venerdì 13 settembre 2019

Democrazia cristiana, il 12 ottobre assemblea costituente per ripartire

Che giorno sarà il 12 ottobre 2019? Lasciate da parte, per una volta, ricorrenze storiche da esploratori in cerca di nuovi mondi; c’è chi vorrebbe recuperarne uno antico, scomparso dalla vita politica italiana ma – a quanto pare – non dai cuori di varie persone. Di nuovo, al più, ci sarebbe solo l’inizio che si vorrebbe legare a quella data, anche se fin qui ci si è provato più volte a far ripartire la storia della Democrazia cristiana. Già, perché il 12 ottobre risulta autoconvocata – sì, proprio così – l’assemblea degli iscritti alla Dc del 1993: questi hanno deciso di trovarsi alle 9 e 30 a Roma (sala di Via Quattro Cantoni 53, non lontano dalla stazione Termini) in una “assemblea costituente” allo scopo, tra l’altro, di nominare un segretario politico e un segretario amministrativo che restino in carica fino alla celebrazione del prossimo congresso.
L’autoconvocazione, apparsa sulla Gazzetta Ufficiale il 5 settembre tra gli "annunzi commerciali", potrebbe lasciare perplesso anche chi avesse cercato di seguire con pazienza le ultime vicende legate allo scudo crociato: la Dc, dopo essersi rimessa in moto in seguito all'iniziativa di circa 200 soci che avevano ottenuto dal tribunale di Roma di poter svolgere un’assemblea all’Ergife di Roma il 26 febbraio 2017, non aveva già celebrato il 14 ottobre 2018 un suo congresso – il XIX, per la cronaca alla sua terza edizione, dopo quelle del 2003 e del 2012, senza contare il “numero zero” voluto da Gianfranco Rotondi nel 1997 – e in quell'occasione non aveva eletto alla segreteria Renato Grassi, dopo la presidenza transitoria di Gianni Fontana? In effetti sì, ma per qualcuno i passi fatti sin qui sono illegittimi e occorre seguire un’altra strada, senza indugio.
Alla base di tutto, ancora una volta, c’è la sentenza n. 25999/2010 delle sezioni unite civili della Corte di cassazione, che aveva confermato – dichiarando inammissibili o infondati tutti i ricorsi presentati – la precedente decisione n. 1305/2009 della Corte d’appello di Roma: questa era intervenuta nel filone più noto delle dispute sulla titolarità e sull’uso dello scudo crociato, in una causa che vedeva come parti il Cdu, l’Udc e la Dc (pur se in due fazioni in lite tra loro, quella che riconosceva come segretario Giuseppe Pizza e quella che rivendicava lo stesso ruolo per Angelo Sandri). In quella sentenza, molto lunga e complessa, si disse tra l’altro che all'inizio del 1994, quando la Democrazia cristiana scelse di cambiare il proprio nome in Partito popolare italiano, non si celebrò alcun congresso, né per sciogliere il partito né per deliberare il mutamento di nome: quell'atto, adottato da organi del tutto incompetenti, per i giudici di secondo grado era dunque addirittura inesistente.
Cosa comporta questo, per chi è stato iscritto alla Dc fino al 1993 (anno dell’ultimo tesseramento effettuato)? "Di fatto la Democrazia cristiana esiste ancora, sia pure in un lungo stato di quiescenza – spiega Francesco Maria Fioretti, ex magistrato, che ha prestato la propria consulenza all'associazione – e, pur non essendovi più gli organi di vertice, esiste comunque l’assemblea dei soci del 1993: in mancanza di ogni altro organo, è l’assemblea stessa a rappresentare la Dc, in virtù del principio di immedesimazione organica". In qualità di unico organo esistente, l’assemblea avrebbe pure titolo ad autoconvocarsi, non potendo provvedere altri organi allo stesso compito. 
In questo caso, dunque, si è valutato che l’autoconvocazione, firmata per i convocanti dal presidente dell’associazione iscritti alla Dc 1993 Raffaele Cerenza, fosse l’unica strada che si poteva percorrere. Come si è ricordato prima, nel 2016 si era seguito un percorso diverso, presentando al presidente del Tribunale civile di Roma una richiesta di convocazione dell’assemblea firmata da circa 200 firme, sostenendo che provenivano da almeno un decimo degli associati, come richiesto dall’art. 20 del codice civile. "Il fatto è che tanto lo statuto della Dc, quanto il codice civile sembrano presupporre una situazione di completezza di organi, che qui evidentemente non c’è – spiega il presidente Cerenza, che assieme al suo vice Franco De Simoni sta curando questo percorso di riattivazione –. Noi abbiamo contestato le scelte fatte fin qui, impugnando prima gli atti dell’assemblea degli iscritti del 26 febbraio 2017, poi gli atti del congresso del 2018; è previsto che le due cause vadano in decisione rispettivamente a settembre del 2020 e a gennaio 2020, ma nel frattempo non intendiamo attendere senza fare nulla e senza percorrere l’unica strada che al momento ci pare convincente".
Che la strada seguita a partire dalla richiesta di convocazione rivolta al Tribunale di Roma non sia stata corretta lo dimostrerebbe, secondo gli autoconvocanti, più di un elemento. "Da una parte – precisa Fioretti – quando alla fine del 2017 Cerenza e De Simoni quali iscritti alla Dc nel 1993 avevano presentato un ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile, volto a ottenere che all'Udc fosse inibito da allora in avanti l’uso dello scudo crociato, il giudice ha respinto il ricorso rilevando che i ricorrenti non avevano dimostrato di agire per conto della Dc e di rappresentarla in base alle regole del codice civile e dello statuto. Questo affida la rappresentanza del partito al segretario amministrativo, che però non esisteva, perché le norme dello statuto erano di fatto inapplicabili in una situazione di associazione 'dormiente'. Dall'altra, l'art. 20 del codice civile dispone che la richiesta di convocazione dell’assemblea sia sottoposta da almeno un decimo degli associati innanzitutto agli amministratori dell’associazione e, in caso di loro inerzia, solo in seconda battuta al presidente del tribunale: qui però non c'era nessun amministratore da interpellare, i firmatari della richiesta hanno detto che proprio la loro assenza imponeva di rivolgersi direttamente al giudice, ma questo in realtà dimostra che nemmeno il codice qui si riesce ad applicare, visto che pretende che entrino in gioco cariche previste dallo statuto che, come detto, in queste condizioni non è applicabile". 
In effetti, anche la via individuata dagli autoconvocanti, pur essendo indubbiamente interessante per il ricorso all'immedesimazione organica non è esente da rischi: se non è scontato che la qualità di soci della Dc sia ancora valida per chi era iscritto nel 1993 (il tempo, in fondo, è passato anche per loro e non solo per gli organi di vertice), l’insidia più grave sta nella possibilità che l’autoconvocazione sia contestata da chi si qualifica come soggetto continuatore della Democrazia cristiana (il Partito popolare italiano), da chi da anni utilizza lo scudo crociato sulla scena politica italiana (l'Udc) o, più probabile, da chi ritiene già di rappresentare la Dc in base a procedimenti già avviati in passato (a partire dal gruppo di Renato Grassi). 
È però possibile che nessuno di questi soggetti si faccia avanti per ostacolare questo nuovo percorso: è questa la speranza degli iscritti del 1993 che hanno convocato l'assemblea, la quale avrà il compito, oltre che di nominare il segretario politico e quello amministrativo che rimarrebbero in carica fino al nuovo congresso, di individuare "20 coordinatori regionali con il compito di provvedere in ogni regione al tesseramento dei nuovi soci, sempre al fine dell’indizione e svolgimento di un apposito congresso in base all'ultimo statuto della Democrazia cristiana", il cui testo risale all'aprile del 1992.
All'assemblea del 12 ottobre potrà partecipare chi era iscritto alla Dc nell'ultimo tesseramento valido (quello del 1993), purché comprovi l'iscrizione alla Commissione verifica dei poteri; contestualmente, l'autoconvocazione invita tutti gli iscritti Dc "a farsi parte diligente per la ricerca e la ricognizione di iscritti del 1993 che non avessero avuto notizia di questa Assemblea". Per chi si è di nuovo messo in moto è questa la strada più corretta sul piano giuridico per raggiungere lo scopo da tempo perseguito, cioè vedere di nuovo la Dc vivente e operante. Ci riusciranno, senza che la vicenda debba finire anche questa volta in tribunale?

martedì 10 settembre 2019

Movimento del Fare, per Briatore una freccia alata e tanti rimandi

Da logo a simbolo: sarà così?
Mentre gIi occhi di gran parte dei commentatori erano e sono puntati a ciò che accade nei palazzi delle Camere (i dibattiti sulla fiducia al secondo governo Conte) e al di fuori (le proteste di chi si oppone, con contorno misto di polemiche), Flavio Briatore ha deciso di iniziare a mantenere una sua promessa: meno di un mese fa - il 12 agosto, una settimana prima delle dimissioni di Giuseppe Conte, quando la fibrillazione era iniziata da un pezzo - aveva infatti rivelato un suo interesse spiccato per la politica, utilizzando i suoi canali social per presentare un suo progetto, denominato Movimento del Fare.
Si trattava di un messaggio di poche frasi per quella prima illustrazione, ma era pienamente in linea con il personaggio. Così si era rivolto agli italiani:

In questo momento così critico e confuso per il Paese Italia, ormai alla deriva, mi faccio avanti con una proposta forte e concreta: Il Movimento del Fare. Totalmente indipendente da qualsiasi partito o corrente politica attuali, Il Movimento del Fare nasce per essere al completo servizio dei cittadini. Sarà formato da persone e personalità che metteranno la loro esperienza e le loro competenze a disposizione degli Italiani: Imprenditori e professionisti di successo che insieme, con le loro idee e la loro visione aiuteranno a far ripartire il Paese, creando lavoro e attirando gli investimenti: drastica riduzione del cuneo fiscale, cantieri aperti, riforma della giustizia, abolizione del reddito di cittadinanza, lavoro ai giovani e Turismo come eccellenza del Paese, sono le assolute priorità. Ma c'è tanto altro nel nostro programma. Io mi metto in gioco in prima persona e so di poter contare su tanti professionisti e imprenditori che condividono le mie idee e vogliono far parte del Movimento del Fare. Insieme, uniti, senza alcun interesse personale e tutti con un unico obiettivo: Salvare l'Italia, ci metteremo a disposizione e al lavoro per amore del nostro Paese. E lo faremo completamente GRATIS.
A parte il nome e qualche tratto programmatico - vago e demagogico quanto bastava - non si sapeva altro di ciò che Briatore aveva in testa. Da ieri sera non si sa molto di più, ma l'imprenditore ha diffuso - attraverso Instagram e gli altri suoi profili - il logo del suo progetto politico, prima limitandosi a scrivere "La Fucina delle Idee buone e concrete è in moto. Stiamo lavorando, a servizio del Paese e degli Italiani. #MovimentodelFare", poi aggiungendo giusto qualche riga in più, sulla scorta di quanto aveva anticipato ad agosto: "Il #MovimentodelFare è indipendente, non è legato ad alcun partito, nè di destra nè di sinistra. Facciamo proposte e formuliamo soluzioni pratiche e concrete, per dare un futuro al Paese: al servizio unicamente degli Italiani".
Si è volutamente parlato di logo e non di simbolo, perché la grafica adottata, basata sul nome e su un segno, non sembra essere stata concepita per finire su una scheda elettorale (se non altro perché freccia e testo sono bianche: esclusa l'idea che vengano contornate per farle emergere su uno sfondo bianco, ci vorrebbe un colore di fondo, che sia il nero della foto di ieri sera, il seppia della foto di lancio oppure, ad esempio, un nazionalpopolarissimo e rassicurante blu). Bisogna anche aggiungere che non è affatto detto che ci sia bisogno di adattare l'emblema per le schede, nel senso che quest'iniziativa politica di Briatore potrebbe non generare un partito: se colui che l'ha varata tiene a rimarcare la distanza - sua e di chi lavora con lui - da ogni partito esistente, le proposte e soluzioni pratiche elaborate pro bono (cioè gratis) a favore degli italiani potrebbero anche essere semplicemente messe sul tavolo delle discussioni politiche, offerte a chi fosse disposto a portarle avanti (la politica, in fondo, può farsi anche così).
Detto questo, non si può dire che a Briatore manchi il coraggio, simbolicamente parlando. Il verbo "Fare" negli ultimi anni è stato evocato spesso in politica, da personaggi anche agli antipodi tra loro; dal 2012 in avanti è diventato anche l'ingrediente principale del nome di due partiti, Fare per Fermare il declino, passato da Oscar Giannino a Silvia Enrico a Michele Boldrin, e Fare! di Flavio Tosi. Nessuno dei due, a dire il vero, ha avuto un destino fortunato, così come l'idea della freccia non ha portato particolarmente bene a Giulio Tremonti (3L), Leonardo Facco (Forza evasori), Mario Mauro (Popolari per l'Italia), oltre che allo stesso partito varato da Giannino. 
Forse anche per questo qui la freccia non punta semplicemente in alto a destra, ma segna una sorta di inversione che finisce con il puntare in alto. Anche questa però non è un'idea grafica nuova: lo stesso tema della "freccia da inversione" era stato utilizzato dalla comunicazione di Matteo Renzi per la sua campagna "L'Italia cambia verso" (appunto...) in occasione della sua prima elezione a segretario del Partito democratico.
Anche senza il colore di fondo blu, peraltro, il logo ha già una sua componente "italica", visto che a sinistra della freccia quattro elementi verdi e rossi danno l'idea di un'ala. Anche qui, però, l'idea non è del tutto originale in politica: viene in mente un po' il logo della Giovane Italia (più ancora di quello, assai più recente, della verdiniana Ala).
Naturalmente quanto si è detto sin qui non significa affatto che il briatoriano Movimento del Fare abbia somiglianze o aderenze con i nomi o le grafiche che rievoca. Per qualcuno può significare scarsa originalità, per qualcun altro grande coraggio: non è facile riuscire a distinguersi con elementi che, per un motivo o per l'altro, rimandano ad altre esperienze politiche. Se Briatore riuscirà a farsi identificare nel suo emblema - che, per inciso, al momento non risulta depositato come marchio - sarà principalmente merito suo. Nel bene o nel male, s'intende, ma dipenderà sempre da lui.

lunedì 9 settembre 2019

Gabbiano e rosa bianca: l'unione mai celebrata tra Di Pietro e Tabacci

Generalmente è importante la storia, quella che si fa con i fatti avvenuti e documentati. Ma gli stessi documenti possono dare conto di evoluzioni che erano state immaginate e progettate - dunque in qualche modo avevano prodotto fatti - ma poi non si sono sviluppate perché le vicende hanno preso pieghe diverse: il futuro mai nato o, se si preferisce, concepito ma mai cresciuto. Così può capitare che, mettendo ordine tra le carte accumulatesi nel tempo, a qualcuno spunti un simbolo con un gabbiano dai colori dell'arcobaleno e una rosa bianca: sulle schede non ci è mai finito, ma avendolo davanti agli occhi la macchina dei ricordi si mette inevitabilmente in moto.
Non ci sono date su quell'emblema, ma evidentemente dev'essere stato creato tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del 2008. Il 24 gennaio il Senato aveva negato la fiducia al governo Prodi-bis e c'era stata subito aria di elezioni: il 30 gennaio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva voluto comunque verificare la possibilità di cambiare almeno la legge elettorale prima del voto (visto che in tanti si erano lamentati delle incertezze che avevano segnato la prima applicazione), affidando un mandato esplorativo al presidente del Senato Franco Marini, ma davvero in pochi credevano che il ritorno alle urne sarebbe stato spostato più in là. Meglio prepararsi per tempo, come aveva fatto Walter Veltroni con la costituente del Pd il 27 ottobre 2007, seguito un mesetto dopo dal "discorso del predellino" di Silvio Berlusconi, anticipatore della nascita del Popolo della libertà come confluenza di Forza Italia e Alleanza nazionale. Caduto il governo Prodi e destinato al fallimento il tentativo di Marini, già a fine gennaio bisognava concretizzare qualcosa, almeno per l'ipotesi di tornare al voto con il Porcellum.
In quei giorni l'inquietudine era molta. Proprio il 30 gennaio, in coincidenza con il mandato a Marini, avevano abbandonato l'Udc Mario Baccini e Bruno Tabacci, ritenendo sbagliata la scelta di non partecipare a un eventuale governo riformatore ove non avessero partecipato anche i partiti del centrodestra: per alcuni era la prosecuzione della polemica che andava avanti da qualche settimana, legata alla scelta del leader di fatto dell'Udc di non allontanarsi troppo da Berlusconi, benché il partito avesse già scelto al congresso dell'aprile 2007 l'indipendenza dalla Casa delle libertà. Ci voleva una nuova sigla, che fosse chiaramente cristiana ma non guardasse troppo a destra nel nome: si pensò a "la Rosa Bianca", che faceva un po' "bianco fiore, simbol d'amore", un po' il ricordo di varie esperienze cristiane straniere e italiane; il nome, in ogni caso, era già stato impiegato da Tabacci a livello locale. 
Da soli, però, Tabacci e Baccini - ai quali nel frattempo si era aggiunto Savino Pezzotta, dopo il suo mandato di segretario della Cisl - non sarebbero andati lontani: per il Porcellum, infatti, una lista da sola alla Camera (dove era più facile eleggere qualcuno) doveva ottenere il 4% su scala nazionale; in coalizione con altre forze la soglia si abbassava al 2% e c'era spazio anche per la lista "miglior perdente" sotto il 2% (ma la coalizione doveva arrivare comunque almeno al 10%, altrimenti l'asticella si rialzava al 4% per ogni lista). Una fatica improba in ogni caso. Il caso volle che in quei giorni per questioni di legge elettorale fossero molto inquieti anche dalle parti dell'Italia dei valori. Veltroni, infatti, aveva appena ribadito che il Pd alle elezioni si sarebbe presentato da solo, senza apparentamenti: un po' per fare il contrario dell'Unione del 2006 che aveva vinto sul filo di lana unendo una dozzina di sigle ma si era sbriciolata, un po' perché comunque il partito che aveva in mente Veltroni era quello "a vocazione maggioritaria" e quindi avrebbe dovuto proporre da solo il programma di governo. Antonio Di Pietro e l'Idv, dunque, avrebbero dovuto prepararsi a una corsa solitaria: il 2,3% ottenuto alle elezioni del 2006 non faceva sperare molto bene nell'esito di una candidatura fuori dai poli.
In quelle condizioni, dei contatti tra Tabacci e Di Pietro ci furono, verosimilmente nei primissimi giorni di febbraio, anche se probabilmente i due si erano visti anche prima. Infatti, nella conferenza stampa di presentazione della Rosa Bianca (che si può ascoltare grazie all'archivio di Radio Radicale), Tabacci fece riferimento a "un'operazione vista nei mesi scorsi", di cui aveva parlato con i vari interlocutori in campo, compreso Di Pietro, con il quale c'erano state "intese, talvolta anche qualche dibattito televisivo simpatico". Tabacci sottolineò di aver pensato non a una confluenza nell'Idv, ma a "una cosa nuova che si collocava al centro, in piena autonomia e in forte contrasto con lo schema attuale" e che poteva avere la possibilità di superare il 4% alla Camera per tentare di scardinare il bipolarismo. Un minimo di consistenza quei contatti dovevano averla avuta, visto che si era arrivati a concepire un simbolo composito, basato su quello dell'Idv del 2006: al posto del nome evidentissimo di Di Pietro - che spariva per la prima volta dal 1998 - c'era un bocciolo di rosa bianca, con il peduncolo che si confondeva con la seconda "I" di "Italia". Lo scartabellio tra i vecchi documenti ha consegnato addirittura due versioni del contrassegno: una con la rosa piccola e un'altra con il fiore più grande (ma con la corolla trasparente, che lasciava intravedere sotto la sagoma colorata del gabbiano). 
Come sarebbero andare le cose è ormai ben noto. Benché Veltroni avesse invitato Silvio Berlusconi e il nascente Popolo della libertà a fare come il Pd e a correre da solo, il fondatore di Forza Italia non pensò mai di non apparentarsi alla Lega Nord o di chiedere a Bossi di rinunciare al simbolo di Alberto da Giussano e di entrare nel cartello del Pdl: i leghisti non avrebbero mai accettato e sarebbe stato folle rischiare di perdere i loro consensi (o di non intercettarli tutti, nell'inverosimile ipotesi di rinuncia al simbolo). A quel punto, visto il centrodestra correva "a due punte", Veltroni non volle essere da meno e pensò di scegliersi un solo partner per il Pd.
L'interlocutore ideale era proprio l'Italia dei valori, che in quel periodo sembrava la forza più consistente dell'area (con grande scorno dei Radicali italiani, che chiesero invano un accordo simile, salvo poi accontentarsi di una delegazione radicale candidata nelle liste del Pd). In una prima fase si ipotizzò addirittura di inserire il riferimento del sostegno a Veltroni, spostando o rimpicciolendo un po' il gabbiano per farcelo stare, posto che il nome più evidente nel simbolo sarebbe stato quello di Di Pietro. Alla fine, invece, l'Idv mantenne semplicemente il simbolo del 2006, senza aggiunte o modifiche (del resto, anche nel centrodestra il nome di Berlusconi campeggiò solo nel simbolo del Pdl, mentre in quello della Lega c'era il riferimento a Bossi); in compenso, anche senza il cognome di Veltroni sul simbolo nelle liste dell'Idv finì Jean Leonard Touadi, già assessore di Veltroni al comune di Roma.
E la Rosa bianca? Dopo la presentazione del simbolo ufficiale il 12 febbraio (stavolta col fiore stilizzato su fondo blu) e dopo le pronunce del tribunale di Roma che obbligarono a usare un nome diverso per il sito (visto che esisteva da anni un'associazione denominata La Rosa Bianca in ambito cattolico e giornalistico), proseguì il cammino come "Movimento civico federativo popolare", noto come "Rosa per l'Italia" e alla fine di febbraio stipulò un accordo con l'Udc - sì, proprio il partito da cui Pezzotta e Tabacci si erano allontanati, motivo per cui il progetto perse i sostenitori di Italia popolare (Gerardo Bianco e Alberto Monticone) che nel frattempo avevano mostrato interesse - per una lista comune. Lista che alla Camera ottenne il 5,62%, unica forza fuori dai poli a entrare a Montecitorio (con l'elezione di Tabacci, Baccini e Pezzotta). L'Idv, per parte sua, arrivò al 4,37%, che in coalizione col Pd era più che sufficiente per eleggere deputati; ma chissà come sarebbe andata, con il gabbiano in volo sulla rosa...

mercoledì 4 settembre 2019

Se dal Titanic (di Chiara Geloni) spuntano chicche simboliche

Tra gli effetti della crisi di governo e della gestazione del secondo governo presieduto da Giuseppe Conte (di cui è noto il volto da poche ore) uno non può passare inosservato per i #drogatidipolitica: i media hanno preso di nuovo atto dell'esistenza di un soggetto politico denominato Liberi e Uguali, che a livello politico non ha fatto una bella fine, ma a livello parlamentare esiste ancora, come gruppo alla Camera e come componente del gruppo misto al Senato. Prima la sua presenza era confinata alle microapparizioni di poche righe o pochi secondi tra una dichiarazione e l'altra degli esponenti di opposizione; in questi giorni le parole di deputati e senatori di Leu hanno ottenuto più spazio e, per giunta, legati all'etichetta con cui sono entrati in Parlamento e non a quella del partito cui sono ora legati.
Certo è che la maggiore visibilità riconquistata (anche grazie al ministero ottenuto, in modo forse insperato, da Roberto Speranza) arriva dopo una lunga disfatta della sinistra o, se si preferisce, un naufragio. Anzi, un affondamento, secondo la tesi espressa da Chiara Geloni nel suo recente libro Titanic. Come Renzi ha affondato la sinistra (240 pagine, 16 euro) pubblicato a maggio da Paper First (casa editrice del Fatto Quotidiano). Un affondamento con tappe precise, culminate nella batosta elettorale del 4 marzo 2018 - 3,39% alla Camera e 14 deputati, 3,28% al Senato e 4 eletti), ma proseguito con un'inesauribile tendenza allo spezzatino, che ha portato a escludere del tutto la sinistra italiana diversa dal Pd al Parlamento europeo.


Giorni (anzi, anni) beffardi, verso il fondo 

Il libro di fatto rappresenta la logica continuazione di Giorni bugiardi, il volume che Geloni - già vicedirettrice di Europa e direttrice di YouDem, dopo i primi anni trascorsi al Popolo - aveva scritto con Stefano Di Traglia per dare testimonianza diretta di ciò che era accaduto tra la vittoria di Pier Luigi Bersani alle primarie per la guida della coalizione di centrosinistra, la "non vittoria" del Pd alle elezioni del 2013 e l'episodio (tuttora) dolorosissimo dei 101 che impallinarono Romano Prodi dopo la sua candidatura al Quirinale. Già a febbraio 2014, all'indomani delle dimissioni dalla Presidenza del Consiglio di Enrico Letta (incaricato di guidare il governo dopo il fallimento dello stesso Bersani - tra l'altro, il suo doveva essere il "governo del cambiamento", ricorda qualcosa?) in seguito alla sostanziale "sfiducia" del Pd guidato da Matteo Renzi, qualcuno aveva invitato Chiara Geloni a lavorare a un sequel, magari intitolato Giorni beffardi: lei, dopo un sorriso biondo amaro, aveva declinato l'offerta, ritenendo che toccasse a qualcun altro raccontare i nuovi capitoli della storia. Evidentemente nessuno lo ha fatto come lei immaginava, vista la sua decisione di farsi nuovamente voce e interprete di un periodo molto più lungo (2014-inizio 2019, piazzando nell'ultimo capitolo un bignami del libro precedente, per chi era assente o si era distratto). Ovviamente Geloni lo fa modo suo, con pochi giri di parole e senza timori di risultare indigesta a qualcuno (il che, puntualmente, accade) per ciò che scrive nel testo, tra parentesi o nelle note.
Anche per questo, colpisce che la narrazione inizi con un "non detto che dice tutto", cioè con lo sguardo dell'assistente parlamentare che il 26 febbraio 2014 fece capire a Geloni e Di Traglia che Bersani era tornato a Montecitorio - dopo l'emorragia cerebrale di gennaio - per votare la fiducia al governo Renzi e abbracciare Letta. Un abbraccio consumato tra gli applausi, "raffigurazione silenziosa e iconica di un’altra politica, di un’altra legislatura che sarebbe stata possibile, e non lo sarà mai più". Anche perché poche settimane prima il "patto del Nazareno" aveva rimesso in gioco Berlusconi molto più di quanto non avesse fatto la partecipazione del Pdl al governo Letta (fino al ritorno a Forza Italia e alla scissione alfaniana) e aveva iniziato a mettere sempre più al margine la classe dirigente dem che veniva dalla sinistra (sopravvissuta nel partito, di fatto, solo quando s'è convertita al nuovo). 
Dalle dimissioni di Gianni Cuperlo dalla presidenza del Pd (dopo che Renzi lo aveva attaccato per il no alle liste bloccate nell'Italicum prima versione) sostituito da Matteo Orfini, precedute dall'indimenticabile "Fassina chi?", la sinistra dem ha iniziato il suo cammino verso l'irrilevanza, risultando ora vittima, ora corresponsabile. Un cammino iniziato, volendo, quando Renzi era segretario ma non ancora capo del governo: è la fase di #Enricostaisereno, raccontata con la testimonianza di Roberto Speranza, allora capogruppo del Pd alla Camera, il quale ritrae un Letta troppo immobile nei mesi di iperattività renziana), seguita dal 40,6% dei dem alle elezioni europee 2014. "Sembra, a molti, l’alba di una nuova era, quel risultato - scrive Geloni -. E invece è probabilmente l’inizio della fine del renzismo" e forse, per paradossale che appaia, anche dello stesso Pd, apparso fin dall'inizio "a debole identità, scalabile, leaderistico" (parole di Massimo D'Alema, altro intervistato speciale, convinto che il cancro del Pd sia nato dall'annullamento di ogni fondamento culturale del partito, dal credersi "il centro della politica italiana", senza mediazioni, mentre il vero centro e il ceto medio non esistono più), così come non avrebbe aiutato il Pd (e l'Italia) il no di Renzi a Enrico Letta come presidente del Consiglio europeo, cosa che avrebbe garantito comunque anche un posto in Commissione. L'attacco durissimo lanciato da Renzi alla Leopolda 2014 contro la Piazza San Giovanni della Cgil (e al milione di persone che difendeva l'articolo 18), come le continue stoccate a gufi, rosiconi, dinosauri e reduci della sinistra, hanno di fatto segnato una frattura con un'area rilevante del popolo che nella sinistra si era sempre riconosciuto.

Minoranze a perdere

Da lì in avanti diventa difficile anche parlare di "minoranza Pd", visto che già dall'estate del 2014 era iniziata una "non lentissima marcia di avvicinamento al renzismo, nel nome dell''unità del Pd da salvaguardare e delle mitiche 'riforme' da portare a compimento": chi resta effettivamente in minoranza non riesce a incidere mai. E se l'idea originale di candidare al Quirinale Sergio Mattarella era stata proprio di Bersani (era il nome alternativo a Franco Marini nel 2013) e passò senza problemi al quarto scrutinio - al posto di Giuliano Amato - solo dopo un accordo lampo tra Renzi e lo stesso Bersani (voce rievocante nel libro), le battaglie per il Jobs Act (con abolizione dell'articolo 18 in sede di delega), l'Italicum (con il "canguro" e l'incredibile sostegno forzista che rimpiazzò i voti fatti mancare dalla minoranza dem, le cui richieste di modifica non erano state accolte) e la "Buona scuola" (sulla quale si consumò una gravissima frattura col mondo degli insegnanti) testimoniano la sconfitta di uno schieramento che non è riuscito a imporsi e, qualche volta, non ha rotto quando poteva avere senso farlo, come sulle questioni sociali.
Per Chiara Geloni, insomma, dopo l'elezione del capo dello Stato nel 2015 il Pd ha iniziato il suo suicidio, a partire dall'ultimo voto a Montecitorio (con dimissioni del capogruppo Speranza e sostituzione dei dem in commissione Affari costituzionali) per approvare l'Italicum, primo mattone della costruzione della riforma istituzionale, che passava attraverso la revisione costituzionale, attraverso la quale tutto il potere o quasi sarebbe potuto cadere in mani populiste. Così la pensava Bersani con tutti i detrattori della riforma; un rischio che nessuno tra i nuovi dirigenti Pd sembrava vedere, secondo lo schema della "mucca nel corridoio", per usare una delle metafore bersaniane più ripetute (almeno dalla metà del 2016). E intanto, tra quegli stessi dirigenti o comunque tra i personaggi di spicco, il fronte in dissenso con la nuova linea si assottigliava sempre di più, o perché di fatto sostenevano la maggioranza ("I berlingueriani puri - spiega nel libro Miguel Gotor - si ritrovano dalla stessa parte, con Bersani e D'Alema; la Destra comunista, i Fassino, i Violante, le Finocchiaro, gli Sposetti, i Minniti, i Latorre vanno dietro Napolitano, con Renzi, perché con lui si vince e si fanno le riforme per le riforme, a prescindere dal loro contenuto e qualità"), o perché lasciavano il partito. Il tutto paradossalmente mentre la parabola renziana non era più ascendente (e i rapporti con chi era ancora minoranza si deterioravano sempre di più) e Renzi cercava di mantenere il consenso a colpi di tweet, video e dirette rivolte ai follower: una strategia di "disintermediazione" che sarebbe stata accentuata - e molto - da Matteo Salvini.
Così le amministrative del 2015 andarono malissimo e alle regionali il Pd perse la Liguria (mentre Renzi e Orfini giocavano alla Playstation), mentre lo strumento delle primarie, pur essendo ritenuto "fondativo" dei demormai mostrava decisamente la corda, sia per le accuse di "infiltrazioni" sia perché poi non era detto che chi era uscito vincitore poi prevalesse anche nel voto che contava. E anche quando qualcuno vinceva primarie e secondarie, poteva capitare che fosse affossato con una "mossa notarile" come Ignazio Marino a Roma, al termine di una vicenda - aperta con la bomba di "mafia Capitale" e non priva di colpe del "chirurgo marziano" - da cui il Pd romano uscì malissimo, con una marea di defezioni di tesserati e militanti e una gestione pessima da parte della struttura nazionale. Che certamente non visse come un toccasana lo scandalo bancario servito a fine 2015.


Dopo il No: appassionatamente, ma non tutti insieme

Si arriva così - è tempo di passare al presente - al 2016, l'anno del referendum sulle trivelle (il primo promosso dalle Regioni, molte di centrosinistra), col Pd che sostiene l'astensione senza che se ne sia discusso in direzione, con tanto di #ciaone ai dissenzienti; quello della "legge Cirinnà" sulle unioni civili, risultato positivo ma con "un enorme casino" scoppiato al Senato sulla stepchild adoption, tolta per non scontentare gli alfaniani e certi cattolici del Pd e con il partito del Nazareno non in grado di gestire in modo solido quella situazione. Ma è pure l'anno delle batoste elettorali a Roma, Torino, Trieste e Napoli, coi "lanciafiamme nel partito" promessi da Renzi prima dei ballottaggi  ma rimasti senza effetti (il tutto mentre la Lega salviniana cresceva, anche fuori dal Nord, a danno di Forza Italia)
Il 2016 è soprattutto l'anno del referendum sulla riforma costituzionaleappuntamento che la guida Pd "vive come l'Armageddon, il Giudizio finale", per una "voglia di plebiscito" che, nella lettura proposta dall'autrice, "zittisca per sempre i 'gufi', i 'rosiconi', i 'professoroni' e chiunque si ostini a non allinearsi al pensiero unico del Nazareno". Il plebiscito, dopo un antipasto in una dichiarazione generica sulla riforma al Tg2 nel 2014, prende forma con le parole pronunciate alla conferenza stampa di fine anno il 29 dicembre 2015 ("Se io perdo il referendum costituzionale considero fallita la mia esperienza in politica") e si carica con l'andare delle settimane e dei giorni. Una valanga pesante, deleteria per le comunità dei costituzionalisti e dei cultori della Resistenza (le conseguenze pesano ancora oggi in entrambi gli ambiti), costosa sul piano economico (qualche riga è dedicata al conto salatissimo della campagna referendaria e alle conseguenze sui bilanci del Pd) e ancor più su quello della coesione del partito: da non perdere le pagine dedicate alle riunioni "fuori sede" e ai comitati dem del No "non autorizzati" (meglio ancora però il racconto del dibattito Renzi - De Mita visto da Geloni con marionetta demitiana accanto alla tv).
Come sia finita il 4 dicembre 2016 è noto, ma è utile ripercorrere pagina dopo pagina le settimane della campagna (anche grazie ai libri altrui, citati in abbondanza da Geloni in tutto il volume). Altrettanto noto è che quell'esperienza traumatica non è servita a salvare né il Pd - all'interno del quale in molti perdono ogni freno e, a dispetto delle promesse, nessun dirigente lascia la politica e guarda al congresso della riconferma e alle liste delle elezioni che verranno - né la sinistraLo si capisce il 13 febbraio 2017, alla direzione nazionale Pd, quando Bersani - in un episodio evocato all'inizio del libro - aveva invitato il partito di cui non era segretario da quasi quattro anni a trovare "qualcosa che ci tenga assieme, che ci faccia dire 'ok la pensiamo tutti così'" e lancia l'allarme sull'affacciarsi, spinta dalla globalizzazione, di "una nuova Destra che non è quella che abbiamo in mente, quella liberista", ma "sovranista, identitaria, protezionista [...] una Destra che se non togliamo noi i voucher li toglie lei, e poi mi dite come facciamo ad agganciare i giovani per i prossimi quindici anni. Un campo di idee che sta entrando nel senso comune. Anche a casa nostra, se giriamo nei bar e nei supermercati". Per lui era una cosa evidente, impossibile da non notare, un'altra mucca in corridoio dunque, assieme a quella di un partito ormai disgregato sul territorio: la linea del Pd, però, non era cambiata di una virgola.
In compenso, dopo che all'assemblea del 19 febbraio 2017 la scissione è diventata ufficiale - anticipata una settimana prima da un episodio gustosissimo (all'aroma di maiale) sui colli piacentini chez Bersani, Migliavacca, Gotor, Di Traglia e Geloni - la sinistra riesce a spaccarsi di nuovo. Quella dentro al Pd, che esce ma non tutta (una frattura seguita al sì alla riforma "in zona Cesarini" di Gianni Cuperlo, dopo che aveva ottenuto un accordo di massima su una modifica alla legge elettorale ma non concordato con gli altri dem pronti a votare no al referendum) e quella all'esterno: quando la non più vendoliana Sel sceglie di trasformarsi in Sinistra italiana, qualcuno (come Arturo Scotto e Alfredo D'Attorre) pensa che sia il caso di fare casa comune con chi ha abbandonato il Pd, qualcuno (a partire da Nicola Fratoianni) tira dritto.
Il primo simbolo
Quella casa comune di ex Pd ed ex Sel si chiamerà Articolo Uno, tra le prime ipotesi fatte alla vigilia della scissione dem ("un nome che mi piace molto, anche se, dice qualcuno, 'non sembra un nome da partito', e magari è proprio per quello - spiega nel libro Geloni - Dà l’idea di un nuovo inizio, e al tempo stesso di un ritorno ai fondamentali. Tiene insieme la questione sociale e la questione democratica, il lavoro e la Costituzione. È esattamente quello che vogliamo fare"). E qui si fa interessante lasciare la parola all'autrice per il racconto del varo della nuova etichetta, nel nome e anche nella grafica:
Per la scelta del nome del Movimento ci orientiamo rapidamente verso l’omaggio al primo articolo della Costituzione, che ci sembra rappresentare bene il nostro intento di mettere al centro, tenendole insieme, questione democratica e questione sociale. Apprenderò poi che è stato aggiunto quel “Democratici e progressisti” cui in seguito, terrorizzati dalle allusioni a Mario Capanna e alla sua Dp subito uscite sui giornali, riusciamo in extremis ad aggiungere la M di Movimento (parola ritenuta più flessibile e aperta a nuove evoluzioni rispetto a “partito”). Ho sempre pensato che quell'aggiunta, che rispondeva all'esigenza di evidenziare le identità delle due componenti che confluivano in Articolo Uno, sia stata un errore di comunicazione: i giornali e le agenzie ci hanno chiamato sempre Mdp, e il nostro bel nome costituzionale, ben più riconoscibile, è stato utilizzato prevalentemente dai militanti, che lo apprezzeranno molto più della sigla. Chiediamo a un’agenzia romana – Bake agency – un progetto per il sito, e intanto ci facciamo mandare da vari grafici e creativi proposte per il simbolo, che selezioniamo e sottoponiamo a un focus group da cui in qualche giorno emerge la scelta finale, creata da Guido Lombardo di Intornodesign. 
Anche Makkox e Diego Bianchi colgono il nostro momento di caos creativo e iniziano a sfotterci “suggerendoci” il nome Movimento Arturo: loro non lo sanno ancora ma non suona diversissimo da quello che effettivamente abbiamo scelto. Una mattina convinciamo Speranza a rispondere a “Propaganda live” che annuncia il congresso fondativo del Movimento Arturo e Roberto twitta annunciando che parteciperemo con una delegazione del nuovo Movimento alle assise dei compagni: naturalmente, "interverrà per noi Arturo Scotto". 
Geloni - bontà sua - glissa sul fatto che Mdp, il primo nome che le indiscrezioni riportate dai media davano per probabile, era diventato il pretesto per l'ennesimo affondo di parte del Pd contro chi era uscito: Democratici progressisti era il nome di una lista presentata dai democratici alle elezioni calabresi del 2014 e uno dei titolari, Ernesto Carbone (quello di #ciaone) aveva minacciato azioni legali. Un simpatico bastone tra le ruote recapitato a mezzo stampa, che però non cambio i piani, visto che il nome principale era già "Articolo Uno", il cui simbolo venne presentato ufficialmente il 22 marzo al tempio di Adriano (ma in tono minore, per la morte proprio quel giorno di Alfredo Reichlin).


(Auto)affondarsi, anche col simbolo

Con il nuovo inizio, a dire il vero, le cose non vanno benissimo, anche perché il possibile leader per fare sintesi tra le anime della sinistra, Giuliano Pisapia, nicchia, temporeggia, esce un po' allo scoperto con Campo progressista (e, con lui, tutte le sue insofferenze), poi si ritira: a luglio nega di volersi candidare - con somma irritazione di chi sperava nel suo ruolo e improvvisamente rischia di apparire a caccia di poltrone - poi il 5 ottobre a Ravenna getta la spugna (e proprio a un evento - quello del ritorno alla politica di Vasco Errani - che avrebbe potuto segnare la sua investitura da guida della sinistra ricostruita e costruenda). Due giorni prima Articolo Uno aveva lasciato la maggioranza, votando contro la relazione di Piercarlo Padoan sul Def; i suoi eletti sarebbero stati disposti a votare la fiducia sul ddl cittadinanza (quello dello ius soli temperato), già nel programma del centrosinistra, ma non se ne fa niente perché "non ci sono i numeri" (e in fondo al nuovo corso dem il tema non piace).
Nel frattempo la legge elettorale è cambiata, è il Rosatum (anzi, Rosatum-bis), di nuovo un sistema misto ma con una prevalenza del proporzionale (a listine bloccate) rispetto ai seggi attribuiti nei collegi uninominali e con coalizioni senza leader e senza programma comune. La vita si prospetta difficile per le liste fuori dai poli (diverse dal MoVimento 5 Stelle), soprattutto per Articolo Uno, forza neonata "condannata" o ad allearsi ovunque col Pd (come se nulla fosse successo e con ben poco potere sulla scelta dei collegi in cui presentare propri candidati) o ad andare da sola ovunque (sperando di superare lo sbarramento del 3%, altrimenti non avrebbero avuto alcun rappresentante, non potendo certo pensare di vincere collegi contro il Pd, il centrodestra e il M5S).
Per coerenza occorre non andare con i dem, ma possibilmente non da soli, perché lo sbarramento fa paura. E ci vuole un leader, visto che Pisapia si è sfilato. Bersani potrebbe, ma è risoluto nel suo rifiuto ("Sarebbe diventata una rivincita, avremmo dato un messaggio sbagliato"). La soluzione si chiama Pietro Grasso, presidente del Senato uscente, già da tempo interlocutore discreto - si apprende in Titanic - di "chi era a disagio nel Pd", ma da settembre guardato sempre con maggior interesse, soprattutto dopo la sua uscita dal Pd alla fine di ottobre: la sua disponibilità a guidare il progetto, tra l'altro, convince anche Sinistra italiana e i civatiani di Possibile. 
La candidatura viene annunciata il 3 dicembre, come anche il nome del cartello elettorale: "Grasso vuole, per la lista, un nome ispirato all'articolo 3 della Costituzione, ai concetti di libertà e uguaglianza; invece dei nomi astratti gli consigliamo di utilizzare gli aggettivi, Liberi e Uguali, scoprendo poi di avere 'citato' anche l'incipit della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: meglio ancora; a me poi ricorda i 'Liberi e Forti', dell’appello sturziano, chissà se anche lui, siciliano, ci ha mai pensato". Se il lancio della candidatura di Grasso va bene, altrettanto non può dirsi del seguito: è proprio Geloni a dirlo, evocando una situazione in cui "Siamo partiti tardi eppure perdiamo un sacco di tempo, paralizzati da una situazione in cui, al di là dei proclami di “nuovi inizi” e “nuove proposte”, nessuno si fida realmente degli altri". 
L'unica certezza è che la pattuglia parlamentare nella nuova legislatura si restringerà, e non poco, aggiungendo a ciò le incognite legate alla legge elettorale (non sapendo in quali circoscrizioni/collegi usciranno i pochi eletti di Leu): il libro racconta il processo di individuazione dei candidati (con ampio uso delle pluricandidature per i parlamentari uscenti e i dirigenti) e delle difficoltà di comporre le esigenze dei tre partiti fondatori e dello stesso Grasso, che "si fa anche lui parte, reclama legittimamente la sua quota", ma non senza attriti. Incomprensioni di ogni genere si succedono nei giorni successivi e finiscono per riguardare persino il simbolo di Liberi e Uguali, o meglio il contrassegno elettorale. Chiara Geloni dedica alla questione una pagina di Titanic che, da sola, vale la citazione in questo sito, dunque la parola va a lei: 
Una mattina di novembre 2017, in orario antelucano, vengo invitata a una riunione riservatissima dove lontano da occhi indiscreti, mi viene detto, dovrò presentare a Grasso, Speranza, Fratoianni e Civati le proposte di simbolo dell’agenzia Tita [una delle più importanti agenzie di comunicazione in Italia. "Il suo fondatore, Giuseppe Mazza, ha vinto il Premio Pirella 2019 ed è quindi il comunicatore dell’anno", si legge nel libro], con cui ero io a tenere i contatti e che ci ha già anche sottoposto alcune idee per una campagna di comunicazione in campagna elettorale. Con mia enorme sorpresa, dopo che ho mostrato le quattro/cinque proposte dei milanesi, a partire da quella, rossa con scritta bianca, semplice, elegante, che a me e all'agenzia sembra la migliore, Fratoianni e Civati estraggono ciascuno una cartellina contenente non so se cento altre proposte di simbolo, le più disparate. Non si capisce più niente, i fogli si affastellano sul tavolo con simboli e loghi di tutti i colori e tipi, non c’è più logica, è impossibile prendere una decisione.
Improvvisamente, percepisco, la tensione sale, la questione diventa politica: Grasso deve scegliere a quale "partito" assegnare la vittoria. Lui prende tempo, avoca a sé la decisione. Tutti annuiscono: "Decide il presidente", e la riunione si scioglie. Dopo qualche settimana, Grasso si presenta da Fazio con un simbolo rosso quasi identico alla prima proposta di Tita, dove la “E” che sta tra Liberi e Uguali è però diventata uno svolazzo di tre baffi orizzontali. Non è brutto, ma è poco più di una manipolazione dell’altro. E intanto la nostra collaborazione con Tita è saltata. Apprendiamo dalla tv che il logo non è opera di un'agenzia ma di "un grafico di Monza": si tratta di Alberto Civati, il fratello di Pippo. 
Da Fazio, Grasso sbaglia il colore del simbolo, che non è "amaranto, simbolo di protezione", come dice, ma Pantone rosso puro; fa una gaffe sulle "foglioline" che trasformerebbero la I finale di Liberi in una E per rispondere – ma finendo per enfatizzarle – a critiche su un presunto maschilismo del nome Liberi e Uguali, su cui la Boldrini e altre esponenti di LeU avevano aperto una polemica (assurda: il plurale misto in italiano è uguale al plurale maschile. E infatti nessuno accuserà poi di maschilismo lo slogan "per i tanti, non per i pochi", del resto) [...].
Al di là degli scivoloni grafici, è lo stile di Grasso per Geloni ad apparire impacciato, insicuro e poco invitante, mentre è l'intera comunicazione di Leu ad apparire piuttosto confusa sotto vari aspetti (che l'autrice mette in luce senza indulgenza), così come certe figure - D'Alema in primis - finiscono per essere ingombranti. Alla fine lo sbarramento è superato di poco, la pattuglia di eletti è ristretta e la sinistra affonda. Lì come altrove: "Volevamo salvare il salvabile, ma ormai quasi tutto era perduto", perché i molti che non vogliono votare Renzi sulla scheda mettono la croce sul simbolo del M5S o addirittura della Lega e non su quello di chi con l'ex sindaco di Firenze c'era rimasto fino a un anno prima. "'C'è una parte dell’elettorato che ha chiuso definitivamente con tutto ciò che ai suoi occhi appare Sinistra, e non cerca una Sinistra diversa: sta bene senza". 


Epilogo. O no?

In definitiva, "il risultato del 4 marzo distrugge la Sinistra. Tutta: quella riformista e quella radicale, quella renziana e quella anti. Dopo il 4 marzo non ci sono più regioni rosse, non ci sono più collegi sicuri, soprattutto non c’è più un’idea condivisa del futuro". E se la storia di Leu è parsa finita a Chiara Geloni già all'indomani delle elezioni ("per mettersi insieme bisogna piacersi, almeno un pochino; specialmente se non c'è alcuna dote che giustifichi un matrimonio d’interesse", con tanto di analisi degli errori fatti prima e dopo), anche l'arrivo di Nicola Zingaretti alla segreteria Pd ha prodotto qualche segno di vita per il partito, meglio dell'irrilevanza durata mesi, ma per ora non molto più di questo. Certo, il libro è uscito a maggio, quasi quattro mesi prima che fosse annunciato il nuovo governo a tre, con il ruolo di maggiori formanti assegnato a M5S e Pd (il terzo, come si è detto, è Leu). Ma Titanic ricorda la lettera di Luigi Di Maio al Corriere della Sera del 29 aprile 2019, con cui - dopo il mandato esplorativo positivo di Roberto Fico - si indicavano i punti in comune per un possibile governo demostellato; punti affondati poche ore dopo, quando Renzi chez Fazio sentenzia "Non faremo giochetti di palazzo", quindi "Mai al governo con il M5S".
Al di là degli sviluppi post libro, la questione posta sul tavolo da Geloni resta valida: "Nel Pd nessuno ancora spiega quale sia la strategia per provare almeno a riprendere i milioni di elettori lasciati per strada. Nessuno, fino a oggi, trova il coraggio di dire che il punto non è accontentarsi di recuperare due punti nei sondaggi ma serve rifondare, possibilmente non da soli, un’intera area politica e culturale". Avendo peraltro la consapevolezza - cosa per nulla ovvia - che "il sistema politico è totalmente cambiato rispetto ai tempi della nascita del Pd, e che un partito maggioritario della Sinistra riformista, che aspiri a essere col suo segretario una proposta di governo per il Paese, non esiste più e non esisterà più per molti anni". Se non altro, però, le vicende di questi giorni dicono che almeno uno spunto è stato colto: "ci sono nuovi attori in campo e un sistema multipolare e sostanzialmente proporzionale, e prima o poi si dovrà scegliere con chi accettare la sfida di discutere, e la scelta potrà essere o con la Destra o con il Movimento 5 Stelle, o per meglio dire con quello che sarà della Destra o dei 5 Stelle nei prossimi mesi e anni, e che per scegliere bisogna avere chiaro chi è il nemico".
"Serve solo capire finalmente che c'è bisogno di una Sinistra che faccia il suo mestiere", almeno secondo Pier Luigi Bersani, che nella postfazione rilegge le vicende contenute nel libro fino alla scissione di Articolo Uno dal Pd (anche se "molti di noi l’hanno vissuta più come un’espulsione", come la scelta di non "essere corresponsabili di una cosa così"). Per l'ex segretario occorre "che siano chiamate a raccolta tutte le forze che vogliono riconoscersi in una Sinistra larga e plurale, che siano pronte a rendersi alternative non genericamente ai 'populismi', ma chiaramente alla Destra, e che intendano riferirsi al variegato mondo del socialismo europeo e ai partiti e ai movimenti progressisti, ambientalisti e civici presenti in Europa". Il tutto lavorando su "lavoro buono, welfare universalistico, fiscalità progressiva, diritti civili e sociali e una chiave ambientale che deve attraversare tutto", sapendo che le sfide di oggi e domani sono lontane rispetto a quelle del passato, ma vanno colte. Così si può sperare di sopravvivere al Titanic raccontato con schietta profondità da Chiara Geloni, magari senza pensare che la soluzione sia una scialuppa.