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giovedì 19 settembre 2019

Dc e scudo crociato: riassunto (e la mia tesi) una volta per tutte (1)

Anche le vicende di questi giorni hanno confermato un punto fondamentale: la storia della Democrazia cristiana e del suo simbolo, lo scudo crociato, non cessa mai di riservare novità, sorprese e colpi di scena. Chi segue questo sito lo sa molto bene, ma l'affastellarsi di tante vicende, anche contorte e dalle radici lontane, ha portato qualche lettore a chiedermi un riassunto delle puntate precedenti, che ormai sono davvero un numero considerevole.
In questo post, il primo di una serie, cerco di offrire un quadro cronologico della situazione, per spiegare come si è arrivati alla situazione intricata di oggi (che peraltro dura da molti anni e puntualmente si complica, tra tentativi successivi che spesso sono portati avanti dalle stesse persone): la ricostruzione, ovviamente, è basata sui molti documenti che ho raccolto nel corso degli anni, su centinaia di pagine prodotte da parti diverse o dai giudici via via chiamati a intervenire
Ho iniziato a studiare la vicenda giuridica dello scudo crociato e dell'intero mondo Dc nel 2010: mi ha fatto capire che occuparsi di simboli e di "diritto dei partiti" (anche se ancora non sapevo che ne esistesse uno) poteva equivalere a scavare un filone inesauribile. L'ho fatto da persona del tutto esterna ed estranea alla storia democristiana, per età (nel 1994, quando la Democrazia cristiana è stata messa da parte, non avevo 11 anni) e per scelta (non mi sono mai iscritto a partiti che, in un modo o nell'altro, si ritenevano eredi politici o continuatori giuridici della Dc). Da studioso, ho avuto contatti con varie parti (di oggi, di ieri e dell'altro ieri) della querelle democristiana e coi loro avvocati, per avere informazioni e leggere atti e documenti utili: a volte ho trovato grande collaborazione, magari dopo aver vinto qualche diffidenza, altre volte i risultati sono stati ben peggiori. 
Prima di iniziare, una precisazione mi pare dovuta. In tutti questi anni, non ho mai sposato le tesi di chi cerca in vari modi di far tornare operante la Dc "dormiente" dal 1994 e che si riteneva risvegliata già nel 2012 e - quanto al tentativo attuale - di nuovo tra il 2017 e il 2018. Il mio non riconoscere la bontà di quelle idee, unitamente al fatto che nel 2018 e nel 2019 io abbia commentato le decisioni del Viminale e degli altri uffici elettorali che hanno tutelato il simbolo dell'Udc, ha indotto qualcuno a pensare che io parteggi per il partito di Cesa o almeno per le loro tesi. Il pensiero è legittimo, ma garantisco che non è così: non parteggio affatto per l'Udc (anzi, nella mia lunga ricerca, una collaborazione rasente lo zero l'ho avuta proprio dall'Udc). La mia non è una posizione di parte, ma non può essere neutrale: leggendo e studiando mi sono fatto un'idea piuttosto chiara e le vicende che nel tempo si sono succedute l'hanno confermata sempre di più, in una storia - tra l'altro - in cui tutte le parti esistenti e i vari personaggi che le rappresentano ritengono di avere ragione (in tutto o in parte) e spesso accusano altri di non conoscere documenti o sentenze che loro stessi sembrano non aver letto o compreso appieno.

1) Il peccato originale: cambiare nome nel modo sbagliato

Se della querelle sulla Dc non si vede la fine, si può individuare almeno l'inizio o - volendo - l'inizio degli inizi. Una sorta di peccato originale (così lo si è chiamato a Report, in una nota puntata a cura di Sabrina Giannini che trattò l'argomento dal punto di vista del patrimonio), che nessun battesimo ha cancellato. Datarlo è facile: si tratta dell'arco di tempo tra il 18 e il 29 gennaio 1994, periodo nel quale il partito nato nel 1943 e denominato "Democrazia cristiana" ritenne di aver cambiato nome in "Partito popolare italiano". Ritenne, perché in quel periodo, in cui il pensiero fisso era salvare il partito dagli scandali adattando la linea politica e recuperando l'etichetta delle origini, non si fece l'unica cosa necessaria: un congresso nazionale
18 gennaio 1994: Assemblea nazionale
Si voleva un partito nuovo (rinnovato) senza fare un nuovo partito sciogliendo quello esistente, così si pensò di modificare giusto il nome da Dci a Ppi. Per farlo, però, occorreva cambiare lo statuto (il nome è parte di quel documento fondativo): il solo organo del partito titolato a modificarlo era il congresso nazionale. Il 18 gennaio (giorno in cui, nel giro di poche ore, sulla scena spuntarono il Ppi e il Ccd) si riunì l'assemblea nazionale della Dc; il 21 gennaio la direzione nazionale; il 29 gennaio il consiglio nazionale. I tre organi approvarono il cambio di nome, ma mai la questione fu posta in un congresso (e ciò non avvenne nemmeno nel primo congresso del Ppi, che si tenne dal 27 al 29 luglio 1994). Se qualcuno avesse impugnato direttamente una di quelle delibere - specie quella del Consiglio nazionale - sarebbe riuscito a vederla dichiarare nulla, perché quell'iter di cambio di nome non poteva produrre effetti: sarebbe bastato solo che un giudice lo accertasse (a patto, ovviamente, che qualcuno glielo avesse chiesto espressamente). 
La Dc, insomma, credeva di chiamarsi Partito popolare italiano e tutti la trattavano come tale, ma in realtà era ancora la Democrazia cristiana, di fatto (era lo stesso soggetto giuridico) e di nome (anche se non se ne rendeva conto). Per iniziare una metafora corporea che ci porteremo dietro durante tutta la storia, è come se un tale che si chiama Franco Porta volesse abbandonare il suo nome (non importa il motivo) e per farlo ritenesse sufficiente lasciare sulla porta di casa sua un avviso per due settimane, in cui si dice che lui dal tal giorno si chiamerà Marco Cerri. Una procedura simile non può avere effetti, ma le persone che conoscono Franco Porta, sapendo della sua volontà di cambiare nome, lo chiameranno Marco Cerri: nessuno però metterà in dubbio che la persona è la stessa perché il corpo è lo stesso, a dispetto del cambio di nome. In altre parole, a prescindere dall'errore (grave) nel modo in cui si è cambiato il nome, non c'è nessun "cadavere abbandonato" da risvegliare.

2) Due menomazioni in due anni  

Il corpo, si diceva, è lo stesso, anche se ormai non è più integro, per due menomazioni successive: Franco Porta infatti, quando ha scelto di chiamarsi Marco Cerri, ha perso un avambraccio e un dito. Un anno dopo, in un trauma, Cerri (che in realtà è Porta, anche se non ci pensa e quasi nessuno intorno a lui dà importanza alla cosa) finisce per perdere un'intera gamba: una perdita dolorosa, che sparge molto sangue e per anni non riesce a sanarsi del tutto. In effetti la vicenda politica, a grandi linee, può essere rappresentata proprio così, anche se già qui le questioni si fanno complicate e non è facile seguirle in tutti i loro passaggi senza avere i documenti in mano.
L'avambraccio perso, nel 1994, è il Centro cristiano democratico di Pierferdinando Casini e Francesco D'Onofrio, staccatosi in corrispondenza con la scelta di cambiare nome e corso per il partito dei democratici cristiani (l'evento fondativo si fa risalire al 18 gennaio 1994, con l'assemblea tenuta al Grand Hotel de la Minerve, a 450 metri a piedi dall'Istituto Sturzo, in cui la Dc si sta trasformando in Ppi): si tratta dunque di una scissione da un soggetto politico-giuridico che rimane esistente e attivo (a prescindere dal nome che ha). Nessun dubbio, dunque, sul fatto che la Dc, che dal 18-29 gennaio 1994 ritiene di chiamarsi Ppi, sia rimasta lo stesso soggetto, anche se ha perso parte dei suoi iscritti e anche se questi si sono riorganizzati in un altro partito, per l'appunto il Ccd. 
Accordo Ppi-Cdu del 1994
Qui liti sostanzialmente non se ne conoscono, anche se qualche scaramuccia sui soldi comunque c'era stata, ma la si era appianata abbastanza in fretta. Coloro che alla Camera avevano formato da pochi giorni il gruppo parlamentare autonomo del Ccd, il 30 gennaio si erano accordati con il Ppi sul piano economico (ai fuoriusciti non spettava un soldo, ma in spirito di amicizia si era comunque fatto un patto firmato da Rosa Jervolino per il Ppi e da D'Onofrio, presidente del neogruppo dei cristiano democratici a Montecitorio), confermando che del vecchio scudo il Ccd poteva continuare a usare solo l'immagine "in negativo" sulla vela.
In quegli stessi giorni, peraltro, si era registrata anche la perdita di un dito, rappresentato dai Cristiano sociali di Ermanno Gorrieri, che mai hanno rivendicato nome è simbolo della vecchia Dc e dunque con il seguito della vicenda qui riassunta hanno poco o nulla a che fare (per questo non se ne parlerà più nelle prossime righe: ci si limita a dire che anche i Cs erano un partito nuovo, distinto dal Ppi già chiamato Dc).
Il "patto di Cannes"
La perdita dolorosissima dell'intera gamba, invece, si ebbe nel 1995 e inizia con la spaccatura tra Rocco Buttiglione, eletto segretario del Ppi nel primo congresso alla fine di luglio del 1994, e la sinistra del partito, che al suo posto aveva eletto Gerardo Bianco dopo che Buttiglione era stato sfiduciato in consiglio nazionale per la sua scelta di allearsi   con il centrodestra  che comprendeva An: una vicenda complessa, fatta di accuse reciproche di violazioni dello statuto, che approdò in tribunale (prima e dopo le elezioni regionali e amministrative di primavera) e si protrasse tra serrature cambiate, porte sfondate, utenze tagliate e amenità simili. Il Ppe, scandalizzato, impose alle parti una tregua, raggiunta il 24 giugno 1995 a Cannes: Buttiglione e Bianco, prendendo atto "della insanabile divisione insorta all'interno" del Ppi e scegliendo di viverla "con uno stile di rispetto reciproco, di tolleranza e di cristiana fraternità", si accordarono perché al gruppo di Gerardo Bianco fosse lasciata la denominazione Ppi e a quello di Buttiglione non fosse contestato lo scudo crociato; il "patto di Cannes" fu tradotto in accordo giuridico il 14 luglio, precisando certe questioni economiche (sulla divisione del patrimonio, dei lavoratori, delle testate) e che l'uso del nome "Democrazia cristiana" sarebbe stato precluso a tutti. 
Il 4 ottobre 1995 la menomazione iniziata in primavera si completò - anche se soltanto sul piano politico-giuridico - con la nascita del nuovo partito guidato da Rocco Buttiglione, i Cristiani democratici uniti (Cdu)un soggetto giuridico nuovo, distinto dal Ppi, fondato con atto costitutivo notarile: se il nome scelto per l'occasione era nuovo (anche se ricordava volutamente quello della Cdu tedesca), non poteva sfuggire lo scudo crociato - la stessa versione in uso nel 1992 e nell'emblema elettorale del Ppi del 1994, nel pieno rispetto degli accordi di Cannes - in bella vista all'interno del simbolo, ancora una volta su fondo blu come ormai avveniva almeno dal 1992. 
Il Ppi, intanto, per evitare problemi di confondibilità, già alle elezioni di primavera aveva adottato un emblema con gonfalone e scudo - e per evitare confusione con il fisco aveva pure adottato per sé un nuovo codice fiscale - ma era lo stesso soggetto giuridico di prima (non c'è mai stato un congresso di fondazione o un atto costitutivo di un nuovo partito). Riprendendo l'immagine di prima, Marco Cerri (che in realtà si chiamerebbe ancora Franco Porta) è rimasto lo stesso, anche se nel frattempo ha perso un avambraccio e un braccio e ha cambiato la foto sul suo documento d'identità.   

3) Se la gamba non si stacca del tutto

La prima "ordinanza Macioce"
La situazione, obiettivamente già intricata, fu complicata ancora di più da alcune decisioni dei giudici, ragionevoli ma difficili da applicare. Già il 25 marzo 1995, nella prima ordinanza sullo scontro Bianco-Buttiglione (resa prima del turno elettorale di primavera) era intervenuto il giudice del tribunale di Roma Luigi Macioce, su richiesta del gruppo di Bianco che voleva impedire a Buttiglione di continuare a guidare il partito e decidere sulle candidature. Annullando o dichiarando nulli vari deliberati di organi interni al Ppi, il giudice Macioce disse in sostanza che Rocco Buttiglione era rimasto segretario del partito, ma avrebbe dovuto attuare in pieno la linea del consiglio nazionale (che aveva sbarrato la strada ad accordi politici con Alleanza nazionale e Rifondazione comunista, intese come forze estreme), che era ben diversa dalla sua (accordo con tutto il Polo, dunque anche con An). Il che equivaleva ad avere due partiti litiganti in uno o, se si preferisce, un segretario tanto in carica quanto "paralizzato", non potendo seguire il proprio indirizzo politico.  
La seconda "ordinanza Macioce"
Tra giugno e luglio, lo stesso tribunale si occupò di una nuova azione intentata da Bianco e dal nuovo tesoriere Pierluigi Castellani, che chiedevano di inibire l'attività di segretario e tesoriere a quelli che invece si ritenevano regolarmente in carica, rispettivamente Buttiglione e Alessandro Duce (che, tra l'altro, era diventato tesoriere del Ppi perché era stato scelto come ultimo segretario amministrativo nelle ultime due riunioni degli organi della Dc, il 21 e il 29 gennaio 1994). Dopo una prima decisione favorevole a Buttiglione, il tribunale di Roma dovette riaffrontare la vicenda in sede di reclamo: in un collegio di tre giudici, fu ancora Macioce a scrivere la motivazione dell'ordinanza sul caso, datata 24 luglio 1995. In quella decisione si disse che, visto che in quella fase le due fazioni (vicine a Bianco e a Buttiglione) si stavano organizzando in due partiti diversi ma non esistevano ancora due soggetti giuridici autonomi (il Cdu, lo si è visto, nacque in ottobre di quell'anno), la soluzione più corretta e opportuna sembrava la "co-gestione obbligatoria dei due tesorieri", che fotografava "l'originale, inusuale e certamente transitoria condizione dell'unico Ppi in procinto di divisione": ogni atto di ordinaria e straordinaria amministrazione sul patrimonio avrebbe dovuto avere l'adesione (scritta) di Duce e di Castellani.
La transazione del 1999
Quella situazione di cogestione, in realtà, durò ben oltre la costituzione giuridica del Cdu. Lo stesso Macioce, in effetti, aveva precisato nell'ordinanza che quell'agire congiunto "imposto" dal giudice sarebbe stato superabile con un diverso accordo tra le parti: l'accordo, però, per molto tempo non ci fu. Tanto per dire, Ppi-gonfalone e Cdu soltanto il 12 ottobre 1999 chiusero con una transazione un'ulteriore causa iniziata sempre nel 1995 (dopo la seconda ordinanza scritta da Macioce) sulla corretta rappresentanza del Partito popolare e, in quel documento transattivo, misero nero su bianco che la co-gestione "imposta" nel 1995 era ancora "un soddisfacente assetto": pare che non si sentissero garantiti da una diversa configurazione dei rapporti, perché evidentemente non si fidavano abbastanza. Nella stessa transazione - firmata per il Ppi (per procura) dal segretario Pierluigi Castagnetti e dai suoi predecessori Bianco e Franco Marini, nonché dal primo tesoriere Castellani e da quello allora in carica Romano Baccarini, mentre per il Cdu la sottoscrisse l'allora tesoriere Gianfranco Rotondi, in nome e per conto anche del suo predecessore Duce e del segretario Buttiglione - i due partiti si riconobbero entrambi titolari del partito della Dc (nonché della denominazione e del simbolo storici) e, in nome di questa contitolarità, si impegnarono ad agire legalmente contro chi avesse voluto usare nome ed emblema della Dc (e qualcuno tra il '96 e il '98 aveva iniziato a farlo, come si vedrà).
In questa fase lunga - che doveva essere breve - è come se il Marco Cerri della nostra storia (anche se in realtà continua a chiamarsi Franco Porta, contro la sua volontà) avesse continuato a vivere e operare a dispetto delle due menomazioni, ma qualcuno avesse mantenuto la sua gamba legata a lui, anche se questa si era del tutto staccata; un legame che, peraltro, si manifestava solo in determinate occasioni, che richiedevano che la persona apparisse con entrambe le gambe. La gestione patrimoniale del Ppi-Gonfalone e del Cdu, infatti, fu del tutto autonoma per le nuove risorse (a partire da quelle ricevute con il finanziamento pubblico), mentre il regime di co-gestione proseguì per il patrimonio del Ppi - ex Dc: così era intestato il bilancio - pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale - presentato alla Camera con riguardo all'anno 1995 e firmato da Castellani e Duce. Negli anni successivi, peraltro, non è stato più presentato un bilancio di quel tipo, resistendo soltanto i rendiconti di Ppi-gonfalone e Cdu (anche se la co-gestione patrimoniale sarebbe finita solo nel 2002).


4) La prima sentenza di Cassazione che, se letta male, inganna

Nel corso di questi anni, peraltro, le liti giudiziarie non riguardavano soltanto gli esponenti dei partiti, ma anche - e soprattutto - gli ex dipendenti della Dc che avevano intentato contro il partito cause di lavoro, non risolte prima della trasformazione in Ppi e delle vicende traumatiche coeve e successive. Una delle cause fu decisa in via definitiva dalla sezione lavoro della Corte di cassazione il 27 giugno 1998: un anno prima della transazione di cui si è detto e dodici anni e mezzo prima che sia emessa la nuova pronuncia di Cassazione che, per alcuni, fa rivivere la Dc. C'è addirittura chi crede che la sentenza in questione - la n. 6393/1998 - abbia anticipato ciò che la Suprema corte avrebbe detto nel 2010 e, se qualcuno l'avesse letta allora, la Dc si sarebbe risvegliata molto prima.
Le cose non stanno così e conviene leggere bene quella decisione, nota come "sentenza Laudani", dal nome dell'uomo che aveva iniziato la causa contro la Dc negli anni '80, Placido Laudani (lamentando come non gli fosse stata riconosciuta una certa qualifica, con tutte le conseguenze economiche del caso); prima che intervenisse la sentenza di secondo grado (il 25 settembre del 1995), si erano verificati i fatti raccontati sopra, in base ai quali per il ricorrente Ppi, Ccd e Cdu erano tutti successori allo stesso modo della Dc e quindi dovevano partecipare tutti al processo (mentre in appello si era costituito solo il Ppi, cosa che secondo Laudani comportava nullità di tutto il procedimento). 
Per la Cassazione, invece, non c'era motivo di far partecipare tutti al processo (non era cioè una situazione di "litisconsorzio necessario"), poiché ciò avrebbe richiesto, a monte, che ci fosse stata "una successione universale", cioè - volendo banalizzare - un decesso e degli eredi (o un trasferimento di tutte le posizioni giuridiche da un soggetto a un altro). Non poteva essere erede di nulla il Ccd, essendo stato costituito - lo si è visto - in seguito al recesso collettivo di vari soci della Dc; nemmeno per il Cdu (nella sentenza erroneamente chiamato Partito cristiani unitari) poteva parlarsi di successione universale perché ciò, come detto, presupporrebbe "la scomparsa del dante causa come soggetto giuridico e la trasmissione dell'universum ius nel patrimonio dell'avente causa". 
Proprio a partire da questa frase più di qualcuno ha sostenuto che la Dc non era mai stata sciolta e aspettava solo qualcuno che la svegliasse dal torpore, mentre gli altri partiti (Ppi compreso) erano andati avanti per la loro strada. In realtà non è così: i giudici, poche righe prima, avevano notato che la Democrazia cristiana aveva semplicemente cambiato nome in Partito popolare italiano, quindi era normale che fosse stato il solo partito a partecipare al processo; tutti gli altri soggetti erano nati da recessi collettivi dall'associazione che nel frattempo aveva semplicemente cambiato nome, senza che nessuno pensasse di scioglierla (e senza che allora ci si interrogasse su come quel cambio di nome era stato fatto). In pratica, i giudici di Cassazione hanno confermato che il Ppi e la Dc erano la stessa cosa e che quest'ultima non era mai stata sciolta, sì, ma perché appunto aveva continuato ad agire con un altro nome. In altre parole, nessuno si poteva considerare erede di Franco Porta, perché Porta - che nel frattempo aveva cambiato "male" il suo nome in Marco Cerri e con quest'ultimo era identificato da tutti - era ancora vivo e operante. 


5) Fine della co-gestione: la gamba si stacca del tutto 

Anche dopo la sentenza di Cassazione del 1998, la transazione Ppi-Cdu del 1999 e un paio di tentativi altrui di utilizzare il nome e il simbolo storici della Dc, i tesorieri dei due partiti continuarono a gestire insieme il patrimonio. Nel corso degli anni ne cambiarono vari: per il Ppi a Pierluigi Castellani succedettero Severino Lavagnini, Romano Baccarini e, nell'ultimo periodo del 2002, Luigi Gilli; dopo Alessandro Duce, invece, tesorieri del Cdu furono Tancredi Cimmino e, già nel 1999 (dopo che Cimmino aveva aderito all'Udeur), Gianfranco Rotondi. Tutti loro, nelle rispettive permanenze in carica, furono chiamati a gestire tutte le questioni patrimoniali legate ai beni che erano stati della Dc (e qualche ruolo continuavano a mantenere di fatto i tesorieri precedenti, almeno quelli che non avevano trasferito ai successori le quote a loro intestate delle società proprietarie degli immobili legate al partito).
La scrittura privata del 2002
La co-gestione patrimoniale terminò soltanto il 5 luglio 2002 (dopo che, a marzo, nel giro di pochi giorni si era costituita l'Udc e la Margherita aveva celebrato il suo primo congresso trasformandosi in partito, mentre i soggetti che l'avevano creata continuavano a esistere pur non operando più politicamente) con una scrittura privata firmata dai legali rappresentanti del Ppi (segretario Castagnetti, tesoriere Luigi Gilli, segretario generale Nicodemo Oliverio) e del Cdu (segretario Buttiglione, tesoriere Rotondi). Nel documento si legge che "il Cdu rinuncia con effetto immediato in favore del PPI-Gonfalone alla gestione nonché ad ogni diritto (...) sul patrimonio (...) del Ppi ex Dc" e che, per questo, "la gestione e la rappresentanza del Ppi ex Dc", attività e passività "restano fin d'ora in capo al Ppi-Gonfalone e per esso ai suoi legali rappresentanti". 
Certo è che in quei sette anni di co-gestione patrimoniale si sono poste le basi per le vicende travagliate del patrimonio immobiliare che era stato della Dc e che sono finite più volte oggetto delle cronache giudiziarie. La questione, però, è delicatissima e chi scrive non ha in mano abbastanza documenti per commentarla, quindi si eviterà di parlarne. Anche perché nel 2002, anno della scrittura privata con cui terminò la co-gestione dei tesorieri (o, se si preferisce, in cui la gamba di Marco Cerri - Franco Porta fu definitivamente staccata dal suo corpo), ci si dovette occupare seriamente di chi voleva di nuovo la Dc operante e, per giunta, sembrava avere le carte in regola per poterlo fare. Meglio, però, occuparci di questo in un'altra puntata... 


(1 - continua)

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