lunedì 23 gennaio 2017

Palermo, il simbolo "fantasma" del Pd diventa un caso nazionale

Che da un po' di tempo a questa parte i simboli dei partiti abbiano iniziato a sparire dalle schede delle elezioni amministrative è ormai un fatto: l'estate scorsa, in un suo articolo per la Repubblica, Tommaso Ciriaco aveva notato che la percentuale di comuni al voto solo con liste civiche, senza nemmeno un emblema di partito, era pari al 65,2%. Nelle città più grandi il fenomeno è ovviamente più raro, ma non poteva non destare scalpore l'eventualità che a Palermo il Partito democratico potesse valutare realisticamente l'ipotesi di presentare una lista, senza però schierare il proprio contrassegno tradizionale. 
Le ragioni per una scelta tanto drastica sembrano essere essenzialmente due: da una parte l'incapacità di mettere in campo un proprio candidato credibile e realisticamente in grado di vincere, dall'altra la possibilità tutt'altro che remota di sostenere (anche se i rapporti in passato sono stati tutt'altro che buoni) la ricandidatura di Leoluca Orlando, il quale però non avrebbe gradito vedere il simbolo della accanto a quelli della sua coalizione che si sta via via delineando. 
A mettere sul tavolo concretamente la possibilità di lasciare da parte il simbolo è stato, il 16 gennaio, addirittura il sottosegretario Davide Faraone, con una sua dichiarazione difficile da equivocare: "Il dialogo [con Orlando] è in corso, ma non deve sbocciare per forza. Potrebbe anche interrompersi, tutto può accadere. Al momento è un percorso avviato. Ma non dobbiamo rischiare di fare accadere ciò che è successo a Torino, ecco perché dobbiamo vincere con un unico candidato con il 40,1 per cento. La forza principale del centrosinistra ha il dovere di costruire un percorso unitario, anche rinunciando a qualcosa". A chi gli chiedeva se questo qualcosa potesse essere il logo dem, Faraone ha risposto: "Non è un problema di simboli, a noi interessa presentare alle amministrative di Palermo un unico candidato del centrosinistra perché vogliamo vincere, non possiamo lasciare Palermo ai Cinque stelle, dobbiamo lasciare da parte gli egoismi". 
L'ipotesi di sostenere Orlando senza il proprio marchio politico, tuttavia, ha provocato un'alzata di scudi da parte di persone di rilievo all'interno del partito, così come all'interno della base. Tra i primi a mettersi di traverso, il deputato palermitano dem Giuseppe Lauricella che, senza mai fare il nome di Faraone o di altre persone a lui vicine, non ha usato mezzi termini: "Pensare di trovare a Palermo un accordo di centrosinistra senza presentare il simbolo del Pd sarebbe un atto di resa, oltre che di mortificazione, per un partito che rappresenta la forza politica maggiore nazionale. Certamente, non sarebbe quel modello di cui alcuni dirigenti Pd artatamente parlano, da proporre in seguito a livello regionale e nazionale, perché non credo che alle prossime elezioni regionali e tanto meno alle prossime nazionali il Pd possa presentarsi senza simbolo; in realtà, qualcuno sta barattando il simbolo Pd con spazi politici personali nella futura amministrazione comunale di Palermo. Purtroppo, sono gli stessi che si candidano a rappresentare il Pd e i siciliani alle prossime elezioni regionali".
Che si rischi lo scollamento tra partito ed elettorato, come teme Lauricella, lo dimostrerebbe la "lettera aperta" che ieri un gruppo di dem palermitani - #orgogliopd, primi firmatari Fabio Teresi, Carmelo Greco, Antonio Ferrante, Federica Tarantino e Ruggero D'Amico - ha deciso di inviare al segretario Matteo Renzi: 

Caro Segretario, ti scriviamo questa lettera aperta perchè crediamo che in un momento così difficile per il nostro partito che si appresta ad affrontare le amministrative di Palermo, anche un tuo diretto intervento sia necessario perchè il Pd possa giocare un ruolo da protagonista e così ripartire da una delle più importanti città del Sud Italia. Essere militanti del Pd per noi significa mettere la faccia sempre e comunque, soprattutto nei momenti più difficili dove il nostro orgoglio e il nostro spirito di appartenenza e l’amore per la nostra città devono prevalere su ogni tatticismo o interesse di parte. Per questa ragione siamo intervenuti pubblicamente per rivendicare la necessità che il Pd si presentasse con il proprio simbolo senza abdicare ad un "civismo senza anima" in nome dell'unità del centrosinistra. Da attivisti impegnati da anni per la nostra città siamo consapevoli dell’importanza di unire le forze che con noi condividono gli ideali del riformismo provando a ricomporre il centrosinistra e costruire un campo largo capace di frenare l'avanzata populista o di un centrodestra che nella nostra città ha lasciato ferite di mal governo assai profonde. Ma il raggiungimento di tali obiettivi non può passare dal progressivo smantellamento di quello che dovrebbe essere il partito aggregante della coalizione e che oggi invece,nella quinta città d’Italia, viene considerato mero comprimario o addirittura scomoda zavorra. [...] Va bene il centro sinistra allargato ai moderati, va bene Leoluca Orlando ma tutto ciò con il rispetto che la più grande forza politica del paese merita. Chi sceglie di lottare può vincere o perdere, chi si arrende o si nasconde semplicemente ha fallito e non sarà mai in grado di cambiare davvero le cose. E noi vogliamo cambiarle.
E che quella del simbolo a Palermo rischi di diventare una questione nazionale lo dimostra la dichiarazione di oggi di Enrico Rossi, presidente della regione Toscana, ma soprattutto autocandidatosi da tempo alla segreteria del Pd: "Secondo me hanno ragione gli amici e i compagni che chiedono di non rinunciare al simbolo del Pd alle prossime elezioni di primavera per il Comune. Senza il nostro simbolo in una delle più importanti città italiane questo progetto, che considero fondamentale per il Paese, subirebbe un colpo significativo. Il simbolo è ciò che tiene insieme e unisce una comunità. Rinunciarvi sarebbe a mio parere un gesto suicida e per tanti compagni e amici anche fuori dalla Sicilia un'ulteriore umiliazione, che rischia di portare acqua solo al mulino dell'antipolitica e della retorica anti partito come origine di tutti i mali". Per Rossi Orlando, persona degna di stima, potrebbe porre condizioni sul programma, sugli ideali da perseguire e sulle qualità dei candidati, ma non sui simboli da mostrare; d'altra parte, il presidente della Toscana non condivide neppure "coloro che nel Pd con troppa facilità sostengono che l'importante è vincere e che i simboli vengono dopo. Noi abbiamo bisogno di un partito popolare e strutturato, con una forte identità, un radicamento saldo tra i ceti popolari e un programma di cambiamento per Palermo, per la Sicilia e per il Paese". Come dire: i simboli non si toccano e non si accantonano al bisogno, casomai bisogna essere degni di portarli.

domenica 22 gennaio 2017

Sinistra comune, con Orlando per re-immaginare Palermo

Il simbolo votato ieri mattina
Si avvicina il tempo per le elezioni amministrative a Palermo e il sindaco uscente, Leoluca Orlando, che aprirà la sua campagna elettorale per il mandato di riconferma (in caso di vittoria sarebbe il quinto, anche se ovviamente i precedenti non sono stati consecutivi), può già contare sul sostegno sicuro di una lista messa in campo dalle forze di sinistra. Al progetto si lavorava da mesi, ma ieri il gruppo che raccoglie Sinistra italiana, Rifondazione comunista, L’Altra Europa, come pure movimenti ambientalisti e di altra natura, reti associative operanti sul territorio e non pochi singoli, si è riunito a Palazzo Cefalà e si è dato un nome, un manifesto e un simbolo, ufficializzando il loro impegno a favore del nuovo mandato di Orlando. 
Il gruppo di lavoro, pronto a tradursi in una lista, si chiama Sinistra comune, senza connotazioni territoriali nel nome, ma con due parole di sicuro richiamo identitario: la parola "comune", tra l'altro, sembra riferirsi tanto all'obiettivo di prendersi cura del comune (e della città come "bene comune") e di entrare in municipio, quanto all'impegno a tenere insieme forze diverse, non sempre concordi nella loro azione pur essendo piuttosto omogenee, innanzitutto nel loro ritenersi "di sinistra".
Ciò emerge anche da una nota emessa a margine dell'incontro di ieri: "Sinistra comune - si legge - nasce dopo un lungo e faticoso lavoro, iniziato circa due anni fa, perché riteniamo che in Sicilia sia necessario costruire una forza di alternativa che passi da una nuova idea di governo delle città, capace di legare la visione globale al progetto locale. [...] pensiamo che a Palermo sia necessario uno sforzo che metta insieme le forze politiche della Sinistra e le tante e varie esperienze di civismo democratico presenti sul territorio [...]. L’insieme di soggettività plurali, che animano già la nostra città, è stato, infatti, decisivo per cominciare un cammino che non solo guardi alle prossime amministrative, ma sappia anche andare oltre, costruendo una soggettività politica di Sinistra. Non è stato facile ma, mettendo da parte i vecchi rancori, ce l'abbiamo fatta, perché abbiamo capito che uniti possiamo essere una forza determinante". 
I simboli in gioco (foto di Gaspare Semprevivo
- grazie a Maruzza Battaglia per l'indicazione)
Per contrassegnare davvero un percorso unificante, probabilmente, l'emblema votato in maggioranza dagli oltre 200 presenti di questa mattina - tra tre possibili opzioni - non contiene falci e martelli o altri simboli tradizionali della sinistra: a farla da padrone, in ogni caso, è il colore rosso, che tinge (ovviamente) la parola "Sinistra" e la parte superiore del cerchio di sfondo. In quel semicerchio, un po' obliquo, trova posto la S di "Sinistra" (stavolta bianca, per farla risaltare sullo sfondo) e, al fianco, una X gialla tendente all'arancione, stile pennellato, un po' per ricordare la croce del voto (e, visto il colore e le dimensioni, non c'era alcun rischio di confonderla con il segno della matita copiativa), un po' per far leggere Sx (come abbreviazione di "Sinistra") e un po' per evocare il concetto di "per", del lavoro e dell'impegno a favore di Palermo.  
C'era soddisfazione tra i partecipanti - compresi il deputato di Sinistra italiana Erasmo Palazzotto, l'assessore uscente alla mobilità Giusto Catania e il segretario provinciale del Prc Vincenzo Fumetta - per essere arrivati a definire l'identità e i segni per individuare questo percorso comune. Del resto, la prima scelta qualificante aveva riguardato il tempo e il luogo della riunione di ieri: "I simboli sono importanti – scriveva su Facebook Catania - Non è un caso che, per presentare il simbolo e il manifesto della Sinistra Unita palermitana, abbiamo scelto luogo e data simbolici. A Palazzo Cefalà, nel maggio del 1893, si svolgeva il congresso fondativo del Partito socialista dei lavoratori italiani e del Movimento dei fasci dei lavoratori siciliani; il 21 gennaio del 1921, a Livorno, nasceva il Partito comunista italiano".
Il progetto è ambizioso, non certo al ribasso: "Vogliamo provare a ripensare la nostra città - continua la nota precedente - osservando anche tutti i limiti che vorremmo contribuire a superare e le potenzialità ancora inespresse. E re-immaginare Palermo vuol dire, innanzitutto, ripartire dalla comunità, affidandole il potere decisionale, l’organizzazione dello spazio urbano, la bellezza dei luoghi da difendere e valorizzare, la promozione e lo sviluppo di forme di mutualismo e welfare dal basso".
Tutto questo, per chi ha dato vita all'iniziativa, può essere fatto a fianco di Orlando, che avrebbe lavorato bene fin qui, ma non in collaborazione con il Pd, soprattutto dopo le ipotesi dei giorni scorsi, che ritenevano plausibile un sostegno dem al sindaco uscente, ma senza simbolo di partito. Se per Palazzotto, al di là dei simboli, conta il fatto che "Noi non condividiamo con i democratici né idee né programma. Privatizzazioni e disattenzione per le classi più deboli, iniziative e atteggiamento costante dei dem al governo, non ci appartengono. E poi come si può pensare di riunire il centrosinistra quando a livello regionale e nazionale il Pd va a braccetto con un partito che si chiama Nuovo centrodestra?", per altri i dem sono semplicemente "ospiti non graditi" e su questo chiederanno garanzie a Orlando. Il percorso, in ogni caso, è iniziato e chissà che, da Palermo, l'idea di camminare insieme a sinistra non si estenda anche altrove... 

venerdì 20 gennaio 2017

Come far nascere un simbolo... a Mercatello sul Metauro (di Tommaso Gentili)

Di storie "simboliche" da raccontare ce ne sono tante: tutte queste hanno un loro valore, nessuna ne è priva. Ho cercato di dimostrarlo negli anni, raccontando anche tante vicende all'apparenza "minori", dando loro spazio e non certo solo come "tappabuchi", come riempitivo per i giorni in cui i partiti e i politici nazionali non inventano nulla di interessante. Certo, io posso limitarmi a raccontare quello che vedo e quello che altri hanno scritto in Rete o mi hanno trasmesso; ognuno, però, se vuole, può raccontare la sua storia. 
Oggi lascio la parola a Tommaso Gentili, lettore di questo sito, che mi aveva scritto per suggerirmi un argomento e mi disse di aver conosciuto I simboli della discordia quando era toccato a lui elaborare un emblema per le elezioni amministrative al suo paese, in provincia di Pesaro e Urbino. Incuriosito, gli ho proposto di raccontare direttamente quella storia: lui ha accettato, dunque eccoci qui a leggere di quell'avventura...

Nel 2014 il piccolo paese di Mercatello sul Metauro fu chiamato alle urne per il rinnovo di sindaco e consiglio comunale, arrivati a naturale scadenza. Per la prima volta accadde di vedere ben tre liste in campo per un paese di appena 1400 abitanti. Ciò accadde perché un membro dell’amministrazione uscente aveva deciso di prendere una strada autonoma proponendo una propria lista.

Io ero entrato nella consiliatura uscente a metà mandato, sui banchi dell'opposizione. In quel momento ero studente fuori sede a Firenze, a oltre due ore di auto, sebbene tornassi a casa ogni weekend. Non vedendo possibilità migliori, decisi di candidarmi a sindaco con una lista civica incentrata su ambiente e beni comuni, ma senza iscritti a partiti, per avere maggior libertà decisionale. 

Il nome della lista, Mercatello Insieme, fu deciso dalle prime persone che aderirono alla lista. A me toccò l’onere e l’onore della scelta del simbolo. L’idea fu semplice e quasi immediata: dimostrare che, in caso di vittoria, tutte le decisioni dell’amministrazione sarebbero state prese nel palazzo comunale, senza ingerenze partitiche o di altro tipo. Il palazzo municipale sarebbe stato il simbolo della lista: un edificio simmetrico costruito alla fine del 1800, per la cui costruzione (assieme a quella dell’antistante piazza) vennero abbattuti una serie di edifici, tra i quali la casa del padre di Ferruccio Parri. 
Ma come rappresentare il palazzo comunale? A questo punto mi venne in aiuto Marco Bartolucci, grafico e architetto, nonché mio compaesano e coinquilino durante gli anni degli studi di architettura a Firenze, che mise giù un disegno stilizzato del municipio. L’idea era quella di creare una sorta di 3D dell’edificio e Marco riuscì a dare profondità al simbolo ponendolo leggermente di traverso e sfalsando le ombre create dalle volte dell’edificio, portandole più avanti rispetto allo stesso. 
Prima bozza del simbolo

La scelta dei colori fu un rimando allo stemma comunale rosso e blu, sebbene con tonalità diverse. Scelsi un rosso pompeiano (come riportato anche nella descrizione del simbolo durante la presentazione delle liste) e un blu, con tonalità tendenti all'azzurro e al viola, per il tetto (molto “alternativo” a dire il vero. Dietro al palazzo due colline verdi, o per meglio dire, due piccole montagne, visto che stiamo nel cuore dell’Appennino, per ribadire la centralità dell’ambiente. 
La font invece fu abbastanza classica, per dare un tono rasserenante al simbolo.
Il giorno delle elezioni mi accorsi che la scheda elettorale era blu anziché celeste. Aggiungendo a ciò il fatto che il simbolo fosse stato stampato più scuro di quanto previsto, risultò meno appariscente degli altri due, ma di sicuro non fu per questo che perdemmo.
Tommaso Gentili

mercoledì 18 gennaio 2017

Una nuova Idea (con nuovo simbolo) per far ripartire il centrodestra

Il 13 gennaio, dunque cinque giorni fa, si può dire che abbia rappresentato un nuovo inizio per Idea, la formazione voluta e guidata da Gaetano Quagliariello. Si dovrebbe votare nel 2018, ma il partito non può certo pensare di limitarsi ai parlamentari su cui ora può contare (oltre all'ex ministro per le riforme, Carlo Giovanardi, Eugenia Roccella, Andrea Augello, Luigi Compagna, Guglielmo Vaccaro e Vincenzo Piso), senza cercare di mettere radici nei territori. Poteva cercare di aprire circoli o sezioni città per città; ha invece preferito cercare di coinvolgere nel progetto gruppi già esistenti e presenti nelle istituzioni locali, cercando di preparare così la propria presenza in tutta l'Italia. Nell'incontro tenuto nella sala del Refettorio - nel palazzo che ospita la biblioteca della Camera - e nei giorni successivi, Quagliariello al momento sarebbe riuscito a raccogliere una cinquantina di movimenti, liste civiche e associazioni territoriali, con oltre 300 amministratori locali sparsi in tutte le regioni, tranne Valle d'Aosta e Liguria.  
Quello concluso nei giorni scorsi è stato qualificato come un "patto di federazione" con Idea: i soggetti locali, in particolare, manterrebbero "a livello territoriale tutta la loro autonomia - ha spiegato Quagliariello - devolvendo a un vertice comune la loro rappresentanza nonché la ricerca di una più ampia politica di alleanze". Alcuni dei gruppi che hanno risposto all'appello di Idea sono particolarmente nutriti: è il caso, ad esempio, di Cuori italiani, progetto politico legato ad Andrea Augello che propone nel simbolo il tricolore formato dai tre cuori stilizzati e che, al momento, nel Lazio può contare addirittura su circa 150 amministratori, decisamente la compagine più grande.
Non va comunque sottovalutato l'apporto di altri soggetti politici. Eloquente è l'esempio di Noi Centro, formazione legata a Massimo Ferrarese, ex presidente della provincia di Brindisi, alla quale si riconduce pure l’attuale sindaca della stessa città, Angela Carluccio. Il partito è stato fondato nel 2010 - nato "dall'esigenza - si legge nel sito - di dare una risposta ai bisogni di un Sud ed una Italia in difficoltà" e con lo sguardo volto "verso il Partito della Nazione, la grande forza che dal centro condurrà l’Italia verso un domani migliore" - e si distingue graficamente con un sole senza raggi, che sorge da un mare piuttosto placido (setting poco socialdemocratico quindi); l'emblema denota una certa cura grafica (si vede anche, per dire, un uso studiato delle luci e dei riflessi, come se l'emblema fosse coperto da un vetro). 
Tra gli emblemi che da qui in avanti faranno riferimento a Idea, anche Verona domani, formazione guidata dal consigliere regionale Stefano Casali, già capogruppo in Regione legato a Flavio Tosi, ma allontanatosi dall'attuale sindaco di Verona e probabile aspirante sindaco nella stessa città. L'emblema scelto dalla formazione è dominato dal Ponte Pietra, un segno evidente del territorio veronese, così come sono scaligeri i colori giallo e blu; decisamente originale è un particolare della grafica attualmente in uso, che "ripiega" all'indietro una parte della circonferenza per creare la V di "Verona" (una soluzione certamente interessante, che però non potrebbe essere ripresa in un contrassegno elettorale, dovendo il cerchio comprendere tutti gli elementi). 
Non va lasciato da parte nemmeno Umbria Next, movimento guidato dal consigliere regionale Sergio De Vincenzi, nato il 4 dicembre 2015 e diffusosi via via in tutta la regione. La prima assemblea regionale, tenutasi il 14 gennaio 2017, giusto il giorno dopo l'incontro romano di Quagliariello, è servita appunto ad aderire al patto federativo con Idea, "nell'ottica del rispetto dell'autonomia locale e di un'alternativa cristianamente laica e liberale alla sinistra". Una curiosità: accanto all'emblema (poco originale, con un romboide verde e due bande rosse su fondo bianco e all'interno di una spessa circonferenza blu) non si può non notare la sigla TM, che starebbe per marchio registrato; in effetti, però, cercando nel database dei marchi si scopre che la richiesta di registrazione riguarda solo il nome e, in ogni caso, la domanda risulta "registrabile", senza che il titolo sia stato rilasciato.
L'idea (anzi, Idea) di Quagliariello era di mettere in campo il suo piccolo partito "per coltivare la grande ambizione di contribuire alla costruzione di un forte e ampio partito di centrodestra", sperando di riuscire a mettere in piedi una coalizione "che ambisca a governare questo Paese, nella chiarezza del confronto e nella ricerca di sintesi comuni", mentre continuare ad avere un centrodestra diviso tra particolarismi porrebbe "le premesse perché si ripeta ciò che accadde a Weimar, laddove le cosiddette forze centrali non avevano insieme la maggioranza del Paese e le estreme erano tra loro incoalizionabili".
E mentre il partito si prepara alle assemblee provinciali (da svolgersi dopo il 31 marzo, almeno nelle province in cui sarà stato raggiunto "il numero previsto di iscritti secondo un criterio legato alla popolazione territoriale"), qualcuno si è reso conto che il simbolo era già cambiato da alcune settimane, all'incirca dalla metà dello scorso dicembre. Via il nome "Identità e azione", è rimasta solo la sigla, sempre arancione, tranne che per la "e", bianca sul nuovo fondo blu scuro, ma sempre minuscola: continua infatti a fare da congiunzione, stavolta nell'espressione Popolo e libertà. A prima vista sembrerebbe una riedizione (senza tricolore) del Pdl berlusconiano, in cui ha militato lo stesso Quagliariello; riflettendoci un po', in realtà, il ritocco sembra piuttosto un modo per dare maggiore visibilità all'esperienza dei Popolari liberali di Carlo Giovanardi (anch'egli ex Pdl), che dunque avrebbero pari dignità grafica all'interno dell'emblema.
Nel frattempo, però, chi ha buona memoria potrebbe anche ricordare che la parola "Idea" ben in vista in un emblema - peraltro a fondo blu - c'era già stata. Bisogna tornare indietro al 2010, quando alle elezioni regionali del Veneto a sostegno di Giuseppe Bortolussi era stata presentata anche una lista "verde": il sole che ride (in quel caso rosso a fondo giallo, con la scritta "Nucleare? No, grazie" che riprendeva quella delle origini) era stato piazzato su un cerchio color carta da zucchero con la parola "idea" tutta minuscola, piuttosto visibile. In quel caso la sigla significava "Italia democratica etica ambientalista"; ironia della sorte, nella stessa tornata elettorale Idea era apparsa anche in Basilicata, ma in quel caso era acronimo di "Insieme democrazia economia ambiente". L'Idea di Quagliariello, insomma, non era proprio nuovissima, ma è stato fortunato, perché nessuno se n'era accorto... 

martedì 17 gennaio 2017

Italia popolare, il nome che Ncd non potrà usare

Che il nome del Nuovo centrodestra non fosse particolarmente gradito a buona parte degli aderenti al medesimo partito, e forse allo stesso Angelino Alfano, era cosa che si poteva indovinare da mesi: lo proverebbero, per esempio, la rapida adozione del nome di Area popolare (che in un primo tempo doveva servire solo per denominare il cartello con l'Udc) e il deposito - a nome dell'attuale ministro degli esteri - di svariati marchi, ciascuno dei quali poteva presentarsi come alternativa all'etichetta attualmente in uso. Questa volta però "la svolta sarebbe davvero imminente", come ha scritto ieri Il Tempo, dando per probabile l'adozione del nome "Italia popolare": un'etichetta che, tuttavia, risulta già occupata da anni, a scapito di chi ha cercato di farla propria.
In particolare, nell'articolo firmato da Carlantonio Solimene, si legge che:
A militanti esponenti del partito Alfano dovrebbe proporre a giorni di cambiare la sigla o in Area popolare (come attualmente si chiamano i gruppi parlamentari alla Camera e al Senato) o in Italia popolare. Quest'ultima ipotesi è data in una posizione visto che Ap simboleggia un accordo politico - quello con l'Udc - che all'atto pratico non ha dato esiti elettoralmente soddisfacenti ed è già in via di disfacimento. In ogni caso ci sarà l riferimento al Partito popolare europeo, nel quale gli alfaniani si riconosceranno senza le sbandate "populiste" di alcuni cugini di Forza Italia.
Qualche fondamento la notizia potrebbe ben averlo, visto che - tra l'altro - tra i segni distintivi depositati a nome di Alfano c'era anche proprio la grafica attuale con la dicitura "Italia popolare". Quella domanda di marchio, però, risulta ancora non assegnata, dunque non si può dire tecnicamente che Alfano disponga di quell'emblema con certezza. 
Al contrario, qualcuno è sicuro che quel nome il Nuovo centrodestra non possa proprio utilizzarlo. "Corre l'obbligo di ricordare che Italia popolare è stata fondata nel 2004 e ha come suo presidente il sen. prof. Alberto Monticone, come presidente onorario l'on. Gerardo Bianco e una struttura territoriale popolare che l'ha vista partecipare a competizioni elettorali locali (in Piemonte e in Campania) con simbolo del gonfalone popolare registrato dall'associazione dei Popolari di Moncalieri (Torino), in particolare con programmi aventi al centro la famiglia ex art. 29 della Costituzione, oltre che alla campagna referendaria a difesa della Costituzione stessa, 'programma di un popolo', per riprendere le parole di La Pira". A parlare è Giancarlo Chiapello, responsabile piemontese e organizzativo nazionale di Italia popolare (quella di Monticone). L'emblema, parente stretto di quello che Guido Bodrato nel 1995 schizzò per la parte di Ppi che aveva "sfiduciato" Rocco Buttiglione preferendogli Bianco, è stato depositato nel 2006 e registrato quattro anni dopo (la versione depositata come marchio, tuttavia, non contiene la dicitura "Italia popolare"). 
Chiapello, peraltro, ha già dovuto combattere per difendere la titolarità di quel nome e il primo scontro era stato con il peso massimo possibile, Silvio Berlusconi: non appena i media, all'inizio del 2011, fecero sapere che l'allora Presidente del Consiglio pensava di usare per il suo partito la denominazione "Popolari", come riferimento italiano al Partito popolare europeo, Monticone e Chiapello dichiararono immediatamente che quella parola era già occupata; tempo qualche giorno e del progetto di Berlusconi non si parlò più. Un avvertimento simile toccò a Mario Mauro, quando volle costituire i Popolari per l'Italia: attraverso contatti informali, i fondatori del nuovo partito furono avvertiti che altri Popolari esistevano già da prima e non si erano mai sciolti; Mauro decise di andare avanti comunque, ma il nome non dovette portargli fortuna più di tanto.
Nel mezzo tra i due episodi, in compenso, si colloca il caso più interessante: all'inizio di dicembre 2012, Gianni Alemanno organizzò una manifestazione intitolandola Italia popolare e più di qualcuno era pronto a giurare che l'allora sindaco di Roma fosse pronto a chiamare proprio Italia popolare un suo nuovo movimento. Anche in quell'occasione, Chiapello ricordò in una nota che il nome era già in uso: "si ritiene dunque opportuno per evitare confusioni diffidare chiunque dall'utilizzo di tale denominazione, in particolare da parte di chi è ben lontano dalla tradizione politica del popolarismo, che mai ha assunto connotazioni o interpretato posizioni di destra". Anche in quel caso, Alemanno non utilizzò più quel nome, creando invece Prima l'Italia (altra etichetta non originale, essendo stata usata come slogan nel 2012 dal Pd e vent'anni prima dalla Dc).
"Come ricordato negli anni precedenti a Berlusconi, Alemanno e Mauro - prosegue oggi Chiapello nella sua nota - il nome 'Italia popolare' appartiene a un movimento il cui statuto è depositato presso un notaio romano; oggi tocca ricordarlo all'on. Angelino Alfano, fondatore del Nuovo centrodestra". Chiapello (come Monticone e vari altri) nel 2002 aveva scelto di "restare popolare" anche quando il Ppi aveva scelto di sospendere la sua attività per confluire nella Margherita: Non stupisce, dunque, che lui voglia difendere la storia di quei "cattolici democratici che hanno ritenuto, attraverso Italia popolare, di conservare e rinnovare la presenza e l'impegno politico e culturale del Partito popolare italiano all'indomani del suo congelamento". 
Non c'è ovviamente certezza che il Nuovo centrodestra scelga proprio di chiamarsi Italia popolare, del resto tra gli emblemi depositati all'Ufficio italiano brevetti e marchi c'erano varie altre versioni; per Chiapello, in ogni caso, è meglio essere prudenti e mettere le cose in chiaro dall'inizio: "Si invitano pertanto Ncd e l'on. Alfano, suo presidente - si legge alla fine della nota - a desistere dall'intenzione di perpetrare un sopruso verso un movimento esistente, i cui membri non possono che trovarsi oggi impegnati per ricostruire una nuova stagione di presenza dei cattolici in politica per superare l'attuale afonia, che troppi politici hanno accompagnato, riprendendo le parole di don Primo Mazzolari: 'né a destra, né a sinistra, né al centro, ma in alto', fuori da geometrie troppo variabili e ormai troppo vecchie". Basterà questo a far tramontare anche quest'ipotesi di usare un "nome" molto ambito, specie nel centrodestra?

lunedì 16 gennaio 2017

I Cattolici liberali, ovvero Michelangelo prima di Sgarbi

Che poi, a bocce ferme, le rotelle si rimettono in moto e si cerca di recuperare le puntate perdute. Per esempio, una volta passati lo stupore e l'emozione per il nuovo (e forse non ultimo) simbolo di Vittorio Sgarbi, che per il suo Rinascimento ha voluto il dettaglio più famoso della Creazione di Adamo di Michelangelo, tratto direttamente dalla Cappella Sistina, ti viene in mente (o c'è chi ti suggerisce) che quelle due dita che stanno per sfiorarsi, nell'attimo che precede la trasmissione della vita, qualcuno aveva già avuto l'idea di utilizzarle come emblema politico qualche anno prima, ma l'uso era stato talmente fugace da non lasciare quasi traccia.
A quel punto si va a scartabellare un po' per aiutare la memoria a ricordare, finché - eureka! - la risposta che si cercava appare davanti agli occhi. Perché già in una delle prime elezioni suppletive per la Camera dei deputati - tra il 1994 e il 1995 - tra i contrassegni depositati appare quello dei Cattolici liberali. E le dita che si sfiorano sono proprio quelle, prese giusto da un po' più vicino; a emergere più di ogni altra cosa, tuttavia, è la precarietà del simbolo, disegnato anche con una certa cura, ma da tre pennarelli in tutto. Tocca a loro stendere il verde e il rosso della bandiera italiana sul fondo (in modo irregolare e frastagliato) e tracciare in blu il contorno delle mani, la circonferenza e la scritta in maiuscolo inclinato (evidentemente senza un normografo). 
I Cattolici liberali erano legati ad Alberto Michelini, giornalista, già volto noto del Tg1: nella XII legislatura fu eletto a Montecitorio con il Patto Segni, ma al momento della scelta dei gruppi si iscrisse semplicemente al misto, senza aderire alla componente dei pattisti (al pari, per dire, di Giulio Tremonti ed Ernesto Stajano). Già in quell'occasione, appunto, creò i Cattolici liberali, un movimento - lo spiegò lo stesso Michelini alla prima convention nazionale del partito tenutasi quasi un anno dopo, il 24 febbraio 1995 - che poneva "al centro della propria azione la persona e le sue libertà; valori comuni a laici e cattolici", convinto che gli alleati dovessero essere cercati "sulla base delle affinità ideali e culturali con l'obiettivo di raggiungere un'unità sui valori" (senza per questo rifare la Dc o qualcosa di simile).
A livello parlamentare, in realtà, i Cattolici liberali non ebbero mai visibilità diretta: Michelini, infatti, già a dicembre del 1994 contribuì a creare alla Camera il gruppo dei Federalisti e liberaldemocratici, che alle elezioni suppletive del 9 aprile 1995 - quelle indette per stabilire chi dovesse subentrare a Emma Bonino, nuova commissaria europea - finirono persino sulle schede, accanto al nome di Giovanni Negri, candidato "imposto" al centrodestra dalla Lista Pannella - Riformatori (ma sconfitto da Giovanni Saonara). 
Che quella compagine fosse lontana, lontanissima dall'essere un partito, lo dimostrava il simbolo, uno dei più bianchi e più anonimi di sempre; in seguito, all'inizio del 1996, si sarebbe tentato di mettere in piedi i Federalisti liberali, con il loro elefante tricolore simil-repubblicano, ma i tempi non erano maturi. 
Nel frattempo, il 10 ottobre 1995, Michelini aveva annunciato la confluenza dei Cattolici liberali in Forza Italia: da quel momento il simbolo con le mani michelangiolesche non si vide più sulle schede, dopo aver partecipato a un numero ridottissimo di competizioni elettorali, nemmeno troppo visibili. Chissà se Sgarbi - che nel 1994 aveva presentato un suo emblema, SI con Sgarbi, con cui poi avrebbe tentato di contestare i Socialisti italiani di Enrico Boselli sull'uso della sigla "Si" - ricordava quel fugace precedente, quasi da meteora, anche solo per distaccarsene nettamente mentre faceva progettare il simbolo per il suo nuovo progetto politico... 

Grazie a Mario Cinquetti per avermi ricordato questo episodio.

domenica 15 gennaio 2017

Progetto X, un percorso democratico in Movimento

"Un percorso, una proposta organizzativa, il risultato di un laboratorio di idee"; "una organizzazione libera, egualitaria, laica, democratica e aperta; un'organizzazione politica di persone fondata sul principio della libertà, dell'eguaglianza, della solidarietà, dell'ecologia e della non violenza". Con queste parole si definisce, in alcuni dei suoi documenti fondativi - rispettivamente le FAQ per chiarire e la Carta dei principi - la comunità di Progetto X. Si tratta di una realtà che da qualche mese sta operando per strutturarsi e per nascere "ufficialmente" su scala nazionale, anche se i primi passi li ha mossi ormai due anni e mezzo fa e la vita non è stata delle più semplici. 
Se probabilmente in molti non conoscono ancora il nome di Progetto X, i compulsatori seriali delle composizioni dei gruppi parlamentari certamente conoscono Movimento X, che del Progetto può dirsi il primo nucleo. Al momento a quell'etichetta è legata solo la senatrice Laura Bignami, mentre in un primo tempo nel gruppo misto rappresentavano la componente - che in realtà a Palazzo Madama non esiste, ma ci torneremo - anche altri eletti al Senato (Alessandra Bencini, Bartolomeo Pepe, Maria Mussini e Maurizio Romani).
"La compagine originaria di Movimento X - spiega Giampaolo Sablich, il portavoce nazionale di Progetto X - era costituita da ex aderenti al MoVimento 5 Stelle, fuoriusciti o cacciati a calci, come mia moglie Laura Bignami, che fu espulsa senza nemmeno una votazione, in spregio alle poche regole che allora i 5 Stelle avevano". 
La componente Movimento X si costituì l'11 luglio 2014, ma il primo passo era antecedente di un mese: l’8 giugno, a Roma, si era tenuta una prima riunione, cui parteciparono molti espulsi dal M5S, comprese alcune figure note come Giovanni Favia e Valentino Tavolazzi, personaggi come Antonio Ingroia e diversi rappresentanti di movimenti e associazioni politiche "minori", quali Democrazia in Movimento, Pirati e Rete dei Cittadini. Quello fu il punto di partenza di un cammino di lavoro, in cui Sablich (già consigliere comunale M5S) ha avuto una parte rilevante, e che è stato condiviso - in incontri tanto reali quanto online - con alcuni compagni di viaggio, anche se nel tempo c'è chi ha preso altre strade e, come si è visto, tra aprile e novembre del 2015 la compagine parlamentare si è ridotta, fino a riguardare la sola Bignami. Questo, comunque, non ha fermato l'evoluzione di quell'idea nata nel 2014, l'ha anzi spinta a diventare qualcosa di più strutturato e ambizioso, nelle forme e nei contenuti.
Alcuni degli schizzi che hanno portato al simbolo
Fin dall'inizio, comunque, per costituire la componente in Senato, ci voleva un nome, che non era passato inosservato. Un nome che, per lungo tempo, non è stato assistito da un vero e proprio simbolo; dopo i primissimi giorni in cui si proponevano molte idee e si azzardava anche qualche schizzo, peraltro, la denominazione si è presto caratterizzata per quella X, che dava l'idea di qualcosa di un po' misterioso e ancora in divenire, quasi provvisorio (come i documenti fondativi avrebbero chiarito con precisione), ma era portatrice di più significati. "In effetti - spiega Sablich - la X poteva avere il significato di 'per', ma nella numerazione romana rappresentava anche il 10, ossia il doppio di 5, con riferimento alle stelle da cui eravamo stati cacciati o che avevamo lasciato". 
Le prime versioni non circolari del nome di Movimento X
Per oltre un anno non si cercò un simbolo tradizionale rotondo (era decisamente presto per pensare alle urne), ma già nell'estate del 2014 si iniziò a studiare la possibile resa grafica del nome, partendo ovviamente dal suo elemento caratterizzante. "Abbiamo lavorato graficamente sulla X, costruita in modo volutamente asimmetrico, pixel dopo pixel, a partire dalla lettera della font Times New Roman: l'idea iniziale era partire dalla V, che aveva un'ombra, ruotava e costruiva la X intera, poi piano piano si è arrivati alla X nella forma attuale. Nella X, poi, avevamo fuso la bandiera italiana, colorando semplicemente di verde e di rosso le due gambe inferiori della X; per un certo tempo abbiamo dato a quei segmenti l'effetto della bandiera, leggermente mossa dal vento, ma poi la nostra grafica ci ha suggerito di semplificare il disegno per evitare problemi in fase di riproduzione e stampa, dunque ora i colori sono di nuovo netti, senza sfumature".
Il simbolo presentato nel 2016
Cromaticamente è stata importante anche l'adozione del colore viola, direttamente ispirato a quello di Podemos: "All'iconografia di quel partito - precisa il portavoce nazionale di Progetto X - si ispira anche quella O così particolare, che unisce più cerchi non perfettamente sovrapposti e che per un periodo avevamo inserito all'interno della X, soprattutto nei nostri profili social". Quando poi si è iniziato a studiare un possibile contrassegno elettorale, il segno è stato spostato all'esterno, trasformandolo nella O prima di "Movimento", poi di "Progetto"; per rendere più riconoscibile il concetto di "per", poi, la parola è stata inserita in un cartellino da applicare proprio sulla X, così da non ingenerare confusione.
Al di là del simbolo, il lavoro per costruire una nuova realtà politica partecipata è proseguito: Movimento X sarebbe rimasto il nome della componente parlamentare, ma è stata costituita - anche grazie all'impegno, tra gli altri, di Alessandro Quarenghi, Rossano Recchia e Francesco Orru - un'associazione apposita, col nome appunto di Progetto X, mantenendo l'idea originaria di "permettere ai cittadini italiani di contribuire alla vita politica italiana ridando loro dignità di protagonisti, incentivando il merito, la responsabilità, l'etica comune". Quest'associazione ha iniziato subito a collaborare con il gruppo Amici di Podemos e con il circolo italiano dello stesso movimento spagnolo (al quale Sablich aderisce): lo stesso codice etico di Progetto X è analogo a quello di Podemos. "I suoi principi sono molto ampi - continua Sablich - spaziano dalla dichiarazione dei diritti dell'uomo a quelli di associazioni come Emergency. Potrei definire l'impronta di Progetto X come autenticamente socialdemocratica, un progressismo-liberalismo alla Bobbio, ecco, con innesti di democrazia diretta".
La struttura pensata per Progetto X ha la forma della federazione, all'interno della quale si vota online ("Usiamo la piattaforma di Podemos - precisa il protavoce - prima si chiamava Agorà Voting, ora si chiama NVotes; per la nostra elezione comunale di Busto Arsizio, invece, abbiamo adottato un sistema misto, le nostre primarie sono state effettuate in rete ma abbiamo allestito anche un seggio in piazza"). Al contenitore nazionale possono affiliarsi soggetti collettivi locali o anche associazioni più ampie: ciascun gruppo mantiene la propria indipendenza (nel rispetto, ovviamente, del codice etico), salvo partecipare tutti insieme alle scelte di respiro nazionale, sulle decisioni da prendere e sulla governance interna (le cariche ruotano piuttosto in fretta, avendo la durata di un anno). "Non vogliamo federare solo le liste civiche, come se fossero nostri circoli - spiega il portavoce nazionale - ma anche le associazioni: per noi è un modo per portare in politica in prima persona le persone che si spendono nell'associazionismo. Per esempio, in un certo luogo può crearsi una lista civica che segue il programma di una certa associazione, ma sono direttamente gli aderenti a mettersi in gioco, senza dover bussare alla porta del politico per chiedergli un favore o cercare compromessi".
Dopo la presentazione della lista Movimento X Busto Arsizio alle amministrative della scorsa primavera (primo appuntamento elettorale per un soggetto legato a Progetto X), è in corso da tempo un percorso comune con la lista Indipendenza civica: "Si tratta - precisa Sablich - di una formazione composta da vari gruppi civici indipendenti, operanti in Toscana, che hanno sposato i principi e i regolamenti di Progetto X e chiedono di essere accreditati per poter usare il simbolo e lavorare democraticamente per la creazione delle liste". Chi si federa/affilia è libero di usare un suo simbolo, purché contenga la X-per; Indipendenza civica per il momento ha scelto di mantenere la stessa struttura grafica e cromatica, preparandosi a indicare nel segmento viola inferiore il nome di un candidato o del luogo in cui presenterà liste. 
Il Progetto X nazionale, invece, in quello stesso punto ha inserito la dicitura "Tu e Noi Insieme", per ribadire la natura comunitaria del progetto; ma nella parte inferiore, tuttavia, potrebbero essere inserite altre scritte, non a caso circola anche una versione senza alcun elemento testuale. Nome e simbolo, peraltro, potrebbero cambiare, essendo i segni distintivi - da statuto - nella piena disponibilità del congresso, in particolare dell'assise fondativa del "Progetto 2.0". 
L'attività di Progetto X si intensificherà nei prossimi mesi, per farsi conoscere e raccogliere la disponibilità di quante più persone possibili, immaginando di costruire qualcosa in vista delle elezioni: "Stiamo cercando - chiarisce Sablich - di raccogliere sul territorio adesioni al nostro progetto, se tutti quelli che aderiranno vorranno metterci energie sarà una cosa fattibile, altrimenti sarà difficile fare passi ulteriori. Non si tratta, lo sappiamo, di uno scenario semplice: le forze disponibili a impegnarsi sul territorio per costruire un'organizzazione di livello nazionale dovrebbero essere molte, anche solo per trovare i candidati necessari a coprire le liste. Noi, tra l'altro, abbiamo regole interne che rifiutano la nomina dei candidati, le persone devono essere sempre scelte in un qualunque modo purché sia democratico, dal basso, cosa che raramente viene accettata". 
La X del Progetto, in ogni caso, si prepara a essere stampata sulle schede (e, non assomigliando affatto a una croce tracciata a mano, non rischia nemmeno di essere bocciata dal Viminale o da altri organi di controllo).