sabato 18 giugno 2016

Giovanni Negri recupera la vecchia Lista Referendum (con una rosa di troppo?)

In pieno silenzio elettorale non voglio parlare di cose che, in un modo o nell'altro, possono avere influenza sulle sfide amministrative che si decideranno domani con il ballottaggio. L'occasione, dunque, può essere buona per guardarsi intorno e trovare altri spunti interessanti. Scartabellando qua e là, scopro che da poche settimane è resuscitato il simbolo della Lista Referendum, costituita ad hoc per le elezioni politiche del 1992. Se ne fregia Giovanni Negri, segretario del Partito radicale dal 1984 al 1988 (l'ultimo prima della trasformazione in Partito radicale transnazionale), europarlamentare tra il 1988 e il 1989 e, appunto, tra i promotori della Lista Referendum voluta da Massimo Severo Giannini.
Da anni Negri era impegnato essenzialmente a produrre vino e a scrivere libri, ma ora ha scelto di combattere di nuovo, anche per dare continuità a quella battaglia condotta all'inizio degli anni '90 (e, volendo, anche prima). Sulla pagina Facebook Radicali per il Sì - Sì per i Radicali rivendica innanzitutto di aver promosso "i referendum Segni, i referendum Giannini, i referendum Tortora" per "dare al Paese una democrazia moderna e bipartitica, mandare a casa la partitocrazia spartitoria il cui debito pubblico ci incatena ancora oggi", per avere "più Stato ma meno Partito" e arrivare allo Stato di Diritto, all'equilibrio dei poteri. 
Negri, mettendo in guarda da "tutte le ombre lunghe, i mandarini, gli immobilisti, le voglie di rese dei conti, i gattopardi, gli interessi di chi vuole inchiodare la Repubblica a questo malinconico Macondo" che si starebbero affollando intorno al referendum costituzionale, ha scelto di schierarsi dalla parte del "sì". Perché "la nuova legge elettorale non trasformerà il rospo in principe, né la riforma costituzionale muterà i topolini nei destrieri di Cenerentola. Però ci sono", non sono perfette ma danno effetti desiderabili, come liberare il sistema politico "dal proporzionale spartitorio e dalle porcellate" e indurlo al bipartitismo, ridando poi allo Stato "poteri troppo superficialmente delegati a Regioni spesso deresponsabilizzate". 
Il sostegno alla riforma è espresso "da Radicale e spero con tanti altri radicali, perché io non so definirmi in altro modo"; Negri punta a "fare uscire dalla marginalità, da un cono d’ombra, dalla malinconia [...] soprattutto una storia politica e una vicenda umana - quella radicale, appunto [ndb] - che può guardare diritto negli occhi ciascun italiano". Lo scopo non è candidarsi o essere eletto di nuovo da qualche parte, precisa, né puntare a controllare "le radio, le frequenze ed antenne, le sedi e gli immobili" (della galassia radicale) che sono – letteralmente – affari altrui. Semplicemente, rivendica la propria storia e le sue convinzioni: "siamo radicali dalla Marianna alla Rosa nel Pugno - spiega - siamo radicali perché questo è anche un modo di vivere e di essere, orgogliosi di quella che fu una forza povera e nobile ma umili quanto basta per ascoltare, capire anche chi è più diverso e lontano da noi". Non a caso, dopo avere ricordato l'epopea delle cataste di firme raccolte con poche forze, delle veglie, dei digiuni e dei sit-in, Giovanni Negri conclude convinto: "Coraggio. Vedrete come faremo in fretta a ritrovarci, a consegnare la parola Radicali non al passato ma al futuro. Un futuro del quale non abbiamo paura".
Per fare tutto questo, dev'essere risultato praticamente ovvio a Negri ritirare fuori l'emblema dell'ultima grande battaglia politico-referendaria condotta: quella, appunto, della Lista Referendum del 1992. Tutto bene e tutto tranquillo? Insomma, perché quello non era il simbolo di quel gruppo - emblema che tra l'altro nel 1992 irritò alcuni dei referendari di allora, Mario Segni compreso: sentendosi defraudati dell'iniziativa, tentarono inutilmente di mettersi di traverso - ma la sua versione elettorale. Questa, oltre al "Si" gigantesco bianco su fondo arancione, con la scritta "Referendum" sovrimpressa, conteneva anche la corolla della rosa radicale (senza pugno e senza foglie), concessa dal Partito radicale transnazionale (lontano dalle elezioni, ma ancora presente in Parlamento dopo il voto del 1987) in extremis, mentre non era ancora scaduto il termine per depositare i contrassegni al Viminale, al solo scopo di evitare la raccolta delle firme.
La prima versione del simbolo
Non stupisce che Negri abbia voluto usare proprio quel disegno con la rosa (e non la prima versione che ne era prima ed era stata già depositata al ministero), visto il suo esplicito riferimento alla propria storia radicale; tanto però è bastato perché in rete una parte dei radicali protestasse in modo vibrato, lamentando un'usurpazione del segno storico di quell'area, che il Partito radicale aveva mutuato - con varie traversie che ho raccontato altrove - dal Psf di Mitterand negli anni '70 e aveva utilizzato per anni. 
Ora, è vero che qui non c'è nessuna competizione elettorale di mezzo (se non il referendum, che però non prevede l'uso di simboli), dunque non valgono le regole dettate per i contrassegni; è altrettanto rispettabile l'intento di Negri di rifarsi alla sua storia radicale. E' altrettanto certo, tuttavia, che l'uso di quella rosa non pare del tutto opportuno: un comunicato radicale, tuttora leggibile sul vecchio sito dell'area, ricorda come, nell'impossibilità di raccogliere in pochissimi giorni le firme richieste ai nuovi soggetti politici e per la necessità di tenere aperti il più a lungo possibile gli elenchi di candidati, la Lista Referendum avesse "chiesto al Partito Radicale, che come noto non si presenta alle elezioni, di consentirci l'esenzione dalla raccolta di firme suddette - come la legge gli consente di fare con la conseguente aggiunta (che la legge prescrive) - nel contrassegno della lista referendaria di una parte del simbolo del P.R., la rosa" e che "il Partito Radicale, in armonia con tutta la sua lunga storia di servizio e di battaglie democratiche [...], ha deciso di acconsentire alla richiesta della Lista Referendum di Massimo Severo Giannini".
Appare chiaro, dunque, come la concessione di parte del simbolo del Pr sia stata fatta - oltre che per la presenza in lista di radicali come Negri - all'esclusivo scopo "tecnico" di evitare la raccolta delle sottoscrizioni (lo stesso avvenne per la Lista Pannella, che si esentò dalle firme inserendo l'intera "pulce" degli Antiproibizionisti sulla droga, rappresentati a Strasburgo): la rosa, insomma, sarebbe stata concessa una tantum, in modo precario e al più per la durata di quella legislatura, ma non era certo diventata parte stabile del simbolo della Lista Referendum (che, peraltro, nemmeno riuscì ad approdare in Parlamento). Tutto, naturalmente, sarebbe giuridicamente ineccepibile se l'uso della rosa fosse stato richiesto a monte all'attuale titolare del segno, ossia la Lista Pannella - che, nel frattempo, ha come nuovo presidente Maurizio Turco - e questa avesse dato l'assenso: ciò potrebbe anche essere accaduto, ma non c'è modo di verificarlo. Per evitare grane di qualunque tipo, tra l'altro, sarebbe bastato anche solo far ridisegnare quella corolla di fiore con una foggia diversa: il riferimento radicale sarebbe stato colto comunque, ma nessuno se ne sarebbe potuto lamentare.

venerdì 17 giugno 2016

Benevento, chi sfiderà Mastella

Quando era stata ufficializzata la sua candidatura, il suo nome era stato un punto fermo sin dall'inizio: era impossibile pensare che Clemente Mastella non sarebbe arrivato almeno al ballottaggio a Benevento. Così in effetti è stato e domani, a contendergli il posto da sindaco, sarà Raffaele Del Vecchio: nell'attesa che si aprano le urne, tuttavia, vale la pena dare uno sguardo ai simboli che finiranno sulla scheda. Sugli emblemi a sostegno di Mastella, peraltro, c'è poco da dire: dei suoi due emblemi civici e personali ci si è già occupati a tempo debito, mentre in quelli di Forza Italia e dell'Udc non risulta nulla di particolare, al di là dell'inserimento dell'espressione "Per Benevento" nella parte alta del contrassegno forzista.
Più interessante è il "parco simbolico" dell'avversario principale di Mastella, Raffaele Del Vecchio. I due candidati sono arrivati piuttosto vicini al primo turno, ma se il fondatore dell'Udeur ha raccolto il 33,66% sostenuto da quattro liste, Del Vecchio è arrivato al 33,23% anche grazie all'appoggio di ben sette formazioni. In posizione di top scorer c'era il Pd, mentre al secondo posto (ma con la metà dei voti dei dem) si è posizionata la lista personale del candidato, Del Vecchio sindaco. A onor del vero, bisogna dire che il simbolo è uno dei più anonimi e dei meno gradevoli esteticamente: brutto l'anello grigio a corona del logo, brutte le due righe diagonali verde e rossa che dovrebbero richiamare il tricolore, poco significativo il semicerchio interno rosso, se non per far risaltare la scritta "Del Vecchio sindaco".
Al terzo posto, restando nella coalizione, si ritrova il simbolo dei Democratici - Lealtà per Benevento, guidata dal sindaco uscente Fausto Pepe, di cui Del Vecchio è tuttora vicesindaco. All'interno si possono riconoscere alcuni dei monumenti più importanti della città, come il teatro romano, l'arco di Traiano e (a quanto sembra) la chiesa di Santa Sofia. L'emblema è praticamente uguale a quello visto nel 2011, soprattutto nella parte centrale, coi segni territoriali della città e la dicitura "Lealtà per Benevento", con una scia tricolore nella parte interna bassa; al posto del nome di Pepe, la corona esterna contiene nella parte superiore la parola "Democratici", con lo spazio interno della D tinto di rosso, quasi a voler riprendere il logo del Pd.
Un passo indietro ed ecco comparire il contrassegno di Benevento popolare, emblema - con il cuore intero, senza più le stelle simil-Ppe problematiche degli inizi - usato anche qui dal Nuovo centrodestra per presentarsi alle elezioni. Di certo qui non è coinvolta la rappresentanza locale dell'Udc, visto il suo impegno a favore di Mastella; può apparire strano che Ncd si collochi più vicino al Pd rispetto al partito di Cesa e Casini, ma non sarebbe la prima volta e in ogni caso stupirsi ha poco senso. Rispetto all'Udc (che naturalmente schierava lo scudo crociato), comunque, Benevento popolare è riuscita a ottenere qualcosa in più, un risultato a suo modo significativo.
Praticamente lo stesso risultato di Benevento popolare se l'è aggiudicato Alleanza riformista: per entrambe le formazioni il dato percentuale dice 5,58%, ma Benevento popolare ha ottenuto 2149 voti, mentre Alleanza riformista ne ha ricevuto solo uno in meno. Al di là del risultato, piuttosto curioso, il simbolo ricorda a suo modo quello di Alleanza democratica nel 1994: anche là i colori erano rosso e verde, anche qui nel mezzo c'è un quadrifoglio. Allora però i colori erano invertiti rispetto ad oggi, dunque il quadrifoglio era rosso - e piatto, non tridimensionale come adesso - mentre la corona circolare che lo cingeva era verde, mentre ora a essere colorato a doppia sfumatura chiara al centro è l'intero sfondo.
Un po' più staccato, invece, si è piazzato il cartello Insieme, che riunisce - in uno "strano trio", non potendosi parlare di "strana coppia" - Cittadini per Benevento, Italia dei valori e Federazione dei Verdi. L'emblema dà anche visivamente l'idea di "insieme" inserendo le "pulci" dei tre partiti all'interno del cerchio, mentre nella parte alta una specie di "onda" rossa (in ogni caso, un elemento curvilineo) dà al contrassegno un minimo di movimento, altrimenti difficile da ottenere. Al di là di questo, tuttavia, se non appare nemmeno troppo strano l'accostamento tra Verdi e Idv (erano già stati insieme nel 2013, all'interno di Rivoluzione civile), più anomala appare la presenza di ciò che resta di Scelta civica, accanto a due formazioni decisamente poco moderate.
Chiude la graduatoria delle liste a favore di Del Vecchio - senza nemmeno arrivare all'1,5% - Benevento al centro - Dalla parte giusta. L'intero nome della formazione, volendo, è un programma: al centro dell'attenzione e al centro come area politica, con la convinzione che sia quello il posto migliore in cui la città deve stare. Il contrassegno è stato costruito - volutamente, si suppone - con i colori della città e, nel semicerchio superiore, è stata aggiunta una riproduzione "geometrica" del già citato arco di Traiano, sia pure con un curioso elemento al centro, difficilmente leggibile. Si legge certamente la parola "Giusta", anche se probabilmente l'uso di una font più pulita avrebbe reso meglio.
Se tra i candidati alla poltrona di prim* cittadin* si è classificata terza Marianna Farese per il MoVimento 5 Stelle (il buon risultato superiore al 20% non l'ha premiata comunque con l'accesso al ballottaggio), rimane piuttosto staccato in termini di voti e di percentuale il quarto aspirante alla guida della città, Gianfranco Ucci. Il suo emblema personale è a fondo arancione, con il nome scritto su una sorta di etichetta o di superficie pitturata di bianco; da lì parte un fumetto che contiene l'hashtag scelto da Ucci per la sua campagna, #laCittàdiTutti, con tanto di lineette di contorno, come quelle che nelle storie di nuvole parlanti si usano per evidenziare un parlato a voce stentorea. 
Gli ultimi tre candidati non hanno superato il 4% dei voti, avendo raccolto insieme poco più del 7%. A Raffaele Tibaldi spetta certamente il titolo di "nome più in vista sulla scheda", visto l'imponenza grafica che ha il suo cognome - pur essendo scritto con le minuscole e una font relativamente sottile - all'interno del contrassegno. Al di là di questo, graficamente la lista Benevento polo civico è caratterizzata da una figura di soldato romano tinto di rosso, con tanto di elmo e cimiero, che sta sotto a un arco giallo (magari ancora quello di Traiano). I colori, ancora una volta, sono quelli della città e il riferimento a uno dei monumenti principali si coglie piuttosto bene.
Penultima è risultata invece Sfidiamoli!, la lista civica che ha sostenuto la candidatura a sindaca della giornalista Vittoria Principe. Obiettivamente l'emblema si differenzia sensibilmente dagli altri, per colore, struttura e contenuto: gli elementi grafici sono ridotti al minimo, dovendosi considerare solamente il fondo color granata e quella font corsiva così particolare - e così poco frequente nella grafica elettorale - che spicca sulla fascia bianca centrale. Non si può dire che il risultato sia un capolavoro dal punto di vista della resa, ma occorre ammettere che per lo meno l'immagine scelta dalla lista non passa inosservata, per comunicare la battaglia di Principe e il suo desiderio di essere reale alternativa ai partiti.
Fanalino di coda delle elezioni a Benevento - 450 voti, pari all'1,14% - è stata Federica De Nigris, candidata sindaca per il Progetto civico fabBene, così denominato perché alla base aveva l'idea aggregare soggetti che perseguano il bene della città e vogliano creare sinergie per amplificare i processi partecipativi nella vita politico-amministrativa di Benevento. Anche qui la grafica in realtà è piuttosto semplice: il fondo è blu, nemmeno troppo scuro; le scritte sono in rosso carico, quasi carminio. Si è poi introdotto il contorno bianco alla dicitura "Progetto civico", per renderla più visibile, mentre alla stessa funzione ha assolto la "pennellata" gialla alla base di fabBene: anche per quell'inserimento, il simbolo è stato più riconoscibile. Anche se non è bastato per entrare in consiglio.

giovedì 16 giugno 2016

Comunisti unitari, quando le bandiere si fecero curve

Di falci e martelli, negli anni, se ne sono visti tanti: qualcuno più duraturo, qualcuno più evanescente, quasi meteorico nel firmamento dei simboli. A volte, per dire, quando alla nascita fragorosa di un gruppo ne segue un'altra - quasi altrettanto drammatica - a distanza di pochi anni, tutto ciò che accade nel mezzo rischia seriamente di non farsi ricordare, di lasciare tracce destinate a sparire in fretta. Qualcosa di simile sembra accaduto al Movimento dei comunisti unitari, durato poco meno di tre anni ma quasi finito nel dimenticatoio, oggetto di studio per gli storici, i politologi e i drogati di politica.
Il partito nacque nel 1995, ma per inquadrare bene la storia si deve tornare alle ultime settimane dell'anno di scarsa grazia 1994. Dopo la frattura dolorosa dell'inizio del decennio, il Partito democratico della Sinistra e Rifondazione comunista avevano cercato, per lo meno, di lavorare insieme per un risultato comune: erano stati loro il perno del "cartello" dei Progressisti, ma la loro "gioiosa macchina da guerra" a trazione Occhetto non riuscì a vincere (in effetti non aveva nemmeno perso del tutto, visto che al Senato il centrodestra all'inizio non aveva la maggioranza). Fu così che la sinistra, dai banchi dell'opposizione, assistette all'ascesa al governo di Silvio Berlusconi (la prima volta di un rito che si sarebbe ripetuto in seguito) e al suo percorso accidentato, sino alle dimissioni dell'esecutivo a fine dicembre, soprattutto grazie allo sfilarsi della Lega Nord dalla coalizione di governo. 
Pds e Rifondazione - di cui era diventato da poco segretario Fausto Bertinotti - in qualche modo festeggiarono, ma non c'era tempo da perdere: occorreva decidere cosa fare, se tornare al voto o tentare di formare un altro governo. Berlusconi esigeva le elezioni anticipate, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro non volle assolutamente sciogliere le Camere, convinto che ci fossero le condizioni perché da lì uscisse una nuova maggioranza. In effetti uscì, con il sostegno al ministro del tesoro uscente, Lamberto Dini: lui formò un esecutivo dal profilo "tecnico", contando sull'appoggio di Pds, Ppi, Patto Segni, varie forze laiche e di chi era rimasto nella Lega (Forza Italia, An e altri partiti di centrodestra, che quel nuovo esecutivo lo tolleravano senza entusiasmo, si erano astenuti). 
Dini entrò dunque nella pienezza dei poteri all'inizio di febbraio del 1995, ma tra i commentatori qualcuno puntò gli occhi su cosa stava accadendo tra le file di Rifondazione comunista: al Senato Umberto Carpi votò la fiducia (e fu sanzionato), alla Camera un bel gruppo di rifondatori, pur respingendo la mozione per disciplina di partito, sottoscrisse un documento contrario alla linea ufficiale. Era il primo segno, inequivocabile, di una frattura nel partito: tempo qualche settimana e, nel voto su una questione di fiducia, il governo resse solo grazie all'appoggio di alcuni parlamentari del Prc. La scissione era servita: a giugno lasciarono il partito il capogruppo alla Camera Famiano Crucianelli, figure importanti come Lucio Magri e Luciana Castellina e una ventina di dirigenti presero una strada diversa. Si era appena consumata una spaccatura, ma vollero chiamarsi comunque Comunisti unitari.
Simbolicamente, Crucianelli - che del movimento divenne coordinatore nazionale - e gli altri non vollero rinunciare alla bandiera rossa con falce, martello e stella e nemmeno all'accoppiata con il tricolore; vollero richiamare il vecchio Pci mettendo le aste a entrambi i vessilli, ma cercarono di modernizzare il tutto dando alle bandiere una forma concava e - onde evitare scocciature sulla confondibilità dei segni - tinsero di blu il fondo. Nel 1996, nonostante la loro scelta, l'esistenza del governo Dini si concluse e si tornò al voto: i comunisti unitari portarono a casa otto seggi, sia pure schierando i propri candidati nelle liste del Pds. 
Quando, due anni dopo, il partito della quercia pensò di evolversi, per costituire un soggetto nuovo che riaggregasse quell'area politica, c'erano anche i Comunisti unitari tra i fondatori dei Democratici di sinistra (con Pds, Cristiano sociali, Riformatori per l'Europa, Sinistra repubblicana, Federazione laburista e Agire Solidale). Si chiuse così la parabola di un partito che un minimo di strada l'aveva fatto (alcuni degli eletti avrebbero continuato, nei rispettivi gruppi/partiti di appartenenza); le bandiere concave, tuttavia, non sono state dimenticate da chi la politica la segue davvero

martedì 14 giugno 2016

Rimini, completando il panorama simbolico

Al di là del risultato rimarchevole del Patto civico messo in piedi da Pizzolante, anche le altre liste che hanno corso a Rimini meritano attenzione e vanno analizzate attraverso i loro simboli. Nella coalizione vincitrice a sostegno di Andrea Gnassi, ad esempio, subito dopo il Pd e il citato Patto civico, si è collocata Rimini attiva, una lista civica guidata da Andrea Canevaro e che ha unito - con uno sguardo anche al dopo-elezoni - varie anime dell’associazionismo e del mondo del lavoro. Si è tentato di trasmettere l'idea della cittadinanza attiva semplicemente con una freccia che punta in avanti e leggermente curva - per dare maggiormente il segno dell'attività - su fondo rosso sfumato.
Sicuramente con maggiore varietà cromatica è la lista Futura #ConGnassi, formata da giovani di varie estrazioni ed etnie, "lavoratori nei tempi della precarietà, sognatori ma con i piedi per terra", che hanno scelto di condividere il progetto di Gnassi. NewsRimini.it definiva così il contrassegno: "Un cerchio suddiviso in tre onde: il celeste del mare, il viola della coesione sociale, il verde della sostenibilità ambientale", con a destra l'accenno a un volto femminile (forse la personificazione di Futura) e in alto una certezza, più che uno slogan, "Tutto si immagina". Nessun limite agli occhi e alla fantasia, dunque: se si può immaginare, si può fare ed è il caso di scriverlo (anche se la font non convince troppo).
Due sole forze della coalizione sono rimaste fuori dalla ripartizione dei seggi: la "bicicletta" tra Centro democratico e Italia dei valori e, sia pure con qualche voto in più, la lista Sinistra X Rimini. Il principio grafico è lo stesso della Sinistra X Milano (soprattutto quanto al "X" fatto col "maggiore" a freccia), ma il colore è rosso - inequivocabile, in Romagna come altrove - e, vista la vocazione marittima della città, c'è una barca a vela in navigazione sul segmento di base. Intorno, le parole d'ordine della lista (Ambiente, lavoro, cultura, diritti) e un accenno di arcobaleno disegnato a pastelli, giusto per chiarire senza dubbi di quale area politica si stia parlando.
Nella coalizione che sosteneva Marzio Pecci, candidato del centrodestra, c'è meno da dire. Il partito più votato, la Lega Nord, ha usato lo stesso emblema visto a Cattolica, con la riproduzione della caveja - ossia l'asta d'acciaio con anelli, tipica del tempo in cui si arava coi buoi - e del gallo come simbolo della nazione Romagna. Nessuna novità palpabile invece per l'emblema di Forza Italia, utilizzato nella versione delle elezioni europee del 2014, con il cognome di Berlusconi senza alcun riferimento locale. Lo stesso può dirsi per l'emblema di Fratelli d'Italia, che ha solo in basso la "pulce", ormai consolidata, di Alleanza nazionale.
Merita invece un minimo di attenzione il terzo emblema più votato del gruppo, perché evoca subito una sensazione di già visto. E non può essere altrimenti, se solo si considera che Uniti si vince per cambiare Rimini richiama lo stesso format utilizzato per sostenere a Bologna Lucia Borgonzoni: stesso nome, stesso cuore tricolore (anche se qui è diverso il motto), stesso uso di due colori perno (qui rosso e verde, a Bologna ovviamente rosso e blu), stessa idea di riportare in filigrana alcuni monumenti notevoli della città, come l'arco di Augusto e il ponte di Tiberio. Avendo superato di poco il 3,5%, se non altro la lista è riuscita ad aggiudicarsi un seggio e, comunque, ha ottenuto più che a Bologna.
Terzo candidato più votato è stato Luigi Camporesi, i cui simboli avevano iniziato a circolare già mesi fa. Un contrassegno, in particolare, riunisce due emblemi di cui ci si era occupati in passato, cioè Obiettivo civico e Vincere per Rimini: entrambi sostengono Camporesi, che era stato candidato sindaco e capogruppo del MoVimento 5 Stelle nel 2011. Come è noto, non esiste alcuna lista certificata del Movimento, ma Camporesi si era proposto di portare avanti gli ideali del M5S senza rimanere legato al simbolo di cui è titolare Grillo: l'unione dei due emblemi ha consentito di presentare una lista (senza dover raccogliere il doppio delle circoscrizioni) e di dare corpo al progetto.
Allo stesso candidato, peraltro, erano legate altre due liste, che a differenza della prima non sono entrate in consiglio comunale. Una di queste riuniva tre emblemi: quelli di Fare! con Flavio Tosi, Insieme per Rimini e Noi per la Romagna. Al simbolo del faro, battezzato l'anno scorso, si aggiunge una stilizzazione dell'arco di Augusto su fondo blu, con tanto di famigliola gialla che passeggia davanti (Insieme per Rimini, che in basso peraltro riporta l'indicazione dell'associazione "Italia in Comune") e di nuovo la caveja, stavolta piantata come da tradizione in una tavola di legno, con la riproduzione del gallo romagnolo a fianco (Noi per la Romagna).
L'altra lista, pur avendo un emblema decisamente poco appetibile, risulta interessante per la peculiarità riminese. Si è detto, infatti, che nessuna lista è stata certificata dallo staff del M5S, per cui per qualcuno è stato inevitabile cercare di intercettare quegli elettori presentando il simbolo di un Movimento libero - Rimini, che richiamasse l'esperienza dei 5 Stelle, senza però risultare in alcuna maniera confondibile. La font Helvetica condensed black è diversa da quella del M5S, così come il colore giallo del contorno del cerchio (al posto del rosso, che qui c'è solo nella parola "Rimini"); nessuna traccia di stelle, anche se è rimasta gialla l'espressione "libero", senza che questo rischi di portare problemi di confondibilità. 
Gli altri candidati sindaci risultano essere piuttosto lontani con le loro percentuali. La prima tra gli esclusi dal consiglio è Sara Visintin, aspirante prima cittadina della lista Rimini in comune - Diritti a sinistra, che raccoglieva parte della sinistra non schierata con Gnassi. Il gruppo, che aveva la dichiarata intenzione di costruire "una lobby civica nell'interesse dei cittadini", aveva adottato anch'esso il fondo rosso, come elemento identitario; la parte iconografica era rappresentata da una conchiglia, che sormonta l'espressione ambivalente "diritti a sinistra" (nel senso dei diritti e della direzione da tenere). Curiosità: quello appena analizzato era l'unico dichiaratamente tridimensionale.
Se Rimini in comune ha ottenuto poco più del 2%, altrettanto può dirsi della lista a sostegno dell'ex dirigente scolastico Mara Marani, Rimini People. Gli elementi più evidenti erano il nome, anch'esso in font Helvetica (rosso) e le sagome di sette mani, tinte dei colori dell'arcobaleno (per indicare l'intreccio tra culture diverse); per riempire l'emblema, in compenso, erano stati inseriti tre hashtag, uno con il nome della candidata alla guida del comune, #inMovimento (con riferimento anche alla presenza di alcuni ex componenti del Meetup locale) e #PrimaLePersone, come slogan portante del progetto civico che si proponeva di lavorare su giustizia sociale, inclusione, accoglienza, lotta al lavoro nero e risposta all'emergenza casa.
Sotto il 2%, i candidati del Popolo della Famiglia (Ada Di Campi), di Forza Nuova (Mirco Ottaviani) e del Fronte nazionale per l'Italia, che schierava Marina Mascioni. Nessuno si lasci ingannare dalla fiammella tricolore in alto: l'emblema, diverso da quelli del vecchio Msi e di An, della Fiamma tricolore e del quasi omonimo Fronte nazionale di Adriano Tilgher, richiama un diverso partito, che vuole riunire cittadini e soggetti collettivi interessati ad affermare l'istanza nazionale e il primato della cittadinanza attiva nazionale, in chiave sovranista e identitaria. Sarà bene riparlare in un altro momento con più ampiezza di questo soggetto politico, che però a Rimini non ha avuto troppa fortuna. 

lunedì 13 giugno 2016

Adria, simboli e soprannomi in evidenza

Andrà al ballottaggio anche Adria, comune di circa 20mila abitanti della provincia di Rovigo. E' riuscito ad approdare al secondo turno il sindaco uscente Massimo Barbujani, noto ai più come "Bobo", con il 45% dei voti: se però nel 2011 la parte del leone, quanto a voti, l'aveva fatta il Pdl, questa volta il consenso maggiore è andata alla lista personale del candidato, che ha schierato direttamente il suo soprannome. In primo piano, infatti, c'era l'espressione Bobo Sindaco, su una fascia blu che divideva la raffigurazione a mano di due monumenti principali del comune (compreso il ponte Castello) dall'area inferiore, che riportava il nome del comune e delle frazioni, sovrapposti a vari livelli: il tutto era "racchiuso" da un bordo tricolore, giusto per dare un tocco nazionale e istituzionale alla cosa (l'immagine, del resto, era già così cinque anni fa e, a quanto pare, ha convinto gli adriesi).
Al secondo e al quarto posto, all'interno della coalizione, si sono collocate le liste di Forza Italia (con l'indicazione "Per Barbujani") e della Lega Nord - Liga veneta. Nel mezzo, invece, il cartello che metteva insieme Fratelli d'Italia, Indipendenza Noi Veneto e la formazione civica AdriAmo, declinazione di uno degli stratagemmi più utilizzati per comunicare il concetto di amore per la città declinato al plurale: non si tratta dell'unico esempio sulla scheda, come si vedrà, ma qui l'esperimento si distingue soprattutto per il disegno stilizzato del Teatro comunale del Popolo, ben noto agli abitanti della città. Anche qui, peraltro, il nome riportato è "Bobo", presente sia nel cerchio grande, sia nella "pulce" di Indipendenza Noi Veneto.
Ultima tra le formazioni per Barbujani, in ordine di consensi, è stata la Lista civica Adria Frazioni, forse la meno incisiva e - soprattutto - più anonima sul piano grafico. Nell'emblema blu bordato di giallo, infatti, c'è solo il nome della lista stessa, con il nome del comune scritto in blu su una grossa freccia gialla, che punta in avanti (oltre che a destra). Nobile intento, quello di far camminare la città insieme alle frazioni, ma non è detto che il messaggio sia passato in modo efficace, anche per una grafica poco felice: non pare del tutto un caso, dunque, che la lista sia stata la meno premiata del gruppo, pur avendo ottenuto comunque un risultato rispettabile, di poco inferiore al 5%.
Rispetto al 2011, è andata decisamente meno bene alla coalizione di centrosinistra, che stavolta schierava come candidato sindaco Nicola Zambon. Il maggior numero di volti anche in questo caso è finito al Pd (che si presentava con il simbolo nazionale, senza personalizzazioni), mentre al secondo posto si è collocata quella che può considerarsi la "lista personale", Finalmente Adria!, con il nome della città in bella vista e subito sotto l'indicazione del candidato a primo cittadino. Graficamente molto semplice e poco espressivo, si è comunque collocato piuttosto indietro, sfiorando solo il 4%, meno di quanto abbia ottenuto la lista meno votata di Barbujani.
Al terzo posto si ritrova un concetto che in questo sito è stato sviluppato pochi giorni fa, quello del tempo di cambiare rappresentato dall'orologio. A seguire quel tema, in questo caso, è Ora cambia - Lista civica per il territorio. Il contrassegno, dunque, è una sorta di "cannocchiale" di cerchi concentrici: non a caso, al centro c'era un un orologio da torre, con tanto di lancette che - inspiegabilmente - segnavano le 12 e 30. Appena intorno emergeva decisamente, come impatto, il nome della lista, in piena evidenza: la connotazione civica e territoriale è stata invece relegata in second'ordine, nella corona esterna, con un corpo testuale decisamente minore.
Una manciata di voti in meno ha ricevuto un altro progetto civico - il numero di liste è decisamente diminuito rispetto a quello di cinque anni fa, in entrambe le coalizioni - denominato 2016 Adria riparte. L'idea era ovviamente di segnare una discontinuità rispetto ai cinque anni di governo cittadino del centrodestra, così da far "ripartire" tutto; graficamente si è tentato di rendere l'idea con una serie di tre archi (gialli su fondo verde), simili a quelli delle onde sonore che si spandono nell'aria, investendo ciò che trovano e arrivando praticamente ovunque. L'accoglienza non è stata splendida (avendo superato di poco l'1%), ma se non altro la grafica era chiara.
In ogni caso, meno ancora in termini di voti ha ottenuto la lista dell'Italia dei valori, nell'ultima versione grafica ma semplificata: il cielo infatti è privo di nuvole o di effetti di luce, il contorno è semplice ed è stata tagliata la parte inferiore del cerchio. Quest'area, infatti, è occupata dalla dicitura "Disoccupati e pensionati - Lista civica": la cosa, obiettivamente, è singolare, perché è curioso che l'espressione "lista civica" venga accompagnata a un simbolo del partito che è prevalente nella grafica. L'accoppiata, alla fine, non è stata molto redditizia (dalle urne è arrivato solo lo 0,82%), ma è probabile che questa non sia l'unica lista esclusa dal consiglio.
Al terzo posto, tra i candidati sindaci, si trova Omar Barbierato, sostenuto soltanto da due liste civiche. La più votata di queste, Impegno per il bene comune, si è distinta per una soluzione grafica adottata: l'idea di impegno e del bene comune, infatti, è stata resa con due figure umane stilizzate e viste dall'alto - come testimonia anche la sagoma del naso che spunta nel cerchio della testa - che si stringono la mano, formando una sorta di "S" (o, se si preferisce, una delle "effe" della cassa di uno strumento ad arco). Una soluzione che ricorda, almeno in parte, il simbolo di Torino in Comune presentato sotto la Mole da Giorgio Airaudo per la sua candidatura a sindaco.
L'altro contrassegno sembra meno originale: è quello della lista civica SiAmo Adria, l'altra "manifestazione d'amore collettivo" arrivata sulle schede. La "A" stampata a caratteri cubitali, infatti, serviva a mettere in luce il concetto di amore - proprio come in SiAmo Torino, altra reminiscenza piemontese - e, in più, è stata utile perché era anche l'iniziale del nome della città, per cui è stato possibile condividerla. Quello in commento non è risultato certo tra i simboli più curati graficamente: soprattutto, non è apparsa felice l'idea di comprimere il nome del candidato sindaco in modo da renderlo quasi illeggibile sulla scheda. Anche quei pochi voti ottenuti, peraltro, hanno consentito a Barbierato di non arrivare ultimo, lasciando in quella posizione Cristina Zanellato, candidata del M5S.

domenica 12 giugno 2016

E se il futuro di Ncd partisse da Rimini?

Nelle settimane che hanno preceduto le elezioni, il caso di Rimini aveva fatto notizia essenzialmente per la mancata presentazione di liste da parte del MoVimento 5 Stelle, dopo che lo staff aveva negato la certificazione a ciascuno dei due gruppi che chiedevano di poter rappresentare il M5S sulla scheda. Dopo gli esiti del voto, invece, c'è almeno un altro elemento che merita attenzione, assieme alla vittoria al primo turno del sindaco uscente Andrea Gnassi (esito nient'affatto scontato visto l'andazzo generale dei candidati di centrosinistra, pur nell'assenza di avversari di peso). 
Sotto i riflettori, in particolare, c'è il risultato ottenuto dalla lista Patto civico con Gnassi, parte della coalizione a sostegno del primo cittadino che cercava la riconferma e nata grazie all'impegno di Sergio Pizzolante, deputato di Area popolare - Nuovo centrodestra. La lista in questione, in particolare, era ricca di professionisti, imprenditori e titolari di stabilimenti balneari - una categoria evidentemente importante a Rimini - e puntava certamente a settori della società (il "ceto medio produttivo") che difficilmente voterebbero a sinistra. In grafica, tuttavia, non c'era nessun simbolo che facesse collocare la formazione nel centrodestra (al di là del fondo blu, che però è un po' poco come indizio): unici elementi ben visibili, il cognome del candidato sindaco - davvero enorme - e una stilizzazione del Ponte di Tiberio, uno degli emblemi per eccellenza di Rimini, più ancora che un monumento.
Presentando la lista, Pizzolante l'aveva qualificata come "un importante progetto politico che unisce la città e le persone", con l'auspicio che potesse continuare dopo le elezioni, prendendo a modello quella parte di centrodestra che non guarda a Salvini e Meloni o si batte col M5S, ma ritiene strategica una collaborazione con il Pd, tanto a livello nazionale quanto locale. 
Ora, guardando i risultati del voto di domenica scorsa, è facile vedere come, subito dopo la lista dei dem, la migliore prestazione sia andata proprio al Patto civico con Gnassi: quasi 8500 voti, pari al 13,83% e tradottisi in 5 seggi in consiglio comunale. Un risultato consistente e, fatte le debite proporzioni, ben maggiore rispetto ai numeri cui Ncd è abituato. Lo stesso Pizzolante, intervistato all'indomani del voto a Ravenna, ha ben potuto sfoderare i dati della "sua" lista ai tg nazionali come segno della necessità di continuare il lavoro con il Pd; la posizione, come è noto, è sostanzialmente condivisa da figure di rilievo di Ncd come Cicchitto e Lorenzin; la stessa presenza di Enrico Costa alla presentazione della lista può far pensare a un minimo di condivisione della strategia riminese anche a livello nazionale. 
E' presto, tuttavia, per dire se effettivamente quanto è accaduto in Riviera potrà essere replicato anche altrove, su più larga scala. Di certo, il simbolo scelto dal gruppo di Pizzolante non sembra esportabile (né per il monumento, né per l'indicazione a caratteri cubitali del leader di un altro partito): sulla scelta politica si potrà riflettere, su quella simbolica ci vorrà un po' di lavoro in più. 

sabato 11 giugno 2016

Busto Arsizio: segni locali ed esperimenti in Movimento

Ha eletto subito al primo turno il proprio sindaco Busto Arsizio, confermando la forza dell'elettorato di centrodestra. Con il 50,7%, infatti, non ha avuto bisogno di andare al ballottaggio Emanuele Antonelli, già coordinatore cittadino del Pdl e uscito vincitore alle primarie locali del centrodestra celebrate proprio per scegliere il candidato di quell'area alle elezioni comunali. A seggi chiusi, in ogni caso, la Lega Nord (presentatasi con il contrassegno tradizionale, abbinato al logo della Lega lombarda) ha sopravanzato di una manciata di voti Forza Italia. All'interno della coalizione, la terza piazza (e tre seggi) spettano alla lista Antonelli X Busto Arsizio, considerabile a ogni effetto come lista personale del candidato sindaco. In filigrana si vedono, inconfondibili, le due torri del Museo del tessile, che si stagliano su un azzurro più scuro del cielo; in basso, il fondo bianco con la pulce di "Risvegliamo Busto" e, nel mezzo - su una striscia blu pennellata - il nome della lista, con la particolarità del "X" (nel senso di per) fatto con i segni di "maggiore" e "minore", come fu un tempo per la prima Api rutelliana e come ha rifatto quest'anno la Sinistra per Milano (una soluzione, dunque, condivisa da più parti politiche). 
In quarta posizione, ma con meno della metà dei voti, si è piazzata la lista civica Busto grande (che è poi una sorta di "italianizzazione" dell'etichetta in vernacolo del comune), il cui nucleo è nato il 25 aprile del 2015. Di fatto la formazione si è posta fin dall'inizio come soggetto civico trasversale, aperto a persone di destra come di sinistra, al di là delle posizioni personali e ideologiche di ciascuno; la collocazione, peraltro, non sorprende, visto che proprio Busto grande aveva proposto dall'inizio e per prima la candidatura a sindaco di Antonelli. Sul piano grafico, il simbolo è almeno in parte complementare a quello della lista personale del candidato della coalizione (il fondo in basso, a colori invertiti, è identico e nella stilizzazione della città si riconoscono altri monumenti noti come segni del territorio (e si aggiunge almeno una fabbrica, tanto per capire da che parte si doveva stare). 
Sotto ancora si trova Fratelli d'Italia - solito simbolo delle europee 2014 con la parola "Meloni", mentre chiude la graduatoria della coalizione di centrodestra la lista Indipendenti di centro, simboleggiato da una stretta di mano sopra a un tricolore che tinge il cerchio interno, mentre il nome ha trovato posto in colore bianco, nella corona circolare blu. Non si tratta, in realtà, di una novità: la lista si era già presentata nel 2011 e fu la più votata (senza però superare l'1,75%) dello schieramento che candidava anche Fli e Api e un'altra lista civica. Questa volta, rispetto all'esordio, non è invece stato toccato nulla sul piano grafico, con il vecchio impianto conservato.
Passando allo schieramento di centrosinistra, raccoltosi intorno alla candidatura di Gianluca Castiglioni. Al di là del Pd, che ha raccolto anche in questo caso il consenso più alto, il secondo miglior risultato (ma comunque sensibilmente basso rispetto a quello dei dem) è toccato alla lista civica Busto al centro - Castiglioni sindaco. La pur ridotta base elettorale della lista, va detto, difficilmente sembra essere debitrice della grafica: l'idea delle circonferenze concentriche, una verde e una rossa, oltre a essere decisamente banale, rimanda anche alla soluzione d'emergenza adottata dal Movimento Fascismo e libertà nel 1992 e francamente non è proprio il miglior modo per iniziare.
Le altre due liste della coalizione di centrosinistra, a ben guardare, impiegavano simboli di formazioni già esistenti, perfezionati soltanto un po' per adattarli al meglio alla nuova puntata elettorale. E' il caso dei Verdi, cui è stata aggiunta l'espressione "Ecologisti Busto Arsizio" e dei Cittadini per Busto, nel cui emblema si è voluto inserire il riferimento al candidato sindaco.
Se il MoVimento 5 Stelle ce l'ha fatta a eleggere un consigliere, non è invece riuscita a entrare in consiglio comunale la lista BAS - Busto a sinistra, di cui questo blog si era già occupato al momento della scelta del contrassegno elettorale, con la consultazione di iscritti e simpatizzanti, chiamati a scegliere tra varie opzioni messe a disposizione. Se nel 2011 era stato eletto un consigliere della lista Manifattura cittadina (esperienza che poi è sfociata in Bas), questa volta l'obiettivo è stato mancato: certamente una delusione per chi si era riconosciuto nel progetto politico di Busto a sinistra e, tutt'al più, uno sprone per riprendere da capo il lavoro per (ri)costruire qualcosa di concreto e di minimamente votabile in quell'area.
Last but absolutely not least, si deve considerare la prima apparizione sulle schede elettorali del contrassegno del Movimento X, traduzione in lista della componente del gruppo misto al Senato che fa capo a Laura Bignami. In realtà sarebbe più corretto chiamarlo "Movimento per", come suggerisce da un po' di tempo il rettangolino piazzato sopra alle due V "contrapposte", differenti per colore e grandezza: ciò fa sì che, in questo caso, sia preferibile leggere il nome come "Movimento per Busto Arsizio". Si tratta, come si diceva, della prima presentazione di una lista da parte del gruppo: a partire dall'anno prossimo, il Movimento X aumenterà la propria partecipazione alle elezioni locali, anche sulla scorta di quest'esperienza appena fatta. In lista, tra l'altro oltre alla stessa senatrice Bignami, c'è anche il marito, Giampaolo Sablich, candidato M5S alle precedenti elezioni comunali ed eletto in consiglio all'inizio della consiliatura appena terminata.