venerdì 13 gennaio 2017

Sgarbi, dalla Rivoluzione al Rinascimento

Il 2016 doveva essere l'anno della sua candidatura a sindaco di Milano, annunciata con molto anticipo, ma alla fine non concretizzatasi. Vittorio Sgarbi, in ogni caso, fa capolino nelle cronache politiche già in quest'inizio 2017, presentando il primo simbolo nuovo nuovo - e decisamente artistico - di quest'anno che conterrà le elezioni o vi condurrà. Si tratta di Rinascimento, nuovo movimento politico che probabilmente non è ancora nato in modo ufficiale, ma dovrebbe vedere la luce nelle prossime settimane: dalla sua ha un programma ambizioso e un imperativo ben preciso, "ricominciare a credere e investire nella bellezza". 

Presentazioni e anticipazioni

L'emblema è stato svelato oggi da Sgarbi al Corriere della Sera, in un'intervista di Maurizio Donelli che ha incontrato il critico d'arte nella casa-museo di famiglia a Ro Ferrarese. In quell'occasione Sgarbi ha illustrato la genesi del suo progetto: "L'idea mi è venuta qualche mese fa, sfogliando l'inserto del Corriere dedicato al Bello dell'Italia. Ho pensato fosse giusto creare un progetto che riportasse al centro dell’azione politica il primato della bellezza. Abbiamo un patrimonio immenso che racchiude un'economia ignota. C'è qualcosa di alterato nella percezione di ciò che l'Italia è. E di questo la politica non si occupa".
La notizia del nascituro movimento, tuttavia, l'aveva già data la Gazzetta di Reggio poco meno di un mese fa, il 19 dicembre 2016. Sgarbi, infatti, lo aveva svelato in anteprima in una videointervista con il direttore del quotidiano - e amico di vecchia data - Stefano Scansani: "Ho un progetto piuttosto subdolo, - aveva detto - cioè far coincidere il mio spettacolo sul Rinascimento con un movimento politico di simile nome, Rinascimento".
Il casus belli raccontato in quel caso era un po diverso, ma ugualmente eloquente: 
"La decadenza che noi abbiamo nella politica italiana parte da una consapevolezza, che percepii già parlando con Gianni Agnelli e con Berlusconi una volta in cui, come Parlamento in seduta comune, eleggevamo il Presidente della Repubblica: nessuno dei due era o è mai stato a vedere Piero della Francesca ad Arezzo. Può un italiano che ha un ruolo di governo ed è parte della classe dirigente ignorare il più importante ciclo di opere d'arte che vi sia in Italia? Sarebbe come se ignorasse la pizza... Occorre che riprendiamo coscienza della civiltà artistica italiana."
A Scansani, che gli ricordava il passato da "scapigliato" col Partito della rivoluzione - ma si potrebbero citare, ancora prima, i suoi Liberal, all'apparenza poco rivoluzionari e rinascimentali - e lo punzecchiava ("Devi decidere cosa vuoi essere"), Sgarbi rispondeva risoluto: "Non cambia niente, il concetto è lo stesso: la rivoluzione è un rinascimento e viceversa. Il problema è capire che queste rivoluzioni o questo rinascimento corrispondono a un rovesciamento dell'offerta politica: qual è l'offerta politica del Pd, della Lega? Boh... E' tutta in negativo o legata a scelte miserabili".  

Primo: salvare la bellezza 

Non è affatto miserabile, invece, investire sulla bellezza, "anche limitandosi a lasciare certi luoghi come sono perché - ha precisato Sgarbi al Corriere - nulla ha più valore di ciò che è incontaminato". Stop dunque al modello di sviluppo industriale come l'unico da considerare ("Questo ha portato agli scempi di Bagnoli, Taranto, Termini Imerese") e sì agli investimenti sul passato, su ciò che merita di essere preservato, conservato e valorizzato. "Possibile - aveva detto invece a Scansani - che oggi gli uomini costruiscano solo orrori e non salvino la bellezza che c'è?"
La bellezza, ovviamente, non dovrebbe essere solo quella da salvare, ma anche un canone cui tornare nella costruzione. "In Italia - ha continuato il critico d'arte nell'intervista uscita oggi - ci sono 25 milioni di edifici: di questi, 12 milioni sono stati eretti dal sesto secolo avanti Cristo fino al 1960, tutti gli altri, 13 milioni, da quel momento in poi. Il caos estetico è evidente": la soluzione, secondo lui, sarebbe inventare una sorta di Slow Architecture, "che non prevede pale eoliche ma un ritorno all'edilizia con materiali tradizionali e dall'impatto estetico positivo".
Se questo dovrebbe essere il cuore del programma (magari da realizzare coinvolgendo il Fai "e la parte più sana di Italia Nostra"), altri punti forti riguarderebbero l'abolizione delle Regioni ("Oggi i parlamentari a Roma lavorano solo dal martedì al giovedì. Poi tornano a casa. Se venissero abolite le Regioni, le funzioni degli attuali consiglieri potrebbero essere assunte da questi parlamentari i quali dedicherebbero il venerdì, in apposite commissioni, ai problemi delle loro singole regioni") e l'introduzione di tetti fiscali (il 15% fino a 36mila euro, il 25% fino a 500mila euro, il 30% fino a un milione di euro, il 35% oltre un milione di euro), superabili solo in caso di calamità naturali "come espressione di solidarietà". 

Simbolo artistico, con un occhio alla legge elettorale

Quando Sgarbi aveva parlato con Scansani di Rinascimento, non c'era ancora un simbolo (o, se c'era, non era ancora definitivo). Da oggi, invece, possono vederlo tutti: l'elemento più evidente è il dettaglio più noto di uno degli affreschi più riprodotti e parodiati al mondo, la Creazione di Adamo della Cappella Sistina, uno dei reali capolavori del Rinascimento (appunto), opera di Michelangelo. Così, su un fondo blu-azzurro sfumato stile cielo, si staglia in modo netto la scena del dito indice di Dio che sfiora quello di Adamo (e non di Abramo, come purtroppo i lettori del Corriere hanno letto sull'edizione cartacea di oggi e come qualche quotidiano online ha riscritto, nel rilanciare la notizia). 
La stessa figura di Adamo (ma senza il braccio disteso di Dio), tra l'altro, figura sulla copertina di Gli immortali, libro pubblicato da Sgarbi nel 1999 per Rizzoli; al di là del precedente editoriale, emerge con forza come quel dito divino, pronto a trasmettere la scintilla vitale, voglia simboleggiare il desiderio e l'auspicio di un (nuovo) Rinascimento, artistico e non solo. E' il quotidiano online ForlìToday a rivelare che "una buona parte del concept [...] della [...] nuova formazione politica è stata elaborato a Forlì", città in cui peraltro risiede Sauro Moretti, "braccio destro" di Sgarbi, e città in cui ha la sede principale l'agenzia PubliOne, curatrice dell'emblema; completano l'emblema il nome del movimento e del suo leader (quest'ultimo un po' più sobrio graficamente rispetto al passato, ma sempre in bella vista), proposti in una font stile Bodoni Bold, in controtendenza rispetto alla consuetudine che preferisce i "bastoni" alle grazie.
Per sapere se quel simbolo finirà o no sulle schede alle prossime elezioni politiche, tuttavia, bisogna attendere di conoscere la nuova legge elettorale. Lo stesso Vittorio Sgarbi, infatti, a Stefano Scansani ha spiegato i diversi orizzonti a seconda del sistema elettorale che verrà scelto: 
"Ci sono due possibilità: la prima è quella di un proporzionale puro, che è la più logica ma non so se passerà, nel qual caso ognuno presenterà il menù che riterrà più giusto, senza doversi qualificare come di destra o di sinistra. La seconda è il ritorno al Mattarellum, che non mi è mai piaciuto ma questa volta ha un significato: i poli non sono più due, ma tre più o meno equivalenti e tutto quello che porterà il candidato sarà merito suo, nel senso che chi vincerà non lo farà sulla base dei voti che il partito che lo candida aveva già in quel collegio, ma perché è un candidato buono. A quel punto, dovremo decidere se schierarci con Renzi o col centrodestra".     
"Ti sei disamorato di Berlusconi?", ha chiesto Scansani in modo provocatorio a Sgarbi, il quale ha risposto senza mezzi termini: "Berlusconi è finito, fuori gioco, poi la linea della destra non mi piace". E sul gruppo che dovrebbe accompagnare Sgarbi in quest'impresa politica - "Convivere con te - diceva sempre Scansani - è impossibile!" - il critico ha dato qualche cenno: "Ho già fatto un movimento che ha funzionato, con Nicola Grauso, lui sicuramente è disponibile, come è disponibile chi ha fatto cose nell'ambito della politica e si sente fuori dal gioco. Non faremo molta fatica a trovare aderenti; il problema è convincere i cittadini che la tua offerta politica è migliore degli altri". Col tocco divino scelto come simbolo forse sarà più facile, chissà...

mercoledì 11 gennaio 2017

Pde Italia, nuovo partito di Rutelli tra Roma e Bruxelles

Lo ha fatto in modo molto soft, quasi in sordina, almeno stando all'attenzione che ha avuto dai media che contano. Eppure, alla fine di dicembre, Francesco Rutelli ha fondato un nuovo partito, almeno il terzo per lui, dopo la Margherita e Alleanza per l'Italia (per non considerare anche i Democratici, anche se il suo ruolo in quel caso era stato più marginale). "In una conferenza a Roma il 15 dicembre - si legge in una breve nota diffusa online - il co-presidente del EDP Francesco Rutelli ha annunciato la creazione del PDE Italia, una nuova forza centrista e democratica per l'Italia." 
La sigla Edp sta per European Democratic Party, dunque Partito democratico europeo: si tratta della formazione politica europea che lo stesso Rutelli aveva contribuito a fondare nel 2004, assieme al francese François Bayrou, diventandone con lui co-presidente. Chi seguì le cronache politiche di allora ricorda bene il travaglio che percorse il centrosinistra italiano, che aveva visto Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei correre insieme, sotto le insegne di Uniti nell'Ulivo, salvo poi spaccarsi dopo il voto: per Democratici di sinistra e socialisti fu naturale aderire al gruppo del Pse e proposero alla Margherita di fare altrettanto, ma Lapo Pistelli e gli altri della pattuglia di neoeletti non ci pensarono nemmeno, non accettando di portare le loro radici "cattoliche democratiche e popolari, riformatrici, ambientaliste, laiche e liberaldemocratiche" (parole proprio di Rutelli) in un partito di sinistra; d'altra parte, gli ex popolari non considerarono nemmeno di tornare e portare gli altri nel gruppo del Ppe, per non prolungare una convivenza poco gradevole con gli eletti di Forza Italia. 
Il logo originario del Pde
Dovendo cambiare gruppo, il più vicino (o il meno lontano) come sensibilità era quello dei liberali, il gruppo Eldr, che corrispondeva agli eletti riferiti al Partito europeo dei liberali, democratici e riformatori. L'accordo per allargare la compagine, creando un gruppo che si facesse davvero carico di portare avanti le istanze europeiste, c'era; era importante, tuttavia, che quel gruppo avesse un nuovo nome e che, oltre all'Eldr, vi facesse riferimento un partito europeo nuovo nuovo, diverso da quelli operanti fino a quel momento e in cui potessero sentirsi a casa tanto i centristi, quanto i liberaldemocratici. Nacque così l'idea di creare il Partito democratico europeo, la cui anima era costituita dai rutelliani e dall'Udf (Union pour la démocratie française) di François Bayrou: assieme all'Eldr, poco più avanti, avrebbero fatto nascere il gruppo Alde - Alleanza dei liberali e dei democratici per l'Europa) al Parlamento europeo (lo stesso nome che, in seguito, avrebbe assunto lo stesso partito Eldr: anche per questa omonimia, il Pde è sempre stato meno noto della famiglia liberale).
Alla fine di novembre, Rutelli è stato confermato (sempre con Bayrou) co-presidente del Pde per il biennio 2017-2018; la dirigenza italiana vede anche la presenza del vicepresidente Luigi Cocilovo (già vicepresidente del Parlamento europeo quando militava nella Margherita, poi confluito nel Pd) e del vicesegretario generale Gianluca Susta (anch'egli ex Margherita-Pd, poi eletto deputato con Scelta civica in quota "montiana" e dal 2015 tornato nel Pd); alla riunione del council era presente, tra gli altri, anche Giovanni Palladino, deputato di Scelta civica, ora nel gruppo dei Civici e innovatori, contrari all'alleanza coi verdiniani di Ala. 
In quell'occasione Rutelli ha presentato un documento, intitolato Democratici nell'Europa del XXI secolo: la nota diffusa dal Pde precisava che quel testo partiva "dai grandi cambiamenti politici per proporre di partecipare ad una direzione risolutamente nuova, per evitare che la crisi dell'Europa divenga irreversibile e si affermino estremismi e populismi". Scorrendo quel documento, tuttavia, assieme al nuovo logo del Pde (monocromatico in blu e meno schiacciato rispetto al precedente) appare il simbolo tipicamente circolare del Pde Italia preannunciato da Rutelli due settimane dopo. Si tratta, a ben guardare, di una grafica parente stretta di quella che nel tempo ha caratterizzato il partito europeo: restano le otto stelle, disposte su due archi di cerchio; la sigla Pde è nella font attualmente usata in Europa, stondata e meno schiacciata rispetto a quella precedente; accanto al blu, in compenso, è stato mantenuto il colore arancione già presente in passato. Così, se nel sito del Pde Rutelli figura ancora come esponente di Alleanza per l'Italia (sebbene nel sito del partito ci sia solo la pagina iniziale in cui si legge che il partito "ha concluso le sue attività"... anche se ha continuato a presentare i suoi bilanci anche dopo la sua sparizione dalle Camere), tra poco è probabile che possa sfoggiare la sua nuova etichetta, di un partito che può sentire veramente suo, avendolo fondato due volte, prima in Europa e poi in Italia, come diretta emanazione della sua creatura nata a Bruxelles.

Grazie a Tommaso Gentili per la segnalazione.

martedì 10 gennaio 2017

Frosinone, se basta una lettera (socialista) per riconoscersi

In certi luoghi, in alcuni contesti, il tempo sembra non essere mai passato, anzi, sembra di vedere un fermoimmagine che resta anche se intorno e davanti molto cambia e si evolve (non necessariamente in meglio). Le idee, per esempio, possono restare in netta minoranza, inchiodate dalla dittatura dei numeri; nonostante questo resistono e, a volte, basta un segno ben leggibile da tutti per farle riemergerle. 
A livello nazionale, per esempio, i fasti dei socialisti sono finiti da tempo, si direbbe da poco meno di un quarto di secolo: l'ultima percentuale a due cifre, infatti, si è vista alle elezioni politiche del 1992, mentre le amministrative dell'anno dopo furono l'inizio della débâcle, proseguita con la frammentazione in diverse sigle, tra tentativi (poco fortunati) di corse solitarie e scelte di alleanze e "asili elettorali" nella speranza di ottenere comunque qualche seggio; eppure, non mancano i luoghi in cui rose e garofani non sono appassiti, anzi, sono ancora vivi tra gli elettori e, nelle occasioni giuste, sanno trovare nuova linfa. 
Uno di questi luoghi è certamente Frosinone, città legata al nome di Gian Franco Schietroma, figlio di Dante (già senatore e ministro della Funzione Pubblica), avvocato e da anni attivo in politica: già consigliere regionale, deputato per due legislature, membro laico del Csm e sottosegretario alle Finanze con D'Alema e Amato, Schietroma era stato segretario del Psdi dal 1995 al 1998 (anno in cui contribuì a far nascere lo Sdi, anche se altri in seguito si sarebbero ripresi il sole socialdemocratico), attualmente è coordinatore della segreteria nazionale del Psi guidato da Riccardo Nencini.
Nel frusinate i rapporti tra socialisti e Pd non sono i migliori da tempo: in provincia, addirittura, negli ultimi due anni aveva finito per crearsi una "maggioranza innaturale" che ai dem vedeva affiancata Forza Italia. Non c'è da stupirsi, dunque, che il Psi - che al comune di Frosinone, al voto nei prossimi mesi, ha schierato un candidato sindaco autonomo rispetto alla coalizione del Pd, il segretario cittadino Vincenzo Iacovissi - abbia lavorato per presentare una lista autonoma alle elezioni provinciali che si sono svolte nei giorni scorsi: la lista A difesa del territorio. Una formazione che si proponeva di dare una svolta più incisiva all'amministrazione provinciale (puntando alla provincia come un ente fondamentale per il territorio, costituendo una commissione antimafia provinciale e una cabina di regia sul tema del lavoro, nonché lavorando sul marketing territoriale) e per ricostruire il centrosinistra senza che questo si appiattisca sul solo Pd.
Oltre al Psi, la lista è stata costituita da esponenti di Sinistra Italiana, Possibile e Sinistra Tricolore, con anche l'appoggio del Pci; la "trazione" socialista, tuttavia, era inequivocabile, per la presenza della "A" di Avanti!, la storica testata legata al partito (e solo da pochi anni tornata nelle mani del Psi, dopo la "parentesi" di Lavitola). La foggia inconfondibile di quella lettera ha dato un'impronta molto netta - al di là del nome civico - a un simbolo che, per il resto, era piuttosto neutro dal punto di vista grafico (al di là dell'uso interessante del Bodoni, a fronte dell'uso molto più frequente di caratteri "bastoni" rispetto a quelli "graziati").
Gli elettori - o meglio, quella platea particolare di elettori prevista dalla legge per le elezioni provinciali, dunque sindaci e consiglieri comunali - devono comunque aver riconosciuto con nettezza l'emblema: A difesa del territorio, infatti, ha portato a casa quasi il 13% dei voti (ponderati), ottenendo un consigliere e rischiando di ottenerne un altro. Il che, probabilmente, rappresenta l'unico vero motivo di rammarico per il Psi: a essere eletto in consiglio provinciale, infatti, non è stato un socialista, ma il candidato di Sinistra italiana Luigi Vacana. La A di Avanti!, in ogni caso, non è passata inosservata: in futuro, il Psi interessato a progetti civici potrà tenerne conto.

lunedì 9 gennaio 2017

Dc, la strada del risveglio passa per Bologna

Il cammino verso la riattivazione della Democrazia cristiana, sulla base del decreto del Tribunale di Roma che ha disposto la convocazione degli iscritti per il 25 e 26 febbraio, prosegue e diventa via via più chiaro, grazie alle notizie che via via vengono diffuse agli interessati. 
In ossequio alla decisione del giudice, a portare avanti il percorso verso il ritorno alla luce dello scudo crociato è Nino Luciani, in qualità di primo firmatario (assieme ad Alberto Alessi e altre tre persone) della richiesta al tribunale di riconvocare l'assemblea degli associati alla Dc: è stato proprio lui - in una nota diramata ieri - ad annunciare per il 21 gennaio la convocazione di un "incontro privato", fissato tra le ore 10 e le 16 a Bologna (in via d'Azeglio 45, al Collegio S. Luigi).
L'occasione sarà propedeutica all'assemblea di fine febbraio, ma anche a quella successiva che dovrà essere convocata subito dopo, "per l'approvazione di un nuovo Statuto, considerata l'impossibilità di applicare quello attuale": uno statuto che, tra l'altro, dovrebbe essere "al passo con i tempi, a tutela della convivenza dei partecipanti in piena dignità e pari opportunità". La necessità di modificare lo statuto è figlia di una precedente ordinanza del Tribunale di Roma - quella con cui nel 2013 il giudice Francesco Scerrato sospese gli effetti del "XIX congresso" che confermò alla segreteria della Dc Gianni Fontana - in cui si disse con chiarezza che per chi si ritiene continuatore di un determinato partito, mai estinto, "lo Statuto, ossia la regola di funzionamento dell'ente e dei suoi organi, deve essere osservato in tutto e per tutto": non esistendo più le sezioni, l'applicazione del vecchio statuto sarebbe impossibile, dunque per operare legittimamente occorrerebbe modificare prima quello vecchio. Certo, in teoria anche per modificare lo statuto bisognerebbe utilizzare le forme previste dallo stesso statuto, ossia la convocazione di un regolare congresso, con tutto l'iter che lo dovrebbe precedere; anche per questo percorso, tuttavia, dovrebbero esistere ed essere operative le sezioni, per cui si rischierebbe il circolo vizioso. 
A spezzarlo, però, dovrebbe aver provveduto proprio la richiesta di convocare l'assemblea di tutti gli iscritti (organo di primo grado, non di terzo come il congresso del partito): la platea degli iscritti, infatti, non è stata convocata secondo le forme dello statuto, ma in base all'art. 20, comma 2 del codice civile. Lo stesso giudice Guido Romano, nel disporre la convocazione dell'assemblea (su richiesta di almeno il 10% dei soci), ha precisato che tutti gli organi dell'associazione Democrazia cristiana erano decaduti; anche dopo l'assemblea di cui sopra, del resto, la sola carica esistente sarebbe quella del presidente (e legale rappresentante), prevista dal codice e non dallo statuto democristiano. Toccherebbe proprio al presidente convocare una nuova assemblea degli iscritti - sempre da codice civile, continuando la fase transitoria iniziata nelle settimane scorse - da prevedere verso marzo o aprile 2017 e proporre in quella sede un nuovo testo statutario, il cui vaglio dovrebbe seguire le regole dell'art. 21, comma 2 dello stesso codice: al voto dovrebbero partecipare almeno tre quarti dei soci e la proposta dovrebbe ottenere il favore della maggioranza dei presenti.
In occasione dell'incontro del 21 gennaio, all'ordine del giorno c'è innanzitutto la presentazione di un codice etico del cristiano impegnato in politica, basato sul codice che Guido Gonella redasse nel 1982 e che un gruppo di studio di Bologna ha aggiornato nel 2015: per Luciani la presentazione del codice serve a preparare l'assemblea dei soci di febbraio con "una riflessione di carattere etico" e a "dare un segnale di buon inizio, alla Chiesa Cattolica, sia pure in modo unilaterale". Il secondo punto, invece, sarà un appello di Ettore Bonalberti (che aveva partecipato attivamente al tentativo di rifare la Dc con Fontana e anche questa volta ha dato il suo contributo sensibile) "alla coesione e alla partecipazione alla Assemblea dei soci": tra gli ostacoli da superare, per Luciani e Bonalberti ci sono anche le "ferite rimaste aperte dall'annullamento del XIX congresso del 2012 e forse anche con radici più lontane".
Sempre Luciani traccia poi per sommi capi le tappe successive della riattivazione del partito: dopo la modifica dello statuto, con le nuove regole si lavorerà per celebrare il (XIX, per davvero stavolta) congresso Dc, dando al partito prima una dirigenza nazionale, per poi completare i livelli territoriali inferiori. Espletato questo passaggio, rimarrebbero in carica gli organi previsti dallo statuto rinnovato, mentre "il Presidente della Associazione e l'Assemblea dei soci - secondo Luciani - cessano di operare, pur continuando a esistere giuridicamente", una ricostruzione che di fatto corrisponderebbe alla realtà "concreta". 
Non è dato sapere se Luciani abbia già fatto partire le convocazioni, come disposto dal Tribunale di Roma; certamente, però, è iniziata la raccolta del denaro che serve per l'affitto della sala Leptis Magna dell'hotel Ergife a Roma e per la spedizione via raccomandata dell'avviso personale di convocazione dell'assemblea del 25 e 26 febbraio. Con il suo invito Luciani ha rinnovato l'invito a versare un "contributo individuale libero" sul conto aperto appositamente e all'incontro del 21 ci sarà una prima rendicontazione di quanto raccolto. Perché non c'è alcuna certezza, al momento, sull'esito finale della riattivazione della Dc, ma l'unica sicurezza è che anche solo tentare di ridare vita allo scudo crociato costa e non è a buon mercato.

venerdì 6 gennaio 2017

Partito della Nona Porta, impegno per sciogliere i grovigli

La storia e la tradizione biblica ricordano che Gerusalemme, per lo meno quella nota come "città antica", aveva sette porte, quasi a voler dare l'idea dell'importanza della città; altrettante porte aveva Tebe, protagonista in vari miti anche se storicamente quel centro è stato meno rilevante di altri (specie di Sparta e Atene). Eppure quelle sette potrebbero non bastare, almeno per un progetto politico nato praticamente un anno fa (l'atto costitutivo è datato 13 gennaio 2016), che si propone il difficile compito di ricostruire la Nazione d'Italia: si tratta del Partito della Nona Porta. 
"Abbiamo deciso di fondare un nuovo partito politico - ha spiegato nei giorni scorsi la segretaria, Caterina Meccariello - che fosse super partes, che non abbracciasse nessun credo politico esistente, destra, sinistra o centro ma che agisse senza nessuna spinta ideologica. Vogliamo essere liberi di tradurre in azioni positive gli stimoli provenienti dalla società civile tutta". E' lo stesso staff del partito a spiegare meglio il proprio percorso sul sito www.partitononaporta.it: "L'autentica realizzazione della nazione esige la cura e l'attenzione all'altro in ogni direzione attraverso le istituzioni consone ed opportune che devono garantire il conseguimento di ciò che è bene per tutti i cittadini". Certamente occorre il contributo di ciascuno per "rendere l’oggi vivibile per tutti" e rivitalizzare l'Italia, poiché servono "nuovi protagonisti che siano al servizio di tutti, che sappiano dare risposte e fornire soluzioni ai diversi problemi".
Il percorso, che parte da Airola, comune del beneventano in cui il partito ha sede - richiede diversi passaggi, in qualche modo simboleggiati dall'idea della porta, che non a caso viene ripresa nel nome, oltre che nel contrassegno, che sul fondo carta da zucchero sembra far stagliare giusto nove porte: quella al centro - la nona, evidentemente - è aperta e lascia filtrare la luce bianca che si riverbera sul terreno azzurrino. L'emblema, peraltro, sembra frutto di un'elaborazione successiva, visto che nell'atto costitutivo è presente una descrizione piuttosto diversa del logo: esso era costituito da "un architrave di colore azzurro ai due lati, la parte superiore da un tricolore rappresentante la bandiera italiana. Al di sopra dell’architrave c’è la scritta in rosso 'Partito della Nona Porta' mentre sulla soglia c’è la denominazione del partito in sigla di colore rosso PNP. L’architrave contiene una porta che si apre alla luce sul lato destro, di colore bianco nella parte superiore, giallo nella parte inferiore, reca il numero nove come chiave di apertura di colore azzurro".
Nome, simbolo e idee di base sono cariche di simbologie: basta scorrere il contenuto del sito per farsi guidare. "La porta aperta - vi si legge - indica: comunicazione, passaggio, accoglienza, scelta, futuro, progresso, il nuovo che vogliamo, il nuovo che genera la conoscenza. Essa apre molteplici possibilità di cambiamento e di miglioramento". Anche la scelta del numero è tutt'altro che casuale: il 9 infatti "rappresenta la perfezione, la completezza, il compimento di ciò che è in formazione, la traduzione delle idee in azioni". Tutti sono invitati a entrare per queste porte, "purché pronti a fare il bene per il Paese" e a lavorare insieme alle istituzioni. L'obiettivo principale dichiarato è "la ridistribuzione delle ricchezze, individuando le scelte migliori per il bene comune", puntando a un equilibrio sociale: questo richiede necessariamente che si sottragga "il superfluo", alleggerendo ciò che è "pieno" e riempiendo "nella giusta misura ciò che è vuoto".
Si diceva che il 9 rappresenta la perfezione: su questa scorta, le porte sono nove perché i fondatori del partito hanno identificato otto grovigli - da intendere come ostacoli da superare in un certo ambito, caratterizzato da impasse - sciolti i quali si è pronti ad accedere all'ultima porta (la nona), quella della soluzione. I settori in cui occorre lavorare sono i più delicati, ben noti da tempo: groviglio politico, amministrativo e burocratico; groviglio economico; groviglio della famiglia; groviglio del lavoro; groviglio della sanità pubblica; groviglio dell’esercito, della marina, della difesa e delle forze dell’ordine; groviglio delle pensioni; groviglio dell’istruzione. 
Nel sito si spiega, con un maggior dettaglio, come tentare di sciogliere questi grovigli, uno dopo l'altro: in questo modo, il Partito della Nona Porta potrà realmente perseguire la giustizia, la libertà, la democrazia, l’abolizione delle ingiustizie e delle barriere sociali. L'impegno non sembra affatto semplice: l'obiettivo è ambizioso e la fama del partito è ancora piuttosto ridotta, ma riuscire a sciogliere davvero quei grovigli piacerebbe a tutti e quella Nona, ultima Porta sarebbe davvero una meta cui arrivare stanchi, ma soddisfatti.

giovedì 5 gennaio 2017

Per Gela, dal M5S a Sviluppo Democratico

Che il discorso fatto qualche settimana fa su questo sito a proposito del valore - non economico, ma in termini di voti ed eleggibilità - del simbolo del MoVimento 5 Stelle non sia campato in aria sembra dimostrarlo un episodio "ancora caldo", avvenuto giusto il giorno prima della pubblicazione del mio articolo (dunque il 16 dicembre). In quella data si è riunito il consiglio comunale di Gela, per una seduta ricca di polemiche: in quell'occasione, infatti, il sindaco di Gela, Domenico Messinese, ha annunciato l'adesione sua e di buona parte della giunta comunale a un nuovo movimento politico, denominato Sviluppo democratico - Progetto Comune. 
La cosa sarebbe già di per sé curiosa (visto che il trasloco politico "in blocco" di una maggioranza fa sempre un certo effetto), ma non poteva passare inosservata, considerando che alla fine del 2015 Messinese era stato espulso dal M5S per non avere mantenuto l'impegno a ridursi lo stipendio e per avere "avallato il protocollo di intesa tra Eni, Ministero dello Sviluppo economico e Regione Siciliana", profondamente osteggiato dal gruppo M5S in Regione. La nascita del nuovo movimento è stata ampiamente contestata dai gruppi di opposizione: scorrendo il resoconto della seduta di consiglio pubblicato dal Quotidiano di Gela, si possono leggere vari commenti al vetriolo, compreso quello di Giuseppe Ventura, capogruppo di Adesso Gela. Rivolto al M5S, ha detto: "Undici candidati nelle vostre liste adesso stanno appoggiando il sindaco. La responsabilità della vittoria di Domenico Messinese è vostra"; subito dopo, peraltro, ha aggiunto "Siete stati eletti solo per un simbolo", come a voler dire che la vittoria non era stata data dal programma della lista o dal valore delle singole persone.
Quale che sia stato il reale motivo dell'arrivo sugli scranni municipali, la compagine del M5S in consiglio comunale, dunque, si è molto ridotta, mentre ha preso piede quella di Sviluppo democratico, che ha scelto di colorarsi civicamente e non politicamente: "Questo nuovo movimento non è di destra, né di sinistra e nemmeno di centro - hanno spiegato i promotori alla conferenza stampa -. E' un raggruppamento che ha il popolo e le sue necessità come unico riferimento" e che si è detto "aperto oggi a tutte le forze sane della città che hanno intenzione di investire sul forte senso civico, sulle competenze e sulla propensione a intraprendere un percorso di riconquista di una identità cittadina che possa contrastare il forte senso di rassegnazione che rischia irrimediabilmente di schiacciare il processo di sviluppo che ci sta portando fuori dal baratro in cui la città rischiava di cadere".
Se la sede di Sviluppo democratico è quella - esattamente davanti al municipio - del secondo MeetUp che era stato creato a Gela per sostenere il sindaco (in seguito il gruppo è stato sciolto), il simbolo adottato per il nuovo movimento è completamente diverso rispetto a quello del M5S: al centro del cerchio blu, bordato di giallo, c'è l'immancabile contorno della Sicilia, giallo anch'esso; all'interno del tracciato vagamente triangolare, peraltro, è ben visibile un cuore rosso stilizzato e piuttosto schiacciato, pur di stare all'interno del perimetro dell'isola (che, in questo modo, si tinge dei suoi colori tradizionali). Unico elemento di lontana parentela con il contrassegno del MoVimento sono le stelle, che però stavolta sono le dodici della bandiera europea, utilizzate al posto della "O" delle due parole "Progetto" e "Comune". Espressione che, com'è evidente, è solo una piccola variante di quel'Impegno comune di cui si è parlato pochi giorni fa, come formula "per tutte le amministrazioni". Anche per questo, varrà la pena di fare un altro viaggetto in giro per l'Italia, in cerca di "progetti"...

martedì 3 gennaio 2017

Unione democratica, una manciata di stelle dal passato

"Le stelle sono tante / milioni di milioni" (come insegnato dal venerato maestro Pier Emilio Bassi, autore del sempiterno jingle Negroni, e come ripreso dall'altrettanto venerato Francesco De Gregori in Niente da capire) e questo vale anche in politica: certo, a parlarne oggi viene in mente quasi solo il MoVimento 5 Stelle, ma in tanti ne spargono qua e là, specialmente in numero di dodici, volendo strizzare l'occhio all'Europa (salvo poi lamentarsene, quando Strasburgo si manifesta in direttive strampalate, nei lacci del rigore finanziario o nella sordità sui rifugiati da ripartire). 
Volendo ritornare all'anno in cui l'esplosione di stelle è iniziata, si deve impostare la macchina del tempo sul 1996. Non che prima non se ne fossero viste: si era iniziato subito con la stella d'Italia adottata (assieme alla corona) dai vari partiti monarchici, poi ci fu quella di Garibaldi del Fronte democratico popolare; anche negli anni '90, i primi a usare consapevolmente dodici stelle erano stati Raffaello Morelli e gli altri che avevano creato la Federazione dei liberali italiani, nel 1994. Eppure nel 1996 ci fu davvero il boom nella politica che contava: era l'anno della Lista Dini - Rinnovamento italiano, che rimase sulla breccia per un po'. Ma anche un altro partito scelse di distinguersi con delle stelle, anche se all'inizio si accontentò di quattro, invece che di dodici: era l'Unione democratica, creatura politica di Antonio Maccanico, già segretario generale della Camera e della Presidenza della Repubblica, con un paio di esperienze governative (ministro degli affari regionali con De Mita e Andreotti, dal 1988 al 1991) e un breve mandato da senatore alle spalle (per il Pri, dal 1992 al 1994), nonché con il ruolo tecnico-politico di sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi.
Era passata giusto una decina di giorni da quando Maccanico aveva dovuto prendere atto di una sua piccola sconfita: dopo le dimissioni del "tecnico" Lamberto Dini, l'ex funzionario parlamentare aveva ricevuto un mandato esplorativo dall'allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, per tentare di formare un governo che mettesse insieme Forza Italia e il Pds, con il dichiarato compito di portare a casa la partita delle riforme istituzionali. In tanti, però, avevano remato contro e Maccanico aveva preferito rinunciare. Il 26 febbraio del 1996, in ogni caso, l'ex grand commis battezzo il suo partito, l'Unione democratica appunto: lo scopo dichiarato - come si leggeva nel sito - era "unire i democratici di cultura laica, liberal democratica e riformista per dare stabilità al governo, modernizzare il Paese, rilanciare l'economia e il lavoro, essere in Europa". Come simbolo erano state scelte quattro stelle viste il prospettiva, tre blu e una verde, senza che questo avesse una funzione particolare (se non il voler evocare l'Europa senza dirlo espressamente).
Sulla corona blu che delimitava il contrassegno, peraltro, si poteva leggere la scritta "Liberali - Repubblicani - Socialisti". Più che un partito, in effetti, all'inizio Ud si presentò come una federazione, visto che furono varie le componenti che la fecero nascere. Fu lo stesso Maccanico a spiegare, in conferenza stampa (ancora disponibile grazie a Radio Radicale), che non si doveva disperdere "un patrimonio di convergenze, di sforzi fatti dalle forze politiche" nelle due settimane di consultazione, per cui lui si era rivolto a forze che "avevano dimostrato senso di responsabilità e si riallacciano a grandi tradizioni del pensiero democratico italiano, le tradizioni socialista, repubblicana, liberaldemocratica e cattolica", creando una formazione con i piedi ben piantati nel centrosinistra, anche con lo scopo di riequilibrare la coalizione (tradotto in pratica, perché non fosse spostata troppo a sinistra). 
Tra i principali contributori di Unione democratica, ci fu il gruppo di Alleanza Democratica (con Willer Bordon e Giorgio Benvenuto), piuttosto scottato dal risultato delle elezioni del 1994 e moderatamente soddisfatto dell'alleanza alle regionali del 1995 con Segni e i Socialisti italiani nel Patto dei democratici. Nonostante queste adesioni, risultò chiaro che il cartello appena costituito non sarebbe riuscito a correre da solo alle elezioni: l'obiettivo del 4% alla Camera era davvero fuori dalla portata. Si cercò così un accordo con il Partito popolare italiano, così alle elezioni del 1996 gli elettori trovarono sulla scheda grigia della Camera la lista Popolari per Prodi: il simbolo del Ppi conteneva anche, in ordine di grandezza, quello dell'Ud (che elesse Maccanico, Bordon, Benvenuto, Rocco Maggi e Fabio Ciani), quello del Pri e del Südtiroler Volkspartei.
Con il tempo, come è pressoché prassi nella politica italiana, il gruppetto perse pezzi: nel 1998 Benvenuto entrò nei Democratici di Sinistra, Bordon aderì all'Italia dei Valori, salvo poi ritrovare l'anno dopo, nei Democratici voluti da Romano Prodi, i suoi ex colleghi di partito Maccanico e Maggi (non Ciani, rimasto legato al Ppi), dopo che era stata decisa la confluenza dell'Unione democratica nel nuovo soggetto politico. Nel frattempo, peraltro, il simbolo di Ud era cambiato e stavolta i riferimenti all'Europa e all'Italia stessa non erano stati risparmiati: il fondo si era fatto tutto blu, tra le due lettere della sigla era spuntata una striscia tricolore e le dodici stelle europee si erano fatte spazio su buona parte della D e avevano ispirato la dicitura presente in basso, "Movimento d'azione europea". Quell'emblema, però, se lo ricordano in pochi e, a pensarci bene, anche quello prima. Che, tuttavia, consentì a Maccanico di diventare ministro delle Poste e Telecomunicazioni e di tentare, da quella posizione, di rimettere ordine al sistema radiotelevisivo. Ci riuscì solo in (minima) parte, ma questa ovviamente è un'altra storia.