giovedì 27 agosto 2020

Venetie per l'autogoverno, lista esclusa anche per il Tar Veneto

Ora lo si può dire quasi con certezza: sulla scheda delle elezioni regionali del Veneto non sarà presente il simbolo di Venetie per l'autogoverno e del suo candidato alla presidenza della regione, Loris Palmerini. Oggi, infatti, il Tar del Veneto ha respinto il suo ricorso, seguito all'esclusione delle sue liste dalla competizione elettorale da parte degli uffici elettorali circoscrizionali.
A Palmerini, in particolare, era stata contestata la pretesa di essere ammesso alla competizione senza aver presentato alcuna firma a sostegno delle proprie liste provinciali: questi riteneva di averne diritto non in base alle ipotesi previste dalla legge elettorale regionale, bensì ad altre norme nazionali e regionali e ai principi di parità di accesso per i candidati: per i vari uffici elettorali coinvolti, l'esenzione spettava solo alle liste "espressione dei gruppi consiliari o delle componenti politiche costituite in seno al gruppo consiliare Misto, presenti in Consiglio regionale" e a quelle che avevano ottenuto "una dichiarazione di collegamento con gruppi consiliari o con componenti politiche costituite in seno al gruppo consiliare Misto, presenti in Consiglio regionale da almeno il 365° giorno antecedente la data di convocazione dei comizi elettorali", dichiarazione che per ciascun gruppo poteva riguardare una sola lista, anche "con denominazione e simbologia diversa da quella del gruppo consiliare di collegamento" (si è già peraltro visto che le due ipotesi, per quanto sembri assurdo, non sono espressamente alternative, per cui di fatto ogni gruppo può esentare la propria lista e un'altra a piacere).
All'esclusione della sua candidatura, Palmerini aveva reagito con un ricorso presentato in proprio (lo ha firmato lui stesso, senza l'assistenza di un avvocato, né risulta che lui lo sia), non solo come aspirante presidente della regione, ma anche come legale rappresentante "dell'aggregazione dei cittadini appartenenti alle minoranze etnico-linguistiche del Veneto" denominata Aggregazione veneta. Quel ricorso, infatti, è stata l'occasione per porre l'attenzione soprattutto su presunti profili di illegittimità di varie norme della legge elettorale regionale, sotto diversi punti di vista. In particolare, secondo Palmerini l'istituto dell'esonero dalla raccolta firme produce una "oggettiva disparità di accesso alle cariche elettive" che, a suo dire, confligge con i principi indicati dalla "legge cornice" n. 165/2004 (con cui il Parlamento ha dettato appunto le norme di principio in materia di ineleggibilità, incompatibilità e sistema di elezione regionale, in attuazione dell'art. 122 Cost.): nel ricorso si evidenziano le disposizioni che prevedono l'ineleggibilità di un candidato quando le sue attività o funzioni, tra l'altro, possano "violare la parità di accesso alle cariche elettive rispetto agli altri candidati" e l'obbligo per il sistema elettorale regionale di assicurare "la rappresentanza delle minoranze". Per Palmerini lui stesso e la lista Venetie per l'autogoverno "sono espressione delle minoranze linguistiche [ladina, friulana, germanica dei Cimbri e storiche del Veneto, riconosciute da leggi regionali e nazionali, ndb] e della minoranza politica", dunque la sua lista non potrebbe essere esclusa e, anzi, dovrebbe partecipare senza raccogliere le firme, come dovrebbero essere dichiarati ineleggibili i capigruppo che hanno negato la concessione dell'esonero, con un atteggiamento ritenuto dal ricorrente lesivo della parità di accesso alle cariche elettive. Allo stesso tempo, Palmerini ha lamentato come i capigruppo fossero decaduti al momento in cui avevano emesso le loro dichiarazioni di esenzione da circa due settimane, poiché i consigli regionali esercitano la loro funzione fino al 46° giorno precedente il voto (cioè fino al 5 agosto, mentre le dichiarazioni sono datate 18 agosto).
Per tutti questi motivi, Palmerini chiedeva non solo che si concedesse alle sue liste di correre senza firme, in base ai ricordati principi che lui riteneva di avere individuato, ma anche che si escludessero le liste presentate senza sottoscrizioni (essendo basata l'esenzione su una dichiarazione rilasciata fuori tempo massimo) e la candidatura stessa di Luca Zaia (per la citata ineleggibilità), come pure che si sollevasse questione di legittimità costituzionale sulla legge elettorale regionale, per le disposizioni in cui prevede l'esenzione dall'onere di sottoscrivere le liste, ma anche per quella transitoria che di fatto consente a un candidato presidente - in questo caso Luca Zaia - di concorrere per il terzo mandato consecutivo (che, secondo Palmerini, non potrebbe prevalere sul divieto del terzo mandato consecutivo posto senza eccezioni dalla "legge cornice" nel 2004).
Il collegio del Tribunale amministrativo regionale, tuttavia, ha dichiarato il ricorso di Palmerini in parte inammissibile e in parte infondato (anche al di là di varie mancanze formali del ricorso rilevate dalla Regione Veneto). Inammissibili erano le censure alle ammissioni di candidati e liste diversi da quelli legati al ricorrente, poiché questi anni non hanno direttamente leso il diritto del ricorrente stesso a partecipare al procedimento elettorale preparatorio per le elezioni, poiché eventuali inosservanze delle forme nella presentazione di quelle candidature - ed è da vedere che ci siano state - non hanno interferito con la mancata partecipazione del ricorrente (come succederebbe qualora fosse ammesso, ad esempio, un contrassegno confondibile e tale confondibilità non fosse stata rilevata dall'ufficio elettorale, oppure fosse stato escluso chi in realtà aveva titolo all'uso di quel contrassegno e ammesso chi non avrebbe potuto usarlo). Le questioni legate alle esenzioni altrui e al terzo mandato di Zaia potranno essere oggetto di un contenzioso, ma solo in sede di impugnazione del risultato finale delle elezioni (e, dunque, della proclamazione degli eletti). Inammissibili però sono apparse anche le lamentele volte a investire la Corte costituzionale del giudizio di legittimità legato a varie disposizioni della legge elettorale regionale: il cammino del procedimento elettorale preparatorio necessita di compiersi in tempi rapidi e certi e non può tollerare che un iter sia sospeso per investire la Corte costituzionale delle questioni.  
Quanto alla ricusazione della candidatura di Palmerini e delle sue liste, le contestazioni dell'escluso sono state ritenute infondate. Posto che per i giudici non è facile capire in che modo la lista Venetie per l'autogoverno possa qualificarsi come "soggetto rappresentativo di minoranza" (non essendo stato chiarito a che titolo la lista possa dirsi legata a "uno o più particolari gruppi etnico-linguistici"), si ribadisce che l'avere riservato l'esonero dalla raccolta firme a liste che siano collegate con gruppi consiliari appaia "un sicuro indice presuntivo di radicamento", precludendo però ogni interpretazione estensiva del beneficio (previsto da una norma eccezionale) a favore di "soggetti che, non avendo maturato una pregressa rappresentanza politica, non possono esimersi dall'offrire, attraverso la sottoscrizione degli elettori, la prova di un analogo radicamento territoriale". 
Se si può condividere, alla luce della legge, il percorso argomentativo seguito dai giudici, appare il caso di aggiungere due riflessioni. Da una parte, sarebbe stato opportuno precisare che, anche ove si fosse verificato che Venetie per l'autogoverno era davvero espressione di una minoranza etnico-linguistica, non si sarebbe comunque trovata nella legge elettorale regionale un'ipotesi di esenzione dalla raccolta firme per le liste rappresentative di minoranze (considerando che le minoranze di cui parla la "legge cornice" del 2004 non sono, come sostiene Palmerini, quelle etnico-linguistiche, ma le forze uscite sconfitte dalle elezioni regionali, comunque da rappresentare in consiglio). Dall'altra, se effettivamente l'aver eletto uno o più rappresentanti in assemblea può essere considerato come "un sicuro indice presuntivo di radicamento", sembra imprudente aver enunciato tale argomento in questi termini poiché è assai più difficile parlare di radicamento per liste nate poche settimane prima del voto ma esonerate dalla raccolta firme da uno dei gruppi presenti in consiglio.
Riassunto così il contenuto della decisione del Tar, a meno di un - poco probabile e, soprattutto, con poche possibilità di successo - ulteriore ricorso al Consiglio di Stato, si dovranno dunque attendere altre occasioni perché elettrici ed elettori del Veneto abbiano la possibilità di votare il leone marciano "in moléca" (cioè accovacciato e in posizione frontale, con le ali a ventaglio come le chele aperte di un granchio, una moléca appunto). Questo, a dire il vero, non è nemmeno stato il primo tentativo di correre alle elezioni regionali: se - come si legge nel sito Venexie.com - dopo la nascita del movimento nel 2009 (per le elezioni provinciali di Padova, occasione in cui nel simbolo campeggiava anche una V rossa a spruzzo di vernice, che ricordava molto quella delle Liste ciViche a 5 Stelle nate in quel periodo), l'anno successivo il progetto politico aveva cercato di essere presente alle regionali, anche allora senza raccogliere le firme: arrivò puntuale l'esclusione e il Tar prima (sent. n. 822/2010) e il Consiglio di Stato poi (disp. n. 475/2010) confermarono che "la previsione di un numero minimo di sottoscrittori della lista è coerente con il principio di rappresentatività della stessa, principio che deve essere assicurato anche in caso di minoranze", senza che ciò confligga con le norme europee che tutelano le minoranze stesse. 
A distanza di dieci anni, la storia si ripete, con un protagonista identico e motivazioni programmatiche simili (banche regionali, autonomia e autogoverno, trasparenza e libertà nella salute, democrazia diretta, amministrazione bilingue, scuola e società, immigazione, verifica dell'annessione del Veneto da parte dei lombardi); anche l'esito, tuttavia, è rimasto lo stesso.. . 

mercoledì 26 agosto 2020

Ferentillo, lo strano caso del simbolo clonato

Il simbolo bocciato
Non è necessario recarsi nelle regioni o nei grandi comuni per trovare storie "simboliche" dal sapore incredibile, quasi grottesco. Una vicenda certamente particolare ha interessato nei giorni corsi il comune di
Ferentillo, centro di poco meno di duemila abitanti della provincia di Terni, in val Nerina: la ripercorre con attenzione per i dettagli il sito Umbria On, da cui la si trae.
Accade, in particolare, che in quel piccolo comune - ma non così piccolo da stare sotto i mille abitanti, per cui è necessario raccogliere le firme per presentarsi - corra nuovamente il sindaco uscente, Enrico Riffelli, che solo l'anno scorso era risultato eletto come primo cittadino, essendo tra l'altro l'unico candidato (che era comunque riuscito a convincere quasi sette aventi diritto al voto su dieci a recarsi ai seggi, dunque la consultazione era risultata valida). A febbraio di quest'anno, tuttavia, il sindaco è decaduto, dopo le dimissioni della maggioranza dei componenti del consiglio, quindi si sono dovuti riconvocare i comizi elettorali. 
Riffelli, in vista del nuovo appuntamento elettorale, si è ripresentato, scegliendo però di non proporre più la lista Cuore e ragione per Ferentillo, con cui era stato eletto l'anno precedente. Ha invece schierato un simbolo nuovo, Armonia solidarietà sicurezza, che proponeva comunque alcuni dei monumenti principali ferentillesi, con i borghi di Matterella e Precetto sempre divisi dal fiume Nera: questa volta, però, nel contrassegno non c'era alcuna stilizzazione, preferendo piuttosto un disegno e un'ambientazione tricolore; unico "lacerto" del vecchio simbolo erano i due rametti (uno coi fiori, uno con le foglie), posti a "contorno" della parte inferiore del cerchio.
Il fatto è che questa volta Riffelli non si è ritrovato come unico aspirante al ruolo di sindaco: si è candidata infatti anche Elisabetta Cascelli, sostenuta dalla lista Insieme per Ferentillo. Lei in passato era stata assessora quando sindaco era Paolo Silveri (predecessore di Riffelli) e, lo scorso anno, era risultata eletta in consiglio comunale proprio nella lista Cuore e ragione; era entrata però subito in rotta con il sindaco eletto che aveva nominato una giunta tutta al maschile, senza il minimo rispetto del principio della parità di genere (la questione, nei mesi successivi, era poi rientrata proprio con la nomina di Cascelli). Al di là dei fatti in quell'anno scarso di amministrazione, qui rileva soprattutto che il simbolo di Cascelli e quello di Riffelli sembrano fatti con lo stampino: stessa idea grafica, con il cerchio diviso in due da una striscia bianca a curve (in cui è contenuto il nome della lista), disegno stilizzato - quasi uguale - del paese nella parte superiore e tricolore nella parte inferiore; qui sullo sfondo c'è una bandiera vera ondeggiante, manca il fiume Nera e non ci sono i rami, ma per il resto la somiglianza è notevole. 
La cosa avrebbe dell'incredibile, se si dimenticasse di considerare che il simbolo di Cascelli, come scrive Umbria On, "corrisponde in tutto e per tutto ad un disegno, datato aprile 2019, di uno dei candidati della stessa lista, l’architetto Pierfederico Runcini: le rocche ferentillesi con la valle del Nera tricolore. Un disegno creato quando era nata l’idea della candidatura della Cascelli, e poi finito in stand by"; Runcini, peraltro, era candidato pure nell'unica lista presentata nel 2019 ed era dunque risultato eletto consigliere. Sul suo profilo Facebook, Runcini ha pubblicato il simbolo del 2019 mai finito sulle schede, un emblema "realizzato, creato e progettato in aprile del 2019 da me per la seconda lista che si doveva presentare appunto in quel periodo" e ha protestato nel vedere "un logo, simbolo da me realizzato per la lista elettorale di cui anche io faccio parte e copiato pedissequamente dalla lista avversaria. Mi chiedo se iniziamo in questo modo dove andremo a finire...".
Alla fine la sottocommissione elettorale circondariale ha dato la precedenza al simbolo di Cascelli, chiedendo a Riffelli di sostituire il proprio: è probabile che lo abbia fatto perché la lista a sostegno di Cascelli è stata presentata per prima, al di là di ogni primogenitura del segno che sul piano elettorale rileva poco. Il nome della lista dell'ultimo sindaco di Ferentillo - Armonia solidarietà sicurezza - è rimasto, ma la grafica è stata completamente modificata: il territorio del comune, tinto di verde, è stato inserito in un cuore stilizzato blu (come tutte le parole del contrassegno) e il nome del candidato è assai più evidente di prima. A quel punto non c'era più alcun problema di confondibilità e il percorso verso le elezioni è proseguito. Certo è che, qualunque ragione a sia alla base del "simbolo clonato", l'inizio della campagna elettorale era difficile che fosse più improbabile...

martedì 25 agosto 2020

Il campanile bandito di Matera e le disposizioni da rileggere

Mentre si attende che per regioni e comuni il quadro delle candidature sia reso ufficiale dal sorteggio delle posizioni su schede e manifesti (e che si definiscano i ricorsi pendenti), fa notizia qualche caso legato alle ricusazioni - anche solo in prima battuta - di contrassegni alle elezioni amministrative. La vicenda più clamorosa sembra per ora riguardare Matera, sia 
per il numero di liste coinvolte (online si legge di quattro, ma in pratica sono addirittura sei), sia per la ragione che ha mosso tutte le richieste di sostituzione dei simboli: quella legata all'uso di "immagini e soggetti religiosi". Il tema su questo sito è stato trattato in più di un'occasione, senza nascondere molti dubbi su come la norma in questione viene applicata (tanto a livello centrale, quanto nelle consultazioni locali), ma il caso di cui oggi si viene a conoscenza merita davvero una riflessione.
A Matera, in particolare, sono state presentate 19 liste, a sostegno di 6 candidati sindaci, e sono state tutte ammesse. Il numero è rilevante, ma non è certo da record: nel 2015 le liste erano 24 (sempre per 6 aspiranti sindaci), nel 2010 e nel 2007 erano 20, mentre nel 2002 ci si era fermati a 11. Il record, casomai, riguarda il fatto che ben 6 emblemi risultano essere mutati via via, proprio a causa di una lettura molto rigorosa della disposizione che impone di ricusare "i contrassegni riproducenti immagini o soggetti di natura religiosa" (art. 33, comma 1, lett. b del d.P.R. n. 570/1960). 
In particolare, risulta che in sede di deposito ufficiale della documentazione delle liste (tra il 21 e il 22 agosto), ben sei formazioni avessero presentato un emblema elettorale che comprendeva una stilizzazione della facciata cattedrale della Madonna della Bruna e di sant'Eustachio o anche solo del suo campanile: due sagome ben note agli abitanti materani. Lo stesso, evidentemente, poteva dirsi per i componenti della Commissione elettorale circondariale, chiamata a valutare l'ammissibilità dei contrassegni: riconoscendo in ciascuno di questi emblemi la riproduzione di un soggetto di natura religiosa, hanno chiesto ai presentatori delle liste di sostituire il contrassegno, in modo che fosse rimosso il problema.
Considerando che alla fine tutte le liste presentate sono state ammesse, tutti coloro cui è stato chiesto di modificare la grafica hanno colto l'invito della commissione. Il punto, tuttavia, non è questo. Non ci sono dubbi su come debba essere considerata una croce latina o greca (a meno che sia la croce rossa, ma anche qui in passato non sono mancate censure), il Sacro Cuore di Gesù o altre immagini religiose, inclusi i ritratti; si potrebbe già discutere sulle statue, che potrebbero essere viste come monumento legato a un territorio più che come un soggetto religioso
Non a caso, la sentenza n. 732/1994 del Consiglio di Stato - riportata anche nelle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature preparate dal Viminale - nota che la disposizione che vieta i soggetti religiosi "siccome limitativa di un diritto di libertà (giustificata sia dal rispetto per le immagini ed i soggetti religiosi, che debbono restare estranei alle competizioni politiche, sia dall'intento di evitare ogni forma di suggestione sugli elettori), va interpretata in senso restrittivo, sicché la riproduzione vietata è solo quella che consiste in una copia, più o meno fedele, ma sempre ben riconoscibile, dell'originale. Nella fattispecie [...] nell'immagine contenuta nel contrassegno [...] il Collegio ravvisa soltanto la generica rappresentazione di un combattente armato di spada". 
Ora, una chiesa o un campanile sono un soggetto religioso, in effetti, ma se sono inseriti in un contesto più ampio, in cui emergono all'interno di un paese o addirittura sono richiamati solo per la loro sagoma, si possono ancora considerare tali? A rigore si potrebbero definire "copie dell'originale", volendo citare la sentenza appena vista, ma è la stessa pronuncia a precisare che la disposizione dev'essere interpretata in senso restrittivo.
Difficile dire come siano andate le cose davvero, ma se qualche dubbio si poteva avere sull'opportunità del contrassegno della lista Matera 3.0 (a sostegno del candidato sindaco Domenico Bennardi), per la precisione con cui erano ricostruiti il campanile e la facciata con tanto di rosone (di fatto si trattava degli unici elementi di rilievo del simbolo), si sarebbe avallata con molta più leggerezza la legittimità dei fregi di Matera patrimonio comune (candidato sindaco Rocco Sassone) e delle tre liste civiche a sostegno di Giovanni Schiuma (Matera per Schiuma sindaco, Innoviamo Matera e Materafutura): nei primi due il campanile e la cattedrale erano rappresentati solo in silhouette, negli altri addirittura era tracciata solo la skyline della torre campanaria. In tutti questi casi, comunque, si è dovuto operare la sostituzione, rimuovendo il campanile - che risulta praticamente decapitato - e, quando era troppo evidente, anche il profilo della cattedrale (che di solito però resta e non è più riconoscibile).
Il sospetto è che l'evidenza che cattedrale e torre avevano nel simbolo di Matera 3.0 fosse tale da aver indotto i componenti della commissione a ricusare l'emblema; a quel punto, però, questi devono avere preferito chiedere che fossero sostituiti anche gli altri contrassegni che avevano impiegato lo stesso soggetto, per evitare che la decisione fosse avvertita come discriminatoria, diretta solo contro una lista e non contro le altre cinque. Già, perché oltre alle formazioni già viste - e il fatto che siano così tanti ad aver voluto impiegare quei segni dovrebbe far pensare che sono avvertiti come patrimonio territoriale di tutti, non come soggetti religiosi - ha dovuto sostituire il suo simbolo anche la lista Matera 2029, presentata a sostegno di Luca Braia, che riportava sì una stilizzazione della facciata e del campanile, ma da quest'ultimo sembravano originare delle onde circolari multicolori, come a dire che da lì si sarebbe propagato tanto il suono delle campane, quanto il cambiamento futuro. Curiosamente, il simbolo sembra addirittura aver subito un passaggio intermedio: la pagina Facebook della lista, infatti, riporta come immagine profilo anche una versione del simbolo in cui non si riconosce più la cattedrale e il campanile è talmente assottigliato da sembrare un'antenna o un traliccio che emette le onde. Se questa prima variazione è stata consegnata davvero alla commissione, non dev'essere stata accettata, perché nel giro di alcune ore è comparsa una terza immagine, in cui non c'è più traccia del campanile-antenna e le onde partono dal riferimento all'anno 2029. A quel punto, però, il simbolo finale sembra in tutto e per tutto il marchio di un istituto statistico o di una radio privata. Segno che forse, per voler rispettare alla lettera una disposizione - andando ben oltre l'intenzione di chi aveva pensato di introdurla - si è finito per esagerare. E vale la pena che questo non accada ancora.

lunedì 24 agosto 2020

Veneto, candidatura di Rubinato appesa al simbolo

AGGIORNAMENTO DEL 25 AGOSTO:
L'Ufficio elettorale regionale del Veneto ha esaminato i tre nuovi contrassegni depositati dal delegato di Simonetta Rubinato, tutti caratterizzati da una sorta di onda che riprendeva il motivo del simbolo di lista. Il contrassegno questa volta è stato ammesso, ma delle tre versioni l'ufficio ha ritenuto di approvare quella che per contenuto testuale e cromatico più si distanziava dal simbolo regionale di Zaia. L'ammissione riguarda dunque l'unico emblema non a fondo bianco (ma giallino) e senza la parola "Veneto": l'espressione "Consultazione elettorale regionale" è stata evidentemente ritenuta sufficientemente diversa da "Elezioni regionali" da non poter creare confusione nell'elettore medio.
Tecnicamente in questa sede l'organo è chiamato a valutare solo i ricorsi dei candidati, ma in questo caso - probabilmente per l'atteggiamento di favore che si ha nei confronti di chi si mostra disponibile ad accogliere i rilievi che servono a eliminare un problema - ha scelto di accettare il nuovo contrassegno (sempre generico e anonimo, senza riferimenti alla candidata, per evitare di distogliere l'attenzione dal simbolo di lista): ha probabilmente aiutato il fatto che, trattandosi di confondibilità tra contrassegni legati alle candidature a presidente, questi per prassi siano assai meno "visibili" e conoscibili; in più, in prima battuta, il contrassegno originario di Rubinato era stato bocciato per confondibilità ma senza censure puntuali, che avrebbero aiutato nella presentazione degli emblemi sostitutivi. 
La candidata di Veneto per le Autonomie ora può riprendere (anzi, iniziare davvero) la sua campagna elettorale, tra l'altro in tutta la regione (la sua lista, infatti, è stata riammessa anche a Verona, essendo state ammesse molte delle firme di cui in un primo tempo era stata contestata l'autenticazione); intende però fare tesoro di questa esperienza. "Quello che mi è accaduto in queste ore mi fa capire che è bene correggere alcuni punti della legge elettorale. Il simbolo legato a chi si candida alla presidenza è il rimasuglio del vecchio 'listino', previsto dalla legge statale del 1995: allora aveva senso prevederlo, ma ora che il 'listino' non c'è più tanto vale lasciare solo il nome dell'aspirante presidente, come altre regioni hanno fatto. Se il contrassegno per la corsa a presidente rimane, molti candidati fanno di tutto per renderlo il più anonimo possibile, per non rischiare di far perdere voti alla lista: chi vota spesso non conosce bene la legge elettorale, sa che se vota solo una lista vota anche per il suo candidato presidente, così magari pensa che una croce sul simbolo dell'aspirante presidente valga anche per la sua lista, ma non è così. Bisogna ripensare anche la questione delle firme: la nostra legge elettorale, grazie a ipotesi di esenzioni dalla raccolta piuttosto larghe, favorisce le forze politiche rappresentate in consiglio e quelle esterne che sono loro vicine, mentre costituisce uno sbarramento all'ingresso per tutte le altre. Tutti i concorrenti dovrebbero essere messi sullo stesso piano". Ma questa, manco a dirlo, è una vecchia storia di cui ci si è già abbondantemente occupati...

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Il contrassegno ricusato
Prima ancora che i nomi delle persone candidate e che i posti delle liste sulla scheda siano definitivi, c'è tempo perché scoppi qualche grana di natura simbolica. Quella principale, al momento, sembra riguardare
Simonetta Rubinato come aspirante presidente della regione Veneto. Dalla lettura dei quotidiani di oggi, infatti, si apprende che la candidatura dell'avvocata ed ex parlamentare, che si presenterebbe sostenuta dalla sola lista Veneto per le autonomie, sarebbe al momento stata ricusata e non tanto per problemi legati alle liste provinciali - sebbene sia stata messa in dubbio la regolarità di 363 sottoscrizioni nella circoscrizione provinciale di Verona, per difetti formali relativi all'autenticazione - ma proprio a causa del simbolo legato alla candidatura regionale.
Il simbolo regionale di Zaia
Cos'è accaduto esattamente? Lo spiega la stessa candidata, mostrando i pronunciamenti dell'Ufficio elettorale regionale. "Il 22 agosto si è riunito una prima volta l'organo per vagliare la mia candidatura alla presidenza della regione - spiega -. Andava tutto bene, ma mi è stato contestato che il mio contrassegno regionale era 'facilmente confondibile' con quello depositato per la coalizione di Luca Zaia, che era stato presentato prima del mio". A metterli a confronto, appare che entrambi sono caratterizzati da una grafica scura su fondo bianco, con lo stesso contenuto testuale ("Elezioni regionali Veneto 2020") e una disposizione analoga, con la parola "Veneto" in evidenza al centro. Questo può aver indotto i componenti dell'ufficio a formulare il giudizio di facile confondibilità.
In effetti può colpire la scelta di Rubinato di avvalersi di un simbolo diverso rispetto alla sua unica lista provinciale: candidate e candidati al consiglio, infatti, si presentano sotto le insegne di Veneto per le autonomie, il cui contrassegno è piuttosto diverso, per colori e caratteri impiegati. "Il nostro logo è stato fatto volutamente in modo anonimo e 'annacquato' - spiega - perché ci interessa che gli elettori mettano la croce sul simbolo della lista, altrimenti quelli apposti sul simbolo della candidatura a presidente per noi sono voti persi". Il problema, a dire il vero, è di vecchia data ed è dato dal fatto che, essendo possibile il voto disgiunto - come se nella stessa scheda elettorale fossero riuniti due bollettini, quello per il presidente e quello per il consiglio - un voto espresso solo a favore del candidato presidente o del suo simbolo regionale non si comunica direttamente anche alle liste collegate, anche se in ipotesi ce ne fosse una sola. Il problema, in effetti, è stato sentito soprattutto dai partiti delle coalizioni, che volevano evitare che qualche elettore fosse tentato di votare per il solo presidente, senza mettere la croce anche sul simbolo di una lista, che ha bisogno di ogni voto per conquistare i seggi: è proprio su impulso dei partiti, in effetti, che da anni nelle regioni i candidati alla presidenza adottano emblemi anonimi, a base di parole e al massimo con il profilo della regione (qualcuno ha fatto ancora prima e ha cambiato il modello di scheda, eliminando il simbolo regionale insieme al "listino" e magari lasciando il nome del candidato presidente sopra i simboli delle liste invece che a fianco, così da ridurne il peso visivo). Spesso, quando a sostenere il candidato o la candidata è una sola lista, lo stesso simbolo viene ripetuto a livello provinciale e regionale; il problema, però, si ripropone e anche in modo più grave, perché troppe croci messe solo sul candidato presidente possono sottrarre alla lista voti preziosi, necessari per arrivare al 3% che consente di essere rappresentati a livello regionale. 
Tanto Zaia quanto Rubinato, insomma, avevano avuto l'esigenza di adottare un emblema regionale generico e poco appetibile. Il fatto è che per costruirlo avevano usato gli stessi ingredienti e li avevano impiegati quasi nello stesso modo, per giunta l'uno all'insaputa dell'altro. Già, perché la massima pubblicità - per le ragioni viste prima - si dà soltanto ai simboli di lista, non anche a quelli regionali, per i quali ci si limita a raccogliere le firme. Il simbolo di Zaia, in effetti, è quasi identico a quello impiegato nel 2015 (è cambiato solo l'anno), ma si poteva solo immaginare che venisse confermato nel 2020, non esserne certi (nel 2010, del resto, l'emblema era diverso). La questione, tuttavia, si è posta perché il contrassegno di Zaia è stato depositato prima di quello di Rubinato per cui, anche volendoli considerare emblemi nuovi, concepiti all'insaputa dei concorrenti, in caso di somiglianza e confondibilità vale il principio del "chi prima arriva meglio alloggia".
"A quel punto - continua Rubinato - anche se noi ci eravamo presentati agli elettori che avevano firmato per noi con quel simbolo fin dal 3 agosto, ci siamo detti disposti a cambiarlo e abbiamo prodotto tre varianti da presentare l'indomani all'ufficio elettorale. Certo, restava il problema di non adottare una grafica che desse troppo nell'occhio, ma soprattutto in totale buona fede ci eravamo posti un problema: proprio perché su quell'emblema avevamo raccolto le firme, ci sembrava scorretto allontanarci troppo dalla descrizione del contrassegno che avevamo riportato nei nostri documenti; per questo abbiamo utilizzato gli stessi colori e le stesse parole, disponendole però in modo diverso, pensando che questo fosse sufficiente a evitare la ricusazione, anche perché ci era stata contestata genericamente una facile confondibilità, senza indicare da cosa dipendeva la somiglianza".
Non è stato dello stesso avviso l'Ufficio elettorale regionale: riunitosi di nuovo la mattina del 23 agosto, ha ascoltato il rappresentante di Rubinato e ricevuto le tre varianti (composte con lo stesso carattere Impact), ma poi ha deciso che queste "non eliminano il rischio di confondibilità [...] in relazione ai colori (blu scuro e verde scuro, entrambi su fondo bianco), alla terminologia (utilizzo delle stesse parole), nonché alla grafica e alla disposizione delle parole medesime". Una disposizione diversa delle stesse parole (offerte con un motivo cromatico simile, anche se non si capisce che il colore è verde scuro fino a quando non si legge la decisione dell'ufficio), insomma, per chi fa parte dell'ufficio non è sufficiente a evitare la confondibilità per l'elettore medio. Sarebbe stato possibile, ovviamente, modificare le parole o mutare i colori, ma evidentemente Rubinato e il suo staff hanno ritenuto di non potersi allontanare troppo dall'immagine descritta nei documenti ("Cerchio con fondo bianco e scritta in colore blu scuro Elezioni Regionali Veneto 2020") e mostrata ai sottoscrittori.
Ora Rubinato ha proposto un primo ricorso allo stesso Ufficio elettorale regionale, depositando altre tre varianti di simbolo che accolgono le osservazioni che i componenti dell'ufficio hanno esplicitato nella loro seconda decisione: ha chiesto dunque che sia ammesso uno di questi, facendo prevalere "il favor partecipationis del legislatore e la necessità di salvaguardare la volontà dei n. 1667 sottoscrittori della candidatura" e non questioni di natura formale. Nell'ipotesi che l'ufficio confermi la propria decisione, magari ritenendo che non sia possibile in sede di ricorso allo stesso ammettere nuovi simboli (come se l'unico "colpo" a disposizione fosse già stato sparato prima), alla candidata di Veneto per le autonomie rimarrà la via del ricorso ai giudici amministrativi. Nuove notizie saranno fornite non appena arriveranno; nel frattempo, la candidatura di Rubinato resta appesa a uno dei simboli depositati, nella speranza che siano sufficienti a ottenere il risultato.

Suppletive in Sardegna e in Veneto, simboli e curiosità sulla scheda

Come si è ricordato pochi giorni fa, il 20 e il 21 settembre, sono previste anche le elezioni suppletive in due collegi uninominali del Senato: il collegio 03-Sassari (in sostituzione di Vittoria Francesca Maria Bogo Deledda, eletta nel 2018 con il MoVimento 5 Stelle e morta pochi mesi fa) e il collegio 09-Villafranca di Verona (vacante dopo la morte di Stefano Bertacco, di Fratelli d'Italia ed eletto per la compagine del centrodestra). Le candidature, come da previsione di legge, sono state depositate tra il 16 e il 17 agosto presso le corti d'appello di Cagliari e Venezia e sono state tutte ammesse. 

Sardegna - Collegio 03 - Sassari (Nord Sardegna)


Le uniche particolarità simboliche di qualche rilievo riguardano il collegio del Nord Sardegna. Lì sono state presentate quattro candidature: tra queste, si distanzia di più delle altre dall'iconografia classica quella di Agostinangelo Marras, avvocato penalista sostenuto da Italia viva e da Italia in comune (ma presentatosi come indipendente). Nel suo contrassegno, tuttavia, non si vede nessuno dei due simboli legati ai partiti appena citati: campeggia la sagoma della Sardegna, tinta dei colori del gonfalone di Sassari che sfumano nel viola; in filigrana si intravede anche la "Pintadera" nuragica Il claim inserito nell'emblema è "Più uguaglianza più giustizia", insieme ad "Agostinangelo Marras per la Sardegna".
Si è già visto che sempre in questo collegio si sperimenterà il primo contrassegno unitario per il tandem Pd-M5S, che sosterrà la candidatura dell'ingegnere Lorenzo Costantino Corda assieme all'area che va da 
Liberi e Uguali a Centro democratico e Democrazia solidale. Le due pennellate - una rossa, una gialla - che danno un tocco di colore al contrassegno "Nord Sardegna con Lorenzo Corda" hanno il sapore dell'esperimento minimal (almeno sul piano grafico) che potrebbe anche essere replicato altrove se dovesse funzionare: così, peraltro, non sarà in Veneto, dal momento che Pd e M5S hanno deciso di presentare ciascuno la propria candidatura, come si vedrà tra poco.
La fase di deposito delle candidature ha confermato poi la partecipazione a queste suppletive dell'ortopedico sassarese Carlo Doria in rappresentanza del centrodestra. Per l'occasione è stato recuperato il primo contrassegno composito con cui il centrodestra ha partecipato alle prime suppletive di questa legislatura: si tratta del "triciclo" che unisce, disponendoli a triangolo, i simboli con cui Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia hanno partecipato alle elezioni politiche del 2018. In questo caso, dunque, i partiti principali della coalizione hanno scelto di apparire direttamente, pur sostenendo anche in questo caso un candidato civico (e vicino al Partito sardo d'azione, che non figura nel contrassegno ma ha attivato da tempo una collaborazione con la Lega).
Non si tratta però dell'unico contrassegno dichiaratamente partitico di queste elezioni suppletive. Si è aggiunta infatti la candidatura di Gian Mario Salis, medico, sostenuto dal Partito socialista italiano, che schiera per la prima volta in un'elezione politica (anche se limitata a un collegio) il simbolo nuovo, adottato alla fine del 2019. Come si può vedere, nessuno dei candidati ha adottato un contrassegno identico a quelli depositati alle elezioni politiche di due anni e mezzo fa, quindi tutti hanno dovuto consegnare - insieme alle firme raccolte - anche un esemplare dell'emblema scelto, non potendosi limitare a descrivere uno di quelli già presentati per le politiche 2018.


Veneto - Collegio 09 - Villafranca di Verona

Si trova assai meno varietà grafica nel collegio uninominale veneto in cui elettrici ed elettori dovranno votare il 20 e il 21 settembre. L'unica vera curiosità, casomai, sta nel fatto che il centrodestra - che si presenta sempre unito con il medesimo contrassegno visto per la Sardegna - ha scelto di candidare Luca De Carlo, coordinatore regionale di Fratelli d'Italia (stesso partito dunque del senatore deceduto), ma soprattutto deputato eletto nel 2018 e decaduto all'inizio di agosto perché un nuovo conteggio nella circoscrizione plurinominale - Veneto 1 ha riassegnato il suo seggio. In caso di vittoria, dunque, potrebbe dire di essere stato prima deputato e poi senatore nella stessa legislatura.
A contendersi il seggio rimasto vacante sono tre persone e, come si diceva prima, in questo caso il MoVimento 5 Stelle e il Pd hanno scelto di correre in modo autonomo, ciascuno con una propria candidatura. Qui il M5S ha candidato Emanuele Sterzi, abbinando a lui esattamente lo stesso contrassegno usato alle elezioni politiche (e, da quel momento in avanti, in ogni altra competizione), dunque con il sito Ilblogdellestelle.it nella parte inferiore dell'emblema. Non c'è nessuna sorpresa grafica da questo punto di vista, non essendo da tempo nemmeno abitudine del MoVimento la modifica del contrassegno per legarlo visivamente ai luoghi in cui viene presentato.
Nessuna sorpresa nemmeno per il Partito democratico, che distingue il suo candidato Matteo Melotti con il proprio simbolo nazionale, anche qui senza introdurre alcuna caratterizzazione personale o locale (come invece in area Pd si è sempre più abituati a vedere, ma non nelle elezioni politiche, al di là dell'esordio veltroniano nel 2008). Al più, può stupire che sia stato usato proprio l'emblema del Pd, dal momento che di solito nelle suppletive è il centrosinistra a presentare in modo unitario la candidatura, schierando di conseguenza un simbolo inclusivo di varie forze della coalizione (a volte inserendo le miniature dei partiti, altre volte limitandosi a un marchio più anonimo). Di certo la sfida in questo collegio è tutt'altro che semplice per il centrosinistra: la scelta di una presentazione con il solo simbolo del Pd appare più chiara ma anche destinata a non essere vincente. Saranno comunque le urne a stabilirlo.


domenica 23 agosto 2020

Valle d'Aosta, simboli e curiosità sulla scheda

AGGIORNAMENTO DEL 25 AGOSTO: Ieri il Tar di Aosta ha - come si era previsto - respinto il ricorso della lista Ambiente diritti uguaglianza - Valle d'Aosta (Adu-Vda), esclusa per vizi nelle accettazioni di quasi tutte le candidature: quei documenti "non riportano la formula di attestazione di autenticità della sottoscrizione dei candidati da parte della consigliera comunale [...], né gli estremi del documento di identità per l'identificazione del dichiarante, né specificano se la stessa sia avvenuta per 'conoscenza personale'"
Benché per la difesa della lista si dovesse badare alla sostanza (quindi alla presenza della firma datata dell'autenticatrice) più che alla forma (l'assenza di formule "sacrali"), tutelando il diritto di voto, per le magistrate del Tar - sent. n. 36/2020 - rileva che il "nucleo essenziale del procedimento di autenticazione [...] è l'atto del pubblico ufficiale che attesta la veridicità della sottoscrizione, con l'apposizione di una formula che - a prescindere dalle singole locuzioni usate - inequivocabilmente dia conto dell’identificazione del dichiarante e della certezza della provenienza della firma. Nella fattispecie, difetta in radice proprio l’elemento dell’attestazione della sottoscrizione dei candidati, non esistente neppure nella sua forma minimale di una c.d. autentica minore o vera di firma, che [...] deve considerarsi essenziale ai fini della validità - se non della stessa esistenza - dell’autenticazione". 
Mancherebbe dunque un elemento fondamentale dell'atto di autentica, la cui assenza non può essere sanata nemmeno da una dichiarazione successiva della persona che ha autenticato le sottoscrizioni; l'atteggiamento di favore che spesso si ha nei confronti dell'elettorato attivo e passivo non può far ritenere sproporzionati oneri come la corretta autenticazione (che, anzi, se svolta nel modo prescritto, "contribuisce a tutelare la libertà di voto degli elettori e il diritto ad esprimere la propria preferenza nell'ambito di una regolare competizione elettorale, attribuendo certezza in ordine alla genuinità delle sottoscrizioni ed impedendo contraffazioni"). Data la nettezza del verdetto, è probabile che il contenzioso si fermi qui, senza un ulteriore grado in Consiglio di Stato: le liste, dunque, restano 12.

* * *

Oltre a Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia, il 20 e il 21 settembre sarà chiamata a rinnovare il proprio consiglio regionale anche la Valle d'Aosta: benché si sia votato la volta scorsa nel 2018, infatti, un'inchiesta sulle infiltrazioni deIla 'ndrangheta sul territorio regionale ha portato alle dimissioni del presidente Antonio Fosson, al coinvolgimento di altre figure di spicco della politica regionale e ha consigliato lo scioglimento anticipato dell'assemblea. 
Benché si voti negli stessi giorni individuati per le altre regioni (nonché per le amministrative, le suppletive e il referendum costituzionale), la legge elettorale prescrive un procedimento di presentazione delle candidature con tempi più lunghi, così le procedure di deposito sono iniziate prima, esaurendosi tra il 16 e il 17 agosto: il sorteggio per la posizione di lista è stato effettuato due giorni fa, venerdì mattina, in tribunale ad Aosta. A questa fase hanno partecipato dodici liste per altrettanti contrassegni (due in più rispetto al 2018); ce n'era però una tredicesima che è stata esclusa per ragioni formali dall'ufficio elettorale regionale. 
Prima di analizzare, come di consueto, l'offerta simbolica complessiva di questo turno elettorale, è il caso di segnalare che la Valle d'Aosta adotta un sistema proporzionale a turno unico (chi non raggiunge almeno un quoziente elettorale è fuori dalla ripartizione dei seggi), in cui concorrono le liste (è possibile sottoscrivere un programma comune, ma qui nessuno l'ha fatto) senza alcun candidato alla presidenza: eleggerlo spetta al consiglio stesso. Per la prima volta, la legge consente di esprimere una sola preferenza.

1) Alliance Valdôtaine - Stella alpina - Italia viva

Il sorteggio ha stabilito che ad aprire i manifesti e le schede elettorali sarà la lista che unirà tre forze politiche. La prima è Alliance Valdôtaine, nata come gruppo in consiglio regionale nell'aprile del 2019 (con il concorso degli eletti di Alpe e Union valdôtaine progressiste) e da poche settimane diventata movimento politico. La seconda è Stella alpina, presenza tradizionale nel panorama politico valdostano (in passato alleata anche con l'Udc). La terza, unico partito presente su scala nazionale, è Italia viva, unico gruppo il cui logo non è inserito in un cerchio (curioso l'arco fucsia posto sotto all'emblemino renziano, che dà l'impressione di un sorriso, sotto alle due "pulci" che richiamano gli occhi).

2) Progetto civico progressista

Ironia della sorte, subito dopo il contrassegno che contiene Italia viva ha trovato collocazione quello che include il Partito democratico. Si tratta della lista del Progetto civico progressista, un rassemblement in cui i principali componenti sono la Rete civica - Alliance Citoyenne (gruppo nato in consiglio regionale a gennaio dello scorso anno, in seguito a una frattura all'interno dell'originario gruppo di Impegno civico), il Pd (che nella sua pulce inserisce, come in passato, i colori valdostani) ed Europa Verde; partecipano alla lista, tuttavia, anche Possibile e Area democratica - Gauche Autonomiste.

3) VdAlibra - Partito animalista italiano

Al terzo posto su manifesti e schede è finita sorteggiata la curiosa coppia che unisce VdAlibra e Partito animalista italiano. VdALibra è nato come gruppo consiliare (con Roberto Cognetta e Mauro Caniggia) e come partito valdostano all'inizio di quest'anno: "Libra" in patois significa "libera" e i promotori rivendicano innanzitutto la libertà dal "pensiero dello scambio di favori e di voti, di utilizzo del denaro pubblico non per creare efficienza e stabilità ma pura gestione del potere", ma anche la libertà per la regione di amministrarsi in piena autonomia. Quanto al Partito animalista italiano, si è visto come a questo turno elettorale sia particolarmente impegnato a intensificare la propria presenza nel maggior numero di territori possibili.
 

4) Rinascimento Valle d'Aosta

L'ultimo progetto politico - in ordine di tempo - concepito e guidato da Vittorio Sgarbi approda alle elezioni regionali valdostane e si tratta ovviamente di un debutto per Rinascimento: per l'occasione il simbolo riprende il già noto motivo della michelangiolesca Creazione di Adamo, rispettando lo stesso uso dei caratteri e dei colori per il contrassegno (qui il fondo blu non è sfumato come in origine, ma somiglia di più alle ultime versioni dell'emblema); in più, in questo caso è stata aggiunta la traduzione in francese del nome della lista, collocata ad arco nella parte inferiore del cerchio.  

5) Centro destra Valle d'Aosta

Al quinto posto, dopo Rinascimento, il sorteggio ha collocato la lista Centro destra Valle d'Aosta, una "bicicletta" tra Forza Italia (che presenta la bandierina con il solo riferimento a Silvio Berlusconi) e Fratelli d'Italia (che come "pulce" impiega il simbolo inaugurato due anni e mezzo fa alle elezioni politiche). Rispetto all'omonima, ma più semplice versione del 2018, i due simboli sono inseriti all'interno di un cerchio campito nella parte superiore di blu (un po' come Fdi e la vecchia Alleanza nazionale), salvo poi sfumare verso il bianco. Curioso il fatto che "Centro destra", scritto staccato e con quella font Nexa, rimandi al primo logo del Nuovo centrodestra di Alfano; con lo stesso carattere è scritto "Valle d'Aosta", stretto tra un segmento tricolore e uno coi colori regionali. 

6) Pays d'Aoste Souverain

Il contrassegno sorteggiato per sesto può dire ben poco a chi non è valdostano, al di là della presenza del leone bianco (linguato e armato di rosso, oltre che col pene eretto e con il disegno tradizionale), il cui scudo è posto al centro di una bandiera crociata coi colori valdostani. La sigla "Pas" ospitata sul simbolo significa Pays d'Aoste Souverain, un movimento nato sette anni fa e che presenta candidature civiche: si punta molto sulla "reale applicazione della Zona Franca", sulla semplificazione burocratica, sulla valorizzazione del patrimonio linguistico e dei rapporti tra turismo e agricoltura, fino alla visione di una prospettiva indipendentista o di "Europa dei popoli e delle regioni".

7) Union Valdôtaine

Al numero 7 è stato sorteggiato un simbolo che da queste parti non ha davvero bisogno di presentazione: quello dell'Union Valdôtaine. Il partito dello scudo bicolore con il leone è stato tra quelli che con maggior forza hanno chiesto di tornare al voto in notevole anticipo e non poteva mancare alle nuove elezioni per dare alla regione autonoma un nuovo consiglio regionale. E, al nuovo appuntamento elettorale, il simbolo si presenta come sempre uguale a se stesso, senza nessuna particolare modifica grafica, come i cittadini valdostani sono abituati a conoscerlo.

8) Lega Vallée d'Aoste

Il sorteggio ha collocato all'ottavo posto la lista della Lega Vallée d'Aoste, che dunque non si presenta insieme a Forza Italia e a Fratelli d'Italia, probabilmente per vedere se sarà confermato il suo risultato del 2018: il 17,07% di allora aveva portato l'ex Carroccio a essere il secondo partito della regione dopo l'Uv. Rispetto ad allora il contrassegno è quasi uguale, con il riferimento a Salvini ridotto per fare spazio al nome francese della regione; c'è ancora la bandiera rossa e nera con la croce (stavolta spostato a destra), così come c'è il riferimento grafico all'associazione regionalista Jeune Vallée d'Aoste, che però ha nel frattempo cambiato il suo emblema: per il suo coordinatore Erik LAvy, si è passati dall'aquila al gipeto "perché faccia pulizia delle carcasse in politica".

9) Pour l'Autonomie - Per l'Autonomia

Il tema dell'autonomia regionale è al centro anche di una nuovissima formazione politica, dal nome bilingue Pour l'Autonomie - Per l'Autonomia; tra i fondatori c'è l'ex presidente della regione (e consigliere regionale sospeso, ricandidato ma non eleggibile) Augusto Rollandin, ma in lista si trovano anche l'ex consigliere regionale Psi Giovanni Aloisi, l'assessore regionale alla sanità Mauro Baccega, l'ex consigliere aostano della Fédération Autonomiste (e attuale presidente del Ccs Cogne) Giorgio Giovinazzo e Mauro Arvat (consigliere comunale a Carema, già candidato sindaco di Carema libera). L'elemento grafico più importante è costituito dalla silhouette della regione tinta di nero e di rosso su fondo azzurrino sfumato.

10) MoVimento 5 Stelle

Come alle elezioni regionali di due anni fa e a quelle del 2013, il MoVimento 5 Stelle partecipa con una propria lista: alla prima uscita era arrivato il 6,62%, diventato 10,44% nel 2018, con il raddoppio degli eletti da 2 a 4. Rispetto ad allora non c'è nessuna modifica nel simbolo: è la stessa versione utilizzata a partire dalle elezioni politiche del 2018, con il sito Ilblogdellestelle.it adagiato "a sorriso" nella parte inferiore della circonferenza. Sarà dunque interessante vedere il risultato finale, anche se probabilmente non sarà influenzato dalle vicende politiche nazionali relative al M5S.

11) Valle d'Aosta futura

Il penultimo posto nel sorteggio è toccato alla lista Valle d'Aosta futura, un'altra forza politica nata assai di recente (a luglio). L'ha costituita, tra gli altri, Edoardo Artari, imprenditore di Morgex: si tratta di un progetto che impegna "persone libere [...] provenienti dalla società civile 'del fare', senza riferimenti partitici palesi e vincolanti", volto a offrire alla regione "una indispensabile visione di medio e lungo termine" per "una nuova Valle d’Aosta sostenibile, una visione strategica finalizzata al miglioramento reale della qualità della vita" con un progetto integrato tra agricoltura e turismo. Nel simbolo, al di là dei colori regionali, spicca una sorta di sfera, disegnata secondo le forme cabalistiche del fiore della vita (che poi è il Sole delle Alpi).

12) Vallée d'Aoste Unie 

Il compito di chiudere manifesti e schede (almeno per il momento) tocca alla lista Vallée d'Aoste Unie, cartello che unisce per l'occasione il partito Mouv' (registrato anche a livello nazionale, che al suo debutto nel 2018 aveva ottenuto oltre il 7% e tre consiglieri, ma ora era rimasto solo Elso Gerandin) e Vallée d'Aoste Ensemble, gruppo nato in consiglio regionale nel mese di giugno ad opera dei consiglieri Claudio Restano e Jean-Claude Daudry. L'emblema accosta la spirale di Mouv' e il doppio nastro di Ensemble; in lista, oltre ai tre consiglieri uscenti, c'è anche Luciano Caveri, presidente della regione dal 2005 al 2008.

Esclusa: Ambiente diritti uguaglianza - Valle d'Aosta

Come detto, se le liste al momento collocate sulle schede sono dodici, ne era stata presentata una tredicesima da parte della formazione politica Ambiente diritti uguaglianza - Valle d'Aosta (Adu-Vda), nata alla fine di gennaio del 2019 per essere "prima di tutto uno strumento di reale cambiamento in Valle d’Aosta, in senso democratico, partecipativo, per la tutela e la salvaguardia dell’ambiente e dei diritti civili e sociali, e per uno sviluppo sostenibile ed equo". L'ufficio elettorale regionale, tuttavia, ha contestato la regolare autenticazione delle firme di accettazione di candidatura di quasi tutti gli aspiranti consiglieri, mancando su quei fogli la dichiarazione di autenticità e l'apposizione in presenza della consigliera comunale che aveva provveduto ad autenticare le sottoscrizioni. 
Dopo che lo stesso ufficio ha respinto le argomentazioni offerte dalla lista per sanare quella mancanza, lo stesso gruppo ha scelto di ricorrere al Tar di Aosta, ritenendo che la mancanza delle "formule sacrali" non possa inficiare la presentazione della lista. La trattazione del ricorso è prevista per lunedì (anche se è probabile che sia respinto); ove il ricorso fosse accolto, il simbolo della lista - le due sigle del nome che si stagliano sul cielo rosso e su una superficie azzurrina (l'acqua di un lago?) - sarebbe collocato per ultimo su schede e manifesti.

sabato 22 agosto 2020

Scalfarotto, conferme, ritorni e soluzioni grafiche per la Puglia

Ivan Scalfarotto detiene, in questa tornata di elezioni regionali, un singolare primato, tanto in Puglia dove è in corsa, quanto altrove: di tutti gli aspiranti presidenti già noti ad elettrici ed elettori, infatti, è stato l'unico - salvo errore, naturalmente - a rendere noti i contrassegni delle liste della sua coalizione solo ieri, a deposito della documentazione avvenuto da pochissimo tempo. Il sottosegretario, dunque non ha utilizzato alcuno dei giorni precedenti la presentazione delle liste per iniziare a far conoscere la sua compagine elettorale: ha certamente comunicato in queste settimane, ma i messaggi della sua campagna - curata da Quorum - sono stati incentrati su di lui, sulla sua immagine del manifesto "di rottura" concepito e disegnato dall'illustratore Davide Barco (il cui sfondo, nelle intenzioni del creatore, vuole ricordare la ceramica pugliese, ma finisce senza volerlo per richiamare anche certe ambientazioni luminose da festa patronale, al di là di un "effetto santificazione" o orientaleggiante notato dai più) e sul claim "Stavolta Scalfarotto".
A dire il vero, fin dall'inizio era lecito pensare che, in questo caso, ci fosse bisogno più di far emergere il candidato che di chiarire chi lo sosteneva. Era noto che la sua corsa era stata lanciata dal suo partito, Italia viva, anzi, la sua candidatura era stata la prima lanciata in modo autonomo dalla forza politica fondata da Matteo Renzi; altrettanto noto era che, dopo l'emersione della candidatura di Scalfarotto, era arrivato in fretta il sostegno da parte di +Europa e di Azione, finendo a costruire il primo nucleo di un asse politico che - in condizioni più tranquille - potrebbe evolvere in un "polo liberal" con l'ambizione di una certa consistenza. Si era parlato di tre liste, dunque ci si immaginava, da una parte, la presenza dei tre simboli citati, alcuni dei quali sarebbero stati inevitabilmente accostati ad altri, visto che nel frattempo si era parlato della convergenza di altre forze politiche sullo stesso candidato (a partire dal Pli).
La divulgazione dei contrassegni delle liste a sostegno di Scalfarotto ha confermato alcune supposizioni, mentre ne ha smentite altre. Le formazioni in campo sono effettivamente tre: di queste, l'unica ad adottare un simbolo "schietto", proposto così com'è stato creato, è quella di Italia viva (il che era prevedibile, trattandosi proprio del partito dell'aspirante presidente); le altre due schierano emblemi compositi, che meritano un po' di attenzione. Il discorso vale innanzitutto per la lista Scalfarotto presidente, classico esempio di "lista del candidato", che però qui convive con la presenza di +Europa. Si tratta peraltro di una convivenza graficamente sui generis: per la prima volta - e sperimentando un'ulteriore strada di comunicazione del proprio nome - il partito di Benedetto Della Vedova rinuncia al "marchio verbale" colorato e passa al figurativo, con il "più" giallo accostato alla silhouette della Puglia, le cui sei province sono tinte degli altrettanti colori che di norma caratterizzano il logo di +E. 
Non è certo la prima volta che la sagoma della regione viene tinta (si ricordi, ad esempio, la Puglia con Emiliano nel 2015 o, quest'anno, la "pulce" del movimento "La Forza della Puglia" all'interno della lista Puglia solidale e verde), ma è decisamente la prima volta che +Europa decide di cambiare completamente registro visivo, affidandosi del tutto alla grafica per comunicare il proprio nome locale, anche a costo di una non immediata identificazione: il "più" è leggermente sovrapposto alla regione, si legge ma non completamente. Il concetto dell'Europa, peraltro, è comunque affidato alle stelle su fondo blu che dominano la parte superiore del cerchio, in cui è inserito il nome della lista: una sorta di esperimento grafico per scomposizione e rielaborazione, dunque, nella speranza che elettrici ed elettori di +Europa siano abbastanza attenti e intuitivi.  
Quanto alla terza formazione, non manca di riservare qualche sorpresa, a partire dal nome, Futuro Verde: l'espressione, a quanto si è capito, era stata coniata da Frans Timmermans con riferimento al "futuro dell'acciaio a Taranto", posizione cui Scalfarotto ha aderito. Il contrassegno ha la stessa struttura di quello visto poco prima, anche se il colore dominante è l'arancione chiaro, sul quale forse la parola "Verde", proposta nello stesso colore (assieme a una fogliolina), non emerge pienamente. Il segmento inferiore a base convessa ospita il lettering di Volt (che tenta dunque una nuova partecipazione alle regionali, dopo quella in Emilia-Romagna) e, più in basso, le miniature del Partito liberale italiano presieduto da Stefano De Luca e persino dell'Alleanza liberaldemocratica per l'Italia. Si tratta, qui, di un ritorno importante e inatteso: è infatti la seconda volta in cui l'aeroplanino di Ali, dopo il suo "varo" a novembre del 2013 (con la guida di Silvia Enrico e il concorso di Oscar Giannino) e le successive attività proseguite senza troppa attenzione da parte dei media (attualmente l'associazione è presieduta da Flavio Pasotti), compare sulla scheda di un'elezione regionale, sia pure in compagnia di altre forze politiche all'interno del contrassegno (il precedente va cercato nelle elezioni sarde del 2019, anche allora in un contrassegno composito con il Pli, oltre che con Energie per l'Italia e Pri).
Se i #drogatidipolitica possono soffermarsi per un po' sul ritorno di Ali, non deve passare sotto silenzio l'assenza totale di riferimenti ad Azione. Da un certo punto di vista può colpire: la partita pugliese poteva essere la prima buona occasione per il partito di Carlo Calenda per farsi conoscere anche sul piano elettorale. Il logo della A frecciata, tuttavia, non compare in nessun contrassegno, anche se il sostegno alla coalizione di Scalfarotto non è in discussione. A voler esercitare un po' di fantasia, un piccolo tocco calendiano si può trovare nel blu Europa della "lista del presidente" condivisa con +E. E forse, a conti fatti, ha senso che stia lì.