocato Pieremilio Sammarco, lontano dalla notorietà acquisita tempo fa come titolare dello studio legale in cui ha lavorato Virginia Raggi - contro D'Alia e gli altri: questi, in particolare, oltre ad essersi attribuiti "senza alcuna titolarità la carica di segretario regionale e di segretari provinciali", avrebbero fatto uso "in modo improprio e illegittimo" del simbolo dell'Udc "assumendo una posizione al chiaro scopo di ingenerare confusione circa la posizione del partito sul referendum costituzionale, in difformità con le decisioni assunte dalla Direzione nazionale del partito". Fine del ricorso, dunque, era ottenere che al gruppo di D'Alia fosse inibito l'uso del contrassegno dell'Udc. 
Lo scorso 28 novembre, tuttavia, i siciliani (difesi da Alessia Giorgianni) hanno reso noto che la prima sezione civile del Tribunale di Roma ha rigettato il ricorso di Cesa. Per il giudice, infatti, mancherebbe uno dei requisiti fondamentali per chiedere e ottenere un provvedimento cautelare come l'inibitoria, cioè il periculum in mora, inteso come pericolo di danno imminente e irreparabile in mancanza di adeguati provvedimenti giudiziari. 
Da una parte, infatti, i dissidenti avrebbero lasciato il partito, mentre gli eletti all'Ars avevano appunto creato il gruppo dei Centristi per la Sicilia (con un emblema mutuato da quello del comitato dei Centristi x il Sì): proprio il recesso di alcuni iscritti e la nascita di una nuova aggregazione con quel nome, per il tribunale, "porta a ritenere che l'orientamento politico che tali soggetti riterranno di diffondere pubblicamente, anche in relazione alla votazione dei quesiti referendari, non sarà per il futuro associato al partito Udc, ma costituirà espressione di un autonomo indirizzo, differente da quello del partito ricorrente sia per i contenuti, sia per la denominazione utilizzata, sia per il simbolo prescelto, [...] del tutto differente da quello del ricorrente". 
Se dunque in futuro non è prevista l'associazione tra gruppo di D'Alia e Udc, non si può parlare di pericolo imminente e irreparabile e non c'è motivo di inibire l'uso del simbolo. Naturalmente l'Udc ha tenuto invece a sottolineare che il ricorso è stato rigettato solo perché le dimissioni dei dissidenti sono state presentate solo alla vigilia dell'udienza, facendo così "svanire ciò che il giudice testualmente qualifica come 'pregiudizio imminente ed attuale derivante dall'uso indebito del simbolo Udc o da convocazioni di assemblee o congressi in cui i contenuti agiscano in nome del predetto partito o si presentino in rappresentanza dello stesso diffondendo una linea programmatica e politica differente dall'indirizzo dell'Udc'". 
Probabile, a questo punto, che almeno questa causa si concluda qui, essendo cessato ogni elemento concreto di contesa: gli appassionati dello scudo crociato potranno riprendere a concentrarsi solo sui tentativi di risvegliare la Democrazia cristiana, senza che altri contenziosi rendano il quadro ancora più complicato.

venerdì 2 dicembre 2016

Azzurro Popolare, una storia che rispunta

A livello nazionale è poco noto, anche se il nome e il simbolo possono facilmente ricordare qualcosa di già visto o di già sentito, ma in Puglia Azzurro Popolare è un marchio politico ben noto e radicato in varie località: già solo per questo, merita di essere considerato su queste pagine. 
Che se ne sappia, la prima comparsa dell'emblema va collocata nel 2009, alle elezioni provinciali di Lecce. Nella coalizione di centrodestra a sostegno di Antonio Maria Gabellone c'era anche Azzurro Popolare: "Non siamo un partito, siamo un progetto", si leggeva nel sito del movimento. Gabellone riuscì a battere la sfidante di centrosinistra Loredana Capone e la formazione presieduta da Aldo Aloisi era riuscita addirittura a ottenere due consiglieri (uno in più dell'Udeur).
In quell'occasione l'emblema era già quello in uso ora: fondo blu, arcobaleno/scia tricolore con base "a gradoni" nella parte inferiore, un arco di dodici stelle in quella superiore. Gli ingredienti grafici per un piazzamento nel centrodestra c'erano tutti (si pensi ai simboli del Pdl o della pionatiana Alleanza di centro): non stupisce dunque che, l'anno dopo, anche per volontà dell'ex governatore Raffaele Fitto, Aloisi fosse stato inserito nella lista del Pdl in provincia di Lecce e, da lì, tornò in consiglio regionale, rappresentando proprio Azzurro popolare. 
Quando nel 2015 si tornò al voto, in molti si aspettavano un appoggio del movimento a Francesco Schittulli, candidato fittiano alla presidenza della regione; per un po' di tempo anche la comunicazione di Aloisi sui social network sembrava suggerirlo. Alle elezioni - quelle della tempesta pre-elettorale nel partito pugliese tra i sostenitori di Fitto e il partito "ufficiale" e commissariato - si candidò invece in Fi (convinto di portare "entusiasmo, energia e mobilitazione oltre che risultati senz’altro positivi per il partito di Forza Italia in provincia di Lecce") e quella volta il seggio non arrivò.
Attualmente il simbolo di Azzurro Popolare è ricomparso sui manifesti a sostegno del No al referendum costituzionale, tra le forze che hanno preso parte al comitato politico (quello presieduto da Annibale Marini a livello nazionale). Ed è sempre uguale, quasi rassicurante nella sua immutabile immagine nazionalpopolare di centrodestra...