mercoledì 9 dicembre 2015

Il Chiamparino tarocco che (in Piemonte) ti devi aspettare: parte prima

Tra le regole non scritte, ma ampiamente sperimentate e verificate, per chi si occupa di simboli potrebbe esserci la seguente: se sei a corto di ispirazioni ingegnose o diaboliche, dai uno sguardo al Piemonte. Sembrerà incredibile, ma nella regione in cui nasce il Po si concentra un numero significativo di "eroi simbolici", in costante bilico tra il genio sulfureo e il taroccamento elettorale, che da anni vivacizzano quanto basta le campagne elettorali (o almeno ci provano).
Si prendano, ad esempio, le ultime elezioni regionali - anno del Signore 2014 - e si focalizzi l'attenzione su uno dei simboli che non sono mai arrivati sulla scheda: Chiamiamolo per il Piemonte, lista legata al candidato presidente Roberto Cermignani. Un emblema all'apparenza inoffensivo, tant'è che al Viminale, all'inizio di aprile - in occasione delle elezioni europee 2014, dunque pochi giorni prima del deposito delle liste per la Regione - era stato depositato e ritenuto ammissibile, senza immaginare troppi problemi.
Il fatto è che quelle parole in bianco, che si stagliavano sul profilo di una montagna arancione a due cime, proprio inoffensive non erano. A metà marzo, infatti, i giornali avevano svelato il simbolo della "lista del candidato presidente" del centrosinistra, Sergio Chiamparino: la grafica prevedeva proprio il profilo color mattone del Monviso - ben riconoscibile per i piemontesi - con la dicitura Chiamparino per il Piemonte. Mettendo a confronto i due prospetti montuosi, il gioco delle differenze si faceva arduo, tanto erano sovrapponibili i due disegni; quanto alla font utilizzata, al posto dell'Alternate Gothic del Chiampa "Chiamiamolo" usava un Arial compresso, ma sulla scheda il rischio di confondibilità sarebbe stato forte. Anzi, fortissimo.
Alla fine, in realtà, il Monviso tarocco non finì tra i simboli votabili dagli elettori: per gli uffici elettorali, prima ancora che la confondibilità, pesava la mancanza delle sottoscrizioni richieste dalla legge; non andò meglio a No Euro - Lista dei Grilli parlanti di Renzo Rabellino, collegata anch'essa a Cermignani, visto che il tribunale di Torino non accettò l'esenzione dalla raccolta firme, motivata con il collegamento con un gruppo che in consiglio regionale era stato presente, ma non nell'ultima consiliatura. Non fu ritenuta valida nemmeno l'esenzione - per il collegamento non provato con l'Unione sudamericana emigrati italiani - per il Movimento Bunga Bunga, ma non poteva passare inosservata l'illusione ottica impagabile - al pari di altre presenti sul contrassegno, che meriterebbe un'analisi a parte - di "Chiama Gasparino", con la parte centrale dell'espressione quasi invisibile sulla banda bianca, giusto per dare l'impressione che la lista fosse legata al candidato del centrosinistra. Eppure, a qualcuno, questa taroccatura di Chiamparino datata 2014 ricordava qualcosa di già visto, più o meno 9 anni prima... 

lunedì 7 dicembre 2015

Quando la Marianna divenne radicale: leggendo Valter Vecellio

Ogni tanto è bene tacere. Soprattutto quando altri hanno da dire cose interessanti. La parola oggi la lascio a Valter Vecellio, direttore di Notizie Radicali (e che chi segue il Tg2 conosce da anni, la voce dei servizi su Ustica e su altre pagine italiane poco onorevoli è la sua): il suo editoriale uscito oggi merita attenzione, perché ripercorre a modo suo la storia del Partito radicale, legata soprattutto a Marco Pannella ma non solo. 
C'è un piccolo spazio anche per i simboli in questa storia, ma merita di essere letta e conosciuta a prescindere: ne riporto qui alcuni brani, perché a qualcuno venga voglia di leggersela tutta. Non ho chiesto il permesso di copia all'autore, ma spero che mi perdonerà: oggi che i Radicali sono fuori dal Parlamento, è giusto che qualcuno ricordi come e dove sono nate certe battaglie. Perché chi dimentica - lo dice lo stesso Vecellio - è come la ragione che si addormenta. Buona lettura a tutti voi. 

A Marco Pannella glielo chiedo durante le due ore della domenicale conversazione a Radio Radicale: “Te lo ricordi, dov’eri l’8 dicembre del 1955?”. Scuote la testa. “Dimmelo tu…”.
Non se lo ricorda davvero, o mi canzona? “L’8 dicembre del 1955”, dico, “una trentina di consiglieri nazionali dell’allora Partito Liberale si dimettono…”. Macché, non fa una piega. Eppure se lo deve pur ricordare, quel giorno. Proseguo: “Con quelle dimissioni avete gettato le fondamenta del Partito Radicale… Sono trascorsi sessant’anni da allora, non è uno scherzo, il Partito Radicale è il più antico sulla scena politica…”.
Il Partito Radicale lo faccio ogni giorno…, replica. Stop, fine dei ricordi, della rievocazione. Eppure le radici di quest’albero che non si stanca di fiorire sono importanti, da ricordare; è importante non smarrire la memoria. Chi dimentica è come la ragione che si addormenta.
Proviamo a raccontare qualcosa. In quella “pattuglia” che esce dal PLI ci sono Mario Pannunzio, Nicolò Carandini, Leopoldo Piccardi, Ernesto Rossi… un bel gruppo; oltre a loro Leo Valiani, Guido Calogero, Giovanni Ferrara, Paolo Ungari, Franco Roccella, come abbiamo detto Pannella, Sergio Stanzani; e anche Eugenio Scalfari, che è già lo Scalfari che sappiamo.
Escono dal PLI e dopo qualche mese, il 5 febbraio del 1956, al termine di un convegno, si formalizza il Partito Radicale, un esecutivo di cinque: Carandini, Pannunzio, Piccardi, Valiani, Villabruna… [...]
I radicali vengono da lontano. Le loro radici storiche e ideali si riallacciano alla tradizione repubblicana e federalista di Carlo Cattaneo; alla “Giustizia e Libertà” dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, Piero Calamandrei, Gaetano Salvemini; e come abbiamo detto, Ernesto Rossi, il grande economista e polemista; ma anche Antonio De Viti De Marco, il settimanale Il Mondo, di Pannunzio, che per tutti gli anni ‘50 conduce importanti battaglie radicali: contro la Federconsorzi, i monopoli, i petrolieri, gli agrari, e la famosa campagna contro le speculazioni immobiliari a Roma: “Capitale corrotta, nazione infetta”. Tra i fondatori del Partito anche Arrigo Benedetti, fondatore e direttore dell’Europeo e dell’Espresso.
A un certo punto il Partito Radicale si scioglie…Le elezioni sono andate male, e nel primo Partito Radicale ci sono tante anime: una  guarda con interesse al Partito Repubblicano; un’altra invece cerca una sponda nel Partito Socialista; altri, delusi, decidono di non impegnarsi più nella politica attiva. Pannella e pochi altri della Sinistra Radicale decidono di continuare la scommessa del Partito; sono non più di duecento in tutt’Italia, ma tengono duro.
Presidente del partito diventa Elio Vittorini, lo scrittore; fonda “Il Politecnico”, per anni milita a fianco del PCI, poi rompe clamorosamente con Palmiro Togliatti; alla fine approda alle sponde radicali. A chi gli chiede perché, risponde "perché noi radicali siamo gli unici politici copernichiani…". 
I radicali diventano il partito dei diritti civili, nel 1965 comincia la campagna divorzista. Nasce la Lega per l’Istituzione del Divorzio... Nel 1967 a Bologna si tiene il primo congresso del nuovo Partito Radicale, ricostruito su un programma di profonde riforme, di impegno anticlericale e antimilitarista, e dotato di un nuovo statuto-manifesto. Viene confermato il tradizionale simbolo, la testa di Marianna con cappello frigio.
Proviamo a riassumere ulteriormente: nel 1968 Pannella e altri quattro radicali sono arrestati a Sofia in Bulgaria, mentre protestano contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Nel 1973 fonda e dirige il quotidiano Liberazione, che uscirà dall’8 settembre 1973 al 28 marzo 1974. Quello è anche l’anno del referendum sul divorzio: una valanga di NO alla sua abrogazione, quasi il 60 per cento dei voti, travolge le velleità democristian-clerical-fasciste, di abolire una legge per la quale i radicali avevano lottato ininterrottamente per cinque anni; si lancia la campagna per la depenalizzazione dell’aborto e per la legalizzazione delle droghe leggere. Nello stesso anno, mentre lei è impegnato in un digiuno che durerà tre mesi, Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera apre un dibattito sul “caso Pannella”. Pasolini doveva intervenire con un testo preparato poche ore prima di essere ucciso al congresso radicale del 1975 a Firenze: un “testamento” nel quale esorta i radicali a non aver timore di fare sempre scandalo e di rendersi “irriconoscibili”.
Nel 1975 Emma Bonino, Giorgio Conciani e Adele Faccio sono arrestati con l’accusa di procurato aborto. Viene arrestato anche il segretario radicale Gianfranco Spadaccia. Quegli arresti sono il detonatore per imporre l’attualità di una tragedia, quella dell’aborto clandestino, che fino a quel momento, ipocritamente, ad esclusione dei radicali, tutti avevano preferito ignorare. Grazie alla campagna radicale, si apre nel paese un dibattito politico che porterà, nel 1978, alla regolamentazione legislativa dell’interruzione di gravidanza. Nel luglio del 1975 Pannella, durante una conferenza stampa, mostra un pezzetto di hashish e lo fuma, facendosi così arrestare. È l’ennesima disobbedienza civile, per costringere il Parlamento a rivedere la legge che fino a quel momento puniva con il carcere sia i grandi spacciatori che i fumatori anche occasionali di “spinelli”. Nel 1976 viene eletto alla Camera dei Deputati; con lei Bonino, Faccio e Mauro Mellini...[...] 
E ora? Ora i radicali sono quello che hanno delineato nel 1989 con il progetto del “Partito Nuovo” in occasione del XXXV congresso del Partito Radicale di Budapest, in Ungheria: transnazionale, transpartito, gandhiano, laico, federalista, ecologista. Da allora il simbolo è l’effigie di Gandhi. Sono un po’ matti, ma in ottima compagnia. [...] Da sessant’anni la stessa scommessa, ambiziosa, ma non velleitaria: il possibile contro il probabile.

domenica 6 dicembre 2015

Simboli fantastici (12): Topi e paperi per elezioni fai-da-te

Le elezioni a Paperopoli e Topolinia, lo si è visto. sono state un gioco per adulti adattato per i più piccoli (e non solo per loro), grazie all'idea che la direttrice di Topolino Claretta Muci delineò nel 2001 e mise in pratica quella volta e cinque anni più tardi, in concomitanza con il voto per rinnovare le Camere in Italia. Forse neppure la Muci e quelli che con lei gestirono l'iniziativa, tuttavia, potevano immaginare che tra i loro giovanissimi lettori alcuni si sarebbero dilettati a tal punto da volerle organizzare direttamente, le elezioni a fumetti.
Prendete ad esempio Piotr Zygulski, che nell'anno di scarsa grazia 2001 ha 8 anni, è ancora lontano dagli studi giuridico-economici e il Topo lo legge con estremo piacere. L'idea che si voti a Paperopoli lo colpisce, e molto, ma di quell'anno gli resta impressa anche una copertina del Venerdì di Repubblica con quattro faccioni a caricatura in primo piano (Rutelli, D'Alema, Berlusconi e Fini). Ovviamente prende parte al voto paperopolese, ma la molla - anche se lui non lo sa - è scattata: alle elezioni, le prossime volte, ci penserà lui.
Detto, fatto: nel giro di qualche anno - le prove sono disponibili dal 2005 - con cadenza sostanzialmente annuale in casa Zygulski si organizzano le elezioni, con un rito in grande stile. Nel 2005 e nel 2006, per esempio, si prepara una scheda con tutti i personaggi della banda dei Paperi, con un'altra opera di ingegneria (fotocopiando le teste dai fumetti e procedendo a un taglia-incolla rigorosamente manuale): chi desidera votare deve depositare il bollettino nell'urna di cartone posta in corridoio. 
Per garantire una maggiore affluenza e un più ampio bacino di elettori, poi, si stabilisce che le elezioni durino un intero mese, così da estendere il diritto di voto dalla sola famiglia nucleare ai cugini, agli amichetti e agli invitati alle feste di compleanno in cui si porta puntualmente l'urna, nella speranza di coinvolgere qualcuno di più nel gioco della democrazia a fumetti. Morale, nei primi due anni il numero dei votanti arriva a superare anche le 40 unità, estendendosi anche all'universo dei Topi (ricorrendo peraltro anche al mondo di Geronimo Stilton, vista la scarsità di personaggi noti a Topolinia).
Se alle prime elezioni a Paperopoli aveva trionfato Paperino, nel 2005 a casa Zygulski accade esattamente la stessa cosa, mentre l'anno dopo arriva alla pari con il suo doppio Paperinik e con il cugino sbadato di Paperoga; ci pensa il secondo turno a riconsegnarli la vittoria. In casa dei topi, invece, arrivano al ballottaggio Topolino e il suo cane Pluto, che vede sfumare la vittoria di un solo voto (per fortuna senza schede nulle, che rischierebbero di scatenare un contenzioso potenzialmente infinito). Ogni risultato, ovviamente, viene fissato in cartelli grafici ad hoc, realizzati con il computer, nel tentativo di modernizzare la macchina elettorale.
Nel 2007 Piotr decide di cambiare leggermente musica: perché accontentarsi delle elezioni, quando si può indire addirittura un referendum - che in realtà tecnicamente è un plebiscito - sulla forma di governo? Anche qui si passa all'azione: si fa una doppia scheda, questa volta a computer, per chiedere se si vogliono unificare le elezioni di paperi e topi (più da referendum in effetti) e per sottoporre agli elettori quattro proposte politiche. Si deve scegliere, in particolare, tra il Partito del Diamante (Paperino e Topolino sovrani a vita, senza più elezioni), Ancora e Partito simpatico (accettano la doppia sovranità, ma chiedono che si voti, rispettivamente, ogni 5 e ogni 2 anni) e Farfalla votante (si continua a votare ogni anno, dicendo no alla diarchia paperotopolinesca); le istruzioni di voto, diligentemente compilate, danno anche notizia delle liste bloccate collegate ai contrassegni, intruppando tutti o quasi i personaggi più noti della banda Disney. Manco a dirlo, il timore che il gioco delle elezioni potesse non ripetersi a cadenze regolari dà la maggioranza alla Farfalla votante, per cui l'anno dopo si torna alle urne; l'interesse però risulta calato, visto che i votanti sono meno di 20.
Nel 2008, in ogni caso, si svolgono le elezioni separate tra Topi e Paperi, facendo affrontare nei due casi le liste Farfalla, Allegri e simpatici e di nuovo il Partito del Diamante. Quell'anno Paperino viene sì eletto, ma perde la presidenza a favore di Pico De' Paperis, capolista della Farfalla; lista che stravince anche tra i Topi, mandando sullo scranno più alto un "papa straniero", ossia Geronimo Stilton. La partecipazione quell'anno va un po' meglio, ma quelle sono le ultime consultazioni, visto che l'età dei partecipanti consiglia loro di interessarsi ad altri passatempi. Rimarchevole, tuttavia, l'interesse per l'ambiente: tra il materiale conservato relativo a quell'anno, c'è anche una "certificazione verde", per dare conto della piena ecosostenibilità del voto (anche grazie all'uso di carta riciclata per le schede). Regolamenti, bollettini, istruzioni e verbali finiscono in un cassetto, ma hanno dato il loro contributo ad avvicinare chi li ha riempiti alla politica, quella vera. Quella che come personaggi non ha gli animali di fantasia, ma persone in carne e ossa che, non di rado, risultano infinitamente meno simpatiche (se non addirittura meno raccomandabili) dei personaggi dei fumetti.

Quarta e ultima puntata - Rileggi la prima, la seconda e la terza puntata

sabato 5 dicembre 2015

Busto a Sinistra: il simbolo lo scegliete voi

Ogni tanto qualche partito ci prova: lancia concorsi di idee aperti agli iscritti o ai simpatizzanti per lanciare la propria nuova immagine, ma alla fine le decisioni le prendono più o meno sempre i capi (che magari un'idea in testa l'avevano già). Alle volte, invece, a far votare il simbolo di un partito o di un gruppo politico ai cittadini ci si pensa davvero. Lo stanno facendo proprio in questi giorni, ad esempio, coloro che a Busto Arsizio hanno dato vita a un nuovo gruppo politico, il cui nome è tutto un programma: Busto a Sinistra. 
In qualche modo le persone che partecipano al progetto si stanno mettendo avanti, visto che le prossime elezioni amministrative sono previste a maggio o comunque in primavera: qualche mese di tempo c'è ancora, ma chi ha già avuto qualche esperienza di campagna elettorale sa che l'orologio della politica scorre molto più veloce del prevedibile, per cui è meglio non indugiare e sbrigare già ora alcune incombenze.
La denominazione Busto a Sinistra è di pochi mesi fa, ma pensare che il gruppo sia nato da poco sarebbe sbagliato: l'esperienza, in qualche modo, ha preso il via una consiliatura e mezza fa. 
Non è sbagliato dire, infatti che BaS raccoglie almeno in parte l'esperienza fatta dal gruppo Manifattura cittadina, che aveva unito il profilo grafico del comune a un nome che richiamava il passato produttivo della città. La lista è stata presente in tutta quest'ultima consiliatura e, nelle ultime settimane, ha trovato come compagni di viaggio Sel, Partito Comunista d'Italia (ex Pdci) e Rifondazione Comunista. La scelta, da parte della formazione che vuole ridare impulso ai valori della sinistra, di rivolgersi direttamente agli abitanti di Busto Arsizio non è stata ovviamente casuale: "Vogliamo coinvolgere la gente il più possibile, che la cittadinanza sia partecipe della nostra immagine identitaria fin dall'inizio, mentre di fatto qui la politica è piuttosto calata dall'alto - spiegano dal movimento -. Riunendoci abbiamo avuto varie idee grafiche, così abbiamo chiesto a più persone di sottoporci dei possibili simboli e loro hanno accettato con disponibilità". 
I cittadini sono chiamati a scegliere tra 20 grafiche diverse, indicando il simbolo che, a loro giudizio, consente di percepire meglio "a prima vista" le idee della lista. Alcune delle proposte sembrano legate tra loro, anche soltanto per alcuni dettagli, ad esempio la font utilizzata per rendere la sigla del gruppo politico. C'è chi ha usato segni tradizionali della sinistra, come il colore rosso e l'arcobaleno (con o senza silhouette del centro storico) o ha portato i colori dell'iride sui petali di un fiore, fiore che in altri casi è stato interpretato in modo diverso, magari in grafiche leggermente "eccentriche", a costo di non essere contenute nel tradizionale cerchio (situazione che, tuttavia, la legge non consente, per cui sulla scheda un simbolo non perfettamente circolare non potrebbe mai finirci.
Altri si sono rifatti al glorioso passato - oggi soffocato dalla concorrenza - di Busto come "Manchester italiana", nel senso di capitale della tessitura: in qualche caso le lettere della sigla richiamano da sole i filati, magari in "dialogo" giocoso con la skyline della città, altre volte lo stesso profilo è interpretato con l'idea dell'ordito (tradizionale o moderno), non sempre con un'ottima resa grafica ma certamente con un impatto visivo forte, che identifica in modo inequivocabile la storia economica del territorio.
C'è chi invece si è divertito a giocare sulla pronuncia della sigla di Busto a Sinistra, che suona come quella dell'autobus in inglese (una pronuncia che la più parte degli italiani, per inciso, puntualmente sbaglia). Così, vari emblemi riportano nel tondo una raffigurazione del bus (anzi, del bas), tinto essenzialmente di rosso, talora in dialogo con il blu o il verde: quattro volte su cinque è rigorosamente diretto a sinistra (magari con tanto di freccia che punta in quella direzione, per non lasciare dubbi), mentre in un caso sembra venire piuttosto da sinistra, ma si incastra diligentemente dietro la B estrosa di "Busto". 
Last but not least, alcuni grafici hanno puntato molto di più su soluzioni "artigianali", fatte a mano (come testimoniano alcuni sfondi sfumati e le linee irregolari di certe circonferenze). C'è chi, ad esempio, ha voluto trovare un fil rouge, ora rimandando a una S ora attaccando ad esso un aquilone (ovviamente rosso); altri hanno tinto un uccello stilizzato dei colori della pace, oppure si sono buttati sulla geometria poco ordinata, sovrapponendo forme e colori diversi e affidandosi di nuovo a una freccia per mostrare dove si va (in alto a sinistra). Un solo emblema, di quelli visti, rinuncia al nome intero e punta praticamente tutto sulle parole in leggera salsa tricolore. Bas, in questo caso, non è più solo sigla di Busto a Sinistra, ma anche dei tre punti contenuti nel simbolo - Busto ai cittadini, Ambiente a misura d'uomo, Servizi sociali gratuiti - che vorrebbero caratterizzare la formazione fin d'ora.
Per tutto il pomeriggio di oggi i cittadini hanno potuto scegliere il loro simbolo preferito allo stand allestito da Bas, ma è ancora possibile dire la propria scrivendo all'indirizzo basbustoarsizio@gmail.com o segnando con "mi piace" la grafica scelta sulla pagina www.facebook.com/BASBustoaSinistra (che peraltro presenta anche alcune varianti dei loghi proposti ai cittadini). L'emblema definitivo sarà indicato alla prima assemblea di Busto a Sinistra, nel rispetto delle indicazioni raccolte in questi giorni; fissato il simbolo, tutte le energie saranno convogliate sulla campagna elettorale, contando di nuovo sull'apporto degli abitanti di Busto Arsizio.

Un ringraziamento di cuore è dovuto a Maria Carmen Zito, Fabio Pariani, Silvana Villa e Rita, per l'attenzione prestata e i materiali grafici concessi.

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Com'è andata a finire? - 27 marzo 2016

Alla fine i bustocchi che si riconoscono in Busto a Sinistra hanno votato e hanno scelto l'emblema che li rappresenterà alle elezioni: già dall'inizio di febbraio è stato reso ufficiale il simbolo qui a fianco. Nessuna soluzione geometrica, di quelle richiamanti la storia tessile della città o il gioco di parole che accostava la sigla "Bas" alla pronuncia di "bus", con tanto di immagine stilizzata di un pullman. I votanti hanno optato per i due cerchi eccentrici, con quello interno rosso ben visibile che contiene nome, sigla, arcobaleno che sfuma nella corona bianca e il profilo dei monumenti principale di Busto: la basilica di San Giovanni Battista (piuttosto stilizzata in verità, ma abbastanza riconoscibile) e una torre che sembra rimandare appunto a una delle due torri del Cotonificio Carlo Ottolini, oggi sede del Museo del tessile e della tradizione industriale di Busto.
Un simbolo ben riconoscibile, dunque, che fin dall'inizio si è legato a prese di posizione ben precise e connotate politicamente. A partire, soprattutto, dalle contestazioni al candidato sindaco dem Gianluca Castiglioni: "il Pd - si legge in una nota - non ha più come orizzonte culturale la Sinistra", ma sta "guardando e spostando l’asse politico di riferimento verso il Centro-Destra con la costruzione del Partito della Nazione". Morale, unico gruppo a rappresentare le idee della sinistra, a Busto, è quello di Bas: quello col simbolo rosso e l'arcobaleno.

venerdì 4 dicembre 2015

L'IDeA di Quagliariello? Alla Camera è sudamericana...

L'IDeA di Gaetano Quagliariello, dunque, ha mosso i primi passi. Gli interessati hanno ripetuto più volte che no, Identità e azione non è un partito, ma solo un movimento politico - aperto, tra l'altro, alla doppia tessera - e dunque è naturale pensare a forme di collaborazione con altre forze politiche. a partire da Italia unica (anche se l'altro giorno, in conferenza stampa, lo stesso Quagliariello non ha particolarmente gradito il titolo di "speaker" della formazione di Passera dato in quell'occasione a Guglielmo Vaccaro). Al momento, però, la sigla IDeA in Parlamento non c'è, nel senso che nessuno degli eletti che aderiscono al soggetto politico si è distinto con quel nome.
A Palazzo Madama, per esempio, i senatori interessati - oltre a Quagliariello, Carlo Giovanardi, Luigi Compagna e Andrea Augello - sono rimasti nel gruppo di Area popolare, probabilmente per non andare nel gruppo misto (al Senato non esistono ufficialmente le componenti, anche se di fatto anche un solo membro può attribuirsi un'etichetta specifica). A Montecitorio, invece, qualche movimento c'è stato, anche se non troppo appariscente: dal 30 novembre, infatti, nel gruppo misto si è formata una nuova componente, quella dell'Unione sudamericana emigrati italiani, ossia il partito con cui nel 2013 è stata eletta alla Camera Renata Bueno, che risulta essere tra gli starter di IDeA. La cosa, ai più attenti alla politica e ai suoi movimenti (nel senso di spostamenti grandi e piccoli), potrebbe anche provocare un'espressione tra lo stupito e il sorridente, visto che finora l'Usei di tracce parlamentari non ne aveva lasciate, anche - verrebbe da dire - per volontà della stessa Bueno.
Dopo i primissimi giorni di non adesione ad alcun "sottogruppo", il 21 marzo 2013 Renata Bueno ha aderito alla componente Maie - Movimento associativo italiani all'estero, l'altra grande formazione legata alla Circoscrizione estero (che nel logo, tra l'altro, ha proprio una stilizzazione dell'America meridionale); poco dopo il gruppo acquisì anche la sigla dell'Api rutelliana, visto l'ingresso nella compagine di Franco Bruno, unico senatore eletto di Alleanza per l'Italia. Chiaramente, essendo l'unica eletta Usei, la Bueno non aveva i numeri per costituire una componente "visibile" del misto: invece che stare sola, ha scelto di aggregarsi a chi già rappresentava gli italiani all'estero. 
Ad aprile del 2014 l'Usei - a prescindere dalla del tutto involontaria assonanza ben nota a lombardi ed emiliani - ebbe una fiammata di indesiderata notorietà per l'inserimento nel simbolo del Movimento Bunga Bunga (già depurato dei riferimenti indebiti alla Juve): alla base ci sarebbe stato un accordo - rivendicato dal creatore della lista, Marco Di Nunzio - che, grazie alla rappresentanza parlamentare della Bueno, avrebbe permesso alla lista di presentarsi alle elezioni europee - e, più avanti, alle regionali del Piemonte - senza raccogliere firme. Davanti a quella situazione il presidente Usei Eugenio Sangregorio reagì con un'azione legale, sostenendo di non avere delegato in alcun modo i rappresentanti di Bunga Bunga all'uso del simbolo (e in questo modo riuscì a far bocciare le liste con quell'emblema così particolare) Renata Bueno invece, contattata dal sito Italia chiama Italia, fu netta nelle sue dichiarazioni: "Questa vicenda non mi riguarda. Non seguo più le attività né le scelte dell’Usei perché non sono più una loro iscritta. Mi sono candidata e sono stata eletta con questo movimento ma, in seguito, mi sono distaccata, non mi riconosco in questa realtà e non li seguo più".
Oltre un anno e mezzo dopo quelle dichiarazioni, all'indomani della presentazione di IDeA, invece, la Bueno ha lasciato la componente Maie (che intanto aveva accolto i deputati transfughi di Alleanza liberalpopolare autonomie, mettendo per primo il nome di Ala) e ha fondato proprio quella dell'Usei: ha potuto farlo, in deroga alla norma che richiede una consistenza di almeno dieci deputati, perché ha dichiarato di rappresentare l'Unione sudamericana emigrati italiani, partito esistente alla data delle elezioni politiche del 2013 e che allora aveva presentato liste. Certo non poteva farlo da sola, essendo necessari almeno altri due deputati: a lei si sono uniti Aniello Formisano (che è tornato nell'Italia dei valori dopo la parentesi di Centro democratico, ma non poteva dare rappresentanza all'Idv perché quella formazione nel 2013 non aveva presentato liste proprie o con la sua "pulce" in un emblema) e l'ex Pd Guglielmo Vaccaro; l giorno dopo sono arrivati anche Vincenzo Piso ed Eugenia Roccella, altri compagni di Bueno e Vaccaro nel nuovo movimento politico. Per il momento, dunque, la componente degli emigrati italiani in Sudamerica è la casa di IDeA, sebbene Piso, Vaccaro e la Roccella (e il discorso vale pure per Formisano) siano italianissimi e tutt'altro che emigrati. Tranne che dai loro partiti di elezione, ovviamente.

giovedì 3 dicembre 2015

La Dc pronta alla campagna di Roma?

Che si voti a Roma la prossima primavera è praticamente certo. Che Alfio Marchini si candiderà a sindaco, anche; chi lo appoggerà e quali saranno i suoi concorrenti principali, è ancora dubbio. Tra i potenziali contendenti, peraltro, ne spunta uno inatteso. Non si tratta di una persona, ma di un partito, e che partito: nientemeno che la Democrazia cristiana, la quale - si assicura in un comunicato - "parteciperà alle prossime elezioni comunali di Roma con un proprio candidato, una propria lista e un proprio programma".
Come la Dc? Anzi, verrebbe da dire "quale Dc?", visti i vari tentativi di far agire quel partito che negli anni si sono succeduti. Probabilmente è più facile dire di quale Democrazia cristiana non stiamo parlando, anche se immancabilmente ognuna di quelle formazioni ritiene di essere "quella vera" o, almeno, "quella buona". La Dc che punta a Roma, dunque, non è quella di Giuseppe Pizza (della quale si sono perse le tracce da un po' di tempo, dopo il leggero bagno di notorietà del 2008 e anni seguenti), né quella che si riconosce nella segreteria del friulano Angelo Sandri, né uno dei vari comitati messi in piedi negli anni, tra gli altri, da Raffaele Cerenza, Raffaele Lisi, Giuseppe Potenza e altri. 
A puntare al Campidoglio, in questo caso, è un gruppo di persone di tutta Italia coordinate da Pellegrino Leo, già sindaco di Caltabellotta, uno che non ha mai smesso di chiamarsi "democratico cristiano". Era stato lui, nei mesi scorsi, a rivolgersi agli ultimi due Presidenti della Repubblica (Napolitano e Mattarella) per chiedere che lo scudo crociato venisse restituito all'unico partito che poteva vantarne l'uso tradizionale richiesto dalla legge. La Democrazia cristiana, appunto. 
Ma sulla base di cosa Leo chiedeva ciò e pensa oggi di presentare una lista alle amministrative di Roma? La base giuridica è sempre la stessa: la sentenza n. 25999/2010 della Corte di cassazione a Sezioni civili unite che, confermando la pronuncia n. 1305/2009 della Corte d'appello di Roma, avrebbe sostenuto che la Dc non era mai stata sciolta e aveva irregolarmente cambiato nome in Partito popolare italiano all'inizio del 1994, in mancanza di un congresso. Questo, per lui, significa che il partito che fu di De Gasperi e guidato nel 1992 da Mino Martinazzoli non solo esiste ancora, ma è diverso da ogni altro soggetto politico e, come tale, può anche concorrere per la guida della capitale. 
L'occasione è troppo ghiotta perché Leo non ne approfitti per accusare chi, negli ultimi vent'anni e oltre, secondo lui ha commesso "una ingiustizia, truffa, inganno, falsità". "La trasformazione della Dc in Ppi del gennaio 1994 - accusa Leo - è stata un’operazione illegale, contraria alla legge, allo statuto e al codice civile, un’operazione interessata di pochi, che però ha travolto quasi tutti gli iscritti e gli elettori, privati artificiosamente del loro Partito di riferimento". Tutto ciò, per mano di "alcuni leader democristiani, che avrebbero dovuto invece difenderne la storia, i valori, nonostante le difficoltà sociali che hanno caratterizzato gli anni ’90". E se "pochi hanno deciso la trasformazione della Democrazia Cristiana in Ppi e successive sigle, che negli anni si sono succedute", "molti si sono ritrovati senza Partito di riferimento ed hanno, via via, abbandonato la partecipazione alla vita politica" preferendo il non-voto, mentre "chi non ha accettato tale trasformazione ha agito in tutti questi anni, per far riprendere alla Dc la sua attività politica".
Quella delle amministrative di Roma sarebbe indubbiamente un'ottima vetrina per cercare di ridare spazio alla Democrazia cristiana e recuperare consenso tra gli elettori. Per questo, Leo e gli altri, che a tempo debito cercheranno di raccogliere le firme necessarie, hanno già preparato un programma elettorale "diverso e nuovo, perché parla al portafogli della gente". Un programma breve, senza troppi punti che si prestano inevitabilmente a restare inadempiuti. Il primo e più importante di questi, peraltro, è piuttosto ambizioso: introdurre la "stampa della moneta complementare comunale locale, come biglietto comunale a corso legale". 
L'idea sarebbe di affiancare all'euro una valuta diversa, per aiutare l'economia a riprendersi: "in Svizzera c'è il Wir, in Sardegna il Sardex, gli esempi ci sono in giro e funzionano - spiega Pellegrino Leo -. Mancano i soldi? Non è un problema, si stampano, come fanno anche altri stati. Noi possiamo costruire una valida alternativa al sistema del debito pubblico usato fin qui e che ci porterà a finire come stato". Questa moneta complementare, nell'intenzione della Dc, dovrebbe essere distribuita in particolare ad alcune categorie di persone, per poterle sostenere: innanzitutto le casalinghe ("il loro lavoro finora non è stato seriamente riconosciuto") e i disoccupati, poi i titolari di pensione minima e gli esodati, gli studenti di ogni ordine e grado e i turisti, perché possano contribuire al rilancio dell'economia.
L'assistenza alla persona sarebbe perseguita aprendo nuovi asili comunali gratuiti e lo "sportello del cittadino romano", offrendo assistenza nei confronti delle banche: "l'idea - chiarisce Leo - è di far recuperare alla gente gli interessi usurai pagati sulle varie operazioni degli istituti di credito". Si pensa poi all'ambiente, introducendo un diverso trattamento dei rifiuti umidi ("con una nuova tecnologia coreana") per ottenere concime liquido e solido, pellet e mangime e puntando di più sull'uso delle turbine per produrre energia elettrica.
Nel programma della Dc firmato Leo c'è anche il tentativo di alleviare la situazione drammatica della viabilità di Roma, istituendo corsie preferenziali per gli autobus in tutta la città, con un biglietto giornaliero che ai romani costi solo 1 euro ("i turisti li facciamo girare gratis") e, soprattutto, chiudendo le buche e pulendo i tombini ("perché, se non lo fai, che ci stai a fare come sindaco?").
Sono questi i punti fondamentali del programma della Dc, con cui il gruppo coordinato da Pellegrino Leo cercherà di farsi conoscere e raccogliere le firme, nella speranza di partecipare alle elezioni. Sono certi di riuscirci? "Io la battaglia la faccio - conclude Leo - e la porto avanti, per dire che la Democrazia cristiana c'è ed è viva: troppa gente si fa prendere dalla tentazione di dire che la Dc è morta o non c'è più spazio per lei. E' ora di dimostrare che non è così". Anche per questo, nel comunicato sfodera per la prima volta da anni lo scudo crociato della Dc del 1992, l'ultimo davvero utilizzato dal partito prima della trasformazione in Ppi: non lo avevano utilizzato né Pizza, né Sandri, né Duce, né Gianni Fontana, né i vari altri tentativi di "risvegliare" la Dc. Un dettaglio da poco, all'apparenza, ma un segno di continuità voluta e ricercata: almeno questo va riconosciuto.

mercoledì 2 dicembre 2015

L'IDeA di Quagliariello che nacque tricolore

Potrebbe essere così
l'IDeA tricolore originale
L'IDeA di Quagliariello? Era gia abbastanza concreta il 3 novembre, quando il primo nucleo del simbolo era stato depositato all'Ufficio italiano brevetti e marchi. La notizia è emersa oggi, nel giorno in cui lo stesso Gaetano Quagliariello e Corrado Passera hanno annunciato in una conferenza stampa il loro percorso comune: il primo passo, l'ingresso dell'ex Pd Guglielmo Vaccaro (tra i fondatori di IDeA) nella direzione nazionale di Italia unica, diventandone speaker parlamentare alla Camera per portare le istanze del partito in aula (al Senato lo stesso compito se l'è assunto Quagliariello).
Se però la stampa ha conosciuto ufficialmente IDeA il 25 novembre, i movimenti erano iniziati molto prima. Lo testimonia il deposito di una richiesta di registrazione come marchio di un emblema da parte di Diana Fabrizi, membro del Consiglio nazionale degli studenti universitari e assistente dell'ex coordinatore di Ncd. Il nome del movimento legato al fregio, guarda caso, era proprio Idea - Identità e azione.
A cambiare, in realtà, era la grafica: se a fine novembre era stato presentato un tondo bianco, leggermente ombreggiato, con l'acronimo arancione di IDeA e il nome per esteso in nero, all'inizio del mese la descrizione che era stata depositata - non è al momento disponibile l'immagine della grafica presentata - era almeno in parte diversa. In base al database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, quello depositato dalla Fabrizi dovrebbe essere "un simbolo circolare all'interno del quale sono scritte la parola 'idea' in grassetto corsivo minuscolo di colore bianco sulla linea immaginaria del diametro e le parole 'identità e azione' (su due righe) in stampatello maiuscolo di colore bianco al centro della metà inferiore del simbolo stesso. Lo sfondo del simbolo è di colore verde nel semicerchio superiore e di colore rosso nel semicerchio inferiore".
L'AdnKronos, che ha dato la notizia del "precedente tricolore", ha parlato di un "simbolo provvisorio che serviva a depistare eventuali curiosi". E' probabile, in realtà, che - curiosi a parte - servisse soprattutto "prenotare" il testo del nome (in effetti non modificato) e una grafica sommaria, magari da rivedere in seguito: dopotutto, quello dell'ex ministro per le riforme del governo Letta non si pone come un partito e poteva esserci meno urgenza di tutelare anche la soluzione grafica definitiva. Anche se, bisogna ammetterlo, di estro e fantasia grafica nell'emblema di Quagliariello si avverte un po' la mancanza.