martedì 15 maggio 2018

Bordighera, due palme al posto della chiesetta, ma era necessario?

Nella fase di deposito dei contrassegni per le prossime amministrative, la Liguria ha dato grandi soddisfazioni: oltre al caso relativo ad Alassio, di cui si è detto ieri, un altro contenzioso è stato evitato a Bordighera, comune inferiore imperiese molto vicino a Sanremo. La questione ha riguardato l'emblema scelto dalla lista Bordighera vince, che ha candidato a sindaco Vittorio Ingenito: nessun problema con il nome della lista - più simile a un auspicio, che toccherà ovviamente agli elettori confermare o smentire - ma proprio con il simbolo scelto settimane prima per marcare questa campagna elettorale.
Si trattava, a ben guardare, di un emblema piuttosto ben congegnato, con il fondo blu per richiamare un cielo rassicurante e la parte inferiore azzurra a ricordare il mare, solcato a sinistra da tre vele, inserite una dopo l'altra per formare il tricolore. Il problema, casomai, poteva venire da quanto era riportato sulla destra, ossia la sagoma bianca di una chiesetta che i bordigotti (ossia gli abitanti di Bordighera) conoscono bene: si trattava della chiesa di Sant'Ampelio, patrono cittadino, costruita proprio sul capo omonimo. 
Qualcuno, a un certo punto, deve aver ricordato all'aspirante sindaco e ai promotori della lista - anche se l'emblema era già stato ampiamente utilizzato su manifesti e altro materiale di propaganda, cartaceo o digitale - che la legge elettorale per le amministrative prevede il divieto di utilizzare nel contrassegno "immagini e soggetti religiosi". Sui quotidiani è spuntato addirittura il riferimento a una sentenza dei giudici amministrativi, la n. 1366/2012, emessa dalla sezione V del Consiglio di Stato (anche se sui media, vai a capire perché, si era parlato del Tar Abruzzo, che si era espresso sì sulla questione attraverso la sezione di Pescara, ma con la decisione n. 487/2011), in base alla quale "i contrassegni, per essere ricusati, devono avere un significato religioso univoco e costituire un richiamo immediato e diretto per la popolazione che abbia a riferimento quel credo religioso". 
Tanto è bastato a qualcuno e a vari giornalisti per scrivere che, essendo la chiesetta "inequivocabilmente luogo di culto, ancora attivo", si era certamente di fronte a un simbolo religioso, dunque a rischio di ricusazione. Forse, però, la sentenza del Consiglio di Stato - che tra l'altro confermava la legittimità dell'uso di una statua di San Giorgio in lotta nella lista Popoli democratica - era il caso di leggerla tutta: "La natura religiosa di una 'rappresentazione' - si legge nella pronuncia - [...] va quindi necessariamente definita in base alla sua evoluzione storico-sociale, e non già in base all'intera possibile espansione della 'sfera culturale-religiosa' accumulata in una storia millenaria, con mutevoli rivolgimenti di assetto sociale e politico", considerando pure che le norme che vietano l'uso di immagini o soggetti di natura religiosa limitano una libertà, sia pure con ragione ("giustificata sia dal rispetto per le immagini ed i soggetti religiosi, che devono restare estranei alle competizioni politiche, sia dall'intento di evitare ogni forma di suggestione sugli elettori") e dunque la loro lettura dev'essere restrittiva. 
Perché un emblema sia bocciato, dunque, "occorre che le immagini abbiano - non una semplice somiglianza con immagini religiose o una risalente radice nelle stesse, ma - una valenza religiosa univoca, diretta e attuale per la popolazione". Una chiesa è certamente un soggetto religioso, ma è anche un segno del territorio. La chiesetta in questione, in particolare, per la sua posizione singolare si connota certamente come un elemento del paesaggio, che marca un particolare luogo: se riportata in una raffigurazione complessiva, non evoca certo il sentimento religioso dei fedeli, ma soltanto il territorio in cui si trova e la sua identità. Francamente, dunque, i margini per una bocciatura erano decisamente risicati. 
Qualcuno, probabilmente, ha preferito evitare grane, dunque ai primi dubbi ha tolto la chiesetta della discordia. Sul Secolo XIX si legge che all'interno del gruppo si era proposto di mettere al suo posto l'immagine del "Marabutto", ossia dell'ex polveriera e dei tre cannoni che si trovano nella pineta comunale e rimandano alle storiche difese dei bordigotti contro i saraceni (e uno dei candidati si era affrettato a precisare: "noi non vogliamo fare la guerra a nessuno"). Alla fine, però, al posto della chiesa sono state messe due palme, che a Bordighera non mancano di certo: stavolta niente da dire per nessuno, anzi, per il candidato sindaco il nuovo simbolo "mantiene la sua impostazione originaria e rimane pienamente riconoscibile". Magari qualche sostenitore convinto, se la lista vincerà, invece che un salto alla chiesetta per ringraziare, farà una festa sotto le palme...

lunedì 14 maggio 2018

Alassio, un cuore al posto dei colori della Casa delle libertà

Si usa dire che gli elettori a volte hanno la memoria corta, cosa che quasi sempre accade invece ai politici. Accade dappertutto, ma evidentemente non ad Alassio, rinomata località balneare in provincia di Savona. Lì il sindaco uscente, Enzo Canepa, era di centrodestra e nei prossimi giorni cercherà la riconferma, schierando tutti e quattro i simboli del centrodestra visti a livello nazionale all'interno del proprio contrassegno. Strada in discesa? Non del tutto, considerando che si è ricandidato anche Marco Melgrati, già sindaco della città dal 2001 al 2010 e in seguito consigliere regionale fino al 2015 per il Pdl: lui riteneva di rappresentare Forza Italia sul territorio, ma ha scelto di presentarsi con una lista civica dopo che i vertici locali del partito hanno ritirato l'appoggio a lui. 
Il simbolo che Melgrati ha depositato nei giorni scorsi in comune sembra piuttosto sobrio e abbastanza neutro, tipico di una lista civica: unica concessione allo stile, la fettuccia tricolore mollemente piegata a forma di cuore, non sgradevole alla vista e più efficace probabilmente dell'ormai consueto "SiAmo" che spunta in tanti emblemi. Se però quel cuore arriverà sulle schede, lo si deve alla questione della memoria corta che, ad Alassio, sembra essere assai poco diffusa. Perché inizialmente il simbolo di Melgrati era un altro e non si può certo accusare di memoria corta né lui, né gli esponenti forzisti che quell'emblema non l'avevano proprio mandato giù.
L'emblema inizialmente adottato, infatti, era graficamente la copia carbone del simbolo della Casa delle libertà, adottato da Silvio Berlusconi alle elezioni politiche del 2001. A Melgrati l'11 maggio, lo stesso giorno in cui si è aperto il deposito delle liste per le elezioni, è arrivata una simpatica diffida dal vertice provinciale di Fi, firmata dal coordinatore Santiago Vacca (si noti che del partito Melgrati figura come vice coordinatore regionale). "Quando mi è stato segnalato il simbolo - ha spiegato Vacca ai media - ho immediatamente interpellato i vertici di Roma  chiedendo come comportarmi. Mi è stato risposto che per utilizzare un logo che fa parte del ‘patrimonio’ del centrodestra serve l’autorizzazione, e mi è stata inviata la documentazione necessaria per la diffida". 
Anche i vertici nazionali di Forza Italia, dunque, erano d'accordo per togliere di mezzo quel vecchio simbolo, che Melgrati aveva clonato quasi per intero: uniche differenze percettibili, il segmento tricolore in basso (l'originale aveva il profilo a "onda" meno pronunciato) e l'uso delle font (tonde nel simbolo della Cdl, corsive in quello della lista civica), pur trattandosi di due caratteri bastoni senza grazie; qualcuno, anzi, nel trovare sull'account Facebook della lista un primissimo emblema con le scritte in tondo aveva notato come quel primo fregio fosse ancor più facilmente confondibile con la grafica della Cdl degli anni 2000. Il che non sarebbe poi uno scandalo, considerando che proprio nel 2006 Melgrati era stato rieletto sindaco sostanzialmente con quel simbolo (sul sito del Ministero dell'interno, risulta che la sua lista Casa delle libertà vinse con il 70% dei voti).
Il diffidato ha risposto a modo suo, reagendo con dichiarazioni piuttosto irritate - "La paura fa 90. Quello messo in atto è un vergognoso episodio di terrorismo elettorale; attaccarsi alla similitudine di un simbolo è sinonimo di grandissima debolezza e insicurezza" - e raccogliendo di nuovo le firme per il simbolo che nel frattempo era stato leggermente modificato (anche se la nuova raccolta non sarebbe stata necessaria: bastava sostituire l'emblema dopo l'invito della Commissione elettorale). Tutto risolto? Mica tanto: per Forza Italia, infatti, avere ribaltato in orizzontale la struttura del simbolo (mettendo il segmento tricolore, stavolta a base piatta, in alto e la parte bianca in basso) non avrebbe fatto venire meno l'impressione di somiglianza, quindi gli interventi grafici dovevano essere più incisivi. 
A quel punto, quando mancava davvero una manciata di ore alla chiusura del deposito, Melgrati ha scelto di modificare di nuovo la grafica, stavolta in senso sostanziale e senza alcuna concessione a somiglianze con simboli e contrassegni nazionali. Anche il cuore tricolore, unico elemento grafico riconoscibile, non sembra affatto scelto a caso, almeno a spulciare il comunicato stampa diffuso dallo staff di Melgrati: "Alla luce delle recenti polemiche scaturite da alcune diffide prive di fondamento pervenute dai locali referenti della lista avversaria [...], la lista per Melgrati Sindaco, nel pieno rispetto dei rapporti di correttezza che devono contraddistinguere i momenti più delicati di un clima da campagna elettorale, ha deciso di aderire spontaneamente e senza inutili ricorsi giudiziari sul tema (pur essendovene gli estremi a termini di legge), alla predisposizione di un nuovo simbolo elettorale. Perché alle cattiverie e all'invidia, si risponde con il cuore". E proprio il cuore è stato piazzato nella parte alta del simbolo, con la certezza che in quel caso nessuno avrebbe più avuto da ridire. 
Aveva probabilmente ragione Melgrati nel dire che il nuovo emblema era sufficiente a sfuggire a eventuali contenziosi sulla somiglianza: a livello locale sono stati accettati emblemi ben più problematici, senza contare che si pone molta più attenzione alla somiglianza quando colpisce un emblema che continua a essere usato, mentre si considera
meno problematico un riferimento grafico a un fregio caduto in disuso. Certamente nessuno contesterà più all'ex sindaco l'uso del vecchio contrassegno, ma la battaglia simbolica che per qualche manciata di ore ha movimentato Alassio porta inevitabilmente con sé una domanda: quanti elettori avrebbero riconosciuto un emblema sparito dalla circolazione da dieci, quindici anni? E quanti l'avrebbero votato proprio per quella somiglianza (o, al contrario, quanti lo avrebbero evitato per lo stesso motivo)? Questo, forse, nemmeno Melgrati lo sa.

sabato 12 maggio 2018

Ma è davvero vietato essere nazionalsocialisti in Italia?

Il simbolo depositato
per le elezioni politiche 2018
Uno degli ultimi atti rilevanti del governo Gentiloni, datato 30 marzo, è stato fissare con decreto del ministro dell'interno uscente Marco Minniti la data delle prossime elezioni amministrative: i seggi saranno aperti il 10 giugno, con l'eventuale ballottaggio previsto per il giorno 24 dello stesso mese. Liste e simboli, dunque, devono essere depositati nei comuni entro oggi (gli uffici li hanno ricevuti da ieri), per poi essere esaminati subito dopo. In quei giorni, tra le varie questioni da considerare, ci sarà probabilmente quella legata alla presentazione di contrassegni "che fanno riferimento ad ideologie di stampo fascista o nazista": così recita l'ultima edizione delle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature predisposte dal Ministero dell'interno. Una questione che non parte da una disposizione scritta definita, ma che inevitabilmente interessa da vicino più di una formazione: se in passato hanno cozzato contro questo divieto - esplicitato pur essendo implicito - soprattutto Fascismo e libertà e i Fasci italiani del lavoro, oggi a dolersi della situazione è anche il partito Nsab - Mlns Movimento Nazionalista e Socialista dei Lavoratori, che incontra problemi analoghi pur non utilizzando immagini "a rischio". La questione si porrà probabilmente in più di un caso, ad esempio in qualcuno dei 123 comuni la cui popolazione legale risulta inferiore ai 1000 abitanti, nei quali dunque non sarà necessario raccogliere le firme per presentare una lista: anche solo per questo, vale la pena interrogarsi un po' più a fondo. 


Le Istruzioni: una soluzione o il problema? 

Nelle Istruzioni diffuse dal Viminale prima delle amministrative del 2017 c'era scritto solo "sono vietati anche i contrassegni in cui siano contenute espressioni, immagini o raffigurazioni che facciano riferimento a ideologie autoritarie (per esempio, le parole 'fascismo', 'nazismo', 'nazionalsocialismo' e simili), come tali vietate dalla XII disposizione transitoria e finale, primo comma, della costituzione e dalla legge 20 giugno 1952, n. 645"; l'edizione 2018, invece, riprende quanto scritto alla vigilia delle elezioni politiche
Quelle Istruzioni, stampate dopo il "caso Sermide", contenevano un sottoparagrafo ad hoc: "Sono tassativamente vietati i contrassegni in cui siano contenute parole, espressioni, immagini, disegni o raffigurazioni che facciano riferimento a ideologie autoritarie: per esempio, le parole 'fascismo', 'nazismo', 'nazionalsocialismo' e simili, nonché qualunque simbologia che richiami anche indirettamente tali ideologie. Infatti, la presentazione dei contrassegni che contengono, anche in parte, tali elementi, parole o simboli deve considerarsi vietata a norma della XII disposizione transitoria e finale, primo comma, della Costituzione e dalla legge 20 giugno 1952, n. 645, e successive modificazioni". Le stesse Istruzioni richiamavano per intero le sentenze del Consiglio di Stato, Quinta Sezione, 6 marzo 2013, nn. 1354 e 1355 (di cui si è dato conto altrove). Oggi il testo è il seguente (abbastanza simile, con l'aggiunta della decisione del Tar Brescia sulla lista Fasci italiani del lavoro presentata nel comune di Sermide e Felonica):
Sono tassativamente vietati i contrassegni in cui siano contenute espressioni, immagini o raffigurazioni che facciano riferimento a ideologie autoritarie: per esempio, le parole «fascismo», «nazismo», «nazionalsocialismo» e simili, nonché qualunque simbologia che richiami, anche indirettamente, tale ideologia. Infatti, la presentazione dei contrassegni che contengono, anche in parte, tali elementi, parole o simboli deve considerarsi vietata a norma della XII disposizione transitoria e finale, primo comma, della costituzione e dalla legge 20 giugno 1952, n. 645. Su tali fattispecie devono richiamarsi in toto le sentenze del Consiglio di Stato, sezione quinta, 6 marzo 2013, n.1354 [pagina 222] e n. 1355, e, da ultimo, quella del T.a.r. per la Lombardia, sezione staccata di Brescia, sezione prima, 25 gennaio 2018, n. 105.
Uno dei primi simboli riportati
nel vecchio sito di Nsab
Il problema è che manca una disposizione scritta chiara, essenziale se si vuole limitare una libertà, come quella di manifestazione del pensiero o di concorrere a determinare la politica. L'art. 1 della legge n. 645/1952, definendo la fattispecie di "riorganizzazione del disciolto partito fascista" prevista dalla XII disposizione finale, l'ha individuata "quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista".
La disposizione, ovviamente, è dettata per la "vita ordinaria" del partito o dell'associazione, affidando alla magistratura l'accertamento della condotta criminosa e - compiuto l'accertamento con sentenza passata in giudicato - al Ministero dell'interno lo scioglimento dell'associazione condannata. Far decidere però a un organo politico-amministrativo - magari in mancanza di condanne o di procedimenti - che un'associazione, un partito o una lista non può concorrere alle elezioni (momento chiave delle libertà politiche) essenzialmente per il contenuto del suo emblema, può sembrare apprezzabile come precauzione a difesa della democrazia, ma anticipa fin troppo la tutela dell'ordinamento, perché impedisce a un gruppo politico di partecipare al voto anche se magari le sue regole di base, i suoi fini e i suoi mezzi non sono antidemocratici. 


La questione del "disciolto" 

Prima di procedere, non si può tralasciare un passaggio rilevante: nella XII disposizione finale della Costituzione - non si parli di "disposizione transitoria", magari lamentando che questa sia ancora applicata a settant'anni dalla sua entrata in vigore: qui non si è indicato un periodo di transizione, non ci sono limiti temporali e quando si è voluto far terminare l'effetto di una disposizione la si è dovuta eliminare, come la XIII sull'ingresso in Italia dei discendenti maschi di casa Savoia - recita al primo comma "E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista". Essa serviva (anche) ad adempiere all'impegno sottoscritto col trattato di pace successivo alla seconda guerra mondiale: "l'Italia la quale, in conformità dell'art. 30 della Convenzione di armistizio, ha preso misure per sciogliere le organizzazioni fasciste in Italia, non permetterà, in territorio italiano, la rinascita di simili organizzazioni, siano esse politiche, militari o militarizzate, che abbiano per oggetto di privare il popolo dei suoi diritti democratici" (art. 17).
Tra i costituzionalisti si è autorevolmente rilevato - lo ha fatto Alessandro Pizzorusso - che quel divieto costituisce una deroga tanto all'art. 21 della Costituzione (alla libera manifestazione del pensiero) quanto all'art. 49, relativamente alla libertà di costituire partiti: una "discriminazione", ammette Pizzorusso, ma che "lo stesso Costituente ha ritenuto giustificata dalle circostanze, nel rispetto del principio di ragionevolezza, e pertanto essa non può essere considerata come una lesione del principio di eguaglianza di cui all'art. 3".
Detto ciò, va ripercorsa la genesi della disposizione. La prima proposta è del 25 settembre 1946: il socialista Pietro Mancini propose - nella prima Sottocommissione della Commissione dei 75 - di inserire nel testo costituzionale il periodo "Non sono consentite le associazioni a carattere militare e fascista". Se ne riparlò il 19 novembre 1946: il comunista Palmiro Togliatti, intervenendo sul testo di Lelio Basso che avrebbe costituito la base del vigente art. 49 Cost., suggerì di dire "che è proibita, in qualsiasi forma, la riorganizzazione di un partito fascista, perché si deve escludere dalla democrazia chi ha manifestato di essere il suo nemico", riferendosi "ad un fatto preciso storicamente determinato. Il partito fascista ha dimostrato di voler distruggere le libertà umane e civili del cittadino ed ha portato il Paese alla rovina: per questo gli si deve negare il diritto all'esistenza". 
La grafica adottata da Nsab
a partire dal 2003 sui materiali
di propaganda (il fondo bianco
è stato utilizzato soltanto lì)
L'idea, appoggiata dallo stesso Basso, fu precisata da Togliatti - sollecitato dal Dc Giuseppe Dossetti - in "è proibita sotto qualsiasi forma la riorganizzazione del partito fascista" e non "di un partito fascista": l'esponente comunista spiegò di non voler "definire il contenuto di un movimento o di un partito fascista", altrimenti "qualunque partito [avrebbe potuto] essere ricondotto sotto la figura del partito fascista attraverso disquisizioni dialettiche", mentre lui si limitava "al richiamo storico del partito fascista quale si è manifestato nella realtà politica del Paese dal 1919 al 1943". La formula, votata all'unanimità, si sarebbe tradotta nel testo contenuto nel Progetto di Costituzione, quasi identico a quello attuale (solo la riorganizzazione era "proibita" e non "vietata"); nella redazione del Progetto, da parte del "Comitato dei 18", era stato però inserito l'aggettivo "disciolto", senza che del dibattito su quell'aggiunta esistano tracce scritte. 
Evidentemente i costituenti che hanno steso il testo da sottoporre all'Assemblea vollero precisare senza lasciare dubbi che a essere vietato dalla disposizione finale era proprio quel partito fascista, magari non con quel nome ma con quegli stessi metodi, non altre formazioni che potessero considerarsi equivalenti. Questo pensando anche agli interpreti futuri, secondo una dichiarazione fatta in aula dallo stesso Dossetti per esprimere alcuni dubbi sulla proposta di Togliatti (poi dissolti, come visto, dopo le modifiche al testo): "non saranno i Commissari ad interpretare i termini della formula in discussione, ma altri uomini politici i quali, quando si trovassero di fronte ad un partito comunista non più governato dall'onorevole Togliatti, il quale oggi può richiamarsi ai suoi 25 anni di antifascismo, potrebbero ritenere che esso nel suo indirizzo riproducesse il partito fascista, e volessero sopprimerlo proprio in base alla formula proposta dall'onorevole Togliatti". Dalla XII disposizione finale, insomma, per i costituenti era chiaro che non potesse discendere una norma che sbarrasse genericamente la strada a un partito ritenuto autoritario.


Una scelta nazionalista e socialista

Su queste basi, ci si chiede se la XII disposizione finale della Costituzione  può consentire di dichiarare fuorilegge l'azione di un partito che non pretenda di riconnettersi all'esperienza del Partito nazionale fascista, ma ai partiti nazionalisti e socialisti sorti nell'Europa centrale tra la fine dell'800 e i primi anni del '900, legati o ispirati alla figura di Georg Schoenerer, tra i promotori del primo partito di quel genere nel 1893. Questo è infatti il riferimento per nulla celato del Nsab - Mlns Movimento Nazionalista e Socialista dei Lavoratori, costituito a Vanzaghello (comune del milanese al confine con la provincia di Varese) il 5 gennaio 2002 - anche se sviluppava un'idea sorta a ottobre del 1999 e sviluppata nei mesi successivi - tra nove persone, compreso l'attuale legale rappresentante Pierluigi Pagliughi (allora indicato come "dirigente generale nazionale"). 
La denominazione sopra indicata è quella depositata all'Ufficio riconoscimento persone giuridiche di Milano il 17 gennaio 2002 (contiene anche la versione in tedesco del nome, Nationalistische und Sozialistische Arbeiter Bewegung, stretta parente della denominazione, National Sozialistische Deutsche Arbeitspartei, ossia il Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, guidato in Germania da Adolf Hitler dal 1920 e che guardava anch'esso alle formazioni nazionaliste e socialiste nate negli anni precedenti): con l'atto costitutivo è stato depositato anche lo statuto del soggetto politico, documento che - i vertici del partito tengono a sottolineare - non sarebbe mai stato oggetto di rilievi o provvedimenti dell'amministrazione, della magistratura o delle forze dell'ordine. Sempre nel 2002 va datata la prima presenza della formazione all'interno delle istituzioni: proprio a Vanzaghello un consigliere eletto con una lista civica di minoranza scelse di abbandonare il proprio gruppo di costituirne un altro con la dicitura Nsab, anche se poi puntualmente nei discorsi la sigla veniva modificata in "Snab" per questioni di pronuncia ("Anche in consiglio comunale ci chiamavano sempre 'la Snab', al femminile perché siamo un'associazione - spiega Pagliughi - a meno che la sigla non venisse scandita lettera per lettera; tra l'altro, la sigla Mlns e' stata formulata in questo modo perché Mnsl risultava illeggibile"). 
Simbolo utilizzato nel 2002
a Magnago (Mi)
La prima volta in cui il partito scelse invece di presentare una lista, alle elezioni amministrative del 26 maggio 2002 nel comune di Magnago (nel milanese, confinante con Vanzaghello), lo fece con un simbolo che non poteva passare inosservato, a dispetto della grafica inesistente. Si distingueva, infatti, soprattutto per il colore rosa vivo del fondo: pare che alla base ci sia stato un errore del tipografo incaricato di stampare il contrassegno elettorale da depositare, una non coincidenza tra la tinta vista sullo schermo e quella stampata dalla macchina; ciò avrebbe costretto a stampare tutti i manifesti e il materiale elettorale su fogli di quel colore, per mantenere un'omogeneità cromatica minima. La sigla in tedesco e quella in italiano erano ancora dello stesso rilievo grafico, mentre emergeva una piccola discrasia tra nome riportato e acronimo: il gruppo, infatti, aveva scelto di indicare sul simbolo il solo aggettivo "nazionalista", non anche socialista. "Ma non avevamo alcuna volontà di non farci riconoscere - spiega ora Pagliughi - solo il desiderio di non essere confusi con quello che restava dei socialisti, un'area che ancora in quegli anni era in piena burrasca". 
Quel simbolo fu ammesso così com'era e alle elezioni di quell'anno ottenne 80 voti (pari all'1,65%). Quell'esperienza elettorale, in ogni caso, non mancò di procurare le prime ansie giudiziarie al movimento, dovute a una denuncia penale per violazione della XII disposizione finale della Costituzione e della "legge Scelba"; a dispetto di questo, tuttavia, il caso fu archiviato. Da allora si è inaugurata la possibilità di usare come denominazioni in modo equivalente tanto "Movimento nazionalista e socialista dei lavoratori", quanto "Movimento nazionalista dei lavoratori" (come del resto previsto dallo statuto); a partire dal 2003 si è iniziato a impiegare sul contrassegno anche la dicitura "Movimento nazionalsocialista dei lavoratori", mantenendo intatta la denominazione integrale (almeno fino a quando alcune commissioni elettorali non hanno iniziato a contestare la difformità tra il nome e le scritte sul simbolo, come accadde a Cercino, in provincia di Sondrio, nel 2005: da allora i presentatori hanno fatto in modo di far coincidere sempre denominazione e nome riportato sul simbolo, qualunque delle tre versioni ricordate fosse utilizzata).
Graficamente, nel frattempo, il simbolo di Nsab era cambiato: si era scelto di far prevalere la sigla tedesca, mettendo decisamente in primo piano Nsab rispetto al suo equivalente italiano. Questo era diventato il segno distintivo di quell'emblema, sia nella versione elettorale, sia in quella leggermente diversa, destinata al materiale di propaganda: questa riduce il nome del partito (compresso in un semicerchio e chiamato a convivere con un arco che occupa l'altra parte) e prevede tuttora il cerchio a fondo bianco, concepito apposta per essere inserito su uno sfondo rosso e risaltare agli occhi anche a distanza. 
Il simbolo utilizzato nel 2004
a Castano Primo e a Nosate
Proprio il rosso scuro, dal 2005-2006 in avanti, sarebbe diventato il colore di fondo del contrassegno elettorale, così da renderlo ancora più evidente sulle schede elettorali che l'avessero ospitato (e contemporaneamente è stato cambiato il verso della denominazione inserita nel cerchio); ciò non ha impedito che nel 2004, a Nosate (Mi), la versione precedente - rosa, con "nazionalsocialista" nel nome - sfiorasse il 7% dei voti (le liste in corsa erano 3), riuscendo a eleggere due consiglieri. Andò anche meglio nel 2006 a Belgirate (Vco), comune in cui Nsab - con lo stesso simbolo depositato alle elezioni politiche del 2018 - era l'unica lista oltre a quella vincitrice e con il suo 8% riuscì a ottenere tutti e 4 i consiglieri di minoranza; in quello stesso anno, la lista corse anche a Duno (Va) senza ottenere nemmeno un voto, ma qualcuno presentò un'altra denuncia al tribunale di Varese (anche per il tentativo di presentarsi alle elezioni a Inarzo, non andato in porto per problemi sulla documentazione) che portò all'apertura di un procedimento, al sequestro di manifesti e altri materiali nel 2007 (poi dissequestrati otto anni dopo). 
Nel complesso il partito si è presentato a una cinquantina di elezioni amministrative, utilizzando soprattutto le diciture con "nazionalsocialista" e "nazionalista e socialista". Ciò è accaduto anche dopo la comparsa nelle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature - a partire dall'edizione stampata nell'ottobre 2013, la prima successiva alle sentenza del Consiglio di Stato citata in alto (che peraltro parlava solo di fascismo, al pari della "legge Scelba"), a varie segnalazioni dell'Anpi e a interrogazioni parlamentari - dell'indicazione per le commissioni elettorali di ricusare "i contrassegni in cui siano contenute espressioni, immagini o raffigurazioni che facciano riferimento a ideologie autoritarie (per esempio, le parole 'fascismo', 'nazismo', 'nazionalsocialismo' e simili), come tali vietate a norma della XII disposizione transitoria e finale, primo comma, della Costituzione e dalla legge 20 giugno 1952, n. 645, e successive modificazioni"
Al di là dell'avere contestato in più occasioni il contenuto di quelle Istruzioni, che sarebbe andato oltre quanto previsto dalle decisioni di Palazzo Spada del 2013 e del 2018, c'è chi ricorda persino che, se ad Alagna (Pv) nel 2013 furono presenti contemporaneamente sulla scheda il Movimento fascismo e libertà (nella versione con fascio e sigla tricolore) e Nsab (che però non ottenne nessun voto), in alcuni casi il simbolo di Mfl fu ricusato o ne fu comunque chiesta la sostituzione, cosa che non avvenne per Nsab, a dispetto delle parole ben evidenti nel simbolo: "segno questo - commenta Pagliughi - che la dicitura 'Nazionalista e socialista' o 'Nazionalsocialista' era ed è totalmente legittima in Italia, anche alle elezioni! Siamo stati eletti in due comuni, in uno siamo stati presenti per cambio di denominazione del gruppo consiliare: abbiamo avuto consiglieri comunali per 9 anni consecutivi, anche con l'avallo delle commissioni elettorali legate alle prefetture. Come facciamo ad essere illegali?".

Il caso delle elezioni politiche del 2018

Il contrassegno sostitutivo inviato
da Nsab al Viminale per posta
La questione della legittimità del contrassegno di Nsab si è posta per la prima volta a livello nazionale - al di là delle interrogazioni parlamentari - a ridosso delle ultime elezioni politiche: il 19 gennaio il partito ha depositato il proprio contrassegno al Viminale in vista del voto del 4 marzo 2018, scegliendo di includervi la dicitura completa. Si è già scritto che la Direzione centrale dei servizi elettorali aveva invitato il partito a sostituire il contrassegno, ritenendo che violasse le Istruzioni ministeriali proprio per il riferimento a un'ideologia autoritaria; la ricusazione è stata confermata nei giorni successivi e in molti hanno pensato che la forza politica avesse ritenuto di non agire di fronte ai rilievi. 
"Non è andata affatto così! - dichiara risoluto Pagliughi - Quando il 23 gennaio il ministero ci ha notificato l'invito a sostituire il contrassegno, pur non essendo assolutamente d'accordo con le ragioni alla base della decisione, abbiamo deciso di modificare l'emblema solo per evitare che fosse definitivamente respinto: in particolare, abbiamo usato la denominazione ridotta Movimento nazionalista dei lavoratori, senza alcun riferimento al socialismo. Abbiamo inviato il nuovo contrassegno per posta, senza ricevere alcuna comunicazione di ammissione o di ricusazione; semplicemente, nei giorni successivi il nostro simbolo è rimasto nella bacheca dei non ammessi e a quel punto ci siamo rivolti all'Ufficio elettorale centrale nazionale, per contestare quel risultato".
L'organo, costituito presso la Corte di cassazione, si è espresso tre volte sull'opposizione del partito Nsab (ma nessuna decisione si trova nel sito della Corte di cassazione), in senso sempre sfavorevole al partito: nel primo provvedimento - n. 5, del 2 febbraio - si legge che il contrassegno sostitutivo sarebbe "pervenuto al Ministero dell'interno il giorno 29 gennaio 2018", oltre dunque il termine delle 48 ore concesse dal Viminale. Pagliughi ha chiesto di rivalutare la sua opposizione, sostenendo - prove alla mano - che la spedizione era stata ricevuta dal Viminale il 25 gennaio (nei termini); l'Ufficio il 3 febbraio - nella decisione n. 5-bis - ha però creduto al ministero che sosteneva di aver ricevuto pure un'altra raccomandata da Nsab proprio il 29 gennaio, senza che il mittente avesse provato che il contrassegno fosse contenuto nel plico arrivato a tempo debito (ma ce n'erano due dunque? Pagliughi assicura di no). 
In un'ultima decisione - n. 5-ter, del 6 febbraio - dopo una nuova richiesta di riesame da parte del legale rappresentante del partito, l'Ufficio elettorale centrale nazionale si limitava a un'esplicita censura alla scelta di depositare il simbolo sostitutivo non di persona, ma a mezzo posta: per i giudici, anche la sostituzione dei contrassegni presentava le stesse "esigenze di certezza, consentanee al corretto e trasparente svolgimento delle operazioni pre-elettorali" che nella prima fase richiedono per legge la presentazione dell'emblema da parte di una persona che abbia titolo per depositare o che abbia ricevuto apposito mandato (autenticato) dai vertici del partito. Questa censura non era stata rilevata nelle due decisioni precedenti (benché il profilo fosse "assorbente", come nota lo stesso Ufficio, rispetto a ogni altra questione controversa), eppure è stata sufficiente per respingere l'opposizione senza dover tirare in ballo la data di ricezione dell'emblema.
Come mai il contrassegno sostituito è stato spedito e non consegnato a mano? "Il problema era innanzitutto pratico - spiega Pagliughi -. Per poter procedere alla modifica del contrassegno, che dev'essere fatta in 48 ore, occorre avere a disposizione il materiale per la modifica, compresi i file grafici e gli strumenti per trattarli; noi li avevamo in sede e la sede è a 600 km da Roma. Al di là di questo, la legge non esige il deposito personale dell'emblema sostitutivo, visto che si è già provveduto a identificare con certezza il presentatore del simbolo; nemmeno le Istruzioni, che in altri passaggi contestiamo, impongono l'obbligo di deposito personale in fase di sostituzione, quindi non vedo perché non si possa ritenere accettabile la spedizione postale". Il legale rappresentante di Nsab, poi, ribadisce di aver scritto sui moduli della raccomandata il contenuto del plico e di avere la prova che lo stesso è stato consegnato all'accettazione del ministero dell'interno il 25 gennaio, ritenendo improbabile che la Direzione centrale dei servizi elettorali abbia ricevuto i contrassegni quattro giorni dopo.


I ricorsi e il problema della giurisdizione

Evidentemente insoddisfatto del giudizio dei magistrati di Cassazione, Pagliughi si è rivolto con ricorso al Tar del Lazio, chiedendo la riammissione del proprio emblema. Il leader di Nsab, tuttavia, si è infilato - suo malgrado - nel più grande bug mai risolto relativo al procedimento preparatorio alle elezioni politiche: per i contenziosi relativi a questo, infatti, manca un giudice (per lo meno, un giudice che voglia occuparsene davvero). 
L'art. 129 del codice del processo amministrativo, infatti, prevede la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo sugli atti propedeutici alle elezioni amministrative, regionali ed europee, ma non per le politiche: in effetti il governo era stato delegato dalle Camere a regolare anche quell'ipotesi (ed era stata prevista nella prima bozza del testo del codice), ma ha scelto di non farlo; in questa situazione, i giudici ordinari o amministrativi puntualmente si sbarazzano delle questioni a loro sottoposte, ritenendo che - dopo che ci si è rivolti all'Ufficio elettorale centrale nazionale - tocchi alle Camere e alle rispettive Giunte delle elezioni esprimersi (posizione condivisa anche dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 259/2009), ma le Giunte negli ultimi anni si sono sempre dichiarate prive di giurisdizione, ritenendo che questa spettasse al giudice amministrativo. Uno scaricabarile infinito, insomma: l'unica volta in cui un giudice ha accettato di occuparsene, peraltro senza spiegare troppo bene perché (il Consiglio di Stato, quando nel 2008 riammise temporaneamente il simbolo della Dc-Pizza), la questione è stata portata davanti alla Corte di cassazione che, in sede di regolamento di giurisdizione, ha detto che nessun giudice ha giurisdizione sugli atti che precedono le elezioni politiche (Sezioni unite, sentenza n. 9151/2008), quindi si rischia davvero di non uscirne sani.
"Noi in effetti ci saremmo rivolti alla Giunta delle elezioni della Camera - riconosce Pagliughi - ma è stata proprio la Segreteria dell'Ufficio elettorale centrale nazionale ad indicarci il Tar e noi, basandoci su alcuni studi e anche in considerazione del poco tempo che avevamo, abbiamo scritto in fretta i ricorsi e li abbiamo presentati appena in tempo; in più, se ci fossimo rivolti alla Giunta delle elezioni, probabilmente avrebbero esaminato il nostro ricorso a elezioni già svolte, quindi troppo tardi, senza contare che per noi quell'organo non è affatto imparziale, visto che si esprime su potenziali concorrenti che, se riammessi, potrebbero portare a invalidare le elezioni, con conseguente perdita dei seggi". Puntualmente, il Tar del Lazio ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto assoluto di giurisdizione (sezione II-bis, sentenza n. 1645/2018) e altrettanto ha fatto il Consiglio di Stato (sezione III, sentenza n. 999/2018). 


Il "dopo-non-Fiano": questioni ancora aperte

A questo punto a Pagliughi non è rimasto che rivolgersi - oltre che alle Giunte parlamentari, presso le quali il caso è tuttora pendente, se non altro perché quegli organi non sono ancora stati costituiti, in attesa del nuovo governo e dell'individuazione di maggioranza e minoranza - alla Corte di Strasburgo e denunciare quelle che per lui sono irregolarità inaccettabili all'Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea). Nel frattempo, lui nota che né il ministero, ne gli altri organi interpellati si sono pronunciati sull'ammissibilità del nuovo contrassegno ("nazionalista"): questo a suo dire significherebbe che il nuovo emblema non è illegittimo (come, sempre secondo lui, in realtà non lo era nemmeno quello originale), anche perché, se ci fossero stati motivi di illegittimità ideologica del simbolo, il ministero avrebbe potuto contestare anche quelli, per rafforzare i vizi di forma fatti valere (qualora magari non fossero risultati validi). A dire il vero, il mancato pronunciamento del Viminale significa soltanto che questo non ha detto nulla, ma è tutto meno che scontato che - se fosse stato consegnato a mano - l'emblema sarebbe stato ammesso senza questioni.
Al di là della vergognosa situazione di stallo, per cui di fatto i contenziosi pre-elettorali politici restano ancora senza un vero giudice, resta aperta la questione di fondo: è lecito applicare la XII disposizione finale della Costituzione e le sue norme attuative (la "legge Scelba") al di fuori delle fattispecie che queste espressamente prevedono, ossia la ricostituzione del disciolto partito fascista? Al di là delle convinzioni personali di chi scrive, occorre domandarsi seriamente se sia corretto applicare analogicamente le norme sul partito fascista a ipotesi diverse (qui non possiamo nemmeno parlare di interpretazione estensiva, si è ben oltre): a mio modo di vedere, non è corretto e non è opportuno.
Quest'osservazione, ovviamente, è fatta sulla base del diritto vigente. Il che impone, tra l'altro, di tenere conto che non si è mai completato il percorso del disegno di legge a prima firma del deputato Pd Emanuele Fiano (atto Camera n. 3343): il testo, modificato a Montecitorio, è arrivato in Senato ma non ha terminato nemmeno l'esame in Commissione. Posto che nemmeno in quest'occasione il testo prevedeva l'introduzione esplicita di una disposizione per ricusare simboli di stampo fascista, è vero che una parte significativa del Parlamento avrebbe voluto punire - accostando per la prima volta fascismo e nazionalsocialismo - chiunque avesse propagandato "i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero dei relativi metodi sovversivi del sistema democratico, anche attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti" anche solo "richiamandone pubblicamente la simbologia o la gestualità" (e quindi si poteva immaginare che non fosse consentito nemmeno l'uso elettorale di quegli emblemi), ma è altrettanto e soprattutto vero che quelle intenzioni non si sono mai tradotte in norme vigenti. Questo non si può assolutamente passare sotto silenzio: regole che vietino espressamente l'uso di simboli di natura fascista sulle schede elettorali (ove non siano accompagnati a una reale volontà di ricostituire il disciolto partito fascista) non ci sono, regole che facciano lo stesso con riguardo a partiti che non si ispirino al partito fascista men che meno. 
Era e resta legittima la paura di chi crede che liste come Fascismo e libertà o Nsab (o gli stessi Fasci italiani del lavoro) possano essere pericolose; pretendere che queste siano bandite in assenza di alcuna condanna penale, sulla base di norme che non ci sono (o che dicono altro) appare molto meno legittimo. Si tratterebbe, in fondo, di conoscere meglio le norme, prima di parlare o, più spesso, di gridare.

Ringrazio Pierluigi Pagliughi per il molto materiale fornito.

giovedì 10 maggio 2018

Simboli fantastici (22): Dai democristiani ai federalisti, la gaudenza si diffonde

In principio furono (solo) i socialisti, poi vennero democristiani, comunisti, liberali e via politicando. Non si sta parlando dell'evoluzione dei partiti in Italia, ma della diffusione delle pagine "gaudenti" su Facebook: se la capostipite è nata poco più di tre anni fa, da lì si è sviluppato un vero e proprio fenomeno, che merita di essere analizzato (tempo speso meglio che ad attendere di sapere se entro oggi l'Italia avrà un nuovo governo politico, non neutrale). A volte si tratta di spazi nati esclusivamente per gioco, senza troppo costrutto e senza un vero progetto da portare avanti, altre volte l'idea è più strutturata e di lungo periodo. Qualche pagina, nel frattempo, è scomparsa o si è trasformata: si pensi ai Radicali gaudenti, "scioltisi" dopo aver prodotto varie grafiche ma senza essersi dati un vero simbolo (un vero peccato, ci sarebbe stato di che divertirsi: ora alcuni dei partecipanti, assieme a persone provenienti da altri gruppi, hanno costituito l'Anonima riformisti, ma non è più tempo di gaudenza). Altre, invece, sono attivissime e coprono un discreto arco politico-partitico.
A volte c'è da sorprendersi, per esempio scoprendo che la gaudenza ha fatto breccia anche tra i (lontani) trisnipoti di Gramsci: a marzo dell'anno scorso, infatti, sono nati i Comunisti gaudenti ("nei limiti", come si affretta a precisare l'emblema, quasi a voler mantenere un tocco di sobrietà senza scadere troppo nel grigio funzionariato). E se i comunisti sono nati nel 1921 da una scissione dai socialisti, la pagina dei Comunisti gaudenti si è generata - "ironicamente, per gioco", come notano i suoi creatori - quasi allo stesso modo, ma nel luogo più indicato per queste imprese, il Bar dei Socialisti Gaudenti. "Nelle discussioni fatte lì, anche accese talvolta, io e altri compagni ci siamo distinti - spiega uno degli iniziat(or)i, che ha fondato la pagina e la gestisce insieme a un collega e a un editor con esperienza su Fb - per avere opinioni anche molto diverse da quelle della maggioranza del gruppo, spesso elettori o militanti del centrosinistra, Pd e LeU in particolare. Per evidenziare questa differenza, è nata la 'corrente' dei Comunisti gaudenti". 
Sempre al Bar (la maiuscola se la merita tutta) è nato anche il simbolo, la cui storia è tutta da raccontare: "Diciamo che è stato un 'omaggio' fatto dal responsabile della comunicazione dei GD - continua il fondatore -. Seguendo fedelmente la nostra tradizione lo abbiamo 'espropriato' per far nascere la pagina omonima, ora completamente separata. L'immagine è chiaramente nel solco delle pagine "gaudenti", come testimoniato bene dalla falce e martello 'martinizzata', ma la pagina è diventata ormai un progetto quasi personale che mi ha permesso di condivedere foto e videomontaggi, meme sui Simpson o sul Partito Comunista e il suo segretario Marco Rizzo, satira sui "sinistrati" italiani [sììì, un po' di Edmondo Berselli ci sta bene, vivaddio, ndb], dando spazio ogni tanto a un po' di sana propaganda". 
Il progetto social, come si vede, è diventato decisamente autonomo e altro rispetto alla filosofia degli inizi (arrivando peraltro a raccogliere oltre 4200 follower), al punto che i creatori più volte hanno pensato di cambiare nome; "alla fine però - precisano - è rimasto questo, ormai ci siamo affezionati!" Anche il simbolo, con gli arnesi socialcomunisti al Martini e la font un po' art deco e un po' russofila, è rimasto lo stesso, anche se un giorno potrebbe cambiare, chissà.
Già a febbraio 2016, invece, era nata la pagina Democristiani gaudenti: il progetto è più risalente, l'attività è stata più contenuta, ma con il suo antipode politico comunista condivide la nascita nell'orbita dei Socialisti gaudenti: "La pagina - spiega il suo unico demiurgo e amministratore - si ispira chiaramente a quella dei Socialisti Gaudenti, ma se ne è distaccata. Alcune diatribe in termini di visione di pensiero hanno portano a una scissione: non mi sentivo più rappresentato, perciò ho deciso di convergere verso la creazione di una nuova pagina che si ponga nelle vicinanze della 'gaudenza', dei socialisti, della mia idea di politica e di coloro che hanno fatto grande la Prima Repubblica. Alla domanda: 'come si dovrebbe chiamare la pagina?', la risposta è stata semplice: Democristiani gaudenti. Stelle polari, anche per i meme: Andreotti, Pomicino, Cossiga e tutta la galassia di democristiani nuovi e meno nuovi che hanno fatto parte di questa enorme famiglia".
Sul piano simbolico, la pagina dei Democristiani gaudenti è tra le poche ad avere scelto di personalizzare quanto bastava un simbolo ben identificabile (quello della Dc-Pizza, forse ritenuto più moderno degli altri), ma anche tra le poche a non aver evocato in grafica la dimensione dell'aperitivo o comunque "godereccia" (al di là delle parole): la scelta, a quanto pare, è studiata. "Cerco di differenziarmi - spiega il creatore -. Qui si va oltre il concetto di aperitivo, punto a ciò che viene immediatamente dopo: l'amore!" Così, se in alto si dichiara, con autoconsapevolezza parafilosofica, "Gaudeo ergo sum", sul braccio dello scudo crociato trova naturale collocazione il motto (in origine virgiliano, poi demo-cristiano e persino un po' berlusconiano, ma non ditelo a chi lo ha scelto) "Amor vincit omnia": il nuovo "simbol d'amore" dopo il "bianco fiore" del passato, che unisce circa 850 persone.
Non si è data ancora un vero e proprio simbolo, invece, la pagina dei Federalisti gaudenti, che ha circa un anno di vita: "La pagina - spiega uno dei fondatori - è nata durante lo scorso congresso nazionale della Gioventù Federalista Europea, dal 26 al 28 Maggio 2017, in una mattina di dibattito affrontato in post-sbronza. È nata per gioco è per raccontare il mix tra politica, alcol e voglia di divertirsi di quei giorni". Se quello scapolo di racconto sembra in qualche modo la conferma che un decente tasso alcolemico aiuta la nascita di iniziative come queste, lo sviluppo della storia mostra che un'idea nata per gioco può fare facilmente breccia anche tra chi non ha partecipato alla bevuta collettiva: "In qualche modo, la pagina è diventata un punto di riferimento e nei mesi successivi ho continuato a ricevere meme da pubblicare da tutti, anche da sconosciuti".
Pur in assenza di un vero simbolo (che forse arriverà, ma non c'è ancora un'idea precisa), c'è almeno un'immagine di riferimento: è stato preso un soggetto autenticamente federalista come Altiero Spinelli (ritratto durante una seduta del Parlamento europeo) ed è stato "gaudentizzato" con tanto di cuffia Meme, sigaro tattico, catenazza da collo con ciondolo "Thug Life" e una banconota dollarosa (ma "Sono euro, non dollari (post verità)", come si premura di precisare la didascalia dell'immagine profilo).
In tutto questo, non potevano mancare i Liberali gaudenti (che, dalle retrovie del comitato centrale dei Socialisti gaudenti, sono definiti come "l'unico altro gruppo gaudente che aveva una sua ragione storica di esistere", sempre ricordando Altissimo e compagnia festante), sorti anch'essi nella primavera dello scorso anno: "La pagina - ricordano gli animatori - è nata per allegoria e per prendere in giro quella parte anche della sinistra che non vuole essere parte del suo spirito riformista. Essere riformisti oggi più che un'idea deve essere un credo, riformisti vuol dire innanzitutto riformare il pensiero liberale a mo’ di mantra per le nuove riforme strutturali di cui necessita il paese". Qui, insomma, al di là del divertimento, c'è un pensiero serio, strutturato: "Nessuno pensa che un’eliminazione retroattiva del retributivo possa essere una soluzione applicabile: dev'essere anzi l'idea di fondo sulla cui base cercare di costruire le nuove idee per una politica economica vera e seria. Pensare che si possa andare avanti con indebitamento e gravare sulla spesa pubblica è da irresponsabili, quindi da qui nasce la Gaudenza nel voler essere liberali. Liberali ok, ma non miopi, vicini alla realtà e sopratutto simpatici".
Anche qui, però, senza alcol si fa poco, anche se ci si differenzia sulla bevanda: "Niente Negroni, che pure bevo ma è mainstream e da Socialista gaudente, aggiungerei pure rancoroso: meglio un bel Martini cocktail, più radical chic e meno alla moda". Una sorta di ritorno alle origini della gaudenza socialista, ma più movimentata ("il Martini è mosso? Certo, perché va mescolato e un governo va sempre ben mescolato") e con una chiara, diversa connotazione politica: dal bicchiere occhieggiano un po' di foglie della vecchia edera, mazziniana prima che repubblicana ("il primo e unico vero liberale italiano è stato Mazzini, anche se il più importante rimane Gobetti") e il tutto è racchiuso in una corona blu con stelle gialle, in chiave molto europea e molto liberale (e anche un po' Lista Bonino, un soggetto non proprio lontano dalle simpatie di alcuni dei fondatori della pagina).
La galassia delle pagine satirico-politiche, ovviamente, non finisce qui: si passa tranquillamente dagli Hipster democratici (fino a quelli di ogni altro colore politico) ai Moderati mondani, eppure non si può fare a meno di notare che qualcuno manca all'appello Nessuno, per esempio, finora ha sentito il bisogno di creare - almeno su Facebook - i Missini gaudenti, i Socialdemocratici gaudenti o i Monarchici gaudenti (qualcuno, al Bar, si era limitato a proporre i Monarchici goderecci, ma nessuno gli ha dato ancora ascolto). D'accordo, forse da quelle parti non era opportuno darsi alla gioia in pubblico, ma non ci si faccia credere che la gaudenza non abbia prodotto frutti anche da quelle parti: perché limitare la fantasia e privare i drogati di politica di altri simboli su cui ironizzare?

mercoledì 9 maggio 2018

Simboli fantastici (21): Socialisti gaudenti, 3 anni in crescita (come i Negroni)

Nemmeno oggi  ormai è chiaro – si avranno notizie del nuovo governo: piuttosto che in inutili congetture e toto-nomi, meglio occupare tempo ed energie dandosi alla gioia, quella politica s'intende. Nulla, in questo, senso, è meglio delle pagine “gaudenti” che da alcuni anni a questa parte si stanno moltiplicando su Facebook: i primi in assoluto sono stati i Socialisti gaudenti, attivi in rete da oltre tre anni e con un seguito di pubblico letteralmente travolgente. Loro, abituati a interviste molto gaudenti (e di conseguenza meno serie), hanno accettato di raccontare la loro storia anche qui, trincerando le loro identità dietro l'etichetta di "comitato centrale della pagina", giusto per darsi un tono (e, visti i loro risultati di pubblico, ne hanno ben donde).
«L'idea, il concetto nasce nei primi anni '10: per giustificare un eccesso relativo alla vita privata, in un'assemblea territoriale del Pd, un ragazzo coniò quell'espressione in un discorso più ampio: “Non dobbiamo fare i bacchettoni e i moralisti: dobbiamo essere socialisti gaudenti”», rimandando inevitabilmente a quella fase, a quel mood degli anni '80 ben identificabile, con figure altrettanto mitiche, su tutte Gianni De Michelis e compagnia baccan(an)te. «Quel ragazzo in seguito sarebbe stato tra i fondatori della pagina, ma questa sarebbe arrivata un po' più in là:  «Per prima cosa è stato utilizzato l’hashtag #socialistigaudenti, sempre impiegato in chiave ironica nei commenti su Facebook o in qualche discussione su Twitter, anche se non è mai decollato.
Il passaggio chiave è arrivato nel 2015, quando il 31 marzo è nata la pagina Fb dei Socialisti gaudenti: quel ragazzo ne ha poi coinvolti altri quattro, veri appassionati di politica e in qualche caso anche con una certa esperienza in materia di social network. «All'inizio in effetti non sapevamo bene cosa farne: pensavamo soprattutto a uno spazio per fare battute, ma non troppo di più, non sapevamo nemmeno cosa fosse un meme. Con il tempo, però, ci siamo resi conto di ciò che avevamo creato, capendo che andava usato con coscienza». Piano piano così la pagina si è evoluta, sono nati anche un account Twitter (a maggio 2015) e un blog (fermo da un paio d’anni: gestire quello spazio richiederebbe molto più tempo, ma se non altro è facile da consultare il Manifesto dei Socialisti gaudenti); soprattutto, la comunicazione si è evoluta molto sul piano visivo, con elaborazioni e fotomontaggi decisamente apprezzati, destinati a diventare virali. «Tutto merito di uno dei cinque compagni di avventura, molto bravo con la grafica – spiegano ancora dal comitato centrale – quando serve qualche fotomontaggio più elaborato o un’elaborazione per qualcosa di particolare, magari per una maglietta da realizzare, lui si chiude per un giorno nella sua stanza e realizza quel che deve realizzare».
Proprio in alcune di quelle sessioni da “socialista recluso” («ma non sempre, siamo buoni!», precisano) sono nati i due simboli di cui la pagina si è via via dotata. La prima immagine, bidimensionale e monocromatica, riprendeva la sagoma di un bicchiere da Martini, con la sagoma bianca di un'oliva con stuzzicadenti e una corolla di garofano messa “a ombrellino” («ma somiglia anche un po' al sol dell’avvenire, ad avere un po' di immaginazione»). Come mai proprio il Martini, in qualche modo simbolo di una generazione di aperitivisti? «In realtà quella volta la scelta fu casuale. – ammettono, con gaudente pragmatismo, dal comitato centrale – Non avevamo le idee molto chiare, ma in effetti abbiamo scelto un bicchiere facilmente identificabile con la bevanda alcolica, l'idea dell’aperitivo l'ha data l'oliva: è il classico aperitivo dei film di James Bond, ma con il garofano andava benissimo anche per noi».
Dal 24 maggio dell’anno scorso, il logo della pagina è quello attuale: l’immagine è decisamente più elaborata, più carica (in tutti i sensi) e con una filosofia più meditata. «Un giorno il nostro amministratore abile nella grafica ha deciso di farci un regalo e ci ha donato il nuovo simbolo: il bicchiere da Martini era diventato un bicchiere grande da long drink, con cubetti di ghiaccio e una bevanda rossa che possiamo tranquillamente identificare con il Negroni, che nel frattempo era diventato il nostro cocktail “da battaglia”»; completavano il simbolo il garofano di Filippo Panseca – con tanto di gambo a mollo nella bevanda – disegnato nella seconda metà degli anni ’80, con la corolla inserita in una raggiera a metà tra il sol dell’avvenire e la fetta di arancia e, intorno, una corona circolare rossa stretta parente del simbolo socialista dell’epoca di Bettino Craxi. 
Come mai, viene da chiedersi, proprio il Negroni (normale, non quello sbagliato, inventato nella non ancora craxianissima Milano negli anni '60)? «Innanzitutto è rosso, dunque con un colore politico ben definito. Poi, a differenza di altre bevande dello stesso colore come il Bloody Mary, è molto forte sul piano alcolico e, in ogni caso, è stato capace di fare presa sui nostri follower più di qualunque altro cocktail.» Dicono le statistiche che, negli ultimi anni, il consumo di Negroni ha subito un’impennata notevole: «Sospettiamo di essere una delle cause di questo incremento, prima che lo usassimo nella nostra comunicazione non era così popolare! Persino molte tra le persone che seguono la nostra pagina, non avendolo bevuto mai prima, ora lo consumano più spesso…» Sia vero o no, viene da chiedersi se il tasso alcolemico elevato sia una condizione necessaria per scherzare sulla politica: «Diciamo che è preferibile, ma – concedono magnanimi dal comitato centrale – non siamo bacchettoni: se qualcuno è astemio, può uscire ugualmente con noi, anzi può farci da autista…».
Al di là dell’avere stimolato il consumo di Negroni, la pagina dei Socialisti gaudenti sembra soprattutto aver creato e diffuso il fenomeno della “gaudenza” politica in rete, spingendo gli aderenti ad altre correnti politiche a creare pagine simili, portate avanti con maggiore o minore costanza. Come l’hanno presa gli iniziatori del filone? «Beh, bene, perché l’abbiamo vista un po’ come un omaggio, un tributo a un’idea su cui si può innestare una narrazione simpatica soprattutto sugli anni che noi abbiamo preso a riferimento, ma volendo anche a ciò che è venuto dopo.» Non tutte sono gestite e aggiornate con la stessa frequenza, ma meritano un’attenzione a parte, in un approfondimento che seguirà a breve. 
Tornando ai Socialisti gaudenti, qual è il bilancio di questi tre anni di vita compiuti da poco? «Il bilancio è assolutamente in attivo – spiegano dal comitato centrale – soprattutto perché ci stiamo divertendo molto anche fuori da Facebook: ci chiamano a feste di partito, convegni, rassegne, ci intervistano per tesi di laurea. In tutte queste occasioni si incontrano molte persone, molti amici ed è inevitabile essere soddisfatti.» Se nel 2016 i like erano 15mila, ora sfiorano i 124mila  e, tra questi, aumentano anche coloro che amano discutere a partire dai materiali proposti dalla pagina o suggeriscono spunti agli amministratori: ciò è stato facilitato dal Bar dei Socialisti gaudenti, gruppo nato in appoggio alla pagina. La sua creazione, in qualche modo, è stata una necessità e non solo per il fatto che Martini e Negroni avevano bisogno di un luogo per essere ordinati e serviti: «Molte pagine hanno un gruppo Fb cui si appoggiano per raccogliere i contributi dei fan – spiegano dal comitato centrale – e lo abbiamo aperto anche noi. Prima i suggerimenti ci arrivavano con i messaggi, ma era poco funzionale, così abbiamo creato questo spazio per rendere più ordinati contributi e spunti. Abbiamo scelto di chiamarlo “bar” come luogo di ritrovo, discussione che caratterizzava anche quegli anni cui facciamo riferimento; avremmo potuto chiamarlo “il Tartarughino”, in omaggio al locale romano in cui era di casa De Michelis, ma forse non tutti i fan avrebbero colto la citazione». 
Anche senza il Tartarughino (dove peraltro si vedeva molto spesso anche il liberale Renato Altissimo), sono davvero tanti coloro che – con idee politiche rigorosamente trasversali – puntano a divertirsi seriamente sulla politica. Si dichiarano tutti a favore delle maratone notturne, sia in Parlamento sia in discoteca: forse nemmeno loro, però, immaginavano che anche solo per immaginare di dare un governo post-elettorale all'Italia della pretesa Terza Repubblica ci volesse così tanto. A pensarci  e a guardare il meme su Mattarella  la tentazione di dire che era meglio la Prima è forte, fortissima: almeno, specie nella corte socialista, non ci si annoiava di certo.